ZURIGO (Svizzera) – Col suo berretto arancione in testa, Mathieu Van der Poel ha salutato i mondiali di Zurigo di ottimo umore. Lo davano tutti così spacciato sull’impegnativo circuito elvetico, che vederlo al terzo posto dietro Pogacar e un altro scalatore come O’Connor dà l’idea di una vera impresa. In proporzione paragonabile a quella dello sloveno nel cogliere l’iride.
«Che cosa ho detto a Tadej – dice Mathieu – dopo che gli ho fatto i complimenti? Gli ho detto che è un pazzo e che non credevo sarebbe arrivato. Ma per me è sempre bello quando il corridore più forte diventa campione del mondo e quest’anno il più forte è lui».
I due sono amici, perlomeno ottimi conoscenti. Fece scalpore la dichiarazione, vinta l’Amstel Gold Race del 2023, in cui lo sloveno ringraziava l’olandese per avergli indicato il punto in cui attaccare. Nulla di disdicevole, tantopiù che pochi giorni prima, al Fiandre, Pogacar lo aveva stracciato senza troppi complimenti. Van der Poel era lì quando Pogacar ha attaccato. Eppure, nonostante lo conosca così bene, ha pensato che l’altro fosse davvero impazzito.
L’iridato uscente al foglio firma: un saluto al pubblico e poi di nuovo nella mischiaL’iridato uscente al foglio firma: un saluto al pubblico e poi di nuovo nella mischia
Che cosa hai pensato?
Che non fosse il momento giusto, che fosse un attacco dettato dal panico, invece lui ha provato nuovamente quanto è forte. Dopo la sua vittoria del Fiandre dissi che era cominciata l’era di Pogacar, ora inizio a pensare che durerà a lungo (sorride, ndr).
Nel momento del suo attacco, sei stato inquadrato mentre parlavi con Evenepoel. Che cosa vi siete detti?
GlI ho detto che Tadej stava buttando via l’occasione di vincere il mondiale. Pensavo che lo avremmo ripreso e lui si sarebbe bruciato, ma mi sbagliavo.
Dicevano tutti che il percorso fosse troppo duro per te…
Invece ho fatto una buona preparazione e ho tirato fuori la miglior performance di sempre in salita. Posso essere molto contento di questo terzo posto, sono molto soddisfatto. Ma penso che quest’anno Pogacar sia più forte che mai e dopo la stagione che ha fatto merita di aver vinto. Penso che sarà un bel campione del mondo da seguire in ogni corsa che farà.
Van der Poel ha lottato per una medaglia, mostrando grossi passi avanti in salitaVan der Poel ha lottato per una medaglia, mostrando grossi passi avanti in salita
Terzo su questo percorso significa che puoi puntare anche a classiche più dure?
Questa è la mia idea e non è per caso che abbia provato a dimagrire di un po’. Non mi vedo a fare classifica nelle corse a tappe, mentre in futuro potrei mettere nel mirino la Liegi oppure il Lombardia. Intanto nel prossimo weekend farò il mondiale gravel, sul resto e sul fatto che arriverò al Lombardia ci sono solo voci e non so chi le abbia messe in giro.
Tadej è partito e non hai provato ad andargli dietro: perché?
Ero molto concentrato sul prendere una medaglia, facendo quindi la mia corsa. L’ho visto partire e da quel momento l’obiettivo è diventato salvare più energie possibili. Non pensavo che fosse in controllo, credevo più in un grosso rischio. Credevo che il Belgio avrebbe chiuso il gap e che avremmo potuto giocarcela ancora. Ho visto il distacco scendere fino a 36 secondi e abbiamo pensato tutti che la sua fuga fosse finita. Invece ha accelerato ed è tornato a 45 secondi. In ogni caso non rispondere è stata la scelta vincente.
Alla fine il terzo posto lo premia e gli fa capire di avere magine anche in classiche più impegnativeAlla fine il terzo posto lo premia e gli fa capire di avere magine anche in classiche più impegnative
Credi davvero che sarà un buon campione del mondo?
Ne sono certo, saprà cosa fare. Io mi sono divertito a portare la maglia iridata anche per più di un anno. Non dimenticherò mai il tempo da campione del mondo. Sarà per sempre un ricordo della mia carriera. Così come lo sarà questa corsa. Credevo fosse partito con l’ossessione della vittoria in corso, invece semplicemente aveva ancora tanto da dare.
ZURIGO (Svizzera) – La maglia verde della Slovenia e il ciuffo di capelli che esce dal casco che celebra la doppietta Giro-Tour. Pogacar accende le danze quando i chilometri al traguardo avevano ancora tre cifre: 100. Sulla salita di Witikon arriva l’affondo del fuoriclasse di casa UAE Team Emirates. Gli prende la ruota Quinn Simmons, l’americano con il barbone folto e due gambe massicce. La terza figura nella foto di apertura, che si intravede appena, è quella di Andrea Bagioli, che a differenza dello yankee ha il volto pulito e qualche chilo in meno: dodici per l’esattezza. Il buco tra la coppia formata da Pogacar e Simmons è di 30 metri, così il nostro portacolori ci si fionda. Per un momento sembra l’azione giusta, in cui la corsa prende una direzione chiara, con l’Italia che ha colto il momento perfetto.
Bagioli prima del via da Winterthur con alle spalle il suo fan clubBagioli prima del via da Winterthur con alle spalle il suo fan club
Tempismo giusto
La tempistica di Bagioli è corretta, le gambe sembrano reggere, anche se la bocca è spalancata a cercare ossigeno. Ma più di così i polmoni del valtellinese non ne riescono a immagazzinare, i muscoli allora cedono e un metro diventano presto due, poi tre e infine una voragine. Dopo questo sforzo brutale il numero 34 dell’Italia finisce al pullman anzitempo. Noi lo aspettiamo sotto, ma le forze spese sono tante, Bagioli ha bisogno di riposo. Esce solamente dopo la riunione con Bennati, più di un’ora dopo il nostro arrivo.
«In teoria – spiega il corridore della Lidl-Trek – ero uno di quelli che doveva muoversi un po’ più verso la fine, però quando scatta uno come Pogacar si segue sempre. Sentivo di stare veramente bene, mi sono detto “ci provo” però il ritmo che stava facendo era veramente troppo alto. Non tanto per la salita ma quando la strada spianava, non mi faceva recuperare. E alla fine sono saltato completamente».
Pogacar attacca, alle sue spalle si muove Quinn Simmons, a breve chiuderà BagioliPogacar attacca, alle sue spalle si muove Quinn Simmons, a breve chiuderà Bagioli
Hai speso troppo nel chiudere quel buco di 30 metri?
E’ stato faticoso. Però siccome ho un buono spunto veloce non ho sofferto tantissimo. Infatti mi sento di dire che l’ho chiuso abbastanza velocemente.
Poi Simmons, che era in seconda posizione nel terzetto, ha mollato praticamente subito.
Ha lasciato altri metri da chiudere e non mi ha dato una mano, ecco. Poi, come ho detto, quando spianava io speravo che Pogacar mollasse un attimo, così da riuscire a respirare. Invece spingeva sempre a gran ritmo.
Si vedeva fossi “a tutta” con la bocca spalancata nel cercare aria.
Ero al limite, avevo male ovunque: alle braccia, alle gambe. Insomma, mi bruciava tutto il corpo dallo sforzo. Ero al limite.
Dopo lo sforzo il valtellinese ha mollato il colpo, uno sforzo incredibileDopo lo sforzo il valtellinese ha mollato il colpo, uno sforzo incredibile
Sei riuscito a guardare i dati?
No, al momento niente (sorride, ndr) guarderò il file a casa per vedere che numeri ho fatto.
L’impressione?
Sicuramente avrò fatto un record su 5 minuti, probabilmente intorno ai 500 watt.
Quando siete scollinati, nella zona del rifornimento fisso, abbiamo avuto l’impressione che il peggio fosse passato.
Ero a tutta anche lì, nell’agguantare la borraccia dal massaggiatore e ho perso un metro, sono rimasto al vento e niente. E’ andato.
Ti è mancato proprio quel metro di scollinamento, perché poi lì iniziava una parte favorevole, giusto?
La strada iniziava a scendere, però c’è da dire che dopo ci sarebbe stata un’altra salita, quindi sicuramente avrebbe ancora spinto a tutta e mi sarei staccato lì.
Bagioli recuperate le energie scende dal bus e ci racconta com’è andataBagioli recuperate le energie scende dal bus e ci racconta com’è andata
Com’è provare a stare dietro a Pogacar e vederlo sereno?
In un certo senso è brutto, però penso che ci siamo abituati tutti da un po’. Non è la prima volta che fa questi numeri quindi non possiamo farci niente, è un gradino sopra tutti e chapeau a lui.
Cosa ti faceva più male? Le gambe? La testa nel pensare che quel momento non finisse più?
Riuscivo a pensare solamente al mal di gambe, l’acido lattico che circola e a nient’altro. Punti a stare con lui il più possibile, sperando che molli un pochino il colpo. Invece quasi aumenta. E’ stato un tentativo buono, ne ho parlato anche con Bennati, quando parte Pogacar è sempre un’ottima cosa seguirlo. Se ci ho provato e sono rimasto lì vuol dire che le gambe sono buone, è un segnale che fa sperare per le prossime gare in Italia, questo è sicuro.
Il corridore più forte del Tour e l'uomo più veloce. Pogacar e Milan. Si parla di nutrizione in gara e fuori. Due mondi diversi con qualche punto in comune
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ZURIGO (Svizzera) – E’ persino divertente sentire Tadej Pogacar definire «una mossa stupida» il suo attacco a 100 chilometri dall’arrivo del mondiale. Oggi abbiamo assistito a una di quelle imprese che i cantori di una volta avrebbero consegnato alla storia. Noi siamo qui allibiti davanti a un capolavoro come non ne abbiamo mai visti nei 28 mondiali seguiti finora. Cercando le parole per unire l’oggettività del gesto con il nostro stupore e seguire le orme dei nostri più illustri predecessori.
Tadej Pogacar è il nuovo campione del mondo. Ha fatto esattamente quello che Diego Ulissi aveva anticipato nell’intervista pubblicata stamattina. Se vede che qualcuno cerca di incastrarlo, questo il senso delle sue parole, Tadej attacca anche se manca tantissimo. Detto e fatto. Nella conferenza stampa in cui commentava soddisfatto il suo bronzo, Mathieu Van der Poel ha definito l’attacco di Pogacar come dettato dal panico. Lui ascolta divertito e stanco. Ha la maglia iridata che rende luminosi i contorni e il medaglione d’oro attorno al collo.
«Non era paura – dice – è stata davvero una mossa stupida. Ma a volte le mosse stupide danno grandi risultati. Non lo decidi, arriva il momento che sei stupido e lo fai. Ma quando ne fai una e poi vinci, all’improvviso non sembra più così stupida. Per impedirmi di partire avrebbero dovuto spararmi un proiettile in un ginocchio e poi uno nell’altro, ma ormai era tardi. E mi sono ritrovato in fuga a 100 chilometri dall’arrivo…».
Pogacar, poi O’Connor e Van der Poel: un podio inatteso, a capo di una corsa che sarà ricordata a lungoSotto il palco, un tributo di tifosi sloveni: il Paese ha scalato le classifiche del ciclismo coni suoi campioniPogacar, poi O’Connor e Van der Poel: un podio inatteso, a capo di una corsa che sarà ricordata a lungoSotto il palco, un tributo di tifosi sloveni: il Paese ha scalato le classifiche del ciclismo coni suoi campioni
Macchina Tratnik
Solo nella terra di nessuno alle spalle della fuga, Pogacar ha trovato Tratnik ad aspettarlo. Se non fosse che Tadej lo ha appena negato, ci sarebbe da pensare che la presenza di Jan in quella fuga sia stata organizzata prevedendo l’assalto.
«Tratnik è una macchina – dice – ha tirato fortissimo. Era lì perché era in fuga, ma quando ci siamo ritrovati insieme, mi ha motivato tantissimo. Quando sono rientrato sulla prima fuga, non c’è stato modo di comunicare più di tanto. Sapevamo di dover tirare dritto, perché dietro il Belgio stava lavorando forte. Per cui siamo passati e abbiamo proseguito. Tratnik mi ha lasciato quando mancava ancora tanto e a quel punto ho gestito tutto con la mia testa. Poi ho trovato Sivakov. Io avevo bisogno di lui e lui aveva bisogno di me per provare a conquistare una medaglia. Mi dispiace che non ci sia riuscito, perché è andato fortissimo. Però ammetto che è bene trovarsi in fuga con degli amici».
Tratnik è stato un compagno di fuga eccezionale. Pogacar lo ha definito una macchinaSivakov lo ha aiutato per un giro: Pogacar sarebbe stato contento di una sua medagliaTratnik è stato un compagno di fuga eccezionale. Pogacar lo ha definito una macchinaSivakov lo ha aiutato per un giro: Pogacar sarebbe stato contento di una sua medaglia
Le montagne russe
La giornata è cominciata con un siparietto svelato dalla sua Urska, verso cui dopo l’arrivo Pogacar ha corso scansando fotografi e addetti ai lavori. Ha raccontato di averlo dovuto svegliare, tanto dormiva profumatamente. Tadej sorride, incuriosito per il fatto che la notizia sia venuta fuori.
«La verità – racconta – è che dovevamo svegliarci molto presto e io non sono il tipo che lo fa spesso. Per questo avevo puntato la sveglia, ma quando ha suonato l’ho spenta e mi sono rimesso a dormire. Così c’è voluta lei per tirarmi giù dal letto. Se non altro dimostra che non ero nervoso (sorride, ndr). Ero più provato dopo l’arrivo – aggiunge – e anche adesso, perché mi sembra di essere sulle montagne russe. L’ultimo chilometro è stato pazzesco. Il traguardo è stato pazzesco. E quando ho visto Urska è stato così emozionante che mi è venuto da piangere».
Nell’abbraccio con la compagna Urska, Pogacar ha sfogato le sue emozioni fortissimeNell’abbraccio con la compagna Urska, Pogacar ha sfogato le sue emozioni fortissime
Un vantaggio rassicurante
Ha gestito il vantaggio con la precisione di chi sa esattamente cosa stia succedendo alle sue spalle. Il margine saliva e scendeva. Mai oltre il minuto, mai sotto i 33 secondi del distacco minimo. Lui davanti intanto girava le gambe su una frequenza molto elevata, mentre gli altri dietro erano piantati su rapporti troppo lunghi e la prevedibile mancanza di coesione che nella maggiorparte dei casi fa la fortuna di chi attacca. Soprattutto se davanti c’è uno così forte.
«Avevo buone informazioni sui distacchi – spiega – grazie alla moto che ogni due chilometri circa mi davano i vantaggi. E poi grazie all’ammiraglia, cui chiedevo come stesse andando. E quando dopo 240 chilometri sai che dietro sono stanchi, allora 35 secondi non sono più un margine così piccolo. Quando ho visto che in cima all’ultima salita quello era il vantaggio, mi sono buttato giù per guadagnarne ancora, sapendo che nel tratto di pianura sarebbe stata dura, essendo ormai completamente vuoto. Non mi sono arreso e la squadra ha fatto un ottimo lavoro. E’ un peccato che corriamo insieme solo poche volte all’anno, perché ogni volta si crea un grande gruppo con una grande coesione».
Nei chilometri in cui è rimasto da solo, Pogacar ha dosato lo sforzo con grande luciditàL’ultima borraccia pronta per il campione. Acqua, gel e indicazioni dei distacchi (foto Alberati)Nei chilometri in cui è rimasto da solo, Pogacar ha dosato lo sforzo con grande luciditàL’ultima borraccia pronta per il campione. Acqua, gel e indicazioni dei distacchi (foto Alberati)
I sogni di bambino
L’arrivo è stato una serie di gesti che ricorderà per sempre. Ci ha messo un po’ per capire la portata della sua impresa. E’ passato dal soffiare via l’ultima fatica all’incredulità. E solo dopo aver passato la riga, la sua gioia è esplosa in un paio di urli che arrivavano dalle viscere e dalla sua storia di bambino.
«Sin da piccolo – ammette – sognavo di conquistare questa maglia e di vincere il Tour. Negli ultimi due o tre anni sono sempre stato preso dalla caccia alla maglia gialla o al Giro d’Italia e non ho mai potuto preparare il mondiale. Invece quest’anno era tutto perfetto. Ho potuto fare la giusta preparazione, il percorso era giusto per me. Ugualmente avevo paura di tutti là dietro. Per questo all’inizio dell’ultimo giro ho pensato di risparmiare un po’ di forze, ma obiettivamente era difficile. Lo strappo dopo l’arrivo ha richiesto una fatica brutale, ma alla fine è andata bene. E adesso non vedo l’ora di fare la prossima corsa, perché potrò mostrare questa maglia bellissima».
Tadej Pogacar è nato il 21 settembre 1998 a Klanec in Slovenia. E’ pro’ dal 2019. Ha vinto tre Tour, un Giro, 3 Lombardia e 2 LiegiCome rituale impone, ogni vincitore deve firmare un mucchio di maglieTadej Pogacar è nato il 21 settembre 1998 a Klanec in Slovenia. E’ pro’ dal 2019. Ha vinto tre Tour, un Giro, 3 Lombardia e 2 LiegiCome rituale impone, ogni vincitore deve firmare un mucchio di maglie
Tributo a Muriel
Ricorda di aver provato una fuga del genere anche a Imola 2020, quando rimase allo scoperto ugualmente a lungo, volendo e dovendo preparare l’attacco di Roglic cui aveva appena portato via la maglia gialla del Tour. Ma la serata è destinata a concludersi ancora con gli occhi lucidi, quando il discorso si sposta su Muriel Furrer. Quasi a sottolineare che è ingiusto esultare così tanto per una vittoria davanti a una ragazza che ha perso la vita facendo il suo stesso sport.
«E’ stata una settimana dura per tutti – dice Pogacar – e sulla linea di partenza ieri e anche oggi tutti abbiamo corso pensando a lei e omaggiandola con la nostra fatica. E’ difficile dire che cosa si potrebbe cambiare. Il ciclismo è questo, è uno sport pericoloso, ma sul web scopriamo che succede ormai troppe volte. Dobbiamo stare attenti. Prenderci cura gli uni degli altri. Serve rispetto quando corriamo. Il mondo del ciclismo è piccolo ed è una famiglia, per questo mando il mio abbraccio ai suoi cari e a quanti le hanno voluto bene».
Le ultime parole escono a fatica. Immaginiamo che la serata andrà avanti nel segno di una grande festa slovena, ma il tributo alla vita spezzata di Muriel Furrer è un altro gesto da campione. Il fatto che per la seconda volta oggi Pogacar abbia pianto ne ha mostrato un lato che i rivali, vedendolo sparire davanti a sé a 100 chilometri dall’arrivo, non avrebbero neppure immaginato. Speriamo con le nostre parole di avergli reso il giusto merito.
Una caduta prima della Cipressa rischiava di mandare in malora i piani di Pogacar. Invece la UAE si è riorganizzata e il campione ha fatto l'ennesima impresa
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ZURIGO (Svizzera) – Il tempo trascorso sotto al pullman degli azzurri, in attesa di parlare con loro, scorre lento. Da alto in cielo, il sole scende dietro gli alberi e ne allunga le ombre sui volti dei nostri corridori. La giornata si prevedeva dura ed estremamente lunga, Tadej Pogacar l’ha complicata ancora di più con un’azione che ricorderemo per anni. Quando a 100 chilometri dall’arrivo è partito tutto solo staccando gli avversari e il gruppo si è pensato ad una mossa azzardata. Invece lo sloveno ha trovato sulla sua strada Jan Tratnik, che lo ha preso e scortato sulla fuga. Poi, una volta fatti saltare i compagni di una breve avventura sul muro di Bergstrasse è partito il suo viaggio del quale ha fatto parte Pavel Sivakov, anche lui, però, è rimasto agganciato al treno poco tempo.
Cattaneo arriva distrutto, è stato il primo degli azzurri a muoversi. Un abbraccio di Lello Ferrara gli fa tornare il sorrisoCattaneo arriva distrutto, è stato il primo degli azzurri a muoversi
Cattaneo anticipa, Pogacar pure
Nel gruppetto raggiunto da Pogacar, quando di giri all’arrivo ne mancavano ancora quattro, c’era Mattia Cattaneo. Lui si era aggregato ad altri otto corridori e insieme avevano accumulato un vantaggio massimo di tre minuti sui favoriti. E’ bastata un’azione del fuoriclasse del UAE Team Emirates per abbassare notevolmente il divario e creare scompiglio in corsa.
«Quando sono uscito dal gruppo – spiega Cattaneo con gli occhiali quadrati che contornano due occhi provati dalla fatica – è stato l’unico momento in cui fosse possibile provarci perché poi siamo andati tutto il giorno a tutta. Ci abbiamo provato però credo che oggi non si potesse fare molto onestamente. Quando ho visto rientrare Pogacar ho pensato che la corsa sarebbe già finita da lì a breve. Sullo strappo di inizio circuito ho provato a tenere il mio ritmo, seguirlo, anche solo per un centinaio di metri avrebbe significato solo una cosa: saltare. Poi è rientrato anche il gruppo di Evenepoel, che era tutta per provare a chiudere, insomma la corsa era già praticamente chiusa. Ci sono stati scatti e contro scatti con Ciccone che è riuscito ad avvantaggiarsi un po’. Non credo che se ci avesse ripreso in un altro momento sarebbe andata diversamente, l’unica cosa sarebbe stata se non ci fosse stato in corsa Pogacar».
Giulio Ciccone è stato l’ultimo a mollare il colpoGiulio Ciccone è stato l’ultimo a mollare il colpo
Ciccone: l’ultimo a mollare
La testa di Ciccone, coperta dal casco rosso della Lidl-Trek, ondeggiava nel gruppo alle spalle di Pogacar. L’abruzzese ieri ci aveva confidato di stare bene, infatti è stato l’ultimo degli azzurri a gettare la spugna. Ha provato a portare via un gruppetto per rianimare una corsa che altrimenti, come poi è successo, sarebbe finita.
«Oggi – spiega Ciccone mentre carica le valigie sul van della nazionale – noi non eravamo i favoriti, avevamo una strategia in mente, ovvero provare ad anticipare. Il problema è che la gara è esplosa veramente da lontano, in breve tempo il nostro anticipare è diventato un provare ad inseguire. A un certo punto quando Pogacar era davanti ho provato un paio di volte a formare un gruppettino, poi in quella fase ero rimasto solo quindi quando ci sono stati altri contrattacchi nella parte in pianura ho fatto un po’ di fatica a chiudere. Alla fine lì, sopra i 200 chilometri, è un attimo pagare.
«C’è un po’ di dispiacere – riprende subito – perché non è andata come speravamo, però è anche vero che con una gara così folle e bizzarra come è venuta fuori di più non si poteva fare. In questo ciclismo moderno sappiamo che la gara parte molto da lontano, però un attacco così da parte di Pogacar, a 100 chilometri fa esplodere la corsa. E dal provare ad anticipare ci siamo trovati con dei gruppetti e così facendo ognuno è rimasto dov’era e con le proprie gambe».
Tieri era la punta degli azzurri, ma oggi è stata una giornata troppo difficile per luiIl corridore della Bahrain scortato dagli amici, le gare di un giorno sono il suo prossimo obiettivoTieri era la punta degli azzurri, ma oggi è stata una giornata troppo difficile per luiIl corridore della Bahrain scortato dagli amici, le gare di un giorno sono il suo prossimo obiettivo
Le riflessioni di Tiberi
Antonio Tiberi era la punta di questa nazionale, la sua prestazione non è stata all’altezza delle aspettative, ma al primo mondiale elite c’è spazio per imparare e capire come migliorare e dove. Il ciociaro si avvicina e racconta con grande lucidità.
«E’ stata un’esperienza veramente dura, impegnativa – dice – fare una gara di un giorno è sempre una fatica un po’ diversa dal solito. Ci sono degli sforzi che non si fanno abitualmente nelle corse a tappe, poi in un mondiale dove tutto ciò si amplifica è veramente dura. La prima gara di un giorno che avevo disputato quest’anno è stata la Liegi. Il mondiale, invece, la seconda. Con Pogacar mi ero confrontato al Giro ma è diverso. Innanzitutto cambia la distanza, difficilmente quest’anno ho corso oltre i 200 chilometri (il mondiale di oggi è stata la settima gara in cui Tiberi ha superato questa distanza, ndr). L’anno prossimo vorrei aggiungere qualche corsa di un giorno in più e togliere qualche gara a tappe. Questo anche per non esagerare troppo con sforzi di quel genere. Si tratta anche di un discorso di forza, nonostante tutto in un Giro d’Italia serve tanta esplosività. Cambiare un po’ il calendario potrà aiutarmi sotto questo aspetto».
ZURIGO (Svizzera) – Difficile trovare qualcosa da dire su un mondiale in cui le maglie azzurre sono rimaste puntini inquadrati da lontano e sempre nelle retrovie. Tre volte qualcuno si è affacciato alla finestra. Cattaneo, entrando in una bella fuga. Bagioli, rispondendo a Pogacar e sacrificando in quel gesto ogni chance residua. Ciccone, con due tentativi di allungo. Poi, quando mancavano corca 65 chilometri all’arrivo, dei nostri si sono perse le notizie. Bennati parla ai piedi del pullman Vittoria che accoglie gli azzurri al traguardo. E’ appena salito e ne è sceso dopo pochi minuti, non è riuscito certo ad approfondire con tutti il perché di questa prestazione. Per cui parla con il freno tirato, anche se c’è persino poco da dire.
«In macchina non abbiamo quasi visto niente – dice Bennati – faccio fatica a dare una valutazione su alcune situazioni di gara. Però credo che in certi momenti sia solamente una questione di gambe. Se nel gruppo alle spalle di Pogacar poteva esserci uno dei nostri? Magari qualcuno sì, ma c’è poco da girarci intorno, nel senso che quando non hai le gambe puoi fare solo quello che siamo riusciti a fare oggi».
Cattaneo si è infilato in una bella fuga, anche se i primi a muoversi dovevano essere Zana e RotaCattaneo si è infilato in una bella fuga, anche se i primi a muoversi dovevano essere Zana e Rota
Tu ti aspettavi qualcosa di più?
Ovviamente sì. Non si partiva con l’intenzione di spaccare il mondo, questo penso che sia sacrosanto. Però mi aspettavo di fare una gara sicuramente più dignitosa. Non per me, ma per i tifosi, per l’Italia. Noi qui siamo l’Italia! Poi ovviamente qualcuno ha fatto bene. Cattaneo. Lo stesso Bagioli ha fatto un’azione un po’ scellerata. Ha fatto un grande fuorigiri. A quel punto poteva sperare di arrivare il più lontano possibile, ma io non ho parlato con nessuno. Parlo prima con voi che con i corridori, non sarebbe giusto esprimere altre valutazioni.
C’era una consegna di seguire Pogacar a uomo? Toccava a Bagioli seguirlo?
Anche qui le parole le porta via il vento. Nel senso che quando si muove Pogacar, al mondo non c’è nessuno che riesce a stargli dietro. Lo hanno dimostrato quelli che ci hanno provato per pochi chilometri o per pochi metri. Non c’è nessuno al mondo che può stare con Pogacar, quindi ai miei corridori non ho consigliato di andargli dietro. L’obiettivo era quello di fare una gara dignitosa e se c’erano le possibilità di anticipare. Cattaneo si è infilato in una buona azione. Sulla carta, i primi due che dovevano muoversi erano Zana e Rota. Zana purtroppo ha avuto un problema meccanico. Abbiamo cambiato la ruota e ha dovuto inseguire per mezzo giro e ovviamente non poteva essere in quell’azione. Sto parlando per quel poco che sono riuscito a vedere, però ovviamente in termini di prestazione c’è poco da dire.
Bennati con Frigo, ragionando con la riserva azzurra dopo la corsaBennati con Frigo, ragionando con la riserva azzurra dopo la corsa
Infatti quello che ha colpito è stato non vedere più l’Italia negli ultimi 65 chilometri del mondiale.
Ovviamente sapevamo che Pogacar, Evenepoel e Van Der Poel sono di un altro livello. Evidentemente però dobbiamo anche ragionare sul fatto che ci sono anche altri corridori a un livello superiore al nostro. Sto dicendo delle cose a caldo, l’obiettivo era sicuramente di fare una gara molto più dignitosa di quella che è stata fatta. Le giornate no possono capitare. Ovviamente sarò il primo a farmi l’esame di coscienza.
Parli delle tue convocazioni?
In realtà ancora oggi continuo a non vedere una squadra B rispetto a quella che ho selezionato. Non vedo qualcuno lasciato a casa che potesse essere là davanti a giocarsi questo mondiale. Ad oggi questa è la mia opinione. Nei mondiali precedenti, siamo stati di più in corsa. Siamo stati protagonisti, infatti uno degli obiettivi che ci siamo prefissati era che lo fossimo nuovamente, indipendentemente dal risultato.
Quelle di Ciccone sono state le ultime fiammate azzurre nel mondiale di ZurigoQuelle di Ciccone sono state le ultime fiammate azzurre nel mondiale di Zurigo
L’anno prossimo si vota. Altri tecnici hanno fatto capire con i loro discorsi che la chiusura del triennio è comunque un passaggio importante, come immagini il tuo futuro?
Ho voluto arrivare a questo mondiale facendo il mio lavoro al 110 per cento, con la massima dedizione, come ho fatto dal primo giorno. Da domani si tirerà una linea e poi avrò tempo sicuramente per parlare anche con la Federazione. Non ho ancora parlato del futuro e ragionerò anche su quello che saranno i miei pensieri. Se ci saranno le condizioni, che non sono le condizioni economiche ma le condizioni di progetto, allora si potrebbe anche ragionare di andare avanti.
Non è stato un anno facile per Bennati, a prescindere dalle responsabilità dei singoli. Poco prima di iniziare ad allestire la mini-squadra dei tre che avrebbero corso alle Olimpiadi di Parigi, ha scoperto che non avrebbe potuto convocare Milan né Ganna. Poi gli è stato detto che uno dei tre posti sarebbe stato assegnato a Viviani. Ha fatto buon viso e la sua lealtà alla causa della pista ha fatto sì che Elia potesse vincere la sua medaglia. Avrebbe voluto Ganna agli europei per tirare una grande volata a Milan, forse lo avrebbe voluto anche Jonathan. Ma Pippo ha saltato l’impegno dovendo recuperare per il mondiale e c’è riuscito mirabilmente con due settimane di lavoro. Mentre ad Hasselt, nello sprint che in teoria era solo da vincere, la squadra ha gestito il finale in modo diverso rispetto a quanto si era concordato. Cosa avessero deciso per Zurigo resta nel chiuso del pullman, forse però qualcosa non è andata come avrebbe dovuto. Il resto sarà un raccontare la vittoria di Pogacar, che coprirà tutto e arriverà davvero a breve. Passerà alla storia come il mondiale dei suoi 100 chilometri di fuga e non come quello di Ciccone, primo azzurro al traguardo in 25ª posizione a 6’36” dal vincitore.
KUAH (Malesia) – «Un’avventura a quei tempi. Ricordo le iguana per strada che a volte ci attraversavano la strada quando uscivamo in allenamento o i varani, quelle lucertolone al mattino in stanza che ci fissavano. Abbiamo persino dovuto firmare una dichiarazione di scarico di responsabilità per un volo interno su un aereo militare… che non ispirava certo sicurezza. Ma fu davvero una bella esperienza». Sono le parole di Luca Scinto che ci tornano in mente prima di partire per la Malesia, alla volta del Tour de Langkawi.
Un’avventura iniziata oggi con la Kuah-Kuah, andata al gigante dell’Astana-QazaqstanGleb Syritsa.
Lo sprint di oggi: Syritsa è a destra, Conforti (giunto 3°) a sinistraLo sprint di oggi: Syritsa è a destra, Conforti (giunto 3°) a sinistra
Langkawi… a noi
Questo Tour de Langkawi è dunque iniziato oggi e terminerà il 6 ottobre: otto tappe sparse in gran parte della Malesia. Per l’ente turistico nazionale sta diventando una vetrina alquanto importante, così come importanti sono i suoi sponsor: su tutti Petronas. Otto tappe, sei per velocisti, una per scalatori e una intermedia.
«All’epoca, era il 1997 – racconta Scinto – si correva a febbraio. Il Langkawi era ideale per fare la gamba. Il clima era buono e poi l’intero giro era bello lungo: ben 12 tappe. Arrivò un invito e Ferretti, il nostro diesse, ci portò appunto in Malesia. Arrivammo una settimana prima della corsa. Ricordo hotel bellissimi. Lì si era in pieno boom economico e stavano costruendo queste immense strutture. Un gran lusso».
La terza tappa: 170,3 km e 2.827 m di di dislivello. Probabilmente sarà decisiva ai fini della classifica generaleLa settima tappa: è la più lunga con i suoi 199 km. Qualche insidia nel finale. Le altre frazioni sono praticamente piatteLa terza tappa: 170,3 km e 2.827 m di di dislivello. Probabilmente sarà decisiva ai fini della classifica generaleLa settima tappa: è la più lunga con i suoi 199 km. Qualche insidia nel finale. Le altre frazioni sono praticamente piatte
In quella edizione di corridori italiani ce n’erano parecchi, anche Gianni Bugno. Il Tour de Langkawi era giovanissimo, un paio di edizioni, ma si stava aprendo ad un mondo nuovo e il ciclismo stesso iniziava il suo cambiamento. Quel cambiamento che lo ha portato oggi ad essere uno sport globale.
«A quei tempi bastavano pochi chilometri che i corridori asiatici quasi sparivano del tutto. Davanti era una lotta tra noi europei». Prima di allora quel poco di ciclismo che c’era era tutto locale. Bisogna pensare che il Langkawi fu una vera rivoluzione.
L’arrivo vittorioso di Scinto a Gentig: tappa e maglia per lui che in quella primavera vinse poi anche a Larciano e alla TirrenoCinque marzo 2010 momento storico per il Langkawi: Anuar Manan è il primo malese a vincere una tappa. Ancora oggi è un mito (foto John Pierce)L’arrivo vittorioso di Scinto a Gentig: tappa e maglia per lui che in quella primavera vinse poi anche a Larciano e alla TirrenoCinque marzo 2010 momento storico per il Langkawi: Anuar Manan è il primo malese a vincere una tappa. Ancora oggi è un mito (foto John Pierce)
Il primato di Scinto
Quell’anno succede che nella salita simbolo della Malesia, il loro Stelvio potremmo dire, Luca Scinto mette a segno un gran colpo. In quel periodo il toscano va forte… anche in salita.
«Io venivo da un 1996 molto difficile – racconta Luca – avevo corso pochissimo, 7 forse 8 gare per via di un problema al ginocchio. Per fortuna che avevo il contratto anche per l’anno successivo… Quell’inverno dunque partii molto forte e infatti in Malesia andai bene. Verso Genting Highlands, questa salita simbolo, feci il vuoto. Era una scalata dura e lunga. Gli ultimi 4 chilometri erano al 20 per cento a quasi 2.000 metri di quota. Grazie a quella fuga vinsi la tappa e poi l’intero Langkawi mettendo dietro gente come Jens Voigt.
«Francois Belay, speaker del Tour de France presente laggiù, mi disse che fui il primo europeo a vincere la corsa». Alla fine era la seconda edizione del Langkawi, almeno per come lo conosciamo oggi, ma quella dichiarazione fece colore». Di certo Scinto fu, e chiaramente resta, il primo italiano ad averla vinta.
Quest’anno la salita di Genting Highlands non ci sarà. Il tappone, quasi certamente decisivo, sarà quello della terza frazione, quando il gruppo affronterà le rampe di Cameron Highlands, una sorta di doppia scalata, una sequenza stile Passo Tre Croci e Tre Cime di Lavaredo per intenderci. Ma solo per il profilo: le pendenze sono decisamente meno impegnative. Solo negli ultimi 8 chilometri la salita si fa un po’ più dura. Per il resto il Langkawi resta terreno di caccia per le ruote veloci. Nella quarta tappa c’è una lunga salita in avvio, ma poi solo tanta pianura.
Primi anni 2000 si parte dall’Aquila di Kuah, simbolo dell’isola di Langkawi dove quest’anno è avvenuta la presentazione dei teamPrimi anni 2000 si parte dall’Aquila di Kuah, simbolo dell’isola di Langkawi dove quest’anno è avvenuta la presentazione dei team
Che premi!
Negli anni Scinto ha vissuto questa gara anche da tecnico. E pertanto ha avuto anche un altro punto di vista.
«Guardini è il re della Malesia, ci ha vinto moltissime corse e anche Mareczko (che quest’anno è presente, ndr) ha fatto molto belle cose. I ragazzi sono contenti di andare laggiù. Alla fine stanno bene.
«La prima cosa che chiedono è: “Come sono gli hotel? Come si mangia”? Lì gli standard sono buoni. Insomma non è la Cina dove in qualche caso la questione igienica non è al top. Ma poi oggi è tutto diverso. I team e gli hotel stessi sono organizzati, noi mangiavamo quel che trovavamo e lì era tutto molto piccante. Pollo… piccante. Un’altro tipo di carne… piccante. A volte persino il riso era piccante! Niente pasta, ma tante uova. Poche storie e pedalare».
I ragazzi del Li Nang Star, squadra cinese, si cambiano al volo prima di prendere il traghetto per la terra ferma
I ragazzi del Li Nang Star, squadra cinese, si cambiano al volo prima di prendere il traghetto per la terra ferma
«Il Langkawi era generosissimo. Noi della Mg-Technogym vincemmo due tappe, la classifica finale e altri premi: tornammo a casa con un bel gruzzolo a testa. Un gruzzolo che però riuscimmo a riprendere solo grazie agli uffici di Parsani, all’epoca in Mapei, in seguito ad un disguido. Ma vi dico questa, tanto per rendere l’idea delle cifre che giravano. Paolo Bettini era appena passato professionista con noi. Aveva firmato al minimo sindacale che era di 25 milioni di lire l’anno: tornò dal Langkawi con 28 milioni di premi!».
Oggi chiaramente i premi non sono più quelli e le tappe sono anche di meno, d’altra parte con un calendario così fitto è impensabile proporre una gara a tappe di 12 frazioni. Il Langkawi però è una corsa molto sentita in Asia. E di fatto apre al colpo di coda del calendario in questa parte di mondo, visto che poi si corre anche in Giappone e dopo ancora in Cina, con il Taihu Lake prima e il Tour of Guangxi poi, che chiude il WorldTour.
OPFIKON (Svizzera) – Ulissi e Lorenzo Finn si sono incrociati nella sera della vittoria del genovese nel mondiale juniores (in apertura immagine da video Lello Ferrara/FCI). Era dal 2007, appunto dalla seconda vittoria iridata di Diego che l’Italia non conquistava quella maglia ed è parso a chi c’era una singolare coincidenza.
«Le cose non avvengono per caso – sorride il livornese – penso di avergli portato anche bene a Lorenzo, visto che sono arrivato la sera stessa. Lo sapevo di essere l’ultimo ad aver vinto il mondiale juniores. L’altro giorno con i ragazzi ci siamo collegati per vedere la gara e mi sono reso conto di quanto tempo sia passato. Se riguardo quelle foto, eravamo proprio dei bimbetti. Acerbi sotto tanti aspetti e consapevoli che dovevamo affrontare ancora tanta gavetta prima di affacciarci al professionismo ed essere competitivi. Adesso gli juniores più validi vengono presi e messi nelle squadre satellite. E già a 19 anni corrono già tra i professionisti. Lo vedo bene alla UAE. Maturano molto più velocemente, anche fisicamente, e sono subito pronti a vincere».
Ulissi corse il primo mondiale nel 2012 a Valkenburg. Eccolo sul Cauberg a ruota di ContadorUlissi corse il primo mondiale nel 2012 a Valkenburg. Eccolo sul Cauberg a ruota di Contador
Fa quasi strano sentire parlare così questo ragazzo di 35 anni, conosciuto quando era anche lui uno junior. Nelle sue gambe ci sono 15 anni di professionismo, nel suo sguardo tante storie ancora da raccontare. Bennati lo ha portato al mondiale confidando nella sua esperienza, vedendo in lui un leader e un ispiratore per la banda dei ragazzi di cui è composta la nostra nazionale qui ai mondiali di Zurigo 2024.
E’ arrivato il mondiale. Cosa ti è parso del circuito dopo averlo assaggiato?
E’ un circuito parecchio esigente, mi sembra. Soprattutto la prima parte, subito dopo l’arrivo, con lo strappo e poi subito la seconda salita. Sono almeno 12-13 minuti di sforzo pieno e poi dopo ci sono altri strappi dopo le discese, che sicuramente allungheranno il gruppo e metteranno sicuramente in difficoltà.
Bennati dice di aver trovato un Ulissi molto più solido di altre volte in passato, in cui al mondiale eri fra i primi a doversi muovere.
E’ normale che dopo dieci, quindici anni si maturi e si abbia più esperienza. Soprattutto a 35 anni, in una squadra così giovane, sicuramente posso cercare di aiutarli e di dare qualche consiglio utile. Fisicamente mi sento ancora bene, quindi penso di poter essere di grande supporto per la nazionale.
Fra i debuttanti della nazionale di Bennati al mondiale, anche un Mattia Cattaneo in grande forma e compagno di Ulissi alla LampreAnche Zana correrà per la prima volta il mondiale, dopo essere stato riserva nel 2022Fra i debuttanti al mondiale, anche un Mattia Cattaneo in grande forma e compagno di Ulissi alla LampreAnche Zana correrà per la prima volta il mondiale, dopo essere stato riserva nel 2022
Quale può essere il tuo ruolo in una corsa così?
Sicuramente avremo due o tre corridori che attenderanno di più il finale. E poi corridori come me e altri magari con cui dovremo cercare di anticipare per entrare in qualche azione importante.
Conosci bene Pogacar, lo hai aiutato anche a vincere belle corse, la domanda che tutti si fanno è se si possa batterlo.
Ho sentito i vari ragionamenti sulle tattiche e sul provare ad anticiparlo.Ma Tadej quando sta bene è imprevedibile, magari è lui che anticipa tutti. Se capisce che ci sono troppe nazionali che lo possono attaccare, potrebbe partire anche da molto lontano. E’ il corridore più forte al mondo, su un percorso che penso gli piaccia in particolar modo. Però noi sicuramente dobbiamo fare la nostra gara, non guarderemo tanto quello che fa lui e vediamo tutti insieme di riuscire a fare bene.
Da corridore a corridore, c’è qualche spia del fatto che lui possa essere in difficoltà oppure è il classico avversario illeggibile?
E’ illeggibile. Penso che cercherà di controllare la prima parte di gara con gli uomini che ha. Non dimentichiamo che ha due compagni di squadra come Tratnik e Novak che sicuramente nelle fasi più calde saranno lì e potranno aiutarlo. Poi quando lui trova l’occasione per attaccare, che manchi tanto o poco, di certo non aspetterà troppo.
Sanremo 2022, Ulissi e Pogacar alla sua ruota: Diego ha lavorato spesso per lanciare lo slovenoSanremo 2022, Ulissi e Pogacar alla sua ruota: Diego ha lavorato spesso per lanciare lo sloveno
Ti sei mai immaginato a braccia alzate sull’arrivo di questo mondiale?
No. Alla fine ho 35 anni, bisogna essere obiettivi nelle cose. Sto bene, cerco di fare un grande mondiale da protagonista, però sono consapevole che ci sono corridori che ora come ora hanno tante marce in più. L’hanno dimostrato tutto l’anno. Come ho già detto tante volte, sono soddisfatto della carriera che ho fatto. Di campioni ce ne sono realmente pochi, si contano su una mano, però penso di aver fatto ottime cose e sono soddisfatto di ognuna.
Stai già pensando al prossimo anno con l’Astana?
Sto pensando al mondiale, sono concentratissimo. Quindi penserò a finire la stagione con la maglia della UAE Emirates. E poi, solo alla fine, inizierò a pensare alla nuova vita che mi attende.
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OPFIKON (Svizzera) – La vigilia del campionato del mondo su strada scorre lenta, con la pioggia che picchia sui vetri dell’hotel degli azzurri. Fuori gli aerei partono, non siamo lontani dall’aeroporto di Zurigo, facendo un gran rumore. I ragazzi scelti da Bennati, al suo terzo mondiale da cittì, scendono nella hall dell’albergo e si prestano alle varie interviste. Passano in rassegna davanti alla telecamera della RAI dove Ettore Giovannelli ne testa gli umori e i sorrisi. Le settimane che hanno anticipato la prova iridata sono state quasi monopolizzate dalla prestazione di Tiberi al Giro di Lussemburgo. Ma tra gli italiani non c’è solo il ciociaro pronto a dar battaglia, nel vociare generale si sente anche l’allegria e la determinazione di Giulio Ciccone.
Il corridore della Lidl-Trek è seduto a un tavolo, nascosto da un muro ornato da disegni di legno intagliati. Con lui ci sono i membri dello staff della squadra americana. Si parla del più e del meno, ma l’argomento principale è il circuito finale di Zurigo, da ripetere otto volte e che non farà prigionieri.
Giulio Ciccone alle prese con le domande della RAI nella vigilia del suo primo mondialeGiulio Ciccone alle prese con le domande della RAI nella vigilia del suo primo mondiale
Un mese dopo
Ciccone si è ritirato dalla Vuelta alla decima tappa, era il 27 agosto. Oggi, più di un mese dopo torna in corsa e lo farà con una gara tosta e impegnativa. Le domande sulla sua condizione si sprecano, ma solo lui può sapere come sta, e noi glielo chiediamo.
«A questo mondiale – racconta nel nostro faccia a faccia – arrivo sicuramente con una buona condizione. Diciamo che non è stata un’annata facile, però il mondiale era un obiettivo quindi sono riuscito a lavorare bene. Nell’ultimo periodo ho avuto belle sensazioni e mi sono messo alle spalle un bel blocco di lavoro, quindi siamo a posto. Fino al Tour de France andato tutto è andato abbastanza bene, poi dopo la Grande Boucle ho corso a San Sebastian e la Vuelta. In Spagna sono andato con l’obiettivo di dare supporto alla squadra e ritrovare la condizione in vista di Zurigo».
Alla Vuelta l’abruzzese si è ritirato a causa di una caduta nella decima tappaAlla Vuelta l’abruzzese si è ritirato a causa di una caduta nella decima tappa
Il ritiro è stato un intoppo sul cammino, come lo hai superato?
La caduta della decima tappa mi ha costretto ad andare a casa, ma lo sguardo è sempre rimasto verso il mondiale. Ho fatto un paio di giorni in cui mi sono riguardato, in prevenzione per il ginocchio e per curare un po’ le botte. Una volta accertato che stessi bene sono rimontato in bici in ottica corsa iridata.
Il ginocchio come sta?
Bene, bene, diciamo che i due giorni dopo la caduta ho avuto un po’ di fastidio, non si capiva bene la situazione. Poi però tutto è andato per il meglio e mi sento pronto.
Ciccone guida il gruppo azzurro nella prova percorso, il ritmo è sostenutoCiccone guida il gruppo azzurro nella prova percorso, il ritmo è sostenuto
Che emozione provi nell’essere qui?
Il mondiale è sempre il mondiale, quindi sicuramente c’è una motivazione extra e sarà sicuramente una bella giornata. (Ciccone ha corso diverse volte con la nazionale ma il mondiale mancava nella sua carriera, ndr).
Venerdì avete pedalato sul percorso, cosa ne pensi?
Sarà durissimo per via della distanza e dell’altimetria, penso verrà fuori una gara molto nervosa. Ovviamente non ci sono salite lunghe. Però il tratto con il primo strappo e la salita che segue, dove lo sforzo supera i 10 minuti, si faranno sentire.
Per lui un 2024 iniziato solamente al Romandia dopo i problemi al soprasellaPer lui un 2024 iniziato solamente al Romandia dopo i problemi al soprasella
Quello sarà il punto cruciale?
Sì. Da quel momento segue la parte tecnica con strappi e discese, quindi non c’è mai un vero punto dove si può recuperare. Scollini e non scendi mai fino per un po’ di chilometri, sarà importante stare davanti e tenere alto il ritmo. Prima della discesa che porta sul lago c’è un tratto con i due strappi e la discesa tecnica. Sicuramente verrà fuori un mondiale duro e anche tatticamente non sarà facile.
Perché?
Non c’è una strategia lineare da parte di nessuno. Ripeto, sarà dura, ma noi siamo pronti e con lo spirito giusto per far bene.
Al Tour de France una buona prova e l’undicesimo posto nella classifica finaleAl Tour de France una buona prova e l’undicesimo posto nella classifica finale
Che ruolo avrai? Ne hai già parlato con Bennati?
L’idea è quella di star lì davanti e farmi trovare pronto. E’ chiaro che non si possono aspettare le mosse dei migliori, staremo lì e proveremo a inventarci qualcosa.
Gli otto passaggi su quella parte dura che dicevamo prima sono tanti.
Sì, bisogna essere un gruppo unito, muoversi con intelligenzaed essere sempre presenti. Questo è un po’ lo spirito che serve.
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ZURIGO (Svizzera) – Piove senza sosta dal mattino. Le strade sporche hanno ridotto le biciclette un accumulo di tubi e fango, le ragazze che le cavalcano attraverso la zona mista hanno facce nere e le labbra che tremano. Oggi la Svizzera ha mostrato un assaggio della sua durezza e per questo sul traguardo alla fine si sono presentate solo 81 delle atlete partite. Paolo Sangalli arriva dopo aver parlato ai microfoni della televisione, con l’aspetto soddisfatto, come chi si è appena alzato da tavola e se ne va con un buon sapore in bocca. Non il migliore, probabilmente, ma comunque un bel ricordo. Il bronzo di Elisa Longo Borghini ha dato un senso a tanta fatica.
«Avevamo in testa l’oro – dice – ma è andata così. Abbiamo portato a casa una medaglia e ricordiamoci che Elisa ha battuto in volata una come la Lippert che è veloce. Dopo un certo chilometraggio, le velociste soffrono, mentre Elisa ha un gran motore. Ha vinto Kopecky, ma Elisa l’ha staccata. Da sola non poteva tirare dritto, chiaramente. Oggi Vollering non era performante e in macchina ci siamo accorti di questa cosa, come pure di Kopecky. Però lei è un corridore di classe…».
Il cittì Sangalli in zona mi sta si è detto molto soddisfatto della gara di Longo BorghiniIl cittì Sangalli in zona mi sta si è detto molto soddisfatto della gara di Longo Borghini
Un tarlo da scacciare
C’era da riequilibrare la delusione di Parigi. Da fare pace con il ruolo di leader della squadra, come anche Elisa ci aveva confidato in un video girato nell’hotel degli azzurri martedì sera, alla vigilia del Team Relay in cui ugualmente è venuto il bronzo. C’era da proseguire il filotto meraviglioso di questo 2024 che ha portato il Fiandre e il Giro d’Italia a un’atleta di 32 anni, che solo adesso sembra aver capito a fondo le sue potenzialità.
«Avevamo entrambi questo tarlo dall’Olimpiade per una giornata storta – dice ancora Sangalli – altrimenti l’Olimpiade sarebbe finita in questo modo. Oggi Elisa ha dimostrato tutto il suo valore sotto un diluvio universale e fino all’ultimo ha fatto vedere che poteva vincere. Chiaramente una come lei non la fanno andare via, ma sarebbe bastato che si fossero guardate un attimo e lei avrebbe tirato dritto. Avevamo individuato quello strappo per attaccare all’ultimo giro e per poco non riusciva il colpo. Però va bene così, una medaglia di assoluto valore in un livello di ciclismo femminile davvero alto. Mentre le altre ragazze hanno pagato questo tempo. Loro sono delle scalatrici e hanno avuto freddo, però devo ringraziare la Federazione per i mezzi che ci ha dato. La Gabba R è stata veramente fantastica. Elisa l’ha tolta prima dell’ultimo strappo ed è servita a tenerla calda e asciutta sino in fondo».
A Parigi una giornata storta, oggi Elisa ha mostrato tutto il suo valoreA Parigi una giornata storta, oggi Elisa ha mostrato tutto il suo valore
Una carriera ancora lunga
Questi 32 anni, che sembrano non essere un limite ma un grande valore aggiunto, tornano anche nei ragionamenti di Paolo Slongo. Dal prossimo anno, l’allenatore trevigiano seguirà Elisa Longo Borghini in una nuova avventura professionale e che oggi potesse essere un bel giorno lo aveva immaginato da tempo. Si potrebbe dire che lo avesse progettato, ma in un così alto livello dello sport suonerebbe come una dichiarazione impudente
«Sapevo che aveva una buona condizione – dice Slongo davanti al pullman dell’Italia – e che aveva preparato bene il mondiale. Purtroppo per un problema di salute ha dovuto saltare il Romandia che magari le avrebbe dato tre giorni di corsa in più. Però siamo arrivati comunque in buona condizione. Elisa secondo me ha corso benissimo. Non è stata come sempre troppo generosa, quindi le va dato merito di una corsa perfetta. Ha provato nel momento giusto, peccato che Vollering abbia dato tutto per prenderla e poi arrivare qui senza neanche prendere una medaglia. Questo è il ciclismo. Pensavo che il podio fosse possibile, soprattutto su un percorso così e la corsa con la pioggia. Penso che da quest’anno sia una nuova Elisa e che possa stare per altri anni a questo livello. Poi nelle donne, se guardate, le carriere si allungano rispetto agli uomini, quindi mi auguro e sono certo che sarà competitiva anche in futuro».
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