Majka da Pogacar ad Ayuso, spalla preziosa al Giro

19.12.2024
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BENIDORM (Spagna) – Da quello che faceva lui, capivi che cosa avrebbe fatto Pogacar. Al Giro d’Italia è stato così quasi ogni giorno, quantomeno nelle tappe di salita. Quando il polacco si alzava sui pedali e calava il rapporto, la velocità cresceva di colpo. Significava che di lì a poco Tadej avrebbe attaccato e per allora gli altri sarebbero stati già al gancio. Rafal Majka è l’ultimo dei gregari all’antica. Uno che prima di lavorare per gli altri ha fatto il capitano.

A 35 anni detiene con Laengen il primato di corridore più anziano del UAE Team Emirates, dopo che nelle ultime due stagioni se ne sono andati i coetanei Trentin e Ulissi, per cui vederlo in mezzo a tanti ragazzini sembra persino strano. Se non fosse che gli stessi ragazzini lo guardano con rispetto e anche un filo di soggezione. Quello è Majka: ha vinto per due volte la maglia a pois del Tour e anche tre tappe.

Entrambi classe 1989, Laengen e Majka sono i due corridori più maturi del UAE Team Emirates
Entrambi classe 1989, Laengen e Majka sono i due corridori più maturi del UAE Team Emirates
Che effetto fa essere nella squadra numero uno al mondo?

E’ diventata forte, fortissima. Ci sono arrivato nel 2021, sono passati 4 anni e quasi non la riconosci. Non credevo che sarebbe stato possibile un progresso del genere, perché avviene in ogni comparto. I tecnici, gli allenatori, i nutrizionisti. E’ tutto ai massimi livelli e mi sento di dire che starci dentro è più facile di prima. Ho corso con Tinkoff e poi alla Bora, la UAE Emirates è la mia terza squadra. E quando faccio il confronto, per me è meglio perché è stabile. Si va senza problema ai ritiri, si prendono i voli e tutta una serie di dettagli. Come il fatto che abbiamo il cuoco sempre con noi. Anche nei ritiri prima di Giro, Tour e Vuelta. Ogni cosa che facciamo viene controllata, mi pare che ci sia una bella differenza rispetto ad altre squadre. Ho la sensazione che qui siamo proprio più avanti.

Hai corso per sei anni nelle squadre di Bjarne Riis, che sembrava il più organizzato di tutti. Se le riguardi adesso quanto sembrano più piccole?

Mi ricordo quando sono passato con Bjarne, la sua scuola prevedeva già una grande attenzione al cibo e il cuoco nelle corse più importanti. Ma le cose sono cambiate. Il carico sui corridori è aumentato e serve più concentrazione rispetto ad allora. Anche prima facevi sacrifici, però adesso ancora di più. Se vuoi vincere le corse, per stare avanti bisogna fare la vita oltre quello che prima si poteva immaginare.

Al Giro guardavamo te per capire cosa avrebbe fatto Tadej…

Lo sapete che prima del Giro avevo problemi con il tendine di Achille? Pensavo fosse il momento peggiore, però sono stato un mese a Sierra Nevada e il nostro fisio ha fatto il miracolo. Dopo due giorni di trattamento ho ripreso ad andare in bici e mi sono sentito subito molto meglio. Poi lo sapete, quando c’è un capitano come Pogacar e ti ritrovi davanti con venti corridori, sai che se acceleri, lui va via. Questo è un fenomeno, ragazzi.

Questo è il momento dell’attacco: Majka dà tutto, sta per scattare Tadej
Questo è il momento dell’attacco: Majka dà tutto, sta per scattare Tadej
A un certo punto chiedemmo a Matxin perché non portare anche te al Tour. Ce l’avresti fatta?

Dopo il Giro ci siamo ritrovati tutti a cena e abbiamo parlato. Stavo preparando anche io il Tour, in quanto prima riserva. Sono già stato per due volte in Francia con Tadej e uno l’ha pure vinto, quello del 2021. Però l’ultima parola spettava alla squadra e avevamo corridori molto bravi sia per la pianura e altri per la salita. Non sempre funziona tutto alla perfezione, anche a me sarebbe piaciuto andare, ma l’importante è che Tadej abbia vinto ugualmente. Ha vinto il Giro, il Tour e poi anche i mondiali.

Dicono che la figura del gregario non esiste più, allora tu cosa sei?

Prima ero capitano, adesso mi godo l’andare in bici. Ho un capitano di altissimo livello, uno così non l’avevo mai visto in vita mia. E’ anche un ragazzo umile, perché sono stato tanti giorni in gara con lui, anche in camera. E’ impressionante quanto sia umile e stabile, è sempre uguale. Quando però parte in bici, quello che vedo io è un terminator. Vuole ammazzare tutto. E’ lui che mi dice quando partire e io non aspetto altro.

Quest’anno è parso anche più potente di altre volte in passato.

Ha fatto la scelta di cambiare allenatore e la differenza si vede. Quando dopo un paio di anni che lavori allo stesso modo ti arriva l’impulso di cambiare, la squadra ti asseconda. Dal 2025 cambio anche io, ero sempre con lo stesso da quattro anni. Mi serve fare dei lavori diversi e questa squadra può darmi il supporto che mi serve, fra allenamento, bici e alimentazione. Tutti pensano che sia facile, però bisogna saper scegliere i corridori per lavorare e quelli per vincere. E’ il lavoro di Matxin, che lo fa bene.

Rafal, Magdalen, Maja e Oliwier: la famiglia Majka (immagine Instagram)
Rafal, Magdalen, Maja e Oliwier: la famiglia Majka (immagine Instagram)
Che cosa ti ha cambiato il nuovo preparatore?

Faccio un po’ lavori strani che non facevo prima. L’importante, come gli ho detto, è che voglio partire più tranquillo e arrivare bene, perché voglio fare il Giro d’Italia. Perché mi piace e penso che fare il Giro con Ayuso sarà diverso dal farlo con Pogacar. Juan è cresciuto tanto, soprattutto dopo questa stagione. L’ho visto quando ho corso con lui la Tirreno. E’ un ragazzo che vuole vincere e lo sai com’è un giovane che vuole vincere, scalpita. Io invece sono uno corridore che fa quello che gli viene detto dai direttori sul bus. Sono due leader diversi, però c’è una squadra che ti paga e bisogna fare al 100 per cento quello che ti dicono. Io penso che Ayuso possa arrivare fra i primi tre. Lo sapete come è il ciclismo, mai dire mai perché può succedere tutto, però può fare bene.

Ti sei mai pentito di aver fatto questa scelta, di non fare più il capitano?

Dopo Bora e dopo otto anni facendo il leader, mentalmente era diventato pesante. Non dico che non stessi bene, perché non sarebbe vero, però era un continuo carico di stress. Mi si attaccava addosso e interferiva nei rapporti con la famiglia, non riuscivo a essere in perfetto equilibrio. Invece questi quattro anni sono passati che quasi non me ne sono accorto. E’ incredibile. Matxin e Gianetti mi danno fiducia e anche quest’anno quando al Giro ho rinnovato il contratto con Mauro, non c’è stato nulla da ridire. Abbiamo trovato subito l’accordo, anche con Matxin per il mio ruolo. Lavoro al 100 per cento per la squadra, ma l’anno prossimo voglio vincere una corsa.

Quale corsa?

Spero di trovare spazio per vincere una tappa. Ne ho vinte tre al Tour e due alla Vuelta, mi manca una tappa al Giro. Sicuramente andrò a lavorare al 100 per cento per i ragazzi, però se avrò l’opportunità ci proverò. Prima pensiamo a lavorare e poi quando avremo un bel vantaggio e dopo che avremo fatto tutto quello che chiede la squadra, proveremo a portarne a casa una.

Infront e il TotA: sponsor e territorio attraverso l’evento

19.12.2024
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L’ingresso di Infront all’interno dell’organizzazione del Tour of the Alps è una delle novità che la corsa dell’Euregio ha apportato nel 2024. Un prima edizione “combinata”, quella che si è svolta lo scorso aprile, che ha portato una crescita esponenziale dei numeri della breve corsa a tappe. Ma chi è Infront e di cosa si occupa? Ne parliamo direttamente con Stefano Deantoni Marketing Director di Infront Italy.

«Noi siamo parte di un gruppo internazionale – dice – che ha come suo core business il marketing sportivo. Ci occupiamo dei servizi legati allo sport, a 360 gradi, per far sì che un evento possa essere fruito da diversi stakeholder. In primis lavoriamo sui diritti televisivi, passiamo da intermediario tra chi ha un diritto, che può essere una federazione o un organizzatore, e chi ha interesse ad usufruire di quel diritto, in questo caso un broadcast che trasmette le immagini».

Stefano Deantoni Marketing Director di Infront Italy
Stefano Deantoni Marketing Director di Infront Italy.

Marketing

Gli eventi sportivi e le gare di ciclismo non contemplano più solamente il vedere la corsa, ma c’è anche un contesto di interessi legati a sponsorizzazioni di aziende o del territorio stesso. Ogni soggetto chiamato in causa ha come scopo quello di entrare in una macchina che funziona e in grado di mettere sotto la lente di ingrandimento tutti gli attori presenti. 

«Naturalmente – continua Stefano Deantoni – passiamo anche alle sponsorizzazioni, quindi accordi commerciali. In questo caso dall’altra parte c’è un’azienda che utilizza lo sport come mezzo di comunicazione. Ci occupiamo di creare contenuti originali, ovvero del dietro le quinte o di curiosità. Con l’intento di dare molto più risalto a quello che è il solo evento televisivo e per dare più contenuti per tutti i media. Infine cerchiamo di rendere esclusiva l’esperienza dell’evento, questo avviene attraverso le aree hospitality. Vogliamo dare qualcosa che non si può comprare, quello che i nostri colleghi svizzeri chiamano “money can buy opportunity. Un qualcosa che solo tu che possiedi il diritto puoi offrire». 

Il ciclismo e i valori aggiunti

Fornire dei servizi al fine di aumentare il valore finale del prodotto offerto. Infront si inserisce a metà tra chi possiede un diritto, un organizzatore di un evento, e coloro che ne usufruiscono per promuoversi. 

«Il fine di tutto questo – spiega il marketing director – è di aumentare il posizionamento sul mercato, la notorietà, la riconoscibilità di un evento. Il Tour of the Alps si inserisce in un contesto più ampio del portafoglio di Infront. Noi facciamo parte di un gruppo internazionale che ha visto come il ciclismo possa rientrare nelle nostre strategie di sviluppo. Infront lavorava già con soggetti importanti come il Giro delle Fiandre, il Tour de Suisse e l’Amstel Gold Race. Noi della filiale italiana di Infront dovevamo allinearci alle strategie di gruppo, abbiamo cercato di capire quali eventi ciclistici erano approcciabili. Siamo arrivati al Tour of the Alps, gara di elevato livello tecnico e utilizzata in preparazione al massimo evento del ciclismo italiano: il Giro d’Italia». 

«Come detto non guardiamo solo al lato sportivo – prosegue – il TotA si corre in regioni interessanti per noi: il Trentino, Tirolo e Alto Adige. Abbiamo visto che c’era anche la possibilità di lavorare con i territori e di sviluppare anche questa parte di movimento».

La scelta di passare da determinati comuni o territori è legata alla promozione turistica di queste aree
La scelta di passare da determinati comuni o territori è legata alla promozione turistica di queste aree

Crescita a tutto tondo 

Il Tour of the Alps era in momento di svolta del proprio percorso di crescita, nel cercare di affermarsi ancora di più come gara importante del calendario internazionale ha trovato in Infront il partner giusto per lavorare

«L’edizione del 2024 – dice Stefano Deantoni – è stata fatta con tutti i crismi, collaborando a braccetto. Noi ci siamo occupati in prima battuta di dare maggiore visibilità all’evento nazionale facendo leva sul prodotto ciclismo. Il product manager del ciclismo in Svizzera, che è il nostro headquarter, ha già diversi contatti in giro per il mondo ai quali vende i suoi prodotti. Ha aggiunto il TotA al suo portafogli facilitando il lavoro. Ci siamo occupati anche di fare attività per le aziende, nel tentativo di dare slancio al prodotto. Abbiamo creato una Bike Experience, dove gli sponsor hanno avuto modo di pedalare sul territorio che ospita la corsa. Il giorno successivo, invece, li abbiamo portati sul traguardo a vedere la tappa all’interno della nostra area hospitality. 

Infront ha la capacità di proporre l’evento a diversi Paesi, quasi 300, la potenza di fuoco è elevatissima
Infront ha la capacità di proporre l’evento a diversi Paesi, quasi 300, la potenza di fuoco è elevatissima

L’immagine

Presentare un prodotto che possa raccogliere l’attenzione di chi ne usufruisce, come per esempio il pubblico, è importante. Ma lo è altrettanto proporre a sponsor e aziende qualcosa che possano comprare e che sia tangibile

«Noi ci inseriamo in continuità – ci spiega ancora Stefano Deantoni – con l’attività già esistente e cerchiamo di capire dove si può migliorare in base anche alle esigenze del cliente. Quindi ci chiediamo: come lavoriamo per migliorare la qualità della produzione televisiva? Oppure, in che modo il Tour of the Alps può diventare una piattaforma di comunicazione per gli sponsor? O ancora, lavoriamo in modo che il percorso tocchi delle località che si ha intenzione di promuovere. I territori sono uno stakeholder molto importante di questo evento quindi dobbiamo avere cura anche di loro. Infront offre molte risorse e permette di avere uno sviluppo e una dimensione più internazionale. La crescita del Tour of the Alps, rispetto all’edizione del 2023, è stata 35 per cento a livello mediatico. Chiaramente l’anno uno il salto è elevato, poi bisogna lavorare per mantenere alta la qualità e i numeri».

Persico in cerca di Persico si allena (ma non corre) nel cross

18.12.2024
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BENIDORM (Spagna) – Sivia Persico è moderatamente allegra. La giornata fuori è radiosa, i chilometri si stanno sommando e l’obiettivo di riguadagnare un buon posto nel gruppo motiva la bergamasca alla ripresa della stagione. La terza per lei che approdò al UAE Team Adq con il contingente della Valcar di Capo Arzeni. Cose sono andate bene, altre meno bene. Quel che si nota è che il 2024 ha segnato uno stop rispetto alla crescita avviata l’anno prima. Capirne i motivi è il modo giusto per dare una svolta al futuro.

«Il 2023 era andato bene – dice – il 2024 così così. Speriamo che il 2025 sia l’anno giusto, anche per trovare l’equilibrio che forse è mancato. Qualcosa di buono alla fine c’è stato. Ho corso le Olimpiadi e ho imparato tanto. Ad esempio a trovare qualcosa di positivo anche nei momenti negativi. Ho avuto accanto non troppa gente, però quella giusta. Quando si vince, tutti salgono sul carro, ma diciamo che le persone su cui contavo c’erano ancora e questo mi basta».

Alle Olimpiadi con Balsamo, Cecchini e Longo Borghini, guidate da Paolo Sangalli
Alle Olimpiadi con Balsamo, Cecchini e Longo Borghini, guidate da Paolo Sangalli

Sfinita dall’Amstel

Silvia parla veloce e con frasi corte. Mette in fila i passaggi come fasi di una corsa e li sottolinea con sguardi da fumetto con cui parallelamente commenta quello che dice. Le cose che deve dire e quelle che direbbe.

«Sono partita da gennaio con dei problemi al ginocchio – dice – poi per un po’ è andata abbastanza bene. Poi è morta mia nonna e di lì ho avuto un maggio un po’ così, perché non stavo benissimo fisicamente. Non lo so, sembrava che nella squadra ci fosse un po’ di disinteresse per la mia salute. Ne abbiamo parlato e loro dicono che non è così. Avrò capito male. Speriamo che nel 2025 vada meglio, sono sicura che sarà così. E alla fine comunque ho fatto il Covid prima delle Olimpiadi. Per fortuna nel finale di anno le cose sono andate meglio e mi sono ritrovata. Ero molto legata alla nonna, ma non è stata quella la causa di tutto. Però è arrivata in un momento della stagione un po’ particolare. Arrivavo dal Fiandre in crescendo di condizione (settima a 9″ dalla Longo Borghini, ndr) e ho fatto 5-6 giorni senza fare niente. E dopo sono andata a correre l’Amstel e lì secondo me mi sono finita».

In ritiro per Persico e la squadra anche sessioni di lavoro in palestra (foto Aymerik Lassak)
In ritiro per Persico e la squadra anche sessioni di lavoro in palestra (foto Aymerik Lassak)

Le classiche in testa

Silvia Persico che sogna il Fiandre e lotta per il Giro ha visto arrivare in casa sua Elisa Longo Borghini, che ha vinto per due volte la classica dei Muri e nel 2024 finalmente ha conquistato la maglia rosa rincorsa per anni. E’ la situazione giusta per capire la serenità di chi hai davanti. Se arriva qualcuno da fuori e ha la pretesa di raccogliere nel tuo orto, potresti non prenderla troppo bene.

«Invece sono contenta – dice Persico – lavorare per qualcuno che sa finalizzare il lavoro può cambiare molte dinamiche in positivo. Lavorerò per lei, ma avrò anche i miei spazi, contando sul fatto che ora la pressione maggiore sarà tutta sua. Io ho capito che le corse a tappe non sono per me, fare classifica non è la mia passione. Però negli ultimi due anni la squadra mi ha spinto a farlo e posso anche capirli, visto che nel 2022 ero andata forte sia al Giro sia al Tour. Però io preferisco le classiche, andrei in un Grande Giro per puntare alle tappe. Doveva essere così anche nel 2024, così almeno era nella mia testa, ma in quella della squadra. Anche perché nell’ultima tappa del Giro Women ho scoperto di avere il Covid, quindi il mio Giro è finito così».

Europei gravel: il cittì Pontoni con Persico e Arzuffi, rispettivamente seconda e terza alle spalle di Sina Frei (foto FCI)
Europei gravel: il cittì Pontoni con Persico e Arzuffi, rispettivamente seconda e terza alle spalle di Sina Frei (foto FCI)

Ritorno al cross?

Resta aperto il tema della preparazione, da quando la squadra emiratina fece sapere di non gradire il suo impegno nel cross. Si organizzò pertanto un percorso alternativo affidato a Luca Zenti che le desse ugualmente la brillantezza tipica dopo una stagione di cross.

«Secondo me non ha funzionato – dice lei – perché il cross mi dava tanto. E allora quest’anno a livello di allenamenti, ne inserisco uno di cross alla settimana. L’intensità magari non è paragonabile ai 50 minuti full gas di una gara, però comunque è già qualcosa. La tentazione di tornare a gareggiare c’è, ma non voglio andare a una gara senza supporto. La squadra dice che se volessi sarebbe al mio fianco, ma non abbiamo il materiale, non ho il camper e non ho il personale, quindi questo supporto non è che sia proprio tanto. In tutto questo, il cittì Pontoni continua a chiamarmi. Anche quando abbiamo fatto l’europeo gravel (Persico è arrivata seconda a 1’26” da Sina Frei, ndr) continuava a dirmi che mi aspetta. Anche io mi aspetterei, ma il fatto è che la stagione su strada è sempre più lunga, cominciamo sempre prima. Io parto da Mallorca e poi vado al UAE Tour, c’è poco spazio per altro. Ma se dovessi restare qui, magari potrei pensare di inserire qualcosa nel contratto».

Il UAE Tour è la corsa di casa del team. Qui Silvia Persico a inizio 2024, durante un’intervista. Accanto, Melissa Moncada, capo del team
Il UAE Tour è la corsa di casa del team. Qui Silvia Persico a inizio 2024, durante un’intervista. Accanto, Melissa Moncada, capo del team

Passaggio a Bilbao

Domani il ritiro si chiuderà e sarà tempo di Natale. Silvia racconta velocemente che ha fatto ferie a Gran Canaria dopo l’europeo gravel. Poi è stata ad Abu Dhabi per il primo ritiro e da lì è tornata a Bilbao, dove vive la sua compagna. I Paesi Baschi le piacciono, ammette ridendo, ma il loro clima proprio no.

«E’ molto bello per andare in bici – si dispera – ma d’inverno è freddo e piove sempre. In realtà piove anche d’estate, visto come è tutto verde? Però almeno d’estate non è così freddo. Per andare in bici è molto meglio che in Italia: si è molto più rispettati. Per cui da qui vado su a Bilbao, mi fermo pochi giorni e poi torno in Italia per fare Natale a casa. E poi ci si prepara per correre.

Il GP della Liberazione 2024 è stata la prima gara in Italia di Bastianelli come collaboratrice del cittì Sangalli
Il GP della Liberazione 2024 è stata la prima gara in Italia di Bastianelli come collaboratrice del cittì Sangalli

Nazionale alla “Bastia”

L’ultima annotazione Silvia la dedica alla nazionale. Il cittì Sangalli dal prossimo anno salirà sull’ammiraglia della Lidl-Trek e nel 2025 delle elezioni federali, ci si chiede chi andrà su e a chi affiderà la nazionale delle donne. Lei non ha dubbi.

«Chi sarà il cittì della nazionale? La Bastia! Io punterei su Marta Bastianelli – dice senza la minima esitazione – e la aspetterei fino a che non sarà in grado di partire, visto che aspetta una bimba. Mi piacerebbe che fosse lei. Ho imparato tanto quando l’ho avuta in squadra. Mi ha dato tanti consigli, ha una buona testa e una buona lettura di gara. La vedrei molto bene. Sapevo da tempo che Sangalli sarebbe andato via, si poteva immaginare, la voce era già nell’aria da un po’ di mesi. Forse voleva stimoli diversi, non so fino in fondo perché abbia fatto questa scelta».

Ancora sul calendario: stavolta parla il direttore sportivo

18.12.2024
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Nel ciclismo moderno, la programmazione di una stagione agonistica non è mai stata così complessa. Tra calendari ancora da definire, richieste dei corridori, scelte tecniche e influenze esterne come sponsor e marketing, i direttori sportivi svolgono un ruolo cruciale nel dare forma alle ambizioni di un team (in apertura foto @charlylopeph).

Dopo aver esplorato questo argomento dal punto di vista del preparatore atletico con Maurizio Mazzoleni, oggi ci confrontiamo con Sonny Colbrelli, ex campione e ora direttore sportivo della Bahrain-Victorious. L’ex professionista ha ancora il polso caldo del corridore e per questo un dialogo stretto con gli atleti.

Sonny Colbrelli (classe 1990) si appresta ad affrontare la seconda stagione in ammiraglia
Colbrelli (classe 1990) si appresta ad affrontare la seconda stagione in ammiraglia
Sonny, torniamo dunque a parlare di calendario. Tu sei a stretto contatto con i corridori, Mazzoleni svolgeva più un ruolo da collettore come abbiamo visto, sono loro che propongono calendario o tutto nasce dalla squadra?

È un mix. Si parte dai corridori su cui la squadra punta maggiormente. Per il calendario di un leader, ad esempio, si parte analizzando i grandi obiettivi: Giro, Tour o Vuelta? O le grandi classiche, se è un corridore da corse di un giorno. Ma anche gli atleti hanno le loro idee e vogliono esprimere le preferenze: c’è chi dice “vorrei fare bene al Giro” o “mi piacerebbe puntare al Tour”. Poi, insieme ai preparatori, ai direttori sportivi e al manager, si iniziano a gettare le basi, aspettando che vengano pubblicati i percorsi ufficiali delle gare.

Chiaro…

Conoscere i percorsi è cruciale. Se, per esempio, il Giro prevede tante cronometro e un corridore è svantaggiato in questa disciplina, magari si opta per un’altra corsa come la Vuelta dove di crono magari non ce n’è neanche una. Si valuta tutto, dal tipo di tappe in generale al dislivello complessivo.

Ecco, per esempio il ritardo della presentazione del Giro d’Italia vi ha penalizzato?

Abbastanza direi, è un limite significativo. Al momento, non abbiamo nessuna certezza sul percorso del Giro d’Italia, se non qualche indiscrezione su alcune tappe, ma come più o meno ce le hanno tutti. Questo blocca molti processi decisionali, perché non sappiamo né che tipo di Giro sarà, né la sua durezza. Di conseguenza, è difficile definire chi vi parteciperà e quali saranno gli obiettivi.

Con ogni probabilità vedremo Tiberi al Giro, ma per l’ufficialità si vuole attendere il percorso della prossima corsa rosa
Con ogni probabilità vedremo Tiberi al Giro, ma per l’ufficialità si vuole attendere il percorso della prossima corsa rosa
Come si coinvolgono i corridori nel processo decisionale?

Quando finisce la stagione, diamo ai corridori un mese di libertà assoluta, lasciandoli staccare del tutto. Poi si riparte con i primi allenamenti e i preparatori iniziano a sondare i desideri dei ragazzi: c’è chi vuole puntare alle classiche, chi al Giro o chi, magari, alla Sanremo. Tuttavia, non si può accontentare tutti. Inizialmente il corridore parla con il preparatore, che raccoglie le sue intenzioni e lo riferisce alla squadra. A dicembre, durante i ritiri, si stilano i programmi di massima. A gennaio, invece, il calendario viene definito nei dettagli.

E come fate?

Ci sono riunioni con tutto lo staff: direttori sportivi, team manager, preparatori e corridori. Con questi ultimi facciamo delle vere interviste che durano 40′-60′. Qui si delineano le priorità e si prendono le decisioni finali.

Quali sono le difficoltà maggiori nei colloqui con gli atleti?

La difficoltà maggiore è far capire a un corridore che non può sempre seguire i suoi desideri. Se, per esempio, pensa di fare tutte le classiche, potrebbe sentirsi dire che alcune gare devono essere sacrificate per arrivare al top in un evento specifico. Non è semplice comunicare certe scelte e lo vedi subito dalla sua espressione quando non è soddisfatto. E li capisco bene, perché ci sono passato anch’io da atleta. Ricordo che un anno avrei voluto partecipare alla Roubaix, ma la squadra preferiva che mi concentrassi su un’altra corsa dove avevo più chance di ottenere risultati.

Non è facile programmare una stagione da qui ad ottobre prossimo, ma riuscirci può fare la differenza
Non è facile programmare una stagione da qui ad ottobre prossimo, ma riuscirci può fare la differenza
Quanto incidono le esigenze di marketing?

Il marketing conta, eccome. Non possiamo ignorarlo: ci sono sponsor che entrano nel team solo a patto che un certo corridore partecipi a determinate gare. È normale, sono aziende che investono e vogliono visibilità in eventi specifici. Anche in questi casi, però, cerchiamo di bilanciare le esigenze commerciali con quelle sportive, per non compromettere i risultati.

Quanto è importante il ritiro di dicembre ai fini del calendario?

È fondamentale. Durante questo ritiro si gettano le basi per la nuova stagione, si amalgama il gruppo e si conoscono i nuovi innesti, sia dei corridori che dello staff. Ma soprattutto è il momento per chiarire le idee, per avere un programma mentale su cui lavorare durante l’inverno: questo per me da ex corridore, ma anche da diesse, è fondamentale.

Comprensibile: uno inizia subito a mentalizzarsi…

Esatto, tornare a casa con un buon ritiro di dicembre nel sacco aiuta a partire con il piede giusto sia l’atleta che la squadra affinché possa essere più affiatata e più preparata.

Johansen: da una continental fino al tetto del mondo

18.12.2024
4 min
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Julius Johansen, atleta danese classe 1999, è passato dalla Sabgal/Anicolor, formazione continental portoghese, al UAE Team Emirates (in apertura foto Instagram). Un salto di ben due categorie, se così vogliamo definirlo. Ma cosa ha portato la squadra numero uno al mondo a prendere un corridore da una formazione continental? Questa domanda la rivolgiamo direttamente a Joxean Matxin, capo dei tecnici del team emiratino. 

«A noi – spiega subito – serviva un corridore che si potesse mettere in testa al gruppo e tirare. Un ragazzo in grado di svolgere il lavoro fatto da Sjoerd Bax la scorsa stagione, come lui questo ruolo lo hanno ricoperto Bjerg e Laengen».

Il corridore danese nel 2017 si è laureato campione del mondo juniores
Il corridore danese nel 2017 si è laureato campione del mondo juniores

Al fianco dei campioni

Per essere la squadra numero uno del ranking e collezionare 81 vittorie non basta solo avere il più forte corridore al mondo, o i più forti. E’ importante anche che all’interno della formazione ci siano coloro che possano permettere ai capitani di restare tranquilli e sereni. Ragazzi in grado di mettersi in testa al gruppo e controllare la corsa, gestendo i vari momenti. 

«Siamo una squadra piena di campioni e leader – aggiunge Matxin – ma abbiamo anche bisogno di atleti in grado di fare questo tipo di lavoro. Johansen lo conosco da quando era junior e ha vinto il mondiale di categoria nel 2017 davanti a Rastelli e Gazzoli. Non è uno sconosciuto, so quanto vale e da dove viene. Conosco la sua carriera e il suo passato».

Nel 2020 Johansen ha vinto i mondiali dell’inseguimento a squadre a Berlino
Nel 2020 Johansen ha vinto i mondiali dell’inseguimento a squadre a Berlino
Ha avuto una crescita lineare da dopo il mondiale, poi qualcosa si è inceppato.

Ha grandi numeri, è un corridore in grado di fare bene anche su pista. Negli scorsi anni ha passato un po’ di problemi, ma le caratteristiche ci sono. Dopo la vittoria iridata da juniores ha corso in una continental, poi è passato alla Uno-X (una professional, ndr) per arrivare alla Intermarché nel 2023. Lì è rimasto per due stagioni. Alla fine la squadra lo ha lasciato fuori per il 2024 ed è ripartito da una continental.

Con quali prospettive lo avete preso?

Quelle dette prima, ma anche che sia un atleta sul quale possiamo contare per tutto l’anno. Che possa coprire eventuali assenze dovute a cadute o malattie, una figura in grado di bilanciare bene la squadra. Può anche entrare a far parte del treno di Molano.

I due anni con la Intermarché non sono andati come prospettato
I due anni con la Intermarché non sono andati come prospettato
Siete stati chiari con lui, come con tutti?

Assolutamente, sa di cosa abbiamo bisogno e perché è qui. Il suo ruolo è ben definito e per me e la squadra questi corridori sono fondamentali. Avere un ragazzo che può tenere in mano una corsa di 200 chilometri è una risorsa essenziale. Così come lo sono Novak e Majka in salita. Ci sono tanti corridori che non si vedono e non portano punti, ma senza di loro non saremmo qui. 

Pensi che Johansen possa esprimersi al meglio da voi?

Sì perché non sono atleti che prendi con l’obiettivo che possano farti risultati, ma per qualità e quantità. Qui avrà un ruolo definito. Per un atleta come lui correre in una professional o una continental non è l’ideale. In quelle squadre ti chiedono di portare risultati, ma se non sei abituato non rendi.

Johansen è un corridore abituato a macinare chilometri in testa alla corsa, ora metterà questa sua qualità a servizio della UAE
Johansen è un corridore abituato a macinare chilometri in testa alla corsa, ora metterà questa sua qualità a servizio della UAE
Qualcosa ha vinto…

Da giovane, quando era junior e under 23. Nel 2024 con la Sabgal/Anicolor ha vinto qualche gara nazionale e ha fatto bene alla Volta a Portugal. E’ un corridore importante a livello di dati, comunque anche a cronometro va bene. 

Come caratteristiche fisiche può sostituire Bax, che è andato via?

Sono simili fisicamente. Johansen è alto due centimetri in più di Bax e pesa un chilo in meno. A numeri assomiglia più a Laengen. Poi essendo un buon cronoman avrà le sue chance in questa disciplina. Siamo sicuri che sa ciò che deve fare ed è pronto per farlo.  

Cornegliani sale in cattedra. Un giorno da prof universitario

18.12.2024
6 min
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Metti un giorno che una medaglia d’oro olimpica salga in cattedra a fare lezione e rispondere alle domande di una classe di studenti. E metti che parola dopo parola escano spunti inediti da approfondire con calma. Per una mattina Fabrizio Cornegliani, oro a crono alle Paralimpiadi di Parigi e ai mondiali di Zurigo nell’handbike, si è calato nella parte di professore al Corso Magistrale di “Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate” dell’Università di Pavia (in apertura foto Team Equa).

Un ruolo insolito per lui e invece molto stimolante per la classe che ha potuto conoscere meglio una persona che ha dovuto iniziare letteralmente una seconda vita, diventando uno dei più forti atleti della sua disciplina. Una lezione umana e universitaria che servirebbe sempre per aprire la mente di tutti, sportivi e non, su come si possa vincere o arrivare in alto in qualunque condizione. E così abbiamo chiesto a Cornegliani di raccontarcela.

Cornegliani ha ricevuto il Collare d’Oro, la massima onorificenza del CONI e del CIP, per l’impresa alla Paralimpiadi di Parigi
Cornegliani ha ricevuto il Collare d’Oro, la massima onorificenza del CONI e del CIP, per l’impresa alla Paralimpiadi di Parigi

Collare d’Oro

Gli appuntamenti istituzionali di Cornegliani sono fitti. L’ultimo in ordine cronologico è il Collare d’Oro, la massima onorificenza del CONI e del CIP (Comitato Italiano Paralimpico).

«Lunedì ero a Roma all’Auditorium Parco della Musica – inizia Fabrizio – per ricevere questo graditissimo riconoscimento. Ne avevo già ritirati tre in passato, ma questo ha avuto un sapore particolare. Rispetto agli altri anni c’erano meno atleti, tra un impegno e l’altro, e quindi abbiamo avuto più attenzione. L’altra premiata del ciclismo assieme a me era Chiara Consonni (oro in pista nella madison con Guazzini, che è in ritiro in Spagna con la Fdj-Suez, ndr). Per me è stato un grande onore essere uno dei due rappresentanti del nostro sport».

Fabrizio con moglie e figlio alla fine della premiazione. Quello di quest’anno è stato il suo quarto Collare d’Oro
Fabrizio con moglie e figlio alla fine della premiazione. Quello di quest’anno è stato il suo quarto Collare d’Oro

In aula

Quasi due settimane fa Cornegliani ha vissuto un’emozione diversa da quella che solitamente prova quando gareggia. Parlare davanti a degli studenti non è così scontato come si potrebbe pensare. Bisogna essere pronti ad avere la risposta giusta o comprensibile, ma lui non si scompone e non va in affanno.

«L’occasione è nata – spiega – attraverso Agnese Romelli, una mia compagna di squadra nel Team Equa. Lei è l’allieva di un professore dell’Università di Pavia che ci teneva a fare una lezione diversa dal solito. Ho accettato subito con entusiasmo e mi sono messo a loro disposizione. Ognuno poteva chiedermi ciò che voleva. L’intento della lezione era smuovere l’interesse dei ragazzi e capire quali argomenti toccare. Onestamente sono stato molto sorpreso perché non mi aspettavo considerazioni e domande da lasciarti a bocca aperta. Ovvio quindi che diventi molto bello poter rispondere alle loro curiosità».

Il video dell’impresa a cinque cerchi di Parigi rompe il ghiaccio e pone subito l’accento sul mezzo utilizzato da Fabrizio. La bici è un concentrato di ingegneria e tecnica e i ragazzi si fanno sotto con le domande.

«Rispetto alla pedalata alternata della bici tradizionale – prosegue Cornegliani – dove si fa forza spingendo, nella mia specialità, la H1, il movimento centrale gira in sincrono e la potenza si fa tirando. Quindi mentre stavo continuando a spiegare, un ragazzo mi interrompe e mi chiede se può nel frattempo disegnare come si immagina il sistema tecnico delle corone. Io divertito e piacevolmente stupito, gli rispondo che stavolta è lui ad aver attirato la mia curiosità. Alla fine del mio discorso, il ragazzo mostra il suo disegno ed era riuscito a riprodurre la corona ellittica che usiamo per non avere punti morti, assieme a tutto il resto della trasmissione».

Il video dell’oro olimpico di Cornegliani ha stimolato gli studenti a domande, considerazioni e disegni (foto Team Equa)
Il video dell’oro olimpico di Cornegliani ha stimolato gli studenti a domande, considerazioni e disegni (foto Team Equa)

Occhio sui dettagli

Guardando le immagini del video di Parigi, la classe nota tanti altri temi tecnici e morali.

«Ad esempio la seduta della handbike – ci dice Cornegliani – non resta la stessa per la salita e per la discesa. Infatti un ragazzo, continuando il contest del suo compagno, ha ipotizzato se esiste un modo per trovare una posizione della seduta più redditizia. Così come mi hanno chiesto informazioni sui tutori che uso per tenere le manovelle, visto che le mie mani non possono chiudersi fino in fondo e stringere bene. Ho spiegato a loro che vent’anni fa si usava un tape per tenere le mani attaccate alle manovelle. Qualcuno lo fa ancora adesso, perché nel frattempo, da un’idea nata in Italia, gli ausili che usiamo ora sono diventati costosi. Vanno dai 500 ai 4.000 euro a seconda delle necessità personali. Senza questi non possiamo praticare il nostro sport».

L’aspetto psicologico è stato invece l’argomento richiesto dalle ragazze. «Loro si sono domandate – va avanti – come funzioni la capacità del sistema italiano per aiutare una persona a ripartire dopo un incidente come il mio. In Italia non siamo avanti come in Inghilterra. Da loro chi ti assiste si immedesima nell’avere il tuo stesso problema. C’è stato uno studio che ha dimostrato come cambi il punto di vista da un medico normodotato che si mette in carrozzina per aiutarti nel recupero rispetto ad un medico normodotato ti segue in piedi. Anche questo è un aspetto importante che non si può sottovalutare».

Durante la lezioni in aula, Cornegliani ha spiegato l’importanza del tutore alle mani e come funziona la trasmissione del movimento centrale
Durante la lezioni in aula, Cornegliani ha spiegato l’importanza del tutore alle mani e come funziona la trasmissione del movimento centrale

Specializzazioni per paralimpici

Il tempo scorre veloce, però per Cornegliani e i suoi ragazzi c’è spazio per un ulteriore spunto, prima magari di ritrovarsi ancora.

«Abbiamo fatto riferimento alla bici e ai tutori – conclude Fabrizio, felice di averci potuto descrivere la sua esperienza in facoltà – ed è emerso parlando che la figura del laureato per queste situazioni particolari è e sarebbe fondamentale. Stiamo vedendo che ci sono sempre più studenti che scelgono queste specializzazioni e varrebbe la pena che gli facessero fare un monte ore di tirocinio in ambito sportivo. Magari studiando l’aspetto agonistico e prestazionale oppure su materiali leggeri, sicuri e performanti».

Gli studenti universitari hanno ragionato su come rendere più redditizia la seduta della handbike sia in discesa che in salita
Gli studenti universitari hanno ragionato su come rendere più redditizia la seduta della handbike sia in discesa che in salita

Cornegliani guarda poi al suo mondo, dove gli piacerebbe vedere in nazionale e nei club meccanici specializzati solo per handbike.

«E’ stata una chiacchierata di due ore con cervelli freschi, attivi, che possono costruire tesi o fare studi sulla nostra disciplina. Sono usciti molti temi, ma non tutti. Non abbiamo parlato di alimentazione, di peso, di vestiario e aerodinamica. Ma è stato meglio così, perché ci siamo già ripromessi che ci sarà un seguito».

La Sanremo, Sagan, il dente del giudizio: il ciclismo di Bling

18.12.2024
6 min
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ALTEA (Spagna) – Guardi Matthews, lo ascolti. E mentre parla, ti rendi conto che se “Bling” non avesse trovato sulla sua strada Sagan (poi Van Aert, Van der Poel e Pogacar), a quest’ora avrebbe un palmares spaziale. E’ quello che ci diciamo fra colleghi ogni volta che si parla di lui. Eppure Michael tiene duro e ogni anno si presenta in corsa con la stessa solidità di sempre. “Bling” risale ai suoi anni a Canberra, quando era frizzante e vivace e quel nomignolo che significa “sgargiante” parve il più azzeccato.

«A Monaco – sorride – ho passato un paio di pomeriggi con Peter. Un giorno stavamo parlando delle nostre carriere, in lotta l’uno contro l’altro, e gli ho chiesto se avesse seguito la Sanremo. E lui ha risposto che gli fa male pensare che sia la sola gara che manca dal suo palmares. E così abbiamo iniziato questa conversazione. E’ stato molto bello scoprire che almeno su questo punto siamo uguali. Non siamo mai andati troppo d’accordo, perché siamo stati sempre rivali. Sagan ha avuto una carriera straordinaria. Sono davvero felice per quello che ha ottenuto. Ed è stato davvero bello sedersi e fare quattro chiacchiere sui vecchi tempi».

Michael Matthews, classe 1990 come Sagan, è professionista dal 2011. Nel 2010 vinse il mondiale U23
Michael Matthews, classe 1990 come Sagan, è professionista dal 2011. Nel 2010 vinse il mondiale U23
La differenza è che tu puoi ancora vincere la Sanremo, no? Non sei qui per questo?

Sono qui anche per questo. La Spagna è come una seconda casa, ma mi piace come la prima volta. Venire qui e incontrare tutti i nuovi corridori, essere di nuovo con la squadra. Penso che sia sempre bello quando hai nuovi sponsor, nuovi obiettivi, ma prima di partire ti guardi indietro, riflettendo sulla stagione che abbiamo appena avuto. Quest’anno avremo nove nuovi corridori, quindi un grande cambiamento che sarà interessante.

Ci sono nuovi corridori, ma se ne è andato Simon Yates, che effetto fa?

Simon ha giocato un ruolo importante nella storia del Team Jayco-AlUla. E’ stato qui fin dall’inizio, quindi penso che abbia vissuto un viaggio fantastico che ora è giunto al capolinea. Sarà interessante vedere cosa sarà in grado di ottenere in un’altra squadra. Sarà interessante vedere se la Visma-Lease a Bike potrà aiutarlo a realizzare i suoi sogni.

Al suo posto è arrivato Ben O’Connor.

Io e Ben abbiamo vinto il mondiale del Team Mixed Relay. Abbiamo fatto le Olimpiadi insieme, quindi abbiamo avuto modo di conoscerci abbastanza bene. Quello che ha ottenuto quest’anno è stato davvero fantastico e penso che portare quella fiducia nella nostra squadra sia una motivazione enorme. Dopo aver perso Simon, sarà un booster per tutti noi. In più è un volto fresco ed è australiano. Penso che sarà fantastico.

L’Australia a Zurigo ha conquistato il Team Mixed Relay. Fra gli uomini, Vine, Matthews e O’Connor
L’Australia a Zurigo ha conquistato il Team Mixed Relay. Fra gli uomini, Vine, Matthews e O’Connor
Cosa puoi dire del 2024?

Penso che sia andato davvero bene. Sono arrivato a un paio di centimetri dalla vittoria della Sanremo, sarebbe stata la prima Monumento della mia carriera, è stato difficile da digerire. Stessa storia al Fiandre. Mi hanno squalificato, ma non vale più la pena soffermarsi su questo episodio. Penso però che la mia prestazione complessivamente sia stata davvero buona e ne sono contento. Poi abbiamo avuto un po’ di montagne russe, ma verso la fine dell’anno siamo stati in grado di riprenderci. La vittoria in Quebec è stata un bel modo per mettere il giusto clima verso il finale della stagione.

Peccato per il ritiro dal mondiale…

E’ andato come è andato. Penso che avrei dovuto farmi togliere prima il dente del giudizio. Ci combattevo da prima del Tour de France, dal ritiro di Livigno. Ne parlammo con i medici e ora penso che non togliendolo abbiamo preso la decisione sbagliata. Penso che mi abbia influenzato per il resto dell’anno. Un momento volavo, quello dopo dopo non riuscivo a pedalare. Una volta che l’ho tolto a fine della stagione, mi sono sentito un uomo nuovo.

Problema risolto.

Se lo avessi tolto subito, sarei andato al Tour soffrendo nei primi tre giorni e poi mi sarei ripreso verso la fine. Ma ormai non posso cambiare le cose. So imparare dai miei errori, per cui se avrò di nuovo un problema come questo, lo risolverò subito, piuttosto che perdere tempo. Non vedo l’ora che arrivi il nuovo anno per recuperare.

Volata di Sanremo, Matthews lascia aperta la porta, Philipsen si infila e lo beffa
Volata di Sanremo, Matthews lascia aperta la porta, Philipsen si infila e lo beffa
E’ stato davvero così difficile digerire il secondo posto della Sanremo?

La Sanremo per me non è solo una gara ciclistica, è praticamente la mia gara di casa. Sono già salito due volte sul podio, sono stato vicino a vincerla. Probabilmente è la Monumento che mi si addice di più. Stava andando tutto molto bene fino agli ultimi 25 metri, quando i miei occhiali sono volati via. Sono finiti nella ruota anteriore e stavamo per volare tutti in aria. Non avevo mai visto una cosa del genere. C’è voluto molto tempo, penso che sia andata avanti fino al mattino del Fiandre. Nelle gare subito dopo, non riuscivo a concentrarmi. Non volevo neanche correre.

Pensi di aver commesso un errore facendo passare Philipsen?

Ero davanti e ho sentito un piccolo contatto sull’anca, forse questo un po’ mi ha disturbato. Non sono il tipo di corridore che spingerebbe un avversario alla transenna, per vincere una gara. Penso se lo avessi fatto, lui avrebbe protestato e io sarei stato squalificato. Tornando indietro, non farei nulla di diverso. Forse non un errore, ma resta un po’ di rimpianto.

Non è troppo prendersela così per una gara?

E’ una questione personale, un boccone che ha richiesto più tempo del normale per essere ingoiato. Passa il tempo e saranno sempre meno le opportunità di vincerla.

Abu Dhabi Tour, ottobre 2015: Sagan ha da poco vinto il mondiale di Richmond, battendo proprio Matthews
Abu Dhabi Tour, ottobre 2015: Sagan ha da poco vinto il mondiale di Richmond, battendo proprio Matthews
Andare in bicicletta ti piace più di 15 anni fa?

Credo di sì. Quindici anni fa, ero un ragazzino. Per me era tutto nuovo, mentre ora capisco molto di più il ciclismo, perché sono passato professionista dopo soli quattro anni che andavo in bici. Lo facevo per divertimento, ero molto più rilassato. Ora invece investo molto più tempo in questo mestiere e continuare a lottare contro questi ragazzi mi rende orgoglioso e lo trovo anche divertente.

Quali sono a livello personale le principali differenze tra oggi e 15 anni fa?

Il modo di correre in bicicletta è più aggressivo. Quando sono passato professionista, il copione era sempre lo stesso. Si partiva piano, ci avvicinavamo lentamente al finale e poi si giocava la vittoria. Oggi a ogni corsa battiamo tutti i record. Proprio nella Sanremo non c’è stato neanche il tempo per fermarsi a fare la pipì. La UAE Emirates stava già facendo un ritmo duro, penso fosse quello che si adattasse meglio a Pogacar. Ma noi che siamo abituati al vecchio stile della Sanremo, dobbiamo adattarci o siamo fuori. Con Sagan ho parlato anche di questo e dell’allenamento.

E lui?

MI ha chiesto come faccia a continuare. E io gli ho risposto che se avessi i suoi risultati, forse continuare sarebbe più difficile. Ma io sto ancora lottando per i miei sogni e non vedo l’ora di realizzarli: non ho intenzione di ritirarmi finché non li avrò esauditi. Questo è ciò che mi motiva ad andare avanti. Amo lo sport, stare con i miei compagni e lottare per le vittorie che mi fanno sognare.

Sardegna, cross annullato: cosa fa Lucinda Brand?

17.12.2024
7 min
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Dieci giorni dopo la prova di Coppa del mondo di cross a Oristano cancellata per il vento, restano storie stupende che vale la pena raccontare. Chi avrebbe mai detto che Lucinda Brand si sarebbe trasformata in istruttore d’eccezione per i bimbi del team locale? Si potrebbe pensare che le raffiche abbiano portato via tutto, invece non è andata così. Luca Massa e il suo fantastico staff di Crazy Wheels si sono caricati l’intera situazione sulle spalle e non si sono fermati finché ogni cosa non è andata al suo posto.

«Soprattutto il mio staff – sottolinea Massa – vorrei dire grazie a tutti. Negli ultimi mesi ho avuto i miei problemi di salute, per cui sono stato spesso assente. Loro hanno gestito benissimo la preparazione dell’evento e mandato avanti nel frattempo anche la scuola di ciclismo».

Riconosciuto il loro merito, con Luca iniziamo un racconto inatteso, fatto di umanità ed episodi che non sono stati raccontati, ma descrivono nel profondo l’umanità del ciclismo e dei suoi protagonisti.

Luca Massa aveva incontrato Mathieu Van der Poel ai mondiali di Tabor 2024
Luca Massa aveva incontrato Mathieu Van der Poel ai mondiali di Tabor 2024
Luca, maledetta sfortuna…

E’ andata così. Sul fronte della copertura delle spese, riusciremo a gestirla, bisognerà valutare il fatto di poter ripetere l’evento. Flanders Classics e le altre società che sono intervenute hanno avuto delle spese e hanno bilanci da far quadrare, non sappiamo come reagiranno. La cosa positiva è che hanno lasciato qui un pezzo di cuore. Abbiamo lavorato bene e creato delle ottime sintonie. Siamo rimasti in contatto. Lucinda Brand è rimasta qui in ritiro e ha fatto lezione ai ragazzini della nostra scuola di ciclismo.

Che cosa?

Arrivando da Dublino, le avevano perso le valigie, per cui non aveva i pedali e altre cose. Così glieli abbiamo trovati noi e lei e anche Daan Soete sono rimasti qui in ritiro. Lui si è fermato per 15 giorni ed è andato via venerdì scorso. E’ rimasto qualche giorno in più anche Vanthourenhout, ma per i fatti suoi.

Cosa ha fatto Brand con la vostra suola?

Prima abbiamo finito la diretta su Radio Corsa, poi abbiamo fatto vedere ai bambini un suo video dalla Coppa del mondo di Dublino. I più grandi iniziano a seguire le gare e quando abbiamo detto che Lucinda sarebbe venuta a trovarci, non ci credevano. Erano lì tutti seduti, quando lei è venuta fuori, vestita da gara e con la sua bici. Si è presentata e ha chiesto se fossero pronti per l’allenamento. Quindi li ha portati nel bike park e ha fatto qualche giro con loro. Poi sono si sono fermati e ha fatto delle lezioni di tecnica su come magari si prende la bici in spalla e dei giochi per l’equilibrio. La stessa cosa nei giorni successivi ha voluto farla Soete. Abbiamo legato molto, siamo stati a cena insieme e poi hanno voluto conoscere meglio il territorio.

In che modo?

Sono andati a fare delle uscite importanti con i nostri allenatori (Gabriele La Padula, Angelo Attene, Matteo Atzei, Luca Attene, ndr). Diciamo che degli aspetti positivi, malgrado la cancellazione, ci sono stati. Il sabato erano tutti contenti del percorso e il posto li ha lasciati senza fiato.

Dalle previsioni meteo era impossibile capire quel che stava per accadere?

Il meteo dava brutto tempo, ma non a quei livelli. Le raffiche a 130 all’ora non si erano mai viste, il mare a quel modo nemmeno. I ristoratori che lavorano su quella spiaggia da 25 anni avevano paura a tenere aperto, perché non avevano mai visto qualcosa del genere. E così come è venuto, il giorno dopo è passato tutto: lunedì in spiaggia si stava da Dio. Mi dispiace davvero per il mio gruppo di lavoro, meritavano altro riscontro.

Avete provato a partire ugualmente?

Domenica mattina, abbiamo chiesto ai commissari di poter ripristinare il percorso. Abbiamo tolto i teloni che avevano fatto da vela e risistemato le transenne, ma il vento non calava e alla fine l’UCI ha deciso che per la sicurezza degli atleti, che sono davvero dei peso piuma, la prova fosse da annullare. In più c’è stato il corto circuito nel bar che ha fatto bruciare metà della struttura in cui era stata messa la sala stampa. Ma anche quello lo abbiamo gestito.

Se si tornerà il prossimo anno, sarà sempre a Is Arutas?

La location è quella. Avremmo anche dei posti che somigliano al Belgio, ma Is Arutas è il nostro valore aggiunto. Non possiamo scaricare la colpa sulla location, perché un vento così non si era mai visto prima. Ci tengo a dire che era tutto organizzato alla perfezione.

Che cosa significa che avete gestito la situazione dell’incendio?

Non abbiamo mollato nessuno. Era prevista l’hospitality per le quasi 50 persone venute con i belgi e hanno consumato il bellissimo pranzo a base di pesce che era previsto. Abbiamo fatto tutto quello che si poteva, perché andassero via con un buon ricordo. E poi, dato che la parte bruciata sarebbe servita per far mangiare lo staff, abbiamo ricavano uno spazio dall’hospitality e anche i nostri fantastici ragazzi hanno potuto pranzare.

Vi siete sicuramente mostrati ospitali…

Non solo quello. I belgi hanno trovato persone serie e appassionate e anche loro si sono dimostrati tutti estremamente umani, un aspetto che dalle loro parti evidentemente ancora conta. Spero davvero che il prossimo anno avremo la possibilità di far vedere l’evento per come lo avevamo progettato.

Pogacar e il grattacapo Sanremo: sentiamo tre diesse

17.12.2024
6 min
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Manca ancora tanto, tantissimo, eppure già si parla della Milano – Sanremo come abbiamo visto qualche giorno fa con i 20 anni del trionfo di Petacchi, ma lo si fa anche in ottica futura e soprattutto sul grande atteso: Tadej Pogacar. Come dovrà fare per vincerla? Secondo molti, per non dire tutti, nell’ambiente del ciclismo la Classicissima potrebbe essere la spina nel fianco dell’asso della UAE Emirates, la gara più difficile da conquistare per lui. E in effetti viste le caratteristiche fisiche di Pogacar e visto il percorso si fa fatica a non essere d’accordo.

Ma allora come potrebbero fare Pogacar e la sua squadra a vincere la Sanremo? Con che tattica? Lo abbiamo chiesto ad alcuni direttori sportivi che con la Classicissima hanno ed hanno avuto, anche come corridori, un certo feeling.

Pareri discordanti emergono sulle tattiche da impostare, ma su una cosa sono d’accordo: il meteo avverso. Freddo, pioggia e vento, potrebbe essere gli alleati più preziosi per lo sloveno, se non l’unica chance di vittoria.

Piva ipotizza una corsa dura sin dal Turchino. Ma alla UAE servirebbe una squadra super e anche una seconda punta che possa dare garanzie
Piva ipotizza una corsa dura sin dal Turchino. Ma alla UAE servirebbe una squadra super e anche una seconda punta che possa dare garanzie

Piva, attacco lungo

Lo scorso anno, con il secondo posto di Michael Matthews, la Jayco-AlUla ha dimostrato di avere una solida conoscenza della gara, ma è evidente che c’è una componente di incertezza che può cambiare radicalmente le sorti della corsa. Per Valerio Piva, è stata addirittura l’occasione mancata del 2024.

«Secondo me – dice Piva – la chiave sta nel fare una selezione precoce, anticipando gli attacchi e cercando di sfondare già prima del Poggio. La difficoltà principale di Pogacar alla Sanremo è che l’idea di una volata finale a ranghi ristretti è davvero difficile per lui. La salita del Poggio è corta e le possibilità di un attacco vincente sono limitate e se non ha già staccato i velocisti più potenti… gli diventa dura poi.

«Penso che la soluzione migliore per Pogacar potrebbe essere quella di cercare un attacco solitario, o almeno un attacco in un piccolo gruppo che sia in grado di arrivare al traguardo facendo la Cipressa veramente forte, forte».

Piva dunque è per una selezione precoce. Lui ipotizza qualche mossa addirittura sul Turchino o la sua discesa. La discesa Turchino, o anche quella del Poggio, possono essere un trampolino di lancio, Pogacar potrebbe avere la possibilità di fare la differenza se le condizioni meteo sono brutte. La Sanremo è una corsa che non si vince mai facilmente e Pogacar dovrà farci i conti.

«Il meteo avverso è sicuramente una componente fondamentale – riprende Piva – In passato abbiamo visto come un po’ di fortuna, unita a un attacco deciso, possa fare la differenza. Ricordo quando vinse Chiappucci, io avevo Argentin. Pogacar avrà bisogno di sfruttare questa variabile al meglio, ma anche la sua condizione fisica e mentale dovranno essere impeccabili. E lo stesso vale per la sua squadra. Uno dei grandi problemi è che tutti lo aspettano e tutti sanno quel che può fare. Servirebbe una seconda punta molto importante, un vice che potrebbe vincerla veramente. In quel modo correre del tutto contro di lui potrebbe un po’ cambiare le cose.

«Credo che la Sanremo per Pogacar rimarrà una delle corse più difficili da vincere. Serve anche un po’ di fortuna. Io ho avuto Gilbert che era uno specialista e non ci è mai riuscito. Al contrario Cavendish l’ha vinta alla prima partecipazione. Pensate che a Cav dissi: “L’hai vinta oggi, rischi di non vincerla più”. E infatti…».

Cipressa a tutta? Okay, ma andare via da solo lì è dura anche se ti chiami Pogacar
Cipressa a tutta? Okay, ma andare via da solo lì è dura anche se ti chiami Pogacar

Zanini, sul Poggio ma…

«La Milano-Sanremo è una corsa che ha sempre avuto un fascino particolare, anche quando ero corridore. A differenza di altre classiche, qui non basta essere veloci o forti sulle salite. La Sanremo è una gara che richiede molto più di una semplice gamba in salita. Pogacar, ha sicuramente le caratteristiche fisiche per vincere questa corsa, ma ci sono una serie di variabili che entrano in gioco. Il percorso è sempre lo stesso, ma il livello di velocità è aumentato, così come la preparazione dei corridori, che ora hanno un approccio completamente diverso rispetto al passato»:  Stefano Zanini, direttore dell’Astana-Qazaqstan, va direttamente al nocciolo della questione.

Se fossi il direttore sportivo della UAE, la mia strategia sarebbe quella di puntare su un attacco deciso sul Poggio. Come detto, la corsa è sempre più veloce, quindi non ha senso tentare qualcosa di lontano, come attaccare dalla discesa del Turchino o dalla Cipressa, come avveniva in passato. Oggi il ritmo è talmente alto che se provi ad andare via da lontano, rischi di bruciarti troppo presto. Invece, l’idea è quella di fare un attacco secco, deciso, sull’ultimo tratto del Poggio. Pogacar può essere in grado di anticipare i rivali con uno scatto potente, come fece Van der Poel due anni fa. Ma non è facile».

Per “Zazà” il Poggio è il punto chiave, ma anche su quella salita ormai tutti si aspettano l’attacco. Se Pogacar aspetta troppo rischia di non fare la differenza. «La mia idea sarebbe quella di attaccare prima del punto classico, quando spiana per intenderci, ma un po’ prima a metà della salita. Intorno al chilometro e mezzo dalla cima, in modo da avere un vantaggio un po’ più ampio quando inizia la discesa. Chiaro che anche la squadra lo deve portare ottimamente all’imbocco del Poggio e anche prima deve impostare un ritmo che faccia male».

Anche Zanini insiste poi sulla questione meteo: «Se ci fosse la pioggia, ad esempio, sarebbe più difficile mantenere un ritmo elevato sulla Cipressa e sul Poggio e quindi ci sarebbe un po’ più di possibilità di fare la differenza. Tra l’altro abbiamo visto che lui sa guidare bene anche in queste condizioni. Potrebbe essere il momento giusto per provare a staccare gli altri: col maltempo cambia tutto».

Il meteo avverso potrebbe essere l’alleato speciale di Pogacar. Ci vorrebbe una Sanremo tipo quella del 2013 quando addirittura nevicò
Il meteo avverso potrebbe essere l’alleato speciale di Pogacar. Ci vorrebbe una Sanremo tipo quella del 2013 quando addirittura nevicò

Pellizotti, all-in sul Poggio

La Milano-Sanremo è una delle gare più affascinanti e complicate da vincere, anche per i direttori sportivi, cosa che però Franco Pellizotti è riuscito a fare tre anni fa, ormai, con Mohoric.

«Come corridore – racconta Pellizotti – non era la mia corsa, ma mi è sempre piaciuta moltissimo. Credo che Pogacar abbia tutte le potenzialità per vincerla, ma deve affrontarla con una strategia molto mirata. La Sanremo è una corsa che si decide sui dettagli, e ci sono diversi modi per tentare di conquistarla, ma bisogna essere estremamente lucidi nella scelta dei momenti giusti per attaccare».

«Oggi non si può più pensare di fare la corsa da lontano. La Cipressa è diventata troppo veloce per essere un punto utile per fare selezione. Oggi si deve puntare al Poggio. Il segreto è riuscire a fare il vuoto prima dell’ultimo tratto, ma senza bruciarsi troppo presto. Qui entra in gioco anche la gestione della squadra, che deve essere impeccabile. Bisogna arrivare al Poggio con gli uomini giusti, e non è mai facile trovare il giusto equilibrio. Ne servono almeno tre per il Poggio. Quello che tira in pianura sull’Aurelia, quello che ti porta all’imbocco vero e proprio, perché quella fase è cruciale per le velocità che si sviluppano: quel corridore spenderà tantissimo e non sarà in grado di aiutare Tadej successivamente. E appunto un terzo compagno che lo aiuti nella prima parte del Poggio. Altro aspetto: Pogacar non deve stare oltre la quinta, sesta posizione. Altrimenti con i tornanti del Poggio ad ogni uscita prenderebbe delle frustate e avrebbe già 2″-3″ di ritardo dalla testa».

«Alla Sanremo – conclude il diesse della Bahrain Victorious – il meteo può fare la differenza. Se piove, se c’è vento, allora le cose cambiano, e la corsa si fa più selettiva. In quel caso Pogacar potrebbe sfruttare le condizioni meteo per fare il vuoto prima del Poggio. Col bagnato, se il gruppo è allungato, allora l’attacco può avvenire anche sulla Cipressa, magari con l’aiuto della squadra, cercando di guadagnare terreno prima che il gruppo si riorganizzi. Andare via tra Cipressa e Poggio? E’ quasi impossibile, anche perché poi tutti lo marcherebbero».