Nella nuova Astana, Ulissi ritrova l’entusiasmo e il Giro

08.01.2025
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Immagina una volata a due, Ulissi contro Pogacar: come la gestisci? Diego scoppia a ridere, è l’ultima domanda di una lunga conversazione sui giorni nuovi con la XDS-Astana. «Bella domanda! Essere lì con Tadej a fare la volata – dice – sarebbe già una bella vittoria, ma bisogna vedere quante gambe mi rimarrebbero. Tadej è estremamente veloce. E’ il corridore più forte al mondo, nonostante anche io abbia un bel picco di velocità. Insomma, sarebbe una volata persa…».

Mancano pochi giorni alla ripartenza per il secondo ritiro in Spagna, che Ulissi raggiungerà con qualche giorno di ritardo per l’influenza dei giorni scorsi. Le Feste le hanno passate tutti insieme a Lugano. Viola è nata da appena due mesi e non era il caso di farla viaggiare, perciò questa volta il viaggio è toccato ai nonni. Il toscano è di buon umore – la bimba sta bene, mangia e soprattutto dorme – e lui può concentrarsi sugli allenamenti e la nuova squadra.

Diego Ulissi, classe 1989, è stato dal 2010 al 2024 nello stesso gruppo: prima Lampre, poi UAE
Diego Ulissi, classe 1989, è stato dal 2010 al 2024 nello stesso gruppo: prima Lampre, poi UAE
Com’è ricominciare da capo in un ambiente tutto nuovo?

Proprio da capo, non direi. Un po’ di esperienza ce l’ho, ho cambiato ambiente, ma conosco tutti ed è stato facile inserirsi. Abbiamo fatto le riunioni di routine che si fanno in tutte le squadre. Poi ci siamo conosciuti con gli allenamenti, passando tutta la giornata insieme. La routine di tutti i giorni è perfetta per conoscersi bene.

Chi è ora il tuo allenatore?

E’ arrivato quest’anno, si chiama Helmut Dollinger, è austriaco. Ci siamo parlati per la prima volta quando ci siamo trovati a ottobre. Abbiamo iniziato il percorso insieme e mi sto trovando veramente bene. Non è che ho rivoluzionato più di tanto quello che stavo facendo, anche perché la vera rivoluzone a livello atletico è stata fatta nel corso degli ultimi anni. Adesso è più una questione di mantenere i cambiamenti che ci sono stati in questi anni.

Formolo ci ha raccontato che nel primo anno alla Movistar ha pagato il fatto di non essere seguito com’era alla UAE Emirates: pensi che potresti avere lo stesso problema?

Bisogna sapersi adattare alle persone, capire quali sono le loro esigenze. Magari ci sono preparatori che vogliono avere tutti i giorni il feedback del lavoro, qualcuno cui invece basta averlo due o tre volte a settimana. Vedendo che mi so gestire bene, mi hanno sempre lasciato abbastanza tranquillo. Sono uno che non ama sentirsi il fiato sul collo, però da quello che ho visto in questi primi mesi ho trovato una squadra super professionale che non lascia niente al caso. Questo è sicuro.

Hai anche trovato tanti italiani, molti di più rispetto a quelli rimasti alla UAE, che effetto fa?

Un bell’effetto. Mi ricorda gli anni alla Lampre, dove veramente avevo trovato il mio ambiente e ci stavo da Dio. Ritrovare un bel gruppo di italiani fa un certo effetto e alla fine anche i ragazzi stranieri si inseriscono alla grande, proprio perché il gruppo italiano è forte e coeso e permette a tutti di amalgamarsi.

Velasco e Scaroni sono solo due dei 12 italiani (su 30 corridori in totale) della Astana
Velasco e Scaroni sono solo due dei 12 italiani (su 30 corridori in totale) della Astana
Ti hanno detto cosa si aspettano da Diego Ulissi?

In pratica quello che già facevo e che continuerò a fare. Cercando di mettere insieme più punti possibili e aiutando anche i giovani, visto che ce ne sono tanti.

La differenza è che di là i punti servivano per essere primi al mondo, qui per evitare la retrocessione…

Innanzitutto per fare le cose fatte bene, è meglio non mettersi troppa pressione, altrimenti parti già col piede sbagliato. Questa è una cosa che ho imparato negli anni e l’ho sempre fatto. L’importante è lavorare bene, dare il 100 per cento. E visto che un po’ di esperienza sulle spalle ce l’ho, ho imparato ad affrontare qualsiasi gara, anche la più piccola, allo stesso modo. Concentrato, cercando di fare il massimo. Quando si arriverà a fine anno, si tireranno le somme.

Ti è stato chiesto a quali gare vorresti partecipare? Come è nato il tuo calendario?

Abbiamo condiviso, ci siamo confrontati. Tornerò a fare un Grande Giro, cosa che l’anno scorso non mi è stato permesso di fare. E poi più o meno sarà il calendario che facevo tutti gli anni, senza grandi stravolgimenti. Non partirò dall’Australia, probabilmente partirò dalle gare a Mallorca.

Grande Giro: stiamo parlando del Giro d’Italia?

Ma certo! E’ la gara in cui mi sono espresso meglio. L’anno scorso hanno deciso che facessi un altro tipo di stagione. E quando è stata presa la decisione, mi sono concentrato sul mio programma, quindi al Giro dopo un po’ ho smesso di pensarci. E comunque negli anni precedenti, mettendo da parte le mie ambizioni personali, sono stato di grande aiuto per miei compagni. Quindi ci tenevo a farlo anche solamente per aiutare la squadra, ma è stato deciso che facessi un altro calendario per fare più punti possibili. Visto che l’anno prima eravamo stati tutto l’anno testa a testa fino all’ultima gara con la Jumbo, si ipotizzava che sarebbe stato lo stesso. Invece è venuta fuori una stagione dominata e magari, col senno di poi, potevo andare tranquillamente al Giro d’Italia. Tanto Tadej lo avrebbe vinto ugualmente.

Diego Ulissi ha vinto 8 tappe al Giro d’Italia: qui a Monselice nel 2020, davanti ad Almeida in rosa
Diego Ulissi ha vinto 8 tappe al Giro d’Italia: qui a Monselice nel 2020, davanti ad Almeida in rosa
Ad aprile parteciperai a qualche classica del Nord?

Sì, dovrei fare le Ardenne. Magari non l’Amstel, ma probabilmente la Freccia e la Liegi. Dopo ci sarà il Giro e poi vediamo, speriamo che tutto fili liscio a livello di salute. Purtroppo ho già dovuto interrompere la preparazione, per questa influenza.

Quando un corridore esperto come te cambia squadra si porta dietro qualche esperienza dalla squadra precedente?

Qualcosa mi hanno chiesto, soprattutto i compagni. Ma questo ambiente è una novità anche per me e servono mesi per capire le persone che hai di fronte. I meccanismi li conosci bene solo gareggiando, ma sto ripetendo ai più giovani che l’atteggiamento è quello di andare alle gare mentalizzati, senza pensare che l’appuntamento più importante sia tutto, ma considerando importanti tutte le gare che andiamo a fare.

Una regola d’oro…

Il solo modo perché i ragazzi crescano. In più, i regolamenti, le promozioni e le retrocessioni sono diventati importantissimi e non si può lasciare niente al caso. Però ci sono persone veramente preparate che guidano la squadra, cui ho poco da insegnare. Basta vedere lo storico, fino a qualche anno fa l’Astana è stata una delle più forti al mondo, quindi ho poco da insegnargli.

Hai un direttore sportivo di riferimento?

Sì, Zanini. Lo conoscevo già, ci stavamo simpatici da anni, ci siamo ritrovati ed è stata una grande gioia. Ci sentiamo periodicamente, ci confrontiamo, è veramente una grande persona.

Come ti trovi con la nuova bicicletta?

Bene. E’ molto rigida, aerodinamica, quindi le prime sensazioni sicuramente sono estremamente positive. E’ una grande azienda, sanno fare le biciclette. 

Andrai in altura durante l’anno?

Al momento non ce l’ho in programma, forse ad aprile, prima delle Ardenne, ma non so. Non sono un grande amante dei ritiri, preferisco correre. Anche perché ho fatto altura in passato e non ho mai trovato grandi risultati. Per quello che devo fare io, non serve poi a molto.

Qual è secondo te il più grosso cambiamento di questo ciclismo moderno?

L’alimentazione sì, ma anche i lavori e la preparazione in se stessa. I ritmi di allenamento sono totalmente cambiati, almeno per quanto mi riguarda. Faccio molti meno lavori al medio, prediligendo la Z2 e la soglia. In più è cambiata tantissimo l’alimentazione. Si assumono molti più carboidrati, perché per stare a regimi più alti, bisogna assumere più carboidrati, sennò rimani in mezzo alla strada. Da quando sono passato, era il 2010, è cambiato tutto.

Che effetto ti ha fatto metterti davanti allo specchio con una maglia diversa?

Bello perché è stato un cambiamento che ho preso in maniera positiva. E’ una cosa che ho voluto io e mi vedo bene con quella maglia indosso, anche se i bellissimi momenti che ho passato in UAE non li dimenticherò mai. Non posso che ringraziarli, sono rimasto in ottimi rapporti con tutti. Li sento settimanalmente, compagni, anche ragazzi dello staff e tutto gli altri.

Una tappa, la classifica a punti e la generale al Giro d’Austria nel 2024 di Ulissi (foto EXPA/Groder)
Una tappa, la classifica a punti e la generale al Giro d’Austria nel 2024 di Ulissi (foto EXPA/Groder)
Hai 35 anni, qual è secondo te il punto di forza di Diego Ulissi?

L’anno scorso ho dimostrato di essere ancora competitivo e costante nei risultati durante la stagione. Vuol dire che vado ancora bene e questo grazie al fatto che ho cambiato le mie idee di lavoro, le idee di preparazione e tutto il resto. Sono riuscito stare un al passo con i tempi, accettando il cambiamento di questo sport. Sto ancora bene, quindi spero di fare gli ultimi anni della carriera ed essere ancora competitivo, per cercare di dare una mano a chi investito su di me.

Drali Opale, come una granturismo da 600 cavalli

07.01.2025
6 min
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Il test completo della Drali Opale, una bici che sorprende per rigidità (soprattutto) dell'avantreno e per un'efficienza generale di altissimo livello. Questa bici, completamente fatta in Italia (non è monoscocca) ha questa sorta di contrasto tra l'impatto estetico, quasi minimale, elegante e raffinata, con uno slooping non marcato e una resa tecnica che piacerebbe tanto agli appassionati di agonismo. La nostra prova si è conclusa in una giornata con tanta neve.

Drali Opale, una bici che sorprende sotto molti (tutti) i punti vista e dove l’estetica, elegante e raffinata diventa una sorta di fiocco regalo per un mezzo che mette sul piatto delle prestazioni super.

La sua essenzialità estetica cela un carattere pieno, sostanzioso e deciso, perentorio a tratti, soprattutto in tutto quello che è il comparto dell’avantreno. Drali Opale una bici fatta bene e da corridore vero.

Bicicletta davvero gratificante ovunque
Bicicletta davvero gratificante ovunque

La Drali Opale del test

Una sorta di misura 53, considerando che la Opale viene fatta e cucita anche su misura. La nostra in test è caratterizzata da uno sloping appena accennato, con un’orizzontale a 52,5 centimetri rilevati, un piantone a 48 e uno sterzo a 13. Il carro posteriore è lungo 41,2 centimetri. Anche la forcella è una full carbon, non ha steli dritti, sono leggermente ricurvi anche se la linea di guida è perfettamente dritta sul profilato dello sterzo, quest’ultimo con volumi oversize.

Il manubrio integrato è il Vision 5D, il reggisella è tutto in carbonio (rotondo con diametro da 27,2 millimetri), sella di Selle Italia SLR Kit carbonio. Il pacchetto trasmissione è Shimano Dura Ace 52-36×11-30. Le ruote sono le DT Swiss ERC 1400 Dicut, gommate con i copertoncini Vittoria da 28. Il peso rilevato è di 7,2 chilogrammi (senza pedali). Il prezzo di listino del kit telaio è di 5.600 euro.

In salita

Tutto pepe e pur confrontandosi con biciclette più leggere, a nostro parere proprio la salita è la situazione dove si esprime al 101%. O meglio, la Opale è dedicata a chi ama alzarsi spesso in piedi sui pedali, tirare con forza il manubrio e “maltrattare” la bici con andature al limite dello stile ortodosso. Davanti è super rigida, estremamente stabile e granitica. Quando si pedala da seduti si sente la differenza tra l’avantreno ed il posteriore, quest’ultimo più morbido (non molle).

Il telaio è una sorta (argomentando la resa tecnica) di scaletta, rigido davanti, bello sostenuto nel mezzo (non estremo), più elastico in tutto quello che è il carro. Da considerare le ruote in dotazione, le ERC, fluide e veloci, ma non estreme in fatto di rigidità.

Molto rigida sull’anteriore e anche parecchio stabile
Molto rigida sull’anteriore e anche parecchio stabile

In discesa

Va tenuta ed assecondata, velocissima nei cambi di traiettoria, anche quelli fatti all’ultimo momento. E’ un proiettile che non ha paura di nulla e nonostante la rigidità anteriore argomentata in precedenza non vibra, non perde mai di precisione e si guida davvero bene. Però non va lasciata, grazie alle sue caratteristiche corsaiole per nulla celate.

E’ una di quelle bici da controllare anche grazie alla modulabilità dell’impianto frenante, pelando il disco e aiutando la guida con eventuali correzioni che si ottengono con il posteriore. Non è una bici aero, ma ha una rapidità di raggiungere le andature elevate davvero sorprendente.

Pianura e vallonati

Riprende le performance descritte in precedenza, tra salita e discesa, con il vantaggio che prende velocità in un amen e alla minima sollecitazione. E’ una di quelle biciclette che si possono plasmare anche grazie alle ruote, ma a nostro parere non devono essere previsti cerchi eccessivamente alti e rigidi. Il risultato potrebbe essere controproducente in fatto di guidabilità nei contesti più tecnici.

Opale è complessivamente rigida e adottare delle ruote che sono una sorta di via di mezzo tra scorrevolezza e comfort è di fatto la soluzione migliore.

Il nostro test si è concluso sulla neve, non ci siamo risparmiati
Il nostro test si è concluso sulla neve, non ci siamo risparmiati

In conclusione

Si, ci aspettavamo una bici da agonista, spinta a livelli molto alti e con pochi compromessi. Siamo comunque rimasti sorpresi dalla sua efficienza, dalla sostanza che mostra in ogni situazione e da questo carattere che non ha punti deboli. Ci piace argomentare un bel prodotto Made in Italy che fa collimare artigianalità, eleganza e cura del dettaglio, ad una resa tecnica superlativa.

Il valore aggiunto è proprio l’impatto estetico di una bici che non ha tempo, la si guarda oggi con delle emozioni che rimarranno tali anche a distanza di tempo. Il prezzo della Drali Opale è d’elite, 5.600 euro per il kit telaio sono una bella cifra, ma comunque in linea con una bicicletta fatta a mano in Italia, di qualità sartoriale e con materie prime di qualità.

Cicli Drali Milano

Verso l’esordio in Australia: la settimana tipo di Busatto

07.01.2025
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Mancano due settimane esatte all’inizio della stagione, come ogni anno il gruppo partirà ufficialmente dall’Australia, con il Santos Tour Down Under. La prima prova WorldTour del 2025 porta con sé parecchi pensieri. Innanzitutto si deve riallacciare il filo dopo la pausa invernale, inoltre il parterre sarà subito agguerrito. Una delle difficoltà maggiori, come abbiamo visto anche negli ultimi anni, è il caldo estivo che i corridori troveranno nella terra dei canguri. Temperature che vanno dai 28 ai 32 gradi centigradi, nettamente superiori alle medie che troviamo in Europa. 

Francesco Busatto è pronto a iniziare il suo secondo anno nel WT con la Intermarché-Wanty (foto cycling media agency)
Francesco Busatto è pronto a iniziare il suo secondo anno nel WT con la Intermarché-Wanty (foto cycling media agency)

Il peso? Non è un’ossessione

I corridori che faranno il loro esordio in Australia saranno quindi chiamati a fare uno sforzo ulteriore, ovvero quello di acclimatarsi al caldo soffocante. Ma come si arriva pronti a questo appuntamento? Ne parliamo con Francesco Busatto, che ci descrive la sua settimana tipo prima di partire per un lungo viaggio, che lo porterà ad Adelaide. Pronto per iniziare la sua stagione (in apertura foto cycling media agency). Partiamo dal peso, che in questo periodo dell’anno non deve essere un’ossessione.

«In questo inverno – racconta Busatto appena uscito dalla palestra – sono riuscito a prendere quei tre chili che avevo perso in estate a causa di un malanno. Anzi, a essere onesto, ne ho presi cinque. Ma va benissimo. Peso 65 chili e sto bene, ho visto che rendo al massimo quando peso 60 chili. Di questi cinque chili che ho preso ce ne sono tre di muscolo, uno e mezzo di grasso e mezzo di liquidi. Durante la stagione perdo peso abbastanza facilmente, ma vorrei restare intorno ai 62 chili. Vedremo, tanto dipende dal rapporto peso/potenza che riuscirò ad avere».

Durante la scorsa stagione Busatto aveva perso tre chili a causa di un malanno, li ha recuperati durante l’inverno
Durante la scorsa stagione Busatto aveva perso tre chili a causa di un malanno, li ha recuperati durante l’inverno
Partiamo con il descrivere la tua settimana tipo di allenamento in vista del Tour Down Under…

Allora parliamo dei giorni dal 30 dicembre al 5 gennaio, che è stata l’ultima settimana piena di allenamento. Anche perché partiremo il 9 gennaio per l’Australia. 

Allora vai, ti ascoltiamo.

Il lunedì ho fatto un’ora e mezza di scarico perché la domenica arrivavo da un lungo. Quando faccio scarico in bici non guardo mai i watt, vado a spasso. In questi giorni che ero a casa dei miei per le feste ho fatto un giro che conosco bene: su per la Valsugana e poi verso Bassano del Grappa. Se sono solo non mi fermo al bar, invece se ho compagnia un coffee break non manca mai. 

Il veneto ha iniziato ad allenarsi ad alti ritmi fin da subito in vista del debutto al Santos Tour Down Under (foto cycling media agency)
Il veneto ha iniziato ad allenarsi ad alti ritmi fin da subito in vista del debutto al Santos Tour Down Under (foto cycling media agency)
I lavori iniziano il martedì?

Esatto. Sono stato in bici due ore e mezza con dei lavori di SFR e qualche volata. Le SFR erano tre ripetute da dodici minuti così divise: due minuti in Z4 a 55 rpm e un minuto in Z2 a 100 rpm. Tra una ripetuta e l’altra avevo 10 minuti di pausa in Z2. Le volate, invece, erano cinque alla massima potenza. Una volta tornato a casa ho fatto un’ora di heat training sui rulli.

In cosa consiste?

E’ un modo per adattarsi al caldo. Pedalare al chiuso per alzare la temperatura corporea e abituarsi alle temperature australiane. Per farlo una volta mi sono messo con i rulli davanti alla stufa. Un po’ estremo forse, ma rispetto ai 35 gradi che troverò là non penso sia esagerato. Di solito non faccio lavori particolari, mi metto a far girare le gambe e basta. 

Per Busatto il martedì una serie di lavori a bassa frequenza di pedalata
Per Busatto il martedì una serie di lavori a bassa frequenza di pedalata
Mercoledì?

Avevo riposo, che settimana scorsa corrispondeva all’1 gennaio. Così ho deciso, insieme al mio preparatore, di fare riposo totale, anche per godermi l’ultimo dell’anno senza stress. 

Allora passiamo direttamente a giovedì.

Al mattino ho fatto tre ore su strada con lavori fuorisoglia. Quattro serie da nove minuti: 30 secondi in Z6 per simulare un attacco, poi due minuti in Z5 e 30 secondi di recupero. Così per tre volte, in modo da arrivare a nove minuti. Tra una serie e l’altra avevo 10 minuti di pausa in Z1. Tornato a casa ancora un’ora di heat training sui rulli. 

Per adattarsi al caldo che troverà in Australia Busatto ha fatto sessioni sui rulli a casa
Per adattarsi al caldo che troverà in Australia Busatto ha fatto sessioni sui rulli a casa
Il giorno dopo?

Venerdì avrei avuto quattro ore in bici ma pioveva, così mi sono allenato a casa: due ore e un quarto sui rulli. In questi casi però i lavori si adattano al fatto che pedalo sui rulli, quindi ho abbassato il tutto di 15 watt. 

Che allenamento hai fatto? 

Simile al giovedì ma con qualche variazione. Sempre quattro serie con: 30 secondi in Z6, sempre a simulare un attacco. Invece che fare una ripetuta in Z5 per due minuti l’ho fatta in Z4 per sei minuti e mezzo. Per concludere una sparata da 20 secondi a 700/800 watt. Il recupero tra le varie serie era di cinque minuti. Infine, la sera, sono andato in palestra per un’ora per fare degli allenamenti sull’esplosività: stacchi, squat, pressa e lavori a corpo libero. Ho fatto meno ripetute ma con carichi più pesanti, apposta per andare a migliorare l’esplosività. 

Gli ultimi due giorni?

Sabato un lungo da cinque ore senza lavori. Mentre domenica scarico di un’ora e mezza. Prima di partire (oggi, ndr) ho messo nelle gambe ancora un lungo di cinque ore. Anche perché tra una cosa e l’altra tornerò in bici l’11 gennaio, quando sarò in Australia. E prima di fare ancora lavori intensi avremo da smaltire il jet lag e il caldo. 

Per quanto riguarda l’alimentazione hai fatto qualcosa di specifico, considerando che in questo periodo c’erano anche le feste?

Proprio perché mi sto allenando abbastanza in vista dell’esordio al Down Under sto mangiando tanto. In particolare tanti carboidrati per mantenere alta la qualità degli allenamenti. L’obiettivo è non perdere muscolo. Tra Natale e Capodanno non ho fatto cenoni ma ho mangiato tutto, chiaramente in quantità limitate. 

Tao Geoghegan Hart, dove eravamo rimasti?

07.01.2025
4 min
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Ripartire da quei 53 giorni di corsa del 2024. Ripartire dal suo talento: Tao Geoghegan Hart si avvia verso un 2025 cruciale per il proseguimento della sua carriera. Per la maglia rosa “d’autunno”, l’inglese che vinse il Giro d’Italia del 2020 (quello post-Covid), è inevitabile tornare al 17 maggio 2023, quando cadde verso Cuneo, proprio durante il Giro, riportando diverse fratture importanti, tra cui quella scomposta al femore. E adesso?

Il 2024 è stato l’anno del ritorno di Geoghegan Hart. Ed è stato anche il primo nelle file della Lidl-Trek. Tuttavia, non è stato ancora un anno fortunato. Quei 53 giorni di corsa sono stati preziosi, ma decisamente pochi per un professionista. I suoi colleghi hanno messo mediamente 20 giorni in più di gara nelle gambe.

Tao Geoghegan Hart in allenamento sulle strade spagnole durante l’ultimo ritiro. L’inglese è parso in buona forma (foto Lidl-Trek)
Tao Geoghegan Hart in allenamento sulle strade spagnole durante l’ultimo ritiro. L’inglese è parso in buona forma (foto Lidl-Trek)

Oltre la sfortuna

E allora, come procede il cammino di Tao? «Certamente – dice Adriano Baffi, uno dei diesse del team americano – come squadra ci si aspettava qualcosa in più e sicuramente anche Tao si aspettava di più da se stesso. Anche nella passata stagione qualche inghippo se l’è ritrovato di nuovo tra le gambe e di certo non è stato fortunato in questo percorso di recupero.

«Però le aspettative restano alte. Sappiamo che Tao può dare di più e siamo certi che in questo 2025 andrà meglio. Dopo quello che gli è successo, si sapeva comunque che ci sarebbe voluto almeno un anno».

Questo aspetto non va affatto trascurato. Anche per Alaphilippe, Bramati ci disse a suo tempo che gli sarebbe servita almeno una stagione intera. E se ricordiamo bene, un anno per tornare ai livelli siderali che gli competono è servito persino a Remco Evenepoel dopo il volo dal ponte al Lombardia. Va detto, però, che Tao era partito benino: un paio di incoraggianti settimi posti in Algarve al debutto e, soprattutto, il nono posto nella generale al Romandia, quando i motori sono ormai a pieno regime per tutti.

Il prossimo 30 marzo, Tao compirà 30 anni: tra Covid e infortuni ha perso almeno due stagioni piene (foto Lidl-Trek)
Il prossimo 30 marzo, Tao compirà 30 anni: tra Covid e infortuni ha perso almeno due stagioni piene (foto Lidl-Trek)

Tao leader

In questi giorni, gli ultimi di vacanza, Geoghegan Hart ha postato alcune foto di buon auspicio: lui in bici col figlio, lui con la squadra… accompagnate da parole di speranza. L’ottimismo non è mai mancato al londinese, che quest’anno compirà 30 anni. Ma soprattutto, quel che conta è che Tao abbia ripreso ad allenarsi con decisione e convinzione.

«Ammetto – riprende Baffi – che non sono poi così a stretto contatto con lui e non so quanto sia vicino al ritorno al suo potenziale completo. La nostra è una squadra molto grande e durante il primo ritiro spagnolo mi sono occupato di altro. Tuttavia, ci ho parlato un po’ e posso dire che è un trascinatore. Per esempio, io ero addetto alla logistica, cosa non facile quando si è in 180 persone, e lui, nella chat preparando il piano del giorno dopo, mi diceva: “Adriano, metti questo perché è importante”. Oppure: “Facciamo così perché secondo me è meglio”. È un leader.

«E poi è anche un ottimo ragazzo dal punto di vista umano. Mi raccontava di quando vinse il Giro e il suo massaggiatore era mio figlio Piero: qualche aneddoto di quei giorni, un capogruppo».

Alla Vuelta tanta fatica ma anche un ottimo volume, ideale in vista dell’inverno che sarebbe seguito
Alla Vuelta tanta fatica ma anche un ottimo volume, ideale in vista dell’inverno che sarebbe seguito

Più leggero…

Tra pochi giorni si conosceranno i programmi definitivi dell’inglese. Geoghegan Hart, però, è già al lavoro. Pensate che ha terminato il ritiro qualche giorno dopo i compagni e inizia quello che verrà qualche giorno prima. La voglia e la determinazione non gli mancano.

«Tao – conclude Baffi – deve ripartire dalla Vuelta. A prescindere dal suo piazzamento, averla terminata è stato importantissimo. Sapevamo da dove veniva e mettere 21 giorni di gara consecutivi nel sacco dà fiducia per l’inverno. Ricordo che è caduto di nuovo al Delfinato l’anno scorso (frattura alla costola, ndr) e quella caduta aveva procurato un altro stop che ha inciso moltissimo nel suo cammino di recupero. In autunno ha tolto le placche… e sarà più leggero! Scherzi a parte, questo dovrebbe dargli un po’ più di sicurezza e tranquillità. Mi ha detto che si sente più libero anche di testa».

C’è insomma da capire che squadra porterà la Lidl-Trek al Giro d’Italia, ma vederlo sulle strade della prossima corsa rosa potrebbe non essere così impossibile, specie se, come sembra, Pedersen e Milan dovessero puntare forte sulle classiche del Nord. Al Giro d’Italia, la squadra potrebbe essere improntata più per la classifica generale. Magari Geoghegan Hart e Ciccone come una coppia garibaldina.

La strana storia di Cevini, ciclista giramondo

07.01.2025
5 min
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La storia di Peter Cevini è comune a quella di altri corridori. C’è un vero sottobosco di italiani che non si arrendono alle leggi del tempo, secondo cui un corridore deve trovare casa tra i professionisti entro i 23 anni (26 se vuole ancora fare qualche stagione da Elite in Italia) e poi deve trovarsi un’altra strada. Cevini di anni ne ha 33 eppure ha alle sue spalle un’onesta carriera, fatta di team in giro per l’Europa con i quali ha svolto la sua attività. Ce ne sono tanti come lui, tanto per fare due nomi Alessio Gasparini che corre in un team marocchino, il Sidi Ali Unlock Team, oppure Giacomo Ballabio che dopo aver girato anche lui per vari team nel 2025 ha fatto un salto di qualità, approdando alla Hrinkow Advarics.

Il corridore di Broni punta a salire di livello come calendario, nel suo nuovo team lusitano (Sportfoto)
Il corridore di Broni punta a salire di livello come calendario, nel suo nuovo team lusitano (Sportfoto)

Una grande opportunità

Un po’ quel che avviene per il corridore di Broni, che ha firmato per il team portoghese APHotels & Resorts, una continental piuttosto apprezzata nella penisola iberica: «Attraverso di loro – racconta il lombardo – potrò fare un calendario più qualificato, hanno già ricevuto l’invito per corse con team professional e anche qualche WorldTour. Per me è come un traguardo raggiunto dopo tanti giri, la dimostrazione che avevo ragione a insistere».

Peter però non si è mai arreso: «Forse è stato proprio il cammino costellato di episodi sfortunati, di colpi della sorte che mi ha dato la forza di continuare a crederci, il 99 per cento delle persone avrebbe smesso. Io però ci ho sempre creduto sulla base di dati reali: da quando ho iniziato, ho visto il ciclismo evolversi intorno a me, diventare più professionale, curare aspetti come la preparazione e la nutrizione. Io mi sono adeguato e seguendo una vita da atleta ho visto che miglioro col passare del tempo, ho valori che non avevo quando passai di categoria. Poi ho trovato team che non guardano all’anagrafe ma a quello che puoi realmente dare. In Italia si guarda solo il risultato».

Cevini insieme al plurivincitore del Tour Chris Froome. Tanti i corridori famosi incontrati in carriera
Cevini insieme al plurivincitore del Tour Chris Froome. Tanti i corridori famosi incontrati in carriera

Una carriera tra lavoro e bici

Questa constatazione scaturisce dai suoi anni giovanili: «Io una possibilità reale non l’ho mai avuta, già allora si guardavano le vittorie e basta, non quel che c’era intorno. Ho perso mio padre a 13 anni e questo ha influito tanto perché ho dovuto mettermi a lavorare. Abbinavo le due attività, con tanti sacrifici, è chiaro che chi si dedicava solo all’allenamento partiva avvantaggiato. Ma uno che sviluppa 6 watt a chilo come me non meritava una chance?

«Perciò arrotondavo con la bici quel che guadagnavo con il lavoro per aiutare la famiglia. Diciamo che ero più vicino agli amatori, ma non potevo fare altrimenti e poi ci credevo ancora, volevo a tutti i costi una chance. Ho avuto anche datori di lavoro comprensivi, che accettavano di lasciarmi partire per le gare e mi davano disponibilità a recuperare il tempo perso. Ma ero sempre in deficit rispetto agli altri».

In carriera Cevini ha militato in team svizzeri, rumeni, bielorussi, irlandesi. Ora è in Portogallo
In carriera Cevini ha militato in team svizzeri, rumeni, bielorussi, irlandesi. Ora è in Portogallo

Vincente, da giovanissimo

Ma che corridore eri nelle categorie giovanili? «Da junior vincevo anche, ho ottenuto molti podi, poi da U23 non ho potuto vivere davvero la mia categoria perché ho dovuto fare delle scelte di vita. E’ stato allora che la mia carriera ha preso altre strade, ma non poteva essere altrimenti».

Con questa attività si riesce a campare? «E’ una vita di sacrifici e non certamente di grandi cifre. Negli ultimissimi anni mi sono dedicato solo al ciclismo, riesco alla fine a mettere da parte uno stipendio appena decente. Poi dipende anche dalle squadre, quella portoghese è una dalla lunga tradizione, qui chiuse la sua carriera Nocentini per esempio. Entrando nel team ho notato subito la differenza, è un vero salto di qualità».

Cevini ha preso spunto dal nonno Pietro, nazionale nel 1925 e 34° al Giro del 1928
Cevini ha preso spunto dal nonno Pietro, nazionale nel 1925 e 34° al Giro del 1928

La sua forza? La resistenza

C’è una gara che ti è rimasta particolarmente impressa? «Il Tour of Szeklerland del 2018. Io arrivavo da una lussazione alla spalla e non mi aspettavo granché, era una gara in Romania con molti team dell’est europeo ma non solo. Eppure col passare delle tappe vedevo che mentre gli altri erano sempre più stanchi io andavo sempre meglio, andavo in fuga, mi mettevo in mostra. E’ sempre stato un po’ quello il mio modo di correre, affrontando anche fughe di oltre 100 chilometri. Corro un po’ da cavallo pazzo, sono predisposto più per le fughe iniziali e nel nuovo team vogliono sfruttare questa caratteristica».

Di “nomadi” in giro, in questi anni ne ha trovati molti: «Ma non solo italiani, ci sono tanti europei che ad esempio trovano ingaggio in Asia. Questo è il frutto della globalizzazione ed è una buona cosa, d’altronde ci sono corse in tutto il mondo, ognuno può trovare spazio».

Il lombardo, approdato nel 2021 fra i bielorussi della CCN, è stato poi fermo 18 mesi (Sportfoto)
Il lombardo, approdato nel 2021 fra i bielorussi della CCN, è stato poi fermo 18 mesi (Sportfoto)

Ora si gioca tutto

A un ingaggio professionistico ci sei mai andato vicino? «No, se dovessi dire quello di quest’anno è il passo più prossimo, considerando le caratteristiche del team. E’ quasi una Professional e questo mi dà tanta motivazione. Non ho mai atteso tanto l’inizio di stagione, mi farò trovare pronto e far parlare ancora di me».

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07.01.2025
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La Groupama-FDJ, decima nella classifica UCI alla fine del 2024, riparte confermando alcuni dei suoi punti saldi come Gaudu e Madouas, puntando forte su Gregoire affinché diventi il leader che tutti si aspettano, ma avendo visto andare via Lenny Martinez. Assieme al figlio del celebre Miguel, altri tre giovani hanno lasciato il team di Marc Madiot: Thompson, Watson e Pithie. La nidiata dei talenti, cresciuta e portata nel WorldTour da Gannat, ha attirato l’attenzione di squadroni dal portafogli più fornito. Martinez è andato alla Bahrain Victorious, Pithie alla Red Bull-Bora, Watson alla Ineos e solo Reuben Thompson è sceso dal WorldTour firmando con la Lotto.

Per fare il punto della situazione sulla squadra transalpina, che in tempi non sospetti lamentò l’eccessivo carico fiscale francese che riduceva in modo importante il suo potere di acquisto, abbiamo interpellato Philippe Mauduit. Dallo scorso anno è lui il responsabile dell’area tecnica del team.

«Quanto a Lenny – ammette – durante l’inverno abbiamo sentito le sue parole e quelle del suo procuratore per cui prima del progetto sportivo cercavano di firmare il più grosso contratto possibile. Alla fine è cosi, ormai fa parte del ciclismo. E’ un bimbo e speriamo che per lui vada tutto bene. Qualche settimana fa mi ha detto: “Philippe siete la mia squadra del cuore. Fra tre anni tornerò con voi, quando non avrò più bisogno di soldi”. Vedremo…».

La separazione da Lenny Martinez non è stata indolore (foto Team Bahrain Victorious)
La separazione da Lenny Martinez non è stata indolore (foto Team Bahrain Victorious)
Partito Martinez, vi aspettate che Gregoire possa diventare un leader?

Di fatto, Romain Gregoire è gia un leader. Il modo che ha di prendere la parola in gruppo, anche davanti a compagni con più esperienza, lo dimostra. Lui è nato leader. Adesso gli mancano ancora un po’ di maturità fisica ed esperienza per dimostrarlo su strada, ma siamo convinti che il 2025 vedrà la dimostrazione del suo talento.

Uno che sta lanciando lampi di talento è Brieuc Rolland, che ha 21 anni e ha già fatto vedere qualcosa.

Brieuc Rolland è stato una bella sorpresa di regolarità ad alto livello. Vincere la Course de la Paix e il Piccolo Lombardia non è poco. Lui è il corridore del devo team che ha fatto più gare con la WorldTour. Sono state 15 gare nel 2024, per cui lo abbiamo visto crescere. Ha dimostrato di avere belle qualità di scalatore poi sa leggere la corsa. Per il 2025 gli faremo un programma grazie al quale guadagnerà esperienza accanto ai nostri capitani Gaudu e Guillaume Martin, che è appena arrivato. Però gli lasceremo anche l’opportunità di fare la sua corsa. E’ importante che i ragazzi vincenti abbiano l’opportunità di farlo. Non devono perdere il gusto, alla fine è la sola cosa che conta, no?

Kung è la colonna della Groupama, Gregoire (a destra) la speranza più attesa (foto Groupama-FDJ)
Kung è la colonna della Groupama, Gregoire (a destra) la speranza più attesa (foto Groupama-FDJ)
Gaudu è ancora un uomo su cui puntate per i Grandi Giri?

Non dimenticate che tra il podio alla Parigi-Nizza e la Vuelta, Gaudu ha accumulato tanti infortuni, ma anche virus e cadute. Non è per trovargli scuse, ma negli ultimi 18 mesi è stato davvero sfortunato. Ha ritrovato un livello decente solo dopo mesi di lavoro. Il suo elemento rimangono le gare da scalatore e ovviamente la classifica generale nei Grandi Giri. E’ molto motivato per la sfida del Giro d’Italia, che sarà il suo grande appuntamento, nel quale lo supporteremo con fiducia e consapevolezza.

Kung riuscirà finalmente a vincere una classica?

Negli ultimi tre anni, Stefan la dimostrato la sua grande regolarità. E’ vero che con lui cerchiamo la vittoria in una classica della prima parte del Belgio. Se la merita, lavora tanto per quello e tutti vogliamo che ci riesca. Inoltre ha fatto un incredibile lavoro di sviluppo con Wilier per la Supersonica, la bici crono con la quale ha vinto l’ultima tappa della Vuelta. Speriamo di vedergliene vincere ancora.

Dopo cinque anni alla Cofidis, Guillaume Martin approda alla corte di Madiot (foto Groupama-FDJ)
Dopo cinque anni alla Cofidis, Guillaume Martin approda alla corte di Madiot (foto Groupama-FDJ)
A proposito di classiche del Belgio, ma della seconda parte, Madouas è entrato nei dieci all’Amstel e alla Liegi e poi sul podio delle Olimpiadi.

Madouas è un caso diverso rispetto a Gaudu. Al di la dell’argento di Parigi, non ha avuto un gran rendimento. E’ un corridore importante per la squadra, ma deve portare più risultati e più regolarità nel 2025. 

Hai parlato di Wilier, lo sviluppo continua. Ora sono arrivate anche le ruote Miche.

E’ nata una bella e grande collaborazione con loro. Con il nostro supporto, sono usciti dalla galleria del vento con la bici da crono la più veloce dell’anno! E questo in appena 6 mesi di studio, quando solitamente per ogni azienda ne servono almeno 18. E’ la dimostrazione che la collaborazione è molto buona e che, come noi tutti, anche Wilier è motivata in una maniera incredibile per supportarci e aiutarci a vincere.

La Groupama-FDJ da quest’anno usa anche ruote Miche, che appartengono al gruppo Wilier (foto Groupama-FDJ)
La Groupama-FDJ da quest’anno usa anche ruote Miche, che appartengono al gruppo Wilier (foto Groupama-FDJ)
E’ stato difficile subentrare a Lapierre con cui avevate un rapporto di collaborazione ormai storico?

Wilier è un azienda cha ha fatto la storia del ciclismo, ma non è rimasta nel passato. Hanno grande esperienza e da questo sono partiti per guardare più avanti e sviluppare nuovi prodotti, sempre più performanti e veloci e questo coincide perfettamente con la nostra filosofia. Ormai siamo una delle squadre più anziane del WorldTour. Nei nostri server abbiamo migliaia di dati che condividiamo con loro, ma non siamo ancora sodisfatti di quello che abbiamo. Vogliamo sempre di più e in questo Wilier è un partner vincente. Ci spingiamo reciprocamente per andare sempre più veloci.

Follonica, festa tricolore del cross al sapore di futuro

06.01.2025
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FOLLONICA – Vedere aggredire, una dopo l’altra, le dure rampe di fango dai giovani atleti e atlete che hanno partecipato ai Campionati Italiani Giovanili di Ciclocross di Follonica è stato un piacere per gli occhi. La loro fame, la loro voglia di dare il tutto per tutto al di là della posizione di gara è il ricordo più vivido che ci portiamo dietro. 

Impeccabilmente organizzata dall’Asd Romano Scotti, la manifestazione ha richiamato nell’Arena Centrale (ex ippodromo) di Follonica oltre 500 ragazzi delle categorie esordienti ed allievi, provenienti da tutta la Penisola. Basti pensare che l’organizzatore, Fausto Scotti, ha voluto che a delimitare gran parte dei 2.700 metri del circuito ci fossero le reti rosse come nelle prove di Coppa del mondo. Il fatto poi che dalla parte collinare dell’anfiteatro fosse possibile ammirare la totalità del percorso (una rarità) ha aggiunto spettacolo allo spettacolo.

«Vedere questi giovani correre è un grandissimo piacere – spiega Scotti – sono sei anni che veniamo su questo tracciato quindi lo conoscono un po’ tutti. Quest’anno abbiamo voluto colorarlo un po’. E poi abbiamo avuto autorità importanti come il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e il presidente federale Dagnoni».

Di madre in figlia

In questa cornice anche i genitori si sono sentiti maggiormente coinvolti, tanto che alcuni hanno rincorso ed incitato i propri figli spendendo forse più energie di questi ultimi. Come è normale che sia in un campionato italiano. «Prendi il gel!». «Scendi e sali a spinta!». «Fai una linea più larga in curva». Sono alcuni dei consigli che sono andati per la maggiore, fino al quasi commovente «Dai che è finita!» di una mamma super tifosa. Sua figlia tredicenne è stremata dall’acido lattico in cima ad una delle rampe finali dell’ultimo giro. Ci arriva piangendo, con la bici in spalla sfiorando le transenne e aiutandosi con un grido per superare l’ultimo metro.

E come non ricordare il baccano di campane e trombette o addirittura di un motore di motosega acceso a sgasare al passaggio dei propri beniamini? 

Il futuro del movimento

Sin dalla gremita riunione tecnica del sabato sera (che ha fatto seguito alle gare a staffetta del Team Relay) che si è svolta presso il Villaggio Mare Sì, i commenti dei direttori sportivi confermavano la durezza del percorso. Dopo le ricognizioni, invece, anche i ragazzi hanno ribadito la sua difficoltà. Con una parte più tecnica ed esigente, quella delle rampe naturali dell’arena, ed una in cui bisognava spingere di più, quella dei rettilinei nel tratto pianeggiante.

Sulle alture di Follonica gli spettatori erano chiamati dallo speaker gli “indiani”, per via delle loro silhouette che si stagliavano sul tracciato. Mischiato tra di essi abbiamo agganciato anche il tecnico della nazionale maggiore, Daniele Pontoni.

«Questi ragazzi delle giovanili – ci dice fra una prova e l’altra di Follonica – sono il futuro del movimento e qualcuno di loro li ritroveremo nelle nazionali maggiori. Molti li conosco, ma in questi giorni avrò modo di vederli più da vicino. Soprattutto per le categorie allievi c’è già da guardare e cominciare a programmare per le stagioni prossime».

Fra Borile e Careri

Le prove del mattino, quelle degli esordienti, si sono corse in una giornata quasi primaverile, ma il cielo di Follonica si è poi coperto portando per un breve momento anche una leggera pioggerellina fine che ha rappresentato un ostacolo in più per le categorie allievi. A proposito di ostacoli: l’organizzazione non ha previsto la presenza di quelli artificiali. Però la lunga scalinata posta nella seconda parte del circuito è stata per molti una rasoiata nelle gambe, dovendo ovviamente portare la bici in spalla.

Nel frattempo i ragazzi e le ragazze, sul fango e l’erba del circuito imbastito dall’Asd Romano Scotti, non si sono risparmiati. Va segnalata la battaglia curva su curva, rilancio su rilancio tra Alessio Borile e Michel Careri, con quest’ultimo a spuntarla nella categoria allievi 1° anno. Tra gli allievi 2° anno si è invece imposto il già campione europeo Tommaso Cingolani, davanti al fratello gemello Filippo. Nella categoria donne allieve di 1° anno ci ha colpito la vittoria di Matilde Carretta del Gs Mosole che ha preso subito il largo, particolarmente a suo agio sul percorso scivoloso, e ha condotto la gara in solitaria fino al traguardo. 

Per tutti gli otto vincitori che sono saliti sul podio ed hanno indossato la maglia verde bianca e rossa c’è stato l’onore dell’inno nazionale, un’emozione per molti inedita che ricorderanno a lungo.

EDITORIALE / La morte di Drege, Van Aert e la velocità

06.01.2025
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Che sia necessità o falso mito, la velocità tiene banco. Si lavora su tutti i fronti immaginabili perché resti alta e possibilmente aumenti. Quelli che cercano a tutti i costi le ombre si interrogano sul perché oggi si vada molto più forte di quando dilagava il doping, senza rendersi conto – per disinformazione o cattiva fede – di quanto oggi sia tutto qualitativamente migliore. Infinitamente migliore. Lo diceva ieri Pino Toni a Fabio Dal Pan, parlando dei record d’inverno.

La media calava quando la stanchezza prendeva il sopravvento, ma quando soprattutto i paninetti e i gel di un tempo non bastavano per supportare la prestazione. E’ tale invece il quantitativo di carboidrati che gli atleti ingeriscono oggi in gara, che semplicemente la velocità non decresce. E’ un andare forte che poggia su corridori di qualità eccezionali, allenamenti mirati e materiali così performanti, che le medie sono per forza destinate ad aumentare. La scrematura dei talenti è così elevata che nelle corse – specialmente quelle WorldTour – difficilmente ci si imbatte in un corridore meno che eccellente.

André Drege è scomparso in seguito alla caduta nello scorso Tour of Austria (foto Afp)
André Drege è scomparso in seguito alla caduta nello scorso Tour of Austria (foto Afp)

La morte di Drege

Chiaramente qualche nodo arriva al pettine, come avemmo modo di scrivere dopo la morte di André Drege al Giro d’Austria. Non sempre si può parlare di fatalità e in quel caso si accennò alla possibilità che la caduta del norvegese fosse stata dovuta a un difetto nei materiali, all’uso di cerchi hookless con pneumatici non dedicati al 100 per cento. Una prima conferma è arrivata il 3 gennaio, come scrive l’austriaco Die Presse. Thomas Burger, perito incaricato dalla procura di Klagenfurt, ha dichiarato: «La gomma posteriore è stata danneggiata passando su un oggetto duro, probabilmente nell’ultima curva prima dell’incidente».

La non perfetta aderenza fra la gomma e il cerchio avrebbe a quel punto provocato lo stallonamento e la perdita di aderenza. Non è un caso che durante la visita al quartier generale di Pirelli che facemmo ai primi di novembre ci venne spiegato che l’uso di certi materiali è sicuro quando per ciascun cerchio viene prodotta una gomma dedicata. Tuttavia, vista la difficoltà di venderli e usarli in accoppiamento esclusivo, l’utilizzo generalizzato di cerchi hookless resta inaffidabile ed è pertanto sconsigliato.

La ricerca della velocità deve poggiare su una perfezione su cui a volte si chiudono gli occhi. Confidando che le gomme più grosse e i freni a disco permettano di gestire biciclette che sembrano moto da corsa e corrono sugli stessi viottoli di cent’anni fa.

La discesa, magistrale e da brividi, di Pogacar dal Galibier nella quarta tappa del Tour
La discesa, magistrale e da brividi, di Pogacar dal Galibier nella quarta tappa del Tour

La caduta di Van Aert

I corridori a volte se ne rendono conto, perché sopra alle bici ci sono loro. Finché va tutto bene, tanti applausi e braccia al cielo. Quando va male, vista appunto la velocità di esercizio, sono grossi guai. Il fatto è che i corridori non li ascolta nessuno, almeno finché non si metteranno seriamente di traverso. A loro è richiesto di allenarsi, ingerire 130 grammi di carboidrati per ora, firmare contratti (semmai anche di stracciarli) e condividere sui social il bello di quello che fanno. E se per caso alle maglie della perfezione dovesse sfuggire qualcosa, si mette in campo l’intelligenza artificiale. Manca di vederli con la mano davanti alla bocca quando parlano fra loro, invece dovrebbero farsi ascoltare, perché senza di loro il circo si ferma.

Il 30 dicembre il belga Het Nieuwsblad ha pubblicato un articolo in cui ricostruiva la caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen, mettendo insieme alcuni contributi.

Eddy Dejonghe, testimone oculare davanti casa sua, ha raccontato: «Non sapevo che un ciclista potesse volare così in alto. Il ricordo mi ha svegliato più volte di notte. Continuo a vederlo. Quando chiudo gli occhi, vedo di nuovo Van Aert volare in aria».

Il giardiniere Johan, che per caso stava lavorando in zona e si era preso una pausa per veder passare i corridori, è stato uno dei primi ad arrivare sulla scena. «Un corridore ha raschiato l’asfalto quattro o cinque metri proprio davanti a me – ha detto – un secondo dopo ho capito: accidenti, quello è Wout Van Aert. E’ rimasto seduto lì per diversi minuti, gemendo di dolore. Il suo lamento mi ha attraversato il midollo e le ossa».

La caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen del 27 marzo
La caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen del 27 marzo

Limitare i rapporti

Van Aert quella caduta la ricorda bene e ha commentato prima con una battuta, poi con un’osservazione ben più pertinente.

«Non mi dà fastidio che vengano mostrate nuovamente quelle immagini – ha detto ai microfoni di Sporza – a patto che togliate l’audio. Il fatto che me ne stia seduto lì a lamentarmi in quel modo non rende felice nessuno. Gli organizzatori hanno fatto bene a rimuovere il Kanarieberg dal percorso, perché era pericoloso. E’ un punto cruciale, basta un piccolo errore e si cade. Tra i corridori è nato un dibattito interessante, proprio come sulla velocità del ciclismo. Penso che limitare lo sviluppo dei rapporti renderebbe lo sport molto più sicuro. Gli altri probabilmente non la pensano così, ma io ne sono convinto. Con un limite nella possibilità di rilanciare, nessuno potrebbe pensare di superare in certi tratti. Invece i rapporti sono così grandi, che non si smette mai di accelerare».

Commentando la discesa di Pogacar dal Galibier avanzammo l’ipotesi di limitare l’uso delle ruote ad alto profilo nei tapponi di montagna, per ridurre le velocità e di conseguenza migliorare la guidabilità delle biciclette. La proposta di Van Aert va nella stessa direzione, ma rimarrà inascoltata. Il Kanarieberg non era pericoloso in quanto tale, non lo sarebbe percorrendolo a 60 all’ora, ma a 90 cambia tutto. A nessuno piacciono i limiti di velocità. Nemmeno quando è chiaro che a volte ti salvano la carriera e in altri casi la vita.

Bagioli è pronto a mordere l’asfalto e ripartirà dall’Australia

06.01.2025
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Il primo anno di Andrea Bagioli con la maglia della Lidl-Trek non è andato esattamente secondo i piani del valtellinese. Il cambio di squadra ha portato qualche difficoltà in più che si è tradotta in risultati lontani da quelli fatti registrare nel 2023, suo ultimo anno con la Soudal Quick-Step. Dopo lo scatto a ruota di Pogacar a Zurigo per Bagioli è arrivato un finale di stagione che non lo ha lasciato in pace. Una volta tornato dalla rassegna iridata la stagione in Europa si è conclusa anzitempo. E’ tornato a correre negli impegni orientali con due gare in Giappone prima di fermarsi e tracciare una linea netta, con l’intento di ripartire accantonando tutti i problemi del 2024. 

«Sto bene – spiega mentre si trova a casa in Svizzera – sono quasi pronto per partire in vista del Tour Down Under. Tra una settimana, il 9 gennaio, inizieremo il viaggio verso l’Australia. Atterreremo il 12. Avremo giusto il tempo di adattarci e saremo chiamati a correre. Penso di avere un buon livello e di essermi messo alle spalle i malanni di fine anno».

Pogacar è appena scattato: sono i famosi 5 minuti a 700 watt. Dietro di lui Simmons e Bagioli
Pogacar è appena scattato: sono i famosi 5 minuti a 700 watt. Dietro di lui Simmons e Bagioli

Finale tribolato e riposo

Una volta rientrato con la nazionale da Zurigo, Bagioli aveva in programma le corse di fine stagione in Italia, con Il Lombardia come meta conclusiva.

«Ho corso all’Emilia – racconta – e poi mi sono ammalato. Un po’ di febbre mi ha costretto a fermarmi e saltare Il Lombardia. Ho concluso la stagione prima del previsto. Vero che sono andato in Giappone ma non stavo benissimo, quindi mi sono messo a disposizione della squadra e poi ho staccato. A differenza degli altri anni non ho fatto una vera e propria vacanza, mi sono concesso solamente un fine settimana nelle langhe. Ho riposato, in tutto lo stacco è durato tre settimane. Il 9 dicembre siamo partiti per il primo ritiro di squadra, in Spagna».

Andrea Bagioli sta pr iniziare la seconda stagione con la Lidl-Trek
Andrea Bagioli sta pr iniziare la seconda stagione con la Lidl-Trek
Uno stacco di fine stagione utile?

Certo. Sia per il fisico che per la mente. Tre settimane per me è il periodo giusto, fare di meno è un rischio. Magari non si riesce a lasciare da parte la bici e l’attività agonistica quel tanto che serve per ripartire bene. 

E tutto è rincominciato, ma come?

I ritiri di dicembre sono sempre quelli più caotici. Ci sono da fare le foto, provare i kit, ecc… Poi una volta terminati questi impegni ci si può concentrare sulla bici. Infatti negli ultimi tre giorni ci siamo messi di buon grado abbiamo fatto un blocco di lavoro tutti insieme. 

Bagioli si è guadagnato la convocazione per i mondiali dopo le prove nelle gare canadesi
Bagioli si è guadagnato la convocazione per i mondiali dopo le prove nelle gare canadesi
L’idea di partire dall’Australia da chi è arrivata?

La squadra me lo ha proposto già a novembre, l’idea mi ha intrigato perché non sono mai andato al Down Under. Tutti me ne hanno parlato bene, così mi sono convinto a provare. Poi con il caldo corro meglio ed evitare di fare il mese di gennaio in Europa non è male. 

Che cosa porti a casa dalla tua prima stagione con la Lidl-Trek?

Avevo obiettivi molto più alti. Non pensavo di soffrire così tanto il cambio di squadra. Non che la Lidl-Trek mi abbia lasciato solo, ma cambiare le proprie abitudini e la routine non è mai semplice. Ero abituato, da anni, a lavorare con la stessa bici e gli stessi materiali

Consonni (sinistra) e Bagioli (destra) saranno al Giro, il primo in supporto i Milan, il secondo a caccia di tappe
Consonni (sinistra) e Bagioli (destra) saranno al Giro, il primo in supporto i Milan, il secondo a caccia di tappe
Qual è stata la parte più complicata?

Forse trovare il giusto equilibrio con le nuove bici. A inizio anno avevamo due modelli: la Emonda e la Madone. Capire come sistemarsi in sella e pedalare non è facile. Poi da giugno abbiamo avuto un unico modello (la Madone Generazione 8, ndr) e devo dire che mi trovo meglio. Penso di essermi adattato al nuovo modo di lavorare in estate, da lì sono tornato un po’ di più ai miei livelli. 

E ora come ti senti?

Credo sia tutto più semplice. Ho trovato la linea da seguire e sono contento. Mi sento tranquillo e senza pensieri, penso di essere tornato in linea con quello che ero a fine 2023. I valori nelle uscite in bici sono buoni e in linea rispetto a quelli degli anni passati. Alla fine i dati sono un valore oggettivo. 

Il freddo e la pioggia della Freccia Vallone sono rimasti nelle gambe di Bagioli
Il freddo e la pioggia della Freccia Vallone sono rimasti nelle gambe di Bagioli
Cambierai altre cose nella prossima stagione?

A parte l’inizio in Australia dovrei tenere sempre il focus sulle stesse gare. Farò la Strade Bianche a inizio marzo e la parte centrale saranno sempre Baschi e Ardenne. 

Com’è stato ripartire così presto per arrivare pronto in Australia?

Ho fatto subito tanta intensità, già a dicembre facevo lavori di qualità. Infatti tra Natale e Capodanno mi sono preso una settimana di recupero per ripartire poi ad allenarmi ad alta intensità. 

Allora ci farai sapere come ti troverai al Tour Down Under?

Certo!