Da atleta a riferimento per le giovani. Sangalli rivede la “sua” Marta

18.09.2025
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Il “pasillo de honor” che le hanno riservato compagne e colleghe al Tour de Ardeche è il meritato tributo che si è guadagnata negli anni di carriera. Sulle strade di una gara che l’ha vista vincente e protagonista nel 2023 in un tentativo del proprio rilancio, Marta Cavalli ha salutato il ciclismo come avevamo potuto intendere dopo averla incontrata all’Italian Bike Festival di Misano.

Possiamo solo immaginare quanto sia costato a Marta prendere una decisione simile in termini di sentimenti legati al suo sport e, aggiungiamo noi, anche in termini di risultati sottratti dopo l’incidente patito al Tour Femmes 2022. Le botte fisiche e morali conseguenti a quel brutto episodio sono state le sue “porte girevoli”. C’è un gran bel prima e un complicato dopo da quel pomeriggio vissuto in mezzo alla campagna a pochi chilometri da Provins.

Adesso però c’è un presente, anzi ci sarà un futuro tutto nuovo per la 27enne cremonese di San Bassano, come riporta una frase del suo messaggio d’addio pubblicato sui profili social: «E’ il momento di scoprire il mondo da un’altra angolatura e di vivere una vita sicuramente più “normale”».

Il “pasillo de honor” tributato a Marta all’Ardeche, l’ultima gara della sua carriera (foto Florian Frison)
Il “pasillo de honor” tributato a Marta all’Ardeche, l’ultima gara della sua carriera (foto Florian Frison)

Cruccio di Sangalli

Chi l’ha conosciuta bene e non è mai riuscito a convocarla per varie contingenze è l’ex cittì Paolo Sangalli. Abbiamo chiesto all’attuale diesse della Lidl-Trek di tracciare un ritratto del percorso di Cavalli.

«Nelle tre stagioni da cittì – racconta – il mio più grande rammarico è stato quello di non aver mai avuto Marta a disposizione per europeo o mondiale. Il 2022 lo aveva iniziato in modo incredibile con una primavera splendida vincendo Amstel, Freccia Vallone e la classica in vetta al Mont Ventoux. Al Giro Donne era stata protagonista, chiudendo seconda dietro Van Vleuten. Tutte quelle prove mi avevano ampiamente convinto a portarla al mondiale di Wollongong. Nei miei piani iniziali, lei e Longo Borghini erano le due punte su cui fare la corsa.

«L’avevo seguita da vicino al Giro – prosegue Sangalli – e sapevo, speravo che avrebbe fatto bene anche al Tour Femmes. Poi alla seconda tappa arriva quello che per me è stato un attentato più che un incidente. L’australiana Frain non ha frenato e ha travolto Marta che stava ripartendo da ferma dopo aver evitato una caduta. Se andiamo a rivedere le immagini, vengono ancora i brividi. Rispetto alla botta che ha preso, le è andata bene, l’ho sempre detto. Quello è stato l’anno zero di Marta».

Esultanza marchio di fabbrica. Cavalli vince il tricolore nel 2018 con un colpo da finisseur (foto Twilcha)
Esultanza marchio di fabbrica. Cavalli vince il tricolore nel 2018 con un colpo da finisseur (foto Twilcha)

Voglia di non mollare

Se il 2022 si era rivelato come l’apice, il cammino per toccare quel livello aveva attraversato fasi non semplici da cui Cavalli era sempre uscita.

«Conosco Marta – ricorda Sangalli, che è stato per tanto tempo il vice dell’ex cittì Salvoldi – da quando era allieva ed è sempre stata una ragazza che mi è molto piaciuta, sia in bici che giù dalla bici. Ho sempre avuto un bel rapporto con i suoi genitori, anche perché ci siamo sempre ritrovati nei momenti difficili. Già al secondo anno da juniores Marta era stata capace di superare le conseguenze di una brutta caduta in pista che l’aveva tenuta ferma per sei mesi (e più di venti giorni di ospedale, ndr).

«Nel 2018, a soli due anni da quel giorno – va avanti – e quindi al secondo anno da elite, seppe vincere il campionato italiano con un colpo da finisseur negli ultimi metri anticipando nell’ordine Bertizzolo, Bronzini e Bastianelli che erano pronte alla volata generale. Fu un numero da grande atleta. Questo è il ricordo più bello proprio perché aveva dimostrato un grande carattere dall’incidente in pista. Certo bisogna riconoscere che Marta è stata tanto sfortunata nell’arco della sua carriera».

Le Fiamme Oro, per cui è tesserata, sono nel futuro di Cavalli, ma per Sangalli la sua esperienza può essere utile per le giovani
Le Fiamme Oro, per cui è tesserata, sono nel futuro di Cavalli, ma per Sangalli la sua esperienza può essere utile per le giovani

Momenti sbagliati

Ha ragione Sangalli, il credito di Cavalli con la buona sorte è davvero alto. E naturalmente tutto ciò avrebbe minato la solidità mentale di qualunque persona, anche non necessariamente un’atleta.

«Dopo l’incidente al Tour 2022 – riprende il tecnico milanese – sembrava sulla via del recupero, invece è iniziato un mezzo calvario perché con una certa frequenza saltavano fuori nuovi problemi ed altre complicazioni. Nonostante tutto Marta nel 2023 era riuscita a ritrovare un buon livello vincendo quattro gare, per nulla semplici (tappa e generale sia al Tour des Pyrénées sia all’Ardeche, ndr), andando sul podio ai campionati italiani a crono e in linea e disputando sia Giro che Tour. L’anno scorso invece, un paio di giorni prima del Giro Women, è stata investita da un automobilista finendo all’ospedale.

«E’ ovvio – dice con amarezza Sangalli – che tutte queste circostanze ti destabilizzano, alla luce dell’attuale ciclismo. Marta è stata un corridore completo, ma ha dovuto sempre inseguire la migliore condizione dal 2022 in poi. Mi sento di dire, se mi concedete un gioco di parole, che la grande sfortuna di Marta è stata quella di essere sfortunata nel momento sbagliato. Nel ciclismo di adesso è molto difficile recuperare bene ed in fretta da un qualsiasi infortunio, a maggior ragione se pesante. Penso anche a Elisa Balsamo, ad esempio. Per tornare a livelli veramente alti ci vuole tempo e ora non si riesce a correre per prepararsi. Devi essere già pronta».

Nel 2017 a Sanremo arriva la prima vittoria da elite di Cavalli dopo un brutto incidente in pista avvenuto l’anno prima (foto Ossola)
Nel 2017 a Sanremo arriva la prima vittoria da elite di Cavalli dopo un brutto incidente in pista avvenuto l’anno prima (foto Ossola)

Tesoro da non perdere

Quando una persona smette presto di essere un’atleta, l’obiettivo potrebbe essere non sperperare tutto quello che ha imparato e che ha da insegnare alle giovani leve.

«Marta è estremamente intelligente e preparata – sottolinea Sangalli – e potrà fare ciò che vuole lontana dalle corse. Teniamo conto che essendo tesserata per le Fiamme Oro, quindi con la Polizia di Stato, sono certo che saprà portare avanti un certo ruolo. E’ per questo che il suo ritiro dalle gare mi lascia sereno e contento per lei. Ha saputo risolvere problemi molto seri da corridore e per questo penso che la sua vita sarà più in discesa.

«Magari – chiude Sangalli, facendo poi un augurio proveniente dal profondo – convertirà la passione per la cucina e la panificazione ereditata da sua madre in un lavoro (sorride, ndr). Battute a parte, auspico il meglio possibile a Marta, ma soprattutto mi piacerebbe che venisse presa da esempio per le categorie femminili giovanili. Ricordo che nei ritiri della nazionale e dopo le gare, mi confrontavo spesso con lei sulla sua visione. Era un riferimento anche sotto questo aspetto. Non so se qualcuno vorrà coinvolgerla in futuro, però la sua esperienza non deve andare persa».

Cattaneo alla Red Bull: costanza e versatilità a servizio dei giovani

18.09.2025
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SOLBIATE OLONA – Mattia Cattaneo è tra gli azzurri che arriveranno oggi a Kigali, i primi a vedere da vicino e prendere confidenza con le strade del mondiale rwandese. Il corridore bergamasco si appresta ad affrontare un triplo impegno non da poco, si parte con la cronometro individuale di domenica 21 settembre. Poi arriverà il mixed team relay mercoledì 24, insieme a Matteo Sobrero, Marco Frigo, Federica Venturelli, Monica Trinca Colonel e Soraya Paladin. Infine Cattaneo sarà anche al via della prova su strada di domenica 28 settembre

«Parleremo delle varie tattiche quando arriveranno anche gli altri corridori per la prova in linea – ci racconta ai piedi del pullman della Federciclismo – intanto pensiamo alle due prove contro il tempo. Il percorso, sulla carta, è abbastanza adatto alle mie caratteristiche. E’ una giusta via di mezzo che mi piace, l’obiettivo è il solito: piazzarsi tra i primi dieci. Speriamo il più avanti possibile, sarà difficilissimo andare a podio, se dovessi arrivare tra il settimo e il decimo potrei dirmi felice».

Mattia Cattaneo durante la conferenza stampa di presentazione delle formazioni per i mondiali di Kigali
Mattia Cattaneo durante la conferenza stampa di presentazione delle formazioni per i mondiali di Kigali

Il nuovo dietro l’angolo

Un mondiale che lo vedrà protagonista, prima di gettarsi a capofitto verso le ultime gare di stagione in maglia Soudal-QuickStep. Correrà fino al Lombardia, nel quale sarà a sostegno di Remco Evenepoel, poi sarà tempo di pensare al futuro. Infatti Mattia Cattaneo seguirà il campione olimpico alla Red Bull-BORA-hansgrohe

Le parole spese da Ralph Denk danno la dimensione di quanto la Red Bull conti sulle qualità del bergamasco: «Con Mattia continuiamo la nostra strategia di affiancare i nostri giovani talenti a professionisti esperti – ha detto il general manager – apporta consapevolezza ed esperienza nelle gare, oltre a una grande potenza che fornisce energia fondamentale alla squadra, dalle gare di un giorno ai Grandi Giri».

Cattaneo sarà impegnato nella cronometro individuale, nel mixed team relay e nella prova su strada
Cattaneo sarà impegnato nella cronometro individuale, nel mixed team relay e nella prova su strada
Mattia, parole importanti…

Sicuramente alla mia età, dopo la carriera che ho avuto, sentirsi così ben voluto da una squadra del genere è molto gratificante. Dove sono ora (Soudal-QuickStep, ndr) stavo bene, però per gli ultimi anni di carriera una spinta in più in una nuova realtà sicuramente non fa male. Sono davvero contento, credo di poter portare un bel bagaglio di esperienza a un gruppo giovane. Nella mia carriera ne ho viste di cose, sia positive che negative. 

Cosa senti di poter dare?

Vengo da un ciclismo che è un pochettino diverso da quello attuale. L’ho detto anche alla squadra, magari posso aiutare anche i giovani a trovare un equilibrio tra l’essere dei robot e l’essere più “umani”. 

L’arrivo di Cattaneo alla Red Bull-BORA-hansgrohe sarà importante per la crescita dei giovani
L’arrivo di Cattaneo alla Red Bull-BORA-hansgrohe sarà importante per la crescita dei giovani
Tra i giovani ci sarà un certo Pellizzari, che tra qualche giorno ti raggiungerà ai mondiali…

Credo e spero di poter essere una figura di riferimento per lui. Giulio lo conosco marginalmente, ma credo sia un ragazzo molto ambizioso ed è giusto che sia così visto quello che ha dimostrato. Credo di poter essere un buon punto di riferimento in determinate corse. Fermo restando che lui deve essere Giulio Pellizzari, non Mattia Cattaneo o chi per esso. Io, come sempre faccio con i miei capitani, dico la mia in modo onesto e sincero. Da lì mi limito a fare il mio lavoro, sta a loro poi decidere se ascoltarmi, cosa ascoltare e come usare i miei consigli.

Sull’aspetto tecnico si era dato tanto della tua costanza, che è quello che forse poi ha spinto poi Red Bull a credere in te?

Sì, negli ultimi anni ho trovato un equilibrio nel tipo di lavoro che faccio e questo mi permette anche quando non sono al 100 per cento di riuscire comunque a essere di supporto. Quando sto bene il mio lavoro dura magari cento chilometri, altrimenti mi concentro su un chilometraggio minore. Però il mio lavoro riesco sempre a farlo. Mi autoelogio…

Cattaneo continuerà a correre accanto a Evenepoel, il belga si fida ciecamente del bergamasco
E’ giusto ogni tanto…

Nella mia carriera sono stato bravo a trovare la mia dimensione che mi permette di riuscire a fare il mio lavoro nel migliore dei modi, penso sia la cosa più difficile nello sport in generale.

Qual è questa dimensione che ti senti di aver trovato?

Riesco a essere nel posto giusto e al momento giusto. Inoltre a cronometro sono uno costante, non un campione, ma sono sempre tra i primi. Quelli buoni diciamo. Anche questo aspetto fa parte della costanza che mi ha permesso di dare sempre il mio supporto ai capitani. Sono uno dei pochi corridori che può aiutare a tirare le volate e allo stesso tempo restare a fianco al leader in salita, credo che questa versatilità sia un po’ il mio punto di forza.

La versatilità di Cattaneo sarà fondamentale anche nelle prove a cronometro del mondiale
La versatilità di Cattaneo sarà fondamentale anche nelle prove a cronometro del mondiale
C’è stato anche lo zampino di Evenepoel per questo trasferimento alla Red Bull-BORA-hansgrohe, ne avete parlato?

Onestamente avevo già dei contatti prima che Evenepoel iniziasse a trattare, poi logicamente il suo arrivo ha portato un’accelerata alla contrattazione. Sicuramente ha giocato un ruolo importante anche il suo arrivo al Red Bull. Tra noi due c’è un ottimo rapporto, è già qualche anno che si fida parecchio di me nelle situazioni importanti di gara. 

Avete già parlato di calendario per il 2026?

No, onestamente no. Prima penso a finire bene questa stagione con i mondiali e poi le classiche in Italia fino al Lombardia. Una volta finito ci concentreremo sulla nuova avventura. Il primo appuntamento, per conoscerci e parlare, dovrebbe essere a fine ottobre.

Alla Jayco con Baronti per disegnare il nuovo Vendrame

18.09.2025
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Con l’approdo alla Jayco-AlUla, Vendrame ricomincerà la sua collaborazione con Fabio Baronti, conosciuto prima da corridore e poi ritrovato quando per farsi preparare si rivolse al CTF Lab di Martignacco, alle porte di Udine. Baronti da quest’anno ha lasciato la… nave madre del CTF Friuli, assorbito nel frattempo dal Team Bahrain Victorious, e ha intrapreso la via australiana. Da corridore a massaggiatore, questo il suo percorso, poi la laurea in Scienze Motorie e ora il ruolo di allenatore WorldTour nel gruppo di lavoro coordinato da Marco Pinotti.

Alcuni spunti nelle parole del corridore trevigiano hanno fatto pensare a piccole variazioni di rotta, che Baronti ci ha aiutato a decifrare, in attesa che il rapporto entri nel vivo e alle ipotesi si sostituiscano dei programmi tangibili.

«Conosco Andrea da una vita – conferma – abbiamo persino corso insieme, ma non siamo stati mai compagni di squadra. Lui è del 1994, io del 1995, abbiamo fatto le giovanili insieme. Quando era junior di secondo anno e io di primo, lui era al Veloce Club Bianchin, io alla Rinascita Ormelle. Ci siamo incrociati anche negli under 23, sfasati di un anno. Ma alla fine siamo della stessa zona, per cui è capitato che qualche volta ci allenassimo insieme. Finché nel 2022-2023, passato dall’Androni alla Ag2R, decise di cambiare allenatore e fu seguito dal CTF Lab. Non da me personalmente, però comunque dal centro e alla fine credo che si sia trovato bene».

Fabio Baronti è approdato alla Jayco-AlUla all’inizio della stagione 2025: proveniva dal CTF Friuli
Fabio Baronti è approdato alla Jayco-AlUla all’inizio della stagione 2025: proveniva dal CTF Friuli
E’ più facile iniziare a lavorare con un corridore che già si conosce?

Molto. Abbiamo già avuto in passato modo di conoscerci, quindi la fase iniziale di creazione del rapporto anche personale sarà molto più semplice, perché di fatto in tante componenti è già stata fatta. Il processo iniziale sarà più veloce.

Che idea ti sei fatto di Andrea Vendrame atleta, a questo punto della carriera?

Sicuramente un corridore versatile, dal punto di vista prettamente atletico. Tiene bene su salite di media lunghezza e ha un ottimo spunto veloce, per cui si comporta bene nei percorsi misti, dove magari c’è della selezione e poi bisogna far valere lo spunto veloce nel finale. In più, ha il vantaggio di essere molto intelligente.

Quindi?

Quindi uscendo dalla questione puramente legata alla performance, ha l’occhio per entrare nella fuga giusta, per fare l’azione nel momento giusto. Sono elementi che spesso sono difficili da quantificare, che però fanno la differenza tra giocarti una vittoria o rimanere tagliato fuori, anche se avresti le gambe per giocartela.

Giro d’Italia 2023, già dall’anno precedente, Vendrame è allenato dal CTF Lab alle porte di Udine
Giro d’Italia 2023, già dall’anno precedente, Vendrame è allenato dal CTF Lab alle porte di Udine
Secondo te c’è un fronte su cui può ancora migliorare?

Ogni allenatore ha le sue metodologie, per cui fatta la base, trova la chiave di lettura e il modo di lavorare sui piccoli dettagli. Dal punto di vista della performance, io credo che a 31 anni Andrea non possa avere cambiamenti macroscopici, la sua tipologia di atleta è quella. Credo che il miglioramento auspicabile sia legato a un piccolo margine a livello di rapporto potenza/peso, per essere ancora più resistente e avere un ventaglio di gare che si amplia leggermente. Resistere in gruppi ancora più ristretti di quelli in cui si trova adesso e questo chiaramente sarebbe positivo, senza però compromettere l’ottimo spunto veloce. E poi credo che l’altro risvolto della medaglia, che non è legato unicamente alla performance, sia il fatto di trovare un calendario adeguato che riesca a mettere in luce le sue qualità.

Anche Andrea ha parlato di calendario da rivedere…

Tante volte lo stesso atleta fa una progressione di gare, in cui si mette alla prova nel modo giusto e in cui trova anche la confidenza giusta, esprimendosi al miglior livello. Invece magari scelte sbagliate possono portarti a perdere un po’ di sicurezza o ti impediscono di esprimerti al meglio. Si tratta di unire i due aspetti. Farsi trovare nella forma giusta negli appuntamenti che verranno stabiliti insieme alla squadra.

Alla luce di questo, troveresti curioso sapere che Vendrame ha corso raramente la Sanremo e mai l’Amstel Gold Race?

Credo che in Italia ci sia più di qualche atleta che ha dimostrato di poter essere competitivo anche su questo tipo di palcoscenici, che invece a volte vengono visti come troppo grandi. Penso a uno come Velasco, che bene o male quest’anno si è portato a casa un quarto posto alla Liegi. Per quanto riguarda Vedrame, ancora non abbiamo parlato nello specifico di calendario e appuntamenti principali della stagione, però credo che quelle siano gare che gli si addicono. Anche quest’anno, con la forma che aveva alla Tirreno dopo aver vinto la tappa di Colfiorito, penso che alla Sanremo sarebbe potuto essere competitivo. Almeno avrebbe potuto provare a dire la sua.

Dopo un’ottima Tirreno-Adriatico 2025, Vendrame si è rassegnato a non correre la Sanremo. Meglio il Catalunya per fare punti…
Dopo un’ottima Tirreno-Adriatico 2025, Vendrame si è rassegnato a non correre la Sanremo. Meglio il Catalunya per fare punti…
Secondo te, il suo spunto veloce è altrettanto temibile dopo i 250 chilometri?

Sicuramente, anche per quello che ha dimostrato negli anni, Vendrame è un corridore resistente anche lungo le gare. Per capirci, al Giro d’Italia è uno che magari, senza avere numeri strabilianti o molto al di sopra della media, riesce ad esprimerli anche nella terza settimana quando gli altri sono più stanchi. Se becca l’azione giusta, è sempre uno molto pericoloso anche in queste gare più lunghe. Chiaramente nel momento in cui venisse deciso di puntarci seriamente con obiettivi chiari, è chiaro che ci sarà da lavorare sull’essere resistente anche dopo cinque o sei ore di gara e riuscire a fare gli stessi numeri che ha anche quando è fresco.

Si parla di lavoro da fare: che rapporto c’è fra Vendrame e l’allenamento?

Mi sembra uno che si conosce. Non è un esecutore, un robottino che fa e basta. E’ uno che riesce a relazionarsi nel modo giusto con le figure che ha intorno e a dare dei feedback super precisi sulle sue cose. Per quanto mi riguarda, parlando da allenatore, è sempre una cosa positiva. E’ il tipo di atleta che ti dà qualcosa indietro, il riscontro per essere ancora più a fuoco quando si va nello specifico e avvicinandosi agli eventi.

Parlando per un attimo di Fabio Baronti, com’è stato questo primo anno WorldTour lontano dagli amici del CTF?

Sono super contento dell’ambiente che ho trovato. Ho accettato la sfida di uscire dalla mia comfort zone e ho avuto la fortuna di trovare un altissimo livello di professionalità e di empatia dal punto di vista personale con tantissimi dei miei colleghi, a partire da Pinotti. Da un punto di vista professionale chiaramente è un bel salto, che mi ha messo nella condizione di dimostrare di essere all’altezza. Mi stimola a cercare cose nuove, a farmi delle domande in più.

La vittoria di Sappada al Giro del 2024 ha confermato la resistenza di Vendrame nella terza settimana
La vittoria di Sappada al Giro del 2024 ha confermato la resistenza di Vendrame nella terza settimana
Cosa ti pare del gruppo atleti?

Quest’anno tutta la squadra ha fatto un percorso, anche il gruppo performance si è messo in discussione. Abbiamo cercato di farci le domande giuste in modo da darci delle risposte che ci permettano di avvicinarci a chi al momento è un gradino sopra di noi. Io credo alle potenzialità in questo gruppo. Tante volte è chiaro che avere atleti forti aiuta, avere il talento è un bel vantaggio. Però è una bella sfida anche tirare fuori il massimo da un gruppo di atleti forti e motivati. Gente che abbia la maturità per ascoltare le istruzioni e metterci quel qualcosa in più, che permette di cogliere il risultato. Quello che Andrea Vendrame sa fare molto bene, per questo credo che il suo profilo sia adattissimo alla nostra squadra.

Chesini svetta in Romania. E non è stato un caso…

18.09.2025
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La vittoria al Giro di Romania è solo l’ultimo capitolo della bella estate di Cesare Chesini, il giovanissimo corridore di Negrar che sta portando un buon numero di punti alla MBH Bank Ballan. Un contributo importante per la squadra in procinto di diventare professional. Il veneto si era già messo in evidenza a luglio conquistando la classica in linea di Vysegrad, ma la vittoria nella corsa a tappe rumena sicuramente apre prospettive diverse.

Chesini sul podio del Giro di Romania, con lo svizzero Stussi a 8″ e lo spagnolo Sagrado a 54″ (foto Georgescu)
Chesini sul podio del Giro di Romania, con lo svizzero Stussi a 8″ e lo spagnolo Sagrado a 54″ (foto Georgescu)

L’andamento di questi mesi caldi ha anche un significato particolare per lui perché la stagione non era certo iniziata come avrebbe voluto: «Ero partito già dall’inverno con l’idea di far bene le gare internazionali di aprile, ma il bilancio alla fine era stato magro. Poi abbiamo preparato il Giro NextGen andando in altura, lì mi sono ammalato e ho perso 10 giorni. Nella corsa rosa non sono andato male, ho anche centrato un 5° posto ma non ci sono arrivato come avrei voluto».

Dopo però sei andato sempre in crescendo…

La condizione costruita al Giro è servita per il dopo, ho fatto buoni risultati, ho vinto a Vysegrad e accumulato chilometri al Valle d’Aosta, ho fatto bene qualche classica italiana come a Capodarco, fino all’impresa rumena.

Il veneto si era messo in luce in luglio a Vysegrad, beffando per 4″ Lucca (foto Melicher)
Il veneto si era messo in luce in luglio a Vysegrad, beffando per 4″ Lucca (foto Melicher)
Che corsa era questo Giro di Romania?

Per me era un po’ una corsa da scoprire, perché non c’ero mai stato. Sul computer avevo visto le tappe e avevo notato che la seconda era impegnativa ed interessante, allora abbiamo deciso di costruire una tattica con la squadra. Eravamo andati io e Novak per fare bene in classifica, che si decideva proprio alla seconda tappa, da lì in poi vedevamo un po’ come eravamo andati e decidevamo chi dei due puntava al bersaglio.

Fondamentale è stata la tua vittoria nella seconda frazione, poi le ultime tre hai corso in difesa…

Sì, poi mi sono difeso anche con l’aiuto dei compagni che mi hanno aiutato. Ma erano stati preziosi anche nella frazione decisiva. Sull’ultima salita c’era una fuga di una decina di corridori che però non avevano tanto vantaggio. Sapevamo che li avremmo ripresi sulla salita e appena si sono alzate le pendenze abbiamo iniziato noi a fare un bel ritmo. E’ venuta fuori una selezione naturale, sono rimasti davanti quelli più forti e poi alla fine ce la siamo giocata in tre allo sprint.

Strade senza grandi asperità in Romania, ma la seconda tappa è stata impegnativa (foto Georgescu)
Strade senza grandi asperità in Romania, ma la seconda tappa è stata impegnativa (foto Georgescu)
Tu avevi già vinto a luglio a Vysegrad, dai l’impressione di trovarti bene, soprattutto nelle gare all’estero. Perché?

Non me lo so spiegare, non so darmi un motivo. Diciamo che c’è un altro modo di correre che non si fa in Italia, meno controllato e più diluito lungo tutta la lunghezza della frazione. Può essere che mi adatto di più a quel modo di correre.

La tua crescita repentina in questa stagione estiva ti ha portato già alla riconferma per il prossimo anno, quando la squadra diventerà una professional, quindi cambia un po’ tutto, cambia anche il calendario…

Sì, la squadra sta lavorando per salire di categoria. Cambierà il calendario, cambieranno gli obiettivi, anche se terremo sempre in considerazione le corse internazionali under 23, dato che rientro ancora nella categoria.

Il veronese è da quest’anno alla MBH, dopo un biennio trascorso alla disciolta Zalf (foto Instagram)
Il veronese è da quest’anno alla MBH, dopo un biennio trascorso alla disciolta Zalf (foto Instagram)
Tu però entri in un nuovo mondo avendo dimostrato di essere un vincente, quindi ci saranno anche occasioni per cercare il risultato importante a un livello più alto rispetto a quest’anno?

L’importante intanto sarà avere più occasioni possibili per gareggiare con quelli più grandi avendo ancora molto da imparare, quello sarà il mio obiettivo principale. Poi dove avrò la possibilità di fare la corsa, oppure sicuramente nelle prove internazionali under 23, correrò con l’obiettivo del massimo risultato.

Sei al primo anno alla MBH Bank, che cosa hai capito di te stesso in questa stagione, che tipo di corridore puoi essere?

Prima pensavo di andare meglio sulle salite lunghe e invece quest’anno ho visto anche a Vysegrad e in Romania che vado meglio sui percorsi duri, ma senza salite lunghissime. Perché riesco a gestire meglio le forze e poter dire la mia in uno sprint ristretto.

Chesini insieme a Ulissi a Larciano. La sua ambizione è avere sempre più occasioni di confronto con i pro’
Chesini insieme a Ulissi a Larciano. La sua ambizione è avere sempre più occasioni di confronto con i pro’
Prossimi obiettivi che hai in questa stagione?

Vorrei sfruttare al meglio la buona condizione che ho costruito nell’estate, manca un mese circa alla conclusione della stagione e vorrei puntare a qualche risultato nelle prove che restano a cominciare dalla Milano-Rapallo e dal Piccolo Lombardia. Poi spero di avere qualche occasione per correre anche contro i professionisti nelle ultime classiche italiane.

Il ritorno di Pogacar in Canada: sorrisi e fame. L’analisi di Moser

18.09.2025
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Lo smartphone sul tavolo del ristorante, la pizza in arrivo, la compagna di fronte (immaginiamo la sua espressione) e il GP Cyclistique de Montréal da seguire… anche se non doveva commentarlo. Ebbene sì, Moreno Moser è riuscito in tutto ciò! Ma noi siamo contenti: primo perché questa è passione pura, secondo perché Moser è riuscito a vedere la corsa di Tadej Pogacar.

Con il suo occhio tecnico parliamo appunto del rientro del campione del mondo. Un rientro tanto atteso dopo il Tour de France. L’asso del UAE Team Emirates non gareggiava da 47 giorni.
Come è andata dunque la due giorni canadese di Pogacar? Che cosa ci hanno detto Quebec e Montreal?

Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio ai microfoni di Eurosport (immagini tv)
Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio ai microfoni di Eurosport (immagini tv)
Moreno, che ti è parso questo ritorno di Tadej nelle due corse canadesi?

Mi è parso alieno, come sempre. L’ho visto fare lo stesso percorso dell’anno scorso. Nel senso che anche l’anno scorso a Québec ha fatto un po’ fatica, ha attaccato sì, ma non era superiore. Quest’anno è uguale: che sia per una questione di fuso orario, che magari alla prima corsa arrivi un po’ scombussolato, che di gambe forse non rodate.

Lui ha ai detto di essere era stato male durante la settimana…

Esatto, la settimana è stato male. E questa è la dimostrazione, anche all’80 per cento Tadej è un fenomeno. A Québec è andato così così, e comunque ci ha provato, però ha fatto la gamba. E 48 ore dopo a Montréal già volava. Quindi secondo me è lo stesso identico percorso dell’anno scorso.

Avevamo lasciato un Pogacar un po’ meno sorridente del solito, come ti è parso?

Probabilmente aveva proprio bisogno di scaricare, di ricaricare le batterie, di cambiare aria. Lo stress portato da un sacco di fattori al Tour de France l’aveva un po’ spento. Secondo me ha inciso anche lo stress dei fischi. Fischi che non si sarebbe mai aspettato, per il fatto di andare troppo forte, i dubbi sulle sue performance… quella cosa lì gli ha fatto male. Però ha ricaricato le batterie ed è tornato anche a divertirsi. A Montréal mi è sembrato un corridore che aveva voglia di divertirsi, non solo di vincere. Per vincere avrebbe potuto aspettare l’ultimo giro e andare via. Invece aveva voglia di disintegrare tutti, anzi secondo me voleva proprio smorzare le voci disintegrando la corsa, anche per come l’hanno impostata come squadra.

Pogacar è tornato in gara dopo 47 giorni e si è subito mostrato in grande spolvero
Pogacar è tornato in gara dopo 47 giorni e si è subito mostrato in grande spolvero
Cosa ne pensi del gesto nei confronti del compagno di squadra McNulty?

Bellissimo. Giustissimo che l’abbia aspettato e che l’abbia lasciato vincere. Personalmente non sono per il pensiero per cui non si possano lasciare vincere le corse ai compagni in queste situazioni. Soprattutto uno come Tadej può permetterselo. Ha vinto e stravinto ogni cosa, quasi fino al punto di stufare, quindi può benissimo permettersi di far vincere una corsa a un compagno. Tra l’altro Montreal è una corsa che aveva già vinto due volte. Dal momento che vuole fare la collezione del palmarès, i doppioni non gli servono! Quindi quel gesto non mi ha stupito affatto. Mi avrebbe stupito il contrario. Stavo guardando la corsa con la mia ragazza, Valeria, e le ho detto: “Se non lo lascia vincere, butto via il telefono!”.

Quindi Pogacar è il tuo favorito per il mondiale?

Senza alcun dubbio…

Visto anche il percorso, visto il suo stato di forma o entrambe le cose?

Visto tutto! Il percorso è duro e quindi è difficile metterlo in mezzo. Su un percorso facile ci si può inventarsi qualcosa, vedi appunto Québec. O una Sanremo. Ma su un percorso duro contano le gambe e non puoi inventarti niente. Dove conta la scia, dove contano i tatticismi, può provare a fare qualcosa, ci possono essere più variabili ed incognite. Ma in un mondiale così sarà difficile.

A Montreal il campione del mondo ha lasciato la vittoria a McNulty. Di certo avrà un gregario ancora più devoto adesso
A Montreal il campione del mondo ha lasciato la vittoria a McNulty. Di certo avrà un gregario ancora più devoto adesso
I due giovani compagni, Del Toro e Ayuso, che si ritroverà contro secondo te proveranno a sfruttare il suo lavoro? Sono i più pericolosi?

Questa sarà forse la parte più interessante del mondiale. Di sicuro Juan Ayuso non gli darà una mano. Neanche Del Toro lo farà, però magari se si ritrovasse davanti e lui dietro potrebbe anche essere tra quelli che non tirano. Poi non sottovaluterei mai Remco Evenepoel.

A proposito di Remco, forse c’è più interesse per la cronometro?

Più interesse no, ma effettivamente è una sfida interessante, più combattuta. Certo che se la crono è troppo dura la specializzazione di Remco va un po’ a farsi benedire.

Però abbiamo visto che Trinca Colonel, per esempio, userà una monocorona da 60 denti, quindi sarà anche scorrevole…

Meglio così allora. Aspettiamoci una bella sfida.

C’è qualcosa che ti ha colpito del rientro di Pogacar?

Una cosa che mi ha colpito in Canada non è stato tanto di Tadej, quanto la sua squadra. Non ho mai visto una superiorità del genere. Io Montréal l’ho fatta due o tre volte, arrivando anche secondo, e posso dire che è difficile fare la differenza su quel percorso. Almeno ai miei tempi.

Moser è rimasto colpito dalla solidità e dalla fame della UAE Emirates
Moser è rimasto colpito dalla solidità e dalla fame della UAE Emirates
Spiegati meglio…

A Montréal era impensabile partire prima dell’ultimo giro. E all’ultimo giro si arrivava con tre quarti del gruppo compatto. Quando feci secondo, dopo l’ultima salita rimanemmo in venticinque. Io andai via con una “mezza fagianata” negli ultimi 3-4 chilometri su quegli stradoni. Questo per dire che non è una corsa così dura e in gruppo si sta benone. Si risparmia tanto. Vedere una squadra che si mette davanti e con soli due uomini, Wellens e Sivakov, toglie di ruota l’80 per cento del gruppo, per me è stata una roba folle.

Chiaro…

Ma poi sono famelici. Mi sembrava davvero che volessero prendersi una rivincita di due giorni prima, quando comunque avevano fatto secondo proprio con Sivakov. E a me questa fame fa impazzire, mi piace da morire vederli così cattivi. Ovvio che le gambe buone ti fanno venire voglia di partire super determinato, anche a livello di mentalità sono inquadrati: sanno quello che vogliono. L’altro “Greg” (Luca Gregorio, ndr) mi chiedeva se, considerando che la Visma-Lease a Bike ha vinto due Grandi Giri e la UAE uno, la stagione migliore l’avesse fatta la Visma. Io gli ho risposto di no. La costanza che ha avuto la UAE in quest’anno, oltre al Tour de France che da solo vale di più di tutto, è spaventosa. A volte vincono anche su più fronti nello stesso giorno.

Trinca Colonel, la vittoria de l’Ardèche fa parte del cammino

17.09.2025
6 min
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Tappa e maglia… anche quella azzurra per Monica Trinca Colonel dopo la vittoria nella frazione finale del Tour de l’Ardèche. L’atleta della Liv-AlUla-Jayco si conferma così una delle migliori del panorama nazionale. Forse colei che più è cresciuta durante la stagione e che addirittura potrebbe candidarsi ad essere l’erede di Elisa Longo Borghini, un anticipo di questa staffetta si è vista al campionato italiano.

L’Ardèche, come accennavamo, ha decretato il suo biglietto per il Rwanda, ma quel che più conta è il processo che questa ragazza sta facendo. E’ un’atleta di pura sostanza, pochi fronzoli, di cui si parla anche poco ma sulla quale si può fare affidamento. Un processo di crescita di cui abbiamo parlato con Marco Pinotti, uno dei coach della squadra australiana.

«Ero giusto in magazzino – attacca Pinotti – per preparare la bici da crono di Monica per i mondiali. Ero con i meccanici rientrati ieri dall’Ardèche. Abbiamo ragionato sul percorso dei mondiali, abbiamo fatto il “pace strategy” in base agli ultimi dati di potenza. E abbiamo cercato di definire le possibilità dei rapporti da scegliere per la prova a cronometro iridata».

Marco Pinotti, ex corridore, è oggi l’head coach della Jayco-AlUla
Marco Pinotti, ex corridore, è oggi l’head coach della Jayco-AlUla
E come vi siete orientati?

Anche se la crono non è il primo obiettivo di Trinca Colonel, è una prova importante e cerchiamo di fare il miglior risultato. Monica userà una monocorona da 60 denti, però le abbiamo lasciato l’opzione del 58, perché le informazioni che non ho sono relative alla qualità dell’asfalto, che può essere più o meno scorrevole. Abbiamo così lasciato due opzioni: la principale appunto il 60 e l’altra il 58. Dietro chiaramente avrà l’11-34. Però la scelta finale la farà là, in accordo con i tecnici della nazionale.

Marco cerchiamo invece di inquadrare bene tecnicamente questa ragazza. Che atleta è?

E’ un’atleta forte e resistente, tecnicamente molto valida. Sa guidare bene la bici, ha un alto consumo di ossigeno ed è resistente nel lungo periodo. Soprattutto in questi due anni ha costruito una resistenza alla fatica che le ha permesso di ottenere risultati importanti. Non ha picchi di potenza enormi, come le prime al mondo, ma una forte resistenza alla fatica. Nei contesti di sforzo prolungato o nelle gare dure riesce ad emergere.

La Liegi di quest’anno è stato il quadro perfetto di quanto hai appena detto. Magari si staccava ma poi rientrava…

Esatto, e lo stesso ha fatto alla Strade Bianche e in qualche altra corsa.

Quanto è cresciuta? E perché in modo così sensibile?

Perché fino a due anni fa lavorava in un negozio di ottica! La sua storia è una bella lezione per tanti. Adesso si cerca talento precoce, ma questo è un esempio che con un po’ di fortuna e tanta bravura anche a 25 anni si può debuttare ad alti livelli e fare bene. Il suo è un percorso alternativo rispetto a tanti altri.

Monica Trinca Colonel vince l’ultima tappa dell’Ardeche e conquista anche la generale. Sono i suoi primi successi da pro’ (foto Getty Images)
Monica Trinca Colonel vince l’ultima tappa dell’Ardeche e conquista anche la generale. Sono i suoi primi successi da pro’ (foto Getty Images)
Quindi ci sono margini?

Secondo me sì. Primo perché è un’atleta a tempo pieno da meno di 24 mesi. Secondo perché dallo scorso anno a quest’anno è cresciuta come valori di potenza nella prima parte di stagione. Poi tra Giro Women e Tour Femmes abbiamo avuto qualche problema. Siamo arrivati al Giro con l’idea di fare una bella corsa, ma invece ha avuto uno stop fisico che un po’ mi aspettavo… in questo suo processo di crescita generale. Ma non proprio in quei giorni. Abbiamo provato a mandarla al Tour Femmes come esperienza, per capire se potesse essere anche psicologico, invece lì abbiamo capito che i guai del Giro erano proprio fisici. Anche lì aveva gli stessi sintomi: dopo due o tre giorni di stanchezza, abbiamo deciso di fermarci.

E poi cosa avete fatto?

Abbiamo optato per uno stop netto e siamo ripartiti dalla base praticamente. Abbiamo ricostruito la seconda parte di stagione a partire dall’Ardèche, che è stato il suo rientro post Tour Femmes. Con Marco Velo si era parlato di portarla al mondiale, ma io ho detto: «Vediamo prima come va l’Ardèche», perché c’era il rischio che Monica fosse ancora stanca. I carichi erano monitorati, ma il peso psicologico si faceva sentire.

Cosa intendi?

Fino all’anno scorso correva senza grandi responsabilità. Qualsiasi risultato era un passo avanti. Quest’anno invece ha affrontato gare con il ruolo di capitana, con un confronto rispetto all’anno precedente e ha dovuto affrontare un processo diverso. All’Ardèche i numeri sono migliorati ancora rispetto a inizio stagione.

Trinca Colonel (classe 1999) quest’anno ha fatto davvero un grande exploit. Ha il contratto con la Liv anche per il 2026
Trinca Colonel (classe 1999) quest’anno ha fatto davvero un grande exploit. Ha il contratto con la Liv anche per il 2026
Tu come la vedi? Più scalatrice, donna da corse a tappe, cronoman…?

Cronoman lo è in parte, stiamo lavorando sulla posizione. Ha fondo e può andare bene nelle corse a tappe, anche se non è la scalatrice più forte. Può dire la sua nelle corse dure di un giorno come la Liegi o i campionati nazionali. E’ un’atleta di fondo che fa della continuità la sua forza.

Prima hai accennato anche all’aspetto mentale. Monica è ancora nella fase del “tutto nuovo” oppure iniziano le responsabilità? Insomma è consapevole?

Secondo me sì. Monica è una ragazza intelligente e consapevole. Sa riconoscere quando non è al meglio e affronta le difficoltà con maturità. Le responsabilità aumentano, ma deve imparare a gestirle. E’ bello che mantenga entusiasmo e che non senta troppa pressione. Ci tiene molto alle compagne e al lavoro di squadra.

Le avete affiancato qualcuna più esperta?

Mavi Garcia, che è molto esperta. Monica ha dimostrato di saper correre anche da capitana e magari al Mondiale potrà stare vicino a Longo Borghini.

L’atleta lombarda sarà in maglia azzurra ai prossimi mondiali. Farà sia la crono che la strada
L’atleta lombarda sarà in maglia azzurra ai prossimi mondiali. Farà sia la crono che la strada
E’ cresciuta come potenza rispetto all’anno scorso?

Sì, di almeno un 4 per cento su tutta la curva, rispetto al suo miglior livello dello scorso anno. Sono percentuali molto importanti a questo livello.

Avete ritoccato la posizione in bici?

L’anno scorso no. Ma quest’anno tra Giro e Tour abbiamo fatto indagini anche a livello meccanico e abbiamo trovato che aveva l’ileopsoas contratto. Una soluzione immediata è stata ridurre le pedivelle da 170 a 165 millimetri. Le usava a crono e ora anche su strada. In questo modo la gamba lavora meno chiusa.

E lei come ha reagito?

Essendo resiliente non ha sentito particolari differenze, ma ha capito che poteva aiutarla. Rivedremo la posizione con calma in inverno, per ora corre così. La risposta è stata positiva.

C’è qualcosa che vuoi aggiungere al quadro tecnico di Monica Trinca Colonel?

Bisogna essere cauti con le aspettative. Monica è un’atleta che può raccogliere ottimi risultati, ma non è scontato che la crescita sia continua. Ci saranno alti e bassi, come quest’anno tra Giro e Tour. Certi processi richiedono più tempo di quello che immaginiamo. Ha davanti ancora tanti anni, ma bisogna darle tempo, senza metterle pressione. Lei stessa non si monta la testa.

La nuova vita di Pellaud in Cina, per vincere e dirigere…

17.09.2025
5 min
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Il grande rullo dei risultati ciclistici della domenica ha ripresentato un nome del quale avevamo perso le tracce: Simon Pellaud si è aggiudicato il Tour of Binzhou, classica del calendario cinese, cogliendo il primo successo in una prova in linea nel calendario internazionale su strada della stagione dopo molti centri nel gravel, che da quest’anno è la sua attività principale.

Pellaud, corridore svizzero di origine colombiana è un vero cittadino del mondo quindi non è strano che abbia trovato casa in Cina, al Li Ning Team che è la formazione principale del grande Paese orientale. La chiamata che arriva dall’altra parte del mondo, quando l’elvetico è in una calda Pechino dove ha appena concluso la sua giornata di allenamento, è quasi un raggio di sole e si coglie dalla sua voce squillante.

Pellaud sul podio di Binzhou, dove ha vinto con 9″ sul gruppo regolato dal giapponese Arashiro (foto Instagram)
Pellaud sul podio di Binzhou, dove ha vinto con 9″ sul gruppo regolato dal giapponese Arashiro (foto Instagram)

«Qui mi sto trovando benissimo, sinceramente. Mi rispettano, faccio il calendario che voglio tutelando l’attività col gravel che è primaria in questo momento. Abbiamo una squadra spettacolare, molto forte, che vince tappe o classifiche generali in ogni occasione, quindi le cose funzionano anche perché c’è un bel ricambio, si vince un po’ tutti. Quindi sono veramente contento, felice per questa esperienza».

Che corsa era quella di Bingzhou?

Intanto non è stata la mia prima vittoria su strada, avevo già conquistato la prima tappa al Giro di Thailandia e avevo portato la maglia per 5 giorni per poi cederla al nostro velocista danese Alexander Salby, così abbiamo fatto primo e secondo nella generale. Quella di domenica era una gara piuttosto pianeggiante, sembrava essere terreno ideale per i velocisti, ma c’era un ponte, uno di quei punti lunghissimi che contraddistinguono l’Asia e lì si è fatta grande selezione, anche perché si percorreva in andata e ritorno. E’ stata una gara veramente intensa, senza alcun controllo della corsa tanto che a un certo punto pensavo fossi in una kermesse belga… Abbiamo fatto quasi 50 di media.

Da quest’anno l’elvetico è parte della Li Ning Star, team continental con ciclisti di più nazioni
Da quest’anno l’elvetico è parte della Li Ning Star, team continental con ciclisti di più nazioni
Come ti trovi alla Li Ning?

E’ la squadra numero 1 quest’anno. Non abbiamo tanti cinesi che corrono nel team ma c’è una ragione. Qui i corridori locali sono divisi per le varie province e sono gli stessi organi locali che costruiscono i team, tra l’altro si lavora soprattutto per i giochi cinesi che si svolgono ogni 4 anni, sono una sorta di Olimpiade locale e tutti i corridori nazionali sono concentrati su quelli. Quest’anno saranno in novembre, chi emergerà potrà entrare nelle Continental locali. E questo secondo me un po’ frena lo sviluppo del ciclismo locale.

Quindi l’anno prossimo le cose cambieranno…

Sì, quest’anno abbiamo corso solamente con due o tre cinesi, nel 2026 ne avremo sicuramente di più, sarà differente. Perché dal mio punto di vista anche quello è importante, per fare capire che per emergere bisogna confrontarsi il più possibile con il meglio che c’è all’estero, ancora meglio sarebbe se si potesse gareggiare in Europa.

7 gare nel gravel vinte quest’anno, compresa la tappa delle World Series in Brasile
7 gare nel gravel vinte quest’anno, compresa la tappa delle World Series in Brasile
Dopo un po’ di mesi che sei lì, pensi sia stata la scelta giusta essere andato in Cina?

Non ho nessun dubbio al riguardo, innanzitutto a livello di esperienza umana. Sto conoscendo una cultura diversa, essere qui non è certo lo stesso che venire con una squadra europea e correre solo per qualche giorno. Bisogna starci per entrare a pieno contatto con la vita locale, capire davvero che cos’è questo grande Paese. Inoltre è una grande esperienza professionale perché qui non faccio solo il corridore, ma sono una sorta di direttore sportivo in pectore, faccio io i briefing, diciamo che mi faccio le ossa in vista di un futuro che mi piacerebbe costruirmi addosso. Abbiamo corridori da Nuova Zelanda, Danimarca, Bielorussia e devo dire che mi ascoltano, mi rispettano, si affidano molto alla mia esperienza.

Tu però quest’anno stai privilegiando il gravel…

Sì, per certi versi corro su strada per essere più forte nei miei obiettivi di stagione legati al gravel. E’ importante per aumentare di livello anche in allenamento, trovare il giusto ritmo.

Pellaud insieme a Stockli forma il team gravel per la Tudor, con cui ha mantenuto il contratto
Pellaud insieme a Stockli forma il team gravel per la Tudor, con cui ha mantenuto il contratto
A proposito del gravel, come mai quando gareggi offroad cambi divisa?

Io con due contratti. La mia licenza è con la Li Ning, ho però mantenuto anche il contratto con la Tudor relativamente all’offroad, infatti faccio gare di gravel e anche di mtb, infatti la settimana scorsa, prima della corsa di Bingzohu ero negli Usa per una gara.

Ai mondiali di gravel ci sarai?

No, perché il mio obiettivo principale quest’anno è il Life Time Grand Prix, che è una serie di sei gare, le più importanti che ci sono in America, con il gran finale il 18 di ottobre. Nel gravel c’è una forte contrapposizione tra l’UCI e le altre organizzazioni che non gradiscono le regole che la federazione internazionale vuole imporre, poi a me questi mondiali quando si corrono in Europa non piacciono molto, è come correre una classica del nord, ma per quelle c’è già il ciclismo su strada…

Una curiosità per finire: tu che parli tante lingue, col cinese come te la cavi?

No, sono lontano dal dire che posso esprimermi in cinese, ci vorrebbero almeno un paio d’anni per imparare, ormai ho un’età e faccio fatica…

Majka sceglie la famiglia, ma non esclude di tornare (da diesse)

17.09.2025
6 min
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Nella sua storia di corridore, Rafal Majka ha corso per tanti capitani, ma tre sopra tutti. Contador, Sagan e Pogacar. Nulla in comune, ride il polacco che a fine anno lascerà il ciclismo, se non la determinazione nel vincere. Per loro a un certo punto ha messo via la voglia d’essere leader ed il suo è diventato il viaggio del più forte gregario del gruppo. Quello che dà la svolta alla corsa e costringe i rivali al fuorigiri. Quello cui un giorno Pogacar ha detto di calare un po’, che bastava anche meno. Tre sono state anche le squadre in cui Majka ha corso a partire dal 2011. La Saxo Bank di Bjarne Riis. La Bora Hansgrohe di Ralf Denk. Il UAE Team Emirates di Mauro Gianetti.

Da oggi, Majka è impegnato nello Skoda Tour de Luxembourg, dopo aver scortato Isaac Del Toro alla raffica di vittorie in Toscana, da Larciano a Peccioli, passando per il Giro della Toscana dedicato ad Alfredo Martini. Lo raggiungiamo prima di cena alla vigilia della corsa, con la curiosità di sapere perché ritirarsi, avendo dimostrato anche quest’anno un livello da assoluto numero uno.

Da oggi Majka è in gara al Tour of Luxembourg, dopo aver aiutato Del Toro in Toscana. Qui a Peccioli
Da oggi Majka è in gara al Tour of Luxembourg, dopo aver aiutato Del Toro in Toscana. Qui a Peccioli
Rafal, come mai?

Ho fatto una bella stagione (sorride, ndr). Anche in Polonia, Austria e le corse successive, sono sempre stato davanti. Però, ti dico la verità, avevo già deciso a gennaio e l’ho comunicato alla squadra. Avevo anche la proposta per l’anno prossimo, perché il grande Mauro (Gianetti, ndr) mi ha detto che il mio posto c’è sempre. La motivazione per andare in bici e allenarmi c’è, però la decisione è arrivata dalla famiglia, dalla voglia stare con i bimbi. Sono 24 anni che sono fuori e non è facile.

Siete stati a lungo separati?

In realtà no. A parte i primi tre anni che ho passato in Italia, poi sono stato in Polonia. Però sempre girando il mondo, più di otto mesi all’anno fuori casa. La routine normale di un corridore. Non sono ancora stanco, però voglio passare un po’ tempo con i bimbi. Vanno a scuola, hanno cinque e nove anni, il tempo passa veloce.

Ti stai abituando all’idea che sono le ultime corse?

Sto veramente bene. Dopo il Giro, abbiamo vinto ancora con Del Toro. Ho fatto il podio al Giro dell’Austria. In Polonia tutti sapevano che avrei smesso e ogni giorno è stato una festa. Poi abbiamo vinto in Toscana e Isaac volava. Adesso sono in Lussemburgo, con una squadra veramente forte. Sono contento di smettere con una squadra che è ancora prima al mondo e che vince tutto.

La UAE Emirates è solo la terza squadra di una carriera molto lunga: come mai hai cambiato così poco?

Sono stato per sei anni alla Saxo Bank che poi è diventata Tinkoff perché stavo bene e avevo sempre la fiducia. Dopo quattro anni sono diventato capitano e potevo anche aiutare Contador. Con la Bora ero un po’ più stressato, perché ero il solo capitano per le corse a tappe e dopo quattro anni ho sentito il bisogno di cambiare. Alla fine è arrivata una squadra, la Uae Emirates, in cui sapevo che c’erano un giovane di nome Pogacar. Pensavo fosse un buon corridore che avrebbe vinto una o due corse, invece mi sono ritrovato a correre con uno che vince tutto e che diventerà una leggenda. Per me è un divertimento correre con il migliore del mondo e migliore della storia. E’ veramente come una famiglia e so che mi mancherà. Perché Gianetti mi ha dato fiducia e come lui anche Matxin. Sono stati davvero cinque anni speciali.

Tre squadre e tre grandi capitani. C’è qualcosa in comune fra Contador, Sagan e Pogacar?

Tutti e tre sono forti con la testa. Impressionante la loro capacità di puntare un obiettivo. Tecnicamente Sagan è diverso dagli altri due, ma quando stava bene, poteva vincere tutto. Tre mondiali di seguito non sono una cosa normale. Anche Alberto è stato un grande campione capace di dichiarare che avrebbe vinto il Giro, il Tour o la Vuelta e poi di vincerli davvero. E poi c’è Tadej, che non dice niente, ma vince tutto. Pogacar parla meno, ma vince tanto.

Era il Giro del 2020, nel giorno di riposo nella cantina di Robert Spinazzè, quando ci dicesti che l’anno dopo saresti andato alla UAE per fare il gregario. Che cosa ti fece scegliere questa strada?

Sapevo che stavano arrivando dei giovani fortissimi. Io avevo ormai trent’anni e capii che sarebbe stato meglio diventare un buon gregario che vincere solo una o due corse all’anno. Perciò decisi di firmare per una squadra come la UAE, pur non sapendo quanto sarebbe diventato forte Pogacar.

Rafal Majka, classe 1989, è passato professionista nel 2011. Ha vinto 3 tappe al Tour (2 volte la maglia a pois), 2 tappe alla Vuelta, il Giro di Polonia
Rafal Majka, classe 1989, è passato professionista nel 2011. Ha vinto 3 tappe al Tour (2 volte la maglia a pois), 2 tappe alla Vuelta, il Giro di Polonia
E’ paragonabile lo stress del leader con quello del gregario?

C’è stress ugualmente, perché per aiutare uno così, devi essere pronto nel momento in cui serve. Però diciamo che lo sopporti meglio, se il capitano può davvero vincere tutto. E’ uno stress diverso, mi viene meglio ed è più facile correre così. Per quello avrei ancora la motivazione di continuare, perché non sono ancora un atleta sfruttato.

Al Giro di quest’anno il meccanismo UAE si è inceppato e Del Toro ha perso la maglia rosa. Che cosa è successo secondo te?

Tutti pensano che possano essere state le gambe o la testa. Io penso a un corridore di 21 anni che ha indosso la maglia rosa fino al penultimo giorno. Ho grande rispetto per Del Toro, come è chiaro che possa essergli mancata un po’ di esperienza. Però è un ragazzo forte, andrà fortissimo ai mondiali e sono certo che nei prossimi anni vincerà anche un Grande Giro.

E a proposito di giovani: che consiglio di senti di dare ad Ayuso che lascerà la squadra?

Di andare forte, andare forte e basta. Allenarsi al 100 per cento e andare forte. Perché anche Ayuso ha un talento che può sfruttare veramente bene, ovunque andrà a correre.

Sestriere, Del Toro ha appena perso la maglia rosa: Majka lo abbraccia, non si può sempre vincere
Sestriere, Del Toro ha appena perso la maglia rosa: Majka lo abbraccia, non si può sempre vincere
Tutto questo ti mancherà?

Mi mancherà tutto. Se fai la stessa cosa da quando sei giovane, è inevitabile che ti manchi quando la interrompi. Però alla fine voglio anche godermi la bici in tranquillità. Non guardare i watt e guardare invece la natura, fare chilometri con uno spirito diverso.

E’ fuori luogo aspettarsi un Majka direttore sportivo?

Volete proprio saperlo? Vi rispondo fra quattro mesi (ride, ndr), perché adesso voglio recuperare bene dopo la stagione. Lasciare tutto per quattro mesi e dopo sicuramente parleremo del futuro in questo sport, perché non voglio abbandonare del tutto un mondo che mi piace così tanto.

I cerotti nasali della Visma: facciamo un po’ di chiarezza…

17.09.2025
4 min
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Alla Vuelta non si è discusso solamente delle proteste popolari contro la presenza della Israel Premier Tech. Né si è pensato solamente a pedalare. Hanno destato scalpore le dichiarazioni di Victor Campenaerts (nella foto di apertura) che per massimizzare i marginal gains, in particolare la respirazione favorita dai cerotti nasali, ha deciso di depilarsi le narici, coinvolgendo anche alcuni compagni di squadra della Visma-Lease a Bike (ma non Vingegaard) e giustificando la sua scelta col fatto che favorendo la respirazione col naso sotto sforzo, si dà al corpo un segnale di rilassamento.

La dichiarazione di Campenaerts a proposito della depilazione interna al naso ha fatto scalpore
La dichiarazione di Campenaerts a proposito della depilazione interna al naso ha fatto scalpore

I pericoli della depilazione del naso

Una scelta sulla quale si è discusso molto con professori di otorinolaringoiatria che hanno sottolineato la pericolosità di queste scelte perché tolgono uno strumento di naturale filtraggio dell’aria, arrivando anche a mettere sotto accusa gli stessi cerotti, da tanti anni di uso comune per chi fa discipline sportive di resistenza.

Per saperne di più ci siamo rivolti a Nino Daniele, medico della Lidl-Trek squadra che utilizza normalmente i cerotti nasali: «Chiariamo innanzitutto che l’utilità dei cerotti è legata a un fatto eminentemente meccanico. Hanno una listarella in plastica all’interno del tessuto e sono adesivi, una volta incollati sul naso all’altezza delle narici, tecnicamente le allargano permettendo l’afflusso di maggiore aria. Questo nel lungo periodo, crea una condizione per cui l’atleta respira meglio e l’effetto è tanto più evidente quando esiste una deviazione del setto oppure comunque un qualche ostacolo all’interno delle cavità nasali».

Gaetano “Nino” Daniele, medico della Lidl-Trek, con un’esperienza quarantennale nel ciclismo
Gaetano “Nino” Daniele, medico della Lidl-Trek, con un’esperienza quarantennale nel ciclismo

L’opera di filtraggio dell’aria

Appare sinceramente difficile pensare a qualche controindicazione, anche perché il loro uso è ormai diffuso già dal secolo scorso: «Credo che i primi cerottini nasali risalgano agli anni Ottanta, in Italia non si trovavano e mi ricordo che eravamo andati a prenderli a Chiasso, ai tempi in cui ero con la nazionale. Stiamo parlando di 40 anni fa, quasi io tutti questi danni onestamente non li ho mai riscontrati».

Come funziona allora il passaggio dell’aria con quello che porta? «Il primo filtro, rispetto alla inalazione di contaminanti, batteri o pollini sono in prima fila i peli che abbiamo all’interno delle narici e poi ci sono i turbinati, cioè c’è tutto un sistema molto più complesso che ha la funzione di ripulire l’aria che entra dal naso».

Giulio Ciccone con il cerotto al naso, per allargare il passaggio dell’aria
Giulio Ciccone con il cerotto al naso, per allargare il passaggio dell’aria

L’azione decisiva dei turbinati

Veniamo quindi al vero nocciolo del discorso e la curiosa scelta di Campenaerts, ma Daniele tende un po’ a “smontare il caso”: «Quel video social l’ho visto anch’io, ma mi sembrava più una cosa scherzosa. Se dobbiamo parlarne seriamente, i peli come detto possono trattenere qualcosa di dimensioni un pochino più ampie, ma se parliamo di microinalanti non sono certamente i peli che interferiscono, sono i turbinati che hanno questa funzione di filtraggio e di regolazione anche in qualche modo della temperatura.

«Ci sono situazioni – prosegue Daniele – in cui magari questi turbinati sono ingrossati per qualche ragione, infiammati e possono invece creare un problema perché a volte sono causa di ostruzione, si fanno anche interventi chirurgici proprio per ridurre le loro dimensioni. Nella mia lunghissima esperienza nel mondo del ciclismo, i risultati sono assolutamente favorevoli a un miglioramento del passaggio dell’aria attraverso vie nasali, alla riduzione di quel senso di ostruzione che molti atleti lamentano, quindi non credo che l’azione di Campenaerts abbia influito più di tanto, né nel bene né nel male».

I cerotti nasali sono ormai di uno comune in moltissimi sport. Qui Alcaraz (foto Getty Images)
I cerotti nasali sono ormai di uno comune in moltissimi sport. Qui Alcaraz (foto Getty Images)

I vari tipi di cerotti

I cerottini sono usati praticamente da tutti nel ciclismo? «Sono in tanti, soprattutto ora che sono usciti in commercio questi cerottini un po’ più ampi, colorati, qualcuno ci si è messo anche a disegnarli e a renderli originali. Prima erano addirittura trasparenti, magari c’erano tanti che li usavano e neanche si vedevano. Da noi diciamo che la metà dei corridori in media li utilizza, ma fanno parte delle abitudini personali, poi magari uno che si sente il naso un po’ chiuso e si mette il cerottino svolta, perché l’effetto è proprio immediato».

Considerando la tua esperienza anche come medico di base, è dallo sport che sono stati poi utilizzati nella vita di tutti i giorni? «Sinceramente non me lo ricordo, so però che hanno benefici limitati. Molti pensano che possano essere utili per curare le apnee notturne, ma non è così. Lì ci sono lavori scientifici che dimostrano come il loro uso non sia tecnicamente sufficiente a dimostrarne l’efficacia, il problema delle apnee notturne va ben oltre le narici, riguarda il palato molle e tutta una serie di altre problematiche che non si risolvono certamente con un cerotto…».