Matilde Vitillo è nata l'8 marzo 2001. E' passata dal devo team alla formazione WT della Liv AlUla Jayco, con cui ha firmato un biennale

Vitillo e la Liv: promesse mantenute e WorldTour guadagnato sul campo

17.02.2026
6 min
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Il tempo del purgatorio è finito, anzi Matilde Vitillo lo ha fatto finire meritandosi la promozione dal devo team della Liv AlUla Jayco alla formazione WorldTour. Un contratto fino a fine 2027 ottenuto sul campo resettando tutto, anche ciò di buono che aveva fatto in passato, e sapendo mantenere le promesse fatte un anno fa.

Paradossalmente quello splendido successo di tappa conquistato nel 2022 in una gara dura come la Vuelta a Burgos le aveva consegnato consapevolezze delle quali non era ancora pronta a fare tesoro. Successivamente è uscita dai radar rischiando di restarne fuori per un po’, poi ha deciso di rientrarci per restarci. Sia l’ultimo anno in BePink che il primo nella squadra continental australiana sono stati particolarmente difficili, ma la scorsa stagione per la 24enne astigiana di Frinco è stata quella giusta.

Ci ha lavorato lei, assieme ad altre figure e come ci aveva detto l’ultima volta che l’avevamo sentita, è riuscita a «passare dall’altra parte e alzare nuovamente le mani al cielo», vincendo il Giro dell’Appennino Donne e la generale del Giro del Mediterraneo in Rosa. Il 2026 di Vitillo è già iniziato all’UAE Tour Women dove si è ritagliata un ruolo importante e proseguirà con un denso programma agonistico.

Quest'anno Vitillo correrà un calendario misto per capire meglio le proprie caratteristiche
Quest’anno Vitillo correrà un calendario misto per capire meglio le proprie caratteristiche
Quest'anno Vitillo correrà un calendario misto per capire meglio le proprie caratteristiche
Quest’anno Vitillo correrà un calendario misto per capire meglio le proprie caratteristiche
Matilde sei finalmente approdata nel WorldTour, ma che biennio è stato complessivamente quello prima?

Sono contenta che i due anni nel devo team della Liv AlUla Jayco mi siano serviti per ricominciare da zero. Ringrazio la squadra e a chi mi ha supportato per far funzionare le cose anche quando non andavano, sia a livello atletico che mentale. Nella prima stagione mi sono ambientata, l’anno scorso invece ho ripreso coscienza di me stessa. Prima ho nuovamente curato le basi, poi ho raccolto i frutti riuscendo a gestirmi meglio tra allenamenti e ritiri pre-gara. Mi è piaciuto riprovare l’emozione della vittoria.

E’ stato stimolante essere in un devo team o avvertivi pressione di non poter passare in prima squadra?

In due anni ho fatto 9 gare con la formazione WorldTour su 80 giorni di corsa e respirare quella atmosfera mi ha motivato. Volevo guadagnarmi il passaggio con i risultati, ma credo di essermi garantita il posto con la prima squadra con le prestazioni.

Al UAE Tour Women com’è andata?

Mi ritengo soddisfatta per i compiti che mi avevano assegnato e che ho svolto. Dovevo fare la “body-guard” di Monica (dice ridendo e riferendosi a Trinca Colonel, ndr) controllando che stesse bene e aiutarla a non prendere “buchi” per la generale, dove poi ha fatto seconda. Nella seconda tappa, a venti chilometri dal traguardo, lei è caduta e la mia preoccupazione è stata quella di confortarla moralmente. Penso che queste accortezze possano fare la differenza e talvolta sono troppo sottovalutate. Comunque una volta constatato che non si era fatta nulla, siamo rientrate in gruppo senza patemi.

Ti hanno già detto che tipo di stagione farai quest’anno?

Principalmente dovrei correre tante gare diverse per capire soprattutto che tipo di corridore sono. Di base dovrei essere di supporto alle compagne che puntano alle gare a tappe o a corse piuttosto dure. Ad esempio mi è piaciuto molto svolgere quel tipo di ruolo negli Emirati per Monica. Eravamo in camera assieme e ci siamo conosciute meglio. Lei è stata molto carina con me nell’aiutarmi e darmi consigli.

Matilde è molto legata alla compagna olandese Noä Jansen, con cui ha condiviso due anni nel devo team e il passaggio nella WT
Matilde è molto legata alla compagna olandese Noä Jansen, con cui ha condiviso due anni nel devo team e il passaggio nella WT
Matilde è molto legata alla compagna olandese Noä Jansen, con cui ha condiviso due anni nel devo team e il passaggio nella WT
Matilde è molto legata alla compagna olandese Noä Jansen, con cui ha condiviso due anni nel devo team e il passaggio nella WT
L’inserimento nella formazione WorldTour com’è stato?

Mi sono trovata e mi sto trovando benissimo con tutte. Siamo in tre italiane e naturalmente oltre a Monica, ho legato anche con Letizia (Paternoster, ndr). Tuttavia la compagna con la quale mi sento più a mio agio è Noä Jansen, la ragazza olandese con cui ho condiviso tantissimi momenti, compreso il percorso dei due anni nel devo team fino al passaggio alla WorldTour.

Quanto e in cosa è cambiata Matilde Vitillo dalla vittoria di Burgos ad oggi?

Mi sento un’altra atleta, più matura. Ho sviluppato una migliore visione tattica. Prima andavo sempre in fuga, sapendo di non arrivare in fondo il più delle volte. Ora ragiono di più, in base anche ai compiti di squadra. Su questo aspetto non ci ho lavorato da sola.

Al recente UAE Tour, Vitillo ha avuto il compito di "scortare" Trinca Colonel in ogni fase di gara in funzione della generale
Al recente UAE Tour, Vitillo ha avuto il compito di “scortare” Trinca Colonel in ogni fase di gara in funzione della generale
Al recente UAE Tour, Vitillo ha avuto il compito di "scortare" Trinca Colonel in ogni fase di gara in funzione della generale
Al recente UAE Tour, Vitillo ha avuto il compito di “scortare” Trinca Colonel in ogni fase di gara in funzione della generale
Chi ti ha aiutata?

Mi sono affidata a Moreno Biscaro, un mental coach veneto che collabora con diversi atleti. Ho cominciato l’anno scorso proprio perché sentivo che quello era un aspetto che avevo sempre accantonato. Moreno mi ha aiutata tantissimo in questo percorso. Mi ha aiutata ad avere più consapevolezza e penso sia stato proprio lui a permettermi di migliorare l’ottica di gara, approcciandola in maniera più tranquilla e gestendola passo per passo.

Il tuo calendario cosa prevede prossimamente?

Il 7 marzo correrò la Strade Bianche Women, poi il Trofeo Binda a Cittiglio la settimana dopo ed una gara in Belgio. Ad ora sono riserva per la Sanremo Women, mentre il 22 marzo sarò al via del Giro dell’Appennino Donne. Mi piacerebbe rivincere, ma non credo che sarò la prima punta. Poco male, perché prima viene la squadra e sono ben felice di supportare le mie compagne.

Nella crescita psico-tattica di Matilde è stata fondamentale la figura di Moreno Biscaro, il suo mental coach
Nella crescita psico-tattica di Matilde è stata fondamentale la figura di Moreno Biscaro, il suo mental coach
Nella crescita psico-tattica di Matilde è stata fondamentale la figura di Moreno Biscaro, il suo mental coach
Nella crescita psico-tattica di Matilde è stata fondamentale la figura di Moreno Biscaro, il suo mental coach
E’ prevista la tua partecipazione ad un Grande Giro?

Dovrei correre sicuramente la Vuelta dal 3 al 10 maggio. Prima però farò quasi tre settimane di altura a Sierra Nevada tra fine marzo ed inizi aprile in preparazione delle Ardenne. In programma ho la Freccia del Brabante e la Freccia Vallone. Dopo la Vuelta ragioneremo sul resto del calendario.

Obiettivi te ne sei posti?

A parte cogliere una vittoria che non guasta mai (sorride, ndr), non me sono fissati tanti. Mi basterebbe semplicemente sentirmi bene in bici. Essere realmente consapevole di me stessa e magari nel 2027 impostare un calendario con le gare che più mi si addicono.

La Garcia parte forte alla UAE. Ultimo anno? Forse no…

Garcia parte forte alla UAE. Ultimo anno? Forse no…

17.02.2026
5 min
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Alla sua prima uscita con la nuova maglia della UAE Team ADQ, Mavi Garcia coglie subito la seconda piazza al Santos Tour Down Under. Si ha un bel dire che alla corsa australiana di apertura del WorldTour sono poche le big presenti, resta il fatto che, appena chiamata in causa, l’esperta spagnola ha risposto presente, bagnando con un podio prestigioso quella che dovrebbe essere la sua stagione di addio (e il connazionale è d’obbligo, come si vedrà…).

A 42 anni, il suo segreto è probabilmente prendere la sua attività con la mente libera, leggera, senza eccessive pressioni. Dopo il lungo gennaio in terra australe, la Garcia si è presa un po’ di giorni da dedicare all’allenamento lasciando ad altre il compito di portare avanti la stagione, intanto guarda alla sua esperienza agli antipodi anche con un pizzico di rammarico.

Il podio finale del Down Under con la svizzera Ruegg fra le iberiche Blasi (terza) e Garcia
Il podio finale del Down Under con la svizzera Ruegg fra le iberiche Blasi (terza) e Garcia
Il podio finale del Down Under con la svizzera Ruegg fra le iberiche Blasi (terza) e Garcia
Il podio finale del Down Under con la svizzera Ruegg fra le iberiche Blasi (terza) e Garcia

«Sinceramente non mi aspettavo di debuttare così bene – racconta la cinque volte campionessa nazionale e ultimo bronzo iridato – E’ vero che quest’inverno mi sono allenata molto bene e avevo sensazioni positive, ma quando sei in gara non puoi mai sapere come andrà. Quando sono partita avevo una sensazione inconsueta: non mi ero mai sentita così bene e gareggiando ho visto sempre più che andavo forte, anche più di molte altre».

Hai pensato anche di poter vincere?

Sì, io pensavo di farlo. Se non è successo è perché c’è stato qualche problema di comunicazione in gara, nel senso che non abbiamo trovato corrispondenza tra il tracciato annunciato e quello che abbiamo realmente percorso e quindi nell’ultima tappa non sono riuscita a staccare la Ruegg e recuperare quella decina di secondi di differenza. E’ stato un peccato, penso che si poteva cogliere il bersaglio grosso.

Dopo tre stagioni alla LIV AlUla, la spagnola è tornata alla UAE partendo subito forte
Dopo tre stagioni alla LIV AlUla, la spagnola è tornata alla UAE partendo subito forte
Dopo tre stagioni alla LIV AlUla, la spagnola è tornata alla UAE partendo subito forte
Dopo tre stagioni alla LIV AlUla, la spagnola è tornata alla UAE partendo subito forte
E’ vero che hai fatto pochissimi giorni di gara, ma hai visto già che cosa cambia dalla UAE alla Liv dov’eri prima…

Effettivamente è troppo presto per dare giudizi, siamo andate solo con un direttore sportivo, solo con 5 compagne per tutta la trasferta. Bisogna capire come sarà l’andamento di tutta la stagione quando avremo un team più completo, ma per adesso posso dire che sono molto tranquilla perché se vanno così le cose tutto funziona bene. Per ora sono molto contenta della scelta che ho fatto.

Tutti si chiedono se questa è davvero l’ultima tua stagione…

Questo ancora non lo so, mi lascio aperta ogni ipotesi, vedo che adesso mi sento bene, sono felice facendo questo che faccio e voglio vedere come va tutta la stagione. Mi sono ripromessa di ritirarmi non perché non vado più forte, ma per una scelta mia. Voglio vedere un po’ come si evolve l’annata e dopo decidere bene, per questo sto lavorando, sono una professionista e sto lavorando per garantire il massimo rendimento. Non vuol dire che se sto bene non mi fermo mai. Mi piacerebbe chiudere in una gara di casa, ma tutto questo devo capirlo. Per ora vado giorno per giorno godendomi ogni momento.

Da più parti si indica questo come il suo ultimo anno, ma la Garcia si tiene la porta aperta per un'altra stagione
Da più parti si indica questo come il suo ultimo anno, ma Garcia si tiene la porta aperta per un’altra stagione
Da più parti si indica questo come il suo ultimo anno, ma la Garcia si tiene la porta aperta per un'altra stagione
Da più parti si indica questo come il suo ultimo anno, ma Garcia si tiene la porta aperta per un’altra stagione
La UAE ha preso con te un elemento molto forte nelle corse a tappe: un’alternativa a Elisa Longo Borghini o una spalla per i grandi giri?

Vedremo, penso che la Vuelta possa essere un obiettivo per me, perché è una gara in Spagna e vorrei farla con la possibilità di competere per il successo. Io e la Longo siamo due atlete differenti, il calendario è talmente ricco che dà opportunità a entrambe. E così facciamo una squadra più forte. Io comunque sono pronta a darle il massimo supporto ad esempio al Giro, per contribuire alla sua riconferma sul trono. Ma io guardo anche oltre, guardo al futuro del team e penso che con le giovani che abbiamo possiamo dare vita a una squadra tra le più forti al mondo da qui ad anni a venire.

Nella corsa australiana la squadra ti ha supportato bene?

Sì, considera che era la prima gara che facevamo, non ci conoscevamo ancora se non per i ritiri e gli allenamenti che sono cosa ben diversa. Ma ho avuto la netta percezione del valore delle mie compagne, della forza che possiamo mostrare tutte insieme. A un certo punto siamo state tre della stessa squadra davanti. Siamo talmente forti che dobbiamo trovare un equilibrio, dando a tutte la possibilità di emergere, oggi io domani un’altra…

La Garcia al fianco di Elisa Longo Borghini. Grandi rivali fino allo scorso anno, ora insieme puntando ai grandi giri
Garcia al fianco di Elisa Longo Borghini. Grandi rivali fino allo scorso anno, ora insieme puntando ai grandi giri
La Garcia al fianco di Elisa Longo Borghini. Grandi rivali fino allo scorso anno, ora insieme puntando ai grandi giri
Garcia al fianco di Elisa Longo Borghini. Grandi rivali fino allo scorso anno, ora insieme puntando ai grandi giri
Alla Liv eri in una squadra che era forte sia nelle classiche che nelle corse a tappe. E’ lo stesso adesso alla UAE?

Io penso che questo team sia ancora meglio, più compatto e diversificato, hanno anche delle sprinter. Sono ad esempio rimasta impressionata da Lara Gillespie che penso sarà una delle rivelazioni dell’anno. Credo che quest’anno come squadra si può fare benissimo, raccogliere tanti successi.

Nella squadra c’è anche un’altra iberica, Paula Blasi, che l’anno scorso ha cominciato a vincere a ripetizione. Come la vedi?

Io penso che sia fortissima, ha un livello incredibile e una grande voglia di crescere e migliorarsi. La cosa che le ho subito consigliato è che deve fare tutto step by step e vedere come gestisce la sua maturazione. Io ho voglia di aiutarla e vedo che lei mi si è subito avvicinata, mi fa molte domande, se posso aiutarla a crescere ne sarò felice.

La Garcia aveva chiuso il 2025 con la ngrande gioia del bronzo mondiale nella pazza gara di Kigali
Garcia aveva chiuso il 2025 con la grande gioia del bronzo mondiale nella pazza gara di Kigali
La Garcia aveva chiuso il 2025 con la grande gioia del bronzo mondiale nella pazza gara di Kigali
Garcia aveva chiuso il 2025 con la grande gioia del bronzo mondiale nella pazza gara di Kigali
Affrontando le gare adesso ti viene mai un po’ di malinconia pensando che potrebbe essere l’ultima volta che competi su quelle strade?

No, non è un pensiero che ho adesso in mente. Ho deciso di affrontare ogni gara con la mente sgombra, quel che sarà lo deciderò solo alla fine. Ho più voglia di correre perché so che comunque è l’ultima parte di carriera e voglio godermela fino alla fine. Ragionando così, anche in allenamento sono più serena e contenta e questo penso che servirà anche per ottenere grandi risultati.

a dx: Fabio Segatta e accanto Francesco Baruzzi, Visma Lease a Bike Development, 2026 (foto Visma Lease a Bike)

Baruzzi e Segatta: 2 nuovi italiani nel mondo Visma

17.02.2026
7 min
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I due nuovi volti italiani della Visma Lease a Bike Development sono quello di Francesco Baruzzi e di Fabio Segatta (in apertura rispettivamente in primo e secondo piano). Il primo arriva dal Team Aspiratori Otelli, che quest’anno ha chiuso il team juniores, mentre il secondo dall’U.S Montecorona. Entrambi diciottenni, si sono affacciati con curiosità al mondo degli under 23 e lo stanno facendo attraverso uno dei devo team più importanti.Entrare in una realtà del genere deve essere motivo di orgoglio, ma allo stesso tempo uno sprono a proseguire il cammino. Segata e Baruzzi sono solamente all’inizio e lo sanno, vivono il tutto con entusiasmo e voglia di imparare. 

In questi giorni sono in Spagna, nel terzo ritiro stagionale, il secondo in bici. Il mondo della Visma ha iniziato a prendere forma e ne riconoscono i meccanismi. L’inglese è da perfezionare ma questo non ostacola la loro voglia di imparare e mettersi in gioco. 

L’impatto

Il salto da una squadra juniores a un devo team è sempre grande, qualsiasi sia il team di provenienza. Si parla di salto di categoria, ma quello che stanno vivendo Francesco Baruzzi e Fabio Segatta vale quasi doppio. 

BARUZZI: «Cambiano tanto i lavori in bici, si fa moltissima qualità e non si guarda ai chilometri fatti. Contano le ore e il tipo di allenamento che si ha in programma. Ovviamente l’impatto con una squadra come la Visma Lease a Bike è enorme, però c’è una disponibilità incredibile da parte di tutti: staff, direttori e compagni».

SEGATTA: «Un aspetto nuovo, almeno per me, è il fatto di curare l’alimentazione. Contiamo le calorie e cosa mangiamo, credo sia giusto iniziare a farlo e prendere dimestichezza anche con questo aspetto. In generale la squadra ci spiega ogni singolo aspetto, ogni decisione. Non hanno problemi a dire le cose due o tre volte, è bello sentirsi coinvolti in questo modo».

Si impara a essere corridori?

BARUZZI: «Sappiamo tutto, dove inizieremo a correre, il programma di lavoro, quando prendere l’aereo e dove. Sembra banale, ma se abbiamo un ritiro, come adesso in Spagna, il biglietto ci arriva due mesi prima. Impariamo tanto, anche solo viaggiare da soli, muoverci tra i vari aeroporti. 

SEGATTA: «Si impara tanto. Poi viaggiare, anche da soli, è divertente ogni tanto, così come lo è scoprire nuovi posti».

Francesco Baruzzi, Visma Lease a Bike Development, 2026 (foto Visma Lease a Bike)
In Visma si presta parecchia attenzione ai lavori specifici e meno ai chilometri fatti (foto Visma Lease a Bike)
Francesco Baruzzi, Visma Lease a Bike Development, 2026 (foto Visma Lease a Bike)
In Visma si presta parecchia attenzione ai lavori specifici e meno ai chilometri fatti (foto Visma Lease a Bike)
E’ toccato anche a voi il ritiro sugli sci?

BARUZZI: «Siamo stati in Norvegia con tutto il devo team a fare sci di fondo. I primi giorni ci sono state più cadute che chilometri fatti, però è stato divertente. A mio avviso è uno sport sottovalutato, invece allena molto il fisico e aiuta a fare fiato. Sono state due settimane molto divertenti, eravamo in questa casa con una grande zona giorno dove stavamo insieme. Giocavamo alla playstation, stavamo insieme e così ci siamo conosciuti sempre di più».

SEGATTA: «Francesco e io eravamo i più scarsi (ride, ndr) ma abbiamo imparato ed è stato divertente provare a fare qualcosa di nuovo. Anche per non pedalare sempre e fare un’attività diversa. Ci ha affiancati un istruttore e piano piano siamo migliorati. All’inizio fare un chilometro sembrava tanto, e invece verso fine ritiro siamo arrivati a fare cinque o sei chilometri».

E’ stato il primo impatto con il mondo Visma?

BARUZZI: «Eravamo già andati a un ritiro estivo, per un mini stage, a Rogla in Slovenia. All’inizio la lingua è stata l’ostacolo più grande, poi parlando spesso in inglese abbiamo preso maggior dimestichezza. Poi una volta a casa mi sono messo a studiare e fare pratica.  

SEGATTA: «Io ho avuto qualche difficoltà in più, però nello stare a contatto con i nuovi compagni ho imparato. Anche nelle due settimane in Norvegia, dove ero in stanza con Matej Pitak, mi sono impegnato a parlare e imparare nuovi termini».

Chi è stato il vostro riferimento?

BARUZZI: «Sicuramente Pietro Mattio, lui ci ha dato una grande mano fin dal ritiro di luglio, per qualsiasi cosa. Poi nel ritiro di gennaio lui non c’era, visto che stava correndo al Tour Down Under, però tutti i compagni sono super gentili e disponibili. Anche gli stranieri, anche solo per un’indicazione. Ad esempio quando siamo usciti dall’aeroporto di Amsterdam ci hanno detto dove andare e che autobus prendere.

SEGATTA: «Mattio è stato fondamentale per capire e muovere i primi passi, anche solo per tranquillizzarci. All’inizio eravamo agitati, ora invece stiamo più tranquilli. E’ bello conoscere tutti e pedalare insieme, anche solo avere addosso questa divisa è qualcosa di speciale».

Quale corridore del WorldTour vi ha colpito di più a vederlo dal vivo?

BARUZZI: «Direi Van Aert, è sempre stato il mio idolo. Vederlo, parlare con lui è qualcosa che non capita tutti i giorni. Anzi, penso sia un’emozione e un ricordo che mi rimarranno per sempre».

SEGATTA: «Essere in hotel con Van Aert, Vingegaard e tanti campioni fa riflettere. E’ bellissimo. Anche solo parlare con Piganzoli e Affini è emozionante. Sono corridori che fino a ieri guardavo in televisione e ora me li trovo in squadra insieme». 

Fabio Segatta, Visma Lease a Bike Develoment 2026 (foto Visma Lease a Bike)
Fabio Segatta inizierà al sua prima stagione da under 23 in Croazia, per poi fare rotta a Nord e correre le classiche italiane di primavera (foto Visma Lease a Bike)
Fabio Segatta, Visma Lease a Bike Develoment 2026 (foto Visma Lease a Bike)
Fabio Segatta inizierà al sua prima stagione da under 23 in Croazia, per poi fare rotta a Nord e correre le classiche italiane di primavera (foto Visma Lease a Bike)
Quando si entra in una squadra così grande si guarda al risultato ottenuto o ci si proietta subito sul futuro?

BARUZZI: «So che questo è un punto di partenza, sono fortunato ad essere in un team come la Visma. Partire da questo livello vuol dire essere un gradino sopra, probabilmente, ma ciò non vuol dire che non ci sarà tanta fatica da fare. Sicuramente saremo messi nelle condizioni ideali per arrivare dove sogniamo, al professionismo». 

SEGATTA: «Essere qui vuol dire che la squadra ha creduto tanto in noi, e sarebbe bello avere un futuro in questo team. Ora serve imparare e crescere per riuscire a fare questo mestiere ed entrare nel WorldTour. Tanto passerà dall’imparare e poi si guarderanno anche i risultati, più avanti».

Che effetto fa tornare a casa, trovare i vecchi compagni e allenarsi con la divisa della Visma?

BARUZZI: «Quando sono tornato dopo il primo ritiro mi sono trovato per pedalare con amici e qualche amatore. Erano tutti felici di vedermi con la maglia della Visma, e poi anche solo uscire per una pedalata con una maglia così importante fa un certo effetto».

SEGATTA: «I miei compagni di squadra e gli amici sapevano di questa cosa fin da quando era nato l’interesse del team, in estate. Tra qualche giorno qualcuno di loro viene a trovarmi qui in Spagna, sarà bello rivederli e allenarci insieme».

Francesco Baruzzi, Visma Lease a Bike Development, 2026 (foto Visma Lease a Bike)
Francesco Baruzzi ha un calendario altrettanto interessante, con la Roubaix U23 come corsa più importante di questa prima parte di stagione (foto Visma Lease a Bike)
Francesco Baruzzi, Visma Lease a Bike Development, 2026 (foto Visma Lease a Bike)
Francesco Baruzzi ha un calendario altrettanto interessante, con la Roubaix U23 come corsa più importante di questa prima parte di stagione (foto Visma Lease a Bike)
Parlavate di programmi chiari, quindi avete già un’idea del vostro calendario?

BARUZZI: «Partiremo dalle gare in Croazia, poi sarò alla Parigi-Roubaix Espoirs, il 12 aprile, è la mia corsa preferita e non vedo l’ora di esserci. Dal canto mio correrò poco in Italia, magari qualcosa si farà più avanti. 

SEGATTA: «Dopo l’esordio in Croazia avrò modo di testarmi nella mia corsa preferita, la Liegi U23 e anche qualche altra gara nel Nord di categoria. Correrò anche in Italia tra Piva, Recioto e Belvedere, mentre a fine anno sarò al Lombardia U23. Sono curioso di scoprire come si corre tra gli under, sarà tutta una scoperta».

Tadej Pogacar, UAE Team Emirates, Paris-Roubaix 2025

Pogacar e la Roubaix: può essere l’anno giusto?

16.02.2026
4 min
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BUDAPEST (Ungheria) – Prima ci sarà la sfida della Milano-Sanremo, alla quale manca poco più di un mese, con Cipressa e Poggio pronti a fare da trampolini di lancio a Tadej Pogacar. Poi arriveranno il Fiandre e la Roubaix, la curiosità intorno a questa primavera ciclistica gira tutta intorno a due settimane: quella della Sanremo e della Roubaix. Lo sloveno del UAE Team Emirates-XRG è alla caccia delle due Classiche Monumento che gli mancano per completare una collezione di trofei già di per sé vasta. 

Nel parlare, ai margini della giornata che ha caratterizzato la presentazione della MBH Bank-Csb-Telecom Fort c’era una grande curiosità. Davide Martinelli, diesse del team italo-ungherese, riferendosi alla Milano-Sanremo ha battezzato il vento come fattore decisivo. Poi il discorso è passato alla Roubaix, e la sensazione generale è che tanto dipenderà da Van Der Poel e dalla sua voglia di strozzare in gola l’urlo di vittoria a Tadej Pogacar.

Sempre più vicini

La curiosità cresce quando si passa a parlare della Parigi-Roubaix, la Classica che da anni è terreno di conquista di Van Der Poel, il cui trono ha però vacillato nell’ultima edizione. Il risultato finale ha parlato di un Pogacar battuto, forse però più dall’inesperienza del campione del mondo che dalla superiorità dell’olandese. 

Allora abbiamo approfittato della presenza in Ungheria di Andrea Tafi per capire ed entrare nel tema che più fa discutere gli appassionati. 

«Alla Roubaix – spiega Tafi – la lotta può essere indirizzata al duello tra Pogacar e Van Der Poel, con il primo che ha dimostrato di avere ottime doti anche in una Classica tanto lontana dalle sue caratteristiche. O da quelle che pensavamo potessero essere. Tuttavia credo sia prematuro pensare possa vincerla già quest’anno, sicuramente Pogacar può impensierire Van Der Poel, ma ci sono tante circostanze esterne da tenere in considerazione».

Alla sua prima partecipazione Pogacar ha sorpreso tutti sulle pietre della Roubaix
Alla sua prima partecipazione Pogacar ha sorpreso tutti sulle pietre della Roubaix
Cosa può essersi portato via Pogacar dall’esperienza del 2025?

La differenza tra i due è stata pressoché tecnica, essere un atleta che fa ciclocross, come Van Der Poel, può dare un grande vantaggio. Affrontare le curve, prendere determinati tipi di pavé, o pedalare sulle pietre. Avere dimestichezza sulla bici vuol dire tanto. Anche la caduta che ha tagliato fuori Pogacar è risultata molto banale, se vogliamo, ma è una testimonianza del fatto che gli sia mancato un qualcosa dal punto di vista tecnico. 

Quest’anno lo hanno già rivisto testare il percorso…

Anche nella passata stagione era stato a provarlo, ma un conto sono le ricognizioni e un altro è correrci sopra. Tadej Pogacar è uno estremamente determinato, quando vuole conquistare qualcosa si mette lì e ci lavora fino a quando non ha raggiunto l’obiettivo. 

Tadej Pogacar, UAE Team Emirates, Paris-Roubaix 2025
Lo sloveno ha espresso una potenza senza eguali per un corridore della sua corporatura sul pavé
Tadej Pogacar, UAE Team Emirates, Paris-Roubaix 2025
Lo sloveno ha espresso una potenza senza eguali per un corridore della sua corporatura sul pavé
Credi ci sia una possibilità concreta?

Ha dimostrato di essere il migliore al mondo in lungo e in largo, sarà una bagarre bellissima. La cosa che renderà ancora tutto più entusiasmante è che la Roubaix puoi prepararla al meglio, allenarti, provarla, ma c’è sempre qualcosa di esterno che può influenzare l’andamento della gara. 

Ad esempio?

Il meteo, forse questo è il fattore esterno più importante di cui tenere conto. Abbiamo visto Pogacar sapersi destreggiare sull’asciutto, ma con la pioggia potrebbe venire fuori una corsa molto diversa.

L’errore che ha messo fuori dai giochi Pogacar è stato causato dalla mancata esperienza
L’errore che ha messo fuori dai giochi Pogacar è stato causato dalla mancata esperienza
Si può imparare in così poco tempo a gestire una corsa come la Roubaix?

Pogacar in passato ha sbagliato e fatto degli errori, che però gli sono serviti per migliorarsi ulteriormente. E’ cresciuto tanto e con questa sua maturazione ha colmato quelle pochissime lacune che aveva. Si è parlato tanto della differenza di peso tra i due, ma a mio modo di vedere questo conta meno ai giorni nostri. L’evoluzione tecnica del mezzo è arrivata a un punto tale da aver reso secondaria questa caratteristica fisica. Praticamente Pogacar ora si trova, quasi, alla perfezione assoluta per cercare di vincere la Roubaix.

Venturelli, pista e non solo. I progetti di Villa

Venturelli, pista e non solo. I progetti di Villa

16.02.2026
5 min
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Tra le tante prestazioni positive che l’Italia ha colto agli europei su pista di Konya, quelle di Federica Venturelli si prestano a più analisi soprattutto in previsione di quel che potrà venire. E’ un po’ il destino della ragazza della UAE Team ADQ, vista come un fenomeno già dalle categorie giovanili. In terra turca la Venturelli ha collezionato podi nell’inseguimento a squadre, in quello individuale e nella madison insieme a Elisa Balsamo. E proprio quest’ultimo bronzo ha aperto prospettive interessanti.

Venturelli insieme a Elisa Balsamo, per loro un bronzo nella madison foriero di tante speranze per entrambe
Venturelli insieme a Elisa Balsamo, per loro un bronzo nella madison foriero di tante speranze per entrambe
Venturelli insieme a Elisa Balsamo, per loro un bronzo nella madison foriero di tante speranze per entrambe
Venturelli insieme a Elisa Balsamo, per loro un bronzo nella madison foriero di tante speranze per entrambe

Marco Villa segue da sempre la ragazza, tanto è vero che l’ha inserita nel team iridato lo scorso anno dandole una nuova spinta e facendone addirittura l’unica reduce dal trionfo mondiale nel team che a Konya ha colto il bronzo. «Con lei abbiamo un metodo che usiamo un po’ per tutti, in questi anni abbiamo dimostrato che non ci interessa l’uovo oggi, ma la gallina domani, quindi con Federica stiamo andando in questa direzione, come è stato con Ganna, con Milan, con le altre. Sappiamo che sono ragazze che hanno anche attività con le squadre del WorldTour, hanno programmi e carichi di lavoro non indifferenti, quindi cerchiamo di andare di pari passo».

Federica come risponde?

Con lei, nonostante ci abbia fatto vedere già dalla categoria juniores delle belle cose come il record del mondo dell’inseguimento e il titolo mondiale nella madison, ci siamo andati cauti, soprattutto perché ha avuto brutti infortuni nel corso degli ultimi due anni, collezionando praticamente un mese e mezzo di attività su strada in tutto il biennio.

Grandi prestazioni per Federica nell'inseguimento, argento con record italiano di 4'22"909
Grandi prestazioni per Federica nell’inseguimento, argento con record italiano di 4’22″909
Grandi prestazioni per Federica nell'inseguimento, dove si è inchinata solo alla britannica Knight
Grandi prestazioni per Federica nell’inseguimento, argento con record italiano di 4’22″909
Pensi che questo abbia rallentato la sua maturazione?

Diciamo che quest’anno abbiamo lavorato bene, ma all’evento ci è arrivata solo coi ritiri della strada e questi risultati ottenuti così, con questi carichi relativi, fanno presupporre che con l’attività WorldTour che l’aspetta da adesso in avanti può fare un ulteriore salto di qualità. Per questo la sua stagione su strada sarà molto importante e la seguiremo con particolare attenzione.

La gara della Madison insieme a Elisa, che cosa ti ha detto in particolare, al di là del bronzo conquistato proprio dal punto di vista tecnico, del loro amalgama, del loro comportamento?

Che tutte e due conoscono il mestiere, hanno esperienza, tra l’altro erano nella stessa situazione, un anno e mezzo senza nuove esperienze nell’americana per gli infortuni. Hanno corso cercando di star fuori dai “casini” di gruppo spendendo anche qualcosa in più. Dobbiamo lavorare un po’ sulla tecnica, se facevamo i cambi più corti potevamo prendere il giro e coi 20 punti eravamo argento, ma lì ha pesato la giuria, perché siamo arrivati a quattro giri dalla fine in coda alle ultime, ma è partita la volata e la coda del gruppo si è staccata, così non hanno dato il giro preso a noi, ma il giro perso alle quattro davanti.

Federica tra Villa e Bragato, che la stanno facendo crescere senza pressioni, guardando anche alla strada
Venturelli tra Villa e Bragato, che la stanno facendo crescere senza pressioni, guardando anche alla strada
Federica tra Villa e Bragato, che la stanno facendo crescere senza pressioni, guardando anche alla strada
Venturelli tra Villa e Bragato, che la stanno facendo crescere senza pressioni, guardando anche alla strada
Una domanda che è sortita soprattutto sui social subito dopo le sue prestazioni: Federica può essere una carta per l’omnium, considerando che lei è un’atleta che punta molto sull’inseguimento, quindi ha caratteristiche forse differenti rispetto a quelle che possono servire in quel tipo di manifestazione?

No, Federica può fare qualsiasi gara. Merito di Fiorin, che da allievo le fa correre anche a Grenchen, a Novo Mesto. Le atlete che escono da Fiorin sono polivalenti. Federica è una di queste, oltre ad avere un grande motore, è anche veloce e ha tutto per emergere anche nell’omnium. Logicamente dobbiamo capire passo per passo dove puntare.

Visto che siamo in periodo olimpico, Federica è considerata uno dei maggiori prospetti italiani per Los Angeles 2028, a prescindere dalla disciplina sportiva, se si puntasse sull’omnium. Sarebbe da fare un progetto che inizi adesso per farle prendere quella necessaria confidenza in vista di un appuntamento fra due anni?

Qui serve fare qualche specifica. Intanto lo stesso discorso per le altre: Balsamo, Guazzini, Paternoster, Consonni. Abbiamo tante atlete sulle quali possiamo e dobbiamo lavorare. Ma bisogna essere parte del quartetto, perché il nuovo regolamento di qualificazione olimpica ci darebbe 5 posti più 1, si tornerà quindi al regolamento di Tokyo 2020. Abbiamo tempo due anni e mezzo per lavorarci, con tante gare fra coppe e prove titolate. Intanto, per la Coppa di quest’anno, andremo a Tokyo al completo e nelle altre due parteciperemo solo con due ragazze per le prove di gruppo, per fare punti per il ranking. Ma tornando alla Venturelli c’è un discorso parallelo con la strada…

L'azzurra è considerata una grande speranza di medaglia per LA 2028, anche per la cronometro
Venturelli è considerata una grande speranza di medaglia per LA 2028, anche per la cronometro
L'azzurra è considerata una grande speranza di medaglia per LA 2028, anche per la cronometro
Venturelli è considerata una grande speranza di medaglia per LA 2028, anche per la cronometro
Ossia?

Io la guardo con un occhio di riguardo anche per le gare su strada, per le crono, per il Team Relay che per una volta vorrei correre al completo, con tutti i nostri migliori elementi e nella loro miglior forma per conquistare l’iride. Ho già avuto in tal senso la disponibilità della Longo Borghini come di Ganna, Affini, Frigo, lo stesso Baroncini che mi piacerebbe rivedere come l’abbiamo lasciato prima dell’incidente. Con Federica lavoreremo in pista sia per il quartetto che per le gare di gruppo ma anche per la cronometro, applicando un discorso fatto soprattutto con Ganna e sappiamo bene dove si è arrivati…

Morte Francesco Mazzoleni, 15 febbraio 2026, Team Goodshop Yoyogurt

EDITORIALE / L’indifferenza uccide più della velocità

16.02.2026
4 min
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L’arco dell’amore di Melendugno. La valanga e i tre morti della Val Veny. Il tentativo di rapimento al supermercato di Bergamo. Il secondo oro di Federica Brignone e quello di Lisa Vittozzi nel biathlon. Il bambino cui hanno trapiantato il cuore “bruciato”. L’interrogatorio dei coniugi di Crans Montana. Persino il diciottenne investito a Roma dal referente di Elon Musk. Ma di Francesco Mazzoleni nei telegiornali nazionali di ieri sera e quelli del mattino non c’era traccia. Se ammazzano un ciclista non fa notizia?

La vita spezzata

La storia probabilmente l’avete già letta. Francesco Mazzoleni, under 23 della Goodshop Yoyogurt di Torino, stava rientrando da un allenamento quando è stato investito da un’auto che proveniva dalla direzione opposta lungo la provinciale 175 nella bergamasca. Strada dritta, doppia striscia nel mezzo. Non si sa molto sulla dinamica. Quel che resta è la morte di un ragazzo del 2007 che sognava di fare il corridore e intanto preparava la maturità.

L'incidente è avvenuto lungo la provinciale 175 nel territorio di Barzana (foto Michele Meraviglia/L'Eco di Bergamo)
L’incidente è avvenuto lungo la provinciale 175 nel territorio di Barzana (foto Michele Meraviglia/L’Eco di Bergamo)
L'incidente è avvenuto lungo la provinciale 175 nel territorio di Barzana (foto Michele Meraviglia/L'Eco di Bergamo)
L’incidente è avvenuto lungo la provinciale 175 nel territorio di Barzana (foto Michele Meraviglia/L’Eco di Bergamo)

La bici spezzata in due e l’auto dell’investitore sono state poste sotto sequestro. Non si sa molto sulla dinamica, si diceva, ma per spezzare a quel modo il telaio della sua bici l’urto deve essere stato violentissimo, la velocità sostenuta. Per Francesco non c’è stato nulla da fare, ma la notizia non è uscita dal ristretto ambito del ciclismo, seguita con grande tempismo dal comunicato della Lega e del presidente Pella. Ma i comunicati non bastano più.

La violenza di Stato

Stando ai dati del Ministero dell’Interno, nel 2025 i femminicidi sono stati 97: uno ogni tre giorni e mezzo. Secondo l’osservatorio ASAPS.IT, i ciclisti uccisi sono stati 222: uno ogni giorno e mezzo. La risposta dei media è semplicemente scandalosa: ai primi viene concessa la necessaria attenzione, i secondi vengono ignorati. Quanto allo Stato, è difficile trovare la parola giusta senza cadere nel turpiloquio: forse disarmante è il termine giusto.

Giusto ieri, per una drammatica ironia della sorte, è capitato di scrivere di sicurezza per bici.STYLE, commentando un’iniziativa nata nel Comune di Tivoli.

«Le trattative estenuanti per riconoscere la distanza del metro e mezzo nel Codice della Strada – abbiamo scritto – sono state pari a quelle altrettanto disarmanti sul consenso nella Legge sulla violenza sessuale. Il primato del maschio che non accetta limitazioni, il primato del motore che non accetta di rallentare. Si parla in entrambi i casi di soggetti deboli, resi tali da una cultura sbagliata e violenta, che il sistema non riesce o non vuole riconoscere come tali».

E' difficile spiegarsi l'indifferenza o l'incapacità della politica di fronte alla mattanza sulle strade
E’ difficile spiegarsi l’indifferenza o l’incapacità della politica di fronte alla mattanza sulle strade
E' difficile spiegarsi l'indifferenza o l'incapacità della politica di fronte alla mattanza sulle strade
E’ difficile spiegarsi l’indifferenza o l’incapacità della politica di fronte alla mattanza sulle strade

La legge esiste già

Mentre tanti si riempiono la bocca della parola sicurezza pensando di mascherare la loro palese inadeguatezza, sulle strade si continua a morire con una regolarità imbarazzante e drammatica: dal primo gennaio, sempre secondo l’osservatorio ASAPS.IT, i ciclisti morti sono stati 15.

Nel 2001, quando il doping dilagava nel ciclismo, il presidente federale Ceruti propose di fermare il gruppo per un mese. Che cosa si dovrebbe fare oggi, davanti alla mattanza dei ciclisti sulle strade? Bisogna arrendersi alla violenza della velocità? Bisogna vietare l’uso della bicicletta? E’ così difficile ottenere il rispetto della legge, fare multe e ritirare patenti? E’ difficile o non interessa? C’è dietro la stessa aberrante logica per cui se una donna ha detto di no in realtà voleva dire di sì?

Nella ZTL di Roma è stato imposto il limite dei 30 all’ora. Siamo ciclisti, sappiamo bene che cosa significhi andare a 30 di media: se trovi una salita oppure ti fermi, la media va giù. Si ha un bel dire che la media nel centro di Roma si aggira fra i 16 e i 20 all’ora, ma vogliamo andare a vedere cosa accade alla partenza dei semafori e fra un ingorgo e l’altro, quando per tenere la media si sfreccia a 90 all’ora su strade piene di auto, motorini, bici e pedoni?

Silvia Piccini fu uccisa nel 2021 a 17 anni. L’automobilista patteggiò la pena (sospesa) di un anno e 4 mesi e perse la patente per 3 anni. Può bastare per chiamarla giustizia?
Silvia Piccini fu uccisa nel 2021 a 17 anni. L’automobilista patteggiò la pena (sospesa) di un anno e 4 mesi e perse la patente per 3 anni. Può bastare per chiamarla giustizia?

Politici senza vergogna

Ancora una volta siamo qui a chiedere di sopravvivere a un allenamento o una semplice passeggiata, atterriti dalla prospettiva che lo smarrimento e l’indignazione per la morte di uno di noi durino per il tempo della sepoltura e poi vengano dimenticati.

Da Silvia Piccini a Francesco Mazzoleni, passando per Matteo Lorenzi e Sara Piffer, Scarponi e Rebellin e nell’impossibilità di ricordarli tutti, riteniamo sia giunto il momento che i signori Ministri e a caduta tutti quelli che si nutrono dei nostri tributi nella catena alimentare dello Stato diano un senso ai loro stipendi. Altrimenti chiedano scusa e tornino a casa: quelli che governano e quelli che si oppongono. Sono tutti uguali e sono ingrassati abbastanza grazie ai nostri soldi e ai nostri morti. L’incompetenza e la superficialità dovrebbero essere bandite da ogni contesto professionale. L’indifferenza uccide più della velocità.

Attilio Viviani, Solution Tech

Solution Tech vivace? Attilio Viviani ci spiega il perché

16.02.2026
5 min
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Una vittoria e già cinque top 10: anche le piccole squadre possono brillare, ritagliarsi spazi e centrare obiettivi concreti. E quest’anno la Solution Tech NIPPO Rali sembra essere partita con il piede giusto. Da fuori, ascoltando le voci del gruppo e leggendo le parole di Matteo Fabbro, l’atmosfera appare più che buona. Sin qui una sola nota stonata: la brutta caduta con conseguente frattura di un braccio per il “capitano”, Valerio Conti al Tour of Sharjah (in apertura foto Solution Tech).

Il perché di questa bella spirale lo abbiamo chiesto ad Attilio Viviani, che ormai può essere considerato uno dei veterani del team. Viviani ha iniziato la stagione in sordina, ma è una scelta voluta. Attilio milita in questa squadra da quattro stagioni. Il rinnovamento fa parte del progetto Solution Tech, che in pochi anni ha cambiato più volte tecnici e una buona percentuale di atleti. E’ dunque Attilio il referente ideale per raccontare questa fase.

Attilio Viviani, Solution Tech
Attilio Viviani (classe 1996) è alla quarta stagione alla Solution Tech
Attilio Viviani, Solution Tech
Attilio Viviani (classe 1996) è alla quarta stagione alla Solution Tech
Prima di entrare nel discorso della squadra, Attilio, dicci un po’ di te: come sta andando questa stagione?

Direi bene. Avevo bisogno di correre al caldo e sono andato al Tour of Sharjah. Venivo da un anno molto difficile: mi ero rotto il perone prima del debutto stagionale. Avevo chiesto di iniziare a correre tardi, poi in virtù di quell’incidente il “tardi” si è trasformato in tardissimo. Morale della favola: sono stato tutto l’anno a rincorrere la condizione. Mi mancava sempre qualcosa. E quando arrivava una buona sensazione che dava speranze, ecco dieci giornate brutte.

E adesso?

Ho lavorato bene quest’inverno. Non ho avuto malanni, se non a dicembre, e infatti ho saltato il ritiro. Ho iniziato a correre senza troppe aspettative, nel senso che non mi sono messo pressioni. Però ho fatto un buon lavoro di qualità sulla forza. Sono un paio di anni che lavoriamo in questa direzione, ma la coperta è corta, come si dice. Se fai palestra è vero che diventi più esplosivo, ma se ne fai troppa rischi di non arrivare neanche a disputare la volata ed è inutile.

Quindi dove possiamo aspettarti?

Ci si adatta. La prima cosa per noi è fare punti. E’ vero che siamo fuori dalla Milano-Sanremo e da altre corse italiane importanti e dispiace tantissimo, ma è anche vero che in quelle gare raccogliamo poco o niente. Bisogna essere realisti. Quando Pogacar apre il gas a 80 chilometri dall’arrivo… Meglio concentrarsi sulle corse di classe 1 e anche 2.

La prima di Fabbro dopo 9 anni. Il nuovo ruolo paga…
Fabbro conquista la quarta tappa del Tour of Sharjah. E’ il primo successo stagionale per la squadra diretta da Serge Parsani
La prima di Fabbro dopo 9 anni. Il nuovo ruolo paga…
Fabbro conquista la quarta tappa del Tour of Sharjah. E’ il primo successo stagionale per la squadra diretta da Serge Parsani
Hai parlato di “noi”, di squadra. Che aria tira in casa Solution Tech NIPPO Rali? Da fuori vi vediamo pimpanti…

Vero, abbiamo creato un bel gruppo. Io e Dusan Rajovic ci siamo trovati bene e abbiamo fiducia reciproca. E’ capitato, soprattutto ora che lui è più in forma, che io sia stato il suo uomo di fiducia per le volate. Per il livello delle corse che facciamo, e per gli obiettivi che abbiamo, poter contare su una sorta di treno è qualcosa di importante. Siamo un bel team di lavoro: anche chi non fa lo sprint si mette a disposizione.

Sei tra quelli che sono qui da più anni. Perché questo cambiamento sembra funzionare? Da cosa dipende?

Credo sia un insieme di fattori. Anche i giovani si sono inseriti bene. La vittoria di Fabbro è stata importante e Rajovic è un corridore solido. Altri arrivano dal WorldTour. Per esempio, al Tour of Sharjah con Rajovic c’è stata grande intesa. Nel giorno in cui ha vinto Fabbro volevamo rendere la corsa dura per lui. Poi, nella bagarre, proprio Rajovic si è inserito nella fuga e questo ci ha permesso di risparmiare energie dietro. Quella mattina eravamo motivati. Io ci credevo tantissimo, me l’ero immaginata proprio così. Per carità, sono corse di livello leggermente inferiore, ma si parte come fosse una tappa del Giro d’Italia. E comunque il livello tecnico ormai è alto ovunque.

Attilio Viviani, Solution Tech
Gazzoli è l’innesto di lusso di questa stagione per la Solution Tech
Attilio Viviani, Solution Tech
Gazzoli è l’innesto di lusso di questa stagione per la Solution Tech
Parli spesso di Rajovic: come nasce questa intesa?

Direi che è stata spontanea. Ne parlavamo anche qualche giorno fa. Forse perché entrambi siamo stati nel WorldTour, dove le direttive sono molto precise: ci sono obiettivi giornalieri e impari a muoverti e a ragionare in un certo modo. L’anno scorso, però, avevamo corso poco insieme.

Come mai?

Per il discorso dei punti. Capisco le necessità della squadra. Per questo dico che avere due atleti come noi nelle corse “.2” non è cosa da poco. Così possiamo anche decidere chi deve fare la volata e chi deve tirarla, in base alla forma, alle caratteristiche del percorso e del finale. In questo ciclismo il gruppo conta tantissimo.

Dal WorldTour è arrivato Michele Gazzoli. Come si è integrato?

Michele l’ho visto pochissimo. Lo conosco ovviamente, ma essendo stato male a dicembre non ero al ritiro. Poi abbiamo iniziato a correre e abbiamo disputato gare diverse. Gazzoli sa di poter fare bene: viene da due stagioni non ottimali, ma è un bravissimo ragazzo e può tornare ai suoi livelli.

Solution Tech-NIPPO-Rali, Rali Bikes
La Solution Tech-NIPPO-Rali ha optato per Rali Bikes, bici della quale i ragazzi sono soddisfatti
Solution Tech-NIPPO-Rali, Rali Bikes
La Solution Tech-NIPPO-Rali ha optato per Rali Bikes, bici della quale i ragazzi sono soddisfatti
E poi c’è Alessandro Spezialetti…

Sì, “Spezia” è arrivato tardi, ma è arrivato. Come me, anche lui è stato alla Bingoal e spesso ci incrociavamo negli aeroporti. Un diesse di spessore come lui ci serve. Il direttore è colui che tiene le redini di tutto, anche in trasferta. Spezialetti ha una mentalità solida e può farci fare un salto di qualità. E poi c’è anche Takehiro Mizutani, che porta avanti il progetto legato al Giappone: un ulteriore valore per il team.

Infine, queste bici Rali: che sensazioni vi stanno dando?

Vanno davvero bene, siamo contenti. Anche la Pardus dell’anno scorso non era male, ma questa pesa 200 grammi in meno. Io credo che le bici si valutino soprattutto in corsa, perché a sensazione sono tutte belle. Ma quando sei a ruota in gruppo e a 50 all’ora non devi spingere, allora significa che la bici scorre bene. E anche questo contribuisce al morale.

Paolo Bettini Frecce Tricolori

Paolo Bettini, un giorno sulle Frecce Tricolori

15.02.2026
5 min
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Dalla bici alla Freccia. A fine gennaio Paolo Bettini è stato ospite della Pattuglia Acrobatica Nazionale, nota al mondo come Frecce Tricolori. Lui, da sempre appassionato di volo e con brevetto da pilota, ha condiviso per un giorno la routine dei “Pony” (il nome in codice dei piloti delle Frecce) nella base di Rivolto, in Friuli Venezia Giulia. 

Un’esperienza nata da lontano e che ha molto più in comune con il ciclismo di quanto non si potrebbe pensare, come abbiamo scoperto quando l’abbiamo contattato per farci raccontare di questa sua esperienza. 

Paolo Bettini Frecce Tricolori
Bettini ha vissuto una giornata da vero e proprio pilota delle Frecce Tricolori, divisa compresa (foto ATCommunication)
Paolo Bettini Frecce Tricolori
Bettini ha vissuto una giornata da vero e proprio pilota delle Frecce Tricolori, divisa compresa (foto ATCommunication)
Paolo, com’è nata questa opportunità?

Da lontano, una cosa del genere non si improvvisa. La collaborazione tra me e l’aeronautica è nata anni fa, ci siamo incrociati per la prima volta nel 2006 dopo la mia vittoria al mondiale. In quell’occasione mi hanno invitato a passare una giornata con loro all’aeroporto di Grosseto, ospite del IX Gruppo Caccia, inquadrato nel 4° Stormo. Lì ho scoperto che molti piloti sono appassionati di ciclismo e che usano la bici come parte della preparazione atletica. Poi nel 2008, a fine carriera, mi hanno invitato nella base di Pratica di Mare a volare su un caccia particolare. Quell’anno ho smesso di correre e ho fatto il brevetto di volo, iniziando a capire meglio quel mondo.

Insomma il vostro è un rapporto davvero molto consolidato.

Che durante i miei anni da CT si è ulteriormente concretizzato. Dal 2010 al 2013 abbiamo collaborato molto, ho chiamato gli ufficiali dell’aeronautica per diversi incontri di formazione con i ragazzi nelle scuole. Poi sono stati loro a chiamare me per portare la mia esperienza agli ufficiali e ai piloti. Sono stato in una base in Puglia e a due incontri a Firenze, dove ho parlato ai nuovi comandanti di base.

Paolo Bettini Frecce Tricolori
La collaborazione tra il campione del mondo e l’Aereonautica Militare è iniziata ormai vent’anni fa (foto ATCommunication)
Paolo Bettini Frecce Tricolori
La collaborazione tra il campione del mondo e l’Aereonautica Militare è iniziata ormai vent’anni fa (foto ATCommunication)
Cosa gli hai raccontato in quell’occasione?

Gli ho parlato del mio percorso, in cui prima sono stato atleta e poi commissario tecnico. E’ molto simile al loro, perché prima erano stati semplici piloti e poi erano stati chiamati a comandare una base, un gruppo, una squadra.

Quindi come sei arrivato a salire sulle Frecce Tricolori?

La Rai sta producendo un documentario sulla mia vita, in cui naturalmente si raccontano la mia carriera, le mie vittorie, ma anche la passione del volo. Abbiamo chiesto all’Aeronautica Militare le immagini del mio volo del 2008 a Pratica di Mare, loro hanno ritenuto fossero vecchie e ci hanno proposto di farne di nuove. Da qui è nata l’idea di andare a girare con la PAN, la Pattuglia Acrobatica Nazionale.

Dev’essere stata una bella emozione anche per uno scafato con te… 

Assolutamente sì. Sono stato ospite nella base di Rivolto, in provincia di Udine, dove ho potuto vivere una giornata di lavoro assieme a loro. Capisci subito cosa vuol dire essere ai massimi livelli, fin dalle più piccole cose. Per esempio dal primo caffè della mattina, in cui i piloti si guardano negli occhi. Quello che per noi può essere un momento banale, per loro è molto importante, perché anche in quel modo si costruisce la fiducia, un componente fondamentale per volare come volano le Frecce.

Paolo Bettini Frecce Tricolori
Bettini ha il brevetto da pilota, ma in quest’esperienza con le Frecce Tricolori ha capito cosa sia l’eccellenza nel volo (foto ATCommunication)
Paolo Bettini Frecce Tricolori
Bettini ha il brevetto da pilota, ma in quest’esperienza con le Frecce Tricolori ha capito cosa sia l’eccellenza nel volo (foto ATCommunication)
Dopo il caffè come è proceduta la giornata?

Poi c’è stato il briefing, che fanno ogni mattina. Lì capisci davvero cos’è l’Aeronautica. Viene condiviso ogni dettaglio, dai bollettini meteo, al check della parte aerea, meccanica e molte altre informazioni. Ti accorgi che è davvero un lavoro di squadra e qui c’è una grande similitudine con il ciclismo. Sono un gruppo di persone che si fidano ciecamente le une delle altre. Come io mi fidavo del mio meccanico Fausto Oppici, ci parlavo ogni mattina per le questioni tecniche, ma anche per includerlo, fargli sentire che era un tassello importante.

Insomma il volo in sé, come la gara nel ciclismo, è solo la punta dell’iceberg.

Infatti, dietro 35 minuti di volo quotidiano delle Frecce Tricolori, c’è tutto un lavoro costante fatto di massima professionalità ed umiltà. Ciascuno si occupa del proprio compito, ma ogni supporto è fondamentale. Non ci sono solo i 10 piloti, che sono un po’ le star, ma alle loro spalle c’è tutto un comparto che comprende oltre 100 persone super qualificate. 

Il volo com’è stato?

La parte più emozionante naturalmente, ho capito che significa volare a quei livello. Io volo in Italia, faccio i miei giri, mi godo i panorami. Loro invece lo fanno ad un livello di performance altissima, con una precisione incredibile. Sono a 2-3 metri di distanza l’uno dell’altro e si muovono con tecniche avanzatissime, per rendere possibile quello spettacolo che si vede dal basso. Loro sono davvero la massima espressione del volo.

Paolo Bettini Frecce Tricolori
Il volo delle Frecce in formazione sopra i cieli di Rivolto, il momento più emozionante della giornata (foto ATCommunication)
Paolo Bettini Frecce Tricolori
Il volo delle Frecce in formazione sopra i cieli di Rivolto, il momento più emozionante della giornata (foto ATCommunication)
La cosa che ti ha colpito di più?

Nella formazione normale, quella da nove aerei, è solo il capo pattuglia che guarda i comandi e gli strumenti, gli altri otto seguono quello che fa lui. E’ una continua manovra a vista con margini di errori tendenti a 0, il tutto fatto a 500 chilometri all’ora. Qualcosa di incredibile. E qui torna la fiducia di cui parlavo prima, che si costruisce in ogni momento di ogni giorno.

Quindi un modo di volare molto diverso da quello a cui sei abituato.

Col mio aereo vado a 200 all’ora. E quando nelle belle giornate iniziamo a trovare un po’ di traffico e vediamo altri aerei a 5-600 metri inizi già a sudare freddo. Loro sono a due metri l’uno dall’altro e a più del doppio della velocità. Non a caso si arriva a pilotare le Frecce solo alla fine di un lungo processo. E non a caso è qualcosa che tutto il mondo ci invidia, perché l’Italia è l’unico paese che può schierare 10 aerei in formazione, non ci riesce nessun altro. E oggi posso dire che anch’io sono stato Pony per un giorno.

UAE Tour 2026, Elisa Longo Borghini, salita di Jebel Hafeet

Jebel Hafeet, viaggio a ritroso nei 3 successi della Longo

15.02.2026
6 min
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Tre partecipazioni e tre vittorie: tappa e maglia, sempre sulla stessa salita. Non c’è niente di più diverso di Elisa Longo Borghini e la montagna brulla di Jebel Hafeet, eppure la piemontese è diventata la regina di questo simbolo del UAE Tour. L’ha conquistata nel 2023 in maglia Trek-Segafredo, si è ripetuta nel 2025 al primo anno nel UAE Team Adq e ha completato il tris l’8 febbraio.

Dai mille metri della vetta, dove sono stati costruiti un hotel e un osservatorio, lo sguardo spazia verso il deserto da una parte e il golfo dall’altra. Jebel Hafeet è come un osso conficcato nella terra, lungo circa 26 chilometri e largo 4-5. La strada a tre corsie, costruita nel 1980, arriva sulla cima in poco meno di 12 chilometri con pendenza media dell’8 per cento. Ma non ci sono alberi né tifosi, una sorta di Ventoux estremo, difficile persino da descrivere.

«La primissima volta che l’ho fatta – racconta Elisa dal Teide, su cui sta preparando le classiche di primavera – Jebel Hafeet mi ha colpito per il suo senso di solitudine. E’ una salita che sa di nostalgia, perché sei veramente in mezzo al niente, con il paesaggio brullo e tutto questo cemento attorno. E’ un po’ particolare, quasi lunare. Mi è subito sembrata una salita fuori dal mondo. Non c’è nessuno. Il paesaggio è tutto uguale, con un sole un po’ pallido che ti batte addosso e il grande caldo. E’ tutto molto strano».

2023: con Realini fino alla cima

La prima volta fu l’11 febbraio 2023 con la maglia bianca e celeste della Trek-Segafredo. Con lei si ritrovò a scalare Jebel Hafeet la giovane Gaia Realini, alla prima corsa nel team americano dopo le due stagione a metà fra strada e cross con la Isolmant di Fidanza.

«Facemmo una doppietta – sorride Elisa – prima e seconda. La cosa che ho notato è che ogni volta che lassù ha vinto un’italiana, ha fatto seconda un’altra italiana. Realini la prima volta, Silvia Persico lo scorso anno e Monica Trica Colonel quest’anno. Gaia era nuova, però si era fatta subito conoscere per il suo dialetto e i modi di dire un po’ particolari. Tagliare il traguardo con una compagna fu emozionante, anche se ricordo che nel finale scoppiai a ridere. Lei infatti a un certo punto disse in dialetto pescarese che le veniva da piangere per l’emozione. Qualcosa di simile a «Me viè da chiagne!». Le uscì in modo così genuino, che a me invece venne da ridere.

«Sulla cima non c’erano tifosi. Trovammo una serie di persone con l’abito bianco, non saprei dargli una qualifica. C’erano tutti quelli dell’Abu Dhabi Sport Council, le persone che si adoperano nell’organizzazione della corsa e i vari sponsor che vengono a stringerti la mano. Venne a congratularsi anche Matar, il presidente del team maschile (Matar Suhail Al Yabhouni Aa Dhaheri, ndr), che però ai tempi non conoscevo. Capii solo che fosse una persona importante, ma nulla di più».

Silvia Persico. Elisa Longo Borghini, traguardo di Jebel Hafeet al UAE Tour del 2025
8 febbraio 2025, Longo Borghini prima a Jebel Hafeet e seconda la nuova compagna Silvia Persico
Silvia Persico. Elisa Longo Borghini, traguardo di Jebel Hafeet al UAE Tour del 2025
8 febbraio 2025, Longo Borghini prima a Jebel Hafeet e seconda la nuova compagna Silvia Persico

2025: la richiesta di vincere

Poi quel mondo divenne anche il suo e il UAE Tour smise di essere una gara come le altre. Finito il rapporto con la Lidl-Trek, Elisa approdò al UAE Team Adq e di colpo quella corsa e quella salita cambiarono considerazione. La seconda volta a Jebel Hafeet fu l’8 febbraio del 2025.

«La pressione è cambiata subito – racconta – il UAE Tour è la corsa di casa. Mi è stato ribadito che per gli sponsor e per la squadra in sé, è come il Tour de France. L’anno scorso mi è stato chiesto in maniera esplicita di vincerlo, quindi anche l’approccio alla corsa è stato diverso. Non posso dire che sia stato stressante, però ero molto più concentrata sull’obiettivo. E anche la preparazione è cambiata, con molta più attenzione a ogni particolare. Non mi era mai capitato che mi venisse chiesto di vincere una corsa, però portiamo sulla maglia il nome della nazione ed è normale che correndo in casa volessero fare buonissima figura.

«Così ci siamo preparati per arrivare al 100 per cento – ricorda Elisa – perché ero appena arrivata in squadra e volevo farmi trovare pronta. Abbiamo accelerato un po’ i tempi e con il senno di poi mi viene da dire che la pagai ammalandomi prima delle Ardenne, però quella era una priorità e per questo arrivai giù che volavo. Stavo più che bene, a Jebel Hafeet mi bastò uno scatto e andai all’arrivo. Non dico che sia stato semplice, però arrivando in piena condizione, sai come stai e quando vuoi attaccare. Quando ho firmato, sapevano benissimo che avrebbero comprato una leader e proprio per questo motivo mi hanno chiesto di vincere».

2026: la nuova padrona di casa

Che sia stata di buon auspicio o il segnale di una solidità da prima della classe, la seconda vittoria di Jebel Hafeet del 2025 lanciò la volata lunga verso la seconda conquista del Giro d’Italia, davanti alla quale l’esultanza dei capi esplose in modo definitivo, facendo di lei la nuova padrona di casa.

«Di fatto quest’anno l’approccio è stato più morbido – ragiona Longo Borghini – nel senso che a ottobre abbiamo parlato con la squadra e mi hanno detto di fare tranquillamente la mia preparazione e di arrivare bene agli appuntamenti che contano. Hanno detto che avrebbero avuto piacere che tornassi in UAE anche all’80 per cento, perché sarebbe bastato per fare comunque qualcosa di buono.

«Così ho fatto una preparazione molto più tranquilla. Nell’inverno ho fatto tantissima base e ho fatto i primi lavori in soglia solo sul Teide a gennaio e anche per questo vincere a Jebel Hafeet quest’anno è stato un pochino più duro. Stavo bene e c’era una concorrenza superiore, ma il risultato è arrivato ugualmente. Ormai conosco la salita molto bene, perché con la squadra l’avremo fatta almeno dieci volte. So quali sono le curve più pendenti, ma resta quel senso di nostalgia, più che di desolazione. Sembra veramente di salire verso la luna in mezzo al niente. E’ diverso anche dal Teide, che pure nel finale è parecchio brullo, perché scalando Jebel Hafeet ti senti davvero in un posto lontano».