A tu per tu con Marion Rousse: il ciclismo femminile a tutto tondo

27.04.2025
8 min
Salva

LIEGI (Belgio) – E’ un piovoso pomeriggio tra la Freccia Vallone e la Liegi-Bastogne-Liegi, l’appuntamento è fissato per le 16 ma sia noi che Marion Rousse arriviamo (un po’) in ritardo: il traffico a quanto pare non è solo questione delle città italiane.

Con la direttrice del Tour de France Femmes, l’argomento non può che essere il ciclismo femminile. Se ne parla a tutto tondo. E dalla chiacchierata emerge la grande voglia di crescita che c’è in Francia. Una cultura e una lungimiranza che sarebbe bello riuscire a captare.

Marion è la direttrice del Tour de France Femmes ed è anche commentatrice tecnica per France Television
Rousse è la direttrice del Tour de France Femmes ed è anche commentatrice tecnica per France Television
Marion, cominciamo con il Tour de France Femmes. Andiamo verso la quarta edizione da quando è rinato nel 2022: cosa è cambiato in questo tempo?

E’ vero che è solo la quarta edizione, ma è molto di più. Ho l’impressione che siamo stati accettati dal pubblico e siamo entrati nel quotidiano della gente. Volevamo creare con il Tour de France Femmes avec Zwift una corsa che permettesse di essere conosciuta non solo dagli appassionati più stretti. Ma perché è il Tour de France: hai voglia di guardarlo perché avviene durante le vacanze, perché è un evento gratuito e perché puoi viaggiare con lui: dal vivo o dalla tv.

Viaggiare…

Sin dalla prima edizione abbiamo voluto ricreare un evento sportivo che fosse fantastico da seguire. Le donne hanno risposto alla grande. Volevamo riprendere i “codici”, i cardini, del Tour de France che funzionano e ricreare quella magia anche sul Tour de France Femmes. Penso alla carovana, al fatto che sia un evento popolare, al percorso… Quindi in solo quattro anni c’è già stato un prima e un dopo Tour Femmes.

E con questa ultima frase hai toccato già un altro argomento. Cosa ha fatto e sta facendo il Tour Femmes per le giovani cicliste?

Sin qui era qualcosa di anormale mettere una ragazza su una bicicletta. Quante volte da piccola mi sono ritrovata ad essere l’unica bambina a partire in gara tra tutti bambini. Ora offriamo l’opportunità di mostrare ai genitori che invece è normale, che una ragazza su una bicicletta è bellissima e che le cicliste possono essere delle vere atlete di alto livello. Le giovani possono identificarsi con le campionesse. Che sia per prendere la bici in vacanza o per fare agonismo. Prima del Tour de France Femmes questo non era possibile, o non lo era del tutto. E’ difficile identificarsi in campionesse che non si conoscono. O se non ci sono gare. Adesso ci sono.

In Francia l’attesa del Tour Femmes è notevole. La partecipazione organizzativa è di parli livello con il Tour maschile
In Francia l’attesa del Tour Femmes è notevole. La partecipazione organizzativa è di parli livello con il Tour maschile
L’anno scorso Christian Prudhomme ci ha detto che il Tour de l’Avenir è sostenuto dal Tour de France. Cosa fa il Tour Femmes?

Christian ha ragione. Lui ha l’abitudine di dire che il Tour de France è la cima della piramide, ma perché la piramide si tenga la base deve essere solida. E quella base è anche del Tour stesso. La base proviene dalle giovani, per esempio dal Tour de l’Avenir Femmes, che esiste da poco tempo, ma anche dalle corse come il Tour de Bretagne e da tutte le competizioni che esistevano prima di noi, che permettono alle giovani di iniziare e progredire di anno in anno.

Chiaro…

Parliamoci chiaro, prima in gruppo c’erano cinque ragazze pagate e tutte le altre correvano per loro. Le corse pertanto non erano interessanti. Il fatto di avere attirato sponsor, investito nel ciclismo femminile e che l’UCI abbia introdotto i salari minimi fa sì che oggi tante ragazze siano professioniste e professionali.

Di conseguenza il livello si alza…

Si alza, ma soprattutto è più omogeneo. Le gare sono molto più interessanti. In tutte le classiche che abbiamo visto c’è sempre stata suspense e non ha mai vinto la stessa atleta. Ma torno a prima: per arrivare a questo punto è necessario che anche le piccole corse sopravvivano. E devono avere attenzione.

Il livello tecnico atletico è notevolmente aumentato. Rousse faceva notare come in molte gare arrivino in tante al momento clou
Il livello tecnico atletico è notevolmente aumentato. Rousse faceva notare come in molte gare arrivino in tante al momento clou
E’ vero che c’è una forte domanda da parte delle località per accogliere le tappe del Tour Femmes?

E’ vero! In quasi il 90 per cento dei casi, quando una località si candida per ospitare una tappa lo fa per entrambe le Gran Boucle, uomini e donne. E’ fantastico. Con il mio lavoro di commentatrice per France Télévisions, mi sposto molto e ovunque mi cercano di persona dicendomi che sarebbero felici di accogliere il Tour Femmes. Prendiamo l’Alpe d’Huez…

Raccontaci…

Salita mitica che non ha bisogno di nulla ormai, da sempre hanno visto gli arrivi degli uomini, ebbene ci hanno accolte esattamente alla stessa maniera. Nelle riunioni ci hanno detto: «Ciò che abbiamo fatto per gli uomini vogliamo farlo per le donne. Non vediamo nessuna differenza».

Sei tu che tracci i percorsi?

Lo facciamo insieme a Franck Perque, che è stato ciclista pro’, soprattutto su pista. E’ soprattutto lui che gestisce i tracciati, ma ovviamente siamo sempre in contatto e condividiamo le nostre idee. Anche il tracciato dell’anno prossimo è praticamente finito.

Il ritorno di Ferrand Prevot su strada e la sua vittoria alla Roubaix sono un vero spot per le giovani cicliste francesi
Il ritorno di Ferrand Prevot su strada e la sua vittoria alla Roubaix sono un vero spot per le giovani cicliste francesi
Quest’anno avete inserito tre tappe molto lunghe, oltre 160 chilometri. Perché?

E’ vero, ma ora che il livello è più omogeneo ci si può permettere anche un po’ più di “follia”. Pensiamo che alla Freccia Vallone al penultimo passaggio erano ancora in cinquanta davanti. E alla Parigi-Roubaix Femmes a pochi chilometri dalla fine erano in tre a giocarsi la vittoria. Avendo una tappa in più abbiamo messo frazioni un po’ per tutti all’inizio, perché poi la montagna sarà tanta. Già dal giovedì, quando arriveremo a Clermont-Ferrand, il dislivello sarà parecchio.

Cosa pensi dell’ipotesi di portare i grandi Giri femminili a due settimane? E’ possibile?

Fisicamente parlando è possibile. Le ragazze sono in grado di fare un Giro di 15 giorni. Però attenzione: prima abbiamo parlato della base della piramide. Ci sono gare che esistevano prima di noi e se prendi 15 giorni di corsa vai ad eliminarle o a coprirle in qualche modo. Bisogna andare progressivamente perché anche se il ciclismo femminile è cresciuto, non ha nulla a che vedere con quello degli uomini.

Cosa intendi?

Le squadre femminili sono di 15 atlete, quelle maschili di 30. Lo staff non è lo stesso. Se porti 15 ragazze in un grande Giro, poi non ne hai per le altre gare. Non si chiude la porta a niente: già in 4 anni abbiamo aumentato di una il numero delle frazioni. Questo mostra che andiamo avanti, ma dobbiamo restare prudenti. La prima cosa è rispettare le altre gare. Abbiamo un ruolo di accompagnamento, non di rottura.

Però sul fronte tecnico e tattico una gara di due settimane cambia…

Sì, ovviamente in 15 giorni puoi fare un percorso più lungo. E poi non dipende solo da noi: serve l’autorizzazione dell’UCI per certe distanze.

Marion Rousse (classe 1991) ha corso fino al 2015. E’ stata campionessa di Francia nel 2012 (foto Philippe Poullea)
Marion Rousse (classe 1991) ha corso fino al 2015. E’ stata campionessa di Francia nel 2012 (foto Philippe Poullea)
Il percorso è più duro e meglio ripartito. Chi è la tua favorita?

Beh, penso a Demi Vollering, ma anche alla campionessa uscente. E a Pauline Ferrand-Prévot. La “vecchia” campionessa francese che ritorna su strada dopo aver vinto tutto in mtb e ti dice: «Sono tornata su strada perché c’è il Tour Femmes ed entro tre anni voglio vincerlo». Dopo aver vinto anche la Roubaix. E’ geniale. Vi dico questa…

Vai…

Sui ragazzi francesi c’è una grande pressione perché si torni a vincere il Tour dopo Hinault. E spesso con Christian scherziamo a fine Tour ogni anno: «Voilà, non abbiamo vinto il Tour». Vai a vedere che alla fine l’erede di Bernard Hinault è una ragazza. Però per la prossima edizione credo che Vollering sia ancora un po’ superiore. Anche Lotte Kopecky è molto forte.

Ed Elisa Longo Borghini?

Sì, giusto Elisa… Ma non ha mai avuto troppa fortuna al Tour. Certo, è molto forte. Pensate che mentre commentavo la Freccia Vallone riflettevo: sono già più di 10 anni che è professionista ed è incredibile. Ogni anno migliora. E poi è anche forte a cronometro.

Due delle favorite per la prossima maglia gialla secondo Rousse: Vollering e Niewiadoma
Due delle favorite per la prossima maglia gialla secondo Rousse: Vollering e Niewiadoma
Piccolo passo indietro: si dice sempre che il ciclismo femminile cresce. Ma cosa significa concretamente?

Significa che prima non c’erano sponsor perché non si parlava di noi. Le gare non venivano trasmesse in tv, c’erano appena i risultati su internet… Ora non è così. Hanno visto che è bello guardare il ciclismo femminile in tv e va bene anche per gli spettatori. Io, che vengo dalla tv, e vedo che il ciclismo femminile funziona. Quando si fa una corsa maschile e femminile nella stessa giornata, come alla Freccia Vallone, gli spettatori restano per guardare l’arrivo delle donne.

A questa cosa ci pensavamo proprio ad Huy. Come mai voi di ASO proponete prima la gara maschile e poi quella femminile?

Perché ci siamo resi conto che c’è più interesse. Quando vedono passare la gara maschile dicono: «Ah ma ci sono anche le donne», e restano. E questo è un fatto. Nel caso contrario, la corsa femminile non riceve la stessa attenzione.

Rispetto ai tuoi tempi il ciclismo è cambiato molto. Ma ti piace tutto di questa evoluzione?

Ho vissuto il mio ciclismo. Ora seguo quest’altro dalla macchina e sono molto felice di essere direttrice di una corsa, di uno sport, che permette alle ragazze di non vivere ciò che ho vissuto io. Le gare erano poche, bisognava bussare alle porte perché non c’erano soldi per organizzare, non ne avevano nemmeno le atlete. Oggi hanno più diritti, la maternità, uno stipendio minimo, sono meglio seguite dagli staff. No, non c’è niente che rimpiango della mia epoca. Oggi le vedo felici, contente al via delle corse. Alla Freccia le prime nel finale hanno fatto la salita che sarebbe stato il 18° tempo tra gli uomini. Vanno forte.

Vigilia della Doyenne, Pellizzari senza paura. E sul Giro…

26.04.2025
6 min
Salva

LIEGI (Belgio) – Dopo quattro edizioni, la presentazione delle squadre della Liège-Bastogne-Liège, la Doyenne, torna in centro, nella piazza di Saint Lambert sotto al (bellissimo) palazzo vescovile, dentro al quale c’è anche la sala stampa. Scriviamo sotto volte barocche con affreschi, quadri giganti, tappeti antichi e scalinate che sembrano degne di una principessa di Walt Disney nel suo castello.

In tutto ciò la gente si raduna nell’assolata piazza sottostante. Una lunga fila di bus inizia a scorrere dalla Mosa fin sotto al palco. La prima a presentarsi alla firma è la DD Group, piccola squadra belga, l’ultima è la corazzata di Tadej Pogacar che sale sul palco assieme all’altra UAE, la UAE Team ADQ di Elisa Longo Borghini.

Autografi pre-Doyenne per Longo Borghini. La campionessa italiana è la speranza numero uno per vedere un’atleta di casa sul podio
Autografi pre-Doyenne per Longo Borghini. La campionessa italiana è la speranza numero uno per vedere un’atleta di casa sul podio

L’Italia che non molla

E’ un bel caos, simile a quelli che ieri vi avevamo raccontato sulla Redoute, tra l’altro stamattina ancora più affollata. La vigilia è passata veloce alla fine. Una visita al museo della Doyenne e l’incrocio fugace proprio di Elisa. L’abbiamo vista durante la sua sgambata mescolarsi per un attimo al serpentone degli amatori.

«Spero – ci aveva detto Elisa – che la corsa si accenda sulla Redoute anche per noi, perché vorrà dire che ci sarà gara dura, perfetta per donne di fondo come me». La determinazione di Longo Borghini è proverbiale. Pensate che il giorno dopo la Freccia si è sciroppata quasi quattro ore sotto la pioggia. Quattro ore in cui ha provato una parte di percorso. Poi ieri altre tre ore e un’altra parte di Liegi e oggi una semplice (meritata) sgambata.

La compagine italiana non è affatto male in questa Doyenne, almeno se si pensa alle altre classiche e non lo è sia per numero di atleti ed atlete che per la qualità. Oltre ad Elisa e le sue compagne, per esempio, c’è il duo della Liv AlUla Jayco, Anna Trevisi e Monica Trinca Colonel. C’è Soraya Paladin (qui il video della vigilia) pronta a correre per Niewiadoma, Marta Cavalli… E anche tra gli uomini i corridori aggressivi non mancano: Ulissi (qui il video della vigilia), Ciccone appena arrivato dal Tour of the Alps, Zambanini, Scaroni… E poi Giulio Pellizzari.

Pellizzari al debutto

E in qualche modo la presenza last minute del marchigiano della Red Bull-Bora Hansgrohe in questa Liegi ha tenuto banco. Una presenza che potrebbe non limitarsi alla sola Doyenne. Vederlo quassù al primo anno nel WorldTour non era poi così scontato. Ma le sue prestazioni, che hanno convinto i tecnici, e qualche forfait dei compagni, hanno giocato a suo favore.

E così, Giulio, eccoti alla prima Liegi. Quando l’hai saputo?

L’idea ha iniziato ad esserci dopo il Catalunya. Quando ho saputo che non avrei fatto il Giro dei Paesi Baschi. Poi qualche mio compagno è stato poco bene, quindi mi hanno chiamato lunedì scorso e mi hanno detto che avrei corso qui. Non potevo che essere più felice!

Dov’eri quando hai ricevuto la chiamata?

Ero al Teide, dopo sei ore di allenamento, quindi ero finito, ma ero contento!

Eri con Roglic?

Sì, sì, e proprio in quel momento mi hanno chiamato. Allora l’ho detto a Primoz e lui: «Stai tranquillo, stai safe (sicuro, ndr)…». Era contento perché io ero contento. E questo mi ha fatto piacere.

Come stai? Stai andando forte…

Il Catalunya direi che è andato bene, ed è stato impreziosito dalla vittoria di Primoz. Quindi come squadra siamo contenti. Ora vediamo i prossimi appuntamenti, come andranno. Siamo preparati e abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare. Io anche sto bene, certo non corro da un po’ (proprio dal Catalunya, ndr) e per queste corse serve ritmo… Bisognerebbe avere un po’ di fortuna affinché le cose girino bene.

Ieri abbiamo seguito la tua ricognizione. Sei sempre stato davanti, come mai?

Proprio sempre no, dai! Ci sono stato spesso. Un po’ le strade le conoscevo, avendo fatto la Freccia Ardennese con la VF Group-Bardiani da under 23. Qualche salita me la ricordavo. Più che altro volevo fare un po’ di fatica, diciamo così…

Dal Teide alla Doyenne. Pellizzari è alla prima Liegi. Emozione e adrenalina non gli mancano (foto Instagram)
Dal Teide alla Doyenne. Pellizzari è alla prima Liegi. Emozione e adrenalina non gli mancano (foto Instagram)
Che corsa ti aspetti domani? E che corsa dovrai fare?

Mi aspetto che sarà dura! La Liegi è una gara lunga. Spero di partire non con le migliori sensazioni…

Ma come? Perché…

Perché per come sono fatto è meglio “volare bassi”. Se sto bene finisce che mi gaso troppo e rischio che parto “in palla”, spreco e poi vado giù. Mentre se sono costretto a stare più tranquillo, magari poi sto meglio nel finale. Purtroppo, come accennavo, la squadra ha avuto un po’ di sfortuna in queste classiche, quindi cerchiamo di dare il massimo e vedremo come andrà.

Giulio, ma quindi con che ruolo parti? Sei il leader…

No, non leader… Vediamo intanto come saranno quelle sensazioni. Sicuramente se starò bene non ci saranno problemi per poter fare la mia gara. Però, ripeto, vediamo le gambe: è la Liegi. E’ tanto lunga.

Una delle voci che più gira quest’oggi, pensando a Pogacar ed Evenepoel, è che tanti, anche ottimi corridori, vogliono anticipare…

Sicuramente qualcuno anticiperà. Sappiamo che Tadej attaccherà sulla Redoute, o almeno sembra sia scontato, pertanto immagino che qualcuno si muoverà. Noi partiamo per provare a far una top ten, magari una top five. Il top sarebbe un podio… Sappiamo che vincere è difficile, però ci proviamo.

Insomma Pellizzari “vecchio stile”: all’arrembaggio. Ma tu ce l’hai l’incoscienza di seguirli sulla Redoute?

Eh – ride Giulio, ma non smentisce – per prima cosa la Redoute bisogna prenderla davanti, perché se sei dietro non segui proprio nessuno. E prenderla davanti non è mica facile. Poi vediamo. Lo stimolo, la voglia da parte mia c’è sempre, ma a volte bisogna correre più di testa che di cuore.

Un’ultima domanda, Giulio: ieri sarebbero dovuti uscire i nomi della Red Bull-Bora per il Giro. E’ cosa nota che tu fai parte della “lista lunga”, delle riserve diciamo così, ma cosa puoi dirci in merito? Insomma, ci sarai al Giro?

Sicuramente io mi sono preparato bene. Ho fatto l’altura… Quindi la possibilità di essere in Albania la prossima settimana c’è. Sarebbe bellissimo.

Sarebbe davvero bello vederlo impegnato nella corsa rosa. La Red Bull-Bora sin qui lo sta gestendo benissimo. La sensazione è che questo sogno possa realizzarsi, ma non si può dare per certo: la comunicazione ufficiale giustamente spetta al team. Noi non possiamo far altro che incrociare le dita.

Intanto andiamo a cena pensando (sognando) che domani, quando si scatenerà la guerra tra i due giganti, Pellizzari possa buttarsi nel mezzo. Rispondere senza paura, il che non sarebbe la prima volta. E se poi si dovesse staccare… pace. L’importante è provarci. Testarsi, sbagliare, ma stare nella corsa. Vicino ai grandi.

Vince in volata, ma vuole completarsi: scopriamo Marchi

26.04.2025
6 min
Salva

La prima mano di poker è stata sua. In un mese da inizio marzo ha inanellato quattro vittorie tutte con una volata potente, la sua griffe. Tommaso Marchi in questo scorcio di stagione ha dimostrato di essere il velocista più continuo, anche per merito del lavoro sviluppato dalla Borgo Molino Vigna Fiorita.

Al secondo anno da junior, il 18enne trevigiano di Mareno di Piave (in apertura foto Lisa Paletti) sta mantenendo fede al suo percorso di crescita, fatto finora di quaranta successi giovanili partendo agli esordienti. Numeri importanti che tuttavia vanno valutati dal punto di vista statistico per non togliere l’attenzione ad un altro aspetto fondamentale, quello di diventare un corridore.

Per Pavanello (secondo da destra), Marchi è un velocista moderno con margini di crescita sul passo (foto Borgo Molino)
Per Pavanello (primo da destra), Marchi è un velocista moderno con margini di crescita sul passo (foto Borgo Molino)

Visto da Pavanello

Quando abbiamo deciso di conoscere meglio Marchi, non abbiamo potuto tralasciare il parere di Cristian Pavanello, suo diesse e grande conoscitore del panorama giovanile.

«Prima di tutto devo dire – apre il discorso – che Tommaso va elogiato perché è un bravo ragazzo, educato, dalle buone maniere e che si impegna tanto a scuola. Un figlio che ogni genitore vorrebbe avere. Dal punto di vista ciclistico invece in questi due anni, ed in particolare l’anno scorso, abbiamo lavorato cercando di migliorare dove ce n’era bisogno, specie sul fondo e in salita. E già ora ne vediamo i risultati. Vincere una gara come i Colli Marignanesi in Romagna non è cosa da poco. E nemmeno in Toscana ad Altopascio era semplice.

«Ora credo sia un corridore più moderno del classico velocista – conclude Pavanello – Certo parliamo sempre di un ragazzo che pesa 80 chilogrammi, quindi sullo Zoncolan non lo vedremo mai con i primi, a meno che non parta il giorno prima (ci dice sorridendo, ndr). Battute a parte credo che Tommaso nel tempo possa essere un uomo veloce forte anche sul passo, ma c’è molto da lavorare. Ci vuole pazienza. Le vittorie hanno un loro significato e servono, però poi conta il domani. Mezzi permettendo, negli juniores occorre imparare il mestiere per sapersi esprimere domani. Non pensiamo a ciò che accade troppo spesso ai ragazzi di adesso che vanno direttamente nel WorldTour».

Uno. Il 9 marzo a Nonantola colpo di reni vincente di Marchi su Vendramin per la prima vittoria stagionale (foto italiaciclismo.net)
Uno. Il 9 marzo a Nonantola colpo di reni vincente di Marchi su Vendramin per la prima vittoria stagionale (foto italiaciclismo.net)
Tommaso, partiamo da una tua presentazione. Chi sei giù dalla bici?

Sono un ragazzo che frequenta la quarta classe di ragioneria in un istituto di Conegliano. Nel tempo libero mi piace stare con la fidanzata e con gli amici, soprattutto per staccare la mente. Purtroppo con loro mi capita spesso di dire di no per gli impegni agonistici, ma sono comprensivi ed anche a scuola quando sono assente giustificato riescono a spiegare bene agli altri compagni e ai professori quanto ora sia difficile e complesso il ciclismo. Non seguo il calcio, mi appassiona la Formula 1 e naturalmente il mio sport.

Come nasce invece il Tommaso ciclista?

Ho iniziato a correre in bici da G2 per caso, quasi per sbaglio. Un giorno ho seguito ad un allenamento un mio amico che già gareggiava nel Pedale Marenese, il cui diesse era un mio vicino di casa. Non sapevo del ciclismo, però guardando quei miei coetanei mi sono entusiasmato e sono tornato a casa dicendo a mio padre che volevo provare a correre. Lui era stupito, ma mi ha accontentato ed è cresciuta la passione. Ancora adesso mi sento un bambino che si diverte in bici e mi aiuta a non sentire il peso degli allenamenti.

Immaginiamo che conti anche la società in cui corri.

Sì, tanto assolutamente. Nella nostra squadra c’è un clima tranquillo e stiamo bene. Quest’anno abbiamo tanti ragazzi all’esordio tra gli juniores che devono imparare, anzi che vogliono imparare. Li vedo molto attenti, in crescita e mi hanno aiutato a vincere. Siamo un bel gruppo.

Prendendo spunto da ciò che ha detto il tuo diesse, che tipo di corridore ti senti?

Cristian ha detto velocista moderno, io non saprei ancora come definirmi. Tengo sugli strappi brevi e l’anno scorso avevo colto un decimo posto al Trofeo Piva Junior che ha scoperto qualche caratteristica nuova di me. Sto lavorando da tempo sulle salite più lunghe e mi sento meglio. Già in questo avvio di stagione avevo valori come quelli di metà stagione dell’anno scorso. Devo certamente migliorare la mia esplosività in volata. Al momento sono uno da volate lunghe. Le lancio a 250 metri dal traguardo e se riesco a tenere la velocità alta, allora me le gioco. Infatti da allievo avevo vinto un tricolore nel keirin sulla pista di Dalmine che è lunga 400 metri.

Tre. Marchi vince i Colli Marignanesi indicando con la mano il bottino fin lì raccolto (foto italiaciclismo.net)
Tre. Marchi vince i Colli Marignanesi indicando con la mano il bottino fin lì raccolto (foto italiaciclismo.net)
A proposito, come sei messo con la doppia attività?

Quest’anno, parlando con Pavanello, abbiamo deciso di concentrarci solo sulla strada. In pista dovrei correre solo i campionati italiani, però vorrei riprendere a fare entrambe nel 2026 perché sappiamo che la multidisciplinarietà è importante.

L’anno prossimo passerai U23 e sicuramente sarai finito nel taccuino di tante formazioni. Sai già qualcosa?

Il mio procuratore Alessandro Mazzurana (dell’agenzia Teamvision Cycling, ndr) mi tiene aggiornato. Non sto correndo con la pressione di fare il salto negli U23 in un certo modo. So che ci sono un paio di squadre interessate a me, però io non ci penso o comunque ci penserò più avanti.

Ti sei ispirato a qualche pro’ in questi anni?

Non uno in particolare. Quando ho iniziato a correre il mio idolo era Sagan, anche perché era un bel personaggio che faceva bene al ciclismo. Adesso mi piace un corridore lontano dalle mie caratteristiche (sorride, ndr). Mi piace Evenepoel perché adesso quando corre non è mai anonimo. E’ uno che ci prova sempre.

Quali sono gli obiettivi a medio e lungo termine di Tommaso Marchi?

Il campionato italiano è uno di questi, anche se dobbiamo ancora capire come sarà il percorso. A luglio al Piva Junior sono curioso di vedere la differenza dall’anno scorso, ma in generale punto a guadagnarmi una convocazione in nazionale per l’europeo o per altre gare internazionali. La maglia azzurra l’ho indossata da allievo nel 2023 agli EYOF di Maribor. E’ stata un’esperienza bellissima, ma poco fortunata. Durante la crono diluviava e tirava un vento così forte che ad un mio compagno volarono via gli occhiali. Nella prova in linea invece la mia gara era durata poco. Erano caduti tre atleti davanti a me ed io ne ero rimasto coinvolto. Se dovessi indossare nuovamente l’azzurro, vorrei rifarmi o almeno essere più fortunato.

Più di mille chilometri (anche in gara) sulla nuova Scott Addict RC

26.04.2025
7 min
Salva
Sette chilogrammi (rilevati senza pedali e nella taglia 54, portaborraccia e mini-tool inclusi) ben distribuiti, un peso leggero che non diventa estremo una volta tradotto in stabilità, guidabilità e affidabilità della bici. 1.057 chilometri totali, 7.300 metri di dislivello positivi spalmati in poco più di tre settimane. Alcune fasi della prova hanno previsto la partecipazione ad una granfondo e un paio di gare veloci con percorso pianeggiante/leggermente vallonato.

Scott Addict RC, una super bici, non solo nei numeri. Dopo la presentazione ufficiale in Spagna (scorso ottobre 2024), ecco la prova completa dell’ultima versione con allestimento RC10.

Sette chilogrammi (rilevati senza pedali e nella taglia 54, portaborraccia e mini-tool inclusi) ben distribuiti, un peso leggero che non diventa estremo una volta tradotto in stabilità, guidabilità e affidabilità della bici. Entriamo nel dettaglio della prova.

Scott Addict RC con allestimento RC10
Scott Addict RC con allestimento RC10

Addict RC 10, il suo allestimento

Telaio e forcella in carbonio Scott HMX, manubrio Syncros IC-SL integrato e full carbon, reggisella in carbonio Syncros (sella Belcarra con rail in acciaio). Rimaniamo nella famiglia Syncros anche per quanto concerne le ruote, serie Capital 1.0s da 40 millimetri gommate Schwalbe One TLE da 30 millimetri (già in configurazione tubeless). Trasmissione Shimano Ultegra 52-36/11-34, senza power meter.

Il prezzo di listino è di 7.299 euro ed a nostro parere è molto buono. Consideriamo che si tratta del frame-kit top di gamma, il medesimo della versione Pro (quella usata da Pidcock, solo per fare un esempio). L’allestimento complessivo è assolutamente race-ready e permette di avere una super bici ad un prezzo che oggi rientra nella fascia media. Non significa avere una bici economica, significa avere un mezzo top di gamma che, se messa a confronto con biciclette di pari categoria disponibili sul mercato, costa meno rispetto alla media.

I numeri del test

1.057 chilometri totali, 7.300 metri di dislivello positivi spalmati in poco più di tre settimane. La Scott Addict RC 10 soggetto del test è stata utilizzata con tre setting differenti di ruote, nell’ottica di avere tre riscontri differenti, in base a diverse tipologie di percorsi e utilizzatori. 62 millimetri, 38 millimetri e ovviamente con le ruote Syncros della dotazione base.

Alcune fasi della prova hanno previsto la partecipazione ad una granfondo e un paio di gare veloci con percorso pianeggiante/leggermente vallonato.

Molto gratificante da guidare ed in curva appaga tantissimo
Molto gratificante da guidare ed in curva appaga tantissimo

Leggera, non estrema e super precisa

Si pone come uno dei kit telaio più leggeri disponibili ad oggi. Talvolta il peso ridotto è sinonimo di nervosismo, soprattutto dell’avantreno, di energie impiegate/sprecate per mantenere il giusto feeling di guida e di una forcella che tende a flettere assorbendo buona parte dei watt nelle fasi di rilancio. La nuova Addict RC non mostra nessuna di queste caratteristiche. E’ comoda il giusto, non è estrema, non lo è quando è necessario fare velocità e sfruttare la precisione dell’avantreno, non è nervosa e non galleggia quando per forza di cose si affrontano tratti sconnessi. Certo, bisogna adeguare la pressione delle gomme, cucirla addosso alle proprie caratteristiche di peso, stile di guida e tecnica delle ruote, ma la trazione del carro posteriore va ben oltre il binomio ruota/gomma.

Il comfort funzionale della Addict è un valore aggiunto che si traduce positivamente sulle lunghe distanze, quando si fanno tanti metri di dislivello positivo e asseconda una geometria tirata, non tiratissima. La “nostra” taglia 54 ha un passo complessivo di 99 centimetri (corto, ma non compresso, con un rake della forcella da 4,4 centimetri), con un reach ed uno stack rispettivamente di 39,5 e 54,3 centimetri. Ovvero, una bici con una lunghezza nella media, per nulla schiacciata verso l’anteriore (numeri contestualizzati alle geometrie attuali). Si può sfruttare facilmente tutto il cockpit, presa alta e presa bassa.

Sulle lunghe distanze trova il massimo grado di espressione
Sulle lunghe distanze trova il massimo grado di espressione

Non è veloce come la Foil RC, ma…

Non può e “non deve” essere veloce come la sorella Scott Foil RC, banale scriverlo, ma sono due bici diverse che, concettualmente si rivolgono a due categorie di agonisti differenti. La nuova Addict RC mostra una sorta di carattere da tuttofare. Non è stancante, è agile, non è una bici troppo impegnativa pur essendo un mezzo racing in tutto e per tutto.

Quando c’è da fare tanta velocità è inferiore alla Foil RC, che resta una delle aero bike più sorprendenti anche in salita, ma per versatilità e completezza d’impiego la Addict è superiore. Quando si ha la gamba per fare watt ed il setting è quello giusto, la Addict sostiene e supporta, quando si sale in sella per il semplice gusto di “farsi un giro”, la Addict RC non butta giù di sella.

Provata anche in gara
Provata anche in gara

Nota di merito all’integrato Syncros IC SL

Non è il medesimo manubrio montato sulla Foil RC. La famiglia è sempre quella del Creston, con quella sorta di disegno sagomato della sezione superiore, a rispetto al fratello l’IC SL è più sfinato e ha subito una cura dimagrante. La sua ergonomia parla chiaro: altezza di 12,5 centimetri e 7,5 di ampiezza della piega, per 6° di flare (svasatura verso l’esterno).

Una compattezza, che unita ad alcune caratteristiche geometriche menzionate in precedenza, permettono di distendersi senza schiacciarsi sull’avantreno, di avere la faccia perfettamente in linea con la forcella ed avere i pesi ben distribuiti. Sono fattori di primaria importanza che aiutano ad avere una buona impostazione e a sfruttare le potenzialità della bici.

RC 10, allestimento pronto gara e prezzo davvero interessante
RC 10, allestimento pronto gara e prezzo davvero interessante

In conclusione

Ci viene da sorridere quando si dice o si scrive “le bici sono tutte uguali”, affermazione distorta che meriterebbe un’argomentazione davvero ampia. Ogni bici ha delle caratteristiche proprie, delle peculiarità che vanno interpretate e sotto molti punti di vista plasmate in base al modo in cui si usa la bicicletta, a seconda del contesto e stile di guida. L’ultima versione della Scott Addict RC ne è l’esempio lampante, perché non essendo per nulla un compromesso, non è estrema nella rigidità e reattività percepite, facendo della sfruttabilità il valore aggiunto che occupa il primo gradino del podio in una ipotetica scala dei valori.

La Foil è più marcata e perentoria, muscolosa ed esigente, la Addict non perde un colpo in efficienza pur lasciando costantemente quel margine di errore che non guasta mai (per gli agonisti e non solo). La RC 10 soggetto del test, a nostro parere, è una soluzione ottimale per tutto quello che offre, una bici da gara, molto gratificante per l’immagine e non costa una follia.

Scott

Il GP Liberazione di Masciarelli, vittoria e profumo di rinascita

26.04.2025
6 min
Salva

Quelle mani sugli occhi dopo l’arrivo e la dedica verso il cielo danno la misura esatta del bisogno che Lorenzo Masciarelli avesse di vincere. Ce lo aveva raccontato pochi giorni fa e per questo la vittoria di Roma, in questo giorno a suo modo così strano, resterà scolpita nella sua storia personale di atleta e di uomo (in apertura, foto di Simone Lombi).

Il Gran Premio Liberazione si è svolto in un frullatore di emozione. Per la squadra bergamasca, quelle successive alla morte di Pietro Valoti, papà del diesse Gianluca, cui anche Masciarelli ha rivolto un pensiero avvicinandosi al traguardo. Per Roma e per il mondo cattolico, quelle dei giorni successivi alla morte di Papa Francesco. Un 25 aprile che l’abruzzese del team MBH Bank-Ballan ha vissuto come una vera rinascita e come tale ci piace raccontarla. Cinquant’anni dopo la vittoria di suo nonno Palmiro, memoria di un ciclismo diverso, di quando i dilettanti erano tali e al via di questa corsa ne trovavi anche 250 da tutto il mondo, lanciati verso le Olimpiadi.

Sono stati 160 i corridori al via del Gran Premio Liberazione organizzato da Claudio Terenzi (foto Simone Lombi)
Sono stati 160 i corridori al via del Gran Premio Liberazione organizzato da Claudio Terenzi (foto Simone Lombi)
Uno scalatore che vince il Liberazione, stavi davvero tanto bene?

Sapevo di andare forte e che potevo fare bene, però non mi aspettavo di vincere. Con la squadra sapevamo che avrei dovuto anticipare, ne avevamo parlato, anche perché comunque in volata sarebbe stato più rischioso. Ho visto l’occasione dopo due giri e mi sono infilato nella prima fuga di giornata. Ho pensato che a qualcuno era andata bene facendo così e mi sono buttato dentro. E poi nel finale mi sentivo bene, grazie anche al mio compagno che mi ha dato una grande mano (l’ungherese Takács, primo anno che nel 2024 ha vinto il Giro del Friuli juniores, ndr).

Forse il fatto di essere uscito dai panni dell’uomo da giri a tutti i costi ha aperto altre porte?

Sono contento perché ho ritrovato un po’ più di esplosività, anche se devo ancora capire bene che corridore sono, perché al Recioto sono andato forte anche in salita e avevo buone sensazioni. Ora so di avere anche questa sparata, quindi è complicato trovare una definizione unica. Non so sinceramente come descrivermi, so che ho vinto e questo è davvero una grande notizia.

Takàcs è stato di grande aiuto in fuga per Masciarelli, facendo tirate decisive (foto Simone Lombi)
Takàcs è stato di grande aiuto in fuga per Masciarelli, facendo tirate decisive (foto Simone Lombi)
Sei stato in fuga per tutto il giorno: hai sempre creduto che sareste arrivati oppure avete avuto paura per il gruppo che si avvicinava?

Da quando sono entrato in fuga, ho visto i corridori che c’erano e ho pensato sin da subito che si poteva fare bene, perché era gente forte e facevamo una bella andatura. Nonostante dietro il gruppo menasse forte, non ci prendeva tanto. Ho avuto paura in qualche momento che tornassero sotto, dopo 2-3 giri che eravamo partiti. Però poi abbiamo iniziato a prendere sempre più margine e soprattutto tra noi c’è stato molto dialogo.

Dialogo?

Quando abbiamo visto che il gruppo ci è arrivato a 1’30”, abbiamo alzato nuovamente l’andatura e siamo riusciti a tornare sui due minuti, c’era un bell’accordo tra di noi. Ci parlavamo molto e quindi lì ho iniziato a essere sempre più convinto. Si poteva arrivare. Anche quando si è messa davanti la Uae e ci hanno preso subito 30 secondi, li abbiamo respinti aumentando il ritmo.

Nell’ultimo giro a testa bassa e senza voltarsi: così Masciarelli ha respinto gli inseguitori (foto Simone Lombi)
Nell’ultimo giro a testa bassa e senza voltarsi: così Masciarelli ha respinto gli inseguitori (foto Simone Lombi)
Fino al tuo assolo finale…

Ho fatto la prima azione a tre giri dalla fine e siamo tornati a 2 minuti di vantaggio e mi sono reso conto che dietro non fossero fortissimi. Takàcs mi ha aiutato tantissimo, ha fatto delle tirate veramente forti e intanto i ragazzi che erano con noi erano sempre più sofferenti. A quel punto, ho capito che si poteva fare.

Sei andato via da solo e non ti sei mai voltato.

Esatto, ma fino ai 400 metri non ci credevo ancora. Nell’ultimo giro, non mi sono mai guardato alle spalle. Avevo qualche riferimento soltanto quando vedevo il gruppo nel controviale. All’inversione dopo l’ultimo passaggio sull’arrivo, li avevo visti vicini. Saranno stati 6-7 secondi e quindi da lì in poi non mi sono più girato. Sono andato a tutta fino al traguardo e quando negli ultimi 400 metri ho visto che nella discesa alle mie spalle non c’era nessuno, mi sono reso conto di aver vinto.

Le dita al cielo salutando Pietro Valoti, scomparso la settimana precedente (foto Simone Lombi)
Le dita al cielo salutando Pietro Valoti, scomparso la settimana precedente (foto Simone Lombi)
Una vittoria che dà fiducia?

Sapevo di stare bene e già questo mi dava convinzione. Quello che mi porto via da Roma è la lezione che a volte osando di più si può tirare fuori un bel risultato. Su strada non vincevo dal secondo anno da allievo, davvero tanto tempo. Ci sono riuscito, quindi ho più serenità a livello personale, magari d’ora in poi potrò divertirmi di più.

Che cosa prevede ora il programma?

Ci sono ancora tante gare, poi c’è il Giro Next Gen, ma intanto andiamo alla Torino-Biella. E’ un bel momento. Nespoli ha vinto il Recioto ed è dal primo ritiro che abbiamo avuto la sensazione di una squadra in ottima salute. Ci dispiaceva di non aver ancora raccolto i frutti degli allenamenti e degli sforzi che avevamo fatto nei giorni sull’Etna con cui abbiamo preparato le classiche di aprile. Questa settimana è stata la vera svolta.

E’ stata anche la conferma che lavorando bene, i devo team non sono poi così lontani?

Secondo me è così. Magari hanno qualche piccola accortezza, qualche aggiornamento in più avendo alle spalle dei team WorldTour. Però alla fine sono ragazzi come noi, abbiamo la stessa età. Quindi per quanto possano essere più aggiornati di noi, tolti 2-3 corridori che vanno fortissimo come lo stesso Finn, non abbiamo nulla da invidiargli. A patto che si lavori nel modo giusto: questa è la premessa più giusta.

Il Giro e i pensieri di Missaglia: Pidcock, Moschetti e non solo

26.04.2025
5 min
Salva

La Q36.5 Cycling Team si sta avvicinando alla sua prima grande corsa a tappe, il Giro d’Italia. Il 9 maggio prossimo dall’Albania la squadra, che sarà guidata in ammiraglia da Gabriele Missaglia, si godrà il frutto della wild card arrivata nelle scorse settimane. La decisione da parte dell’UCI di accettare la richiesta degli organizzatori e portare a quattro i team invitati ha reso possibile tutto ciò. In questo modo la formazione professional svizzera, che da quest’anno vede nelle sua fila Tom Pidcock, ha iniziato il conto alla rovescia e i preparativi per la Corsa Rosa

«Speravamo nell’invito – ci spiega proprio Gabriele Missaglia – lo abbiamo metabolizzato bene e di colpo prenderemo parte a due grandi corse a tappe: Giro e Vuelta. Prepararlo in corso d’opera non è semplice, sia a livello logistico che di preparazione atletica. Alcuni dei ragazzi impegnati nelle Classiche delle Ardenne erano già in altura, tra questi proprio Pidcock. Tuttavia il focus era incentrato su queste corse».

La Q36.5 Pro Cycling ha ottenuto la wild card per il Giro, la sua prima grande corsa a tappe di tre settimane
La Q36.5 Pro Cycling ha ottenuto la wild card per il Giro, la sua prima grande corsa a tappe di tre settimane

Il punto dopo Liegi

Per sapere quali saranno le ambizioni della Q36.5 Pro Cycling al Giro ci sarà da aspettare ancora, per il momento Missaglia si sta godendo le prestazioni di Pidcock e degli altri ragazzi impegnati nelle altre corse. 

«Lavoriamo da dicembre – continua il diesse lombardo – ma senza la conferma di prendere parte al Giro era difficile concentrarsi su qualcosa di concreto. Lo stesso Pidcock ci sperava ma ancora non sapevamo niente. Ci siamo concentrati sulle prime corse del calendario, arrivando in ottima condizione. L’impegno non è stato da poco, così dopo il blocco di gare italiane, terminato con la Milano-Sanremo, si è tirato il fiato in vista delle Ardenne».

La punta della formazione svizzera sarà sicuramente Pidcock, rientrato alle corse per le Ardenne dopo un periodo di altura
La punta della formazione svizzera sarà sicuramente Pidcock, rientrato alle corse per le Ardenne dopo un periodo di altura
Anche tu tornerai al Giro dopo qualche anno…

Vero. L’ultima volta è stato nel 2021 con la Qhubeka, in quell’occasione avevamo vinto tre tappe con Nizzolo, Campenaerts e Schmid. Vedremo di eguagliare questo numero (dice con una risata, ndr). Ma a parte gli scherzi, una wild card del genere va solo onorata. 

Nizzolo lo hai ritrovato alla Q36.5, potrebbe essere uno dei nomi papabili?

Ce ne sono tanti, il roster è ancora ampio proprio per il motivo che ho detto prima: stiamo programmando il tutto. Sicuramente Nizzolo è migliorato e sta recuperando bene dopo l’infortunio. Ha fatto una bellissima Roubaix e sono contento di come si sta comportando. 

Il recupero di Nizzolo fa ben sperare, il velocista milanese ha vinto una sola tappa al Giro con Missaglia n ammiraglia
Il recupero di Nizzolo fa ben sperare, il velocista milanese ha vinto una sola tappa al Giro con Missaglia n ammiraglia
Pidcock è la star, ma c’è un altro atleta che sta raccogliendo ottimi risultati: Moschetti.

E’ un altro dei papabili e quest’anno ha fatto uno step in più a livello di performance e attitudine in gara. Anche lui nel 2024 ha subito un brutto infortunio, a luglio. Era messo male ma questa sua reazione mi rende felice e orgoglioso. 

Difficile tenere fuori un velocista in questa condizione, no?

E’ pronto ed eventualmente sarà pronto (dice con un sorriso, ndr). In questa stagione lo sto vedendo più velocista, non dico che è aggressivo ma frena di meno. Il velocista di solito è uno spericolato che entra in spazi a volte inimmaginabili. Diciamo che Moschetti è uno sprinter buono ma che ha acquistato tanta consapevolezza nei propri mezzi. 

Moschetti, a sinistra, e Parisini. I due hanno corso spesso insieme con il secondo a servizio del primo
Moschetti, a sinistra, e Parisini. I due hanno corso spesso insieme con il secondo a servizio del primo
Per lanciare un velocista serve il treno giusto, ci avete pensato?

Abbiamo tante soluzioni in squadra e se dovesse arrivare la conferma per Moschetti potremmo vedere chi lo ha guidato dall’inizio della stagione: Parisini, Frison… Non dobbiamo dimenticarci però che il nostro leader è Pidcock e sarà importante trovare il giusto equilibrio. 

Chi c’era in altura insieme a Pidcock?

Mi spiace ma non vi dico i nomi, ho già detto troppo (ride ancora, ndr). 

Al Giro d’Abruzzo David de la Cruz ha lottato per la vittoria finale, anche lui è parso in ottima forma
Al Giro d’Abruzzo David de la Cruz ha lottato per la vittoria finale, anche lui è parso in ottima forma
Tu sei pronto?

Sono tranquillo. So che c’è da lavorare tanto per preparare il tutto e al momento non sto pensando a come sarà per me il ritorno al Giro. Quando sono in gara entro nel mood che avevo da corridore, quello mi accompagna sempre. 

Allora buon lavoro e ci vediamo sulle strade della Corsa Rosa.

Grazie! E buon lavoro a voi. 

Tour of the Alps: Prodhomme vince, Seixas prenota il futuro

25.04.2025
6 min
Salva

LIENZ (Austria) – La giornata finale del Tour of the Alps, che per la seconda volta in questa edizione finisce in suolo austriaco, regala una parata trionfale alla Decathlon AG2R La Mondiale. La formazione francese impacchetta una prestazione eccezionale con due suoi corridori tanto importanti quanto diversi. Nicolas Prodhomme vince la sua prima gara tra i professionisti con un’azione da lontano, al suo fianco arriva il giovane Paul Seixas

«Abbiamo chiuso alla grande un ottimo Tour of the Alps – ha detto Prodhomme – con questo bellissimo uno-due. Eravamo partiti per fare classifica con Gall ma abbiamo trovato sulla sua strada un ottimo Storer. Seixas ed io abbiamo lavorato bene durante la giornata di oggi. Gli avrei lasciato la vittoria ma lui ha voluto a tutti i costi che toccasse a me e lo ringrazio. Ora per me arriva il Giro d’Italia, prima però è tempo di festeggiare con la mia famiglia e di godermi questa prima vittoria tra i professionisti».

Il francesino Seixas, che ancora deve compiere diciannove anni, è arrivato direttamente nel WordTour dopo due stagioni da protagonista tra gli juniores. La Decathlon AG2R ha un vivaio profondo, che inizia con la formazione under 19 e prosegue con quella under 23 e ci ha abituato a questo tipo di approccio con i suoi ragazzi. Chi merita sale presto tra i grandi per imparare come si corre e a vivere il ciclismo da protagonista

Seixas ha lanciato l’azione decisiva sulla salita finale di questa quinta tappa
Seixas ha lanciato l’azione decisiva sulla salita finale di questa quinta tappa

Doppietta francese

Seixas e Prodhomme sono entrati nella fuga del mattino, consapevoli che il gruppo avrebbe lasciato spazio, complice anche il numero risicato di atleti arrivato al termine di questo Tour of the Alps, appena settantotto. Quindi non era facile per le squadre avere le forze per controllare la corsa. Sulla salita di Stronach, a dieci chilometri dal traguardo, è stato Paul Seixas a dare fuoco alle polveri alzando il ritmo e sfilacciando il gruppetto dei fuggitivi. A riportarsi sullo scalatore francese è stato Prodhomme e sulla discesa finale i due si sono parlati. Dietro al palco delle premiazioni chiediamo a Seixas cosa si sono detti. 

«Ci siamo confrontati su chi avrebbe dovuto vincere – dice – e visto che lui non aveva mai vinto in questi cinque anni da professionista ci è sembrato giusto che fosse lui a passare per primo sotto al traguardo. Io ho la consapevolezza di essere andato molto bene in questi cinque giorni e di essere forte. In futuro potrò vincere sicuramente altre gare. L’ammiraglia ha detto di far vincere me ma non ero d’accordo, era giusto lasciarla a Prodhomme».

Ti saresti aspettato una prova del genere in una corsa così dura?

Quando sono arrivato a questo Tour of the Alps non ero concentrato su quello che avrei potuto fare ma cosa avrei potuto imparare. A conti fatti sono stato tra i primi tutti i giorni tranne ieri, è stato bello ed emozionante. Alla fine pensavo che come squadra avremmo potuto vincere una tappa e ci siamo riusciti. 

Sei entrato nel WorldTour e stai andando molto bene, è stato un passaggio difficile?

Sicuramente si tratta di un grande salto perché qui corrono i migliori atleti al mondo. Questo inverno ho lavorato duramente e penso che tutti gli sforzi fatti siano stati ripagati da una buona condizione. Ora riesco a correre insieme agli atleti più forti: non credevo di essere così competitivo ma è una bella sorpresa. 

Al traguardo ti abbiamo visto insieme alla tua famiglia…

Erano qui per sostenermi, come hanno sempre fatto. Non è facile essere così giovane e avere una vita che ti porta spesso in giro ma penso sempre a loro e ai sacrifici che hanno fatto per me. Li amo. 

Cosa ti hanno detto quando sei arrivato direttamente nel WorldTour?

Si sono mostrati subito molto contenti e felici di vedermi qui a lottare tra i primi. Erano anche abbastanza sorpresi (dice con una risata, ndr). Ora ho diciotto anni e sono libero di decidere dove allenarmi. La mia mentalità però è sempre la stessa: mi alzo la mattina concentrato su come lavorare e mi sento realizzato

Per diversi giorni è stato anche leader della classifica dei giovani, primato strappato da Max Poole
Per diversi giorni è stato anche leader della classifica dei giovani, primato strappato da Max Poole
Il modo di allenarti è cambiato tanto?

Ho parlato con la squadra e ci siamo confrontati sul lavoro da fare una volta passato professionista. Mi alleno quasi il doppio rispetto a prima quindi la differenza si vede. Quando ero juniores non ho mai esagerato con le ore di allenamento, ora mi impegno quasi come gli altri atleti professionisti. Insieme allo staff si è deciso di lasciare del margine per progredire in futuro. 

In cosa ti senti più forte?

Mi sono concentrato su tutti gli aspetti: cronometro, sprint e salita. L’obiettivo è diventare un corridore il più possibile completo. La cosa che mi sorprende è il fatto di essere già ad un buon livello. Pedalare fianco a fianco con campioni come Storer, Ciccone e Arensman è abbastanza folle per me. 

Seixas ha avuto gli occhi, e i microfoni, puntati addosso fin dal primo giorno
Seixas ha avuto gli occhi, e i microfoni, puntati addosso fin dal primo giorno
La squadra ha dei corridori molto giovani in rosa, che arrivano anche loro dalle formazioni di sviluppo…

Penso che sia positivo perché ci si può aiutare a vicenda e ci si sente in un gruppo insieme a tanti coetanei. E’ la mentalità che conta e avere dei compagni di squadra giovani aiuta tanto. Quando li ho accanto cerco di imparare qualcosa su di loro e capire come lavorano e si allenano.

C’è qualcosa nello specifico che ti incuriosisce?

Sì, ma non lo dico. E’ un segreto (dice con una risata, ndr). 

Farai anche corsa con gli under 23?

Dovrei fare il Giro Next Gen, ma ancora devo avere la conferma dalla squadra. Uno degli obiettivi di stagione, che è anche un po’ un sogno per me, è il Tour de l’Avenir, ma manca ancora tanto. Ora mi godo il momento. 

E’ il giorno delle ricognizioni e dei tifosi. Nel cuore delle Ardenne…

25.04.2025
7 min
Salva

VIELSAM (Blegio) – Finalmente, dopo 36 ore di pioggia ininterrotta, torna a splendere un timido (anzi, facciamo timidissimo) sole sulle Ardenne. Non piove e già va bene. E’ venerdì, antivigilia della Liegi-Bastogne-Liegi, ed è quindi il classico giorno delle ricognizioni.

Alla sera, dopo un ultimo giro di messaggi con i vari direttori sportivi, stabiliamo anche noi il nostro piano di battaglia. Molti team hanno scelto Vielsam come punto di partenza. Tanto vale recarsi lì. Tra le 9,30 e le 11 tutti sono in “pista”.

Pista è un termine che calza, visto che questa è la strada della Liegi e che nel bel mezzo della recon si lambisce anche il circuito di F1 di Spa-Francorchamps.
Il primo atleta che incontriamo è un italiano: Samuele Battistella. Un saluto incoraggiante e, insieme al capitano Ben Healy e ai compagni, s’immette alla scoperta degli ultimi 104 chilometri della Doyenne.

Appuntamento a Vielsam

Poco dopo ecco spuntare Andrea Bagioli. Lui è in compagnia di un solo altro atleta e in ammiraglia sono seguiti dal direttore sportivo Maxime Monfort. Il resto del team ha fatto la ricognizione ieri: si sono sciroppati 150 chilometri sotto la pioggia. Qualcosa d’insolito anche per i belgi, tanto è vero che più di qualche voce locale aveva sottolineato la cosa.

In casa XDS-Astana Team, il primo a scendere dal bus è Alexandre Vinokourov! Ma non aveva smesso? O siamo ancora al 2005, quando vinse la sua seconda Liegi? Vino scherza: «No, non la faccio mica tutta con loro». E infatti, dopo aver preso un caffè, il manager s’incammina con una delle bici di Velasco, un po’ prima dei ragazzi. Mario Manzoni, il direttore sportivo, dà le ultime indicazioni e poi partono anche Diego Ulissi e gli altri.

Qualche centinaio di metri a valle, ma sempre a Vielsam, ecco due team: Team Visma-Lease a Bike e Red Bull – Bora.
E qui la sorpresa: tra i “tori rossi” c’è anche Giulio Pellizzari. La squadra lo ha annunciato in extremis, ma siamo venuti a sapere che, tutto sommato, Pellizzari sapeva di fare la Liegi già da un po’. Non tanto, ma neanche così all’ultimo.

E’ sorridente, emozionato e anche quello che si sente di più. Fa “perdere la pazienza”, nel senso buono, anche con Enrico Gasparotto. Insomma, si parte tra le risate.
Giulio è al debutto e seguiamo il suo team per un po’. La cosa che abbiamo notato è che, praticamente per tutto, ma proprio tutto, il tempo Pellizzari è stato in testa. Forse voleva vedere per bene le strade. Una bella fame di conoscenza, di entusiasmo…

Nel cuore della Doyenne

E a proposito di strade, forse la tattica di Gasparotto di farlo stare davanti è davvero corretta. Seguendo questa recon da così dentro e così da lontano rispetto al solito, ci siamo resi conto anche noi di cosa sia davvero la Liegi. Non è solo Redoute o Roche-aux-Faucons o Stockeu. E’ un serpente d’asfalto alquanto velenoso. Noi seguiamo le côtes, ma in realtà è un continuo saliscendi. La pianura non esiste. E spesso si sale a strappi.

E non si deve pensare solo al dislivello: le strade sono spesso strette. Si lascia una strada nazionale e si svolta secchi su una comunale di campagna. Il risultato è: carreggiata ristretta, curve, pendenze violente anche in discesa e asfalto ondulato. Tanti microdossi che richiedono molta attenzione. Proviamo a immaginare lo stress dei corridori in gruppo, il cercare di stare davanti.

Il tratto in discesa dopo Wanne, giusto per dirne uno, è difficilissimo. Lo stesso vale per le stradine che precedono la cote di Mont-le-Soie. Poi, ovviamente, ci sono le salite vere e proprie… che non regalano nulla.

Ardenne già in festa

E poi c’è il contorno di questa ricognizione. Ed il contorno è la gente, la festa, il popolo del ciclismo. Ragazzi che si accodano ai team, tifosi a bordo strada e la solita Redoute già presa d’assalto. A Remouchamps, il pratone verde alla base della cote simbolo della Liegi è già pieno di camper e sulla salita tutti aspettano i big. Che bel caos per Tadej Pogacar, ma soprattutto per i beniamini di casa: Lotte Kopecky e Remco Evenepoel. Un signore ci confida che spera proprio sia Remco a battere Pogacar.

Ma la festa, anche la nostra, non è finita. Poco dopo la Redoute, dove Remco staccò Healy due anni fa, c’è uno stand con una bandiera belga e una italiana. Si mangia, si beve e si fa il tifo per Andrea Bagioli. E’ il suo fan club. A dirigere l’orchestra è Florio Santin.

Un bicchiere di rosso, un panino e la torta di riso. «Questa è tipica della zona, delle Ardenne – ci dicie Florio – Ne era golosissimo Giovanni Visconti. Che ha poi trasmesso questa passione anche a Valverde. Prima è passato Bagioli, ma non si è fermato… purtroppo. Mentre è stata molto carina Elisa Longo Borghini. Ha rallentato, ci ha sorriso e abbiamo scambiato una battuta».

E’ ormai l’ora di pranzo passata. I team non passano più. Quel che è fatto è fatto. I big hanno le conferenze stampa. Gli altri potranno vivere con un pizzico in più di relax questo avvicinamento… all’ultima grande classica di questa splendida Campagna del Nord.

Quando comodità è prestazione: la scelta della sella con Selle SMP

25.04.2025
5 min
Salva

E’ un connubio difficile da realizzare, quello fra prestazione e comodità. Eppure, quando si parla di selle, questo paradigma può essere sovvertito. Selle SMP lo fa da anni, con un approccio scientifico e personalizzato. Per andare forte bisogna essere comodi in sella e il brand veneto lo ha capito prima di tanti altri.

Nata nel 1947 a Casalserugo, in provincia di Padova, Selle SMP è un’azienda a conduzione familiare giunta alla quarta generazione. Nel tempo ha saputo combinare tradizione artigiana e innovazione tecnologica. Il punto di svolta arriva nel 2004 con il lancio della prima sella ergonomica dotata di canale centrale aperto, pensata per ridurre la pressione sulle strutture anatomiche e migliorare la circolazione sanguigna. Oggi Selle SMP produce oltre 40 modelli, specifici per ogni disciplina e tipo di ciclista.

Fra i team professionistici che utilizzano Selle SMP c’è la VF Group–Bardiani CSF–Faizanè, che presto vedremo anche sulle strade del Giro d’Italia. Uno degli alfieri è Martin Marcellusi, con cui abbiamo parlato di scelta, sensazioni e dettagli tecnici.

Il nastrino tricolore dietro alle selle Selle SMP: un classico che racconta del Made in Italy
Il nastrino tricolore dietro alle selle Selle SMP: un classico che racconta del Made in Italy
Martin, partiamo dalla scelta della sella: non è affatto scontata, viste le tante opzioni disponibili. Come si svolge la selezione?

In effetti non è facile scegliere. Abbiamo a disposizione l’intera gamma Selle SMP. Si parte con un colloquio con Davide Polo, referente tecnico del marchio. Gli si spiegano le proprie esigenze, il tipo di seduta preferita e le selle usate in passato. A quel punto lui propone una serie di modelli da testare, quelli che secondo lui possono fare al caso tuo.

Di quante selle parliamo normalmente?

Solitamente due o tre, ma c’è anche chi arriva a provarne cinque. Poi si inizia a testarle.

Tu che caratteristiche cercavi?

Volevo una sella dura e il più piatta possibile. Mi piace una seduta “aggressiva”, mi dà la sensazione di maggiore reattività. Ma al tempo stesso una sella che mi consentisse di spingere in salita, di avere un appoggio robusto.

Non hai menzionato il peso. Come mai?

Perché nel caso della sella non è la mia priorità. Prima di tutto deve essere comoda, perché se ti trovi bene, riesci anche a esprimerti meglio in gara. Comunque quella che uso pesa poco più di 150 grammi, quindi siamo su livelli molto buoni.

Qual è il modello che usi?

La F20 C S.I. La “C” sta per “corta” e “S.I.” per “senza imbottitura”. E’ una sella essenziale, ma mi calza a pennello.

Hai iniziato ad usarla quando sei arrivato alla Bardiani?

No, già la usavo da under 23, ai tempi del Team Palazzago. Allora avevo una Selle SMP Evolution. Quando sono passato pro’ e ho avuto la possibilità di testare tutta la gamma man mano sono arrivato alla F20 C S.I. Mi sono trovato bene fin da subito.

Cosa significa trovarsi bene con una sella?

Che appena l’ho provata mi sono sentito a mio agio. Nessuno schiacciamento, neanche quando ero in presa bassa sul manubrio, nessun intorpidimento alle gambe e anche dopo parecchie ore non avevo problemi. E questa è una cosa da non sottovalutare.

C’è stato un lavoro specifico per trovare la posizione ideale?

Sì, anche se sono dettagli minimi. Alla posizione definitiva ci sono arrivato da solo, ma si parla davvero di millimetri, uno do due al massimo. Micro regolazioni dell’inclinazione. Sono cose che solo il corridore può percepire. La prima importante messa in sella è avvenuta quando c’erano i meccanici del team, poi quella finale, dei ritocchi minimi, l’ho fatta da solo uscendo con la brugolina in tasca.

Quando ci si alza sui pedali la sella non deve essere d’intralcio. Per chi come Martin pedala in punta, avere la versione corta è un vantaggio in tal senso
Quando ci si alza sui pedali la sella non deve essere d’intralcio. Per chi come Martin pedala in punta, avere la versione corta è un vantaggio in tal senso
Durante l’anno quante selle cambiate? E perché si cambia?

Ne cambiamo quattro o cinque, il che non è poco. Ma lo facciamo a cadenze regolari, non perché la sella dia segni di cedimento, anzi, proprio per il contrario. Le Selle SMP sono resistenti, non si “imbarcano” come si diceva una volta. Cambiarle spesso serve proprio a mantenere sempre il massimo livello di prestazione e comfort.

Come mai hai scelto una sella corta?

Un po’ perché mi ci sono trovato bene fin da subito e un po’ perché pedalo molto in punta. La sella corta mi permette comunque di muovermi bene, sia quando mi alzo, sia quando affronto le discese.

Ma se allora pedali in punta non sarebbe più logico usare una sella lunga?

Non necessariamente. La sella corta mi aiuta a non esagerare nello stare troppo in punta. Mi dà equilibrio, mi permette di essere mobile, senza finire troppo avanti col corpo. E poi bisogna pensare che Selle SMP propone selle con un carrello molto lungo, pertanto volendo, si può finire davvero molto avanti. Ma la cosa bella, a prescindere dal mio caso, è che lo spettro delle regolazioni è molto ampio.