La Classicissima di Nencini, tra emozioni e (tanta) fatica

Luis Laserpe
26.03.2025
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Non solo la prima Sanremo di Turconi, quella vinta da Van der Poel su Ganna e Pogacar è stata la prima Milano-Sanremo anche per Tommaso Nencini, del team Solution Tech-Vini Fantini, con ben 230 chilometri in fuga. I loro racconti si somigliano, la fatica in certe corse è uguale (quasi) per tutti…

Tommaso Nencini un paio di giorni dopo la Milano- Sanremo, la tua prima Sanremo, quali sono le tue impressioni su questa storica corsa? 

E’ stata una gara sicuramente tosta sin dalle prime battute, perché sono riuscito a centrare la fuga sin dai primi chilometri, con i miei compagni di fuga, Martin Marcellusi e Alessandro Verre. Siamo rimasti per parecchio tempo in una avanscoperta prima che il gruppo ci riprendesse, quindi è stata una bella emozione.

Al via, lo sguardo di Nencini su Pogacar è un misto fra ammirazione e stupore
Al via, lo sguardo di Nencini su Pogacar è un misto fra ammirazione e stupore
Una Milano-Sanremo contraddistinta da una giornata fredda e di pioggia.

Partire con la pioggia non è una delle migliori situazioni – racconta Tommaso Nencini – però fortunatamente dopo che abbiamo scollinato il Turchino, siamo scesi sul mare e faceva anche abbastanza caldo. Non pioveva più, la strada era asciutta, quindi ci siamo potuti alleggerire e nei chilometri successivi, la situazione dal punto di vista climatico era tranquilla. E’ stata dura all’inizio, poi fortunatamente la pioggia e il freddo ci hanno dato un po’ di tregua

Era il piano che avevate preparato con il diesse Serge Parsani, quello di partire subito con la fuga? 

Sì, il piano della squadra era di poter giocare le proprie carte dai primi chilometri, a parte il serbo Dusan Raiovic, che sarebbe stato la nostra punta di diamante in caso di arrivo in volata. Noi potevamo giocare le nostre possibilità con una fuga. Ho visto l’attimo giusto appena è partito Martin Marcellusi e gli sono andato dietro con Alessandro Verre. Siamo andati via all’inizio in tre e poi ci hanno raggiunto altri cinque corridori Le Berre, Veistroffer, Stewart, Filippo Turconi e Sbaragli.

Alla partenza da Pavia, per tutti i debuttanti una grande emozione e brividi (anche per pioggia e freddo)
Alla partenza da Pavia, per tutti i debuttanti una grande emozione e brividi (anche per pioggia e freddo)
E tu hai aspettato Sbaragli, per farlo entrare nel gruppetto ?

Dall’ammiraglia ci dicevano che Kristian da solo stava provando a raggiungerci in fuga. Allora insieme al mio compagno di squadra Mark Stewart, abbiamo convinto gli altri componenti della fuga che un uomo in più sarebbe stato fondamentale per aumentare il vantaggio. Quindi appena rientrato abbiamo cominciato a collaborare tutti insieme. Un uomo in più ovviamente fa sempre più comodo in fuga e l’hanno capito anche gli altri ragazzi che erano con noi.

Poi sulla Cipressa con il gruppo che stava rientrando sei stato ripreso e dopo ti sei ritirato? 

Sì, io sono stato il primo a staccarsi dalla fuga, era la mia prima Monumento ed era la prima gara dove facevo così tanti chilometri, non ero molto abituato. Ho cercato di prepararla il più possibile durante l’inverno, cercando di fare tanti chilometri in allenamento. Però in gara è tutta un’altra cosa, quindi sono arrivato con le gambe un po’ distrutte nel finale. Mi sono staccato e appena mi ha ripreso il gruppo, ho provato un po’ a rimanere accodato dietro, ma dopo i Capi, mi sono staccato anche dal gruppo. Ho deciso di non insistere per andare all’arrivo. Ritirarmi o fare 160° alla fine non cambiava tantissimo. Però è stata una bella emozione aver partecipato ed essere entrato nella fuga di giornata.

Nella fuga con Nencini c’era anche Kristian Sbaragli, anche lui toscano
Nella fuga con Nencini c’era anche Kristian Sbaragli, anche lui toscano
C’è una foto particolare alla partenza da Pavia, ci sei tu che stai guardando con ammirazione Pogacar. Che cosa ti passava per la mente in quel momento? 

Beh, vederlo lì vicino, io che non l’avevo mai visto di persona, mi ha impressionato. Pensavo vedendolo dalla televisione, che fosse un po’ più robusto invece è proprio magro, tirato e focalizzato. Una sfinge, faceva quasi impressione. Per questo nella foto il mio sguardo è di stupore nei suoi confronti. Gli avrei voluto quasi parlare, ma onestamente mi vergognavo. Ho cercato di evitare di chiedergli qualsiasi cosa, perché vedevo che era concentrato, quindi ho preferito osservarlo.

Dicevi che sei rimasto senza forza nelle gambe, del resto dopo una fuga di oltre 200 chilometri tra i 45-50 di media può succedere. Però il tuo preparatore Alberati è rimasto positivamente sorpreso, da quello che sei riuscito a fare.

Centrare la fuga giusta è sempre difficile, tutti vogliono provare, per esempio i corridori di squadre che non hanno un capitano affermato. Sapevo che c’erano molte squadre agguerrite e che non è mai facile beccarla in una gara così importante. Una fuga alla Milano-Sanremo ti può dare molta visibilità. Ecco penso sia quello lo stupore per il mio preparatore.

E per te? 

Ovviamente, mi sono stupito anch’io. Andare a quelle velocità lì, i primi chilometri in fuga, le prime ore con il vantaggio che aumentava. In realtà siamo andati anche abbastanza tranquilli, non abbiamo fatto chissà quale velocità. Naturalmente all’inizio abbiamo spinto forte, ma poi ci siamo tranquillizzati. E dopo quando siamo arrivati sul mare, con il tempo più clemente, abbiamo cominciato a menare sui 55 orari ed è stato lì che piano piano, ho cominciato ad accusare la stanchezza. Infatti poco dopo ero allo stremo, sono saltato ed il gruppo mi ha ripreso. Però sono anch’io abbastanza soddisfatto sicuramente, c’è da migliorare, ma è già un bel punto di partenza.”

Prima della Sanremo, la Milano-Torino: per Nencini, 24 anni, la Classicissima è stata la quinta gara di stagione
Prima della Sanremo, la Milano-Torino: per Nencini, 24 anni, la Classicissima è stata la quinta gara di stagione
Il gruppo vi ha lasciato molto spazio, ma dopo il Capo Mele la musica è cambiata 

Si sapeva che il gruppo cominciava a fare su serio dai Capi in poi. E prima di imboccare la Cipressa, ci dicevano che dietro stava tirando un uomo solo, Silvan Dillier, e noi con stupore, ci siamo chiesti come facesse da solo, a riuscire a tenerci sempre lì a tiro. Alla fine l’hanno controllata bene e poi le grandi squadre, quando hanno aperto il gas, in 15-20 chilometri ci hanno ripreso i 4 minuti che avevamo di vantaggio.

Ti sembra che la tua prima Monumento sia stata di buon auspicio? 

Possiamo dire che è stata una bella gara, è stata una giornata emozionante. Di sicuro un’esperienza che mi ha fatto bene per futuro, per le prossime gare. Ecco, da questa Milano-Sanremo posso mettere un punto più che positivo e sperare nel meglio per il prosieguo della stagione.

I sensori Core per la temperatura corporea, cerchiamo di capire

26.03.2025
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MASSA MARITTIMA – In occasione del lancio del nuovo sensore Core 2, ovvero la seconda generazione del sensore che rileva la temperatura corporea, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Gavin Harte, responsabile commerciale di Core.

Cerchiamo di capire meglio cosa significa utilizzare un sensore capace di valutare la termoregolazione, come usarlo e cosa comporta tenere sotto controllo un valore del genere.

Gavin Harte (foto Rupert Fowler-BCA)
Gavin Harte (foto Rupert Fowler-BCA)

Il nuovo Core 2

Prima di tutto cerchiamo di contestualizzare lo strumento. Core 2 è una sorta di clip, si applica alla fascia elastica del cardio. Ha uno spessore inferiore al centimetro, alto poco più di 4 centimetri e largo meno di 3, con un peso inferiore ai 9 grammi. Ha una batteria interna ricaricabile e rispetto alla generazione precedente è stato modificato, migliorato internamente e all’esterno, reso più completo e pratico. Core, azienda che ha sede a Zurigo, è sponsor e partner tecnico di ben 8 team World Tour (uomini e donne), ma è molto utile sottolineare, come ci ha confermato Harte, che diverse squadre e corridori acquistano il prodotto, in quanto non sponsorizzati in modo diretto.

Il sensore Core 2 si interfaccia direttamente con la propria app (su smartphone) e da questi giorni è configurabile direttamente sui device Garmin. Il processo di ampliamento di Core è in grande espansione, grazie anche alla connessione con diversi portali di esplosione dei dati, come ad esempio TrainingPeaks.

A chi si rivolge Core?

Il ciclismo per Core rappresenta il 50%, poi c’è il triathlon e in grande crescita abbiamo il mondo running e trail running, dove in realtà il calore e la termoregolazione sono un problema ancora più grande, rispetto al ciclismo. Il motivo è molto semplice, il runner è più lento rispetto ad un ciclista ed il processo di raffreddamento derivante dall’aria è minore. Comunque il mondo Core è dedicato in generale a chi si allena in modo costante e tiene sotto controllo i vari aspetti della performance.

Ormai siamo in un mondo di numeri?

Esattamente e le possibilità, gli strumenti per monitorare, analizzare e tenere sotto controllo le prestazioni, sono sempre maggiori. Chi si allena con degli obiettivi è sempre più interessato ai numeri ed a capire cosa significano. Inoltre, se facciamo un confronto con il passato, anche recente, è sempre più facile tradurre questi stessi numeri.

Entrando nello specifico, perché è utile usare il sensore della temperatura?

Monitorare la termoregolazione corporea e la varie zone di calore che si affrontano quando ci si allena, o si gareggia è importante ai fini del Vo2Max e per aumentare l’emoglobina, solo per citare i due aspetti tra i più importanti. Capire quale è il range ottimale di allenamento, mi riferisco alla temperatura del corpo, previene la stanchezza ed il sovrallenamento.

Allenarsi per zone anche per quanto concerne la temperatura del corpo, un po’ come succede con il power meter?

Non è la stessa cosa, ma in un certo senso è così. Man mano che si entra in contatto con il sistema si riesce a far coincidere anche la zona di lavoro utile in base alla temperatura corporea, ovvero quel range di temperatura dove la fase è allenante.

Quando non ci si allena?

Abbiamo implementato, di recente, tramite app una sorta di lettura passiva dell’andamento della termoregolazione, nell’ottica di avere una panoramica sempre più completa della temperatura del corpo anche quando non si è sulla bici.

Si può capire come ci si adatta al calore in modo soggettivo?

Le fasi di adattamento sono soggettive, ma il corpo umano si adatta al calore step by step. Abbiamo un’idea piuttosto precisa di quale può essere il beneficio della corretta gestione della termoregolazione, ma non abbiamo ancora accesso ai dettagli di un miglioramento tradotto in numeri.

Sempre di più le collaborazioni
Sempre di più le collaborazioni
Siete riusciti a quantificare il miglioramento derivante dalla gestione del calore del corpo?

Non ancora. Stiamo lavorando proprio in quella direzione, grazie ad una banca dati che inizia ad avere numeri importanti. Le diverse ed impegnative sponsorizzazioni che abbiamo attivato hanno anche quale fine.

Semplificando, Core è una sorta di strumento di valutazione del motore dell’atleta?

Sì e si aggiunge, completa la rilevazione della frequenza cardiaca, mentre il power meter valuta il carico esterno.

Pidcock è utilizzatore assiduo, il Team Q36.5 è tra quelli sponsorizzati
Pidcock è utilizzatore assiduo, il Team Q36.5 è tra quelli sponsorizzati
Gli atleti lo chiedono?

Ci sono diversi atleti professionisti che hanno cambiato squadra e sono approdati in team che non hanno Core come sponsor, ma hanno acquistato il sensore di tasca propria. Abbiamo applicato dei prezzi di favore, ma comunque hanno comprato il sensore con il quale erano abituati a lavorare. Anche un’importante azienda del settore abbigliamento usa i nostri sensori per valutare l’impatto dei capi sulla termoregolazione.

Dal video alla realtà. I piani sulla Cipressa in casa UAE

26.03.2025
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E’ impossibile non parlare ancora di Milano-Sanremo, vista l’edizione superba alla quale abbiamo assistito. E se questa è stata così memorabile, il merito è quasi del tutto di Tadej Pogacar, cosa che ha sottolineato anche Van der Poel, poi vincitore in via Roma. Il campione del mondo ha attaccato sulla Cipressa e lo ha fatto con una violenza inaudita. Un attacco frutto non solo di gambe e fantasia, ma anche di un piano ben progettato.

E torniamo proprio a quel momento, grazie alla UAE Emirates. La squadra di Pogacar, infatti, ha pubblicato un video (appena in basso) davvero coinvolgente: il retroscena della Sanremo visto dall’interno del team.

In particolare, vogliamo soffermarci su quanto accaduto nella riunione pre-gara, che nel video va dal minuto 2’15” al minuto 4’56”. Parlano i protagonisti. E allora facciamo un parallelo tra quanto detto in riunione e quanto accaduto nella realtà.

Cipressa in vista

Partiamo dalle parole del direttore sportivo Andrej Hauptman. «La corsa misura 239 chilometri con un dislivello di 2.000 metri. Non è la gara più difficile, ma il finale sarà sicuramente duro. Almeno questo è il nostro obiettivo. Dobbiamo risparmiare energie, arrivare freschi fino ai Capi, ma non dobbiamo spendere tanto per stare davanti e poi arrivare così (col dito sotto al mento, come a dire “col collo tirato”) all’imbocco della Cipressa».

E così è andata. Sino ai Capi, la UAE Emirates quasi non si è vista. Tanto è vero che Dillier, di cui abbiamo parlato, si è sciroppato oltre 220 chilometri d’inseguimento individuale (o quasi) per contenere il ritardo della fuga entro i 5’.

Ancora Hauptman: «La Cipressa sarà il nostro punto principale domani: 5,6 chilometri a una media del 4,4 per cento. Il primo chilometro e mezzo non è così facile, ma è comunque “facile” al 5 per cento. Non dobbiamo pensare a cosa faranno gli altri. La Cipressa va presa “a fuoco”, in avanti. E quando il tutto si farà molto difficile, Tadej andrà».

Ancora una volta, quel che è stato detto in riunione ha corrisposto con la realtà.

Pogacar spiega a Del Toro come e quando entrare in scena sulla Cipressa. Spiegazione perfetta, ma il messicano ha mancato l’appuntamento
Pogacar spiega a Del Toro come e quando entrare in scena sulla Cipressa. Spiegazione perfetta, ma il messicano ha mancato l’appuntamento

Pogacar sale in cattedra

Sul grande schermo all’interno del bus, dopo i dati generali della corsa, appare la planimetria della Cipressa. Importantissima per incrociare segmenti, curve e pendenze. A questo punto, sale in cattedra proprio sua maestà Pogacar. E lo fa con la spontaneità di chi è leader per natura.

«Questo – indica Pogacar rivolgendosi a Del Toro – è il momento perfetto. Siamo a 2 chilometri, ma ne resta uno ancora di salita e uno e mezzo di falsopiano. Qui (punto 1 nella mappa in basso, ndr) devi già essere avanti prima e questa è la parte difficile fino a qui».

La planimetria della Cipressa e i punti nevralgici indicati da Pogacar
La planimetria della Cipressa e i punti nevralgici indicati da Pogacar

In questo segmento, però, la riunione non ha combaciato con la realtà. Questo lavoro infatti non è stato svolto da Del Toro, ma da Narvaez. Nella foto di apertura si nota l’esatto momento in cui l’ecuadoriano si sposta e scatta Pogacar. Nel post-gara, Gianetti ci aveva spiegato che Del Toro era rimasto dietro all’imbocco della Cipressa. Come dicevano in riunione, infatti, non sarebbe stato facile presentarsi freschi in quel punto.

«Io – riprende Pogacar – qui (punto 1, ndr) sarò ancora a ruota. Questa parte è più facile (punto 2, ndr). In questa curva (punto 3, ndr) fai un respiro profondo, Isaac, e fuori da questa curva fai 25” secondi a tutta, “full gas”. Qui (4a, ndr) o qui (4b ndr) scatto io. Cercherò di partire stretto, dopo la curva a destra. In quel punto se prendi 5”, il gruppo non ti vede».

E Tadej è scattato esattamente in quel pezzetto di strada (4a), dopo la curva. Pazzesco! Pogacar dice anche dove respirare profondo, come e quanto deve durare il lancio del suo attacco. E’ evidente che, dopo i sopralluoghi, hanno incrociato i valori degli atleti e i tempi degli attacchi.

Il forcing mostruoso di Wellens sulla Cipressa, seguito dopo 2 chilometri da quello di Narvaez
Il forcing mostruoso di Wellens sulla Cipressa, seguito dopo 2 chilometri da quello di Narvaez

I rischi di Wellens

Spiegata, almeno per quel che si vede nel video, la Cipressa, la riunione prosegue. Stavolta a parlare è Tim Wellens, altra punta e soprattutto uno degli atleti più esperti in casa UAE Emirates. Questo il senso delle sue parole.

«Per ricapitolare all’inizio non lasciamo tracce, non ci facciamo vedere. Se in fuga ci sono fino a 10 ragazzi non è la fine del mondo. Al limite bluffiamo e vediamo cosa succede. Sul Turchino stiamo davanti solo se è freddo o piove. Se è asciutto rilassiamoci. Prendiamo il rischio di arrivare davanti solo da Alassio (poco prima di Capo Mele, ndr). Lì ci saranno delle cadute, la corsa è nervosa, ma prendiamoci il rischio comunque di non spendere. Io credo sia meglio: magari perdiamo un ragazzo per niente».

Anche le parole di Wellens hanno trovato riscontro nella realtà. La UAE Emirates infatti si è affacciata davanti solo in prossimità dei Capi. E lì è entrato in scena proprio Wellens che ha dato una “trenata” pazzesca sulla Cipressa, riducendo il gruppo a una trentina di unità, prima dell’affondo di Narvaez e dello scatto di Pogacar.

Il video della riunione si conclude con una voce, forse quella di Hauptman, che dice: «Questo è il piano, facciamolo! A domani». Il tutto accompagnato da applausi di incoraggiamento.

L’occhio clinico di Barbieri sulla Sanremo Women

25.03.2025
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Dando un’occhiata alla lista delle partenti da Genova per la Sanremo Women, erano pochi i nomi importanti che mancavano. E dando poi uno sguardo alla corsa che ne è uscita e alla vittoria allo sprint ristretto di Wiebes, viene da fare un’ultima riflessione prima di archiviare l’argomento e concentrarsi sulle classiche fiamminghe.

Tra le velociste assenti figuravano Charlotte Kool e Rachele Barbieri chiaro segnale che la Picnic-PostNL avesse puntato su altre carte da giocare. Non che sia andata troppo male al traguardo considerato il bel tredicesimo posto di una Marta Cavalli decisamente in crescita, rimasta attaccata al gruppo delle migliori prima di rialzarsi nello sprint finale. E tre posizioni dietro la cremonese è arrivata un po’ più staccata Pfeiffer Georgi, una delle tante papabili per il podio alla vigilia.

Rimane però il dubbio di capire cosa sarebbe stato per il team olandese avere al via anche le sue due ruote più veloci. Di questo e del suo rientro alle gare ne abbiamo parlato con Barbieri, proprio poco prima della partenza per il Belgio.

Al UAE Tour, subito dopo la caduta della prima tappa, Barbieri raggiunge il traguardo spinta da Megan Jastrab
Al UAE Tour, subito dopo la caduta della prima tappa, Barbieri raggiunge il traguardo spinta da Megan Jastrab
Rachele subito una domanda secca. Come mai non hai corso la Sanremo?

Ci sono un paio di motivi. Di base non l’avrei dovuta correre perché non era nei miei piani iniziali, anche se non era definitivo. In secondo luogo è uscita definitivamente dal mio calendario perché mi sono ritrovata a curare una botta al ginocchio patita alla prima tappa del UAE Tour a causa di una caduta. In carriera non ho mai avuto problemi al ginocchio, ma anch’io adesso sono entrata in questo bel club (sorride in modo ironico, ndr).  

Cosa ti eri fatta?

Purtroppo al UAE Tour sono stata sfortunata perché sono rimasta coinvolta anche nella caduta dell’ultima tappa in volata. E questo non ha fatto bene al mio ginocchio. Nei giorni successivi mi dava fastidio a pedalare ed un’ecografia aveva riscontrato un edema osseo. Ho dovuto fare tre settimane di stop con tanta fisioterapia. Sono tornata ad uscire in bici finalmente senza dolori ed in pratica rientro alle corse con un mese di allenamento nelle gambe. Peccato perché avevo iniziato bene alle gare in Australia, raccogliendo due buoni risultati (un terzo ed un quinto posto, ndr) e onestamente sarei stata curiosa di vedere cosa avrei potuto fare alla Sanremo.

Ti è costato tanto non farla?

Non ci penso più, penso e spero di correrla l’anno prossimo cercando di arrivarci in forma. Avendo immaginato come poi è finita, sarebbe stato un sogno correrla e magari essere lì nel finale. Anzi, se mi fossi trovata assieme a Charlotte, non avrei esitato a tirarle la volata facendo ciò che ha fatto Kopecky per Wiebes.

Per la Sanremo, il Team PicNic-Post NL ha puntato su Marta Cavalli e Pfeiffer Georgi
Per la Sanremo, il Team PicNic-Post NL ha puntato su Marta Cavalli e Pfeiffer Georgi
Come l’avevi immaginata la gara?

Più o meno com’è andata. Credo fosse una incognita per tutte, però è anche vero che le velociste più forti e più preparate dovevano reggere sforzi brevi in salita. L’unica è la Cipressa, dove si parlava di dodici minuti di salita, che poteva scombinare i piani. Invece la selezione si è fatta più in discesa, come giù dal Poggio. Ormai molte velociste stanno diventando più complete. E credo che questo si stia vedendo sempre di più. Guardate Wiebes, Balsamo o Ruegg come sono state brave a tenere certi ritmi in salita. Secondo me l’anno prossimo vedremo molte più velociste.

Secondo te sulla Cipressa si potevano tagliare fuori le più veloci?

Sì, certo, anche se dipende da come si è corso prima. Ad esempio Magnaldi ha fatto un grandissimo lavoro per Longo Borghini, però forse quando si sono accorte che erano ancora tutte agganciate, non hanno insistito. E a quel punto ha fatto un’andatura più moderata la Lidl-Trek per Balsamo. A mio modo di vedere, la caduta prima del Capo Mele ha tolto dalla contesa molte di quelle atlete che avrebbero potuto tenere alto il ritmo sulla Cipressa, come ad esempio avrebbe potuto essere Gasparrini. Nel 2026 credo che le scalatrici correranno in un altro modo per staccare le velociste.

Alla fine, indipendentemente dal tuo infortunio e visto l’esito finale, perché la Picnic PostNL non ha portato Rachele Barbieri e Charlotte Kool?

Per il motivo cui facevo riferimento prima. Il percorso della Sanremo Women era un’incognita e si pensava fosse più adatto alle scalatrici. Credo che il nostro team abbia puntato su atlete diverse da Charlotte e me e credo comunque che sia stata una buona scelta. Marta è andata fortissimo arrivando davanti e sono molto contenta della gara che ha fatto. Pfeiffer per me è adatta alla Sanremo e viceversa. Non è veloce come Kopecky, ma è quel tipo di corridore, che si trova bene su quei percorsi mossi. Ma sono andate molto bene anche le altre nostre compagne. Speriamo l’anno prossimo di poterci presentare con più soluzioni.

Dopo la lunga sosta per sistemare il ginocchio, Barbieri tornerà in gruppo il 27 marzo a De Panne
Dopo la lunga sosta per sistemare il ginocchio, Barbieri tornerà in gruppo il 27 marzo a De Panne
Anche il finale della Sanremo Women è stato entusiasmante. Ti è piaciuto?

Sì e devo dirvi sinceramente che pensavo che Elisa (Longo Borghini, ndr) vincesse. E’ stata bravissima perché non ha aspettato nemmeno un secondo per scattare a fine discesa. Non poteva fare altro e lo ha fatto alla grande. Purtroppo per lei Kopecky ha fatto un capolavoro riportando sotto Wiebes senza strappare. E Lorena è stata eccezionale perché né in volata né prima ha mai avuto paura di perdere. È sempre stata serena, oltre che presente davanti e lucida.

Mettiamoci alle spalle la Classicissima al femminile. La tua attualità ora cosa prevede?

Riprendo il 27 marzo con De Panne, poi la Gand-Wevelgem il 30 ed infine la Dwars Door Vlaanderen il 2 aprile. Tornerò a casa per qualche giorno e poi salirò al Nord per Scheldeprijs il 9 aprile e la Roubaix il 12.

Quali obiettivi ti sei posta?

L’intento è quello di ritrovare la condizione di inizio stagione. Diciamo che le prossime tre gare le userò per riprendere ritmo. In media saranno giorni da 150 chilometri che aiuteranno a prendere un buon stato di forma. Mi piacerebbe andare bene alla Roubaix. Poi visto che non farò le Ardenne, vedremo se fare il periodo di stacco che era già in programma oppure, visto il mio recente stop, se correre qualche altra corsa. Credo che tutto dipenderà da come andrò in queste prossime settimane.

Cirlincione, da Cuneo uno scalatore con tanta voglia di emergere

25.03.2025
5 min
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Spesso ci si lamenta della situazione del ciclismo giovanile nel Sud e delle difficoltà che i ragazzi hanno per emergere. Ma siamo sicuri che al Nord sia tanto diverso il discorso? Il tema è tornato d’attualità grazie alla vittoria di Domenico Cirlincione al Gran Premio San Giuseppe. Il portacolori della General Store viene da Cuneo e conosce bene la realtà piemontese, che certamente non è così semplice come si penserebbe considerando che, per i personaggi che ha saputo regalare alla storia delle due ruote, ci si aspetterebbe ben altro.

Cirlincione è ciclista per tradizione famigliare: «Corro in bici fin da quando ne ho memoria – racconta all’indomani del suo successo – mio padre però rispecchia esattamente quel profilo di corridore del sud che si trasferiva al nord per correre, lui viene dalla Sicilia. Poi ha trovato lavoro a Cuneo ed è rimasto quando ha messo da parte la bici. Mi ha portato alla Sc Vigor Piasco dov’era diesse fra i giovanissimi, poi mi ha passato a Fabio Rinaldi e Mattia Pozzo fra gli juniores. Da questo punto di vista sono stato fortunato…».

La vittoria di forza a Montecassiano, precedendo Bruno e il compagno di team Bortoluzzi (Photors)
La vittoria di forza a Montecassiano, precedendo Bruno e il compagno di team Bortoluzzi (Photors)
Perché?

Perché mi sono ritrovato in una squadra dove regnava la tranquillità, non c’erano particolari aspettative. Questo mi è servito per crescere, poi da U23 ho continuato a evolvermi, due anni con la Gallina Ecotek e dallo scorso anno alla General Store.

Come mai hai cambiato a metà della tua permanenza nella categoria?

Non mi trovavo male nel team di Turchetti, i primi due anni sono stati utili, ma a un certo punto si è deciso che il club lasciava la Continental e io invece volevo quella dimensione per mantenere un calendario adeguato. Ci siamo lasciati in buoni rapporti, con la General Store ho trovato esattamente la risposta alle mie aspettative. Il primo anno però è stato difficile perché nelle prime gare sono caduto più volte e ho perso così molto tempo per raggiungere la forma migliore. Mi si era abbassata l’autostima e nel finale ormai, quando mi sono ripreso, era un po’ tardi.

Cirlincione ha corso in Piemonte fino agli juniores, poi due anni alla Gallina e due alla General Store (foto Instagram)
Cirlincione ha corso in Piemonte fino agli juniores, poi due anni alla Gallina e due alla General Store (foto Instagram)
Il 2025 è iniziato con ben altro piglio…

Quest’anno sono partito con più calma, guardando alle classiche primaverili internazionali, ma forse proprio questo disincanto mi ha reso più leggero e quindi efficiente per le prime corse della stagione fino alla vittoria a Civitanova Marche. Facendo il paragone fra i due team, entrambi sono curati nell’appoggio ai propri corridori, il fatto è che il calendario è più ricco.

Parliamo della tua realtà geografica: com’è correre e cercare di emergere venendo da Cuneo, c’è attività dalle tue parti?

E’ un tema interessante. Qui le società ci sono, vedi Mattio e poi dalle mie parti sono emersi corridori anche nelle ultime stagioni, ad esempio Oioli e Bozzola. Forse il problema è che da queste parti non ci sono grandi team nell’ambito juniores e credo che questo derivi molto dall’impostazione culturale che diamo all’attività. Qui si punta soprattutto al divertimento, a lasciare i ragazzi (e ci metto anche gli allievi) liberi di trarre il meglio dall’attività, di rimanere in questo mondo, senza pesare troppo sui risultati. E’ chiaro però che ci si diverte soprattutto se si va forte e i risultati vengono di conseguenza.

Cirlincione si definisce uno scalatore più aerobico, non scattista ma capace negli arrivi ristretti (Photors)
Cirlincione si definisce uno scalatore più aerobico, non scattista ma capace negli arrivi ristretti (Photors)
Che cosa significa ciò?

Che cresciamo con la voglia di allenarci prendendo l’attività sempre come un gioco. Io dico che il sistema da questo punto di vista funziona, chiaramente poi si arriva al punto di trovare spazio oltre i nostri confini regionali per continuare a crescere e fare di questo gioco qualcosa di più.

Questo però comporta anche che ci sia un peso specifico diverso con altre regioni del nord…

Effettivamente tante squadre soprattutto lombarde vengono da queste parti a fare ciclomercato. I ragazzi sono stimolati ad accettare perché gli danno tutto, compresa la bici, nelle società di qui invece c’è una mentalità diversa. Io ad esempio ho avuto e ho usato la mia bici finché non sono passato under 23. Non dimentichiamo poi che la tradizione di queste zone è molto legata all’offroad.

Il piemontese era già stato vincitore lo scorso anno al GP Rovescalesi e nel 2023, nella Gallina, al GP Chianti (foto Fruzzetti)
Il piemontese era già stato vincitore lo scorso anno al GP Rovescalesi e nel 2023, nella Gallina, al GP Chianti (foto Fruzzetti)
Ora che cosa ti aspetta?

Sono alla Coppi e Bartali ma so che troverò un livello molto alto, vado non per fare risultato quanto per preparare le classiche della categoria, tra le quali non vedo l’ora di correre il Recioto con il quale ho un rapporto di amore/odio, perché lo reputo la corsa più adatta a me ma per una ragione o per l’altra non riesco mai ad arrivarci nella forma giusta. Speriamo che questo sia l’anno giusto, lì mi voglio proprio divertire…

Turconi e la Sanremo: emozioni, freddo, pioggia e tanta fatica

25.03.2025
5 min
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Il più giovane a partire da Pavia e ad arrivare a Sanremo, un aspetto non banale se hai 19 anni e sei alla tua prima Classica Monumento. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che è la corsa più lunga dell’anno e tu ti sei fatto 237 chilometri in fuga tutto aumenta d’importanza. Stiamo parlando di Filippo Turconi, corridore al suo secondo anno da professionista nel team Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè (in apertura foto ilciclistafotografo). Ieri pomeriggio (lunedì) quando lo raggiungiamo al telefono era appena tornato da un allenamento di tre ore. 

«Anche oggi (ieri per chi legge, ndr) – dice Turconi – ho preso un po’ di pioggia. Sono uscito in bici, ma senza obiettivi specifici, giusto per pedalare e far girare le gambe. Il giorno dopo la Milano-Sanremo erano abbastanza doloranti, tanto che domenica pomeriggio ho dormito alla grande, dovevo ancora recuperare!».

La prima parte di gara è stata caratterizzata da freddo e pioggia
La prima parte di gara è stata caratterizzata da freddo e pioggia

Il primo ricordo

Prendere parte alla prima Classica Monumento della propria carriera è uno di quei momenti che nella mente di un ciclista rimangono scolpiti per tutta la vita. Riuscire ad avere un ruolo importante dentro la corsa rende il tutto ancora più speciale, senza contare che sulle strade della Sanremo c’è stato spazio anche per uno striscione dedicato al giovane Turconi.

«Erano i miei genitori con un gruppo di amici – racconta – e devo dire che non me lo aspettavo. A fine gara erano tutti contenti della mia prova, ho ricevuto davvero tanti messaggi, da amici, ex compagni di squadra e vecchi diesse e il presidente della mia squadra da junior: la Bustese Olonia. Ho ricevuto attestati di stima anche da gente che non conosco e questo mi ha fatto piacere, vuol dire che mi sono fatto riconoscere. 

Il piano era di alzare il ritmo sul Turchino per evitare che il gruppo rientrasse
Il piano era di alzare il ritmo sul Turchino per evitare che il gruppo rientrasse
Com’è stata questa esperienza alla Sanremo, partiamo dalla convocazione…

E’ stata inaspettata, non credevo di riuscire a fare una gara di questo livello così presto. Quando l’ho saputo sono rimasto stupito. Da un lato ero anche spaventato perché una gara così lunga non l’avevo mai fatta, sia per chilometri che per ore in bici. La mia paura principale era quella di non riuscire a finire la gara. Poi nei giorni di avvicinamento ho pensato che entrare nella fuga iniziale mi sarebbe tornato utile. 

Perché?

Quando sei davanti non subisci il ritmo del gruppo, che in certi punti sarebbe stato davvero elevato, ma mantieni un’andatura costante. Se sei in fuga hai una posizione di vantaggio, sono gli altri che devono venirti a prendere. Ho sfruttato il fatto che ci fosse Marcellusi nel primo gruppetto che si è avvantaggiato per rientrare e far parte della fuga di giornata. Lui mi ha dato qualche consiglio, come quello di non esagerare troppo nello sforzo nei primi 100 chilometri. 

Negli ultimi 50 chilometri il ritmo si è alzato notevolmente, con la corsa che è esplosa sui Capi
Negli ultimi 50 chilometri il ritmo si è alzato notevolmente, con la corsa che è esplosa sui Capi
Il clima non vi ha aiutato nella prima parte…

Dentro di me ho detto: «Cavolo, già è una gara lunga, se poi ci si mettono anche pioggia e freddo…». Però le previsioni non davano pioggia, ma solo nuvoloso. Così sono partito abbastanza coperto, ma non troppo. Nella prima ora e mezza ho sofferto il freddo, tanto che mi sono dovuto fermare per allacciare la mantellina perché avevo le mani congelate. 

Poi finita la discesa del Turchino è spuntato il sole…

E’ iniziata un’altra gara, nell’arco di 4 chilometri siamo passati dall’essere coperti a pedalare in maglietta e pantaloncini. Toglierti gli indumenti umidi ti dà uno sprint emotivo in più. Abbiamo anche ripreso vantaggio sul gruppo. Sembra una banalità, ma tutti questi fattori ci hanno dato grande spinta, tanto che ci siamo messi in doppia fila e siamo andati regolarmente sopra i 50 chilometri orari. 

Turconi, una volta ripresa la fuga, ha proseguito da solo fino all’arrivo: 35 chilometri interminabili
Turconi, una volta ripresa la fuga, ha proseguito da solo fino all’arrivo: 35 chilometri interminabili
Poi sono arrivati i Capi e la corsa è esplosa.

Nell’arco di pochi chilometri ci hanno recuperato davvero tanti minuti. Già da Capo Mele avevo capito che le energie stavano finendo, ho provato a tenere duro, ma sull’ultimo dei tre, il Berta, avevo le gambe in croce e il gruppo mi ha ripreso. 

Com’è andata poi?

Volevo onorare la corsa e portarla a termine nel migliore dei modi. Dalla fine dei Capi fino a Sanremo sono stati i 35 chilometri più lunghi della mia vita. Speravo di riprendere qualcuno, ma non arrivava nessuno, sono stato solo per tutto quel tempo. Dietro di me avevo solo l’ammiraglia. 

Eccolo sul traguardo di Sanremo, sfinito ma appagato per aver portato a termine la sua prima Sanremo (foto ilciclistafotografo)
Eccolo sul traguardo di Sanremo, sfinito ma appagato per aver portato a termine la sua prima Sanremo (foto ilciclistafotografo)
Ti sei goduto il bagno di folla su Cipressa e Poggio?

E’ stato bellissimo. Sono state le due salite dove ho fatto più fatica in tutta la mia vita, perché non andavo su, però è stato questo il bello. Sembrava non finissero più e a bordo strada c’era un pubblico che non avevo mai visto. Nell’ultimo chilometro del Poggio ero distrutto ma contentissimo, perché sapevo di averla finita, inoltre c’era ancora tantissimo entusiasmo a bordo strada. 

Quando hai visto il triangolo rosso dell’ultimo chilometro cosa hai pensato?

E’ stato un sollievo, ho detto: «E’ finita». Me lo sono goduto come se l’avessi vinta. Una vittoria personale.

Il premio per questa vittoria qual è stato?

Mi sono fermato a mangiare in trattoria. Una bella tagliata come premio per le mie fatiche. Dopo ho dormito, ero distrutto!

Nuove Vision Metron RS, il tassello del segmento racing series

25.03.2025
7 min
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MASSA MARITTIMA – RS di Vision è l’acronimo che identifica il segmento di ruote sviluppate per la competizione. A questo si unisce l’iconico nome Metron, sinonimo del massimo studio in fatto di aerodinamica. Vision è tra i pochissimi produttori al mondo a realizzare internamente l’intero processo, dalla bozza al prodotto finito. Abbiamo iniziato a studiarle e provarle in occasione di BCA – Bike Connection Agency, incontro fra aziende e stampa specializzata che si è tenuto in provincia di Grosseto.

Le nuove ruote Vision entrano nel catalogo con due profili, da 45 e 60 millimetri, hanno entrambe il cerchio full carbon e portano in dote l’ultima evoluzione del mozzo P.R.S. E soprattutto i raggi in carbonio. Vediamole nel dettaglio e i primi feedback del test in anteprima.

Nuove Vision Metron RS, esempio di design, performance e tecnologia della ruota
Nuove Vision Metron RS, esempio di design, performance e tecnologia della ruota

Come si posizionano le nuove Vision

Prima di snocciolare le caratteristiche tecniche, è opportuno identificare il posizionamento delle Metron RS. Per quanto concerne l’ASTM (American Society Testing Materials), le RS sono di livello 2, ovvero rientrano nella categoria super performance, con un’affidabilità superiore che strizza l’occhio anche ad una sorta di light gravel (inteso ad esempio, come strade bianche, dove sono state utilizzate in segreto).

Le due versioni hanno il cerchio full carbon (rinnovato il processo di laminazione della fibra e applicazione delle grafiche, per limare sul peso), per entrambe il canale interno largo 23 millimetri. Sono tubeless ready con predisposizione anche al copertoncino, significa che hanno il cerchio hooked (non sono hookless). Il design e le performance delle Metron RS sono state finalizzate nella galleria del vento di San Diego (USA).

Ci sono i raggi in carbonio

Le 60 hanno il cerchio largo 33 millimetri, le 45 hanno una larghezza massima di 31,1, sono entrambe piuttosto panciute. Hanno i mozzi P.R.S. in alluminio e di ultima generazione. Hanno una sorta di profilo asimmetrico/svasato a V. Il mozzo posteriore è stato pensato per offrire la massima efficienza e velocità d’ingaggio del sistema dentato. Il meccanismo interno ha ben 72 denti, 5° l’angolo di lavoro e tutto è lavorato CNC (molto più durevole rispetto alle generazioni con 54 denti). Le sfere sono ceramiche. La compatibilità del mozzo posteriore è per Shimano e Sram.

La grande novità arriva dall’impiego dei raggi in carbonio con una sorta di forma a T dalla parte del cerchio, a testa dritta verso le flange del mozzo. In particolar modo la forma a T è mirata ad azzerare il problema della rotazione dei raggi (raggio e nipplo non sono incollati, ma sono uniti meccanicamente). Sono montati e caricati/registrati con una cura artigianale, sono 20 per l’anteriore, 28 per la posteriore con incrocio in seconda. Hanno un profilo piatto/aerodinamico e rispetto a raggi di pari categoria in acciaio sono più leggeri di 2,4 grammi per ogni singolo pezzo. L’utilizzo dei raggi in carbonio ha fatto cambiare il processo di costruzione del cerchio. I fori dedicati ai nippli (esterni) non sono ottenuti per estrusione. E’ il nuovo disegno dello stampo che permette di avere una sorta di blocco unico, con il carbonio che non ha interruzione delle fibre.

A destra il disegno del nuove cerchio RS, dove i fori sono parte integrante dello stampo
A destra il disegno del nuove cerchio RS, dove i fori sono parte integrante dello stampo

Le prove in galleria del vento

Le Vision Metron RS, sia le 45 che le 60 millimetri sono state utilizzate con un doppio setting di pneumatici, da 28 e 30 millimetri. Nella prima situazione è stata usata una pressione di 4,13 bar, per le 60 3,9 bar. Ben sette le diverse angolazioni, da 0,5 a 20°.

Per quanto concerne i dati rilevati all’interno della galleria del vento, le RS mostrano un’efficienza superiore alle top di gamma SL e mostrano una resistenza ridotta quando impattano con l’aria. Le nuove Vision Metron RS si posizionano al di sopra delle attuali SL, che saranno mantenute in catalogo almeno per tutto il 2025.

Giorgio Marra di Vision (foto MirrorMedia)
Giorgio Marra di Vision (foto MirrorMedia)

Ruote già vincenti

Vision Metron 45 RS hanno un valore dichiarato alla bilancia di 1.290 grammi al paio, mentre le 60 pesano 1390 grammi. I prezzi di listino rispettivamente di 3.109 e 3.179 euro, che fanno rientrare queste ruote in un segmento d’elite.

«Queste ruote – ci racconta Giorgio Marra del reparto marketing di Vision – sono state consegnate ai diversi team sponsorizzati fin dal mese di novembre (sono fra le altre le ruote della XDS-Astana e della Ef Education-Easy Post, ndr). L’obiettivo era quello di far lavorare intensamente gli atleti fin da subito, di far capire il prodotto e di prendere le giuste misure in termini di binomio ottimale ruota/pneumatico. In questo inizio di stagione, le nuove Metron RS hanno vinto in diverse occasioni e contesti differenti.

«Vision Metron RS è anche una sorta di conferma dell’evoluzione delle ruote e non si tratta esclusivamente dei raggi in carbonio, plus davvero importante, ma di creare sempre il match perfetto con gli pneumatici che hanno sezioni sempre maggiori. Vision è in prima fila, grazie alla collaborazione attiva con team differenti, che usano brand diversi di pneumatici».

I nostri primi feedback

Nel corso delle giornate di BCA a Massa Marittima, dove le ruote Vision sono state presentate in anteprima alla stampa internazionale, abbiamo avuto l’occasione di percorrere un centinaio di chilometri (totali), con il profilo da 60 e da 45. Una sorta di confronto, dove la ruota da 45 diventa una conferma, leggera e briosa, agile e perfetta con il tubeless da 30. Tanto reattiva e immediata nelle risposte, per nulla estrema.

Ci ha colpito in modo positivo e quasi inaspettato il profilo da 60, una “ruotona” solo in fatto d’impatto estetico. Velocissima quando l’andatura va oltre i 40 chilometri orari, la ruota sembra fornire un aiuto alla spinta e non subisce il vento laterale, fattore che gli permette di essere affidabile prima di tutto, sfruttabile anche da corridori leggeri. Sorprende quando la strada sale, perché non trasmette nessuna sensazione relativa alla massa rotante “pesante” della ruota. Di certo impegnativa in discesa, meno rispetto al lecito immaginabile. Vision Metron RS è ruota da agonista in chiave moderna.

Vision

Partito il Catalunya, antipasto di Giro e non solo. Parla Pozzovivo

25.03.2025
6 min
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Con la volata di ieri a Sant Feliu de Guixols vinta da Matthew Brennan si è aperta la Volta Ciclista a Catalunya, una delle corse più attese e anche più importanti. Quest’anno sette tappe per un totale di 1.182 chilometri e 19.122 metri di dislivello. E stavolta è ancora più attesa per chi aspira al Giro d’Italia visto che si sfidano Primoz Roglic e Juan Ayuso, probabilmente i due contendenti principali per la maglia rosa.

Per entrare meglio nei meandri di questa corsa, tanto particolare, secondo molti la più difficile insieme a Paesi Baschi e Delfinato per l’intensità con cui viene affrontata, ci siamo rivolti a Domenico Pozzovivo. L’esperto lucano, oltre ad avere una certa esperienza (anche) in questa gara, è stato l’ultimo italiano a salire sul podio: terzo nel 2015 e vincitore di una tappa (nella foto di apertura). Strategie, percorsi, salite, il duello Ayuso-Roglic, sentiamo il Pozzo nazionale!

La Catalunya è la regione di Barcellona. Si trova nel Nord Est della Spagna. Sette le tappe previste
La Catalunya è la regione di Barcellona. Si trova nel Nord Est della Spagna. Sette le tappe previste
Domenico, ecco dunque il Catalunya: che gara è? Pensando anche alla Parigi-Nizza, alla Tirreno Adriatico o ai Paesi Baschi, come si colloca?

In generale come starting list e come caratteristiche dei corridori che vengono schierati dalle squadre è una delle gare con meno peso al via. E per peso intendo proprio il peso medio dei corridori. Facendo la media del peso dei corridori partenti, al Catalunya e ai Paesi Baschi siamo al minimo dell’anno. Ci sono tante squadre che vanno senza velocista, addirittura. Di solito nelle squadre ci sono due passisti e un velocista per coprire le volate, ma al Catalunya capita spesso di avere zero velocisti e forse neanche un passista o comunque gente sopra gli 80 chili.

Anche ieri in effetti, nonostante un percorso veloce, c’è stato uno sprint anomalo con 23 atleti nel primo gruppo. Un drappello misto di sprinter e uomini di classifica…

Quest’anno ci sono un paio di occasioni per i velocisti puri, però la startlist è rimasta molto povera di sprinter, a parte Dainese, Groves e pochi altri. Questo rende la corsa meno scontata anche nelle tappe più facili. Non essendoci un blocco o tre-quattro squadre che vogliono tenere chiusa la corsa, tutto diventa più imprevedibile, anche in una tappa come quella di ieri, che tra l’altro era molto frastagliata nel finale.

Che tipo di percorsi ci sono in quella regione della Spagna? E in particolare come sono le salite della Catalunya?

A me piacevano molto perché le strade sono in perfette condizioni. In Catalunya è difficile trovare buche. Si pedala spesso su statali o strade ampie, anche gli arrivi in salita non sono su strade strette di montagna. Sono salite lunghe, con pendenze non impossibili. Per esempio, l’arrivo alla Molina è abbastanza in alto, e poco prima si arriva quasi a 2.000 metri (Coll de la Creueta, ndr) e il freddo può essere un fattore.

La vittoria di ieri di Matthew Brennan, una stoccata d finisseur
La vittoria di ieri di Matthew Brennan, una stoccata d finisseur
Anche l’arrivo al Montserrat, quarta tappa, è interessante…

La salita è molto costante, intorno al 7 per cento, lunga circa 7 chilometri. L’ultimo chilometro e mezzo è più facile: perfetta per Roglic. Lo scenario è spettacolare, con il monastero incastonato nella roccia. Questi arrivi fanno la differenza. Differenza nel ciclismo moderno, in cui i distacchi sono sempre contenuti.

Chiaro…

Poi c’è la salita di La Queralt, che arriva al termine di quella che considero la tappa regina, la sesta, nonostante quella di La Molina sia più lunga e con più dislivello. Qui ci sono scalate in successione. La salita di Queralt è lunga circa 8,5-9 chilometri con pendenza media del 7,5 per cento. Non è estrema, ma impegnativa, soprattutto nel contesto di una tappa che, come ho detto, ha un susseguirsi di salite.

E del circuito finale, con il Montjuic, cosa ci dici? Può fare selezione?

Può fare selezione se è preso forte sin dal primo dei suoi sei passaggi. Magari può anche rimescolare un po’ le carte nella generale, ma va preso di petto con la squadra, perché poi in discesa ci si ricompatta in qualche modo se davanti qualcuno non tira. Tutti pensano al Montjuic, ma il pezzo più duro si ha nella discesa. Si fa il giro dello stadio e poi c’è una svolta a destra. Da lì si fa uno strappo duro, spaccagambe davvero. Chi ha fatto il Catalunya se lo ricorda sicuro!

Il grande atteso Primoz Roglic. Lo sloveno ha già vinto il Catalunya nel 2023
Il grande atteso Primoz Roglic. Lo sloveno ha già vinto il Catalunya nel 2023
Queste, Domenico, sono le prime vere salite lunghe della stagione. Cosa cambia rispetto a quelle più brevi? Portano dati importanti ai fini della preparazione?

Sì, alla fine di questa gara probabilmente esci con qualche record stagionale sui minutaggi più lunghi. In allenamento è difficile spingerti oltre 30-40 minuti di sforzo intenso. Qui invece affronti salite che ti portano anche mezz’ora o più di sforzo continuo. Questo ti permette di capire eventuali carenze che hai su certi range di durata e intensità, dandoti indicazioni utili per il lavoro successivo.

Veniamo un po’ al parterre. Ci sono Quintana, Carapaz, Mas, Thomas… un ottimo livello, ma le due stelle, pensando anche al Giro, sono Ayuso e Roglic. Come affronteranno questa corsa? Si sfideranno già a viso aperto o si studieranno?

Visto il loro carattere e il loro modo di correre, Roglic probabilmente studierà l’avversario e cercherà di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, magari con un’azione all’arrivo o in volata. Ayuso invece lo vedo più intraprendente, più propenso a segnare il territorio e a dimostrare che sarà competitivo al massimo al Giro. Secondo me cercherà azioni più da lontano.

Il percorso, considerando le salite e l’assenza di velocisti, per chi ti sembra più adatto tra i due?

Lo vedo calibrato su Roglic. Ci sono due arrivi perfetti per lui: la Molina e il Montserrat. La Molina è una salita abbastanza regolare, con una discesina e poi l’ultimo chilometro che torna a tirare. Quando Roglic è in forma riesce a fare la differenza su questi tipi di arrivi perché sa dare un’altra sgasata quando è in asfissia. Anche il Montserrat, con le sue pendenze costanti e il finale più facile, è perfetto per le caratteristiche di Primoz.

Ayuso, affamato come sempre, vorrà vincere sulle strade di casa
Ayuso, affamato come sempre, vorrà vincere sulle strade di casa
Vedi altri protagonisti oltre a loro due?

Carapaz finora ha un po’ deluso, ma potrebbe aver carburato. Arrivando dal Sud America, spesso l’altitudine richiede tempo per ritrovare la miglior condizione. Poi c’è Landa, la costanza fatta persona e sicuramente sarà da top cinque e non è poco. Ma io sono curioso di vedere Giulio Pellizzari.

Perché?

E’ un ragazzo interessante. Ci ho corso insieme e so che ha numeri importanti, correrà in appoggio a Roglic ovviamente. Giulio deve avere pazienza, gestire il suo ruolo e salire di gerarchia con il tempo. Alla fine, quando hai talento, lo spazio lo trovi anche se sei in uno squadrone come la Red Bull-Bora.

Olivo: il talento e le mille strade tra cui scegliere

24.03.2025
6 min
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Il percorso di Bryan Olivo tra gli under 23 sembrava avviato verso più rosei destini. Per il tre volte campione italiano nel ciclocross, prima nella categoria esordienti e poi anche tra negli allievi e juniores, la strada era spalancata. L’approdo nel Cycling Team Friuli di Renzo Boscolo, nel 2022, era la ciliegina sulla torta per un talento da scartare e consegnare al mondo dei grandi.

Invece la sfortuna ci ha messo del suo, dalla sua stagione d’esordio tra gli under 23 il friulano ha fatto fatica a mettere insieme un numero di gare accettabile. A inizio 2022 fu un problema al ginocchio a fermarlo per un po’, l’anno successivo si inserì un problema intestinale nel mese di maggio. Per concludere la collezione di episodi sfortunati nel 2024 è arrivato il carico da novanta con un’infiammazione al miocardio che lo ha tenuto fermo per due mesi. 

Per Bryan Olivo l’esordio stagionale è arrivato con la formazione WT del Bahrain Victorious, alla Volta ao Algarve
Per Bryan Olivo l’esordio stagionale è arrivato con la formazione WT del Bahrain Victorious, alla Volta ao Algarve

Qualità

A fronte di tutti questi episodi Renzo Boscolo ha deciso di portare con sé Olivo nel progetto del devo team Bahrain Victorious. Il quarto anno da under 23 non è nelle corde del tecnico triestino ma il talento di Olivo meritava di essere accompagnato ancora, nel tentativo di farlo sbocciare.

«Per il momento – racconta Renzo Boscolo – i due passaggi che Olivo ha fatto con la formazione WorldTour sono andati bene. Nelle gare di Rodi ha avuto un po’ di influenza, lui come altri del team, però si è ripreso bene. Ha lavorato tanto quindi speriamo abbia superato tutti i problemi di salute perché le qualità sono buone».

Finite le gare a Rodi con il devo team per il friulano rotta verso Nord, qui alla Nokere Koerse
Finite le gare a Rodi con il devo team per il friulano rotta verso Nord, qui alla Nokere Koerse
Quando è stato bene i risultati sono arrivati…

Oltre ai risultati nel ciclocross Olivo è andato forte sia a cronometro che in pista. Ha vinto il titolo nazionale under 23 nelle prove contro il tempo nel 2023. Mentre su pista nel 2021 ha conquistato l’argento nell’inseguimento a squadre juniores. Il suo problema sono i guai fisici che gli hanno tolto una grande fetta di attività e di crescita. 

Pensi abbia le qualità per emergere comunque?

Sì, indubbiamente. Un ragazzo come Olivo merita di stare al piano superiore, quello dei professionisti. 

In un mondo che va sempre più veloce con lui serve pazienza, tanto che anche voi siete andati oltre il vostro credo di non lavorare con ragazzi al quarto anno da U23.

Per il fatto di avere appeal tra i professionisti non posso negare quello che ho sempre detto, ai ragazzi viene chiesto sempre di più e poco importa delle problematiche che ci sono dietro al percorso di ognuno di loro. Un esempio che mi viene in mente in questo senso è quello di Pietrobon. Lui è rimasto fermo per due mesi, è ripartito dalla continental di Basso e Contador per poi entrare nella professional l’anno successivo. 

Olivo nel 2024 aveva iniziato la stagione alla grande con la vittoria alla San Geo
Olivo nel 2024 aveva iniziato la stagione alla grande con la vittoria alla San Geo
Il percorso di crescita non può essere lineare per tutti.

Diventa più difficile, ma non impossibile, lui è uno che può scalare questo muro e passare tra i grandi. Magari lo farà più piano, ma quando lo chiameranno sarà pronto. Poi credo che questa tendenza a prendere gli juniores e farli passare direttamente nel WorldTour si esaurirà. E ce ne sono altri di atleti che hanno avuto un percorso non lineare, ad esempio Malucelli.

Dopo il caso Gazprom sembrava tutto finito.

Invece si è messo in gioco ed è tornato a un buonissimo livello, tanto da essere rientrato nel WorldTour. Se ci è riuscito lui a trent’anni non vedo perché non debba farlo un ragazzo di ventidue. La cosa importante è che il lavoro dietro sia fatto bene, con una struttura che segua il ragazzo. A mio avviso c’è ancora spazio per Olivo. 

Che tipo di percorso c’è ora per lui?

Siamo stati chiari fin dall’inizio del progetto devo team. Dopo quattro anni da under 23 l’obiettivo deve essere fare determinate esperienze e correre gare di un certo livello. La cosa più importante è farsi trovare pronti quando il WorldTour chiama. Olivo fino a qui lo ha fatto, alla Volta ao Algarve

La sensazione negli anni è di aver avuto davanti agli occhi un corridore in grado di fare bene ovunque ma senza aver capito che strada può intraprendere, ce lo dici?

Per quanto mi riguarda Olivo è un croman e un pistard di valore. Un ragazzo in grado di dare un grande supporto alla squadra e capace di lavorare per i capitani. La sua forza in questo caso è sul passo e sull’affidabilità in corsa. 

Su pista lo si è visto poco.

Dopo quell’europeo al Cairo di quel gruppetto juniores (formato da Mion, Delle Vedove, Violato, Nicolisi e Olivo, ndr) in pochi sono stati portati avanti nel percorso con la pista. Al di là di questa considerazione Olivo ha portato avanti la disciplina, correndo i campionati italiani e andando spesso a girare a Montichiari. 

Olivo si è dedicato anche alla pista, qui in azione in maglia Cycling Team Friuli
Olivo si è dedicato anche alla pista, qui in azione in maglia Cycling Team Friuli
Può trasportare a tutti gli effetti queste qualità anche su strada diventando un vincente anche lì?

Alla San Geo del 2024 ha vinto e una settimana dopo sono iniziati gli ennesimi problemi. Lui è un corridore che ha bisogno di una corsa molto dura per emergere, però su strada può dire la sua. Il ragionamento è che tra gli under 23 potrebbe essere un vincente, ma non è detto che poi sali di categoria e continui ad esserlo. E’ un percorso di crescita da fare con calma perché da U23 sei forte fisicamente ed emergi, ma una volta che sei nei professionisti sono tutti forti a livello fisico. 

Forse un percorso di crescita in un devo team può fargli bene, ma non passare direttamente nel WorldTour, vista la poca possibilità di mettersi in mostra. 

Ognuno ha il suo cammino. Tanti ragazzi che sono passati da noi, ancora quando eravamo CTF, hanno poi avuto carriere diverse. Pietrobon è un esempio, ma pensate anche a De Cassan o ai gemelli Bais. Penso che un corridore come Olivo possa trovare la sua dimensione, dipenderà anche da quali offerte arriveranno. Per ora ha una stagione sulla quale puntare tanto e nella quale migliorare ancora.