Ritiro al Tour of the Alps. Il piano B di Tiberi e Bartoli

25.04.2025
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Il secondo giorno al Tour of the Alps, a margine della vittoria di Storer si è registrato il ritiro di Antonio Tiberi per problemi allo stomaco. La squadra sta ancora aspettando l’esito delle analisi, tuttavia il dato da tenere sotto osservazione è che il corridore italiano, che da mesi è in rotta sul Giro, ha perso una settimana di importante lavoro di rifinitura. In che modo questo influirà sulla sua prestazione nella corsa di casa?

Lo abbiamo chiesto al suo preparatore Michele Bartoli, che lo ha seguito per il lavoro in altura delle settimane scorse, apprezzando anche l’ottima condizione di Damiano Caruso, che al Giro ne sarà nuovamente l’angelo custode.

Caruso e Tiberi, coppia forte della Bahrain Victorious verso il Giro. Il siciliano al momento è 6° in classifica
Caruso e Tiberi, coppia forte della Bahrain Victorious verso il Giro. Il siciliano al momento è 6° in classifica
Il 2025 di Tiberi è vissuto su Algarve, Tirreno-Adriatico e la prima tappa al Tour of the Alps. In che modo questo può influire sul rendimento al Giro?

Chiaro che per la prima settimana, un minimo di importanza ce l’ha. Mentre per il Giro in generale, la situazione non mi preoccupa. Certo, Antonio ha corso poco, quindi magari una cosa in meno potrebbe incidere. Eravamo andati a fare il Tour of the Alps perché sapevamo che ci avrebbe fatto bene. Vedremo nei prossimi giorni quello che sarà in grado di fare e come lavorerà.

Fino al momento del ritiro, come stavano andando le cose?

Bene, bene. E’ stato in altura con Damiano, che sta andando forte: era da tempo che non si vedeva un Caruso così.

Al Giro ci si può permettere di crescere con i giorni o servirà essere subito pronti?

La cronometro il secondo giorno rende necessario arrivarci bene, ma è un Giro impegnativo sino alla fine. Per cui potrebbe mancare il lavoro della corsa saltata, ma aspettiamo di vedere se va tutto bene e poi gli faremo fare un mezzo Tour of the Alps a casa. Faremo simulazione di gara, ma prima bisogna che stia bene. Oggi (ieri, ndr) è stato ancora fermo in attesa degli esami. Domani (oggi, ndr) spero possa ripartire a pedalare, magari inizialmente con un girettino. Non puoi chiamarlo allenamento, ma nel giro di un paio di giorni avremo i risultati delle analisi e a quel punto potremo iniziare a fare sul serio.

Prima del Tour of the Alps, Tiberi aveva corso la Tirreno, finendo terzo dietro Ayuso e Ganna
Prima del Tour of the Alps, Tiberi aveva corso la Tirreno, finendo terzo dietro Ayuso e Ganna
Su cosa ha lavorato in altura?

E’ stata una preparazione mirata a un Grande Giro. Quindi tanto dislivello e tanto lavoro aerobico. Poi è chiaro, la percentuale dei lavori cambia un po’. Prima magari per le gare di un giorno, si fa un po’ più di lavoro anaerobico. Per i Grandi Giri è diverso, ma Antonio ha lavorato con i giusti criteri ed è riuscito a farlo.

Trovi differenze fra il Tiberi di oggi e quello dello scorso Giro?

E’ cresciuto fisicamente e anche come consapevolezza. Parte da un livello di sicurezza diverso e già quello ti aiuta tanto anche a migliorare la prestazione. Perciò aspettiamo l’esito delle analisi e poi vedremo il modo migliore per riprendere il terreno perduto.

Tour of the Alps: ecco Arensman, il granatiere fa rotta sul Giro

24.04.2025
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OBERTILLIACH (Austria) – Il Tour of the Alps sconfina nel Tirolo austriaco proponendo una tappa impegnativa e adatta solo a corridori dalle gambe forti. Se a questo aggiungiamo il meteo avverso, con freddo e pioggia a colpire duramente i protagonisti di giornata, il risultato diventa quello che abbiamo sotto gli occhi. Volti scavati dalla fatica, labbra che tremano ancora intorpidite dal freddo e occhi spiritati. Sulla strada l’azione di Thymen Arensman ha scavato solchi profondi in classifica e l’olandese alto e magro dai lineamenti decisi ha preso in un colpo solo la gloria e la maglia verde. 

Nulla di programmato

Su questa piccola frazione austriaca, adagiata su una vallata che sembra senza fine, le nuvole grigie e cariche di pioggia nascondono le vette innevate. Quando il corridore della Ineos Grenadiers approccia l’ultima salita la pioggia inizia a picchiettare sul casco, rendendo ancora più complicati i chilometri conclusivi. 

«L’unica cosa pianificata di questa tappa – spiega Arensman – è stato il mio primo attacco. Volevo essere nella fuga. Nella prima discesa il freddo ha lasciato un piccolo gruppo di pretendenti alla vittoria e ci sono stati degli attacchi. Durante le scalate successive ho continuato ad attaccare, volevo mettere fatica nelle gambe dei miei avversari. Quando sono rimasto solo non ho fatto nessun ragionamento, ho spinto fino alla fine cercando di tenere un passo regolare». 

Arensman è sceso dall’altura poco prima del via, la condizione migliora giorno dopo giorno
Arensman è sceso dall’altura poco prima del via, la condizione migliora giorno dopo giorno

La prima tra i granatieri

Nel 2022 Arensman ha lasciato il Team DSM per accasarsi alla Ineos Grenadiers. La vittoria di tappa al Tour de Pologne prima e alla Vuelta poi avevano evidenziato le doti del ragazzo olandese. Il team britannico, che nell’inverno di quella stessa stagione contava su tanti pretendenti ai grandi giri, non ha spinto sull’acceleratore e ha lasciato ad Arensman il tempo di lavorare e imparare. La sua prima vittoria è arrivata oggi sulle strade di questa breve e intensa corsa a tappe ma il cammino era già stato tracciato. 

«Il primo successo in maglia Ineos – dice ancora – è una bellissima sensazione. Sono entrato nella squadra alla fine del 2022, ed era qualcosa di completamente nuovo per me. Ho dovuto imparare a conoscere questo team e ho avuto come insegnanti i migliori compagni che potessi immaginare. Al primo anno sono stato accanto a Geraint Thomas al Giro, facendogli da spalla. Da quell’esperienza ne è scaturito un sesto posto finale, ed è stato fantastico e anche un onore. Durante queste due stagioni la squadra mi ha lasciato lo spazio per provare a fare la corsa e mettermi in mostra per ciò che ero. Dal canto mio sento di essere cresciuto anno dopo anno. Lo staff e i compagni mi hanno dato fiducia e io ne ho acquisita rispetto alle mie qualità. Questa vittoria credo sia il modo migliore per ripagare la squadra e spero ne possano arrivare tante altre». 

Lo spunto rosa

La Ineos Grenadiers torna al Giro d’Italia con un gruppo solido e con Thomas dirottato sul Tour de France si apre lo spazio per vedere di che pasta è fatto Thymen Arensman. Senza dimenticarci di Bernal, sparito dai radar da quasi un mese ma pur sempre al lavoro per il Giro. 

«Gli anni scorsi – conclude Arensman – arrivavo al Giro condividendo il ruolo di capitano con Thomas. A maggio, invece, saremo Egan Bernal ed io a curare la classifica generale. Siamo due corridori completamente diversi, io sono un atleta che fa del passo il suo forte. Inoltre ho ottime doti anche a cronometro. Bernal, invece, è uno scalatore puro. La squadra avrà due carte da giocare. Quando correvo accanto a Thomas l’approccio era più conservativo, visto che abbiamo caratteristiche molto simili. Sono sicuro che Bernal attaccherà su ogni salita, mentre io avrò come focus le cronometro per guadagnare tempo. Poi magari arriveranno giornate buone come quella di oggi. Sono sicuro che avere due approcci diversi alla gara sarà un cambiamento positivo».

Con Oggiano nel laboratorio Ineos, progettando il futuro

24.04.2025
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L’universo Ineos è estremamente vasto. Non c’è solo il ciclismo, considerando l’impegno fino all’edizione dello scorso anno della Coppa America di vela (e il ritiro della sfida di Ineos Britannia dei giorni scorsi ha destato molto scalpore) come anche quello nella Formula 1 al fianco di Mercedes, rivale sulle due ruote ma strettissima partner sulle quattro. Le commistioni fra i vari campi sono molto strette e a livello di ricerca il lavoro diventa spesso comune.

Direttore Area Ricerca e Sviluppo della Ineos Cycling è Luca Oggiano, dirigente che si è fatto una lunga esperienza all’estero e che tra l’altro ha vissuto sulla sua pelle l’evoluzione sempre più prepotente del movimento norvegese nello sci alpino, passando poi alle due ruote. L’intervista con lui significa entrare in un mondo davvero particolare, dove non si parla solamente di watt, copertoni, allenamento perché per poter emergere in un ambiente così complesso, la commistione fra le varie discipline è massima e non è neanche unica, considerando ad esempio come il lavoro della Visma-Lease a Bike sia alla base della scalata ai vertici mondiali del movimento remiero olandese.

Alla Ineos Grenadiers Oggiano è stato nominato direttore dell’Area Ricerca e Sviluppo
Alla Ineos Grenadiers Oggiano è stato nominato direttore dell’Area Ricerca e Sviluppo
Partiamo dalla tua carica. In che cosa consiste?

Si tratta di seguire e curare tutti i vari prodotti sviluppati dai partner che poi vanno a essere implementati all’interno della squadra. Io mi occupo del lato performance di tali prodotti, più che altro dal punto di vista aerodinamico, quindi Kask, Pinarello, Gobik, eccetera. Affrontando lo sviluppo, la ricerca e l’implementazione all’interno della squadra dei vari prodotti.

Questo lavoro che tu fai quanto prende anche dalle altre esperienze di Ineos e quanto le altre esperienze di Ineos, ad esempio nella vela, sfruttano anche il lavoro che fate voi?

In realtà ci sono stati dei travasi di esperienza, soprattutto per quel che riguarda Mercedes Formula Uno all’inizio della partnership. Il mondo del ciclismo però è diverso, non si può far tutto in “house” come si fa con la vela o la Formula Uno, si lavora in sinergia con diversi partner. La commistione riguarda soprattutto le metodologie, dove c’è un continuo scambio, soprattutto sul piano dell’aerodinamica, ma poi gli ambiti sono diversi. Quindi si va avanti per la nostra strada.

Luca Oggiano ha iniziato la sua carriera di ricercatore in Norvegia, dedicandosi agli sport invernali
Luca Oggiano ha iniziato la sua carriera di ricercatore in Norvegia, dedicandosi agli sport invernali
Quando sei entrato in questo mondo?

Dal lato del ciclismo nel 2017, ma il lavoro sull’aerodinamica riguarda aerodinamica dei tessuti, sviluppo tute e sviluppo prodotti è più datato, dobbiamo risalire alla mia tesi di laurea nel 2005. Qualche annetto di esperienza c’è, lavorando per anni con il team norvegese tra discipline veloci dello sci e pattinaggio su ghiaccio in particolare. Nel 2017 ho accettato la proposta del team Sky.

Da spettatore prima e protagonista poi, quanto è cambiato l’influsso della ricerca e dello sviluppo nel ciclismo?

Credo che uno dei passi più grandi che siano stati fatti è stato quello del riuscire a dare delle metodologie super avanzate, facendo crescere aziende “medio piccole”, come possono essere per esempio quelle dei caschi. In questo sono state implementate esperienze di altri campi come la stessa Formula Uno, dando accesso a nuove strumentazioni. Questo ha portato un enorme miglioramento dello sviluppo del prodotto e quindi anche ovviamente delle prestazioni.

Con Ganna ha lavorato a lungo su ogni aspetto per arrivare ai suoi primati su pista
Con Ganna ha lavorato a lungo su ogni aspetto per arrivare ai suoi primati su pista
Tu hai una cultura e radici omnisportive, secondo te l’evoluzione del mezzo che c’è stata nel ciclismo è pari a quella degli altri sport di vostra competenza?

Difficile fare un paragone. Il ciclismo ancora oggi ha comunque una forte componente umana, negli altri quella meccanica è quasi allo stesso livello, quindi incide molto di più. Il ciclismo credo che in questo momento sia lo sport trainante nel suo genere e potrebbe essere ancora più rivoluzionario senza le varie limitazioni poste dall’UCI, che fa un ottimo lavoro, ma tende a limitare la possibilità di spingere dal punto di vista della ricerca e sviluppo per cercare di equalizzare le forze. Ma si vede che nel ciclismo odierno è stata implementata molto della cultura di discipline come Formula 1 ma anche Moto GP.

A breve termine ci saranno altre evoluzioni nel mondo del ciclismo e chiaramente quindi anche nel tuo team?

Sicuramente, considerando che siamo nel pieno di una rivoluzione industriale dettata dall’uso dell’intelligenza artificiale che va di pari passo con l’atleta stesso. Io credo che nell’ambito di caschi, telai, strutture aerodinamiche si possa ancora fare tantissimo. Di pari passo con le limitazioni di cui prima, pienamente legittime, che ti portano spesso a cancellare tutto il lavoro e rimetterti davanti a una pagina bianca, ma più ricco di prima in base alle conoscenze acquisite.

Ineos è partner di primo piano della scuderia Mercedes in Formuna 1 (foto DPPI)
Ineos è partner di primo piano della scuderia Mercedes in Formuna 1 (foto DPPI)
Un lavoro necessario?

L’impegno del massimo organo porta a cercare di minimizzare le differenze tra le varie squadre permettendo uno sviluppo della tecnologia che sta diventando sempre più fruibile anche da team che non hanno dei budget enormi, che sta portando quasi tutte le aziende ad avere un’attenzione più rivolta alla performance del prodotto piuttosto che al design. Secondo me vedremo delle cose interessanti nei prossimi anni.

Secondo te queste evoluzioni andranno a ridurre sempre più la componente umana nella prestazione?

Nel ciclismo probabilmente no, si tratta di uno sport dove ancora la componente umana è fondamentale. Certo, se metti di fronte due Pogacar, quello con i materiali migliori probabilmente andrà a vincere. Ma le differenze grosse, come è anche bello che sia, arriveranno comunque dalla componente umana. La componente dei materiali darà quell’extra, diciamo quel 5-10 per cento in più, ma il resto verrà comunque fuori dalle gambe del ciclista. Ed è questa la strada che comunque l’UCI vuole dettare.

Ha destato sensazione il ritiro della sfida del team Britannia con Ineos dalla Coppa America (foto Cameron Gregory)
Ha destato sensazione il ritiro della sfida del team Britannia con Ineos dalla Coppa America (foto Cameron Gregory)
Le innovazioni nella Formula Uno hanno avuto un ricasco importante dal punto di vista della sicurezza nelle auto di tutti i giorni. Nel ciclismo avviene e avverrà lo stesso?

Sicuramente, se guardiamo tantissime innovazioni nate per il ciclismo professionistico sono diventate di uso comune. Basti pensare al computerino, il Garmin, ormai anche il ciclista della domenica lo usa, guarda i watt, tiene conto di tutto. A parte il lato sicurezza, c’è proprio il lato di gamification, come si chiama in inglese, ovvero il trasformare lo sport in gioco e rende tutto secondo me molto più bello, più divertente. Anche dal punto di vista dell’aerodinamica stessa ci sono ormai varie possibilità per tutti di poter per esempio misurare il proprio coefficiente aerodinamico. C’è questo travaso di conoscenze che anche vent’anni fa erano utilizzate solamente ad altissimo livello, che stanno iniziando a essere fruibili per tutti.

Nespoli, l’impresa al Recioto per svoltare la stagione

24.04.2025
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C’è tutto o quasi nell’urlo liberatorio di Lorenzo Nespoli mentre abbraccia il team manager Antonio Bevilacqua subito dopo aver tagliato il traguardo di Negrar. Il Palio del Recioto è suo ed è una vittoria che vale tanto sia per il ventenne di Giussano sia per la MBH Bank Ballan CSB Colpack (in apertura foto Lisa Paletti).

Se la classica internazionale U23 sarà la svolta stagionale di Nespoli lo dirà solo il tempo, di sicuro la prestazione offerta in mezzo ai vitigni della Valpolicella è una gran bella iniezione di fiducia per le gare future. In ordine cronologico – sull’onda dell’ebbrezza di martedì – i prossimi obiettivi nel mirino sono il Liberazione di domani e il Giro della Provincia di Biella di domenica 27 aprile. E allora ne abbiamo approfittato per tastare umore e programmi dello scalatore brianzolo che sta beneficiando della condizione affinata anche nelle gare tra i professionisti.

Lorenzo ci racconti l’impresa del Recioto? Merito della ricognizione di inizio aprile?

No, la recon l’abbiamo fatta per rivedere parte del percorso, ma senza prevedere necessariamente nulla di strategico. Martedì mi sono mosso a 40 chilometri dall’arrivo in uscita dal circuito e spingendo forte sulla salita lunga di Fiamene. Ho guadagnato subito un bel vantaggio e da lì in avanti l’ho poi gestito cercando di recuperare lo sforzo. Nel finale ho scollinato con circa trenta secondi senza rischiare in discesa. Sapevo che Finn e Schrettl stavano tornando sotto, però ormai ero arrivato.

E ti sei lasciato andare ad un’esultanza molto sentita…

Esatto, ma non perché era da due anni che non vincevo a braccia alzate con la maglia della squadra, tralasciando le gare minori in Cina di fine 2024, il campionato italiano di cronosquadre ed una cronoscalata. In realtà la felicità sfogata dopo il traguardo era frustrazione per non aver combinato nulla il giorno prima al Belvedere. Finn e Schrettl avevano attaccato presto ed io avevo perso il momento. Avevo provato a rimediare dopo, ma alla fine non ho centrato nemmeno la top dieci. Al Recioto volevo riscattarmi, dovevo per forza.

Hai corso con la pressione del risultato?

No, non ne avevamo, però avevamo fallito le prime gare internazionali e non vincevamo dalla San Geo di febbraio. Per una squadra come la nostra è un po’ strano. Volevamo assolutamente tornare al successo anche per dedicare la vittoria a Pietro Valoti, il padre di Gianluca che è mancato dieci giorni fa, e ad Antonio Bevilacqua che ha compiuto gli anni la settimana scorsa. Ce l’abbiamo fatta e questa mia vittoria è per loro.

Cosa ti dà il trionfo del Recioto?

Sentivo di stare bene e la prestazione è stata una conseguenza. Sicuramente questo successo mi rende più consapevole dei miei mezzi. Tuttavia sento di dover dimostrare ancora tanto. Ad esempio devo migliorare nelle volate ristrette. Non è che un bel giorno come quello di martedì cambia tutto e improvvisamente diventi forte.

Al Giro NextGen dell’anno scorso avevi vinto la maglia di miglior scalatore. Quest’anno a cosa punti?

Non si conoscono ancora le tappe, ma vediamo cosa combino alla prima vera salita (dice sorridendo, ndr). Capirò se curare la generale o se puntare alle tappe. Per preparare il NextGen abbiamo in programma tre settimane di altura al Sestriere il prossimo mese, però devo anche capire se correrò il Giro di Ungheria che c’è proprio dal 14 al 18 maggio. Ne parlerò con i miei tecnici nei prossimi giorni e decideremo cosa fare.

Tra gli obiettivi del 2025 di Lorenzo Nespoli c’è anche quello di passare pro’ a fine stagione?

No, a quello che non ci sto pensando perché è una cosa che porta stress e quindi diventa controproducente. Certo, le proposte ci sono e si sa che tipo di corridore sono, però a questo pensa il mio procuratore ed io sono tranquillo. Ne riparleremo quando sarà il momento giusto. I miei obiettivi sono solo legati alle gare. Se proprio ne devo battezzare una, allora dico il Piccolo Lombardia, che per me è la corsa di casa. Però diciamo che vorrei vincere ancora, con più continuità.

Dal podio di Roubaix, viaggio a ritroso alle origini di Borghesi

24.04.2025
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Settima ad Almeria, sesta al Fiandre, seconda alla Roubaix. La crescita di Letizia Borghesi è parsa inizialmente sorprendente, ma è bastato parlarle dopo la corsa del pavé e guardarla negli occhi per capire che di casuale probabilmente ci fosse molto poco. Una frase soprattutto ha continuato a risuonarci nella testa fino a ieri. Quando le chiedemmo se si sentisse un po’ fuori posto fra Lotte Kopecky e Lorena Wiebes, con grande serenità la trentina ci rispose di essersi sentita più spesso a disagio occupando posizioni inadeguate rispetto alle sue aspettative. Perciò abbiamo preso il telefono e chiamato Matteo Ferrari, il diesse che l’ha avuta giovanissima al Vaiano quando a 21 anni vinse una tappa al Giro d’Italia e nessuno quasi sapeva chi fosse.

«Stiamo preparando il viaggio per il GP Liberazione – spiega il tecnico dell’Aromitalia 3T Vaiano, 40 anni – anche se inizialmente abbiamo avuto paura che il programma di Roma venisse rivisto dopo la morte di Papa Francesco. Invece si svolgerà tutto come da programma, per cui finiamo di caricare e si parte».

Nel 2021, Letizia Borghesi si è laureata in Scienze Motorie (immagine Instagram)
Nel 2021, Letizia Borghesi si è laureata in Scienze Motorie (immagine Instagram)
Ti stupisce la frase di Letizia Borghesi?

In realtà no. E’ sempre stata una ragazza che lasciava intravedere una buona base. Nel 2019, il primo anno con noi, fece un settimo posto alla Freccia del Brabante, da sola alle spalle del gruppetto che si era giocato la corsa. Capimmo che ci fosse qualcosa su cui lavorare. Dalla sua parte ha sempre avuto una determinazione fuori dalla norma, una marcia in più. Fa fede più di quella della tappa vinta al Giro che, in tutta onestà, nacque anche da circostanze fortunate. Ma si vedeva che non ci pensava proprio a farsi battere.

Non fece in tempo a dare seguito a quei piazzamenti, dato che nel 2020 ci fu lo stop per il Covid.

Eppure ricordo che andò forte nella Strade Bianche che fu la corsa in cui si ripartì. Per cui capisco le sue parole. E negli ultimi due anni ha dato continuità ai risultati perché ha fatto le sue tappe. Anche se il secondo posto alla Roubaix è davvero tanta roba.

Hai parlato di grande determinazione…

A livello di carattere e dedizione, era concentrata sul ciclismo. Faceva già a 21 anni la vita da atleta al 100 per cento, che le ha permesso di sopperire qualche lacuna fisica che ormai è sparita grazie alla sua maturazione fisica.

Anche in maglia Vaiano, Letizia Borghesi ha sempre corso nel cross durante l’inverno (foto Billiani)
Anche in maglia Vaiano, Letizia Borghesi ha sempre corso nel cross durante l’inverno (foto Billiani)
Sembra molto riservata…

Ha bisogno dei suoi tempi per aprirsi. Il giorno del Fiandre eravamo in Belgio, ma non abbiamo corso. Così siamo andati a trovarla e si è visto che il rapporto con lei, sua sorella e la famiglia è ancora molto buono. Con i genitori non abbiamo mai avuto problemi, vivono il ciclismo nel modo giusto. Quello che le hanno trasmesso è l’amore per lo sport e la necessità di fare dei sacrifici.

Faceva ciclocross anche in quegli anni?

Sì, certo. Approfittava delle festività natalizie per trasferirsi in Belgio e fare le sue gare. Il nostro meccanico è stato ancora con lei lo scorso inverno per le gare che ha fatto, compreso il campionato italiano quando ha conquistato il podio.

Riassumendo, pensi che continuerà a migliorare sul fronte delle classiche?

Direi di sì. Letizia va forte con il freddo e la pioggia, anche se già da allora si lavorò tanto per andare bene con il caldo. Per cui la vedo bene ancora al Nord per le classiche più importanti, ma anche nelle tappe di qualche Giro in cui possa prendere una fuga e giocarsi la corsa.

Teide, Sierra Nevada, corse. Gli incastri della Polti e Marangoni

24.04.2025
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Quanto lavoro prima del Giro d’Italia e quanti incastri devono fare i preparatori, tra gare, ritiri, formazioni, recupero e la gestione di un gruppo sempre più disparato per nazionalità. Un esempio? La Polti-VisitMalta ad un certo punto si è ritrovata con alcuni atleti in ritiro a Sierra Nevada, altri sul Teide. E ovviamente altri ancora in gara e qualcuno a casa.

Di questo approccio “multitasking” al Giro d’Italia e di questi ritiri, in particolare, abbiamo parlato con coach Samuel Marangoni, uno dei preparatori ufficiali della squadra di Basso e Contador (in apertura foto @ajondiaz).

Samuel Marangoni allena i ragazzi della Polti-VisitMalta (foto Instagram)
Marangoni allena i ragazzi della Polti-VisitMalta (foto Instagram)
Samuel, prima di entrare nello specifico della preparazione e dei ritiri, una domanda più generale. L’arrivo tardivo della wild card vi ha complicato un po’ i piani?

Più che altro c’era attesa e paura, ma il lavoro è stato impostato come se si andasse al Giro. E se non avessimo fatto il Giro, avremmo cambiato le cose in corsa. La preparazione per un Grande Giro parte da lontano, quindi per forza di cose avremmo dovuto fare così.

Abbiamo visto che avete suddiviso il lavoro in due gruppi: chi a Sierra Nevada e chi al Teide. Come mai?

In realtà due ragazzi spagnoli, Fernando Tercero e Diego Sevilla, a Sierra Nevada erano più autogestiti. Inoltre il loro era un ritiro mirato principalmente per le gare di aprile. Con questo non dico che non possano fare anche il Giro, ma avevano staccato prima e avevano un avvicinamento diverso. Tanto è vero che hanno anche lasciato prima il training camp in quota: Tercero ha corso in Abruzzo e da domenica sarà al via per il Tour of Turkiye.

E i ragazzi sul Teide?

Erano tre ed erano Mattia Bais, Davide Piganzoli e Mirco Maestri. Loro invece hanno fatto un ritiro vero e proprio in preparazione al Giro d’Italia. Per prendere una decisione finale sulla formazione si aspettano queste ultime gare, ma è chiaro che “Piga” e Maestri sono due punti fermi… posto che anche loro devono dimostrare di pedalare forte!

Sevilla e Tercero erano ai 2.500 metri di quota di Sierra Nevada (con loro un trail runner spagnolo)
Sevilla e Tercero erano ai 2.500 metri di quota di Sierra Nevada (con loro un trail runner spagnolo)
Una domanda che poniamo spesso ai team nella vostra situazione: non è che per guadagnarsi il posto vanno forte prima e poi al momento del Giro sono un po’ in calo? Come la vedi?

E’ importante la corretta alternanza tra corsa e recupero. Si fanno dei bei blocchi di lavoro a casa, ma il recupero in tutto questo diventa ancora più importante, e sta a noi preparatori farli arrivare al Giro con la freschezza giusta. Ovvio che l’ideale sarebbe avere una squadra definita mesi prima, ma non siamo la UAE Emirates o la Red Bull-Bora… Noi abbiamo 20 corridori, non possiamo gestire così tanto le presenze alle corse o fermare un intero gruppo per preparare un appuntamento. Senza contare che ci servono punti. Insomma, non puoi lasciare fuori l’intera squadra dalle gare di aprile.

Quindi si è trattato di una questione logistica e non di gruppi distinti…

Sì, esatto. Come dicevo, Sevilla e Tercero sono andati in autonomia lassù. E poi bisogna considerare che gli spagnoli hanno agevolazioni particolari nell’andare a Sierra Nevada e infatti non erano i soli. Non è stata una divisione tra uomini veloci e scalatori, né una scelta tecnica. Nel loro caso si è trattato di una scelta personale, ovviamente condivisa con il team, tanto è vero che erano seguiti dal capo dei preparatori, Barredo.

Piganzoli dal Teide al Tour of the Alps: giusto ieri è arrivato per lui un incoraggiante quarto posto
Piganzoli dal Teide al Tour of the Alps: giusto ieri è arrivato per lui un incoraggiante quarto posto
Chiarissimo. Quando sono andati e quanto sono durati questi ritiri?

Sono tutti rientrati da poco, soprattutto gli italiani che ora stanno correndo il Tour of the Alps. Sono stati sul Teide per 20 giorni. “Piga” è partito 4-5 giorni prima, mentre Maestri è stato l’ultimo a rientrare, ma è anche vero che non è in Trentino, ma andrà in Turchia. Lì avevano tre coach differenti: io avevo Maestri, De Maria seguiva Piganzoli e Barredo seguiva Bais.

La Polti-VisitMalta ha corso “poco” sin qui, o comunque un filo meno di altri team: come mai?

Dovevamo fare qualche corsa in più a febbraio, ma poi alcune sono saltate per vari motivi. Antalya non è stata fatta e la trasferta in Rwanda proponeva problematiche igienico-sanitarie affatto comode (molte vaccinazioni, ndr), specie in questa fase della stagione. Tuttavia ci tengo a dire che il gruppo del Teide, in particolare, ha svolto il programma previsto. I ragazzi hanno corso alla Valenciana, al Gran Camino, hanno fatto la Tirreno… e sono poi andati sul Teide ad aprile. Avevano un calendario ricco. In generale abbiamo cercato di andare a tutte le corse e “coprire” chi era a casa perché potesse recuperare o lavorare.

Samuel, come arrivate dunque alla corsa rosa?

Direi che abbiamo fatto un buon avvicinamento. E’ stato fatto un bel lavoro anche da chi non ha preso parte al ritiro e sta correndo di più. Stiamo cercando di gestire al meglio recuperi e gare, come dicevo prima. A livello di risultati c’è la lotta per i punti. Una lotta fondamentale per il prossimo anno, per restare nelle prime 30 (che hanno possibilità di accesso ai grandi Giri, ndr). Abbiamo ottenuto diversi podi e piazzamenti, ci manca la vittoria. E questa ci farebbe comodo: spezzerebbe quell’inseguire il risultato a tutti i costi. Però ho visto dei ragazzi presenti e ci siamo fatti vedere in tutte le corse disputate.

Piganzoli, Maestri e Mattia Bais in ritiro sul vulcano nel bel mezzo dell’Atlantico fino a pochi giorni fa (foto Instagram)
Piganzoli, Maestri e Mattia Bais in ritiro sul vulcano nel bel mezzo dell’Atlantico fino a pochi giorni fa (foto Instagram)
Anche se è seguito da De Maria, cosa puoi dirci di Piganzoli?

Io credo che Davide stia bene. In questi giorni è impegnato al Tour of the Alps, vediamo come va. Venendo dal ritiro non ci aspettiamo che sia già al top. Ma quel che conta è che sin qui non ha avuto intoppi, ha lavorato bene, ha messo nel sacco dei volumi importanti e per questo siamo fiduciosi che possa fare bene. Magari anche al Tour of the Alps, e ancora di più al Giro.

Piga è il vostro uomo di classifica. Sul Teide ha lavorato anche con la bici da crono?

Lui sì, ci ha fatto un bel po’. Mentre Maestri lo farà più in là, in vista del campionato italiano. E’ qualcosa che vogliamo curare un po’ meglio, visti gli ottimi risultati dell’anno scorso.

Che Polti-VisitMalta possiamo aspettarci al Giro? Sarà più o meno come quella del 2024 o tutti per Piganzoli?

Di certo ci sarà qualche attenzione in più per Davide, ma non possiamo certo comandare la corsa. Quindi sarà una squadra mista, con il velocista, gli uomini da fuga, quello per la classifica. L’idea è di essere la squadra che è sempre stata al Giro.

Freccia Vallone femminile 2025, Puck Pieterse

Pieterse, la biker che ha conquistato la Freccia Vallone

23.04.2025
5 min
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HUY (Belgio) – Spunta persino un raggio di sole quando sta per arrivare la Freccia Vallone femminile. A bordo strada la folla è calorosa come per gli uomini poco prima. Tutti già si fregano le mani per Lotte Kopecky, eroina belga. Invece, quando inizia il Muro d’Huy, l’iridata perde posizioni. Sta per vincere Demi Vollering, la rivale olandese, e invece chi ti spunta? Puck Pieterse, che è sempre olandese… ma non è Vollering, la rivale delle rivali per i belgi.

In tutto questo non va dimenticata la nostra numero uno indiscussa, Elisa Longo Borghini. Terza, di nuovo sul podio alla Freccia. Se abbiamo ben capito, quando ha tagliato il traguardo, mentre ancora il fiatone si impossessava dei suoi polmoni, per radio ha sussurrato alle ragazze: “Sorry”. Ed è arrivata terza. Come diceva Totò: “Signori si nasce”.

Al colpo di reni, Longo Borghini precede Niewiadoma
Al colpo di reni, Longo Borghini precede Niewiadoma

Una biker sul Muro

Ma veniamo alla protagonista di giornata. L’atleta della Fenix-Deceuninck non solo ha vinto, ma ha rilanciato con forza un tema che per l’assalto ai Muri circolava persino fra gli uomini, secondo cui biker e ciclocrossisti fossero favoriti da questo segmento così ripido.

Pensate che Remco Evenepoel aveva detto alla vigilia: «Non dobbiamo portare Thibau Nys in carrozza sotto al Muro». E in tantissimi davano per favorito, o comunque rivale numero uno di Pogacar, Tom Pidcock.

«Se sono stupita della vittoria di Pieterse? – spiega Elisa Longo Borghini – Fino a un certo punto. Sì, era più un’outsider, ma questi sforzi di tre minuti, perché tanto dura il Muro, sono molto adatti a chi fa cross o mtb».

E Puck Pieterse non si tira indietro. «In effetti le mie abilità di biker mi hanno aiutato sul Muro. Mi hanno aiutato su certe pendenze e anche a rilanciare la bici. A noi capita spesso di avere a che fare con sforzi violenti e salite così ripide. E’ stato uno sforzo in cui mi sono trovata bene, ma è anche vero che oggi mi sentivo particolarmente in forma. Stamattina mi è stato chiesto quale salita in mountain bike potessi paragonare al Mur de Huy. Ho pensato a una salita molto dura della Coppa del Mondo di Leogang. Mi sono detta: “Faccio finta di essere lì”».

Rivalità “orange”

Pieterse è una ciclista alla Pidcock, se vogliamo: una biker che poi è arrivata alla strada. E che va fortissimo anche nel ciclocross. Ma soprattutto è iridata in carica nella mtb.

«Oggi sono davvero felice. E’ il mio secondo successo su strada (aveva vinto una tappa al Tour de France Femmes, ndr) – ha detto Pieterse – come ripeto stavo bene. Sono partita con grande tranquillità. E lo sono stata per tutta la corsa. La tattica? Era semplice. Aspettare il passaggio finale sul Muro. Devo dire che sono state brave le mie compagne a mantenermi sempre coperta.

«Ho anche rivisto le ultime dieci edizioni. E in più ho ricevuto consigli da Annemiek Van Vleuten. In realtà quando le ho chiesto qualcosa mi ha riempito di dati e analisi. In pratica mi ha mandato un libro!». Lei forse ci credeva eccome.

Qualche giornalista olandese la incalza con il duello interno con Demi Vollering, ma Puck non fa una piega. «Con Demi non c’è una rivalità specifica. Ho pensato a prenderle la ruota, aspettavo che accelerasse di più ma non lo ha fatto. A quel punto, quando l’ho affiancata, ho pensato a dare tutto. E’ davvero incredibile questa vittoria».

Sara Casasola (seconda da sinistra) sotto al podio con le compagne. Tra queste si riconosce Ceylin Alvarado (terza da sinistra)
Sara Casasola (seconda da sinistra) sotto al podio con le compagne. Tra queste si riconosce Ceylin Alvarado (terza da sinistra)

Lo zampino di Casasola

Ma in tutto ciò c’è anche un bel pezzetto d’Italia, e questo pezzetto si chiama Sara Casasola. L’italiana è compagna di Pieterse e ha disputato un’ottima Freccia. Tra l’altro, pur lavorando per la capitana, è arrivata 19ª: non male per chi era all’esordio in queste gare.

«Direi che è andata molto bene – racconta Sara mentre si gusta il podio con le sue compagne – Puck ha vinto, quindi meglio di così! Che ce l’aspettassimo magari no, ma eravamo fiduciose, perché già all’Amstel era salita sul podio e aveva dimostrato una buona condizione. E poi come squadra abbiamo corso bene. Siamo sempre state davanti e compatte. Io dovevo cercare di coprire un po’ le fughe, ma non c’è stato poi questo gran movimento. Per il resto, dovevo assistere un po’ nel posizionamento Puck e infatti l’ho portata davanti all’imbocco del Muro d’Huy.
«Ogni tanto le parlavo e ogni volta mi rispondeva: “Bene, bene”. Ma Puck, quando è così davanti, vuol dire che ha davvero la gamba».

Anche con Sara si parla del discorso delle fuoristradiste su questo percorso, visto che anche lei è una specialista del ciclocross.

«Diciamo che siamo una squadra quasi completamente di crossiste. La multidisciplina paga, a quanto pare. Sicuramente sono nella squadra giusta per fare questo. In generale mi trovo bene in Belgio. Il discorso degli sforzi esplosivi è giusto».

Sara sta davvero assumendo una mentalità belga. Alle prime gare classiche si trova a suo agio, non teme il maltempo, passa dalla bici da cross a quella da strada con grande naturalezza.

«Sono le prime volte che faccio delle classiche vere e proprie qua in Belgio. La squadra mi sta dando molta fiducia, mi ha messo in calendario molte gare importanti. Sto imparando molto, correndo sia il cross che la strada ad alto livello. Certo, bisogna trovare un equilibrio. A fine Ardenne riposerò un po’. Faccio ancora un po’ fatica con le posizioni alle alte velocità, ma so che stiamo facendo il lavoro giusto».

Tadej si volta ma è solo: 10 pedalate per riprendersi il Muro d’Huy

23.04.2025
5 min
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HUY (Belgio) – Gli è bastato guardarli in faccia e una mezza accelerata di Ben Healy (il solito, con le sue tattiche rivedibili) perché Tadej Pogacar si scatenasse. Apparentemente senza troppo sforzo, seduto sui pedali. Dieci, forse venti, pedalate ha aperto un vero baratro. Metri, non centimetri. E così si è preso la Freccia Vallone per la seconda volta.

Il meteo ha reso questa semi-monumento, già dura di suo, ancora più tosta. Incredibili le facce degli atleti all’arrivo: sembravano pugili presi a cazzotti. Occhi gonfi, borse tra guance e orbite, labbra alterate, gonfie e violacee. Pensate che persino la faccia di Pogacar non era bella come al solito, anche se era la meno stravolta di tutte. In realtà anche Tom Pidcock non sembrava stare male.

Il momento decisivo: Healy scatta, Pogacar non aspettava altro e apre il gas…
Il momento decisivo: Healy scatta, Pogacar non aspettava altro e apre il gas…

L’attacco d’Huy

Il meteo ha forse bloccato un po’ anche la decisione della UAE Emirates e dello sloveno di attaccare da lontano, come ci aveva abituato.

«Oggi – racconta Pogacar – è stata una corsa con condizioni davvero toste. Siamo arrivati in tanti sotto al Muro, oggi era importante andare forte nel finale. Tra l’altro anche la squadra di Remco ha tirato molto. Abbiamo deciso di rendere dura la corsa così e lo dimostra il fatto che di solito sotto al Muro d’Huy arrivano 60 corridori: stavolta eravamo molti meno». Come a dire: minima spesa, massima resa.

«Brandon McNulty e Jan Christen, talento eccezionale, hanno tirato fino a 600 metri dall’arrivo: due grandi lead out per la cote finale. Poi, quando sulla mia sinistra ho visto muoversi Healy, ho accelerato. Non mi sono alzato sui pedali perché in questo modo la ruota posteriore aveva più trazione. Ho deciso di spingere forte da seduto. E quando mi sono voltato, ho visto subito che nessuno teneva la mia ruota. Ma quando ho visto il cartello dei 200 metri ho pensato che sarebbero stati i 200 più lunghi della stagione. Ma sono contento. Questo era il nostro obiettivo e la squadra ha lavorato tanto».

Formolo e la mantellina

Il primo italiano, come all’Amstel, è stato Davide Formolo, sedicesimo. La sua faccia era tra le più provate, eppure ascoltare il suo racconto della Freccia è stato sensazionale.

«Mamma mia – racconta l’atleta della Movistar, ancora col fiatone – anche oggi durissima. Ho le occhiaie, vero? Con questa pioggia e questo freddo… Ci si aspettava sinceramente che attaccassero da lontano, invece è andata così, magari ci si sarebbe accodati. Comunque la Freccia resta una gara bellissima, durissima. Il fatto che abbia piovuto ha un po’ scombussolato le carte. Quando le giornate sono così fredde, le corse vengono dure a prescindere, perché devi limare, serve più attenzione, c’è più stress e soprattutto le discese sono veramente pericolose. Abbiamo visto più di una caduta. Sono energie psicologiche che non si vedono sui computerini, ma che presentano il conto».

Davide, oltre a essere ex compagno di squadra di Pogacar, è anche suo amico. E in più di qualche momento hanno pedalato vicini.

«Un po’ ci siamo parlati – riprende Formolo, al quale scappa anche un sorriso – a un certo punto l’ho visto in maniche corte e pantaloncini e mi fa: “Adesso Davide andiamo full gas”. Allora ho provato ad aprirmi anch’io la mantellina. Dopo 10 secondi mi sono venute le stalattiti sullo stomaco e mi sono detto: “Meglio richiuderla!”. Si vedeva che Tadej stava benissimo, che era in controllo».

Per Roccia si avvicina la Liegi, corsa alla quale è legatissimo e dove è già salito sul podio. Spera di fare bene, ma…

«Ma qui con questi giovani e questi fenomeni è dura. Da ragazzini battono i tempi di Pantani! A 21 anni mi dicevano che a 30 avrei trovato il picco. Ora che ci sono, questi ragazzi volano, nonostante io migliori ancora un po’ anno dopo anno. Diciamo che la Liegi è diversa: più lunga, più selettiva ma meno esplosiva. Cercherò di stare con lui fino alla fine, pensando anche ad Enric (Mas, ndr) che sta bene».

Dopo il successo del 2023 Pogacar si riprende il Muro d’Huy. Inflitti 10″ a Vauquelin e 12″ a Pidcock
Dopo il successo del 2023 Pogacar si riprende il Muro d’Huy. Inflitti 10″ a Vauquelin e 12″ a Pidcock

Tra recupero e Liegi

E’ vero, Pogacar ha dominato. E come ha detto Formolo, era in controllo. Sul Muro ha fatto impressione, specie per il distacco inflitto. Ma qualcuno tra giornalisti, tecnici… qui in Belgio, si chiedeva dello sforzo della Roubaix e del fatto che oggi non fosse partito da lontano. Se però avesse vinto l’Amstel – che ha perso per pochissimo – probabilmente certi dubbi non ci sarebbero stati. E’ la condanna dei numeri uno: non solo non possono permettersi di fare secondi, ma sono “condannati” a vincere anche in un certo modo.

Per carità, ci rendiamo conto che stiamo cercando il pelo nell’uovo, ma anche lui è umano. Di sforzi, sin qui, ne ha fatti molti. E più volte ha parlato di recupero in conferenza stampa. Ma questo, a nostro avviso, denota solo intelligenza. Oggi spesso Pogacar pedalava a bocca chiusa e quello che ha raccontato Formolo non è cosa da poco.

Ancora Tadej: «Domani è un giorno di recupero, poi ci sarà una piccola ricognizione (pensando alla Liegi, ovviamente, ndr). Alla fine ho fatto molte corse, ne ho saltate poche. Gareggio dall’UAE Tour e tutte le ho fatte al massimo. Ogni domenica è stato fatto un grande sforzo, non solo alla Roubaix. Tra una gara e l’altra abbiamo recuperato bene. Io vorrei fare ogni corsa o provarla, anche quelle in mezzo alla settimana. Ma questo è il calendario che avevamo deciso.

«Credo che tre giorni di recupero prima della Liegi siano sufficienti e che il meteo di oggi non avrà ripercussioni sulla gara di domenica».

Tour of the Alps: la firma di Frigo, sempre più forte e convinto

23.04.2025
5 min
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SAN CANDIDO – La calma e la tranquillità del carattere di Marco Frigo rischiano di farci prendere sotto gamba quella che oggi è stata a tutti gli effetti un’impresa. Un’azione alla quale ci hanno abituato nomi ben più importanti e grandi rispetto al giovane veneto, il quale oggi però ha dimostrato di valere tanto. Cinquanta chilometri da solo, salutando la compagnia in cima al Passo Furcia. Poi la vallata con il vento che soffiava in faccia, cattivo e gelido pronto a spingerlo indietro. Invece il passista veneto, appassionato di sci di fondo, lo ha infilato posizionandosi sulla sua bici in maniera aerodinamica e pedalando a fondo. All’arrivo di San Candido le guance sono rosse nel segno di uno sforzo intenso, il Tour of the Alps ha incoronato un giovane promettente che oggi ha avuto il coraggio dei grandi.

«Alla partenza – racconta dietro al palco delle premiazioni – immaginavo potesse essere la giornata giusta per una fuga. Mi sono detto di provarci e così mi sono buttato nel primo tentativo buono. Si è trattato di una vittoria arrivata dalle gambe ma anche con un po’ di fortuna, dietro il gruppo ha lasciato spazio».

Dopo l’arrivo i segni della fatica sul volto di Frigo e anche qualche accenno di crampi
Dopo l’arrivo i segni della fatica sul volto di Frigo e anche qualche accenno di crampi

Prova di forza e carattere

Nel tratto di fondovalle che portava a San Candido si notavano le bandiere che sventolavano nel senso opposto a quello della corsa, con la strada che sale e scende in maniera irregolare. Non è facile in queste situazioni trovare il ritmo giusto che permette di avere la giusta costanza per poi imboccare l’ultima salita con ancora le forze per resistere agli attacchi dei migliori. Nel gruppo dei migliori mancavano forse le forze per imporre un ritmo alto, sottovalutando magari le caratteristiche da cronoman di Frigo.

Sul Passo Furcia per il corridore della Israel Premier Tech le sensazioni erano buone e ha provato l’allungo
Sul Passo Furcia per il corridore della Israel Premier Tech le sensazioni erano buone e ha provato l’allungo
Cosa hai pensato negli ultimi chilometri?

Ero davvero stanco e provato, quei venticinque chilometri nella valle li ho sofferti tanto. Tuttavia quello sforzo mi ha permesso di arrivare all’ultima salita con quasi quattro minuti di vantaggio sul gruppo dei migliori. La dedica va a tutti coloro che mi hanno accompagnato fino ad adesso, è la prima vittoria da professionista e quindi un pensiero a chi c’è sempre stato è giusto. 

Azioni del genere sono sempre più nelle tue corde?

Sento che è il mio modo di provarci e di correre. Nelle scorse tappe ho sofferto le salite brevi e intense dato che arrivavo da un periodo in altura. Oggi mi sono sentito meglio sul passo, la scelta di impostare la gara sul ritmo e non sull’esplosività. 

«Una vittoria – ha detto Frigo – costruita con le doti da cronoman e gestita in salita»
«Una vittoria – ha detto Frigo – costruita con le doti da cronoman e gestita in salita»
Quando hai capito che la tappa era chiusa?

In cima alla salita finale, sapevo che anche scollinando con pochi secondi, sarei comunque riuscito ad arrivare al traguardo. Quando poi ho saputo dell’attacco del mio compagno di squadra Riccitello mi sono sentito sollevato. 

Hai già realizzato di aver raggiunto la prima vittoria da professionista?

Ci penserò. Fa parte del processo di crescita, sono un corridore che non vince molto e devo godermela. Ho un carattere abbastanza freddo, non sono uno che fa festeggiamenti particolari. Me la godrò e si va avanti. Sono andato vicino anche al successo in una tappa di un grande giro, nel 2023 al Giro d’Italia e l’anno scorso alla Vuelta. Anzi, proprio dal secondo posto a Yunquera ho imparato qualcosa

Marco Frigo, Davide Piganzoli, Tour of the Alps 2025
Marco Frigo, Davide Piganzoli, Tour of the Alps 2025
Cioè?

Ho perso quella tappa nello stesso identico modo con il quale oggi ho vinto. O’Connor aveva attaccato da lontano e non lo abbiamo più visto fino all’arrivo. 

Abbiamo visto le tue doti da cronoman, sei andato forte in salita, a quale punto sei arrivato nel processo di crescita?

C’è ancora da lavorare, riesco a esprimere il mio potenziale quando riesco a mettere insieme tutti i mattoncini e credo di esserci riuscito nell’ultimo periodo. La vittoria di oggi ne è una prova e mi dà confidenza nel mettere insieme queste prestazioni.

Frigo questo inverno si allenato spesso con gli sci da fondo
Frigo questo inverno si allenato spesso con gli sci da fondo
Cosa ti manca per tentare di vincere la classifica generale in gare di questo tipo?

E’ un processo sul quale stiamo lavorando insieme al team. Nelle gare principali non ho ancora quel ruolo di capitano, ma la squadra mi sta supportando parecchio per provare a dire la mia in qualche corsa minore e gestire le mie ambizioni personali. Capiterà, penso dopo il Giro, di provare a fare qualcosa in ottica classifica generale in appuntamenti di secondo piano. Cosa manca? Ci stiamo arrivando. Il lavoro è sempre lo stesso, ci si sveglia la mattina per puntare a migliorare sempre.  

Devi tornare qui per festeggiare la vittoria con una bella sciata. 

Vero, sono venuto qui lo scorso inverno ma non ho mai provato i percorsi, tornerò.