Il bronzo europeo del team sprint, per Quaranta è il primo passo

Quaranta: «Si riparte dal bronzo europeo del team sprint»

15.02.2026
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Neanche il tempo di assaporare la straordinaria prestazione del terzetto della velocità a squadre agli europei, che Ivan Quaranta e i suoi ragazzi sono tornati a lavorare a Montichiari, perché la stagione è appena cominciata. Ma quel bronzo ha un peso specifico enorme, soprattutto considerando le speranze che sul settore sono da tempo riposte in previsione di Los Angeles 2028, dove nelle prospettive, nei sogni si vuole andare portando con sé un nutrito carico di speranze.

Da sinistra Bianchi, Predomo e Minuta, capaci di portare l'Italia sul podio col record italiano di 42"285
Da sinistra Bianchi, Minuta e Predomo: il terzetto di Quaranta sul podio europeo col record italiano di 42″285
Da sinistra Bianchi, Predomo e Minuta, capaci di portare l'Italia sul podio col record italiano di 42"285
Da sinistra Bianchi, Minuta e Predomo: il terzetto di Quaranta sul podio europeo col record italiano di 42″285

Quaranta che sta rivitalizzando un settore dal grande passato, ma che era caduto in disgrazia, è sempre restio a celebrare i risultati dei suoi ragazzi, guardando sempre al gradino successivo, ma questa volta non è stato solo il tempo a dare un messaggio, ma anche il responso della classifica.

«Che cosa ho pensato vedendo che la medaglia era cosa fatta? Che ci stiamo avvicinando sempre di più. Io non ho guardato i tempi – dice Quaranta – perché quella di Konya è una pista magica che dà riscontri che poi non ritroverai negli altri velodromi. Quel che contava era la differenza con gli altri: siamo finiti a poco più di tre decimi dall’Inghilterra, l’Olanda è finita dietro, insomma stiamo avvicinandoci al vertice».

Come si sono adattati i ragazzi alla pista?

Noi solitamente andiamo tre giorni prima per provarla, facciamo un sopralluogo per verificare le pendenze e l’ampiezza della curva. I ragazzi si sono trovati abbastanza bene, anche se inizialmente essendo levigata aveva una resina che sembrava più scivolosa, quindi siamo saliti con un attimo di timore, invece poi si è rivelata una pista veloce e performante. Percorrendo l’anello vicino alla balaustra, c’è più discesa rispetto alle altre piste.

Stefano Minuta si è confermato l'emento di lancio ideale per il team, approdando poi agli ottavi dello sprint
Minuta, qui con Quaranta, si è confermato l’elemento di lancio ideale per il team
Stefano Minuta si è confermato l'emento di lancio ideale per il team, approdando poi agli ottavi dello sprint

Minuta, qui con Quaranta, si è confermato l’elemento di lancio ideale per il team
Nell’andamento dei tre giri dove si può migliorare?

Noi avevamo scelto una sequenza con Minuta, Bianchi, Predomo che secondo me non è ancora la formazione ideale – ammette Quaranta – ma ho valutato la condizione dei ragazzi. Il precedente record l’avevamo fatto invertendo Bianchi e Predomo. Minuta è ideale per partire con un tempo da 17”, quando poi hai uno che fa 12”4 puoi proiettarti molto più in avanti. Il terzo, che sarebbe stato Bianchi o Del Medico che era riserva, per ora soffre ancora un po’ l’accelerazione di Predomo in seconda e quindi sono obbligato a metterlo in terza.

Devi quindi ancora trovare lo schieramento ideale?

Ci stiamo lavorando, perché con i primi due siamo già quasi da medaglia. D’estate proveremo Del Medico agli europei under 23 e non dimentichiamo che ci sono i ragazzi più giovani, c’è Melotto, c’è Quaglio, c’è Ghirelli. Il terzo all’altezza salterà fuori, si tratta anche di trovare i raccordi giusti con i rapporti tra primo, secondo e terzo. Serve tempo e servono prove, prove, prove…

La grande sorpresa di Konya, la sconfitta in finale dell'iridato Lavreysen contro il britannico Richardson
La grande sorpresa di Konya, conferma Quaranta, è la sconfitta in finale dell’iridato Lavreysen contro il britannico Richardson
La grande sorpresa di Konya, la sconfitta in finale dell'iridato Lavreysen contro il britannico Richardson
La grande sorpresa di Konya, conferma Quaranta, è la sconfitta in finale dell’iridato Lavreysen contro il britannico Richardson
Ti aspettavi la debacle dell’Olanda?

Quando torniamo facciamo dei briefing di raffronto – spiega Quaranta – ci ritroviamo e cerchiamo di fare un esame di tutto quello che è successo, dove si può migliorare. Si parlava proprio dell’Olanda, a Konya si sono presentati con due campioni olimpici e un ragazzo giovane che comunque nelle categorie ha ben figurato, eppure hanno fatto settimi. Questo fa capire quanto è alto il livello nello sprint.

Nella prova a squadre ormai abbiamo raggiunto un certo livello, perché c’è tanto divario invece con quelle individuali olimpiche?

Predomo ha fatto un buon tempo nei 200 metri lanciati, cosa che comunque si percepiva da tempo. Io sapevo che aveva nelle gambe un buon tempo, ha fatto il quinto con il record italiano, ma non è tanto il tempo che ha fatto registrare, quanto il fatto che si è lasciato dietro gente che gli arrivava sempre davanti. Quello già è un segnale che fa capire che anche nella velocità stiamo migliorando.

Matteo Bianchi nel chilometro da fermo dove ha chiuso ai piedi del podio
Matteo Bianchi nel chilometro da fermo dove ha chiuso ai piedi del podio
Matteo Bianchi nel chilometro da fermo dove ha chiuso ai piedi del podio
Matteo Bianchi nel chilometro da fermo dove ha chiuso ai piedi del podio
E nel keirin?

Non mi piace fare riferimento alla sfortuna, però ci sono state delle situazioni di gara che ci hanno svantaggiato. Moro con Lavreysennon aveva grandi chance e nel repechage è stato un po’ danneggiato dal norvegese, ma i giudici hanno chiuso un occhio. Predomo curava l’olandese, gli è partito il bulgaro e ha perso così. Non è la nostra disciplina per ora, ma non dimentichiamoci che comunque Predomo ha fatto quarto il primo anno, Moro ha fatto terzo due anni fa. Ci stiamo lavorando, d’altronde su 4 avevamo un solo elite e questo significa molto.

Sei più ottimista per il futuro?

Stiamo avendo una bella crescita naturale, fisiologica, senza troppe pressioni, senza bruciare le tappe- sottolinea Quaranta – c’è da lavorare soprattutto sulla strategia e quindi sul saper pensare in corsa, sulla velocità di pensiero. Un conto è essere tra gli under 23, un altro fra gli elite dove si viaggia molto più veloci e devi essere rapido nel decidere. E’ difficile anche pensare di infilarti tra un uomo e un altro, cosa che ti viene molto più facile se vai leggermente più piano, come nei campionati di categoria, ma verrà anche quello.

Per Mattia Predomo nuovo recor sui 200 lanciati in 9"443, chiudendo le qualificazioni al 5° posto
Per Mattia Predomo nuovo record sui 200 lanciati in 9″443, chiudendo le qualificazioni al 5° posto
Per Mattia Predomo nuovo recor sui 200 lanciati in 9"443, chiudendo le qualificazioni al 5° posto
Per Mattia Predomo nuovo record sui 200 lanciati in 9″443, chiudendo le qualificazioni al 5° posto
Come ti gestirai ora per la Coppa del mondo?

In Australia visti i costi porterò solo Minuta e Moro per far fare loro le gare individuali, così con il team avremo due mesi per allenarci in vista di Hong Kong e Malaysia. Lì farò degli esperimenti, perché con il bronzo europeo siamo qualificati per i mondiali. Proverò Del Medico, proverò Napolitano, farò un po’ di mix, anche perché a ottobre inizierà la qualificazione olimpica e bisognerà avere le idee chiare

Classica Camp Morvedre, Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort

Buratti: «Alla MBH Bank-Csb sono tornato a correre per vincere»

14.02.2026
5 min
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BUDAPEST (Ungheria) – Era il mese di aprile 2023 quando Nicolò Buratti, dopo un inizio di stagione ad alti livelli con il Cycling Team Friuli, passò direttamente nel WorldTour a causa dell’inatteso ritiro di Haussler per motivi di salute. In quei primi mesi il corridore di Udine aveva messo insieme tre podi in cinque gare nella categoria under 23. Tanto gli bastò per far scattare nella testa della Bahrain Victorious, che già aveva notato il suo potenziale, l’idea di farlo entrare nel professionismo. 

Così Nicolò Buratti si ritrovò, nel giro di una settimana, dal correre al Trofeo Piva all’essere in testa al gruppo alla Freccia del Brabante. Da lì una stagione fatta di esperienze nuove e qualche buon colpo di pedale, in particolare alla CroRace. 

Nicolò Buratti, Bahrain Vicotorious, Vuelta 2025
Buratti ha terminato la sua esperienza con la Bahrain Victorious nel 2025, dopo tre stagioni
Buratti ha terminato la sua esperienza con la Bahrain Victorious nel 2025, dopo tre stagioni

Diventare corridore

Le stagioni sono passate e Buratti nel WorldTour ci è rimasto fino alla fine del 2025, quando la Bahrain Victorious ha deciso di non credere più nel suo talento. Si sono aperte così le porte della MBH Bank-Csb-Telecom Fort, diventata professional, che ha accolto il classe 2001 dandogli fiducia e un ruolo importante nel progetto che sta nascendo. 

«In questi due anni e mezzo di WorldTour – racconta Buratti – ho sicuramente fatto una bellissima esperienza, ho acquisito un bagaglio tecnico importante tra gare, preparazione e vita da corridore. Ora con la MBH Bank-Csb riparto da questo, sono in una formazione giovane dove avrò le mie occasioni e i miei spazi per cercare di fare più risultati».

Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)
Buratti è ripartito dalla MBH Bank-Csb che in lui ha visto un profilo nel quale credere (foto Think Bold)
Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)
Buratti è ripartito dalla MBH Bank-Csb che in lui ha visto un profilo nel quale credere (foto Think Bold)
Ripensando al tuo percorso nel WorldTour, come lo giudichi?

Con il senno di poi, a distanza di tre anni, direi che è stato abbastanza particolare. Forse tutto troppo. Non dico che non lo rifarei, però se fosse stato gestito in maniera più graduale magari sarebbe stato meglio. O comunque lo avrei preferito. 

Quali sono le cose che dopo tre stagioni ti porti via dal WorldTour?

Ma semplicemente chiamiamolo il “lifestyle”.  Ho imparato a muovermi ed essere un professionista, in termini di allenamenti, nutrizione, so gestire tanti aspetti della vita da corridore. Anche in cose pratiche  della vita ho imparato tanto: girare gli aeroporti, la lingua. Insomma so come funziona il mondo del ciclismo. 

Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, La Marseillaise 2026
L’inizio di stagione ha portato un quarto posto al GP La Marseillaise
Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, La Marseillaise 2026
L’inizio di stagione ha portato un quarto posto al GP La Marseillaise
Cosa può portare un corridore come te in gruppo e un progetto così giovane?

Diciamo che c’è quasi un effetto contrario. In una squadra WorldTour arrivi che sei il più giovane e hai l’80 per cento delle persone, all’interno del team, che sono più “navigate”. Adesso a 24 anni, sono io uno dei più esperti, ma non che sia vecchio (dice con una risata, ndr). I giovani sono preparati su tutto, non c’è da insegnare nulla di nuovo, però posso sicuramente essere un riferimento in gara o in momenti particolari anche fuori dalle corse. Probabilmente servirà più un supporto umano che tecnico.

C’è qualcosa, sotto questo aspetto,  che hai visto in questi primi mesi?

E’ importante trasmettere calma, dire: «Vai tranquillo, c’è tempo». Il mondo del professionismo è difficile, il livello è alto e più andremo avanti e maggiore sarà l’impegno richiesto. Servono pazienza e la consapevolezza di dover fare tutto pian piano, gradino dopo gradino. 

Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)
Nicolò Buratti sarà uno dei corridori sul quale la MBH Bank-Csb punterà per cercare di raccogliere punti ed entrare tra le prime 30 squadre del ranking UCI (foto Think Bold)
Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)
Nicolò Buratti sarà uno dei corridori sul quale la MBH Bank-Csb punterà per cercare di raccogliere punti ed entrare tra le prime 30 squadre del ranking UCI (foto Think Bold)
Parliamo di te, quali sono i tuoi obiettivi?

Sono venuto alla MBH Bank-Csb-Telecom Fort per avere più spazio e maggiori ambizioni personali in termini di risultati. E’ quello che mi stanno dando ed è quello che cercherò di fare per tutta la stagione, la cosa inizia ad essere gratificante e va a braccetto anche l’obiettivo del team in termini di punti (ovvero cercare di entrare nelle prime 30 del ranking UCI, ndr). 

Ripensando al tuo percorso credi che un passaggio intermedio, come un team professional, potesse essere utile?

Posso dire di sì e allo stesso tempo di no. Dipende da che squadra trovi dall’altra parte e dal calendario che ti propongono. Quando sono passato con la Bahrain il calendario era davvero importante e impegnativo, composto solamente da corse di categoria WorldTour o quasi. Forse sono entrato in qualcosa di troppo grande per il corridore che ero. Credo che una squadra professional, come la MBH Bank-Csb, sia l’approccio migliore al professionismo. 

Samuele Zoccarato, Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, La Marseillaise 2026
Buratti, qui insieme a Zoccarato, metteranno a disposizione della MBH Bank-Csb e dei giovani l’esperienza maturata negli anni di professionismo
Samuele Zoccarato, Nicolò Buratti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, La Marseillaise 2026
Buratti, qui insieme a Zoccarato, metteranno a disposizione della MBH Bank-Csb e dei giovani l’esperienza maturata negli anni di professionismo
Perché?

Si parte dal basso, con l’obiettivo di salire. Se uno di questi ragazzi poi dimostra di avere le capacità ha modo di progredire ed entrare nel WorldTour come corridore più strutturato. Qui siamo in uno step intermedio fondamentale.

Che effetto fa tornare a correre per vincere?

E’ bello, e devo dire che mi era mancato parecchio in questi anni.

Presentazione Barcellona casco Giro Eclipse Pro, 2026, galleria del vento

Eclipse Pro: dopo la presentazione, i segreti del design

14.02.2026
7 min
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BARCELLONA (Spagna) – In occasione della presentazione del nuovo casco di punta del brand americano, abbiamo avuto la possibilità di dare uno sguardo approfondito sulle fasi che hanno portato allo sviluppo del nuovo Eclipse Pro. E abbiamo scambiato alcune parole con le menti che hanno portato alla produzione degli ultimi prodotti di casa Giro.

Il brand americano di proprietà del gruppo Revelyst, di cui fanno parte anche marchi storici come Fox, Bell e Camelbak, è in fase di ristrutturazione organizzativa. Allo studio di design ancora situato ad Irvine in California, dove è stata fondata nel 1985, si affianca sempre più prepotente una visione Euro-centrica per quanto riguarda lo sviluppo dei prodotti dedicati al ciclismo

Matteo Federici a colloqui con Ash Lewin: siamo entrati nel vivo della progettazione di Eclipse Pro
Matteo Federici a colloquio con Ash Lewin: siamo entrati nel vivo della progettazione di Eclipse Pro
Matteo Federici a colloqui con Ash Lewin: siamo entrati nel vivo della progettazione di Eclipse Pro
Matteo Federici a colloquio con Ash Lewin: siamo entrati nel vivo della progettazione di Eclipse Pro

L’Europa al centro e 22 vittorie

La maggior parte dei clienti del marchio per le due ruote sono europei, le differenti condizioni ambientali rispetto alla stabile California aiutano a sviluppare prodotti più completi. E soprattutto la presenza delle squadre permette di iterare lo sviluppo dei prodotti a ritmo serrato sul suolo europeo.

Proprio questo stretto sviluppo con i team in Europa fa sì che per questo Eclipse Pro non si tratti di una anteprima assoluta. I più attenti alle competizioni hanno già avuto modo di vederlo in azione a partire dallo scorso Tour de France. Da orgogliosi papà, i progettisti di Giro ci indicano in 22 il numero delle vittorie portate a casa dal nuovo nato in mezzo anno di vita.

Le miniature e i test in CFD

Il ciclo di sviluppo nasce normalmente dalla definizione della forma generale esterna del casco. Nel caso dell’Eclipse Pro la prima decisione è stata se sviluppare una forma allungata o mantenere una coda corta: due esempi opposti potrebbero essere lo Specialized Evade o lo Scott Cadence. Questa forma grezza viene fisicamente intagliata in un mock-up in XPS espanso e su questa vengono disegnate le prime iterazioni delle prese d’aria, definendo così l’estetica generale.

Ridotto il numero sulla base dei design che risultano più piacevoli alla vista, si passa a realizzare delle versioni in miniatura del casco con la stampa additiva. Si ha così un riscontro sulle effettive proporzioni e contemporaneamente vengono effettuati i primi test in CFD (fluidodinamica computazionale). Tramite le simulazioni di flusso al computer, questa permette di distinguere i design più promettenti da quelli che non funzionano, ridisegnando le prese d’aria o le curve del casco per ottenere le prestazioni volute prima di passare alla produzione prototipale.

Dai manichini agli atleti

Un’altra grossa parte dello sviluppo si pone quindi durante le sessioni in galleria del vento. I prototipi vengono esposti alla prima prova della verità, sia su manichini sia in seconda battuta sugli atleti, per verificare in maniera comparativa il funzionamento al variare degli angoli di incidenza, la posizione del ciclista e l’angolazione della testa.

L’ultimo step è la produzione di una versione praticamente definitiva e il passaggio dei test di sicurezza e resistenza, andando a intersecare il design definito con la scelta dei giusti materiali per ottenere le prestazioni strutturali richieste. Conclusa questa fase si torna sulla testa degli atleti sui campi di gara, per affinare gli ultimi dettagli e dimostrare l’eventuale bontà del progetto.

MIPS, prezioso e difficile da gestire

Parlando con Ash Lewin, senior industrial designer a capo dello sviluppo dell’Eclipse Pro, abbiamo capito anche quanto sia complicato effettuare certe scelte e soprattutto sfruttare correttamente gli strumenti a disposizione.

«Con Eclipse Pro – ha spiegato – abbiamo cercato di bilanciare il design più aerodinamico mai sviluppato da Giro (ad esclusione dei caschi da TT) senza perdere di vista la funzionalità in ogni condizione. E’ un’operazione molto complicata in cui ogni elemento si ripercuote su altre caratteristiche di design, necessitando tante interazioni e a volte anche dei passi indietro.

«Un elemento che ha complicato molto lo sviluppo – ha spiegato ancora – è stato infatti il sistema Spherical Mips, che non abbiamo mai messo in discussione, ma che ha avuto un grosso impatto nel riuscire a definire la gestione dei flussi d’aria all’interno del casco. Questi sono fondamentali per il confort termico dell’atleta, ma hanno anche un effetto importante sull’efficienza aerodinamica del casco. Al punto, che arrivati in galleria del vento, ci siamo resi conto che alcune analisi al CFD non davano i risultati richiesti. Infatti non era stata correttamente considerata la forma degli elastomeri che legano le due calotte. Questo ci ha obbligato a rivedere parte del progetto e reiterare alcune forme».

Il ciclo di sviluppo nasce dalla definizione della forma generale esterna del casco
Il ciclo di sviluppo nasce dalla definizione della forma generale esterna del casco
Il ciclo di sviluppo nasce dalla definizione della forma generale esterna del casco
Il ciclo di sviluppo nasce dalla definizione della forma generale esterna del casco

Un foglio completamente bianco

,Nonostante a parole possa sembrare un’evoluzione del precedente Eclipse Spherical, il nuovo casco presenta un design decisamente differente. Abbiamo chiesto sempre ad Ash se si tratti di un progetto evolutivo o di rottura.

«Per il nuovo Eclipse Pro – ha risposto – siamo partiti da un foglio completamente bianco, come spesso accade per molti progetti di Giro. Se vuoi fare un salto in avanti devi approcciare il problema con “ingenuità” e credere nella tua visione. Abbiamo fatto lo stesso nel caso del nostro casco Aerohead, che è stato un vero design di rottura ma anche un progetto molto ben riuscito.

«Ciò non significa che non prendiamo esempio dalle soluzioni o esperienze del passato. Sempre per rimanere sul nostro casco da crono, col nuovo Eclipse potevamo scalare lo stesso design per avvicinarlo ad un uso stradale. Tuttavia sappiamo bene che l’Areohead è un casco che funziona molto bene con una determinata posizione. Le complessità delle situazioni di una gara in gruppo, su una salita o durante uno sprint, sono invece troppo variabili per rendere efficace un design cosi radicale».

Se le code lunghe sono spesso un freno quando l'atleta muove la testa, la coda tronca di Eclipse Pro ha dato i risultati desiderati
Se le code lunghe sono spesso un freno quando l’atleta muove la testa, la coda tronca di Eclipse Pro ha dato i risultati desiderati
Se le code lunghe sono spesso un freno quando l'atleta muove la testa, la coda tronca di Eclipse Pro ha dato i risultati desiderati
Se le code lunghe sono spesso un freno quando l’atleta muove la testa, la coda tronca di Eclipse Pro ha dato i risultati desiderati

Le soluzioni che non funzionano

L’obiettivo in definitiva è stato allargare più possibile la finestra di utilizzo per un casco che ha nell’efficienza aero il primo traguardo da raggiungere.

«Esatto – ha confermato Ash Lewin – abbiamo passato molto tempo a studiare le posizioni dei vari atleti con cui collaboriamo, il team Visma e la nostra squadra di R&D. Non solo in condizioni statiche o nella miglior posizione in galleria del vento, ma anche durante una fuga, sullo sprint per un traguardo, nelle fasi di una discesa. Tutto per ottenere quante più informazioni possibili, tutte le decisioni di sviluppo dovevano sempre essere “data driven”.

«Due esempi su tutti, la coda tronca e il canale centrale. Ci siamo accorti che molti design, che si comportano bene in galleria del vento nella posizione ideale, peggiorano sensibilmente appena la testa si trova in una posizione differente. Spesso le code lunghe diventano un freno appena si abbassa lo sguardo o c’è vento laterale. Oppure alcune prese d’aria non funzionano più, perché necessitano di punti di alta pressione che si spostano ruotando il capo.

«Abbiamo scoperto che il canale ribassato lavora bene in moltissime situazioni, mantenendo una depressione che fa lavorare il foro frontale ad estrazione come una presa d’aria naca (cioè che genera una bassa resistenza aerodinamica, ndr). Lo spoiler in fondo poi raccorda i flussi per evitare le turbolenze e accelerare l’estrazione posteriore. Dalla funzione ne è uscito uno dei tratti più distintivi dell’estetica del nuovo casco».

Dalla prova sul campo possiamo affermare che gli obiettivi di design sembrano essere stati raggiunti, sulle prestazioni i risultati parlano da soli. Davanti al ciclo di vita del nuovo Eclipse Pro rimangono ora solo la prova del tempo e l’eventuale successo del pubblico.

Giro

Giro è distribuito in Italia dalla commerciale Bonin

Campionati del mondo ciclocross 2026, Hulst, Mathieu Van der Poel

Van der Poel ai raggi X: ritorno a Hulst con Colò

14.02.2026
5 min
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Se il primo articolo di stamattina ci ha raccontato gli appunti da Hulst di Massimo Panighel, organizzatore dei mondiali di cross 2029, qualcun altro ha approfittato della sfida iridata per osservare dal punto di vista tecnico Mathieu Van der Poel, giunto all’ottavo titolo fra gli elite.

Alessandro Colò, ingegnere che si occupa di biomeccanica nel centro Bodyframe di La Spezia e dopo aver corso in bici è anche organizzatore del Giro della Lunigiana, ha fatto un’analisi delle dotazioni tecniche del campione olandese. Se si trattasse solo di elencare i prodotti, l’osservazione non sarebbe irresistibile. Ma quando alle scelte tecniche si abbinano osservazioni di merito, allora il discorso cambia. Come per il mondo Red Bull-Bora venuto fuori quando ci siamo interessati alla monocorona di Evenepoel, scoprendo tutto il lavoro (efficace, ma anche un po’ cervellotico) di ingegneri, preparatori e atleti prima di ogni corsa per decidere la scelta dei rapporti.

«Il campione – esordisce Colò – è di un livello superiore. Vedendolo in bicicletta, sembra che gli venga tutto più facile rispetto agli altri. Non l’ho seguito direttamente e non conosco i suoi dettagli biomeccanici, però ci sono degli spunti nelle sue scelte tecniche che meritano un ragionamento».

Ecco la dotazione tecnica di Van der Poel estrapolata da Alessandro Colò
Ecco la dotazione tecnica di Van der Poel ricostruita da Alessandro Colò
Ecco la dotazione tecnica di Van der Poel estrapolata da Alessandro Colò
Ecco la dotazione tecnica di Van der Poel ricostruita da Alessandro Colò
Che cosa ad esempio?

Intanto la doppia corona all’anteriore, perché penso che potrebbe fare benissimo tutto col monocorona. L’altra cosa è la particolarità dei copertoni Dugast. E’ un’azienda che produce da anni e anni pneumatici specializzati nel ciclocross, acquisita poi da Vittoria. E’ un brand diverso rispetto a Pirelli che usa su strada. E poi mi ha colpito il fatto che abbia il manubrio integrato in carbonio CP0018, di quelli regolabili.

Scelta insolita?

Canyon produce dei manubri che possono essere regolati in larghezza, con delle viti su cui si agisce dal di sotto, però è un peso in più da portare. Nel catalogo ce ne sono anche integrati non regolabili, che pesano un po’ meno, perché lui ne usa uno regolabile?

Partiamo dalla monocorona?

Per quello che ho potuto notare dalle immagini in gara, Mathieu tiene quasi sempre la corona più grande e anche giustamente. Col fatto che Shimano ora abbia delle cassette che arrivano fino al 34, davvero potrebbe fare tutto con una sola corona. Però, avendo la doppia, in qualche tratto che altri facevano a piedi, lui ha potuto continuare a pedalare. In quei piccoli casi, la doppia ti può dare un vantaggio. Lo svantaggio è che hai le cambiate da fare, che nel fango e nelle condizioni di gara in cui hanno corso, possono diventare piccole perdite di tempo.

Non abbiamo i dati biomeccanici, ma quei 79 cm di altezza di sella ci dicono qualcosa?

Credo che per lui, come per tutti, l’altezza di sella nel cross sia di qualche centimetro in meno, perché c’è un discorso legato ai pedali XTR e alla scarpa, che nel suo caso è la Shimano S-Phyre da mountain bike. Con la tacchetta SPD, ci sono circa 5 mm in meno rispetto al pedale e alle scarpe Shimano da strada, per cui nel cross può tenere l’altezza di sella più bassa.

Per vincere l'ottava, Van der Poel ha lasciato nel cassetto la sua  maglia iridata. Indossa un casco Abus Aibreaker 2.0
Per vincere l’ottava maglia iridata, Van der Poel ha lasciato nel cassetto la settima. Indossa un casco Abus Aibreaker 2.0
Per vincere l'ottava, Van der Poel ha lasciato nel cassetto la sua  maglia iridata. Indossa un casco Abus Aibreaker 2.0
Per vincere l’ottava, Van der Poel ha lasciato nel cassetto la sua maglia iridata. Indossa un casco Abus Aibreaker 2.0
Inoltre, nel momento in cui la tendenza è di ridurre le pedivelle, Mathieu prosegue con le 172,5. Nel cross la pedivella corta conta meno?

Diciamo che nel cross si va spesso a cadenze molto basse, soprattutto nei tratti in cui il percorso è molto ripido e si fa persino fatica a pedalare. In quei casi avere una leva leggermente più lunga, andando a una cadenza di 60-65 pedalate al minuto, può davvero aiutare. Il cross non è come la mountain bike, quando arrivi sull’ostacolo non devi pedalare: lo salti oppure scendi di bici. In mountain bike non sono ostacoli come quelle tavole del cross e magari, dovendo pedalare per scavalcarli, avresti vantaggio da una pedivella più corta.

Panighel, Treviso

Panighel, appunti dal mondiale per Treviso 2029

14.02.2026
6 min
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Appunti dal Nord. Anche se sei un organizzatore esperto e di qualità, affinare le tue conoscenze non è mai sbagliato. E Massimo Panighel lo sa bene. Il veneto di Pedali di Marca, qualche settimana fa, ha spiccato il volo per i campionati del mondo di ciclocross in Olanda assieme al suo staff.

Da Treviso a Hulst: nel 2029 saranno Panighel e i suoi a dover allestire l’evento iridato di ciclocross e lo faranno proprio nel trevigiano, a Spresiano presso il Lago Le Bandie, dove tra l’altro dovrebbe essere ultimato il velodromo. Esserci stati e averlo fatto nel tempio del cross ha significato tanto: ha dato dritte e consigli, anche su strade da non prendere.

Panighel, Treviso
Massimo Panighel, a capo di Pedali di Marca, la società organizzatrice dei mondiali di cross di Treviso 2029, in quel di Hulst
Panighel, Treviso
Massimo Panighel, a capo di Pedali di Marca, la società organizzatrice dei mondiali di cross di Treviso 2029, in quel di Hulst
Una trasferta, Massimo, da appassionato ma anche da prossimo organizzatore iridato. Com’è andata?

Principalmente l’abbiamo fatta da organizzatori. Perché per quanta esperienza possiamo avere dal punto di vista della mountain bike e del gravel, questa è una disciplina che può risultare diversa per certi aspetti logistici e organizzativi. E siamo andati dai maestri, probabilmente dai migliori.

Cosa avete visto e vissuto?

Qualcosa che è anche difficile da spiegare in termini di cultura e precisione. Però la cosa che ci siamo portati a casa è che noi non dobbiamo copiare da loro.

Spiegaci meglio…

Loro dietro hanno una cultura della bicicletta che noi non possiamo neppure avvicinare. Camminando per strada il rischio non era farsi investire da un’auto ma da una bici in ciclabile. Ho visto di tutto: gente che va al lavoro, a scuola, in centro, cargobike con due o tre bambini dentro. Impressionante. Oppure il bike sharing: carta di credito, togli la bicicletta dalla rastrelliera e vai. La riconsegni nella rastrelliera, non la lasci dove capita, anche perché sei tracciato. O parcheggi sotterranei come per le auto con canalina laterale per salire e scendere affianco al pedone. Questo solo per dire dell’uso generale della bici.

Panighel, Treviso
L’approccio all’evento è del tutto diverso rispetto all’Italia, ma perché è diversa la cultura ciclistica di certi Paesi
Panighel, Treviso
L’approccio all’evento è del tutto diverso rispetto all’Italia, ma perché è diversa la cultura ciclistica di certi Paesi
E chiaramente tutto questo si riflette sugli eventi, come il mondiale di cross…

Esatto. Il giorno della gara ci sono state migliaia di biciclette. La gente è arrivata in bici fin dal mattino. C’è chi arrivava con autobus e navette, chi a piedi, parcheggiando anche a tre chilometri di distanza. Tutti in fila, tranquilli, diretti al sito gara. Ho visto una tranquillità unica perché sono abituati a questo sistema. Da noi, se fai fare già 200 metri senza arrivare in auto sulla linea del traguardo, diventa un problema. Per questo dico che certe cose non possiamo copiarle.

E poi?

La domenica mattina la gente pagava 50 euro di ingresso, 25 i bambini. Oppure abbonamento da 60 euro per due giorni. Noi abbiamo fatto una stima. C’erano circa 60.000 persone. L’anello misurava 3.500 metri, quindi 7.000 metri sui due lati. Considerando due persone per metro lineare solo in prima fila alle transenne c’erano 14.000 persone, ma dietro c’erano altre due, tre o quattro file. E questo solo a bordo pista.

Panighel, Treviso
Panighel ha fotografato l’evento, ma anche le ampie zone hospitality a bordo pista
Panighel, Treviso
Panighel ha fotografato l’evento, ma anche le ampie zone hospitality a bordo pista
C’erano altre aree?

Sì, poi c’erano le collinette, anche se la zona del mulino era inaccessibile. Dal punto di vista organizzativo sei ponti sull’acqua e sette ponti di attraversamento per bici e pedoni. Ponti veri, con ogni forma. Noi eravamo sempre lì a fare conti per capire costi e gestione degli spazi. Infine le aree hospitality.

Aree? Quindi erano più di una, come di solito avviene in Coppa del mondo?

Sì, erano tre: gold, silver e bronze. Le prime due erano collegate, la terza distaccata. Ognuna era lunga 100 metri e larga 30. Parliamo di 9.000 metri quadrati totali e 3.000 posti a sedere. Ebbene, la domenica non c’era un posto libero. Prezzi: 360 euro per la gold, 225 per la silver e 125 per la bronze. Noi siamo andati come ospiti UCI e per due giorni abbiamo pasteggiato con caviale, champagne, ostriche e aragosta. Non per esaltarsi, ma perché molte persone erano lì soprattutto per l’esperienza. E torno al discorso: non c’era un posto libero.

Panighel, Treviso
Il circuito di Hulst era gremito e alcune aree erano interdette
Panighel, Treviso
Il circuito di Hulst era gremito e alcune aree erano interdette
Vai avanti…

Ho capito il loro ragionamento. Un mondiale di ciclocross è un grande evento che porta economia sul territorio e chi è presente dà una mano. Industriali, appassionati e imprenditori vanno lì perché c’è l’evento. Probabilmente anche per distinguersi tra chi sostiene il territorio. E non erano tutti stretti appassionati. Me ne sono accorto perché mentre di fuori Van de Poel o Brand sfrecciavano in pista, loro continuavano a mangiare e a parlare tranquillamente. Non seguivano la corsa. Ma erano lì… In Italia questo modello è molto difficile da replicare, per questo ho detto ai miei ragazzi che non dobbiamo copiarli sotto questo aspetto.

E cosa invece si può fare?

Possiamo offrire un bell’evento e chiedere un biglietto, magari sui 25 euro, puntando sulla nostra abilità organizzativa. Peter van de Abbele dell’UCI è tranquillo con noi perché siamo Italia. Ad Hulst l’area atleti era distante un chilometro e mezzo dal via e prendevano freddo. Non c’era area expo, né peculiarità del territorio. Se noi italiani mettiamo in piazza già solo prosecco, radicchio rosso, asparagi, soppressa, formaggi e altre eccellenze conquistiamo tutti. Mi focalizzerò su questo.

Il percorso dei prossimi mondiali?

Quest’anno in Olanda, il prossimo in Belgio, poi ancora Olanda e nel 2029 a Treviso. Siamo incastrati con la patria del cross e dobbiamo fare promozione. Il volo Charleroi-Treviso dura un’ora e venti: i tifosi locali saranno incentivati a raggiungerci.

Panighel, Treviso
Panighel e i suoi al tavolo riservato agli organizzatori UCI. Un brindisi di buon auspicio
Panighel, Treviso
Panighel e i suoi al tavolo riservato agli organizzatori UCI. Un brindisi di buon auspicio
Dal punto di vista tecnico hai preso spunti per il percorso?

Il percorso è pronto e avrà la sua tipicità.

Intendevamo appunti più sugli aspetti logistici, come i ponti di attraversamento per dire…

Il nostro progetto confida molto nella costruzione del velodromo. Se nel 2029 sarà pronto il nuovo Velodromo delle Bandie lì dentro faremo tutto: area expo, meeting, conferenze, presentazioni, sala stampa, spogliatoi, cena di gala. Ed è qualcosa che loro non hanno.

Hai accennato al percorso di Treviso 2029…

L’ha già visto Pontoni ed è molto contento. Riprende qualcosa del mondiale 2008. Sarà raccolto e molto televisivo. Il pubblico potrà spostarsi facilmente. Ad Hulst tra due punti c’erano oltre due chilometri, problematico per gli spettatori. Da noi invece due aree, destra e sinistra: completata una, ci si sposta nell’altra e si potranno vedere più passaggi per giro.

Panighel, Treviso
Il circuito di Le Bandie ha ospitato i mondiali di ciclocross già nel 2008. Panighel assicura grande spettacolo anche per il 2029
Panighel, Treviso
Il circuito di Le Bandie ha ospitato i mondiali di ciclocross già nel 2008. Panighel assicura grande spettacolo anche per il 2029
Tra i souvenir anche la foto con Mathieu Van Der Poel…

Stavamo rientrando al centro stampa e ho visto tanti ragazzini festanti. A quel punto ho capito e ho detto ai miei: “Adesso facciamo una foto importante». Ed ecco che esce Van Der Poel. Oltre alla foto gli ho detto che ci saremmo visti nel 2029 a Treviso, al netto del suo possibile ritiro dal cross.

E lui?

La strada è lunga fino al 2029. Da appassionato sarei quasi felice se non corresse perché domina e uccide le gare, ma allo stesso tempo sarebbe splendido perché richiama pubblico. Ad Hulst però è stato bello vedere Nys, Del Grosso e Fontana lottare per il podio.

Il primato di Borgo, il primo vincitore del 2026

Il primato di Borgo, il primo vincitore del 2026

13.02.2026
5 min
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La stagione 2026 di Alessandro Borgo, la sua prima nel dorato mondo del WorldTour, è iniziata con un primato assolutamente inatteso e che brilla proprio considerando la giovane età del protagonista. Borgo è stato il primo italiano in assoluto a vincere su strada quest’anno, svettando il 18 gennaio scorso all’Al Salam Championship, la stessa prova degli Emirati Arabi che al femminile aveva visto svettare Lorena Wiebes.

Sprint mortifero per Borgo a Dubai, battendo il danese Johansen e il locale Jasim Al-Ali
Sprint mortifero per Borgo a Dubai, battendo il danese Johansen e il locale Jasim Al-Ali
Sprint mortifero per Borgo a Dubai, battendo il danese Johansen e il locale Jasim Al-Ali
Sprint mortifero per Borgo a Dubai, battendo il danese Johansen e il locale Jasim Al-Ali

Miglior biglietto da visita, il veneto di Conegliano non poteva presentare e anche dopo, al successivo AlUla Tour, Borgo si è rivelato prezioso per la Bahrain Victorious, nel supporto al capitano portoghese Afonso Eulalio. E’ vero che si trattava, nel caso del suo successo, di una prova nazionale, ma per un ventunenne che approda nel ciclismo che conta è sempre qualcosa di inatteso.

«Ovviamente non ero partito per vincere – afferma il corridore di Conegliano – era la prima esperienza e sopra ogni cosa c’era la curiosità. Sapevo però che poteva essere una gara, dato il vento e il deserto, che si poteva adattare a me. Nel finale siamo rimasti in 5 dopo un mio attacco e in volata ho avuto la meglio. E’ sempre bello vincere, un bel segnale d’inizio sia per me che per la squadra».

Borgo si è perfettamente adatto al team trovando subito grande coesione con i compagni, qui dietro Bauhaus
Borgo si è perfettamente adatto al team trovando subito grande coesione con i compagni, qui dietro Bauhaus
Borgo si è perfettamente adatto al team trovando subito grande coesione con i compagni, qui dietro Bauhaus
Borgo si è perfettamente adatto al team trovando subito grande coesione con i compagni, qui dietro Bauhaus
L’AlUla Tour era di livello superiore come partecipazione e come attenzione, come ti sei trovato?

Siamo andati con una squadra abbastanza forte e sicuramente c’erano i leader più esperti rispetto a me. Avevamo Bauhaus per le volate e Eulalio per gli arrivi in salita. Ho dovuto lavorare per loro, comunque ho fatto una bella impressione anche alla squadra, ho ricevuto molte attestazioni di stima e anch’io sono stato contento per quello che sono riuscito a fare, in particolare il primo giorno quando sono rimasto fuori dal primo ventaglio ma non dal secondo perché ero in una posizione sbagliata, ma nel finale ho comunque vinto la volata di gruppo.

Lo scorso anno hai fatto più esperienze con la squadra maggiore, ma adesso ne sei parte. Quanto è cambiato in base al tuo status?

Adesso sono un professionista a tutti gli effetti e se l’anno scorso andavo alle gare per fare esperienza, so che quest’anno avrò sicuramente i miei spazi in determinate prove e quindi è fondamentale farmi trovare pronto. La squadra è contenta, a me questo basta per darmi la carica per lavorare.

Borgo, a destra, con Mattio e Gualdi con cui ha protetto la fuga iridata di Finn nel 2025
Borgo, a sinistra, con Mattio e Gualdi con cui ha protetto la fuga iridata di Finn a Kigali
Borgo, a destra, con Mattio e Gualdi con cui ha protetto la fuga iridata di Finn nel 2025
Borgo, a sinistra, con Mattio e Gualdi con cui ha protetto la fuga iridata di Finn a Kigali
Tu, salvo Ormzel, sei il più giovane della squadra, come ti trovi a essere il ragazzino del gruppo, come ti trattano gli altri?

Questo per me era il mio punto iniziale, mi premeva entrare bene in squadra e non nascondo che la cosa mi metteva un po’ di tensione. Sono molto contento perché ci sono riuscito pienamente. Sono entrato proprio come il bimbo che arriva all’università. Mi sono subito accorto che avevo delle abitudini non da professionista, soprattutto l’alimentazione. Appena entrato, ho legato tantissimo con Matei (Mohoric, ndr), mi ha un po’ preso come un figliolo, sono sicuramente uno che può essere simile a lui come corridore e mi piacciono le gare dove lui ha vinto e va forte.

59 giorni di gara per Borgo nel 2025, con vittorie a Gand e all'italiano su strada, finendo 2° nella crono tricolore U23
59 giorni di gara per Borgo nel 2025, con vittorie a Gand e all’italiano su strada, finendo 2° nella crono tricolore U23
59 giorni di gara per Borgo nel 2025, con vittorie a Gand e all'italiano su strada, finendo 2° nella crono tricolore U23
59 giorni di gara per Borgo nel 2025, con vittorie a Gand e all’italiano su strada, finendo 2° nella crono tricolore U23
E’ lui il tuo riferimento in squadra?

Sì, lo ascolto molto, ma c’è anche il vantaggio di essere in un gruppo molto italiano, dove ho legato molto con Tiberi, Caruso, anche Buitrago. Mi sento a casa e di questo sono molto contento. Poi, avendo già corso l’anno scorso per più gare con la prima squadra, conoscevo già gran parte del team e avevo percepito una bella atmosfera. Devo dire che ogni volta che mi vedono fanno una battutina perché sono uno abbastanza aperto con le persone…

Essendo tu al primo anno, ti avranno chiesto soprattutto di essere di supporto ai più anziani, ma c’è intorno a te un progetto di crescita?

Assolutamente, questo mi spinge a mettercela tutta. Mi piacciono le gare in Belgio, le classiche, e quindi in quelle superiori sarà da aiutare il team, ma quelle esperienze importanti saranno sicuramente fondamentali per il mio sviluppo e la mia crescita.

Borgo sarà chiamato a supportare i capitani già dalle classiche, ma ci saranno altre occasioni per emergere
Borgo sarà chiamato a supportare i capitani già dalle classiche, ma ci saranno altre occasioni per emergere
Borgo sarà chiamato a supportare i capitani già dalle classiche, ma ci saranno altre occasioni per emergere
Borgo sarà chiamato a supportare i capitani già dalle classiche, ma ci saranno altre occasioni per emergere
Tornando un attimo alla trasferta in Arabia, che percorsi hai trovato e che esperienza è stata dal punto di vista personale?

E’ stato molto particolare, sia ciclisticamente parlando che a livello personale, perché non ero mai stato in quei posti, ma il ciclismo regala anche questo. Sono rimasto stupito dagli stradoni larghi come autostrade infinite, il vento cambiava, arrivava forte davanti o dietro. C’erano tratti dove col vento a favore si riusciva ad arrivare senza sforzo anche a 80 all’ora, ma appena giravi la curva, eri fermo perché ce l’avevi laterale o davanti, ma a me piacciono tutte queste cose…

Qual è il tuo desiderio per quest’anno?

Fare il maggior numero di esperienze nelle gare dove voglio provare a performare nei prossimi anni, le classiche più rinomate, la Roubaix, la Gand dopo averla vinta da Under 23. E voglio imparare il più possibile da persone come Matei che sicuramente sanno insegnare come si fa, lo dice la sua carriera…

Antonio Tiberi

L’ultimo a staccarsi. Tiberi e quelle ruote impossibili da tenere

13.02.2026
5 min
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Antonio Tiberi si sta rendendo autore di uno dei suoi migliori inizi di stagione. Il corridore della Bahrain-Victorious esce con un ottimo quarto posto dalla Volta a la Comunitat Valenciana, dove ha lottato a lungo spalla a spalla persino con un gigante come Remco Evenepoel.

Non solo: proprio relazionandolo a Evenepoel, ecco che Tiberi allunga la sua lista di “ultimi a staccarsi” dalle ruote di prestigio. Qualcosa di molto simile gli accadde al Giro d’Italia 2024 quando, verso Prati di Tivo, fu l’ultimo a cedere alla ruota di Tadej Pogacar.

E’ proprio lui che, con grande passione, ci racconta questi due eventi e le differenze nello stare a ruota dell’uno o dell’altro. Prima però partiamo brevemente dalla Valenciana e da cosa questa corsa ha lasciato a Tiberi in vista dell’imminente UAE Tour.

Tiberi
Fra i giganti. Antonio Tiberi (classe 2001) ha lottato alla pari con i grandi leader nell’ultima Valenciana
Tiberi
Fra i giganti. Antonio Tiberi (classe 2001) ha lottato alla pari con i grandi leader nell’ultima Valenciana
Antonio, cosa ti lascia questa Valenciana?

Sicuramente bei ricordi e belle sensazioni. Non ho mai avuto un inizio di stagione con sensazioni migliori di queste. Sono davvero contento di come mi sto sentendo.

Hai cambiato qualcosina nella preparazione?

La preparazione è un po’ cambiata perché ho cambiato preparatore. Anche sull’alimentazione sono stato più attento e puntiglioso. Ho fatto qualche esercizio in più a corpo libero, in palestra. In bici bene o male le cose sono sempre quelle, ma magari sono stato un po’ più continuo.

Cosa ti è sembrato di tutti quei campioni che c’erano in Spagna?

Ho avuto un buon confronto anche con Remco, che era veramente molto forte. Rispetto all’anno scorso sono riuscito a tenerlo un pochino di più. Tra tutti, sono quello che si è staccato più tardi dalla sua ruota. Tutto ciò mi ha dato buone risposte riguardo alla mia condizione e soprattutto un bel po’ di fiducia. Il lavoro fatto fino adesso è stato fatto bene. Sono dove volevo essere, esattamente in linea con il programma.

Antonio Tiberi
A Prati di Tivo, Giro 2024, Tiberi addirittura provò ad anticipare Pogacar
Antonio Tiberi
A Prati di Tivo, Giro 2024, Tiberi addirittura provò ad anticipare Pogacar
E veniamo al nocciolo della questione: tu stesso hai detto che sei stato l’ultimo a staccarti da Remco pochi giorni fa e fosti l’ultimo a mollare Pogacar a Prati di Tivo. Ripartiamo da qui: cosa significa stare alla sua ruota?

La prima cosa che si nota stando dietro Tadej è che quel ritmo che per noi altri è sostenibile per pochi minuti, lui lo tiene a lungo. Pogacar ha una facilità di pedalata e una resistenza impressionanti. Nel caso di Prati di Tivo era ancora più evidente perché era il finale e si andava fortissimo.

Si butta un occhio sul computerino in quei momenti?

No, non io almeno. Ma ricordo che guardavo spesso in basso e fui criticato perché dissero che stavo guardando il computerino. In realtà stavo guardando in basso, alla sua ruota. Stavo solo cercando di spingere, di non pensare ad altro, di raccogliermi sulla bici. Mi è tornato in mente quando ero piccolo e si diceva che Froome guardasse sempre il computerino. Quando spingi forte la testa va verso il basso. In quei frangenti non guardi i rapporti o i watt.

Ci sta, si resta concentrati a richiamare ogni stilla di energia…

L’unica cosa nella schermata automatica in salita è la distanza che manca alla fine. Forse quel giorno un mezzo sguardo l’ho dato a quel dato, per cercare un piccolo stimolo in più. In quei momenti spegni il cervello, ti rannicchi sulla bici, ti sposti sulla punta della sella e dai tutto.

Antonio Tiberi
Ecco il momento in cui pochi giorni fa Tiberi sta per staccarsi da Remco. Da qui inizia un’altra gestione dello sforzo
Antonio Tiberi
Ecco il momento in cui pochi giorni fa Tiberi sta per staccarsi da Remco. Da qui inizia un’altra gestione dello sforzo
Con Remco è stata un po’ diversa, non eravate all’arrivo: com’è andata con lui?

Sì, mancava ancora un po’ all’arrivo. Quel finale però lo conoscevo perché l’avevo provato in allenamento. Tornando al discorso della distanza allo scollinamento sul computerino, quel giorno l’ho guardata per cercare di regolarmi.

Quando si abbassa è davvero così piccolo come dicono?

Sì, soprattutto in pianura. Quando si abbassa quasi sparisce e anche tu dietro devi essere molto schiacciato, altrimenti prendi troppa aria.

A livello di pedalata c’è qualcosa che ti è rimasto impresso?

La cosa che più mi è rimasta impressa è che, dopo un po’ che eravamo rimasti soli, ogni 50-100 metri si voltava per vedere se fossi ancora a ruota e allora faceva una progressione di 5-6 secondi. Fino a quando non mi ha staccato ha fatto così.

Parliamo di rapporti: rispetto a Remco com’eri?

Più o meno eravamo sulla stessa cadenza. Avevamo un 38×30, era piuttosto ripida. C’erano tratti al 17 per cento ed entrambi cercavamo l’agilità.

Antonio Tiberi
Non solo a Prati di Tivo, anche nella tappa del Passo Brocon Tiberi fu tra gli ultimi a mollare Pogacar. La concentrazione è massima
Antonio Tiberi
Non solo a Prati di Tivo, anche nella tappa del Passo Brocon Tiberi fu tra gli ultimi a mollare Pogacar. La concentrazione è massima
Dopo che ti ha staccato come hai proseguito?

In quel caso ho cercato di tenere duro il più possibile, ma ho visto che c’era un buco su Almeida e gli altri. Dopo lo scollinamento si scendeva un po’ e poi c’era un altro strappo: a quel punto Remco aveva preso il largo, era 200-300 metri davanti. Almeida aveva recuperato parecchio, così siamo andati insieme e dopo lo strappo abbiamo collaborato.

Pogacar era al traguardo, ma con Remco mancava ancora un po’: come ti sei gestito con il fuorigiri?

Il fuori giri si fa e anche parecchio, però non vai a cercare l’ultima goccia nel serbatoio come se fosse l’arrivo, tanto da restare senza forze. Nel caso vissuto con Remco qualcosa lo lasci per i chilometri finali.

Hai riguardato i watt?

No, e sapete perché? Proprio quel giorno ho scelto di utilizzare un altro dispositivo Garmin per risparmiare qualcosa sul peso, ma devo aver avuto un problema di configurazione e alla fine non ha registrato nulla.

Trofeo Piva 2025 (foto Bolgan)

Inizia la stagione U23: Amadori, cosa ti aspettti dalle continental?

13.02.2026
5 min
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Domani, sabato 14 febbraio, inizierà ufficialmente la stagione under 23 e saranno in programma tre gare: la Coppa San Geo, arrivata alla sua 102ª edizione, mentre in Toscana andrà in scena la prima delle due  corse del Mugello Circuit. Per il cittì Marino Amadori e il suo collaboratore Mario Scirea sarà il momento di iniziare a prendere le misure con i nuovi arrivati e di riprenderle con chi già c’era. 

«Il movimento under 23 purtroppo non si capisce bene dove stia andando a parare – dice Marino Amadori – questa è la realtà dei fatti. L’avvento dei devo team (dal 2026 tutte le squadre WorldTour ne hanno una, ndr), ha portato questa categoria ad essere sempre più di nicchia. Potremmo dire che siamo davanti a un ciclismo che va a due velocità. La conseguenza è che il movimento del nostro Paese ne soffra, ma come ne stanno soffrendo anche altre Federazioni».

Pro.Gi.T Team, under 23
Secondo Amadori le squadre continental e di club continuano un lavoro sempre più difficile, per questo serve la giusta programmazione
Pro.Gi.T Team, under 23
Secondo Amadori le squadre continental e di club continuano un lavoro sempre più difficile, per questo serve la giusta programmazione

Italiani all’estero

La quota di corridori under 23 italiani che militano in formazioni development è arrivata a 39 (32 in formazioni di sviluppo di squadre WorldTour e gli altri in quelle delle professional), un numero importante con il quale il nostro movimento deve fare i conti. Vedere così tanti ragazzi andare all’estero può far piacere, da un lato, ma d’altra parte è evidente come queste siano risorse in meno per le squadre continental italiane.

«La cosa che mi fa più specie – prosegue il cittì della nazionale under 23 – è che tanti di questi sono atleti al primo anno nella categoria. Capisco che la volontà sia intercettarli fin dalla categoria juniores, come capisco anche che un ragazzo giovane possa far fatica a rifiutare una formazione development. Però bisogna pensare anche al rovescio della medaglia. Molti di loro rischiano poi di rimanere con il cerino in mano. Per entrare poi nelle formazioni WorldTour l’imbuto c’è comunque».

I corridori che tornano dai devo team sono una risorsa per le squadre continental, come Favero (medaglia di bronzo agli europei su pista nell’inseguimento individuale)
I corridori che tornano dai devo team sono una risorsa per le squadre continental, come Favero (medaglia di bronzo agli europei su pista nell’inseguimento individuale)
Bisogna lavorare con chi rimane, compito che spetta alle nostre continental…

Lo dirò sempre, a queste realtà va fatto un plauso, così come a quelle di club. E’ grazie a loro che rimane in piedi la struttura cercando di proporre un calendario importante e di livello. Da questo punto di vista siamo fortunati perché l’Italia è uno dei Paesi in cui c’è il maggior numero di gare under 23. In questo modo riescono a proporre ai ragazzi un percorso di crescita e di realizzare il sogno di entrare nel professionismo

Riescono a confrontarsi con i devo team.

Quando succede il livello si alza e la competizione si fa più difficile, ma non impossibile. E’ chiaro che  i migliori siano in quella cerchia di squadre, ma non dimentichiamo che anche tra chi rimane in Italia si nasconde il talento da scovare e far crescere. Non tutti maturano nello stesso tempo o sono pronti a 18 anni. 

Nonostante la cancellazione della Nations Cup Amadori vuole che la nazionale rimanga un punto saldo per la crescita dei ragazzi
Nonostante la cancellazione della Nations Cup Amadori vuole che la nazionale rimanga un punto saldo per la crescita dei ragazzi
Le continental possono usufruire anche delle nuove gare realizzate dalla Lega Ciclismo?

E’ una bella occasione. Alla fine i devo team portano i ragazzi in gare dove si confrontano con gli elite. Senza dimenticare che le stesse squadre WorldTour se vedono un corridore valido gli fanno fare esperienza tra i grandi. Grazie a queste nuove gare (si partirà a fine febbraio con il Giro di Sardegna, ndr) le nostre continental potranno confrontarsi con i professionisti in maniera continuativa. E soprattutto fare delle gare a tappe, aspetto importante per la crescita dei ragazzi. 

Con quale obiettivo andrai a queste prime gare?

Per vedere come si sono strutturate le squadre e i nuovi corridori. Adesso ormai si ha tutto sotto mano tramite internet ma andare sul campo ci permette di capire se ci sono profili interessanti. E questo vale anche per le squadre di club. Iniziamo a capire chi può avere la possibilità di fare attività con la nazionale. Anche quest’anno non faremo mancare il nostro supporto, c’è sempre bisogno di tenere in piedi il movimento e di dare la possibilità ai ragazzi di realizzare il proprio sogno.

Amadori vuole fare un calendario importante per permettere anche ai corridori delle continental e dei club di fare sempre più esperienze internazionali (foto Tomasz Smietana)
Amadori vuole fare un calendario importante per permettere anche ai corridori delle continental e dei club di fare sempre più esperienze internazionali (foto Tomasz Smietana)
Che lavoro farete?

In questi giorni sto parlando con Elia Viviani e cerchiamo di capire, sicuramente faremo il Tour of the Alps. Avremo con noi dei professionisti, ma anche atleti interessanti in prospettiva futura di squadre devo e continental, con i quali cercare di mettere un mattoncino importante in termini di esperienza e di crescita. 

E’ un lavoro in prospettiva?

Nelle continental ci sono nomi interessanti, ci sono ragazzi che la scorsa stagione hanno indossato la maglia della nazionale nelle prove di Nations Cup. Nonostante la sua cancellazione vorrei tenere delle esperienze internazionali da proporre a questi corridori. Mi vengono in mente Lorello, Stefano Masciarelli, Riccardo Infantini, insomma i profili interessanti non mancano. Abbiamo anche Renato Favero, che torna dal devo team della Soudal, Arrighetti e tanti altri. Ho in mente una ventina di nomi, anche qualcuno in più, con cui vorrei lavorare. 

Il nostro devo team può essere la nazionale?

Esatto, la nazionale, con un calendario e un’attività di livello, può dare una mano alle continental a far sviluppare i talenti rimasti qui. L’attività giovanile non si ferma alla categoria juniores.

Hotel Syncrosfera, di cosa si tratta esattamente e come nasce l'idea?

Hotel Syncrosfera, di cosa si tratta e come nasce?

13.02.2026
5 min
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PEDREGUER (Spagna) – Hotel Syncrosfera, la struttura alberghiera con le camere che simulano l’altitudine e l’ipossia. Non è solo un albergo e un luogo dedicato alla sola ricettività turistica, ma un centro dove la cura del corpo, il miglioramento delle prestazioni fisiche legate anche al recupero, assumono connotazioni spinte ad un livello superiore.

Hotel Syncrosfera è di proprietà ed è gestito direttamente da Alexandre Kolobnev, ex ciclista professionista, imprenditore, grande appassionato della tecnologia legata al training in tutte le sue forme. Lo abbiamo intervistato.

Hotel Syncrosfera, di cosa si tratta esattamente e come nasce l'idea?
Alexandre Kolobnev, ancora praticante e super appassionato della bici
Hotel Syncrosfera, di cosa si tratta esattamente e come nasce l'idea?
Alexandre Kolobnev, ancora praticante e super appassionato della bici
Dove nasce l’idea che ti ha portato a creare Syncrosfera?

Tra il 2004 ed il 2005, dopo l’incidente che mi ha obbligato ad un stop proprio agli inizi della stagione agonistica e dopo aver affrontato tutte le fasi di recupero e di ripresa della forma ottimale. Ho iniziato a pensare a un qualcosa di diverso, una struttura che mettesse insieme tutto quello che sarebbe servito ad uno sportivo professionista per stare meglio e dare merito alle sue potenzialità.

Perché proprio in Spagna e sulla Costa Blanca?

E’ un posto magnifico che offre delle opportunità diverse. Qui siamo a metà strada tra Alicante città e Valencia, quindi anche strategico per gli spostamenti. Il clima è ideale tutto l’anno e per una struttura alberghiera permette anche di differenziare la tipologia di clientela nel corso dell’anno.

Hotel Syncrosfera, di cosa si tratta esattamente e come nasce l'idea?
Syncrosfera, un hotel all’avanguardia in ogni servizio offerto
Hotel Syncrosfera, di cosa si tratta esattamente e come nasce l'idea?
Syncrosfera, un hotel all’avanguardia in ogni servizio offerto
In che senso?

Durante la stagione più calda abbiamo un’utenza vacanziera, in autunno, inverno e buona parte della primavera i clienti sono per la maggior parte sportivi di tutti i livelli. In mezzo c’è sempre qualcuno che viene qui per un discorso molto più legato al benessere. C’è poco traffico, le strade sono belle e ottime per allenarsi, la gente del luogo è tollerante verso i ciclisti ed è abituata alle bici.

Esiste una bassa stagione?

Sì esiste, potrei dire il periodo compreso tra maggio e giugno. Non ci sono atleti professionisti che vengono per allenarsi e usare le camere Hypoxic, quelle che simulano le condizioni di altura e l’estate deve ancora iniziare.

Quale è il cliente tipo di Syncrosfera?

Siamo diventati famosi grazie al grande interesse di campioni di spicco del ciclismo e diversi team che usano Syncrosfera come base durante la stagione invernale. Ma non è solo ciclismo professionistico e di elite. Qui vengono persone interessate a tutto lo sport, che certamente vogliono migliorare le prestazioni fisiche, ma hanno sempre un occhio di riguardo alla salute e al benessere in generale. Ospitiamo sia amatori sia atleti che si stanno preparando per Giochi Olimpici o competizioni internazionali. Accogliamo anche clienti legati al turismo e al cicloturismo, così come clienti clinici che approfittano delle nostre infrastrutture e dei servizi per soggiorni di riabilitazione o recupero post-operatorio.

Certamente la bicicletta, ma non è solo questo?

Vero, Syncrosfera non è riservato esclusivamente ai ciclisti. Qui vengono anche piloti del motorsport, alpinisti che si allenano ed anticipano l’adattamento in quota, insomma un po’ tutti.

Con i clienti e con i corridori professionisti si è creato anche un rapporto particolare?

Sì, certamente. Soprattutto con i corridori che tornano spesso si crea un rapporto ancora più stretto, ma cerchiamo sempre di instaurare un legame speciale e personalizzato con tutti gli atleti e con ogni cliente.

Quante camere ha l’hotel e come sono suddivise?

L’hotel dispone di 46 camere in totale, di cui 14 dotate di sistema di ipossia. Il sistema Hipoxyc è disponibile anche in una parte della sala fitness, in modo che gli utenti possano allenarsi simulando l’altitudine.

Come funzionano le camere Hypoxic?

Sono camere funzionali e comode prima di tutto, ad esempio sono dotate di letti con una larghezza oversize di 2,40 metri: «Giganti!», (dice sorridendo Kolobnev, ndr). Tecnicamente possono simulare un’altitudine fino a 4.500 metri, ma abbiamo deciso di arrivare al massimo a 4.000, in accordo con staff medici.

Chi gestisce queste impostazioni?

Tutto è controllato e tenuto sotto osservazione dalla reception, gli utenti delle camere non possono modificare l’atmosfera della camera. Gli atleti di alto livello che vengono a Syncrosfera utilizzano le camere Hypoxic un po’ per tutto, ci vivono. Dormono, fanno massaggi, sfruttano i diversi momenti di recupero al loro interno, qualcuno consuma anche i pasti.

Avete programmi per il futuro per Syncrosfera?

Per il futuro puntiamo ad ampliare ulteriormente la varietà di discipline sportive coinvolte, continuando a sviluppare servizi sempre più personalizzati sia per atleti professionisti sia per sportivi amatoriali. Vogliamo diventare anche un vero e proprio centro riconosciuto per la salute e per il benessere.