Il Turchino e altri 40 chilometri: la ricetta di Magnaldi per Sanremo

28.03.2025
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In attesa che la Gand-Wevelgem di domenica riaccenda i riflettori sulle grandi classiche del WorldTour, avendo appena visto Lorena Wiebes dominare anche a De Panne, torniamo sulla Milano-Sanremo con Erica Magnaldi.

C’era grande confusione attorno alla prima edizione della Classicissima di Primavera al femminile. Il percorso era illeggibile e questo ha portato alle scelte più disparate. Alcune squadre hanno lasciato a casa le velociste e altre, al contrario, hanno puntato su atlete di grande potenza, certe che Cipressa e Poggio non avrebbero fatto la differenza. Non avendo una velocista del livello di Wiebes e Balsamo, il UAE Team Adq ha scelto di puntare tutto su Elisa Longo Borghini e le ha costruito attorno una squadra per fare la selezione in salita. Erica Magnaldi doveva essere l’ago della bilancia sulla Cipressa.

«Solo che alla Cipressa – sottolinea da Sierra Nevada, dove sta preparando il resto della primavera – si arrivava soltanto dopo circa 120 chilometri quasi completamente pianeggianti, quindi non era la stessa cosa che vivono gli uomini, che la iniziano quando ne hanno già 250-260. Il gruppo era in buona parte ancora fresco, eravamo tante, per cui una ragazza da sola non bastava per fare la selezione».

Erica Magnaldi, cuneese di 32 anni, è laureata in medicina ed è pro’ dal 2018
Erica Magnaldi, cuneese di 32 anni, è laureata in medicina ed è pro’ dal 2018
Però ci hai provato…

Sì e sicuramente abbiamo un po’ ridotto il gruppo. Però le velociste più forti erano difficili da staccare su quelle pendenze e delle salite non lunghe, in una gara così breve. Per noi donne 156 chilometri non sono una distanza proibitiva. Quello che abbiamo appurato a posteriori, analizzando la corsa, è che se davvero si vuole fare corsa dura sulla Cipressa bisogna impegnare metà della squadra, altrimenti diventa una gara per velociste.

Ricordi quale sia stato lo svolgimento della tua Cipressa?

Sì, è stato abbastanza semplice. L’ho presa a tutta da sotto e ho continuato a tutta finché ce l’ho fatta. Mi hanno detto che a ruota, soprattutto finché c’è stato un gruppo di una trentina di persone, si stava bene. Si risparmiavano tanti watt rispetto al prendere il vento davanti. Però è stato comunque un bel momento. Siamo state protagoniste come squadra, perché siamo state forse le uniche a cercare la selezione. In più è stato emozionante essere in testa, alla prima edizione della Sanremo, su quella salita che avevo visto tante volte in televisione con gli uomini e sentire tanta gente che mi incitava. Sicuramente è un momento che ricorderò.

Pensi che le vostre corse dovrebbero essere allungate?

Dipende, non ha senso generalizzare. Ci sono gare che mantengono la loro peculiarità e la loro difficoltà anche se non sono lunghissime. Dalla Sanremo sinceramente mi aspettavo che, così come per gli uomini è la gara più lunga del calendario, lo fosse anche per noi. Una gara sui 200 chilometri, che per noi sarebbe la più lunga e aggiungerebbe qualcosa che forse è mancato in questa edizione. Per carità è stata molto avvincente, l’ho riguardata e il finale è stato molto bello da vedere, spettacolare anche così. Però, visto che il percorso non è dei più selettivi o dei più particolari, forse la lunghezza sarebbe una caratteristica che avrei aggiunto.

Il forcing di Magnaldi non ha eliminato le velociste più forti: Longo Borghini si volta, Kopecky l’ha già messa nel mirino
Il forcing di Magnaldi non ha eliminato le velociste più forti: Longo Borghini si volta, Kopecky l’ha già messa nel mirino
I 200 chilometri non fanno paura?

In realtà più di una volta al Tour abbiamo fatto tappe di 160-170 chilometri, quindi ci stiamo già avvicinando a delle lunghezze notevoli. Per cui visto che il nostro livello aumenta di anno in anno, forse è giusto intervenire anche sulle distanze. Le ragazze che si allenano come delle professioniste fortunatamente sono sempre di più, per cui in certe corse come la Sanremo allungherei il percorso, anche perché altrimenti diventa veramente difficile fare la selezione.

Fra le nostre ipotesi ci sarebbe la partenza da Novi Ligure, che permetterebbe di fare anche il Turchino…

Esatto, più o meno quello che mi aspettavo. Avere anche noi il Turchino sarebbe stato diverso, perché avrebbe dato l’occasione a qualche fuga di prendere il largo, cosa che è un po’ mancata in questa edizione. Una delle caratteristiche della Sanremo maschile, che per noi non c’è stata, è la possibilità che parta una fuga da lontano, impossibile su un percorso veloce e corto come il nostro. Da noi la fuga che prende vantaggio non viene ripresa di certo come per i professionisti e questo avrebbe aggiunto un po’ di spettacolo e di incognita.

Sei a Sierra Nevada preparando i prossimi obiettivi?

Esatto. Il 20 aprile, lo stesso giorno dell’Amstel, farò una gara in Francia, a Chambéry. Poi rientro nel WorldTour con la Freccia Vallone e da lì il focus principale sarà sulla Vuelta Espana, che inizia dieci giorni dopo e dove vorrei arrivare tirata a lucido.

Pogacar alla Roubaix, parla Prudhomme in presa diretta

28.03.2025
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LILLE (Francia) – Il caso ha voluto che, mentre Tadej Pogacar ufficializzava la sua partecipazione alla Parigi-Roubaix, noi ci trovassimo proprio da quelle parti, per di più in compagnia di chi la Roubaix la organizza: Amaury Sport Organisation, vale a dire Christian Prudhomme.

Nella cerimonia dei 100 giorni al via della Grande Boucle, lo sloveno in qualche modo è riuscito a rubarsi la scena o almeno a prendersene un bel pezzetto. E di certo ha abbattuto le ultime resistenze, più che comprensibili, di Mauro Gianetti e della squadra (qui il video). Un rischio sì, ma di fronte alla volontà, all’ambizione e all’estro di un atleta che può riscrivere la storia, come opporsi?

Christian Prudhomme ha parlato della presenza di Pogacar alla Roubaix
Prudhomme ha parlato della presenza di Pogacar alla Roubaix

Prudhomme gongola

Avevamo affrontato il discorso con Sonny Colbrelli, quando uscì il video dello sloveno ad Arenberg, ora a tornare sull’argomento è proprio Prudhomme.

«E’ insolito vedere corridori così leggeri puntare alla Roubaix – ha detto il direttore del Tour – specie nel passato, ma i campioni di oggi sono un po’ diversi, Pogacar soprattutto. Lui sa guidare benissimo, ha una classe enorme, tanta potenza e non posso che essere contento della sua presenza nella classica delle pietre».

Tra l’altro, parlando proprio di pietre, dove i settori dell’Inferno del Nord sono così vicini, Prudhomme ha detto che non li hanno voluti inserire nella Grande Boucle così presto per evitare rischi. In effetti se si affrontano dopo 5 o 6 tappe è diverso rispetto a farlo nella prima o nella seconda frazione, per di più con la maglia gialla in palio per un enorme numero di atleti.

Dopo aver vinto Il Tour nel 2012, Wiggins è tornato alla Roubaix, ma di fatto già aveva rinunciato a fare classifica nei grandi Giri
Dopo aver vinto Il Tour nel 2012, Wiggins è tornato alla Roubaix, ma di fatto già aveva rinunciato a fare classifica nei grandi Giri

Che parterre

«Pogacar – va avanti Prudhomme, subito informatissimo – è il terzo vincitore del Tour alla partenza della Paris-Roubaix negli ultimi trent’anni, più o meno. Mi ricordo che una decina d’anni fa (era il 2014, ndr) eravamo felici di avere Bradley Wiggins, re del Tour 2012, al via. Ed era una vera particolarità. Ora questo sarà amplificato perché Pogacar è campione in carica e perché verrà per vincere».

Dopo le fatiche di Sanremo, Pogacar, per essere al via della Roubaix, ha rivisto il suo programma. Era atteso alla E3 di Harelbeke e alla Gand-Wevelgem, ma le salterà entrambe. Lo vedremo direttamente al Fiandre e poi, appunto, alla partenza di Compiègne.

«Abbiamo appreso della sua presenza dalla comunicazione della sua squadra. Prima avevamo visto solo quel video in ricognizione sulla Foresta di Arenberg. Questo mi colpisce. Onestamente, non pensavo che venisse subito, ma, come ripeto, siamo felici di averlo al via, soprattutto dopo una Milano-Sanremo da antologia. Abbiamo visto tre campioni enormi giocarsi la vittoria e questa battaglia si rinnoverà alla Roubaix, magari con un asso in più come Van Aert ed altri ancora».

Pogacar al Tour 2022 (Lille-Wallers Arenberg) finì settimo. Eccolo all’attacco con Stuyven
Pogacar al Tour 2022 (Lille-Wallers Arenberg) finì settimo. Eccolo all’attacco con Stuyven

Sfida antica…

Prudhomme è davvero “sul pezzo”. Si aspetta una buona gara da Pogacar, rimarca la sua abilità di guida, la sua scioltezza e ricorda come si trovò a suo agio sul pavé nel Tour del 2022.

«Era riuscito a seguire un atleta forte e possente come Jasper Stuyven. E poi, anche alla Strade Bianche, sugli sterrati va forte. Oltre alla sua forza fisica e alla sua classe, Pogacar è anche ben pilotato dal team. E’ capace di tutto su una bicicletta. Certo, Mathieu Van der Poel è un avversario fortissimo, ma con un Pogacar così ci sarà una grande lotta».

Nella storia, i corridori che sono riusciti a vincere sia la Roubaix che il Tour si contano sulle dita di due mani. La maggior parte di questi sono tutti dei primi del ’900. L’ultimo a centrare l’impresa è stato Bernard Hinault, che prese parte, quasi per sfida, a chi lo accusava di evitarla. Il “Tasso”, in effetti, non l’amava, ma, come diceva Giulio Cesare: Veni, vidi, vici. Venne, partecipò e vinse. Questo per dire: pensate che particolarità stiamo vivendo con Pogacar.

Conclude Prudhomme: «Il fatto che i grandi campioni ci siano tutto l’anno mi piace molto. Mi ricorda quando ero bambino, con Eddy Merckx che era in lotta dall’inizio alla fine della stagione. E’ fantastico e se Pogacar riuscirà a vincere tutti e cinque i Monumenti sarà eccezionale».

Il ritorno (a sorpresa) di Maini, grande acquisto per la Polti

27.03.2025
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Maini ha l’entusiasmo del corridore cui hanno appena consegnato la maglia e la nuova bici. «Oggi è stato il primo giorno sull’ammiraglia con Giovanni Ellena – sorride con pudore – e per l’adrenalina che avevo dentro, se fossi stato un corridore, probabilmente sarei andato in crisi di fame».

Oggi Maini ha debuttato alla guida del Team Polti-VisitMalta alla Settimana Coppi e Bartali (in apertura è sul pullman tra Jesus Hernandez e Giovanni Ellena). L’Astana lo aveva lasciato scivolare indietro e senza spiegazioni alla fine del 2023, lo stesso Martinelli non l’aveva presa affatto bene. Eppure, se lo conosceste, sapreste che adesso “Maio” vuole fare tutto tutto fuorché rivangare il passato. Non l’ha mai fatto. Al contrario, ha soprattutto voglia di normalità e di riallacciare il filo con la grande storia del suo mestiere.

Ivan Basso ha accolto Maini nel Team Polti-VisitMalta a stagione già iniziata (sprintcycling.com)
Ivan Basso ha accolto Maini nel Team Polti-VisitMalta a stagione già iniziata (sprintcycling.com)
Una sorpresona, come è andata?

Ho ricevuto una chiamata qualche settimana fa. Mi hanno detto che ci poteva essere questa possibilità e che mi avrebbero aggiornato. Al di là dei giorni che sono trascorsi tra quando mi hanno chiamato e quando la cosa è andata in porto, la cosa bella è che sia andata veramente in porto. Come ho detto nel comunicato ufficiale, devo ringraziare la dirigenza e i miei colleghi per avermi dato questa opportunità.

Ti aspettavi che sarebbe arrivata un’altra ammiraglia?

Dico la verità: per me è stata una sorpresa molto gratificante. Ho avuto la fortuna di lavorare con dei corridori importanti, ma anche tanto con i giovani e mi è sempre piaciuto molto. Questa cosa mi dà stimolo e accelera ancora di più la mia grande voglia di fare, perché l’ho sempre avuta. Sono sempre stato molto malato di ciclismo.

Sei stato preso con un incarico particolare, proprio legato ai giovani?

No, sono uno dei direttori sportivi, ma ho dato disponibilità totale a coprire qualsiasi ruolo. Mi ha chiamato Zanatta, dicendo che era con Basso, Ellena e gli altri direttori e avevano pensato a me. La squadra aveva fatto il programma delle gare e ha capito di avere bisogno di una figura in più. Così hanno pensato a me e mi fa davvero piacere. Con Ivan non ho mai lavorato, ma non ci sono mai stati screzi o tensioni: sempre grande rispetto.

Nel 1992 Maini guidò Pantani alla conquista del Giro dilettanti e poi lavorò con lui alla Mercatone Uno
Nel 1992 Maini guidò Pantani alla conquista del Giro dilettanti e poi lavorò con lui alla Mercatone Uno
Nel frattempo hai continuato a seguire il ciclismo?

Appena, appena (sorride, ndr)… Ero arrivato al punto di tenere acceso l’iPad, la televisione e il telefono e vedevo tre corse al giorno, anche contemporaneamente. A un certo punto si sono aggiunte quelle dei dilettanti, per cui vedevo le due dei professionisti e nel telefono lo streaming degli under 23.

Che cosa porta Orlando Maini al Team Polti-VisitMalta?

Porta a se stesso. Porta la spontaneità di un lavoro che sente particolarmente suo. L’entusiasmo, che serve per dare la possibilità a questi ragazzi di porsi degli obiettivi e di realizzare il loro sogno. Mi piacerebbe portare tutto questo, perché prendano consapevolezza delle loro forze e delle loro capacità.

Pantani, Scarponi, Pozzato, Ulissi… L’elenco dei tuoi corridori è lungo e importante: da ognuno di loro hai imparato qualcosa che adesso fa parte del tuo bagaglio?

Da ognuno di loro ho imparato qualcosa che mi è rimasto e soprattutto mi ha fatto capire che si può sempre migliorare, anche se hai una grande esperienza. In questi anni mi sono reso conto che ascoltare i giovani è importante. Puoi trasmettere, ma anche ascoltare e assorbire qualcosa da loro e questo fa sì che si crei un dialogo che può portare a raccogliere dei frutti importanti.

Dicembre 2022, ritiro Astana ad Altea, in Spagna. Con Maini (a destra), ci sono Martinelli e Zanini
Dicembre 2022, ritiro Astana ad Altea, in Spagna. Con Maini (a destra), ci sono Martinelli e Zanini
Tu torni in gruppo e contemporaneamente Martinelli ne esce. Si sta verificando un ricambio anche fra i tecnici…

Martinelli è stato il primo a essere felice quando l’ha saputo, fra noi non c’è solo un rapporto di lavoro. Il ricambio fa parte della logica della vita, non solo del mestiere del direttore sportivo. Però io sono ancora del parere che l’esperienza dei più maturi serva ancora. Serve il giusto mix fra le parti. Il futuro è un’ipotesi, il passato è certo perché è già successo. Però la voglia di immaginare quello che sarà è stimolante e l’esperienza ti permette di spiegare cosa serva davvero e cosa invece sia inutile.

Adesso il programma che corse prevede?

Adesso faccio la Coppi e Bartali, quindi il Giro d’Abruzzo e poi vedremo il resto del calendario.

Si può dire che alla fine le cose tornano sempre?

Sapete come sono fatto, ci conosciamo da tanto tempo. Sapete cosa penso e cosa basta perché io sia contento. Mi basta che scriviate che io ho solo voglia di normalità, che sono uno con i piedi per terra. Ho sempre vissuto così e sono contento quelle volte in cui mi viene riconosciuto.

La vittoria di Wiebes a Sanremo: Cecchini ci porta in corsa

27.03.2025
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Il successo di Lorena Wiebes alla Sanremo Woman è sembrato di una facilità disarmante, sia per lo sprint fatto dalla campionessa europea che per la gestione avuta dalla SD Worx-Protime per tutta la corsa. Le ragazze della formazione olandese hanno capitalizzato al massimo l’occasione avuta lavorando d’astuzia e unendo le loro qualità in corsa. Non è di certo una novità se si pensa alla potenza e alla forza che il team olandese riesce a mettere in gara ogni volta. Una delle protagoniste di questo successo è stata, come spesso accade, Elena Cecchini.

«Siamo riuscite a portare a termine quanto ci eravamo dette», racconta Cecchini prima di fare rotta verso le Classiche del Nord. «Solitamente cerchiamo di partire con un’idea di base su come affronteremo la gara e così è stato. Ci aspettavamo una corsa più dura, soprattutto da parte di alcuni team che non si sono presentati con alternative valide per la volata finale. Dal canto nostro sapevamo di cosa avremmo avuto bisogno per vincere e lo abbiamo messo in pratica. Avevamo Lotte e Lorena (rispettivamente Kopecky e Wiebes, ndr) come punti di riferimento. Kopecky è rientrata in corsa proprio alla Sanremo, mentre Wiebes arrivava focalizzata al 100 per cento sull’evento. Dopo il Trofeo Binda, dove è venuta a vederci, è rimasta una settimana in Riviera. Ha soggiornato in un hotel ai piedi della Cipressa e ogni giorno si è allenata su Cipressa e Poggio».

La tattica della SD Worx era di trovare le giuste posizioni nelle fasi cruciali e attendere le mosse delle avversarie
La tattica della SD Worx era di trovare le giuste posizioni nelle fasi cruciali e attendere le mosse delle avversarie

Stessa mentalità

Le ragazze della SD Worx hanno portato il loro modo di fare, che le ha sempre contraddistinte alle Classiche del Nord, anche nella prima edizione della Sanremo Woman, che per spettacolo offerto si candida a entrare di diritto nelle gare più importanti del calendario. 

«Sono felice che ci sia stato questo avvicinamento da parte del team – dice ancora Cecchini – era da qualche mese che dicevo alle ragazze quanto fosse  importante conoscere il percorso e le sue insidie. Il fatto che Wiebes abbia fatto questo avvicinamento ha dato un bel segnale.

«Le nostre leader, Wiebes e Kopecky, sono arrivate nel miglior modo possibile. Per il resto tutte abbiamo fatto una grande gara, sia noi che abbiamo lavorato prima, sia Blanca Vas. Lei era il jolly e doveva rimanere il più possibile con le due capitane. E’ stato molto bello vedere Vas, che secondo me in futuro potrà puntare a vincere questa gara, mettersi a disposizione prima del Poggio. Si è trattato a tutti gli effetti di una vittoria di squadra».

Cecchini si è spesa per portare Kopecky e Wiebes in testa all’imbocco della Cipressa
Cecchini si è spesa per portare Kopecky e Wiebes in testa all’imbocco della Cipressa
Ci tenevi particolarmente alla Sanremo?

Alla fine loro le gare in Belgio e Olanda le sentono molto. Io, da italiana, avevo fatto un segno sulla Sanremo Women. Sapevo che non sarebbe stata una gara semplice così ho detto loro di focalizzarci quest’anno per aggiungerla ai nostri successi. Sono felice di aver trasmesso questo spirito di squadra, anche perché penso che questa gara diventerà come la Parigi-Roubaix Femmes, ovvero ogni anno sempre più importante. 

Che tattica avevate in mente?

Con Wiebes e Kopecky come leader eravamo coperte per tutti gli scenari. Se alcune squadre avessero fatto gara dura avremmo avuto modo di rispondere. E non sono sicura che Wiebes si sarebbe staccata facilmente visto lo stato di grazia con cui si è presentata e la determinazione che aveva per questa gara. 

Qual è stato il punto in cui hai capito che si metteva bene per voi?

Quando ho portato le ragazze davanti prima della Cipressa. Nel momento in cui mi sono spostata ho visto che nessuna squadra ha preso in mano la situazione, lì mi son detta: «Oggi è una buonissima chance per Lorena». Sapevo che sul Poggio c’era vento contro, anche quello è stato un fattore determinante a favore delle velociste. 

Nel tratto tra Cipressa e Poggio il team olandese poteva contare sul supporto di Blanka Vas
Nel tratto tra Cipressa e Poggio il team olandese poteva contare sul supporto di Blanka Vas
La Cipressa non è stata fatta forte come ci si poteva aspettare, per un tratto il gruppo si è allargato…

E’ stata la sensazione che ho avuto anch’io, infatti dopo la gara ne ho parlato con Danny Stam (il diesse del team, ndr) e gli ho detto che forse avrei potuto evitare di finirmi prima della Cipressa per dare un mano all’attacco del Poggio. Stam mi ha risposto che abbiamo rispettato il piano di gara, se fosse partita la corsa sulla Cipressa noi avevamo le due leader davanti. Poi non era nostro interesse fare corsa dura, quindi abbiamo lasciato la palla agli altri. 

Guardando la corsa la sensazione era che le altre squadre non avessero la vostra potenza di fuoco.

Il rischio di fare forte la Cipressa era di perdere atlete importanti e di trovarsi scoperte nel tratto di pianura prima del Poggio. Noi invece eravamo in tre ad avere il compito di dare supporto in quelle fasi di gara: Gerritse, Lach e io. Un fattore determinante per la corsa è stata la caduta a due chilometri dalla Cipressa. Mi sono trovata con Wiebes e Kopecky a ruota e le ho portate fino alla salita, ma si è trattata di un’azione istintiva.

La vittoria di Lorena Wiebes è stata propiziata da un gran lavoro della Kopecky nell’ultimo chilometro per chiudere sull’attacco della Longo Borghini.

E’ stata una combinazione di cose, Wiebes era a ruota di Elisa (Longo Borghini, ndr) e nel post gara ci ha detto che per non seguirla ha dovuto ragionare in una frazione di secondo. Se l’avesse seguita si sarebbe aperto il terreno per dei contrattacchi e sarebbe stato impossibile gestirli. Sapeva che Kopecky avrebbe sistemato la situazione. Un rischio, ma che ha portato alla vittoria. 

Con la campionessa del mondo che tira la volata alla campionessa europea…

Tutti sono rimasti sorpresi, ma da noi è chiaro che quando non sei più nella posizione per vincere, e in quel momento Lotte non lo era più, allora si lavora per le altre. Penso che Wiebes e Kopecky con il passare delle stagioni siano diventate sempre più compatibili e questo permette loro di spartirsi gli obiettivi. 

Pronti-via e subito a segno. E’ tornato Caleb Ewan

27.03.2025
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BONDENO – Le volate sono sempre state il suo pane e Caleb Ewan non poteva che tornare a vincere alla sua maniera dopo 231 giorni di digiuno nella città del pane. Si è riempito lo stomaco in un pomeriggio ferrarese vincendo alla sprint quasi per distacco la prima tappa della Settimana Internazionale Coppi e Bartali.

C’era molta curiosità sul rientro alle gare del 30enne australiano con la Ineos Grenadiers. Un po’ per la lunga assenza dalle gare, un po’ perché gli ultimi due anni specialmente sono stati piuttosto travagliati per una serie di motivi, forse anche poco chiari. Guardando Ewan in viso mentre fa defaticamento prima di salire sul palco delle premiazioni e poi mentre parla con noi, sembra che voglia mettersi il passato lontano come i rivali sulla linea del traguardo.

Esordio vincente

Prima di quest’anno, nei suoi dodici anni di carriera Ewan aveva sempre iniziato la stagione nella sua Australia, tranne che nel biennio 2021-2022 in cui aveva aperto rispettivamente al UAE Tour e Saudi Tour. Molte volte gli era capitato di partire con una vittoria al debutto o nelle primissime gare, sfruttando anche l’estate di casa. Così, sotto un sole finalmente primaverile dopo la pioggia della prima parte di gara, Caleb ha vissuto un esordio che probabilmente non si immaginava, malgrado fosse ampiamente il più pronosticato da tutti. La chiacchierata con lui comincia in questo modo.

«Questa vittoria – racconta il tasmaniano avvolto da un sorriso – significa tanto per me. Gli ultimi mesi dell’anno scorso sono stati abbastanza duri. Sono passati duecento giorni dall’ultima volta che ho gareggiato (il Super8 Classic il 21 settembre, ndr), che è anche il periodo più lungo che ho trascorso senza corse. Quindi non sapevo davvero cosa aspettarmi. Sapevo di sentirmi piuttosto bene, ma quando non corri da tempo non sai mai dove ti trovi e cosa trovi.

«Sono molto felice – prosegue Ewan rivedendo il finale nella sua mente – che la squadra mi abbia dato fiducia e supporto. Non è scontato. I miei compagni hanno fatto un lavoro straordinario e naturalmente sono molto contento di aver potuto finalizzare tutto».

Vita nuova alla Ineos

L’annuncio di Ewan al team britannico è arrivato con le operazioni di mercato già concluse da molto tempo. Il fatto che lui non avesse ancora trovato squadra fino a fine gennaio stava facendo scalpore tanto quanto il suo pessimo 2024 alla Jayco nella quale si era rifugiato, trovandola tuttavia molto cambiata rispetto a quando l’aveva lasciata sei anni prima.

«Posso dirvi – ci risponde Caleb basandosi su questo esordio – che finora il cambio di squadra è stato fantastico. Sono alla Ineos da qualche mese, ma non avendo gareggiato prima, questa è la mia prima vera esperienza. Devo ancora conoscere tutti e completare il mio inserimento. Come dicevo prima, sono contento del loro supporto e di aver potuto ripagare il loro lavoro».

La verità è che ci è apparso subito in buona forma. Gli chiediamo quale sia il suo segreto e lui ce lo rivela con candore, quasi fosse un neopro’. La ricetta è semplice. «Non c’è nessun segreto – dice – ho solo lavorato più duro del solito. Negli ultimi due mesi volevo fortemente ripresentarmi al via già abbastanza competitivo, pronto a sostenere certi ritmi. Soprattutto volevo essere scelto dalla squadra per farmi vedere all’opera il prima possibile».

Alla Ineos da due mesi, Ewan ha vinto all’esordio stagionale e dopo 8 mesi di digiuno. Vuole guadagnarsi il Tour
Alla Ineos da due mesi, Ewan ha vinto all’esordio stagionale e dopo 8 mesi di digiuno. Vuole guadagnarsi il Tour

Palla in avanti

Se ti chiami Caleb Ewan e vai a rafforzare il reparto degli sprinter puri in una squadra come la Ineos Grenadiers, sai già che devi mettere qualcosa di importante nel mirino.

«Obiettivi e piani per il futuro – conclude – devono ancora essere definiti. Sarà molto difficile che mi vedrete al Giro d’Italia perché credo che la squadra verrà per puntare alla generale e composta di conseguenza. Spero invece di poter dimostrare il mio valore nei prossimi mesi per riuscire ad andare al Tour. Questa ovviamente è la mia volontà, anzi il mio obiettivo. Tornare al Tour de France, anche per vincere. Iniziare la stagione come ho iniziato è un ottimo modo che chiaramente mi soddisfa. Spero che questa vittoria sia solo l’inizio e che ne arrivino tante altre. Io adesso faccio rotolare la palla e vedremo dove arriverà».

Lui si è ributtato nella mischia lanciando la palla, anzi la volata più avanti degli altri. A Bondeno ha colto il sessantacinquesimo successo della carriera, il settimo in Italia da cui non vinceva dalla Tirreno 2022. Insomma, ben tornato Caleb Ewan.

Di Somma e un addio arrivato troppo presto

27.03.2025
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Un paio di mesi fa Fabio Triboli, campione paralimpico a Pechino 2008, era al telefono con Fabrizio Di Somma: «Ci vediamo la Sanremo insieme?», gli aveva detto sapendo della malattia che lo stava consumando. «Caro Fabio, spero di esserci ancora…», era stata la sofferta risposta del laziale, che lo aveva gelato. Purtroppo non ce l’ha fatta, cedendo il passo nella sua corsa più importante, a soli 54 anni.

Fabrizio Di Somma non era un personaggio comune nel mondo del ciclismo paralimpico. Anzi, ne è stato una colonna: prima come atleta conquistando anche un argento e due bronzi olimpici a Sydney 2000, poi come direttore tecnico, condividendo una buona parte della sua storia con Mario Valentini, che l’aveva portato in quel mondo così particolare.

Di Somma insieme a Mario Valentini, per anni suo tecnico in nazionale per poi entrare nel suo staff (FotoGliso)
Di Somma insieme a Mario Valentini, per anni suo tecnico in nazionale per poi entrare nel suo staff (FotoGliso)

La sua forza? L’astuzia

Fabrizio era un atleta normodotato, parola distintiva che giustamente non aveva in grande simpatia, che come altri si era messo a disposizione della causa. Oggi lo fanno tante stelle del ciclismo su strada e su pista, allora non era così comune. Ma in quell’ambiente Di Somma, che in passato era stato un buon stradista arrivando fino ai dilettanti nelle file della Forestale, aveva trovato il modo per dare respiro alla sua passione: la bici.

Per Valentini, Fabrizio era prima di tutto un amico, anche se di un’altra generazione: «Ricordo quando arrivò nel gruppo. Lo conoscevo come buon corridore, tra i ragazzi c’era bisogno di inserire ciclisti in grado di guidare il tandem. Gli proposi l’idea e a lui piacque subito. C’era pochissimo tempo, eppure iniziò con entusiasmo con l’obiettivo di andare ai mondiali in Australia. Fu protagonista, aveva imparato subito. Fabrizio non era un ciclista che si distingueva particolarmente per mezzi fisici o talento, ma aveva una furbizia unica, sapeva sempre come muoversi.

Il laziale aveva seguito tutta la trafila ciclistica, fino ai dilettanti emigrando a Parma
Il laziale aveva seguito tutta la trafila ciclistica, fino ai dilettanti emigrando a Parma

Gli anni d’oro del ciclismo paralimpico

«Con Fabrizio abbiamo vissuto stagioni difficili – ricorda Valentini – ma proprio per questo entusiasmanti. Sono stati gli anni nei quali abbiamo iniziato a fare bottino nei grandi eventi fino a diventare un esempio per tutto il mondo. Eppure non avevamo nulla quando arrivammo, eppure tutti, lui compreso, contribuirono a dare qualcosa in più, a supplire con l’impegno alle carenze. Venne poi l’epoca di Macchi, dello stesso Triboli, Farroni e così via.

«Lo conoscevo da quando aveva 9 anni. Venne con un gruppo di ragazzini di Latina, io già lavoravo al velodromo e me lo vidi davanti, con una sagacia enorme. Correva con grande intelligenza e questa l’ha messa a disposizione anche quando da atleta è passato tecnico. Nessuno aveva la sua preparazione, di ogni cosa voleva sapere tutto. Quando eravamo in trasferta, gli chiedevo: “«”Che cosa sai di quel corridore o di quella squadra?“. “Capo, dammi 10 minuti e ti dico tutto“, era sempre la sua risposta. Parlava correntemente tre lingue e non ne aveva studiata una…».

Insieme ad Alex Zanardi nel 2014, uno dei momenti migliori del ciclismo paralimpico italiano
Insieme ad Alex Zanardi nel 2014, uno dei momenti migliori del ciclismo paralimpico italiano

Una chiusura di carriera sofferta

Di Somma è stato alla Forestale fino al 2017 per poi passare ai Vigili del Fuoco: «Ricordo che mi raccontava quanto gli dispiacesse e non trovasse giusto il fatto di prendere uno stipendio più alto rispetto ai suoi pari grado, perché veniva da un’altra realtà militare. Perché Fabrizio era così: un animo buono, che non litigava mai con nessuno. L’addio alla nazionale dopo Tokyo 2020 gli aveva fatto male, ci aveva sofferto tanto soprattutto nel vedere quanta acredine ci fosse stata».

ll carattere del laziale è riassunto fortemente dall’episodio che segnò la sua uscita di scena dall’agonismo, un terribile incidente stradale nel 2010 nel quale riportò più di 30 fratture: «Aveva una gamba davvero distrutta, eppure non faceva altro che dire che voleva tornare in bici, già quand’era in ospedale. La rieducazione è stata lunga e difficile, ma lui non faceva altro che ripetere “datemi una bici e mi rimetto in sesto” e così è stato, ha fatto qualcosa di grandioso. Poi il destino l’ha messo di fronte a un’altra battaglia, un tumore al pancreas e al fegato, ma era troppo grande per lui. Me lo disse in una telefonata: “Capo, devo darti una brutta notizia…”. Mi è crollato il mondo addosso».

Fabrizio Di Somma ha corso fino al 2010, costretto poi al ritiro da un gravissimo incidente
Fabrizio Di Somma ha corso fino al 2010, costretto poi al ritiro da un gravissimo incidente

La gara più bella? Quando perse…

C’è una gara che più delle altre è rimasta impressa nella mente del suo tecnico? «Paradossalmente è una di quelle che non vinse. Paralimpiadi di Atene 2004: Fabrizio sapeva che non aveva i mezzi per vincere, c’erano coppie molto più forti e blasonate. Ma lui prima della partenza mi dice: “basta solo che facciano uno sbaglio e li faccio secchi tutti”. E quasi ci riusciva: sul rettilineo d’arrivo aveva trovato uno spazio di meno di un metro eppure ci si era buttato dentro con tutto il coraggio di questo mondo. Ma il tandem è lungo e un avversario li chiuse la porta facendogli perdere il ritmo. Finirono quarti, ma avrebbero potuto vincere.

«Lui diceva sempre che aveva due grandi amori ed era stato fortunato per questo: la famiglia e la bici. Per questo non faceva altro che ringraziare e diceva che non gli piacevano quelli che si lamentano sempre del lavoro, perché fai tante ore, guadagni meno di quell’altro e così via. Quando hai qualcosa bisogna sempre ringraziare e diceva che questo valore si è un po’ perso. Io che ho quasi trent’anni più di lui devo riconoscere che aveva una saggezza fuori del comune».

Fabrizio svolgeva anche opera di consulenza in giro per l’Italia per invitare a fare sport (foto Caddeo)
Fabrizio svolgeva anche opera di consulenza in giro per l’Italia per invitare a fare sport (foto Caddeo)

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Dopo la sua scomparsa, sui social al fianco dei tanti messaggi di cordoglio sono comparsi anche riferimenti poco simpatici alle polemiche seguenti il travagliato cambio tecnico post Tokyo 2020. Il che porta a una considerazione: se da una parte è vero che quando una persona scompare tutti ne tessono le lodi, magari anche con un pizzico di ipocrisia, dall’altro è anche vero che, alla fine, molti dimenticano di andare oltre i singoli episodi e guardare il complesso, il valore di una persona nel corso di tutta la sua vita. E forse è proprio quel valore acquisito, la più grande vittoria di Fabrizio Di Somma.

Cento giorni al Tour de France. Il racconto da Lille

27.03.2025
5 min
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LILLE (Francia) – «Io sono il vento del Nord. La gente con le sue tradizioni. Io sono la terra che respira la bici». Recita così il video introduttivo del Grand Départ del Tour de France. Siamo nell’Hauts-de-France, nel Nord Ovest della Francia, laddove il Belgio, le Fiandre e le distese francesi si mescolano senza un vero confine. E infatti questa, Lille, è l’Eurometropoli che comprende le città di Tournai, Courtrai e Lille appunto e una serie di città satellite: una su tutte, Roubaix.

In città c’è un bel via via di gente. Sono ormai le 18, gli uffici e le scuole sono chiusi e ci si appresta a tornare a casa. Ma nel trambusto tutti si fermano o quantomeno rallentano quando vedono la folla radunata attorno al tabellone del Tour. C’è chi fa una sosta, chi guarda e tira dritto, chi tira fuori il telefono anche se non si ferma perché una foto, un post fanno sempre comodo.

Dopo aver premuto il grande bottone rosso, Prudhomme e le altre autorità hanno dato via al conto alla rovescia: 100 giorni alla partenza del Tour 2025
Dopo aver premuto il grande bottone rosso, Prudhomme e le altre autorità hanno dato via al conto alla rovescia: 100 giorni alla partenza del Tour 2025

Meno cento…

Ma perché siamo qui? Perché un messaggio da parte del Tour ci ha invitato a partecipare alla cerimonia dei 100 giorni dal via del Tour numero 112 della storia.
Questa è davvero terra di ciclismo. Quanti campioni di qua e di là dal confine: il Belgio è a poche centinaia di metri. Lille ha ospitato tre partenze della Grande Boucle e per 34 volte è stata sede di tappa.
Per capire dove siamo: a 65 chilometri da qui si stava correndo la Classic Brugge-De Panne vinta da Molano. E tante altre corse si disputano in questa zona durante l’anno. E’ “facile” fare del ciclismo quassù.

Dopo il countdown davanti alla stazione, l’evento si è spostato al coperto (per fortuna, l’aria è alquanto frizzante).
«Io ho studiato qui – racconta con la sua innata passione Christian Prudhomme, il direttore del Tour – è qui che sono diventato giornalista. Sono diventato giornalista per poter raccontare il Tour e ora sono qui in questa veste. Però ho sempre le immagini di quel ragazzo. Ho sempre le immagini di quando ero ragazzo ogni volta che vengo. Questa terra davvero è vicina al ciclismo».

«Basket, tennis, volley, abbiamo avuto di tutto – fa eco il presidente del Département du Nord, Christian Poiret – poi vedevamo Copenaghen, Namur, i Paesi Baschi, Firenze e noi no? Dovevamo avere il Tour, il più grande spot gratuito per la nostra terra. E’ un onore, una voglia. Il Tour porta buonumore. Vedrete che festa in ogni cittadina».

Il trofeo che ricorda le grandi partenze del Tour…
Il trofeo che ricorda le grandi partenze del Tour…

Le tappe del Nord

Ma oltre all’aspetto dell’accoglienza e della presentazione, poi si è parlato anche delle tappe qui nell’Hauts-de-France: tre frazioni più la partenza della quarta.

«Un Tour 100 per cento francese, una scelta voluta – ha ribadito Prudhomme – perché se è vero che le partenze dall’estero sono un’opportunità per la Francia, in quanto poi vediamo restare una grande capacità di attrazione, è anche vero il contrario». Insomma un po’ di tradizione ci voleva e, tutto sommato, è anche giusto così. La forza di un evento si valuta e si capisce anche da queste scelte.

«Penso che queste partenze siano la celebrazione dei grandi campioni: da Bartali, Firenze, a Coppi, Piemonte, fino al Nord della Francia con Anquetil. Per questo era giusto anche restare nel nostro Paese. Abbiamo tanti esempi, tanti campioni. E se, organizzando bene, con i giusti percorsi e i giusti punti toccati, un giorno un bambino saprà chi è stato Jean Stablinski (a cui è dedicato il velodromo di Roubaix, ndr), allora avremo fatto un buon lavoro».

Gli enti hanno indicato i punti da toccare, poi il percorso è stato creato cercando di renderlo duro il più possibile, ma compatibilmente con l’orografia del territorio. E qui, da queste parti, di salite… ce ne sono pochine!

Laurent Desbiens, ex pro’ di zona, collabora con l’organizzazione di questa grande partenza
Laurent Desbiens, ex pro’ di zona, collabora con l’organizzazione di questa grande partenza

Sprinter e non solo

Quando si è parlato delle tappe, a prendere il microfono è stato Laurent Desbiens. Corridore degli anni ’90, lui è quello che in Francia definiscono “l’enfant du pays”. Desbiens infatti è di Mons-en-Baroeul. Come c’era da immaginarsi in chi riesce a fare sistema (organizzatori, sponsor, politici) non è mancato il coinvolgimento di chi è del luogo e che in carriera ha vinto 11 corse, tra cui una tappa al Tour, e ha anche indossato la maglia gialla. La scritta Cofidis al centro, una delle prime pressofuse sulla pancia, ormai rovinate. Desbiens è parte integrante della macchina del Grand Départ.


«La prima e la terza frazione, quindi Lille e Dunkerque – ha detto – sono per velocisti. Penso, almeno per ora, a Tim Merlier, il mio favorito per la prima maglia gialla. Ma attenzione, perché soprattutto la prima frazione è breve, ci sarà tanto nervosismo col fatto che sono tutti freschi e c’è la maglia gialla in palio. La seconda frazione, Boulogne-sur-Mer, la più lunga del Tour con i suoi 209 chilometri, invece è per Pogacar. L’arrivo è duro. E’ un muro e con le sue gambe può già fare la differenza. Io finii settimo nel 1994 quando si arrivò lì».

Kittel (al centro) è stato l’ultimo vincitore del Tour a Lille. Nel 1950 invece a vincere fu un italiano: Alfredo Pasotti
Kittel (al centro) è stato l’ultimo vincitore del Tour a Lille. Nel 1950 invece a vincere fu un italiano: Alfredo Pasotti

Fra sport e storia

La terza tappa è un piattone come nei Tour degli anni ’80 e ’90 e forse ci fa anche piacere questo tocco di tradizione. Il vento, come si suol dire, può giocare un ruolo importante. Ma parlando di questa tappa, sia Desbiens che gli altri interlocutori hanno fatto riferimento alla sua storia e del suo significato.

Da Valenciennes a Dunkerque, in effetti, si comprendono tutte le sfumature di quest’area e i significati sono tantissimi. Per i francesi Dunkerque con le tracce dello sbarco in Normandia è una sorta di Caporetto della Seconda Guerra Mondiale. Andando verso Valenciennes si sfiorano le miniere, i cui proventi sono stati sostituiti dai grandi centri logistici dell’automobile. Senza dimenticare, per restare più in ambito ciclistico, i tratti in pavé della Roubaix, che tutto sommato scorre qui a fianco.

Noi abbiamo ancora impresse nella mente e sulla pelle le emozioni della Grande Partenza di Firenze. Se a Lille dovessero avere anche solo la metà dell’entusiasmo di quei giorni, avrebbero fatto centro. Ma essendo francesi ed essendo il Tour il loro vanto… c’è da giurarci che si andrà ben oltre la metà.

La grande maglia in stile calcio sul pullman della Polti-Visit Malta

26.03.2025
4 min
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«La maglia, con i suoi colori identificativi, è il simbolo di questa squadra – dice Francesca Polti, Presidente e Amministratrice Delegata di Polti – ciò che più la rappresenta ed insieme rappresenta gli sponsor e i valori condivisi. Inserire l’immagine della maglia sul bus e gli altri mezzi pesanti è stata, quindi, un’idea che ci ha convinti da subito. Sia per l’originalità e l’unicità nel mondo ciclistico, sia perché permette ai nostri tifosi di identificare immediatamente e in modo efficace il Team Polti-VisitMalta, per le strade di tutta Italia ed Europa».

Francesca Polti è una presenza assidua accanto alla squadra: qui alla Strade Bianche (foto Team Polti-VisitMalta)
Francesca Polti è una presenza assidua accanto alla squadra: qui alla Strade Bianche (foto Team Polti-VisitMalta)

L’immagine della flotta

Questa è la storia di come sia nato e sia stato poi sviluppato e finalizzato il vestito 2025 del pullman della squadra di Basso e Contador. Un progetto che ha subito conquistato Basso e i suoi sponsor e che è stato concepito da Maurizio Borserini, creatore delle immagini per il team e per gli sponsor.

«L’idea – racconta Borserini – è nata semplicemente per dare un’immagine un po’ più importante e innovativa al mezzo che è sempre presente sia sulle strade sia nei parcheggi dei paddock. L’anno scorso abbiamo constatato che il pullman è sempre al centro delle riprese e delle foto. In più avevamo l’esigenza di raggruppare una flotta intera, dando un’immagine che andasse fuori da quello cui eravamo abituati nel ciclismo, per cui ci siamo messi a studiare…».

Studiare che cosa?

Sono andato a vedere i bus di altri sport, ad esempio del calcio. Mi ha affascinato il fatto che loro diano molto risalto all’elemento maglia della squadra o allo scudo che la rappresenta, come ha fatto la Lotto Dstny, una pratica che non è mai stata tanto diffusa nel ciclismo. Molto probabilmente c’è sempre stato il discorso del mostrare il nome dello sponsor, ma sempre in termini di grandi scritte. E così abbiamo lavorato sull’immagine, dato che il bus era lo stesso e non si poteva intervenire sui materiali.

In che modo siete andati avanti?

Una volta avuta l’idea e l’approvazione di essa da parte degli sponsor principali, c’è stato un bel lavoro di squadra che ha visto impegnati tutto il team comunicazione, i grafici italiani e spagnoli e in cui il supporto di professionalità presenti nelle aziende partner è stato determinante.

Il nuovo pullman ha debuttato nelle gare di Valencia di inizio febbraio
Il nuovo pullman ha debuttato nelle gare di Valencia di inizio febbraio
Abbiamo letto il commento di Francesca Polti?

L’idea è nuova ed è piaciuta e hanno richiesto giustamente che ci fosse coerenza in tutta la flotta. Per cui, pur non avendo potuto riprodurre la stessa grafica sulle ammiraglie a causa di elementi di carrozzeria che avrebbero dato problemi con il disegno, i van e i camion hanno la stessa veste. Anzi il camion, col fatto che non ha sporgenze, è anche molto bello.

Qual è stato l’impatto del pullman alle prime corse?

Venivano a vederlo, come se ci fosse stato un passa parola. Non so se sia stato io a farci caso, però vedevo che la gente veniva, si fermava e guardava. Il discorso della maglia aiuta tanto a identificarci sia fuori corsa che in corsa, perché alla gente arriva un’immagine sola per la squadra. E alla fine è proprio quello che volevamo ottenere. Un’immagine originale ed efficace. Per cui, missione compiuta!

Ai 300 metri Van der Poel aveva già vinto. Bettini spiega

26.03.2025
5 min
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«La Sanremo è stata bella – dice Bettini – perché finalmente abbiamo visto, su un percorso sicuramente non perfetto per le sue qualità, che il numero uno del ciclismo attuale si può battere. Ci portiamo a casa questa sensazione. La parte veramente emozionante, parlo da italiano, è stato vedere Ganna che non è saltato di testa. Si è staccato due/tre volte. A ogni azione andava in difficoltà, ma con la testa era già all’arrivo, nel senso che sapeva quello che doveva fare. Peccato che non sia abituato a trovarsi troppo spesso in una volata del genere, credo che questa contro Van der Poel sia stata la prima volta…».

Paolo Bettini è in giro per l’Italia con la compagna Marianella Bargilli, lavorando dietro le quinte del Giro d’Italia. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. Per il quarto anno consecutivo, RCS Sport sta realizzando i video di Giro Express, in cui si raccontano le località toccate dalla corsa rosa. Sono già stati in Albania, martedì quando ci siamo sentiti erano a Roma. Il viaggio dura 45 giorni e così il finale della Sanremo, Paolo l’ha visto nel cellulare durante uno degli spostamenti. E noi non potevamo esimerci dall’interpellarlo. Un po’ perché anche lui nel 2003 vinse la Sanremo con una volata a tre, anche se uno degli altri due era il suo amico e luogotenente Paolini. E un po’ perché la sua lettura di uno sprint come quello di via Roma è di quelle che ti lasciano senza dubbi, perché ti porta nella mente dei tre protagonisti.

Ganna non molla e rientra ancora, Van der Poel se ne accorge
Ganna non molla e rientra ancora, Van der Poel se ne accorge
Si diceva di Ganna e la volata.

Si vede che era la prima di un certo livello. Magari il risultato non cambiava, però parla uno che s’inventava l’impossibile per battere gli avversari più forti. So che ho perso, per cui mi dimentico di avere Pogacar a ruota e Van Der Poel da solo dalla parte della strada non ce lo mando neanche morto. Piuttosto gli entro in tasca. La volata affiancato a Van der Poel, uno a destra e uno a sinistra, non si fa.

Perché?

Prendiamo vento tutti e due, ma io ho speso di più perché sono rientrato già tre volte. E parto a fare la volata con te che sei più forte di me, col vento in faccia e via Roma che un po’ tira all’insu? Neanche morto, ma un Ganna così forte lo giustifichiamo, gli diamo una grandissima giustificazione come si faceva a scuola. Perché ha fatto un numero solo ad essere lì con i due fenomeni attuali del ciclismo. Possiamo dire che Ganna c’è e ci apprestiamo a un mese di aprile molto interessante, perché un Ganna così alla Roubaix me lo voglio proprio gustare.

Van der Poel parte in anticipo, Ganna deve spostarsi: il gap è incolmabile
Van der Poel parte in anticipo, Ganna deve spostarsi: il gap è incolmabile
E’ Ganna che ha sbagliato o è stato più furbo Van der Poel a partire così lungo?

Vi spiego la psicologia di una volata così. Van der Poel è il più forte, però si trova in testa, quindi nella posizione sbagliata. E’ anche giusto, perché è il più veloce e gli avversari lo hanno fregato. Ganna che è rientrato va a cercare proprio lui e si trova nella posizione migliore. E Van Der Poel cosa fa? Si sposta tutta a destra, guardandoli, come per dire: che si fa? E loro lo lasciano fare. Ganna non l’ha seguito, Pogacar è stato a ruota di Ganna e Van Der Poel si è trovato solo.

Cosa poteva fare Ganna?

Guardate, via Roma, quando è tutta pulita dalle macchine e transennata a destra e a sinistra, è larga quasi 9 metri. Se sono Ganna e siamo pari – ma non lo erano perché Van der Poel era leggermente più avanti – per compensare e venire a cercarti, posso fare la mia volata, sapendo di avere Pogacar a ruota. Oppure parto lungo, però Van der Poel mi vede dato che siamo paralleli. Ma lui è più veloce e mi batte. E sicuramente mi salta anche Pogacar. Se non gli sto a ruota da subito, ho perso la volata.

Non c’è più spazio per chiudere, Ganna ha lasciato troppo spazio. Pogacar è sfinito
Non c’è più spazio per chiudere, Ganna ha lasciato troppo spazio. Pogacar è sfinito
Infatti Van der Poel ha anticipato tutti…

E’ il più veloce e ha fatto quello che non nessuno si aspettava: finché ci pensi, io ti anticipo e poi vienimi a prendere se sei capace…. Mathieu è molto più esplosivo, quando è partito gli ha preso 3 metri e come fai a chiudere? Anche perché non è uno qualunque, è il più forte della volata, non lo rimonti più. E poi un’altra cosa: quante volate di questo tipo, vinte e perse, ha fatto Van der Poel? E quante volate di quel tipo, vinte e perse, ha fatto Ganna? Secondo me era la prima vera volata che si trovava a gestire.

Invece Pogacar?

Ha fatto il tutto per tutto per staccarli e ha speso anche tanto. E’ veloce, ma non ai livelli di Van der Poel. In più si è un po’ perso nella volata, come quando perse il primo Fiandre sempre con Van der Poel, ma perché non è un velocista. Non ha l’occhio per gestire due avversari in una volata di quel tipo, un po’ come Ganna, forse qualcosina di più.

Il 22 marzo 2003, Paolo Bettini conquista la Milano-Sanremo su Celestino e il compagno Paolini
Il 22 marzo 2003, Paolo Bettini conquista la Milano-Sanremo su Celestino e il compagno Paolini
La tua volata del 2003 fu diversa, non ci fu rallentamento, ma uno degli altri due era Paolini…

Fu completamente diversa. Non avevo con me un gregario, ma l’altro capitano che ha gestito tutto. E’ stato facile, tra virgolette. Giù dal Poggio e toccata l’Aurelia, Paolini non mollò un metro. Nelle ultime due curve entrammo a tutta e il Gerva non smise mai di tirare. Tenne l’andatura a 50 all’ora finché io non partii con la volata.

Si può dire che per Ganna sia stata una grande esperienza?

Enorme, come lo sarebbe andare al Fiandre e prendere le misure al percorso e agli avversari. Vedrete che se l’anno prossimo arriva in via Roma allo stesso modo, chiunque si sposti dall’altro lato della strada, lui lo segue. Abbiamo un Ganna di tutto rispetto, per cui gli perdoniamo quella volata e lo aspettiamo alla Roubaix.