Che fine ha fatto Tadej? Ci dice tutto Hauptman

29.08.2024
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Da che ne parlavamo tutti giorni, anche più di una volta al dì, al silenzio quasi totale: ma che fine ha sua maestà Tadej Pogacar? In questo mondo sempre più frenetico e ricco di corse, il Tour de France è stato cancellato in men che non si dica tra Olimpiadi, Vuelta e tante altre gare. E all’improvviso senza Tadej in gara i riflettori si sono spostati altrove.

Ma in questo ultimo mese il leader della UAE Emirates non è stato del tutto con le mani in mano. Per sapere cosa ha fatto e cosa farà, ci siamo rivolti ad Andrej Hauptman, uno dei direttori di fiducia di Pogacar.

Il direttore sportivo Andrej Hauptman (classe 1975) dal 2019 alla UAE Emirates
Il direttore sportivo Andrej Hauptman (classe 1975) dal 2019 alla UAE Emirates
Andrej, ci eravamo lasciati a Nizza con un super Pogacar e poi?

Nei giorni immediatamente dopo il Tour, Tadej è andato in Slovenia. La gente lo voleva e lui aveva piacere di mostrare la maglia gialla e la maglia rosa al grande pubblico. Non so se avete visto che immagini da Lubjana, quanta gente c’era. Poi è subito tornato a Monaco e da lì è stato una settimana del tutto tranquillo. Ha passato del tempo con Urska (Zigart, la sua compagna, ndr). Credo siano andati a fare delle gite e abbiano passato qualche giorno presso un lago.

E in bici?

Una settimana di stop totale. Niente bici.

Del discorso Vuelta, visto quanto fosse imbattibile in quel momento, non ci avete pensato neanche per un po’?

La Vuelta non era in programma e non ne abbiamo parlato. O meglio, ne abbiamo parlato perché i media ci hanno portato a farlo in qualche modo, ma tra di noi in verità non lo abbiamo mai fatto in modo tecnico. Non era in programma. Sapete che c’è? Che tante volte sembra tutto facile, ma facile non è.

Chiaro…

Tadej è sempre pronto, sempre a tutta, quando si presenta ad una gara è per vincere. Veniva dal Giro d’Italia, poi è rimasto concentrato nel mezzo, poi ancora il Tour… prima o poi doveva staccare. Non poteva andare in Spagna magari per vincere una tappa. Io ho parlato con lui: la vera stanchezza l’ha avvertita due, tre giorni dopo. «Ora sento la fatica. Sono stanco morto», mi ha detto. E’ normale. Finché sei in gara la tua mente è predisposta, c’è l’adrenalina, hai un alto rendimento. Ma poi se continui prima o poi esplodi e quando poi succede rialzarsi è complicato per davvero a quel punto.

Bagno di folla per Tadej nella sua Slovenia, dove ha mostrato le maglie di Giro e Tour (foto Instagram)
Bagno di folla per Tadej nella sua Slovenia, dove ha mostrato le maglie di Giro e Tour (foto Instagram)
E ora?

Ha ripreso ad allenarsi già da un po’. Come detto, ha fatto quella settimana di stop. Poi ha ricominciato semplicemente pedalando. E quelli forse sono stati i giorni più duri, perché dopo il riposo e le tante fatiche il tuo fisico non ne vuole sapere di riprendere. In ogni caso sta osservando dei carichi di lavoro crescenti, seguendo le indicazioni del suo allenatore. 

E come sta lavorando. Tanta base o intensità in vista del mondiale?

Direi normale. Di certo con l’avvicinarsi del mondiale farà dei lavori più specifici adatti a quella corsa.

Quale sarà il suo calendario?

Non spetta a me dirlo, ma più o meno quello suo tipico in questa fase dell’anno (dovrebbe fare la trasferta canadese, il mondiale, l’Emilia, la Tre Valli Varesine e il Lombardia, ndr). Con corse di un giorno, almeno per ora, fino al mondiale… che sarà uno dei goal di fine stagione.

A proposito di mondiale. Pogacar ha visto il percorso?

No, non ancora. Né lui (ci dovrebbe andare giusto questa settimana, ndr), né io, ma lo faremo. Mentre lo ha visionato il tecnico sloveno.

Andrej, tu che lo conosci da molto tempo, ti sembra ancora motivato Pogacar?

Tadej è sempre motivato! E’ per quello che va sempre forte e che bisogna programmare bene le cose con lui. Da quello che so io sta bene. Ma poi di fatto saranno le prime corse a dirci come starà veramente. Anche se i valori e i watt sono buoni in allenamento, poi la gara è un’altra cosa. Tutto procede secondo programma comunque.

Giusto ieri, con selfie su Instagram, Pogacar è ricomparso “in pubblico”. Sorridente e pronto a tornare per il finale di stagione
Giusto ieri, con selfie su Instagram, Pogacar è ricomparso “in pubblico”. Sorridente e pronto a tornare per il finale di stagione
E mentalmente? Visto che come hai detto ha speso molto…

Tadej è sereno. Non ho dubbi che lui arriverà in condizione al momento giusto. Semmai sono le corse di un giorno che per certi aspetti sono più difficili da vincere rispetto ad un grande Giro. In una gara di tre settimane, se sei il più forte in qualche modo esci fuori, ma in quella di un giorno se ti capita la giornata così così, o qualsiasi altro imprevisto può succedere di tutto. Specie al mondiale dove tutti arrivano al massimo.

E in quanto a pressione. Può essere che stavolta dopo il Giro e il Tour, con l’occasione di poter realizzare qualcosa d’incredibile un po’ ci dovrà fare i conti?

Ormai fa parte del personaggio. La pressione c’è indubbiamente, ma lui la sopporta bene e forse è anche quello che lo carica di più.

Realini non ha paura: al Tour de France, la prova decisiva

28.08.2024
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Settima al Giro, ma soprattutto quinta al Tour de France Femmes, Gaia Realini si è trovata sparata da zero a cento in quella mischia immensa con un ruolo del tutto inaspettato. Stando a quanto le era stato detto, della classifica si sarebbero occupate Elisa Longo Borghini e Shirin Van Anrooy. Quando però la defezione della piemontese dopo le Olimpiadi è diventata ufficiale, la squadra l’ha chiamata e le ha passato il testimone: la classifica sarebbe toccata a lei.

In questi giorni l’abruzzese della Lidl-Trek si sta allenando, cercando da un lato di recuperare del tutto e dall’altro di arrivare pronta al Tour de Romandie (6-8 settembre), che sarà l’anticamera dei mondiali di Zurigo cui le piacerebbe prendere parte.

«Come è stato il Tour?», sorride con quella punta di ironia che basta più di mille risposte. «E’ stato duro, devo dire la verità, ma anche bellissimo. Non avevo mai vissuto un’atmosfera del genere. Soprattutto le prime tappe, fra l’Olanda e il Belgio che sono la patria della bici. E poi sull’Alpe d’Huez. Era la prima partecipazione, non sono in grado di fare confronti. Ma se guardo al Giro e alla Vuelta, il Tour de France è stato molto più grande e molto più duro».

Eppure quando nell’ultima tappa, Gaia si è ritrovata a darsi cambi con Kasia Niewiadoma ed Evita Muzic sull’Alpe d’Huez (foto di apertura) non sembrava la ragazzina che davanti a una simile sfida avrebbe potuto bloccarsi.

Senza Longo Borghini e con Van Anrooij non brillantissima, Realini si è ritrovata leader della Lidl-Trek
Senza Longo Borghini e con Van Anrooij non brillantissima, Realini si è ritrovata leader della Lidl-Trek
Le tue colleghe hanno parlato di nervosismo e tappe lunghe.

Ogni giorno erano più di 160 chilometri e confermo che il gruppo era nervoso, forse perché il Tour è la corsa più attesa e tutti vogliono farlo bene. Anche il livello delle atlete era molto alto. Basti pensare che Kasia Niewiadoma e Demi Vollering hanno saltato il Giro d’Italia per arrivare pronte in Francia e andavano davvero fortissimo. Per me all’inizio non erano un problema, non avrei dovuto fare io la classifica. L’avevo presa come una prima partecipazione, in cui avrei potuto guardarmi intorno e prendere le misure.

Invece?

Invece la squadra mi ha dato il ruolo che sarebbe stato di Elisa Longo Borghini e a quel punto non mi sono tirata indietro. All’inizio magari un po’ la cosa mi ha colpito, però poi sono stata contenta che mi abbiano dato il ruolo e la fiducia. Dato che Elisa il prossimo anno ci abbandonerà, ho iniziato a prendermi le mie responsabilità e a fare da me. La squadra mi è stata molto vicina, è bastato che i direttori dicessero che sarei stata una delle leader e il meccanismo è stato perfetto.

Che leader hai scoperto di essere?

Sono una leader silenziosa, non sono una che pretende e detta regole. Ho visto che le compagne non hanno avuto problemi ad aiutarmi. Ho avuto vicina per tutto il tempo Lizzie Deignan e mi è sembrato che mi abbia avvolto in una coperta. Pure essendo una campionissima, è stata la mia matrioska: dov’era lei, c’ero anche io. In certi casi non serviva neanche parlare. Per fare un esempio, un giorno ho pensato che potesse avere sete e le ho preso una borraccia, scoprendo che lei aveva appena fatto la stessa cosa per me.

Non stai parlando di una gregaria qualsiasi, il suo palmares è notevole…

Infatti accanto a lei mi sentivo come una ragazzina e pensavo a come si sentisse a dover accudire una bambina di 23 anni. A volte mi parla da mamma, si capisce che lo sia davvero. Abbiamo condiviso la stanza al Giro e poi al Tour. Mi piace il suo modo di fare perché non mi fa sentire la mancanza della mia vera mamma.

Sfinita sull’Alpe d’Huez, Realini alla fine ha pagato 30″ rispetto a Niewiadoma
Sfinita sull’Alpe d’Huez, Realini alla fine ha pagato 30″ rispetto a Niewiadoma
Che cosa ti ha lasciato questo Tour de France?

Sicuramente non nego di dover crescere e imparare tanto. Chi è arrivato davanti ha più anni e più esperienza di me. Ma guardando e correndo, ho imparato tanto. E magari facendo degli altri passi di avvicinamento, potrei pensare che un giorno anche io potrò salire sul gradino più alto di quel podio.

Quindi fra una settimana si va al Romandia, poi il sogno è andare ai mondiali?

Esatto. Mi piacerebbe davvero molto ricevere la chiamata di Sangalli.

Europeo gravel ad Asiago: tutto pronto per il 13 ottobre

28.08.2024
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Il campionato europeo gravel si correrà ad Asiago nella data prevista del 13 ottobre (in apertura lo start 2023 da Oud-Heverlee, in Belgio). Lo organizzano Flanders Classics di Thomas Van der Spiegel, che a metà settembre servirà in tavola anche l’europeo strada, con il supporto di Pippo Pozzato e la sua PP Sport Events. In sostanza, si è trattato di riprendere il grande lavoro fatto per il mondiale dello scorso anno e sostituire l’aggettivo. Prima però è servito metabolizzare la sottrazione del mondiale da parte dell’UCI: c’è chi dice che fosse inevitabile e chi è convinto del contrario. Mentre si è in attesa della comunicazione ufficiale, abbiamo raggiunto Pozzato per fare un primo punto della situazione.

«Ho davvero preso quello che avevamo dal mondiale – dice – e che era tutto pronto e lo abbiamo messo in modo che andasse bene per un campionato europeo. Il presidente della UEC (Unione del ciclismo europeo, ndr) Enrico Della Casa si è fatto raccontare i fatti e ha detto di aver capito che lo scorso anno qualcosa è successo. L’abbiamo messa in modo che non si creassero problemi a livello politico. Organizzare un grande evento su un territorio e poi vederselo togliere aveva lasciato qualche ruggine. Enrico si è anche offerto di parlare con Luca Zaia (il Governatore del Veneto, ndr), ma su quel fronte ero a posto. Il Veneto sa che avevamo lavorato bene».

Pozzato e Della Casa, presidente della UEC, alla presentazione delle tappe italiane del Tour a Bologna
Pozzato e Della Casa, presidente della UEC, alla presentazione delle tappe italiane del Tour a Bologna
L’appoggio di Flanders Classics è una garanzia di quale tipo?

Loro si muovono come il Tour de France, in modo diverso rispetto alle solite organizzazioni. Hanno sponsor che premono per entrare nel Giro delle Fiandre e, in attesa di concederglielo, li coinvolgono nelle altre gare. Più eventi hanno e maggiore è il loro potere contrattuale. L’europeo potrebbero farlo anche da soli, ma per i regolamenti della Federazione hanno bisogno di una società italiana cui appoggiarsi (lo stesso meccanismo per cui il Tour de l’Avenir si è valso dell’appoggio di ExtraGiro per le ultime due tappe in Piemonte, ndr).

Il percorso del primo mondiale gravel della storia, quello di Cittadella, era lunghissimo e senza salite. Asiago fa pensare che qualche rampa ci sarà…

Infatti sarà più duro del primo mondiale. Volevo che fosse più veloce per trovare più corridori, magari invogliare anche un Van der Poel. L’idea era di passare nell’aeroporto, ma non si è potuto perché avrebbe significato bloccare troppe zone. Per cui faremo meno chilometri. Un circuito di 47 chilometri da percorrere per tre volte. E alla fine verranno 141 chilometri e un dislivello di circa 2.500 metri.

L’Altopiano di Asiago avrebbe dovuto ospitare il mondiale gravel 2023, sarà ora il teatro degli europei (foto asiago.it)
L’Altopiano di Asiago avrebbe dovuto ospitare il mondiale gravel 2023, sarà ora il teatro degli europei (foto asiago.it)
Buona l’idea del circuito…

Almeno la gente li vede di più. Avremo partenza e arrivo dallo stesso posto, che per noi rispetto al primo mondiale, semplificherà molto le cose. Piuttosto non c’è ancora un disciplinare tecnico, per cui dovremo di nuovo inventarci qualcosa.

Praticamente in due anni non è cambiato niente?

Appunto. Per cui nel tratto iniziale su strada faremo valere le normative tecniche della strada e nel gravel avremo il quad davanti e il quad dietro, in modo da garantire la sicurezza e la serietà. Qualcosa su cui si chiudono spesso gli occhi. Nessuno va mai a guardare certi aspetti e nessuno ne parla, noi faremo il possibile per essere a posto.

Daniel Oss tira il gruppo agli europei del 2023 che si svolsero a Oud-Heverlee in Belgio
Daniel Oss tira il gruppo agli europei del 2023 che si svolsero a Oud-Heverlee in Belgio
Hai parlato di Van der Poel.

I contatti con lui li ha Thomas Van der Spiegel. Hanno rapporti frequenti anche per via del ciclocross, dato che Flanders Classics organizza la Coppa del mondo e svariate altre corse. E allo stesso modo parlerà con Van Aert. Il problema potrebbe essere che, facendo il mondiale di Zurigo, poi potrebbe mollare. Abbiamo messo nel percorso solo salite brevi, anche per venire incontro a questa tipologia di corridori. E per evitare che dopo pochi chilometri il gruppo sia sbriciolato e lo spettacolo vada a farsi benedire.

Mattio: Avenir da protagonista e mondiale già in testa

28.08.2024
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Protagonista in ogni tappa, sempre all’attacco: Pietro Mattio è stato uno degli azzurri impegnati al Tour de l’Avenir, di cui Marino Amadori può andare più fiero. Il cittì ci aveva visto lungo evidentemente.

Lo ha portato in Francia nonostante il percorso non fosse proprio adatto alle sue caratteristiche. Tanta, forse troppa, salita per lui. Ma questo non è stato sufficiente a frenare l’entusiasmo di Pietro.

Il cuneese infatti non si è perso d’animo e per tutta risposta ha tirato fuori un numero ogni giorno, mettendosi spesso anche a disposizione del team. In questi giorni sta recuperando le fatiche francesi, ma a sentirlo il tono è già quello squillante di chi vuol tornare nella mischia.

Uno scatto che sintetizza bene il Tour dell’Avenir di Mattio (foto Tour Avenir)
Uno scatto che sintetizza bene il Tour dell’Avenir di Mattio (foto Tour Avenir)
Insomma Pietro, come dicevamo, hai fatto un gran bell’Avenir. Sei sempre stato protagonista.

L’obiettivo era un po’ quello: mettersi in mostra e visto il percorso anticipare i tempi, poiché in salita rispetto ad altri ho qualcosa in meno. Solo nella prima tappa abbiamo commesso un errore di valutazione. Sono andati via prima in tre e poi altri due. Vista la lunghezza e il tipo di percorso credevamo cedessero, invece erano freschi e sono arrivati.

Parlando con Amadori, ci spiegava che saresti dovuto entrare in scena soprattutto nelle prime due tappe, quelle altimetricamente meno dure, giusto?

Sapevamo che le prime due tappe non erano per noi dell’Italia. Giustamente, con il percorso che presentava l’Avenir, erano tutti scalatori puri tranne me. Le prime due tappe però si sono rivelate dure lo stesso per come si è andato forte. Nella prima, come detto, non siamo riusciti ad andare in fuga, ma nella seconda, che già era più impegnativa, ci siamo riscattati con la vittoria di Crescioli. Poi il programma in generale era di stare davanti, di tenere Florian Kajamini, che era il nostro leader, nelle migliori posizioni possibili. Una vera fuga per me pensavo di farla nella tappa di Condove.

Come mai?

Perché era un po’ più adatta a me e l’avevo cerchiata di rosso. E infatti ero anche riuscito ad andare via. Solo che in quella trentina di atleti riusciti a scappare c’erano dentro anche 5-6 uomini di classifica, tra cui Florian. A quel punto ho capito subito che sarebbe stata dura per me e così mi sono messo a completa disposizione di “Kaja”. Per fortuna quella tappa si è conclusa al meglio proprio con la sua vittoria.

Ma il giorno dopo sei tornato in fuga, pur sapendo del finale sul Colle delle Finestre, come mai?

In verità ero un po’ “deluso” dal giorno prima. Volevo fare qualcosa di più di un nono posto raccolto in tutto l’Avenir. E così, visto che era l’ultima tappa, ho giocato il tutto e per tutto. Ho pensato che se fossi arrivato all’imbocco del Finestre con un buon vantaggio, magari sarei riuscito a tenere, ma non ci hanno lasciato troppo spazio. E infatti ad 8 chilometri dall’arrivo mi sono visto passare da Torres. A quel punto mi sono messo l’anima in pace.

Il piemontese è stato l’ultimo ad arrendersi sul Colle delle Finestre. Una grande prova di coraggio (foto Instagram)
Il piemontese è stato l’ultimo ad arrendersi sul Colle delle Finestre. Una grande prova di coraggio (foto Instagram)
E come andava Torres? Ti ha impressionato?

Andava forte! Dopo otto giorni di corsa e dopo essere stato in fuga, tenere quel passo era davvero impossibile per me, tanto più dopo aver visto i tempi che ha fatto (ha demolito di quasi 2′ il record dei pro’, ndr). Saliva ad una velocità folle.

Che rapporto avevi tu e che rapporto pensi avesse lui?

Il Finestre è molto duro. Io salivo con il 39×30 o 33 a seconda dei punti. Torres credo più o meno uguale, solo che aveva una cadenza incredibile rispetto a me. Impressionante.

Dopo che ti ha ripreso come è andata?

Ho continuato del mio passo e quando all’ultimo chilometro mi ha ripreso il gruppetto con Kajamini e gli altri azzurri, ho provato a dare una mano. Ma ero stanco e non ho potuto fare molto.

Cosa ti lascia questo Avenir, Pietro?

Tanta, tanta esperienza. Il livello che c’era era talmente alto, che mi ha fatto capire meglio che corridore posso essere, dove sono e dove posso arrivare. Ma sono contento.

Il cittì Amadori a colloquio con Mattio al Giro Next. Le convocazioni per il mondiale dovrebbero arrivare dopo il Giro del Friuli
Il cittì Amadori a colloquio con Mattio al Giro Next. Le convocazioni per il mondiale dovrebbero arrivare dopo il Giro del Friuli
E dove puoi arrivare e che corridore sei?

Abbastanza lontano. Spero solo di passare nel team WorldTour, non dalla prossima stagione che farò ancora con la Visma-Lease a Bike Development, ma da quella successiva. E poi ho capito che con il livello che ho attualmente non posso competere per le grandi corse a tappe. In salita c’è chi ha qualcosa più di me. Ma su tappe mosse o anche dure anticipando un po’ ci sono. Insomma, sono un corridore completo con un buono spunto.

Ora come prosegue la tua stagione?

A breve farò il Giro del Friuli (4-7 settembre, ndr), dove correremo in appoggio a Nordhagen, e poi vedremo. Vedremo anche in base alla convocazione o meno per il mondiale, quello sarebbe il grande obiettivo. E poi sono in ballo tra la Parigi-Tours e il Piccolo Giro di Lombardia.

Dopo un Avenir così, facciamo fatica a pensare che Amadori non ti porti…

Spero di aver conquistato la sua fiducia. Il percorso del mondiale è adatto a me. Io darò il massimo per esserci.

Milesi, una junior in rampa di lancio. Prima lo stage, poi l’azzurro

28.08.2024
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Ha festeggiato il suo diciottesimo compleanno durante un stage al Nord, in un antipasto di quello che l’aspetta nei prossimi anni. Silvia Milesi è cresciuta in fretta ed è uno dei prospetti più promettenti a disposizione della Biesse-Carrera e del cittì Sangalli.

A metà agosto ha attaccato il numero sulla maglia della BePink-Bongioanni, mentre attualmente (e fino al 7 settembre) la bergamasca di Villa d’Almè (in apertura foto Ossola) è a Livigno con la nazionale. Un ritiro di due settimane per preparare tutte assieme europeo e mondiale con lavori ben distinti, visti i percorsi, rispettivamente pianeggiante e ben più impegnativo, agli antipodi. Milesi rientra nel gruppo per la rassegna iridata di Zurigo grazie alle sue doti in salita e nelle prossime gare cercherà di legittimare la propria convocazione. Con lei abbiamo fatto il punto della stagione e, superata una iniziale timidezza mista ad imbarazzo, forse per l’inaspettata attenzione, ci ha raccontato tutto di sé.

Silvia qualcosa ci aveva anticipato il tuo diesse Manzini, ma completiamo prima una rapida introduzione su di te.

Ho iniziato a correre relativamente tardi, da G6. Prima di allora ho sempre fatto danza, nuoto ed equitazione, ma di salire sulla bici non c’era stato verso malgrado mio nonno e mio padre siano grandi appassionati di ciclismo. Avevo paura perché in famiglia un parente aveva subito un brutto incidente, poi una mia compagna di scuola mi ha convinto poco per volta e ho cominciato. Le mie caratteristiche sono principalmente da scalatrice. Non ho un idolo in particolare a cui ispirarmi, anche se adesso mi piace molto Vollering, ma se devo essere sincera mi piacciono quasi tutte le atlete.

Com’è andato il tuo stage?

Sono stati dieci giorni molto belli, anche se essendo in Belgio pioveva quasi sempre. La BePink è un’ottima squadra, nella quale mi sono trovata bene con tutti. A guidarci lassù c’era Sigrid Corneo che è stata molto comprensiva sia con me che con Linda Ferrari, l’altra stagista (dalla BFT Burzoni, ndr). Non ci ha messo pressioni e non pretendeva nulla in gara da noi, se non il massimo impegno. E’ stata una bella esperienza in cui ho imparato tanto.

Quali differenze ti hanno colpito maggiormente?

In squadra noti subito una organizzazione più dettagliata, con alcune figure fisse al seguito come il massaggiatore che tra le juniores non abbiamo. Alle gare mi è piaciuta molto l’atmosfera che si respirava. La team presentation e il foglio firma sono sempre momenti emozionanti che tra le juniores in Italia sono comprensibilmente un po’ più rari.

In corsa invece?

Lì devi fare i conti con un maggior chilometraggio e ritmi molto più sostenuti. Rispetto alle nostre gare open è tutto un altro mondo. Ho disputato tre gare (Gp Reynders, Egmont e Gp Van Impe, ndr) che presentavano percorsi molto tecnici, con tanto pavè. Anche in pianura si faceva fatica e non si mollava mai. Vedi subito con che spirito si corre al Nord. E vedi anche cosa ti attende di là. Qualcuno ci ha detto che se passi certe gare in Belgio, sei pronta a passare tutto. Vedremo (sorride, ndr).

Facendo un bilancio generale, come sono stati questi due anni di Silvia Milesi da juniores?

Onestamente devo dire che sono stati una sorpresa. Da allieva non ero nessuno, avevo ottenuto pochissimi risultati. L’anno scorso al primo anno da juniores ho fatto una serie infinita di piazzamenti senza alcuna vittoria, dove tuttavia ho scoperto di andare bene a cronometro. Non mi sarei aspettata nemmeno di fare gli europei in pista, dove abbiamo vinto l’oro nell’inseguimento a squadre, e quelli su strada in Olanda.

E arriviamo ad oggi.

Finora è stato un buon 2024, anche in questo caso oltre le mie aspettative. Ho vinto due gare, ho fatto sette podi tra cui il secondo posto al campionato italiano. Ho partecipato ancora agli europei in pista col quartetto, stavolta prendendo il bronzo. Credo di aver fatto il salto di qualità facendo tesoro dell’esperienza maturata l’anno scorso.

Obiettivi per il finale di stagione?

Ce ne sono diversi. Guardo poco per volta. Quando scenderemo dall’altura correrò a Racconigi, poi dal 13 al 15 settembre faremo il Giro delle Marche in Rosa, dove spero di fare bene visto che ci sono tappe abbastanza adatte a me. Quello potrebbe essere un buon banco di prova per avvicinarmi al mondiale. Vorrei guadagnarmi definitivamente la maglia azzurra per Zurigo.

Il motore dell’Australia. Welsford ha riscosso il suo credito

28.08.2024
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Anche Villa, analizzando i recenti Giochi Olimpici di Parigi 2024, ha riconosciuto che Sam Welsford sia stato l’arma in più del quartetto australiano verso oro e record del mondo. Un motore straordinario, all’altezza del Ganna di Tokyo 2021, che ha regalato il massimo ai Wallabies. Per ottenere l’alloro olimpico, il corridore della Red Bull-Bora Hansgrohe ha rinunciato a tanto, fatto grossi sacrifici, messo in freezer la sua carriera su strada proprio perché c’era un appuntamento con la storia al quale non poteva mancare.

I giorni di Parigi sono passati, Welsford ancora non ha ripreso la sua attività (lo farà oggi al Renewi Tour in Belgio) ma sente ancora nell’aria quell’elettricità che ha portato il suo oro, uno dei più belli dell’eccezionale spedizione australiana a Parigi, capace di cogliere il terzo posto nel medagliere contro ogni pronostico.

Welsford con Bleddyn, Leahy e O’Brien, i nuovi primatisti mondiali del quartetto
Welsford con Bleddyn, Leahy e O’Brien, i nuovi primatisti mondiali del quartetto
Quando sei stato coinvolto nel progetto del quartetto olimpico e qual è stata la differenza principale rispetto all’Australia degli scorsi anni che vi ha portato all’oro e al record?

E’ stata una scelta positiva. Ero stato argento a Rio 2016 e bronzo a Tokyo tre anni fa, in cuor mio ho sempre saputo che volevo tornare e provare a ottenere quella benedetta medaglia d’oro. A Tokyo era stato un disastro nelle qualificazioni che ci aveva messo subito fuori gioco. Dovevamo riscattarci. E così abbiamo ricominciato ad allenarci, ma prima ci siamo presi un po’ di tempo lontano dalla pista. E’ come se ci fossimo disintossicati. Abbiamo ripreso quest’anno con un’idea chiara in mente. Abbiamo fatto la Nations Cup come gara di preparazione, di costruzione della squadra insieme e poi abbiamo fatto un sacco di lavoro a Maiorca, concentrandoci in maniera quasi monacale. Poi ad Anadia in Portogallo per fare davvero quel lavoro specifico che ci serviva e siamo arrivati a Parigi al massimo, consci che potevamo farlo.

Tu hai smesso di correre su strada a metà giugno: è stato un problema per il team non poter contare su di te?

All’inizio della stagione ero andato molto bene, ma sapevo che non poteva durare, dovevo pensare a che cosa serve per essere campioni in pista, a quel tipo di allenamento diverso dalla strada. Il piano con la squadra era avere un buon blocco di gare prima del lavoro specifico e poi rivederci dopo Parigi. In Slovenia ero già con la mente verso il quartetto, era stata una gara anche molto severa, arcigna. Devo dire grazie al team che mi ha supportato nel mio sogno. Ora sono concentrato per fare comunque un buon finale di stagione. Nel team d’altro canto sanno anche che la pista è molto utile per il mio sprint.

Per il ventottenne australiano l’oro è stata una sorta di liberazione dopo il pasticcio di Tokyo
Per il ventottenne australiano l’oro è stata una sorta di liberazione dopo il pasticcio di Tokyo
Avevi iniziato la stagione in maniera trionfale al Santos Tour Down Under: come giudichi la prima parte dell’anno su strada?

Penso che vincere nel mio Paese d’origine, la gara di casa ad Adelaide, sia stato super speciale e vincerne poi tre sia stato incredibile. Ero davvero entusiasta della stagione che stavamo iniziando. E’ stato sicuramente uno dei miei momenti salienti dell’anno. Un velocista che vince tre volte nella stessa gara non accade spesso, quando succede devi goderti il momento.

Ti vedi più come corridore su strada o su pista?

Ora sono probabilmente più uno stradista. L’oro di Parigi non cambia quello che sono. Ora voglio avere la mia carriera e credo che alla mia età ora posso essere uno dei migliori velocisti nel gruppo, giocare  le mie carte nei Grandi Giri, Ma per farlo dovevo chiudere un cerchio e ringrazio i tecnici per avermi permesso di farlo con quella medaglia d’oro.

Una delle tre tappe vinte al Santos Tour Down Under, dove aveva mostrato una grande potenza
Una delle tre tappe vinte al Santos Tour Down Under, dove aveva mostrato una grande potenza
Tornando alla preparazione per Parigi, quanto è stato importante potersi allenare senza distrazioni derivanti dall’attività su strada?

Un equilibrio c’è sempre stato, non credo nella divisione netta delle carriere. È più come se dovessi fare un po’ di entrambe le cose. Anche senza gareggiare su pista, allenarcisi sopra è importante, soprattutto per la forza che un velocista deve avere. Non è solo questione di forma fisica generale, ma di cura del motore, per così dire. Soprattutto se fai le volate di gruppo che ho fatto io. La pista ti abitua a sforzi brevi e intensi che creano molta fatica neurale. Sono stancanti, più dell’allenamento su strada, stai tranquillo che il giorno dopo non te la senti di fare 4 ore su strada…  Ma in realtà è molto importante per il processo di passaggio, per lavorare sull’ultimo minuto di questa gara, quello decisivo.

Welsford insieme a O’Brien nella madison, chiusa al 12° posto con un senso di appagamento
Welsford insieme a O’Brien nella madison, chiusa al 12° posto con un senso di appagamento
Qual era la nazione che più temevate sulla strada verso l’oro?

Difficile dire. Sapevamo che c’era tanto equilibrio, con Italia, Gran Bretagna, Danimarca, temevamo anche i cugini neozelandesi. Impossibile prevedere prima che cosa sarebbe successo, noi sapevamo solo che dovevamo essere al massimo e non sbagliare, questa volta… Perché non avremmo avuto un’altra occasione. Devo però confessare che guardavo l’Italia e mi faceva impressione, sapevo che erano una squadra davvero buona e che Ganna stava andando bene. Sarebbe stata una minaccia davvero grande. Sai, sono sempre super per le Olimpiadi e sono stati campioni del mondo di recente, quindi sapevamo che erano anche loro al massimo, ma dovevamo guardare a noi stessi.

Molti ti giudicano come uno degli sprinter più forti del ciclismo attuale: è un ruolo che ti piace o pensi di avere anche altre caratteristiche?

Essere un velocista a me piace. È qualcosa in cui penso di essere abbastanza bravo. Con la giusta preparazione, penso che possa essere abbastanza veloce, all’altezza degli altri di primissimo piano. Fortunatamente negli ultimi due anni sono andato migliorando lentamente, ma non ho ancora raggiunto i livelli che penso di avere. D’altronde le corse sono cambiate, ora sprinter puri non ci sono più, devi saper tenere anche in salita. Su questi terreni collinari, che sono difficili per me perché ovviamente sono piuttosto pesante, posso e devo ancora migliorare.

Brillante a inizio stagione, l’australiano si era già messo d’accordo con il team per una lunga assenza
Brillante a inizio stagione, l’australiano si era già messo d’accordo con il team per una lunga assenza
Tu hai già il contratto per il prossimo anno: ti dedicherai ancora alla pista nel 2025?

Sai, ci ho pensato. E’ difficile dirlo ora. Per me, penso che sia importante che restituisca qualcosa al team. Mi concentro sulla strada e mostro loro quanto posso essere bravo. Se avrò una stagione davvero buona l’anno prossimo, penso che sia davvero positivo per la squadra e per mostrare cosa so fare. Penso di essere in quella fase della carriera in cui devi decidere cosa vuoi fare. Magari potrebbe essere utile fare qualche Sei Giorni, qualche uscita a fine anno. Ma non di più.

Double: lo scalatore inglese scoperto dalla Polti è pronto per il WT

27.08.2024
6 min
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I movimenti di mercato sono iniziati da qualche settimana e hanno portato già a grandi notizie che ci proiettano con curiosità verso il 2025. La Tudor con l’arrivo di Alaphilippe e Hirschi ha tenuto banco, ma anche le altre formazioni si sono mosse. Una di queste è la Jayco-AlUla, la quale all’interno del suo organico porta Paul Double, britannico classe 1996 che arriva direttamente dalla Polti-Kometa. Un profilo non di primo piano, vero, ma che ci ha fatto sorgere qualche curiosità.

Paul Double è passato professionista con Human Powered Health nel 2023, dopo un periodo da stagista nel 2022
Paul Double è passato professionista con Human Powered Health nel 2023, dopo un periodo da stagista nel 2022

Pro’ a 27 anni

Paul Double è passato professionista tardi, se si guarda agli standard del ciclismo moderno, a 27 anni. Lo ha fatto con la Human Powered Health, formazione professional americana. Nel 2022 è stato preso come stagista, mentre nel 2023 è entrato ufficialmente nell’organico del team. Dopo una stagione fatta di alti e bassi è passato alla Polti-Kometa. La professional italiana lo ha preso, cresciuto e formato, tanto che in un solo anno è arrivato il salto nel WorldTour. 

Tra coloro che lo hanno seguito più da vicino, in questo 2024, c’è Stefano Zanatta, diesse del team Polti-Kometa. Proprio a lui chiediamo cosa ha visto e quali sono le caratteristiche del britannico. 

«Da noi – spiega Zanatta mentre si gode gli ultimi giorni a casa prima di riprendere la routine delle corse – Double è arrivato quasi casualmente. E’ stato proposto ai fratelli Contador (Fran e Alberto, ndr) la scorsa estate. Con l’addio di Fortunato eravamo alla ricerca di un corridore che potesse sostituirlo. Abbiamo capito che Double potesse essere una valida opzione perché lo avevamo visto in azione quando correva con la Mg.K Vis. In salita teneva molto bene ma peccava nella gestione della corsa, tatticamente era molto discontinuo. La conferma delle sue qualità è arrivata poi nei primi test invernali fatti con noi, i dati erano gli stessi fatti registrare da Fortunato. Così si è deciso di prenderlo e dargli fiducia».

Nelle stagioni precedenti si era fatto vedere nelle corse italiane, qui al Giro di Sicilia del 2021 con la Mg.K Vis
Nelle stagioni precedenti si era fatto vedere nelle corse italiane, qui al Giro di Sicilia del 2021 con la Mg.K Vis
Però arrivava da formazioni che non gli avevano dato così tanta esperienza, in cosa peccava?

Sapevamo che in salita sarebbe venuto fuori, ma era da perfezionare nelle altre situazioni di gara. Per fortuna da noi ci sono corridori come Maestri e Sevilla, ragazzi che sanno affiancare i meno esperti e insegnare loro come muoversi in gruppo. Double doveva migliorare nelle corse a tappe, specialmente in quelle più lunghe. Piano piano abbiamo incrementato i giorni, partendo da gare di quattro tappe fino ad arrivare al Giro di Turchia. 

Una corsa di otto giorni, impegnativa, nella quale ha colto un bel terzo posto finale…

Quello è stato un buon segnale, tanto che se avesse avuto un po’ più di solidità in passato avremmo anche potuto portarlo al Giro d’Italia. Double non ha mai fatto una grande attività, e fargli fare una corsa di tre settimane sarebbe stato un azzardo. Da inizio stagione è migliorato tanto, soprattutto nei percorsi misti e in discesa. Ha trovato maggiore confidenza con i mezzi e in sé stesso. 

La Polti-Kometa ne ha capito il potenziale, anche se tatticamente risultava ancora acerbo
La Polti-Kometa ne ha capito il potenziale, anche se tatticamente risultava ancora acerbo
Come spieghi il suo arrivo tardivo nel mondo dei professionisti?

Ha avuto squadre differenti, ma mai nessuna vicina alle sue caratteristiche. Gli mancava la fiducia, quest’anno con noi ha trovato una dimensione che lo ha stimolato. Tra le corse in Spagna e Italia si è ritrovato su percorsi vicini alle sue caratteristiche e in più lo abbiamo seguito molto bene. Non era abituato a lavorare seguito da un preparatore o da un nutrizionista. Si è adattato al nuovo sistema ed è stato molto bravo. 

Tatticamente in che modo avete lavorato?

Innanzitutto gli abbiamo dato fiducia, fin dai primi giorni. Nei due ritiri invernali gli abbiamo detto che calendario avrebbe fatto da lì a tre mesi. Anche a questo non era abituato, ma una strutturazione degli impegni è la base per programmare e gestire la preparazione. Parlando con Double lui era convinto di venire a certe gare in appoggio a Piganzoli. Noi gli abbiamo fatto capire che lui doveva farsi trovare pronto anche per fare la sua corsa. Avere un team che ha fiducia in te è la prima cosa utile per sentirsi apprezzato. 

Con il passare delle gare ha acquisito sempre più consapevolezza, il risultato migliore al Giro di Turchia, terzo nella generale
Con il passare delle gare ha acquisito sempre più consapevolezza, il risultato migliore al Giro di Turchia, terzo nella generale
Più specificatamente cosa hai visto, una volta in gara?

Attaccava da lontano e faceva fatica a tenersi a bada, a risparmiare le energie per le ultime parti di gara. In Turchia ha corso bene e il risultato è arrivato, sono però serviti due mesi di gare nelle quali ha imparato tanto. Dopo la pausa primaverile è ripartito dallo Slovenia e ha riallacciato il filo di quanto fatto in precedenza. Nella tappa più dura, la quarta, è arrivato secondo dietro a Pello Bilbao e regolando il gruppo dei migliori che comprendeva Aleotti (vincitore poi del Giro di Slovenia, Pozzovivo e Pellizzari, ndr). 

Il segreto qual è stato?

Trattarlo come un neo professionista. Senza offesa ma era come se lo fosse, quindi il lavoro fatto è stato di costruzione. Ne siamo stati sempre soddisfatti, tanto che avremmo voluto tenerlo con noi, poi però sono arrivate le sirene del WorldTour. Ci rimane il piacere di aver formato un ragazzo forte, l’ennesimo passato da noi e poi finito tra i grandi. Una cosa è certa, se fosse rimasto con noi lo avreste visto al Giro del 2025. 

In Slovenia un’altra grande prestazione nella tappa regina, secondo dietro solamente a Pello Bilbao
In Slovenia un’altra grande prestazione nella tappa regina, secondo dietro solamente a Pello Bilbao
Ora però ha ancora possibilità di crescere e imparare con voi…

Da qui a fine stagione lo faremo correre e sfrutteremo la sua crescita. Adesso farà Larciano, Matteotti e Pantani, poi lo porteremo al Giro di Malesia e vedremo se farlo correre al Lombardia. Sarebbe al sua prima monumento e la seconda corsa nel WorldTour (la prima è stata il Tour de Pologne nel 2023, ndr).

La Jayco prende quindi un corridore ancora in grado di fare degli step importanti?

Sicuramente. Pensare che Double possa diventare un gregario da grandi corse a tappe è difficile. Ma in una gara di tre settimane può essere un ottimo battitore libero. Il fatto che non abbia ancora fatto esperienze del genere gli permetterebbe di aumentare ancora i giri del motore. Sono sicuro che in un contesto organizzato come una squadra WorldTour troverà il modo di fare bene. Gli facciamo tutti un in bocca al lupo.

Alaphilippe alla Tudor, aria nuova e voglia di vincere

27.08.2024
5 min
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Era scritto da mesi che Julian Alaphilippe avrebbe lasciato la Soudal-Quick Step: Lefevere ha fatto di tutto per costringerlo a mollare e alla fine ce l’ha fatta. Pochi però immaginavano che “Loulou” sarebbe andato alla Tudor Pro Cycling. Il suo nome sembrava ormai associato a quello di Bernaudeau e alla Total Energies, invece alla fine ha prevalso l’offerta di Cancellara. E volendo leggere fra le righe, la sensazione è quella di un Alaphilippe ancora battagliero, che ha voglia di nuovi stimoli e nuove vittorie. La squadra francese non sembra il luogo ideale per chi ha ancora l’indole del guerriero.

A San Sebastian, Alaphilippe più esplosivo di Hirschi in salita, ma lo svizzero vincerà in volata
A San Sebastian, Alaphilippe più esplosivo di Hirschi in salita, ma lo svizzero vincerà in volata

Una scelta difficile

Alaphilippe ne ha parlato dopo la gara di Plouay, chiusa a 11″ da Hirschi, che lo aveva già battuto a San Sebastian e passerà con lui nella squadra svizzera. La sua scelta deriva da motivazioni particolari e forti, come ci aveva spiegato qualche giorno fa Ricardo Scheidecker, Head of Sports del team svizzero.

«Non è stata una decisione facile – ha raccontato Alaphilippe – perché si è trattato di scegliere fra bei progetti e persone che avevano lavorato tanto per avermi con sé. Mi faceva male l’idea di deluderli, ma alla fine ho scelto di pensare a me stesso. Ho ascoltato il mio cuore e questo mi ha fatto sentire libero. So di aver fatto la scelta giusta».

Fra Ricardo e Cancellara

A ben vedere non si tratta di un salto nel buio. Con Trentin ha corso per quattro anni, quando ancora Matteo militava nel gruppo Quick Step, e lo stesso Ricardo Scheidecker ne era una colonna portante. A ciò si aggiunga la voglia di nuove motivazioni, dopo l’intera carriera nella stessa squadra.

«Le mie esigenze sono semplici – spiega Julian – facciamo uno sport difficile e volevo un progetto con una base solida, dove devo pensare solo alla prestazione, a me e alla mia famiglia. So che la squadra si occuperà di tutto il resto. Conosco bene Trentin, ho bei ricordi. Conosco anche Ricardo ed è una persona con cui ho vissuto bellissimi momenti alla Quick Step. Lui è stato il primo a spiegarmi il progetto e la voglia che avevano di lavorare con me. Ci ho messo del tempo, perché volevo prima tornare ai miei livelli, senza le mille questioni legate a un passaggio di squadra. Volevo essere certo di fare la scelta giusta. Ho parlato molto anche con Cancellara. Mi ha fatto capire di esserci passato, che era una decisione importante e difficile da prendere, soprattutto a questo punto della carriera. Cose che lui ha vissuto, al punto da aver parlato anche di come bilanciare la vita familiare con le corse».

Nella scelta di Alaphilippe sarebbe centrale anche la voglia di stare vicino alla famiglia (foto Instagram)
Nella scelta di Alaphilippe sarebbe centrale anche la voglia di stare vicino alla famiglia (foto Instagram)

La ricerca della felicità

Scheidecker ha usato la parola “felicità”, forse perché era evidente che nella vecchia squadra questa fosse ormai perduta. Di solito il rinnovo del contratto avveniva dopo la Liegi, ma questa volta Lefevere ha preso tempo e ha dato ad Alaphilippe la possibilità di guardarsi intorno. Andare alla Tudor ha significato accettare la scommessa dei corridori che l’hanno preceduto. Dover aspettare gli inviti e non avere le certezze di un team WorldTour.

«Voglio realizzarmi – spiega – vincere le gare. Voglio sentirmi bene con me stesso, per dare il massimo e portare la squadra al top. Questo è il mio obiettivo. Sono felice di avere un ruolo di leadership, ma so anche che dovrò dare l’esempio ai tanti giovani, in bici e giù dalla bici. Questo mi motiva e mi rende felice. Rimanere era impossibile. Negli ultimi anni ci sono stati momenti complicati. Quindi oltre al fatto che ero già un passo avanti sull’idea di cambiare ambiente, la decisione non è stata così complicata. Ho pensato al discorso degli inviti, ma ho fiducia. Spero che faremo tutte le grandi gare, dalle Ardenne fino al Tour. Ho ambizioni per me e per la squadra, ma dovremo meritarci ogni invito. La voglia di Tour cresce con il passare degli anni. Quest’anno ho scelto il Giro e le Olimpiadi, ma devo dire che il Tour è quello che mi è mancato per fare meglio a Parigi».

Le Olimpiadi sono state il cuore dell’estate di Alaphilippe, cui forse è mancata la condizione del Tour
Le Olimpiadi sono state il cuore dell’estate di Alaphilippe, cui forse è mancata la condizione del Tour

La saggezza del Tour

La stagione propone ancora sfide interessanti: al centro di tutto, il mondiale di Zurigo che per l’Alaphilippe vecchia maniera sarebbe davvero il perfetto banco di prova. Alla fine dello scorso anno, Davide Bramati disse che per rivedere Julian al top dopo l’incidente di Liegi sarebbe servito un altro inverno e la previsione si è avverata alla perfezione.

Se tutto va come sperano Cancellara e lo stesso francese, il prossimo potrebbe essere l’anno di alcune belle rivincite: fra tutte quelle della Liegi, chiusa al secondo posto nel 2021 dietro Pogacar. E conoscendo la gente del Tour, siamo abbastanza certi che faranno di tutto per avere al via il francese più amato. Un uomo che ha avuto coraggio. Se avesse voluto la certezza della Grande Boucle, gli sarebbe bastato firmare in Francia e avrebbe avuto davanti giorni da Re Sole e forse anche più soldi. Ripartire da Tudor è il chiaro segnale della sua voglia di fare.

Al Casentino si rivede Bozzola: dove era finito?

27.08.2024
4 min
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Torna alla ribalta Mirko Bozzola, vincitore del Giro del Casentino. Non è che l’ex vincitore del GP Liberazione si fosse perso, anzi. E’ alla sua prima stagione alla Q36.5, ha gareggiato spesso all’estero, ha anche assaggiato il clima delle classiche belghe di primavera, ma il suo rendimento non è stato pari alle attese, soprattutto alle sue.

In Toscana però, cogliendo la sua seconda vittoria stagionale a due settimane dalla prima, è come se si fosse sbloccato: «Era una corsa vallonata, abbastanza dura con un paio di salite di cui una di 5 chilometri da ripetere più volte. Nell’ultima salita siamo andati via io, Olivo e Bagatin, solo che mancavano 65 chilometri al traguardo… Abbiamo lavorato di comune accordo impedendo il rientro degli avversari, eravamo concordi nel giocarci la vittoria in volata fra noi e lì ho avuto partita vinta. Per me vincere una corsa che nell’albo d’oro ha Bartali, Coppi e Nencini è un titolo di merito».

La prima stagione alla Q36.5 è stata sfortunata. falcidiata di stop fisici
La prima stagione alla Q36.5 è stata sfortunata. falcidiata di stop fisici
Perché nel corso dell’anno non hai ottenuto risultati all’altezza di quelli dell’ultimo mese?

La forma è arrivata solamente adesso. Ho avuto tanti problemi, perso molti giorni di allenamento che non mi hanno fatto rendere come volevo. Avevo iniziato a trovare la forma giusta quando a giugno eravamo al Tour de Kurpie in Polonia, avevo fatto un paio di Top 10 ed eravamo andati abbastanza bene nella cronosquadre, la gamba stava girando ma nella quarta tappa sono caduto e dopo sono rimasto fermo due settimane perché avevo preso brutte botte sulla parte sinistra del corpo. Così ho dovuto ricominciare tutto daccapo.

Facile immaginare che non era questo l’approccio che volevi avere con il team…

Assolutamente, anzi devo dire che ho trovato tanta comprensione e fiducia. Mi trovo benissimo con i compagni e lo staff, si vede che è un team di altissima qualità, il top che ci può essere in Italia. C’è addirittura una casa a nostra disposizione per gli allenamenti di gruppo e i ritrovi pregara. Si è formato un bel gruppo, anche con gente forte come Oioli oppure il colombiano Martinez che ha un anno meno di me ma va davvero forte. I risultati al team non mancano, ma io voglio fare la mia parte.

Spesso i risultati non dicono tutto: rispetto allo scorso anno noti miglioramenti?

Direi proprio di sì, perché è profondamente cambiata la mia attività. Facciamo un calendario internazionale, di livello molto più alto dove ci confrontiamo con gli altri Devo team, quelli delle formazioni WorldTour. Vedo che il livello generale è molto più elevato e bisogna adeguarsi. Questo significa che anche l’allenamento è cambiato: ora faccio più ore e vedo che la mia resistenza è aumentata, nelle ultime fasi delle corse ho ancora molte energie. Al Giro del Casentino sono rimasto sorpreso io stesso di come riuscissi a spingere nelle ultime battute.

E ora?

Ora voglio continuare a sfruttare la condizione acquisita e prendermi quel che a inizio stagione non mi è riuscito. Magari a cominciare dal Giro del Friuli dove ci sono tappe adatte a me. E’ una corsa dove ci sarà tanta gente forte, una vittoria in essa può cambiare il giudizio su una stagione. Sto sfruttando questi giorni proprio per rifinire la preparazione, ho anche evitato ogni impegno agonistico proprio perché al Friuli voglio dare tutto e poi prendere lo spunto per il finale di stagione.

Il ventenne novarese punta tutto sul Giro del Friuli per rilanciarsi verso il 2025
Il ventenne novarese punta tutto sul Giro del Friuli per rilanciarsi verso il 2025
A una convocazione in azzurro ci pensi sempre?

E come si fa a non farlo? Ho già assaggiato l’azzurro da junior, è un onore, se non sarà quest’anno ci punterò con forza nel 2025. Magari una convocazione può sempre arrivare, potrei ad esempio dare una mano ad Oioli all’europeo. Io comunque penso già al prossimo anno che sarà quello decisivo per le mie ambizioni, per trovare la strada verso il professionismo e sicuramente una convocazione in azzurro sarebbe un bel viatico.