Diego Bracalente, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)

Bracalente, da U23 a pro’: fiducia al progetto di Bevilacqua

19.02.2026
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BUDAPEST (Ungheria) – Diego Bracalente la delusione di essere stato escluso dal Giro Next Gen lo scorso anno l’ha digerita, così dice e così ha fatto. Il marchigiano classe 2004 doveva essere il sesto corridore per la MBH Bank-Csb, ma poi RCS Sport ha cambiato idea e ridotto il numero di atleti a cinque per squadra. Giustificando la decisione con il fatto di aver dato a più team la possibilità di prendere parte a una delle due corse a tappe più importanti del calendario under 23. 

Bracalente ha accettato la scelta di Gianluca Valoti e dello staff della MBH Bank ed è tornato a lavorare sodo per vivere un finale di stagione ad alti livelli. Una vittoria e dieci top 10 in ventiquattro giorni di gara, da giugno a ottobre. Un bottino ricco che gli ha permesso di ritagliarsi uno spazio nel momento in cui la MBH Bank-Csb-Telecom Fort ha deciso di diventare professional. Ma le corse under 23 sono soltanto un lontano ricordo, ora c’è da vedersela con i grandi (in apertura foto Think Bold). 

Diego Bracalente, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, Gran Premio Castellon 2026
Diego Bracalente ha fatto il suo esordio in questo 2026 nelle corse in Spagna, qui al Gran Premio Castellon
Diego Bracalente, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, Gran Premio Castellon 2026
Diego Bracalente ha fatto il suo esordio in questo 2026 nelle corse in Spagna, qui al Gran Premio Castellon
Diego, tu hai vissuto da dentro questo passaggio da continental a professional, ce lo racconti?

E’ stato un cambiamento che già nell’aria si respirava da tempo, Antonio Bevilacqua aveva questa idea da due o tre anni. Il dubbio era se diventare un devo team oppure se fare un passo ulteriore. Alla fine si è deciso per fare una professional, dal canto mio ho deciso di rimanere qui e credere in questo progetto. La voglia è di fare il massimo, sempre, per fare bella figura e migliorare. 

Forse meglio essere diventati professional, no?

Sicuramente, perché riuscire a essere indipendenti come squadra è una soddisfazione in più, un motivo di orgoglio. Sentiamo nostro questo progetto, lo vediamo come un cammino che continua. Eravamo una famiglia e continueremo ad esserlo. E’ bello anche sentirsi effettivamente parte di questa cosa, Bevilacqua e tutto il team mi hanno fatto crescere tanto in questi tre anni. 

Diego Bracalente, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)
Bracalente ha fatto il cammino da under 23 internamente al team di Bevilacqua e da quest’anno è diventato professionista (foto Think Bold)
Diego Bracalente, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)
Bracalente ha fatto il cammino da under 23 internamente al team di Bevilacqua e da quest’anno è diventato professionista (foto Think Bold)
Per te che cosa rappresenta questo salto?

Non è cambiato molto rispetto agli anni passati, l’attenzione al dettaglio c’era prima ed è rimasta. Ora c’è ancora più voglia di dimostrare e di impegnarsi, sapendo che quando si va a correre ci si deve far trovare pronti. 

Quanto poi ti è dispiaciuto l’anno scorso non fare uno step intermedio come il Giro Next Gen?

Ero a conoscenza della possibilità di fare il salto a professional, quindi l’esclusione l’ho presa con filosofia e ho cercato di fare del mio meglio nel finale di stagione. I risultati e le prestazioni sono arrivati, quindi ero sereno e soddisfatto. 

Hai già corso con i professionisti, hai visto qualche differenza rispetto alle esperienze dell’anno passato?

Nelle passate stagioni quando andavamo a correre tra i pro’ c’era più stress, paradossalmente. Adesso vedo una maggiore unione a livello di gruppo, riusciamo ad essere più squadra. C’è stato un passo in più in termini di professionalità e credo sia una cosa positiva che possa fare bene a tutti. 

Un percorso di tre anni con Bevilacqua e il suo team, per te cosa ha rappresentato questo passaggio al professionismo?

Rappresenta tutto ciò che è stato fatto prima. Anche quando veniva detta una parola in più, un confronto diretto, era per farmi migliorare. Penso di aver fatto bene a dare retta a tutti, perché sono cresciuto molto sia mentalmente che fisicamente. Essere diventato un professionista è molto gratificante, è come ripartire da zero. Allo stesso modo vedere un ragazzo che è cresciuto insieme alla squadra credo sia una grande soddisfazione anche per Bevilacqua e tutto lo staff. 

Diego Bracalente nella seconda parte del 2025 ha fatto un cambio di passo importante, qui nella vittoria alla Coppa Della Pace
Diego Bracalente nella seconda parte del 2025 ha fatto un cambio di passo importante, qui nella vittoria alla Coppa Della Pace
Voi che arrivate dalla continental in che modo avete accolto chi è arrivato da fuori?

Siamo un gruppo di ragazzi estremamente curioso, con tanta voglia di sapere un qualcosa in più sul mondo del professionismo. Questo ha fatto sì che i nuovi arrivati si sono subito integrati. Avere corridori che sono già passati da questa squadra (Masnada, Zoccarato, Verre e Persico, ndr) ha accorciato i tempi di adattamento. 

Qualche consiglio lo avete dato anche voi a loro?

Magari noi possiamo dire la nostra, anche perché abbiamo vissuto da dentro questa evoluzione. E’ uno scambio che permette di crescere in maniera reciproca e di sentirci ancora più uniti. 

Diego Bracalente alle spalle di Filippo Fiorelli, Giro della Romagna 2024
Bracalante ha già corso con i professionisti, ma il passaggio del team di Bevilacqua a professional ha dato sensazioni ed emozioni diverse
Diego Bracalente, MBH Bank-Ballan Giro della Romagna 2024
Bracalante ha già corso con i professionisti, ma il passaggio del team di Bevilacqua a professional ha dato sensazioni ed emozioni diverse
Nonostante tu sia anche under 23 non potrai correre le gare di categoria, un peccato?

E’ una decisione che non ho, anzi abbiamo, preso molto bene. Comunque la squadra lavorava e progettava questa stagione già dalla scorsa estate, sono state fatte scelte seguendo certe dinamiche che poi sono cambiate all’ultimo (il riferimento è al cambio di regolamento arrivato a fine 2025, ndr). Alla fine credo sia giusto così, siamo professionisti e dobbiamo correre come tali. Fare esperienze con i pro’ e poi andare a prendere punti nelle gare under 23 non sarebbe corretto nei confronti del movimento. 

Cosa che ai corridori dei devo team è permessa…

Si potrebbe rendere questa cosa paritaria, ma loro sono registrati come team continental e non possiamo farci nulla. E’ un sistema che va a nostro sfavore, o che comunque ci limita. Un atleta di un devo team o di una squadra WorldTour che ha il team di sviluppo, può fare avanti e indietro tra il professionismo e la categoria under 23. Sicuramente per loro è un vantaggio, soprattutto quando poi vanno a correre contro squadre continental o di club.

Le idee di Vaughters per vincere il Tour. Vendendo tutto…

Le idee di Vaughters per vincere il Tour. Vendendo tutto…

19.02.2026
6 min
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Meno di un mese di attività e il UAE Team Emirates, ancora senza il suo leader Tadej Pogacar ha già messo da parte 11 vittorie. E’ da anni che nell’ambiente si parla della sperequazione che c’è fra le stesse squadre del WorldTour: sono 18, ma il numero di quelle che si possono considerare davvero vincenti è di molto inferiore, si contano sulle dita di una mano.

Jonathan Vaughters vuole ribellarsi a tutto questo. In una recente intervista sul sito specializzato Domestique Cycling, il manager americano della EF Education EasyPost ha affrontato il tema partendo dal racconto di un episodio, avvenuto durante uno degli ultimi Tour de France.

L'EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi
L’EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi
L'EF Education resta al fianco del team, ma i diritti denominativi sono in vendita
L’EF Education resta al fianco del team, ma Vaughters ha messo in vendita i diritti denominativi

Tutto è nato nel 2024

«Era stata un’edizione molto favorevole – ha raccontato – avevamo vinto una tappa con Carapaz e portato a casa la maglia di re della montagna e premio per la combattività. In sede di bilancio, mi sentii chiedere che cosa serve per vincere il premio grosso, come fa sempre Pogacar. La risposta mi venne spontanea: “Un sacco di soldi” risposi secco. Lì per lì la cosa rimase nelle pieghe della discussione, fra qualche incoraggiamento e considerazioni a margine. Ma nei giorni successivi continuai a pensarci, a chiedermi che cosa serve. Capii che dovevo parlare con lo sponsor.

«Portai loro una proposta semplice: vendere i diritti di denominazione del team. Sapevo che EF Education è un’azienda educativa, non può sostenere costi come una multinazionale petrolifera e non sarebbe neanche giusto farlo. Ma noi abbiamo un valore: proviamo a monetizzarlo. Ho garantito loro che avrebbero avuto sempre spazio e visibilità, grandi loghi sulla divisa e quant’altro. Inizialmente erano restii, poi alla fine hanno accettato e quindi i nostri diritti sono in vendita: vogliamo abbastanza denaro per vincere il Tour Femmes entro 3 anni e il Tour maschile nell’arco di un decennio».

L'americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L’americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L'americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin
L’americano Christian Vande Velde, finito ai piedi del podio al Tour 2008 militando nella Garmin

Wiggins e quelle parole pesanti come pietre

Vaughters è nell’ambiente da sempre e la legge dei soldi l’ha imparata presto: «Ero alla Garmin, nel 2008 avevamo chiuso il Tour con il 4° posto di Van de Velde, l’anno dopo Wiggins fece la stessa cosa. Ma l’inverno successivo entrò il Team Sky in pompa magna e se lo portò via: “Per vincere la Champions League devi giocare nel Manchester United – disse – e io se continuo con il Wigan non potrò mai farlo…”. La metafora faceva male, ma c’era del vero, riassumeva il nostro ruolo nel firmamento ciclistico».

Già allora il mondo del ciclismo andava a due velocità e la separazione si è andata sempre allargando: «Prima dell’avvento della Sky, un team medio poteva anche sognare, provarci, sfiorare l’impresa, noi l’abbiamo fatto due volte. Ma poi sono emersi i team con mega budget e quello definisce tutto perché parte dalle fondamenta, dalle filiere, prende il meglio e lo porta via con sé. Pochi valutarono ad esempio quella che per me fu una vera impresa: al Tour 2017, con la Cannondale eravamo la squadra col budget più piccolo, ma chiudemmo secondi con Uran a meno di un minuto da Froome: Davide aveva quasi messo in ginocchio Golia…».

Perché non si può rifare? «Perché i migliori talenti vengono presi già da piccoli e a prezzi molto alti. Un Rigoberto Uran non lo trovi sul mercato per meno di un milione di dollari. Quindi significa che devi avere un grande budget per poter competere non al massimo livello, ma per poter avere la prelazione sui giovanissimi più forti, portarli da te, garantirgli un futuro, avere un ricambio continuo. Per questo servono tanti, tanti soldi.

Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha ciorso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più corse a tappe
Vaughters ha 52 anni, viene da Denver e ha corso dal 1994 al 2003 vincendo più prove a tappe

Uscire dalla zona di comfort

«Vorrei sottolineare un aspetto del nostro rapporto con EF: loro ci chiesero di produrre il maggior valore mediatico di qualsiasi squadra ciclistica in relazione a ogni dollaro speso e questo è stato sempre il mio mantra. Dei punti UCI m’interessa poco, ma so che ho sempre onorato quell’accordo e lo sponsor ha avuto riscontro per ogni dollaro speso. Ora però, a 52 anni, posso permettermi di andare più in là e seguire i miei sogni, uscire dalla mia zona di comfort e provare a costruire qualcosa di più grande nel prossimo decennio».

Parliamo di cifre: il bilancio della EF si aggira sui 21 milioni di euro, quello della UAE è tre volte tanto. La differenza è abissale. Vaughters vuole ridurla: «Io sono convinto che anche il 75 per cento del loro budget sia sufficiente per vincere, se spendiamo bene ogni dollaro il che significa farlo per obiettivi specifici come il Tour». Poi, nella sua intervista il manager americano chiama in causa anche il ciclismo italiano: «Come organizzazione, non abbiamo alcun interesse a vincere 100 gare all’anno in cui i ciclisti vengono pagati 3-4 milioni di euro ad annata vincendo, con rispetto parlando, il Trofeo Laigueglia contro i professionisti italiani di squadre di livello molto inferiore…».

Il reclutamento e la fidelizzazione dei talenti è un passaggio obbligato nel capitolo spese, «ma attenzione: quando parlo di talenti non mi riferisco solo ai corridori, dobbiamo dotarci di esperti di aerodinamica, scienziati dello sport, nutrizionisti, trovando il meglio che c’è in giro, chi ha idee nuove, finanziandolo adeguatamente perché lavori per noi.

Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un'offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un’offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un'offerta, ma la UAE ha proposto di più
Isaac Del Toro. Per il talento messicano Vaughters aveva fatto un’offerta, ma la UAE ha proposto di più

La scelta di lealtà di Healy

«Siamo un ottimo team sulla carta, nella progettazione, ma dobbiamo diventarlo anche come esecuzione e per farlo servono più persone competenti. Non puoi gestire un roster di 30 corridori con 3 allenatori e 2 nutrizionisti, non bastano».

La richiesta di Vaughters di un budget più ampio scaturito da nuove risorse nasce anche dall’andamento delle ultime stagioni: «Avevamo provato a prendere Del Toro, ma contro la UAE abbiamo perso proprio mettendo sul piatto le offerte ed apprezzo ancor di più, pensando a questo, il fatto che Healy abbia accettato di rimanere con noi. Ha fatto una scelta leale ed emotiva invece che finanziaria, ha detto che adora il modo distaccato di lavorare che abbiamo, senza pressioni, non lo troverebbe altrove. Ma è un’eccezione».

Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes
Vaughters è pronto a scommettere sul talento della francese Kerbaol, giudicata pronta per il Tour Femmes

Primo obiettivo, il Tour Femmes

Ora la denominazione è all’asta, pubblicamente: «In tanti si sono detti interessati, ma una situazione più chiara l’avremo quando tante aziende che si sono fatte avanti faranno le loro previsioni di spesa per il 2027. Bisognerà vedere con quali offerte si presenteranno, se accontentandosi del secondo nome o se vorranno il nome completo, cambiare le divise, insomma faranno le loro valutazioni e noi le nostre, poi vedremo come raggiungere un compromesso.

«Gli obiettivi restano quelli. Il Tour femminile è più raggiungibile al momento, credo che con Kerbaol e l’iridata Vallieres abbiamo elementi in grado di farlo presto, per gli uomini ci vorrà tempo e il fatto che sia nebuloso, che non possa sapere come e chi competerà fra dieci anni rende tutto più suggestivo e affascinante…».

Clasica de Almeria 2026, Team Polti VisitMalta

Nuovo spirito alla Polti-VisitMalta: garantisce Ellena

19.02.2026
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Le prime due gare in Spagna. Poi Besseges, il Tour de la Provence e fra pochi giorni il Giro di Sardegna. Il 2026 di Giovanni Ellena e del Team Polti VisitMalta è iniziato con un bel passo allegro, forse perché la lotta per la salvezza dello scorso anno non è stata piacevole e si è preferito settarsi subito su un ritmo più alto e motivazioni migliori.

La squadra nel frattempo ha cambiato qualche faccia, con l’innesto di alcuni giovani di grande nome e altrettanto grandi prospettive. L’arrivo di Gavazzi sull’ammiraglia ha visto la partenza di Orlando Maini, diventato diesse del Team MBH Bank-CSB, mentre dall’organico è uscito Davide Piganzoli (oltre a De Cassan, Zoccarato e Martin) passato alla Visma Lease a Bike. E dato che il valtellinese della squadra è stato per tre anni la bandiera, proprio con Ellena abbiamo fatto il punto della situazione.

«Ci sono tanti giovani – spiega il tecnico piemontese, dal 2023 alla Eolo, poi diventata Team Polti – bisogna dargli tempo di crescere. Per esempio c’è un ragazzino francese che si chiama Dario Giuliano e va forte, lo stesso vale per Crescioli e Crozzo che deve ancora arrivare dall’Argentina. E poi ci sono i vecchi: Maestri, Lonardi, Tonelli. Non c’è più “Piga”, ma possiamo lavorare bene su diversi fronti. Chiaro che in questo momento non si può andare a fare classifica al Giro d’Italia, puntando a un posto nei quindici come negli ultimi due anni, semmai l’idea sarebbe puntare a qualche tappa e fare esperienza. Sempre che al Giro si vada davvero…».

Giovanni Ellena, piemontese, tecnico del Team Polti-VisitMalta, spiega come si farà a non rimpiangere Piganzoli (foto Borserini)
Giovanni Ellena, piemontese, tecnico del Team Polti-VisitMalta, spiega come si farà a non rimpiangere Piganzoli (foto Borserini)
Ci sono i vecchi a tenere la barca in rotta…

Maestri è quello che ha più esperienza, poi c’è “Lona” che è un ottimo appoggio e Tonelli. In Spagna abbiamo Sevilla che è molto importante dal punto di vista del gruppo. E poi mettiamoci anche i due ragazzi maltesi, Mifsud e Bittigieg. Quindi c’è da lavorare, ma siamo qua per questo.

Pensi che l’assenza di Piganzoli si farà sentire, anche solo per un fatto di carisma?

Anche lui aveva le sue indecisioni, le sue titubanze e i dubbi, come è normale per un giovane. Da fuori probabilmente si percepiva meno, ma alla fine il fulcro della squadra erano i vari Maestri e Lonardi. Chiaro che se andavi col “Piga” a una corsa, puntavi su di lui, perché dava determinate garanzie. Ma si può dire che abbia imparato a fare il leader proprio l’anno scorso, non è che lo fosse anche all’inizio della stagione.

Un nome cui teniamo: che ruolo ha Belletta nella costruzione della nuova Polti-VisitMalta?

Pensavo proprio a lui mentre rispondevo su Piganzoli. Belletta in corsa è molto importante e faccio un esempio. Nella riunione prima della Classica Comunitat Valenciana abbiamo detto che nel finale ci sarebbero stati probabilmente dei ventagli. E poi ho fatto due domande a due corridori, tra cui Belletta. E gli ho detto: «Igor, nella prima riunione mi sono spiegato bene? Hai capito cosa intendo dire?». E lui mi fa: «Gio, oggi è una classica del nord, non ti preoccupare». E alla fine, fatto l’inventario del gruppo, lui era davanti assieme a Lonardi, mentre Maestri l’ha mancata di un soffio.

Gran Premi Valencia 2026, Igor Dario Belletta
Nella Classica di Valencia, Belletta si è mosso molto bene nei ventagli: per lui il debutto fra i pro’ con la Polti-VisitMalta
Gran Premi Valencia 2026, Igor Dario Belletta
Nella Classica di Valencia, Belletta si è mosso molto bene nei ventagli: per lui il debutto fra i pro’ con la Polti-VisitMalta
Vuol dire che alla Visma ha effettivamente imparato a correre?

Da noi si dice che l’acqua passata non macina più, per cui qualunque sia la cosa che non ha funzionato in quella squadra, è necessario andare avanti. Probabilmente anche lui si sarà guardato allo specchio e avrà fatto i suoi ragionamenti. Alla loro scuola ha imparato delle cose, ma altre come questa che ho raccontato gli vengono anche per una questione di istinto. Possono insegnartele, ma se non le hai dentro… difficilmente le applichi così bene.

Il Team Polti rimane una squadra di giovani in rampa di lancio?

Abbiamo sei under 23. I gemelli Bessega, abbiamo Giuliano, Crozzolo, Adrian Benito, quindi giovani ce ne sono ancora tanti. Il Team Polti-VisitMalta è una squadra che vuole crescere e quindi deve valorizzarli, ma anche puntare ai risultati e non è facile. Però vorrei dire che l’anno scorso in questo stesso periodo avevamo molti punti in meno ed eravamo quarantesimi, mentre adesso a livello mondiale siamo intorno alla 23ª posizione. Poi magari scenderemo, ma l’approccio di quest’anno è diverso e più cattivo.

Aver dovuto lottare tanto proprio il terzo anno per stare nei trenta ha lasciato il segno?

Due giorni fa parlavo con Fran Contador e Basso e gli dicevo: «Mia mamma, quando andavo a scuola, mi diceva di studiare all’inizio dell’anno perché poi me lo sarei trovato alle fine. Io non l’ho mai ascoltata, però ascoltiamola adesso».

Tour de la Provence 2026 1st stage, Mattia Bais
Il secondo posto di Mattia Bais nella 1ª tappa al Tour de la Provence è stato finora il miglior risultato del Team Polti
Tour de la Provence 2026 1st stage, Mattia Bais
Il secondo posto di Mattia Bais nella 1ª tappa al Tour de la Provence è stato finora il miglior risultato del Team Polti
Forse all’appello manca Tercero, che con Piganzoli è sempre stato il pezzo prezioso sin dai primi anni Eolo e poi Polti. Che cosa ci possiamo aspettare da lui?

Dovremmo ritrovarlo un po’ più concreto tra un mese, vediamo come si muove. Tercero ha avuto un 2025 difficile, perché il citomegalovirus l’ha debilitato per tutto l’anno e ne sta uscendo solo adesso. E’ stato un anno pesante sul piano fisico e di riflesso anche sul piano psicologico. E’ rimasto fermo per due mesi, durante i quali non riusciva a fare 20 chilometri da quanto era debilitato. Quando ha ripreso, forse non era ancora pronto, ma era meglio che lasciarlo da solo a casa.

Tornerà quello di prima? In fondo ha solo 24 anni…

Non è stato facile a livello mentale passare dal dover essere la rivelazione assieme a Piganzoli a non cavare un ragno dal buco. Vediamo quest’anno come andrà. Ha fatto le prime corse per mettersi in sesto, adesso farà un po’ di altura e poi tornerà per le corse di aprile.

Cosa ti sembra di Gavazzi in ammiraglia?

Molto bene. Abbiamo fatto tutte le cose assieme, praticamente siamo fidanzati. In Sardegna esordirà lui come prima ammiraglia e io farò la seconda, perché voglio che entri nella mentalità. Siamo tutti qua per lavorare, non esiste più la gerarchia del primo o del secondo, poi sulle decisioni è un altro discorso. Lui era già bravo in corsa, ho sempre detto a Savio, ai tempi, che se c’era uno che avrebbe potuto fare il direttore sportivo, quello era Gavazzi. E tolte quelle quattro cose che deve imparare sui movimenti, diventerà sicuramente uno bravo.

Tour de la Provence 2026 2nd stage, Ludovico Crescioli
Crescioli è al secondo anno nel Team Polti-VisitMalta: da lui si attente un altro segnale di crescita
Tour de la Provence 2026 2nd stage, Ludovico Crescioli
Crescioli è al secondo anno nel Team Polti-VisitMalta: da lui si attente un altro segnale di crescita
Quale può essere un obiettivo che renderebbe felice, soddisfatto, Giovanni Elena quest’anno?

Il primo sarebbe l’invito al Giro d’Italia, che per la squadra sarebbe un successo enorme. L’altro sarebbe veder sbocciare Crescioli. Non perché gli altri non meritino, ma perché sono andato a vederlo al Val d’Aosta, l’ho seguito al Tour dell’Avenir, anche se a distanza: tutte cose che mi hanno portato a sentirlo un po’ mio. Piganzoli ha fatto tutto il suo percorso con Zanatta, io l’ho vissuto molto poco, salvo esserci alla prima vittoria ad Antalya. Invece con Crescioli è un discorso un po’ diverso, nel senso che è stato cercato e portato avanti.

C’è secondo te qualcuno già pronto per vincere?

C’è Lonardi e pure Penalver che può vincere le volate di un certo tipo. Ci sono anche altri, secondo me, che possono avere il giorno giusto. Mattia Bais c’è andato vicino l’altro giorno. Di certo, a parte i nomi, percepisco molta più voglia di risultato e insieme una grande serenità.

Fan Club Pellizzari a Madrid

Camerino attende già Pellizzari, nel ricordo di Scarponi

19.02.2026
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Sabato 14 marzo andrà in scena la penultima tappa della Tirreno-Adriatico, con partenza da San Severino Marche e arrivo a Camerino. 188 chilometri con quasi 4.000 metri di dislivello tra i muri marchigiani che, molto probabilmente, decideranno la classifica generale. Manca meno di un mese, ma la cittadina che ospita il traguardo è già pronta ad accogliere i corridori, specialmente uno: Giulio Pellizzari

Il giovane scalatore della Red Bull Bora Hansgrohe è infatti è l’enfant du pays, nato e cresciuto a Camerino, e quel giorno ci saranno ad attenderlo e a spingerlo tutti i suoi tifosi. In prima fila, a coordinare ed organizzare il tifo, ci sarà Sandro Santacchi, dirigente dell’ASD Avis Frecce Azzurre, società che per l’occasione ha anche creato una t-shirt dedicata al “Duca di Camerino”. Lo abbiamo contattato per farci raccontare come si stanno preparando al grande evento, nella cittadina che dopo dieci anni si sta finalmente rialzando dalla distruzione del terremoto.

Sandro Santacchi, Giulio Pellizzari
Sandro Santacchi con Giulio Pellizzari a Madrid alla fine della scorsa Vuelta
Giulio Pellizzari, Sandro Santacchi
Sandro Santacchi con Giulio Pellizzari a Madrid alla fine della scorsa Vuelta
Sandro, il 14 marzo sarà una data importante per la città…

Per noi che seguiamo Giulio il fatto che una tappa arrivi a Camerino è un evento. C’è molta fibrillazione, stiamo cercando di organizzare al meglio il tifo. Senza però mettergli addosso troppo peso, visto che anche per lui sarà una giornata molto particolare.

Quando è stata l’ultima volta che una tappa della Tirreno è arrivata a Camerino?

Il 16 marzo 2009, anche quella volta decisiva per la Tirreno-Adriatico, e vinse Michele Scarponi, che poi fece sua anche la classifica generale. Da quel giorno tra lui, la nostra città e le Frecce Azzurre si è creato un rapporto particolare, perché lui considerava quella vittoria molto importante. Arrivava dopo il periodo difficile della squalifica, vicino a casa sua, l’unica vittoria della sua carriera nelle Marche. Infatti Michele in seguito è venuto al nostro evento, la Granfondo di Terre dei Varano. Di quel giorno abbiamo anche una foto di Giulio, ancora bambino, portato dal papà a conoscere Scarponi.

Un rapporto che, seppur in altre forme, continua ancora oggi.

Dopo la disgrazia di Michele, l’affetto della città si è rovesciato sulla famiglia, in particolare sul fratello Marco e sulla sua Fondazione, a cui ora è molto vicina anche la famiglia Pellizzari. Il traguardo della tappa del 14 marzo è lo stesso dove vinse Scarponi 17 anni fa, in una Piazza Cavour piena di cantieri, ma con tanta speranza, per cui davvero ci sono tutti gli ingredienti per vivere una giornata speciale, comunque vadano le cose.

E voi sarete lì tutti con la maglia che avete creato per l’occasione. Ce ne parli?

E’ una maglia che celebra la vittoria di Giulio alla Vuelta dell’anno scorso. Il colore, un blu scuro che sembra quasi nero, l’ha scelto lui, è stata realizzata in accordo con la famiglia. Collaboriamo su tutti questi aspetti, cerchiamo di gestire le informazioni che escono su di lui, in modo che siano affidabili, stiamo creando il sito ufficiale. Non siamo un fan club vero e proprio perché Giulio non vuole che si chiami così, dal momento che è molto umile, ma di fatto lo è. 

Maglia Fan Club Pellizzari a Camerino
La maglia celebrativa realizzata dall’Asd Frecce Azzurre in collaborazione con la famiglia Pellizzari
Maglia Fan Club Pellizzari a Camerino
La maglia celebrativa realizzata dall’Asd Frecce Azzurre in collaborazione con la famiglia Pellizzari
La maglia si può ancora acquistare? Se sì, dove?

E’ ancora disponibile online sulla pagina Facebook Giulio Pellizzari fanpage, ne abbiamo già vendute molte a Camerino ma anche altrove. Ne avremo anche in loco il giorno della corsa, e anche sabato prossimo alla presentazione della tappa qui a Camerino, dove tra l’altro ci sarà anche Giulio.

Ci racconti qualcosa di lui? 

Io personalmente lo seguo fin da quando era piccolo. E’ come lo si vede in tv, sempre sorridente, coraggioso nelle dichiarazioni come in gara. Se sta bene prende e attacca, non ha paura. La cosa importante da far capire è che è davvero come appare, ha quel carattere lì, aperto e solare.

Camerino, Giulio Pellizzari, 28 maggio 2024
Così Pellizzari è stato accolto a Camerino dopo lo scorso Giro d’Italia, simbolo della cittadina che lotta per rinascere
Camerino, Giulio Pellizzari, 28 maggio 2024
Così Pellizzari è stato accolto a Camerino dopo lo scorso Giro d’Italia, simbolo della cittadina che lotta per rinascere
Pellizzari è il primo professionista di Camerino, giusto?

Esatto. Suo padre ha corso in bici da giovane fino ai dilettanti, suo fratello Gabriele fino agli U23. Ma Giulio è il nostro primo professionista, e per noi è incredibile. Fino agli allievi non era un vincente, anzi spesso non finiva nemmeno le gare. Si è sviluppato un po’ tardi, infatti poi dagli Juniores è stato un crescendo continuo. Questo può essere un insegnamento importante anche per gli altri ragazzi. Una carriera si può costruire anche col tempo, l’impegno e la determinazione, senza fretta e senza buttarsi giù.

Sandro, ultima domanda. Ci racconti com’è questo famoso arrivo di Camerino?

Dopo il primo passaggio in centro città i corridori entreranno in un circuito di circa 30 chilometri da fare due volte. Gli ultimi 3.000 metri sono una rampa al 12% di media, con un tratto facile in mezzo, quindi con tratti che superano il 20%. Quella strada è una scorciatoia che sale dritta per dritta in cima al colle di Camerino. Noi ci saremo lì in prossimità dell’arrivo, organizzati con grigliata e panini, e cercheremo di incitarlo con tutto il nostro affetto.

UAE Tour 2026 - 8th Edition - 3 tappa Umm al Quwain - Jebel Mobrah, Antonio Tiberi

Jebel Mobrah, il primo acuto del vero Tiberi

18.02.2026
6 min
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«Aspettavo questo momento devo dire da tanto, tanto tempo. Diciamo da quando sono passato professionista». Tiberi è disteso sul lettino dei massaggi e ha la voce squillante della vittoria. Quella conquistata a Jebel Mobrah vale per la corsa e la maglia di leader, ma ha l’effetto di avergli fatto credere che tutto il lavoro svolto nell’inverno stia iniziando a dare buoni frutti. E a questo punto della storia, la fiducia è forse la conquista più importante.

Quando l’ultima salita della terza tappa del UAE Tour ha iniziato a farsi davvero cattiva e tutti aspettavano il duello fra Evenepoel e Del Toro, la Bahrain Victorious si è messa davanti a fare l’andatura. Pendenze a doppia cifra, il caldo del deserto a renderle più ripide. E quando Gall ha attaccato forte, Tiberi si è ritrovato insieme a Evenepoel come alla Valenciana. Solo che questa volta è stato il belga ad affondare e poche pedalate dopo Tiberi ha spiccato il volo. Neppure il ringhio rabbioso di Del Toro è bastato per acciuffarlo, perché nel momento in cui il messicano ha dato la sensazione di farne un sol boccone, Tiberi ha accelerato ancora e la vittoria è stata sua.

UAE Tour 2026 - 8th Edition - 3 tappa Umm al Quwain - Jebel Mobrah, Antonio Tiberi, Isaac Del Toro
L’inseguimento di Del Toro non è bastato per prendere Tiberi: dopo l’arrivo fra i due una stretta di mano
UAE Tour 2026 - 8th Edition - 3 tappa Umm al Quwain - Jebel Mobrah, Antonio Tiberi, Isaac Del Toro
L’inseguimento di Del Toro non è bastato per prendere Tiberi: dopo l’arrivo fra i due una stretta di mano
Ti eri svegliato con le sensazioni giuste stamattina? Sapevi che poteva finire così?

Le sensazioni erano giuste e buone, però devo dire che lo sono già da inizio stagione. Quindi aspettavo questa tappa sin dalla prima gara che ho fatto in Spagna e poi dopo la Valenciana quando ho visto che le sensazioni in salita erano veramente buone. Dopo ogni tappa mi dicevo che avrei voluto una salita più lunga e quindi aspettavo con ansia questa giornata per vedere come sarei riuscito a performare su una salita vera. Devo dire che ho avuto ottime risposte.

Eravate riusciti a vedere il finale o l’avete scoperto su VeloViewer?

L’abbiamo visto ieri sera nel meeting che abbiamo fatto su VeloViewer e con qualche foto che siamo riusciti a trovare. Abbiamo capito da subito che fosse una salita veramente impegnativa. In più, mano a mano che ci avvicinavamo e soprattutto dall’ultima discesa, si vedeva quasi tutto il finale e che era bello ripido. Quindi diciamo che siamo arrivati lì sotto già pronti mentalmente.

Ci racconti il momento in cui sei restato da solo?

Ho iniziato la salita con Damiano (Caruso, ndr), che ha fatto un ottimo lavoro nel primo chilometro o chilometro e mezzo. Poi sono cominciati gli scatti fino a quello decisivo di Gall e io sono rimasto con lui e con Evenepoel. Poco dopo invece ho visto che anche Remco iniziava a sfilarsi e non capivo se volesse semplicemente risparmiarsi essendo ancora a inizio salita o se fosse in difficoltà. Comunque le mie sensazioni erano buone, la gamba era buona, così ho deciso di sfilarmi, di mettermi in ultima posizione e provare a fare un attacco.

Tiberi esce da un ottimo inverno ed è arrivato alle prime corse con forma e morale
Tiberi esce da un ottimo inverno ed è arrivato alle prime corse con forma e morale
Tiberi esce da un ottimo inverno ed è arrivato alle prime corse con forma e morale
Tiberi esce da un ottimo inverno ed è arrivato alle prime corse con forma e morale
Doveva essere un primo tentativo?

Volevo vedere cosa sarebbe successo, invece sono rimasto subito da solo. Mi sono riportato su Gall e da lì in avanti ho continuato con il mio passo. Ho visto che avevo guadagnato una ventina di secondi e mi sono detto: «Ok Antonio, adesso devi fare semplicemente… (semplicemente per modo di dire, ride) una cronometro. Lo sai fare bene, quindi è tutta una questione di gestione». Poi ovviamente sono stati fondamentali i tecnici che c’erano in macchina, con Pellizotti che mi dava sempre i distacchi per aiutarmi anche a gestire meglio lo sforzo.

Ti si è sempre rimproverato di non osare: oggi lo hai fatto ed è andata bene…

Come ho fatto vedere in alcune tappe al Giro d’Italia del 2024, quando sto bene, voglio sempre provare a fare qualcosa e a dire la mia. Far vedere che ci sono, senza star lì semplicemente a subire la gara. E’ ovvio che quando non hai un’ottima gamba e sei al gancio, ti viene impossibile fare un attacco.

Oggi è stato diverso?

Oggi la gamba era veramente ottima, ero veramente presente, capivo quello che stava succedendo ed è stato più facile, con più grinta e più voglia provare a dire la mia. Oggi non volevo avere rimpianti. Mi sono detto: «Voglio arrivare al traguardo e provare tutto per tutto. Fare qualcosa che non ho mai fatto e voglio vedere quello che riesco a portare a casa». E devo dire che è andata bene.

Del Toro ha gestito la salita da veterano e il finale da vero guerriero, ma non aveva fatto i conti con Tiberi
Del Toro ha gestito la salita da veterano e il finale da vero guerriero, ma non aveva fatto i conti con Tiberi
Del Toro ha gestito la salita da veterano e il finale da vero guerriero, ma non aveva fatto i conti con Tiberi
Del Toro ha gestito la salita da veterano e il finale da vero guerriero, ma non aveva fatto i conti con Tiberi
Salita dura, caldo, che ambiente avete trovato?

La temperatura si è fatta sentire già dall’inizio. L’obiettivo principale fino all’ultima salita era cercare di idratarsi e rimanere freschi il più possibile. Devo ringraziare tutti i miei compagni, che ogni mezz’oretta mi portavano ghiaccio e acqua. Grazie a loro sono riuscito a iniziare la salita abbastanza fresco. Nei primi chilometri eravamo in basso e il caldo si è sentito parecchio. Quando siamo arrivati intorno ai mille metri, si stava un po’ meglio, ma a quel punto la gara era ormai fatta.

Pellizotti ti dava i distacchi: che cosa hai pensato quando Del Toro ha fatto l’ultima sparata per venire a prenderti?

Il sospetto e un po’ la paura che arrivasse c’era, però avevo delle buone sensazioni e sapevo di avere ancora qualcosa nel serbatoio, da tirare fuori in caso di emergenza. Perciò, aiutandomi con i tempi che mi dava l’ammiraglia, quando Del Toro ha attaccato, ho deciso di aumentare un po’ il passo. E una volta che ho visto il triangolo rosso, ho messo sui pedali tutto quello che era rimasto e da lì sono andato a tutta fino al traguardo.

Qualche giorno fa ti abbiamo chiesto che cosa si provasse a doversi staccare dalle ruote di Pogacar ed Evenepoel: oggi è stato Remco a staccarsi dalla tua. Un passo per volta, ma sono cose che fanno piacere, no?

E’ sempre facile purtroppo parlare dal di fuori. A meno che in un contesto del genere non si sia passati personalmente, nell’arco della propria vita e in un qualsiasi sport, è difficile percepire quanto sia difficile e quanto ogni dettaglio faccia la differenza. Questa è stata la cosa che mi ha spinto da questo inverno a lavorare bene, a fare sacrifici, a fare le cose per bene e dimostrare chi sia il vero Tiberi. Mostrare quello che posso fare quando tutto fila liscio e mi sento bene.

Tappa e maglia: con la vittoria di Jebel Mobrah, Tiberi guida il UAE Tour con 21" su Del Toro e 1' su Tejada
Tappa e maglia: con la vittoria di Jebel Mobrah, Tiberi guida il UAE Tour con 21″ su Del Toro e 1′ su Tejada
Tappa e maglia: con la vittoria di Jebel Mobrah, Tiberi guida il UAE Tour con 21" su Del Toro e 1' su Tejada
Tappa e maglia: con la vittoria di Jebel Mobrah, Tiberi guida il UAE Tour con 21″ su Del Toro e 1′ su Tejada
Che cosa farai da adesso a domattina quando la corsa ripartirà?

Le prime cose che ho fatto per cercare tranquillità e calare un pochino la pressione è stata sentire la mia ragazza e i miei genitori. Poi rientrando in hotel ho cominciato a mangiare qualcosa già in macchina. Ora ci sono i massaggi, quindi aspetterò la cena tutti insieme e poi a letto prima possibile, per recuperare le forze per domani. Il UAE Tour è ancora lungo, ormai siamo in ballo e cercheremo di ballare. Devo fare tutto il possibile per portarlo a casa.

SFR

Da SFR a torque training. Dai watt ai Nm: come cambia la forza in bici

18.02.2026
6 min
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SFR: si fanno ancora? E come? Oggi quando intervistiamo gli atleti e le atlete, tutti e tutte dicono che lavorano sulla forza, sempre più centrale nella preparazione, ma quella sigla che un tempo era magica, appunto SFR, si sente sempre meno. Le famose salite forza-resistenza, che di fatto erano alla base del lavoro di forza in bici (in apertura foto UAE Adq).

Di questo aspetto abbiamo parlato con Dario Giovine, uno dei coach della UAE ADQ. E in effetti le sue parole sono state chiarificatrici. Ecco dunque un viaggio che parte dalle SFR, ma che si trasforma presto in un viaggio nella forza. O, come si dice oggi, nel “torque”.

Dario Giovine
Il preparatore Dario Giovine in forza alla UAE Adq
Dario Giovine
Il preparatore Dario Giovine in forza alla UAE Adq
Dario, parlando con i ragazzi e le ragazze tutti dicono che si lavora sulla forza, ma le SFR vengono fuori sempre meno. Come mai? Cosa succede?

Possiamo dire che a volte è quasi più un problema dialettico, perché in realtà se andiamo a sviscerare tutto quello che ci ha lasciato Aldo Sassi, il “padre” delle SFR, e lo confrontiamo con la nuova parola magica che si utilizza adesso, cioè il torque training, vediamo che i principi cardine sono gli stessi. Possiamo considerare le SFR come, prendiamolo pure tra virgolette, un sottoinsieme del torque training.

Perché in realtà il torque training cos’è?

Intanto è fondamentale dire che la potenza, cioè il risultato finale che sono i watt, dai quali siamo ormai discretamente ossessionati, non è altro che il prodotto fra la coppia (la forza di rotazione generata dalla spinta dell’atleta, ndr) e la velocità angolare (la rapidità di rotazione, ndr). Il torque training è quindi un tipo di allenamento in cui intervengo sulla coppia per ottenere uno stimolo neuromuscolare. Nelle SFR si parlava sempre di tipo di salita che doveva essere tra il 4 e il 6 per cento, di cadenza tra 40 e 60 rpm, intensità nel dominio aerobico (zona 3, il vecchio medio) e durata tra i 3 e gli 8 minuti.

Quindi nel torque training cosa vai a fare?

Manipolo la coppia ma non guardo più solo i watt. Utilizzo un altro parametro che oggi i ciclocomputer mostrano: i Newton-metro, Nm. Così capisco come produco quei watt.

SFR
Nei lavori di forza, tra cui le SFR, oggi si osservano i Nm e non più (o non solo) i watt
SFR
Nei lavori di forza, tra cui le SFR, oggi si osservano i Nm e non più (o non solo) i watt
Non è dunque solo una quantità di forza espressa?

Esatto: quanta forza e come viene generata. Il come determina il tipo di stimolo neuromuscolare che voglio ottenere. Posso modificare la vecchia SFR classica: per questo è un sottoinsieme, perché oggi esistono diversi tipi di torque training.

Facciamo qualche esempio pratico, Dario?

Ci sono esercizi di torque a intensità molto più elevata rispetto alle SFR, tipo sopra soglia, dai 30 secondi al minuto e mezzo, quindi lavorando anche in zona 5. Ci sono poi le partenze da fermo, una sottocategoria del torque training. Le SFR in un certo senso si fanno ancora, ma è cambiato il modo di interpretarle perché è cambiato il modo d’interpretare la forza nel ciclismo. In alcuni casi vengono utilizzate per migliorare la tecnica di pedalata.

Interessante, spiegaci meglio…

Più che educare, si crea un pattern neuromuscolare specifico del gesto. In letteratura scientifica ci sono sostenitori e detrattori: è difficile testare tutti con le stesse intensità e le stesse rpm. Dipende sempre per cosa e per chi funziona. Se preparo una cronometro o una salita lunga le utilizzerò. Anche i pistard lavorano moltissimo sulla coppia massima, perché devono tirare rapporti lunghi con efficienza neuromuscolare altissima.

Quindi se faccio una classica SFR: 5 minuti a 45 rpm su una salita al 5 per cento, possibilmente con palmi aperti sul manubrio, cosa alleno?

A parità di wattaggio stai riducendo la cadenza e quindi aumentando la coppia. Recluti più fibre muscolari del normale. Ma definire oggi la forza in bici solo come SFR (ma direi forza in generale) è riduttivo.

I newton-metro al posto dei watt, cosa mi dicono?

Osservi un valore specifico per quell’atleta. Una ragazza di 45 chili non avrà gli stessi Nm di un uomo di 80 chili. Il Nm mostra il carico meccanico reale su muscoli e articolazioni e come hai prodotto quell’intensità.

Prima Dario hai detto che definire la forza in bici solo come forza è riduttivo. Viene quindi da chiedersi: che ruolo giochi la palestra in tutto ciò? E quanto incide?

Gioca un ruolo importante e incide molto. Non a caso si tende a mantenerla tutto l’anno, regola che vale non solo per lo sprinter. La ricerca scientifica è unanime nel riconoscere i benefici della palestra nel ciclismo e negli sport aerobici, di endurance. Oggi abbiamo studi solidi. E’ cambiato però il modo di farla: prima si facevano tante ripetizioni per simulare la bici, ora si punta alla forza massima. Quindi pesi relativamente elevati ma specifici per l’atleta, poche ripetizioni e molto recupero per lavorare sempre al massimo e reclutare il maggior numero di fibre possibile. La nuova tendenza è anche il velocity based training: per esempio Pogacar utilizza un encoder collegato al bilanciere per misurare la velocità del movimento.

Cosa si ottiene?

La misurazione dei watt durante il sollevamento e della velocità di esecuzione. Non conta solo il carico ma come lo muovo. Noi siamo ciclisti: ci serve potenza, non forza fine a se stessa.

SFR
Venturelli, allenata proprio da Giovine, nello sforzo massimo di una partenza in pista: esempio perfetto di torque training (foto Istangram – UCI)
SFR
Venturelli, allenata proprio da Giovine, nello sforzo massimo di una partenza in pista: esempio perfetto di torque training (foto Istangram – UCI)
Facciamo un esempio tra forza vecchio stile e attuale…

Prima in palestra magari si facevano 3 serie da 20 ripetizioni ciascuna alla pressa con 50 chili e recupero di un minuto. Ora si fanno 3 serie da 3 ripetizioni ma con 200 chili e recupero di tre minuti.

Tornando alle SFR, stando a quanto hai detto quelle classiche, si fanno più a inizio anno?

In un approccio piramidale, cioè con intensità crescenti, sì. Ma possono essere inserite anche prima di una cronometro o di una salita lunga modificando i wattaggi verso quelli gara. Vanno bene a inizio stagione ma anche durante l’anno in alcune fasi di ripartenza, ad esempio all’inizio di un periodo in altura. Poi subentra il torque training, un lavoro che si può fare anche come richiamo. Penso ad un velocista per l’attivazione neuromuscolare due o tre giorni prima di una gara. Questo poi dipende anche dall’approccio  dell’allenatore e anche dalle percezioni dell’atleta.

Percezioni dell’atleta: cosa intendi, Dario?

Ci sono corridori esperti che chiedono le SFR perché hanno sempre avuto buone sensazioni. Perché toglierle? Qui entra il dialogo con l’atleta. E’ difficile misurare la percezione reale della pedalata, sfortunatamente…. Anzi, direi per fortuna. Per fortuna non possiamo ancora quantificare proprio tutto, tutto. Questo significa che c’è ancora spazio per l’individuo, altrimenti saremmo tutti robot uguali.

Il nuovo regolamento su pista. Per Bragato può cambiare tutto

Il nuovo regolamento su pista. Per Bragato può cambiare tutto

18.02.2026
5 min
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La stagione su pista è iniziata col botto agli europei di Konya, tra pochi giorni inizierà anche la Nations Cup agli antipodi e a ottobre, con i mondiali, prenderà anche il via il cammino di qualificazione olimpica. Ma nel mondo dei velodromi c’è anche da fare i conti con importanti modifiche regolamentari che l’UCI ha inserito proprio nel mezzo delle qualificazioni, rendendole operative dal 1° gennaio 2027 e che potrebbero avere influssi importanti sull’attività.

Il presidente UCI Lappartient ha spinto per modificare le regole, per dare chance anche a chi può spendere meno
Il presidente UCI Lappartient ha spinto per modificare le regole della pista, per dare chance anche a chi può spendere meno
Il presidente UCI Lappartient ha spinto per modificare le regole, per dare chance anche a chi può spendere meno
Il presidente UCI Lappartient ha spinto per modificare le regole della pista, per dare chance anche a chi può spendere meno

Spese folli per le bici di Parigi 2024

Il presidente David Lappartient è dell’opinione che queste trasformazioni saranno tra le più profonde nella storia della specialità. Una scelta che, nei tempi e soprattutto nelle modalità, ha destato più di qualche malumore, come vedremo. Partiamo però dalle modifiche più importanti. Quella più impattante riguarda il tetto massimo ai prezzi dell’attrezzatura: la decisione nasce dalla necessità di frenare l’esponenziale crescita dei costi vista alle Olimpiadi di Parigi, dove alcune biciclette complete hanno superato i 120 mila euro. Secondo Lappartient, l’innovazione tecnologica spinta all’eccesso è andata a discapito dell’equità sportiva, mettendo un “price cap” si permetterà a tutti di competere quasi ad armi pari.

I limiti di prezzo si applicheranno a telai e forcelle, ruote, manubri e relative estensioni, caschi e body da gara. L’obiettivo è garantire che nazioni con budget più esigui non siano escluse dalla lotta per le medaglie a causa di barriere economiche insormontabili, rinforzando l’integrità competitiva in vista dei Giochi di Los Angeles 2028.

L'Hope HB.T della nazionale britannica. Le sue misure troppo larghe non dovrebbero essere più ammesse
L’Hope HB.T della nazionale britannica su pista. Le sue misure troppo larghe non dovrebbero essere più ammesse
L'Hope HB.T della nazionale britannica. Le sue misure troppo larghe non dovrebbero essere più ammesse
L’Hope HB.T della nazionale britannica su pista. Le sue misure troppo larghe non dovrebbero essere più ammesse

Misure fisse per forcelle, carro e manubrio

Ma non è tutto: l’UCI ha fortemente inciso anche su geometrie e misure. Basta con forcelle e foderi estremamente larghi come ad esempio quelle della Hope HB.T utilizzata dalla Gran Bretagna su pista La larghezza massima interna della forcella non dovrà superare i 115 millimetri, quella del carro posteriore i 145. Il manubrio, per le prove di gruppo dovrà avere una larghezza minima di 350 millimetri. Cambiano anche i caschi, che per le prove non singole dovranno avere requisiti minimi di ventilazione, orecchie libere e l’impossibilità di integrare visiere fisse o staccabili, per bilanciare aerodinamica e sicurezza uditiva/visiva.

Come si vede, sono variazioni impattanti che non tutte le nazioni hanno visto di buon occhio, anzi. Parlando con il cittì della nazionale femminile della pista, nonché responsabile del Team Performance Diego Bragato, scopriamo così che si è ancora alla ricerca di un compromesso: «E’ un discorso ancora sul tavolo, ne stiamo parlando con Pinarello e con i nostri partner tecnici che sono in trattativa con l’UCI, ad esempio sul discorso dei caschi sono state richieste varie modifiche. I caschi che utilizziamo per le prove di gruppo cambieranno, ma non è detto che si applichi in toto il regolamento. L’aerodinamica dei caschi per l’inseguimento a squadre resterà invece pressoché la stessa».

Bragato con i ragazzi della nazionale. Le nuove norme rischiano d'impattare sulle qualificazioni olimpiche
Bragato con i ragazzi della nazionale. Le nuove norme rischiano d’impattare sulle qualificazioni olimpiche
Bragato con i ragazzi della nazionale. Le nuove norme rischiano d'impattare sulle qualificazioni olimpiche
Bragato con i ragazzi della nazionale. Le nuove norme rischiano d’impattare sulle qualificazioni olimpiche

Un forte influsso sull’aerodinamica

La domanda per chi osserva da fuori è capire quanto le modifiche possano influire, soprattutto sulle prestazioni delle bici: «Sicuramente ci sarà un impatto sull’aerodinamica, quindi anche sulla prestazione. So che questo è un discorso che nasce per la qualificazione olimpica, mettere un tetto alle spese che le squadre affrontano per l’acquisto dei materiali in modo che sia possibile per tutte le nazioni accedere al materiale.

«E’ un discorso dalla doppia lettura: da una parte eticamente posso anche essere d’accordo, ma dall’altro ritengo dannoso e sbagliato fermare la ricerca imponendo dei tetti. E’ un tema delicato: se in ottica olimpica dobbiamo rientrare su certi parametri, va bene, ma il nostro è uno sport che si basa anche sulla ricerca, sul continuare a sviluppare anche pensando alla bici prescindendo dal discorso sportivo, come avviene per le auto e le formula 1, molte soluzioni sono state poi adottate nelle macchine che utilizziamo nella quotidianità».

Il caso di Viviani ai mondiali di Parigi 2025. Nelle prove di gruppo non sarà ammesso in questa foggia
Il casco di Viviani ai mondiali di Parigi 2025. Nelle prove di gruppo su pista non sarà più ammesso
Il caso di Viviani ai mondiali di Parigi 2025. Nelle prove di gruppo non sarà ammesso in questa foggia
Il casco di Viviani ai mondiali di Parigi 2025. Nelle prove di gruppo su pista non sarà più ammesso

Il valore della componente umana

Andando dietro questo ragionamento, diventerà sempre più importante la componente umana? «Lo è già adesso, ma sicuramente aumenterà. Il valore dell’atleta torna a essere centrale, ma nel nostro mondo comunque lo è sempre stato, perché per quanto l’aerodinamica sicuramente influisca tanto come anche il mezzo, sono sempre i watt e la testa dell’atleta che fanno l’enorme differenza».

Bragato sottolinea anche un altro aspetto: «Queste decisioni stanno mettendo in seria sofferenza le aziende. Ne parlavo recentemente con i giapponesi che hanno delle bici che costano tantissimo, le Toray: per loro rientrare in quelle spese è impossibile. Anche noi con Pinarello ci siamo seduti al tavolo proprio per vedere come fare per restare all’interno di quel budget che l’UCI vuole imporre. E’ molto restrittivo e questo varrà anche per le prove di velocità su pista».

La Danimarca iridata in gara a Konya. I caschi nelle prove contro il tempo rimarranno uguali
La Danimarca iridata in gara a Konya. I caschi nelle prove contro il tempo rimarranno uguali
La Danimarca iridata in gara a Konya. I caschi nelle prove contro il tempo rimarranno uguali
La Danimarca iridata in gara a Konya. I caschi nelle prove contro il tempo rimarranno uguali

Gli influssi anche sulla strada

A lungo andare questo processo potrebbe investire anche il settore della strada: «E’ difficile fare previsioni – riprende Bragato – stiamo ancora discutendo di quello che avverrà per la pista ma sappiamo che il suo sviluppo tecnico è un po’ quello che trascina poi anche la strada, dovremo tenerne conto. C’è tanto sul piatto, tanto da discutere e bisogna fare presto perché il 2027 è dietro l’angolo».

UAE Tour 2026, Remco Evenepoel, cronometro Hudayriyat Island

Bartoli fuori dal coro: Remco ha più classe di Tadej e Mathieu

18.02.2026
6 min
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Più classe di tutti. Che non vuol dire più forte o che vincerà più di loro, ma che rispetto a Pogacar e Van der Poel ha un tocco di superiore magia naturale. Secondo Michele Bartoli questo è il ritratto di Evenepoel e all’indomani della crono prodigiosa al UAE Tour (foto in apertura: Remco ha percorso i 12,2 chilometri in 13’03” a 56,092 di media) e dopo i risultati spagnoli si ha voglia di approfondire il discorso, venuto fuori a tavola in una domenica d’inverno.

Si parlava delle abilità dei bambini della sua MB Academy e del fatto che se impari a guidare la bici e stare in gruppo quando sei così piccolo, da grande sei avvantaggiato. E proprio a quel punto è saltato fuori il paragone con Remco, che avendo iniziato a correre tardi, ha impiegato un po’ per trovare la stessa naturalezza. C’è riuscito e adesso guida al pari degli altri perché è un atleta fuori del comune. Da lì, siamo finiti a parlare del resto.

«La classe la vedi a parte – spiega Bartoli – quella che dimostri fisicamente e quella mentale. Secondo me, Remco le ha entrambe. Una posizione naturale molto aerodinamica, sempre composto: questo è innegabile per tutti, chiunque lo veda. Poi a me piace anche mentalmente, perché è uno che prende decisioni coraggiose, cattive, senza paura. E questo lo fa chi ha qualcosa in più, non sono cose che insegni. Prendi una decisione da cattivo o comunque forte e lo fai in modo del tutto naturale: se non ce l’hai dentro, non ci pensi nemmeno».

UAE Tour 2026, Remco Evenepoel, Isaac Del Toro
Al UAE Tour, Del Toro ha vinto la prima tappa, Remco la seconda: si annuncia un duello stellare
UAE Tour 2026, Remco Evenepoel, Isaac Del Toro
Al UAE Tour, Del Toro ha vinto la prima tappa, Remco la seconda: si annuncia un duello stellare
Perché dici che ha più classe degli altri due? Non parliamo di due qualsiasi…

Perché in molte risposte che danno e atteggiamenti che hanno, Pogacar e Van der Poel sono un po’ più costruiti. Ci pensano, lui no. Lui è così. Nel bene o nel male, non costruisce mai nulla: Remco va dritto per la sua strada.

Non è che ci vedi un po’ di Bartoli in questa irruenza?

Ci sta, probabilmente mi piace perché lo vedo un po’ simile a me. Remco è così e a me questo piace. La cattiveria agonistica che ha è quella che ti porta ad avere delle scariche di adrenalina bestiali, grazie alla quale dà quei colpi di coda anche quando magari non te l’aspetti. E’ un imprevedibile.

Finora ha vinto le sue corse, però al confronto con Pogacar parecchie volte le ha beccate. Deve unire il carattere al lavoro, al ragionamento su come migliorare?

L’altro è qualcosa di diverso da tutti, non si possono fare paragoni. E’ chiaro che chiunque le prende da Pogacar, però caratterialmente secondo me Remco è il prototipo del campione. Lui fa una cosa, sono convinto di questo, ma fino a mezzo secondo prima non sapeva di farla. Pogacar e Van Der Poel magari finora sono stati più vincenti, ma si preparano di più. Arrivano al dato momento e sanno già cosa devono fare.

Nei tentativi precedenti al Tour, Remco è parso inferiore a Vingegaard e Pogacar: lo sarà anche quest’anno?
Nei tentativi precedenti al Tour, Remco è parso inferiore a Vingegaard e Pogacar: lo sarà anche quest’anno?
Invece Remco?

Lui è tutto istinto e per questo dico che ha classe, perché l’istinto lo guida anche bene. Fa tutto giusto, poi magari lo staccano perché avranno un po’ di energia in più, però raramente Remco sbaglia una decisione.

Non trovi che questa sua testardaggine nell’andare al Tour, visto anche il suo fisico più possente, sia voler alzare troppo l’asticella?

Va bene, è il mio preferito, però con questo non posso dire che va al Tour e lo vince. Secondo me ancora qualcosa gli manca. E’ chiaro che da uno come lui ci si può aspettare di tutto, miglioramenti anno dopo anno. Bisogna vedere, però in questo momento è chiaro che sarà ancora un po’ distante da Vingegaard e Pogacar.

E allora gli conviene incaponirsi su certi obiettivi o non farebbe meglio a puntare sulle classiche?

Ha senso che faccia il Tour e si prepari per quello, tanto le classiche le vince uguale. Nel ciclismo di oggi non devi stravolgere la preparazione per vincere una classica. Oggi comanda la prestazione universale. Basta raggiungere il tuo massimo e poi te ne servi nelle gare di un giorno e nelle gare a tappe. Prima invece si pensava di più a differenziare i due obiettivi, ma soprattutto per una questione mentale e di approccio. Si pensava che chi preparava il Giro oppure il Tour non potesse preparare il Giro delle Fiandre, ma era più una questione filosofica per cui non potevi fare tutto e quindi dovevi scegliere.

Dopo il Tour del 2024 chiuso al 3° posto, per Evenepoel arrivarono gli ori nella crono e su strada alle Olimpiadi di Parigi
Dopo il Tour del 2024 chiuso al 3° posto, per Evenepoel arrivarono gli ori nella crono e su strada alle Olimpiadi di Parigi
Però con quelli delle classiche si è sempre provato a fare la classifica senza grandi risultati. Basti pensare a Rebellin, a Bettini, a un certo Bartoli…

Io ci ho provato una volta sola, alla Vuelta del 1995 quando arrivai nono, e poi decisi di non farlo più. Se ricordate, ero quinto in classifica alla vigilia dell’ultima tappa di montagna, quando sospesero la gara per il maltempo. Io mi congelai e scivolai in undicesima posizione.

Come andò a finire?

Il penultimo giorno ci fu la crono, provai a riguadagnare qualche posizione e risalii al nono posto. E mi dissi: «Per un giorno, in un mese, mi sono giocato il podio». E così dissi basta con le gare a tappe. Però Remco, tanto più in questo momento storico del ciclismo, ci deve provare assolutamente.

A tanti sta sui nervi per gli atteggiamenti da calciatore, che soprattutto quando vinceva da junior colpirono i tifosi…

Credo che Remco sarebbe forte in qualunque sport e avrebbe sempre lo stesso atteggiamento. Di questo sono sempre stato convinto: è uno che atleticamente ha qualcosa in più. Ci sono degli sport in cui magari prevale la resistenza, altri in cui prevale l’esplosività e altri in cui serve la concentrazione come potrebbe essere per il tennis, dove magari perdi perché ti viene il braccino e non vinci. Però, comunque sia, è uno forte atleticamente.

Innsbruck 2018: dopo aver vinto i due titoli europei e 5 corse a tappe, fra cui il Lunigiana, Evenepoel vince così il mondiale juniores
Innsbruck 2018: dopo aver vinto i due titoli europei e 5 corse a tappe, fra cui il Lunigiana, Evenepoel vince così il mondiale juniores
C’è da dire che a parte questi atteggiamenti un po’ sbruffoni, si fa voler bene dai compagni e questo è importante…

A me quelli stronzi piacciono (scusate, ma non abbiamo trovato un sinonimo all’altezza, ndr). Più lo si è nello sport, meglio è. Forse l’unico è Messi che sta al suo posto, però in qualsiasi altro sport uno forte e anche bravo io non l’ho mai visto. Essere fatti così fa produrre più adrenalina e l’adrenalina è quell’ormone che ti permette di fare tutto. Si fa presto ad attaccare l’etichetta, magari è solo determinazione. Voi l’avete mai visto un grande campione che sia anche un bravo ragazzo?

Daniele Forlin

Il grintoso esordio tra i grandi di Daniele Forlin

17.02.2026
6 min
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Passare dagli juniores alla Movistar Team Academy, la devo della squadra spagnola. Da qui allenarsi con i pro’ e qualche giorno dopo scoprire che i direttori sportivi ti hanno selezionato per la Vuelta a la Comunitat Valenciana. Tutto veloce, tutto reale: è successo a Daniele Forlin, classe 2007 da Abano Terme, Padova.

A Forlin abbiamo chiesto di raccontarci questo debutto. E come è andata anche prima di questa avventura. Nella corsa spagnola, dominata da Remco Evenepoel, Daniele era il più giovane al via. Un piccolo primato che infonde orgoglio e speranza.

Daniele Forlin
Daniele Forlin (classe 2007) al debutto nel gruppo con i pro’
Daniele Forlin
Daniele Forlin (classe 2007) al debutto nel gruppo con i pro’
Innanzitutto, Daniele, ti aspettavi che avresti esordito alla Valenciana o è qualcosa che è avvenuto all’ultimo minuto?

Nel primo programma delle gare che mi avevano dato, la Valenciana non c’era. Ma nel ritiro fatto a dicembre mi hanno comunicato che avevano preso questa decisione.

E tu?

Sono stato subito molto contento che mi dessero così tanta fiducia fin da subito. Ero anche un po’ preoccupato – ammette Forlin – perché era una gara molto dura e il livello degli iscritti era altissimo, mentre io non sapevo a che punto fossi rispetto agli altri. E rispetto a questo ciclismo.

Come mai ti hanno buttato nella mischia? Hanno visto che pedalavi bene in ritiro?

Non so, so che dopo i primi giorni in ritiro mi hanno detto: «Guarda Daniele che ti abbiamo inserito la Valenciana in calendario». Come ho detto, sono stato subito molto contento ed è stata una bellissima esperienza. L’ho detto a casa e mamma e papà sono stati subito felici. Tanto che poi sono venuti a vedermi insieme a mia sorella. Diciamo che ne hanno approfittato per fare una gita a Valencia.

Raccontaci del primo giorno che sei andato al foglio firma o quando hai visto i grandi…

In realtà tutto è cominciato anche prima. Io sono partito dall’aeroporto di Venezia e lì ho trovato subito Fabio Baldato, il direttore sportivo della UAE Team Emirates. Poi altro staff di altre squadre. All’uscita dall’aeroporto di Valencia c’erano subito 3-4 ammiraglie di squadre WorldTour, la macchina della Movistar Team che mi stava aspettando. E in hotel ho visto tutti i camion… E’ stato uno strano effetto. E’ stato come essere catapultato in un mondo così grande che fino all’anno scorso vedevo solo in televisione e ora ci ero dentro.

Daniele Forlin
La famiglia Forlin attorno al suo Daniele. Papà Fabrizio, mamma Ilaria e la sorella Anita
Daniele Forlin
La famiglia Forlin attorno al suo Daniele. Papà Fabrizio, mamma Ilaria e la sorella Anita
E in corsa come è andata? I ritmi erano veramente impossibili o tutto sommato ci si può ragionare?

Le gare sono molto più gestite rispetto a quelle juniores. Magari si parte forte, ma dopo che va via la fuga c’è un attimo di respiro. Le squadre controllano. Certo, in salita quando aprono il gas c’è poco da fare… ancora. Però in generale mi sono trovato bene.

C’è stato qualcuno dei tuoi compagni a cui ti sei un po’ più appoggiato, che ti doveva aiutare?

Mi hanno messo in stanza con Nelson Oliveira, un corridore molto esperto da cui si può imparare moltissimo. Anche in gara cercavo sempre di seguirlo e lui mi dava qualche consiglio su come muovermi. Anche per il posizionamento.

C’è stato qualcosa che ti ha colpito proprio di questi posizionamenti?

Di solito prendevamo posizione e mi diceva: «Mettiti qua. Stai dietro a una certa squadra». Io rimanevo lì e tenevo la posizione per tutti. Per esempio, nella prima tappa c’era una lieve discesa, quindi curva a destra e dopo iniziava uno strappetto di circa 200 metri. Tutti hanno cominciato a frenare prima, io però non volevo frenare perché volevo avere velocità per fare questo strappo senza fatica. E allora in una curva ho superato tutta la squadra che avevo davanti, ma senza malizia. Subito mi hanno richiamato in radio per ritornare al posto.

Invece la tappa in salita come è andata?

Sono riuscito ad aiutare Iván Romeo, che era il nostro capitano. Abbiamo preso la salita più lunga in buona posizione. Ho cercato di difendermi, non ho neanche perso troppo in quella salita, solo che dopo mi sono ritrovato nel mezzo tra il gruppo davanti e il gruppetto dei velocisti, dietro. Alla fine ho atteso loro perché non aveva senso continuare restando nel mezzo. Però devo dire che anche come ritmo mi sono trovato bene, non ho sofferto particolarmente.

Daniele Forlin
Forlin in testa a tirare per la squadra. Un esordio davvero positivo
Daniele Forlin
Forlin in testa a tirare per la squadra. Un esordio davvero positivo
Nella nostra penultima intervista ci avevi parlato della salita: ora che l’hai saggiata con i pro’, ritieni che sia sempre quella la tua caratteristica, quella su cui insistere, oppure ti è venuto qualche dubbio?

In salita il ritmo per i professionisti è altissimo. Penso comunque di difendermi bene, ma non sono uno scalatore puro. Magari mi vedo meglio nelle gare dure e un po’ mosse, ma non con salite estreme o troppo lunghe.

E allora, per farci capire la somiglianza tecnica, per conoscerti e non per fare paragoni sia chiaro, a quale corridore ti accosteresti?

Difficile da dire, anche perché vorrei evitare paragoni eccessivi. Io mi sento più un passista che tiene. Mi viene in mente un Tim Wellens.

Daniele Forlin, il più giovane alla Valenciana, fra Remco, Almeida, Pellizzari… ci sarai capitato fianco a fianco: com’è andata?

Devo dire che mi hanno colpito tutti. Anche Mads Pedersen. Nella prima tappa eravamo là davanti e lui ha provato ad andare in fuga. Io gli ero a ruota e l’ho seguito. Poi vabbé non ci hanno lasciato andare. Ma è stato uno spettacolo: Evenepoel, Joao Almeida… ogni tanto ti giravi e loro erano lì.

E con Pellizzari, giovane e italiano anche lui ci hai parlato, lo conoscevi?

No, sinceramente non lo conoscevo e non ho avuto occasione di parlarci… purtroppo.

Daniele Forlin
Daniele Forlin fa parte della Movistar Team Academy. Ha un contratto con loro anche per il 2027
Daniele Forlin
Daniele Forlin fa parte della Movistar Team Academy. Ha un contratto con loro anche per il 2027
Daniele, noi abbiamo parlato della Valenciana, ma poi hai fatto anche un’altra corsa con i pro’ in Portogallo: è stata una conseguenza della buona prestazione alla Valenciana o era stata decisa in precedenza?

No, era programmata. Anche se era una gara di un giorno è stata molto dura. C’erano tante salite brevi ma impegnative. Tra l’altro dopo una sessantina di chilometri ho anche forato: sono entrato in una buca e ho bucato entrambe le ruote. Era un momento in cui si stava andando forte, ho fatto un grande sforzo per rientrare e da lì ho sofferto fino all’arrivo. Però sono riuscito a finirla, quindi sono abbastanza contento.

Quando rivedremo in gruppo Daniele Forlin?

Ora sono a casa ad allenarmi per un mese e mezzo, quindi fino a fine marzo. A quel punto farò la Settimana Coppi e Bartali, ma con il devo team. A seguire ci saranno le gare under 23, tra cui la Liegi e il Giro Next Gen.

Chi è il tuo preparatore?

Mi segue Víctor de la Calle, che è il preparatore della Movistar. Con lui non ho cambiato molto, a dire il vero (fino all’anno scorso lo seguiva Paolo Alberati, ndr). Quest’inverno ho aumentato soprattutto il volume, mentre i lavori sono rimasti più o meno quelli.