Vuelta 2025 proteste

La Vuelta delle proteste, ne parliamo con Berruto  

20.09.2025
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L’ultima Vuelta è stata fortemente influenzata dalla proteste in favore della causa palestinese e contro quello che sta succedendo a Gaza. Ogni giorno si sono viste centinaia di bandiere palestinesi lungo il percorso, diverse frazioni sono state modificate per motivi di sicurezza e addirittura l’ultima tappa di Madrid è stata annullata. Qualcosa che non si era mai visto nella storia del ciclismo.

Questo cortocircuito tra sport e politica ha fatto molto discutere. C’è chi comprende le ragioni dei manifestanti e chi invece sostiene che le due cose, sport e politica, debbano sempre rimanere distinte. Per approfondire questo tema abbiamo contattato di nuovo Mauro Berruto, ex commissario tecnico della Nazionale maschile di pallavolo, oggi deputato e responsabile dell’area Sport del PD. Berruto è anche autore del libro “Lo sport al potere – La cultura del movimento e il senso della politica”, pubblicato a fine maggio da add editore.

Mauro Berruto
Berruto è deputato e responsabile dell’area Sport del Partito Democratico
Mauro Berruto
Berruto è deputato e responsabile dell’area Sport del Partito Democratico
Mauro, che idea ti sei fatto di quello che è successo alla Vuelta? 

L’ho seguita da molto vicino. La prima cosa che mi viene da pensare e chiedermi è: la società civile in che modo può esprimere il suo dissenso nello sport? Gli sport che si svolgono al chiuso, in uno stadio o in un palazzetto, sono ipercontrollati. Quindi ovviamente è molto più efficace farlo nel ciclismo che è democraticamente accessibile a tutti, perché passa nelle strade, non serve il biglietto. Ovviamente, e qui parlo da sportivo, occorre sempre protestare senza mettere a rischio gli atleti.

Qualcosa, dunque, di connaturato al ciclismo.

E’ il bello e il rischio di questo sport, che mantiene in qualche modo la sua purezza. Gli amanti del ciclismo dovrebbero essere orgogliosi di questa accessibilità e democraticità che resta immutata, non è un caso che sia sempre stato uno sport letterario e popolare. Ripeto: credo che si debba esserne orgogliosi, le difficoltà e le proteste fanno parte del rischio, appunto perché è uno sport che quando c’è qualcosa per cui protestare offre il suo essere così, aperto al mondo. E credo sia una cosa bella.

Vuelta 2025 proteste Madrid
Le proteste a Madrid hanno obbligato gli organizzatori ad annullare l’ultima tappa della Vuelta
Vuelta 2025 proteste Madrid
Le proteste a Madrid hanno obbligato gli organizzatori ad annullare l’ultima tappa della Vuelta
Quindi credi che le proteste viste alla Vuelta, quelle pacifiche, fossero e siano giustificate?

Mi sono espresso molto esplicitamente sul fatto che non esiste una ragione per la quale Israele non debba essere bannato dalle competizioni internazionali. Non esistono ragioni perché sono descritte nella carta olimpica, gli articoli sono lì, basta leggerli. La doppia morale di fondo è evidente dal fatto che quando la Russia invase l’Ucraina il CIO ha messo 4 giorni a decidere. E infatti anche la Gazprom è stata esclusa dalle corse. Ora siamo ad oltre 700 giorni di guerra unilaterale, genocidio, chiamiamolo come vogliamo, e ancora ci stiamo ponendo la domanda su cosa fare. Anzi nemmeno, perché giusto due giorni fa il CIO ha detto che entrambi, Palestina e Israele, rispettano la carta olimpica.

Perché infatti i precedenti non mancano…

L’esempio più aderente a questa situazione è quello del Sudafrica, che è stato escluso dai Giochi Olimpici dal 1964 al 1992 a causa delle politiche razziali dell’apartheid. Lo sport è uno degli strumenti di pressione internazionale e qui è in atto un’evidente doppia morale.

Anche la tappa con arrivo a Bilbao ha subito delle modifiche a causa delle manifestazioni, con la neutralizzazione a 3 chilometri dal traguardo
Anche la tappa con arrivo a Bilbao ha subito delle modifiche a causa delle manifestazioni, con la neutralizzazione a 3 chilometri dal traguardo
La sensazione dall’interno del mondo del ciclismo è che molti, anche tra i tifosi, si siano indispettiti perché i manifestanti hanno interrotto lo show.

E’ comprensibile, ma è anche inaccettabile. Chi dice che lo sport e la politica devono restare separati dice una sciocchezza, perché non è mai stato così. Certo, l’intreccio a volte è una carezza, altre volte invece può essere soffocante e fastidioso, ma c’è sempre stato e bisogna essere abbastanza maturi da comprenderlo. Uno sport fuori dal mondo è totalmente irrealizzabile e secondo me anche sbagliato, perché alla fine tutto è politica. Per esempio non c’è dubbio che la Israel-Premier Tech abbia tra i suoi obiettivi la promozione di Israele, e quell’incongruenza rimane irrisolta. 

Al termine della Vuelta l’UCI ha diramato una comunicazione in cui critica il governo spagnolo, dicendo inoltre che “L’UCI condanna fermamente lo sfruttamento dello sport per scopi politici in generale, e in particolare da parte di un governo. Lo sport deve rimanere autonomo per svolgere il suo ruolo di strumento di pace. E’ inaccettabile e controproducente che il nostro sport venga distolto dalla sua missione universale”. Sembra un bel cortocircuito.

Resto allibito. Non accetto un pensiero così banale, perché è fuori dalla storia e puzza profondamente di sport washing. Frasi del tipo “lo sport faccia il suo mestiere e non si occupi del resto” però non mi stupiscono, perché è quello che mi sono sentito ripetere per decenni, cioè: «Non rompere le scatole e continua a giocare». Ma è un pensiero che io contesto, come anche ha fatto Renzi Ulivieri, il presidente dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio. Perché è contrario: per essere un bravo atleta devi anche pensare al mondo ed essere informato.

Bernal ha vinto davanti a Landa l’11ª frazione, anche questa accorciata però di 8 chilometri
Bernal ha vinto davanti a Landa l’11ª frazione, anche questa accorciata però di 8 chilometri
Quindi non credi che Sanchez abbia sbagliato ad appoggiare le proteste ?

Quella dichiarazione dell’UCI mi sembra infelice da qualunque parte la si guardi. Ripeto che, anzi, credo che si debba essere orgogliosi che il ciclismo sia così democratico, nel bene e nel male. Invece ho molto apprezzato la presa di posizione del Primo Ministro spagnolo. Non credo che abbia fomentato nulla, ha solo ricordato chi sta dalla parte giusta della storia.

Mettiamoci però dal punto di vista di uno sportivo. Se avessero annullato la finale per il terzo posto con cui avete vinto il bronzo olimpico, come avresti reagito?

Dal punto di vista dell’atleta e dell’allenatore è dolorosissimo, non c’è dubbio. So bene cosa significa prepararsi anni, decenni, per un obiettivo. E’ brutto e doloroso che un atleta venga privato di un evento importante, ma il fatto è che – fuori di retorica – è molto più brutto e doloroso che vengano uccise migliaia di vittime innocenti. Credo che Gaza in questo momento sia un po’ il termometro della coscienza del mondo, quindi anche degli sportivi.

Vingegaard Vuelta 2025
Anche le premiazioni sono state annullate, e Vingegaard ha dovuto accontentarsi di una parata lungo la prima parte del percorso
Anche le premiazioni sono state annullate, e Vingegaard ha dovuto accontentarsi di una parata lungo la prima parte del percorso
Anche gli atleti, insomma, devo essere nel mondo e non fuori?

Certo. E aggiungo che il ban sportivo si applica alle squadre e non agli atleti singoli. Se sei un atleta e non hai appoggiato in maniera esplicita il tuo governo puoi comunque gareggiare, ci sono stati molti esempi anche recenti in questo senso. Il problema è tapparsi le orecchie, come hanno fatto il CIO, la Uefa e l’UCI. Altro è capire come applicare la norma, lì se ne può parlare. Bisogna comunque ricordare che uno sportivo di alto livello ha mille privilegi e quindi deve mettere in conto che la sua figura non è indifferente, ha un peso specifico diverso da quello delle persone comuni.

Abbiamo parlato della Vuelta e della Spagna. L’Italia invece cosa potrebbe fare?

In questo momento l’Italia ha un tema aperto, la partita di calcio che tra meno di un mese si giocherà contro Israele ad Udine. A riguardo sento un silenzio assordante da parte della FIGC. La cosa più sbagliata è tacere, mi piacerebbe che anche solo simbolicamente partisse un messaggio da parte dei calciatori, anche se non mi faccio molte illusioni a riguardo. L’unica cosa da non fare, ripeto, è stare zitti. Noi abbiamo lanciato una raccolta di firma della società civile che ha raccolto oltre 25 mila adesioni di persone che chiedono che quella partita non si disputi. La FIGC potrebbe fare come la Federazione norvegese che destinerà i ricavati della partita ad aiuti a Gaza. Sarebbe già qualcosa, un gesto non solo simbolico ma anche pratico. Caspico che non possano autonomamente decidere di non giocare, però farsi portavoce di un messaggio quello sì, si può e si deve fare

Gasparrini in crescita veemente, all’ombra della Longo

20.09.2025
5 min
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Vincitrice lo scorso anno a Stoccarda, vincitrice domenica scorsa sempre a Stoccarda e ora attesa dalla gara mondiale in Rwanda. Eleonora Camilla Gasparrini è sempre più protagonista nel ciclismo professionistico, ma questo non traspare solamente dai suoi risultati. C’è proprio una diversa gestione dellattività, uno spessore acquisito giorno dopo giorno, segno della sua maturazione. E la vittoria in terra tedesca lo ha testimoniato.

La volata vincente della Gasparrini a Stoccarda, battendo la giovane britannica Ferguson
La volata vincente della Gasparrini a Stoccarda, battendo la giovane britannica Ferguson

Mentre prepara le valigie per la lunga trasferta in terra africana, dove sarà ancora una volta pronta a mettersi al servizio della sua capitana Elisa Longo Borghini, la torinese riflette sull’andamento di questa stagione così importante: «Finora è stata un’annata delicata – spiega con tanti cambiamenti in squadra, in primis appunto con l’arrivo di Elisa che ha spostato gli equilibri. Io ho fatto tante gare con lei, sono stata sempre tanto di supporto, in particolare anche al Giro d’Italia e quindi sicuramente abbiamo vissuto dei bei momenti conditi anche da qualche vittoria».

E’ la seconda volta di seguito che vinci la gara di Stoccarda. Come mai emergi sempre lì?

E’ una gara sicuramente adatta molto alle mie caratteristiche perché ci sono strappi brevi e quindi c’è selezione. Alla fine ci siamo giocate il successo in 6, in un gruppo così ristretto posso valorizzare le mie doti veloci. La squadra sia l’anno scorso che quest’anno ha fatto un lavoro super e quindi diciamo che il successo è stato un po’ la ciliegina sulla torta.

La torinese ha un contratto con la UAE fino al 2028. Questo le consente di crescere con calma
La torinese ha un contratto con la UAE fino al 2028. Questo le consente di crescere con calma
Tu sei al terzo anno nella UAE, la sensazione è che però ti abbiano dato maggiori responsabilità quest’anno, il tuo cammino di crescita prosegue…

Gli anni passano e la squadra dimostra di credere in me. Penso di aver dimostrato di valere e di essere all’altezza del massimo livello. Così iniziano a arrivare responsabilità in più e questo non può farmi che piacere.

Eleonora è una ciclista da classiche?

Direi proprio di sì, io mi esalto in quelle corse movimentate, certamente non semplici da interpretare. Io dico sempre che la gara a me più adatta è l’Amstel, anche se in tre edizioni non sono andata al di là di un 6° posto, ma credo che con la sua caratteristica “da via di mezzo” sia la più rispondente a quello che valgo. Anche la Freccia del Brabante non è male come gara, anche se nelle Fiandre mi trovo più a correre di supporto.

Le pietre delle Fiandre hanno visto la piemontese protagonista in supporto delle compagne
Le pietre delle Fiandre hanno visto la piemontese protagonista in supporto delle compagne
Tra la vittoria a Morbihan e questa a Stoccarda a quale tieni di più e quale è stata più difficile?

Forse quella tedesca è quella un po’ più qualificata perché c’era comunque un livello alto, quindi sicuramente è stata una soddisfazione maggiore. A Stoccarda ho proprio corso un po’ con la testa e un po’ col cuore, sono andata d’istinto perché ho attaccato gli ultimi 2 chilometri anche rischiando di perderla, ho fatto però quello che mi sentivo e mi è andata bene.

Rispetto allo scorso anno c’è una presenza in più che è quella di Elisa. Quanto è cambiata la situazione, l’atmosfera, gli obiettivi della squadra stessa e quanto hanno influito su di te?

Sicuramente è cambiato tanto, io dico che in particolare è cambiata la mentalità con cui si va alle gare. Non voglio dire con questo che lo scorso anno si partiva battuti, anzi, ma si va con una convinzione diversa. Sia quando c’è Elisa, ultimamente però anche se lei non c’è ha dato comunque questa influenza positiva in generale e quindi andiamo alle corse con delle consapevolezze diverse. Mettiamoci poi che siamo un gruppo di ragazze che pian piano si sta formando e si sta unendo sempre di più e anche quello fa tanto. Considerando che sono un po’ di anni che corriamo insieme, c’è un feeling diverso tra di noi e quindi è anche più facile in corsa collaborare.

Eleonora insieme alla sua “nuova” capitana Elisa Longo Borghini, vero riferimento per il team
Eleonora insieme alla sua “nuova” capitana Elisa Longo Borghini, vero riferimento per il team
Quanto influisce anche la presenza di Elisa quando la gara non è adatta a lei, quando corre quasi come gregaria per voi?

E’ sicuramente un punto di riferimento per noi, quindi è importante per guidarci. La sua presenza in gara si sente sempre, è fondamentale, ha un carisma che non può vantare nessun’altra.

Vedendo un po’ i tuoi risultati si nota che riesci a vincere anche in condizioni diverse, sia volate di gruppo sia anche volate ristrette dove devi fare un po’ tutto da sola…

Sì, cerco di essere poliedrica e variare. Nelle volate ristrette riesco a cavarmela un po’ meglio e sicuramente ho anche migliorato un po’ la tenuta in salita, quindi anche quello va a mio favore, quando magari le ruote veloci si staccano sulle salite, io riesco a tenere ed essendo “velocina”, sono i contesti che mi si addicono di più.

Gasparrini quest’anno aveva già trionfato alla Classique Morbihan, sfruttando la selezione in corsa
Gasparrini quest’anno aveva già trionfato alla Classique Morbihan, sfruttando la selezione in corsa
Tu hai il contratto fino al 2028, questo ti agevola nel rapporto con la squadra, nel fatto che ti dà fiducia e ti fa crescere piano piano?

Sì perché mi dà tranquillità, quindi posso fare le cose bene, senza stress, con calma e comunque continuare un percorso che ho iniziato già tre anni fa e quindi è un aspetto molto importante perché comunque non dovendo cambiare ogni anno posso crescere come si deve. I miei vertici sono ancora di là da raggiungere…

Grand Prix Cycliste Quebec 2025, Julian Alaphilippe vince

La zampata di Alaphilippe è un’idea per i mondiali?

20.09.2025
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Adesso il mondiale. Il cielo ha cambiato colore ed è come se ora Julian Alaphilippe si fosse fermato sulla cima del colle con il tempo finalmente per guardarsi indietro. Il passaggio alla Tudor sembrava non aver prodotto i risultati che sperava. Il Tour era andato avanti con più bassi che alti, al punto da aver richiesto un recupero più lungo e la rinuncia a San Sebastian. La vittoria di Quebec City è stata una scarica elettrica auspicata e inattesa, probabilmente l’eccezione che finirà con il confermare la regola del ciclismo dei giovani cannibali. Solo che questa volta il ragazzo di 31 anni ha trovato il modo di far scattare la trappola ed è tornato a casa con il bottino pieno.

«Volevo davvero finire la stagione nel miglior modo possibile – ha raccontato – ho lavorato tanto per la squadra, ma come leader, era importante che riuscissi a vincere. E arrivarci in questo modo è stato ancora meglio. Abbiamo dovuto giocare d’astuzia. Mi è stato ordinato di mantenere la calma, è stato un po’ innaturale, ma fa parte del gioco saper gestire le proprie riserve di energia».

Grand Prix Cycliste Quebec 2025, Julian Alaphilippe in coda al gruppo di fuga
Dosare le energie: per questo a Quebec, Alaphilippe è stato spesso a ruota, ma non gli è piaciuto
Grand Prix Cycliste Quebec 2025, Julian Alaphilippe in coda al gruppo di fuga
Dosare le energie: per questo a Quebec, Alaphilippe è stato spesso a ruota, ma non gli è piaciuto

Prendi e porta a casa

Ha fatto il furbo, c’è forse qualcosa di male? Per una volta non è stato lui quello che ha acceso la miccia, ma ha lasciato che a sfinirsi fossero i compagni di un’avventura iniziata a 73 chilometri dall’arrivo. Come si usa adesso, come anche lui aveva mostrato di saper fare prima che l’incidente della Liegi del 2022 lo costringesse al lungo stop dal quale tutto è cambiato.

«Sono generoso nei miei sforzi – ha raccontato Alaphilippe nella conferenza stampa dopo la vittoria – ma visto il livello del gruppo attuale, se avessi collaborato fin dall’inizio, sicuramente non avrei avuto l’energia per impormi. Per anni non ho contato le mie pedalate. A volte sono stato troppo generoso e non ho ottenuto risultati. Non era previsto che fossi in testa così lontano dal traguardo, mi hanno chiesto perché non tirassi e ho dovuto rispondere che stavo eseguendo gli ordini. Non l’avevo mai fatto prima, non posso dire che mi sia piaciuto. Ma alla fine, anche i corridori che mi avevano detto qualcosa, sono venuti a congratularsi con me. Non ripeterò più una scena del genere».

LIegi-Bastogne-Liegi 2022, Alejandro Valverde, Julian Alaphilippe
Partenza della Liegi 2022, con Valverde c’è Alaphilippe campione del mondo. Di qui a poco una caduta minerà il seguito della sua carriera
LIegi-Bastogne-Liegi 2022, Alejandro Valverde, Julian Alaphilippe
Partenza della Liegi 2022, con Valverde c’è Alaphilippe campione del mondo. Di qui a poco una caduta minerà il seguito della sua carriera

Il gruppo non aspetta

Il copione è lo stesso di altri che hanno detto basta. Il livello del gruppo si è alzato così tanto che il tempo per recuperare da un brutto infortunio diventa un intervallo irrecuperabile. E quando torni, ti accorgi che tutto è cambiato, che nessuno ti aspetta. Che non hai più il passo di prima e la testa va giù. Marta Cavalli per questo ha smesso di correre, Alaphilippe lotta ancora.

«Volevo dimostrare che sono ancora qui – ha raccontato – che posso ancora vincere una delle corse più dure. Ho visto la gioia dei miei compagni di squadra e del mio staff. E’ per questo che continuo ad andare in bici. Se avessi pensato di essere finito, avrei smesso e non avrei firmato per una nuova squadra. Sentivo di avere ancora qualcosa da dare e ora voglio concludere la stagione alla grande. I miei due mondiali non sono così lontani, ma sembrano di un’altra epoca. Sono uno degli ultimi corridori ad aver vissuto il ciclismo pre Covid. I giovani corridori sono robotizzati in termini di allenamento, alimentazione, sonno e allenamento in quota. Tutto è più preciso e calcolato. E per loro è normale. Anche se sono molto professionale, non aspiro a questo. In squadra, con Matteo Trentin, siamo gli ultimi due rappresentanti di questa generazione».

Trentin e Alaphilippe, i due corridori più esperti della Tudor in un ciclismo di ragazzini terribili
Tour de France 2025, Parigi, Campi Elisi, Matteo Trentin abbraccia Julian Alaphilippe
Trentin e Alaphilippe, i due corridori più esperti della Tudor in un ciclismo di ragazzini terribili

Lo spirito francese

Adesso il mondiale, con la suggestione di un viaggio esotico per sfidare quel tiranno spietato e simpatico di nome Pogacar, che da cinque anni monopolizza le cose del ciclismo.

«Dobbiamo tenere conto della sua superiorità – ha spiegato il tecnico francese Thomas Voeckler – ma lo spirito della nostra squadra non è per questo diminuito. Ho formato il gruppo con corridori che sanno capire l’orgoglio di essere francesi. Non posso fare a meno di dire che punteremo alla vittoria, che correremo per diventare campioni del mondo. Potreste pensare che io non sia lucido, eppure lo dico con la massima umiltà. Sono convinto che ci sia una finestra di tempo molto limitata che possiamo sfruttare. Non siamo nel 2020 o nel 2021, dove avevamo il miglior attaccante del mondo su percorsi per attaccanti. Eppure preferisco provare a fare qualcosa rischiando anche di finire al 45° posto, piuttosto che aspettare di entrare nella top 10, cercando di sopravvivere».

Alaphilippe, qui con il ct Voeckler, era arrivato ai mondiali di Zurigo 2024 forte del terzo posto a Montreal dietro Pogacar
Alaphilippe, qui con il ct Voeckler, era arrivato ai mondiali di Zurigo 2024 forte del terzo posto a Montreal dietro Pogacar

L’orgoglio del campione

Battuti da uno che è più vicino alla fine che all’inizio. Chissà se la battuta nella conferenza stampa lo ha fatto davvero sorridere. Ma certo l’ultima riflessione di Julian Alaphilippe, che due giorni dopo si è fermato nella gara di Montreal, è quasi l’invito (purtroppo vano) lanciato ai più giovani perché si fermino finché sono in tempo.

«Il ciclismo di vecchia scuola – ha detto – non è finito. Sono ancora in grado di vincere senza seguire un piano preciso. Mi alleno duramente, ma non potrei condurre la vita di questi ragazzi. Ho bisogno della libertà e della gioia di vivere, che per me è una delle forze trainanti. Sono papà da quattro anni e questo mi ha cambiato la vita. Voglio mantenere questo lato semplice, pur continuando a essere un corridore. Devi vivere, non dimenticare mai che stai solo andando in bicicletta e che c’è una vita anche fuori di qui».

L’Italia in Rwanda e gli sforzi della Federazione, Dagnoni racconta

20.09.2025
4 min
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SOLBIATE OLONA – Il primo gruppo di atleti è atterrato in Rwanda da un paio di giorni, il 18 settembre, ed ha preso confidenza con la città e i percorsi del mondiale di Kigali. I corridori stanno provando i percorsi e testando l’asfalto che li accompagnerà per i prossimi dieci giorni. Domani, domenica 21 settembre, gli uomini e le donne della categoria elite apriranno le danze con le cronometro individuali. 

Matteo Sobrero e Mattia Cattaneo sfideranno Remco Evenepoel, Jay Vine, Paul Seixas, Isaac del Toro e tutti gli altri. Proprio il messicano ha condiviso una storia sui social mentre, sulla sua bici da crono, era alle prese con il traffico di Kigali, intento a fare una delle ultime sgambate prima della prova di domenica. 

Tra le donne le nostre azzurre, Monica Trinca Colonel e Soraya Paladin, sfideranno Demi Vollering, Kasia Niewiadoma (coinvolta in un incidente che le ha danneggiato la bici) e un’agguerrita Marlen Reusser. 

Uno sforzo per gli atleti

Ai margini della conferenza stampa di presentazione che ha svelato i nomi degli atleti azzurri impegnati a Kigali abbiamo scambiato qualche parola con il presidente della Federciclismo Cordiano Dagnoni. La Federazione ha dovuto fare i conti con costi elevati, tanto che fino all’inizio di settembre non si era ancora deciso con quanti atleti saremmo andati a correre. Alla fine la decisione presa è stata quella di andare a pieno regime con le nazionali elite, mentre le altre categorie hanno visto un ridimensionamento. Va detto che la nostra sarà una delle nazionali più rappresentate, con 27 atleti al via. 

«L’organizzazione di questo mondiale – ci racconta Dagnoni qualche minuto prima della conferenza stampa – è partita due anni fa, quando Mario Scirea ed io siamo andati alle ultime tappe del Tour of Rwanda. Lì abbiamo compreso come organizzare la logistica in modo da mettere i nostri atleti nelle migliori condizioni. Successivamente ci siamo mossi anche con delle persone locali che ci hanno dato una mano (lo ha confermato anche Roberto Amadio, team manager della nazionale, ndr).

«Una volta capiti i costi di viaggio – prosegue il presidente della Federciclismo – ci siamo mossi per ottimizzare il trasporto e gli alloggi. Rispetto a Zurigo, dove ci eravamo spostati con 85 persone tra corridori e staff quest’anno a Kigali saremo 45. Sarà presente molto meno personale, stressando al massimo chi sarà presente».

Nuovi sponsor

La conferenza stampa di presentazione degli atleti è stato anche il momento per svelare due novità importanti, che hanno dato un contributo importante per la spedizione a Kigali. 

«Lo sforzo della Federazione – dice ancora Dagnoni – è stato reso possibile grazie all’intervento di due sponsor che ci hanno sostenuto: MP Filtri e Caffè Bocca della Verità. Il primo era già presente sul nostro pullman e a partire da questo evento ha voluto essere presente anche sulla maglia. Due sostegni importanti arrivati all’ultimo, quando si sono accorti che una trasferta del genere era un peccato non poterla onorare con una presenza corposa. Il secondo motivo che ci ha spinti a rivedere le decisioni iniziali (che prevedevano una partecipazione a ranghi ridotti su tutti i fronti, ndr) è la consapevolezza di avere un livello alto. I nostri atleti hanno dimostrato di poter essere competitivi, Ciccone e Pellizzari in primis.

«Per la categoria donne elite – precisa – eravamo già abbastanza determinati nel voler partecipare al massimo del nostro potenziale. Sappiamo che Elisa Longo Borghini rappresenta per noi una garanzia, lo ha dimostrato anche negli anni passati. Andiamo in Rwanda fiduciosi di aver fatto il massimo in ogni categoria, i risultati dei nostri team giovanili lo dimostrano. Abbiamo voluto fare questo sforzo per garantire ai nostri atleti il massimo supporto».

Francesca Barale dopo quattro stagioni lascerà la Picnic PostNL. Ha firmato un triennale con la Movistar a partire dal 2026

Barale sorride: un mondiale guadagnato e il futuro in Movistar

19.09.2025
4 min
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L’annuncio della sua prossima squadra e la prima convocazione ai mondiali. E’ stato un mercoledì da leoni per Francesca Barale che prima è stata ufficializzata dalla Movistar con un triennale a partire dal 2026 e poi ha completato la propria valigia per il Rwanda.

Se le voci di un suo probabile trasferimento dalla Picnic PostNL erano in evoluzione, la sua partecipazione al campionato del mondo sembrava piuttosto in dubbio. Invece due giorni fa è giunta la chiamata per Kigali che può dare l’inizio ad una nuova Barale. Avviarsi verso la chiusura della stagione indossando maglia azzurra in un mondiale, indipendentemente dal risultato e dalla prestazione, è uno stimolo che porterà frutti e consapevolezze anche durante il periodo di letargo dal ciclismo. Per però Francesca non è finita qua, perché ad inizio ottobre verosimilmente ci sarà ancora da correre un europeo U23 con la voglia di fare bene.

Futuro e crescita in Spagna

A suo modo la ventiduenne Barale è già stata una pioniera. Nel 2022 fu infatti la prima junior italiana ad essere ingaggiata da un team WorldTour. Dalla piacentina BFT Burzoni alla multinazionale olandese DSM, l’attuale Picnic PostNL. Un salto triplo difficile che poi nel corso degli anni successivi fu emulato da altre atlete. Ora il contratto di tre anni firmato con Movistar, che si sta ridisegnando dopo il ritiro di Van Vleuten e l’arrivo di Reusser o nuovi talenti come Ferguson, rappresenta una bella investitura per l’ossolana.

«Sono molto contenta della mia scelta di andare alla Movistar – ci dice Barale al telefono – dopo quattro anni avevo bisogno di cambiare. Rifarei tutto quello che ho fatto, sia chiaro, ma ora ho bisogno di uno step in più. Credo che Movistar sia una realtà che mi aiuterà in questo. Sia nel mio ruolo di supporto alle capitane, sia nel ritagliarmi il mio spazio e magari scoprire quello che posso fare siccome non mi sono ancora specializzata. Ho da sempre questa incognita di capire ancora che tipo di atleta diventerò o posso diventare.

«La trattativa è iniziata abbastanza presto – finisce di raccontare la notizia di mercato – perché già questa primavera la Movistar si era interessata a me. Avevo ricevuto altre proposte, ma mi sono piaciuti fin da subito. Erano tra le mie prime scelte ed è andata così».

Barale nella Movistar cercherà di capire meglio che tipo di corridore può diventare
Barale nella Movistar cercherà di capire meglio che tipo di corridore può diventare
Barale nella Movistar cercherà di capire meglio che tipo di corridore può diventare
Barale nella Movistar cercherà di capire meglio che tipo di corridore può diventare

L’azzurro inaspettato

Tecnicamente l’ultima maglia azzurra indossata da Barale è di qualche settimana fa durante il Tour de l’Avenir Femmes. E considerando le rassegne europee ed iridate tra U23 e juniores a cui aveva partecipato, per lei non è quindi un colore nuovo. Questo azzurro adesso diventa però più importante, come ci spiega Francesca.

«Sono molto contenta – afferma sempre al telefono mentre sta svolgendo le prassi aeroportuali – perché è il mio primo mondiale elite, essendo poi speciale visto che si corre per la prima volta in Africa. Sarà un’esperienza bellissima. Avevo smesso di sperarci quando avevano annunciato che le U23 non ci sarebbero andate. L’avevo messo come obiettivo, soprattutto perché ero al mio ultimo anno da U23. Invece alla fine la convocazione è arrivata per la gara delle “grandi” e mi fa molto piacere.

«Il mio lavoro – chiude prima di imbarcarsi – di aiuto alle compagne durante la stagione è stato riconosciuto e può portare a questo tipo di soddisfazioni. Anche al mondiale il mio compito sarà quello. Abbiamo una capitana come Elisa (Longo Borghini, ndr) che è fortissima e lo ha dimostrato una volta di più anche quest’anno. Ci conosciamo bene, ci alleniamo sempre insieme ed è sempre stata il mio punto di riferimento. Poter essere lì ad aiutarla significa tanto. Non potrebbe esserci una situazione migliore per me. E poi sono molto felice della fiducia che il cittì Velo mi ha dato. Spero di fare bene e ripagarlo».

Vuelta Espana 2025, vittoria Alto de El Morredero, Giulio Pellizzari

Quanto spinge Pellizzari? Lo chiediamo a coach Lorang

19.09.2025
7 min
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«Pellizzari si allena sempre al 100 per cento. Però è un corridore, vuole gareggiare ed è questa la sua grande passione. Vincere gare, avere successo. E sta facendo tutto il necessario per riuscirci, che si tratti di alimentazione, allenamento, recupero e così via. E’ già molto professionale nonostante la giovane età».

Parla Dan Lorang, head coach della Red Bull-Bora-Hansgrohe. Al ciclismo c’è arrivato su chiamata di Ralf Denk, dopo aver allenato Jan Frodeno e Anne Haug, colossali star del triathlon, vincitori di Olimpiadi e mondiali. L’intervista serve per entrare più a fondo nei due sesti posti di Pellizzari al Giro e alla Vuelta. Piazzamenti identici, ma con genesi e logiche diverse. Al Giro l’hanno portato per la grande condizione palesata al Catalunya e senza una pianificazione partita da lontano, la Vuelta invece faceva parte dei piani sin dall’inizio.

Ritiro invernale Red Bull Bora Hansgrohe, Dan Lorang, head coach
Dan Lorang ha studiato all’Università di Monaco di Baviera ed è il capo dei preparatori alla Red Bull-Bora-Hansgrohe
Ritiro invernale Red Bull Bora Hansgrohe, Dan Lorang, head coach
Dan Lorang ha studiato all’Università di Monaco di Baviera ed è il capo dei preparatori alla Red Bull-Bora-Hansgrohe
Due avvicinamenti diversi…

Soprattutto diversi tempi di preparazione. Al Giro siamo arrivati con poche settimane di lavoro, invece durante il Tour c’è stato un lungo periodo in cui la nostra squadra non ha gareggiato e abbiamo dato ai corridori il tempo di prepararsi per la seconda parte della stagione. Così è stato anche per Giulio. Per un corridore così giovane, partecipare a due Grandi Giri in un anno è impegnativo. D’altra parte però, sapevamo che sarebbe stato possibile a patto che avesse abbastanza tempo per recuperare.

Un tempo che a ben vedere c’è stato, dato che da fine Giro – fatti salvi i tricolori – ci sono state nove settimane fino alla Vuelta Burgos…

Esatto, un intervallo molto lungo. Abbiamo lavorato bene in quota e se anche si fosse ammalato o avesse avuto qualche piccolo problema, ci sarebbe stato tutto il tempo per compensare. Questo è stato il nostro approccio per rispettare la sua età e i tempi della preparazione. Se guardiamo anche a quello che ha fatto in passato, si è visto subito che è un corridore in grado di sostenere carichi elevati, ma bisognava comunque stare attenti.

Proprio per questo, si è mai pensato di non correre la Vuelta, avendo fatto il Giro?

L’opzione di andare anche alla Vuelta è sempre stata nella nostra testa. Prima di tutto si trattava però di vedere come sarebbe uscito dal Giro. Perciò prima di iniziare la preparazione, abbiamo fatto delle analisi del sangue e di tutti i parametri per vedere come si fosse ripreso e se avesse davvero senso andare avanti col piano. Conosciamo i grandi benefici di fare due Grandi Giri e non si limitano alla prestazione immediata, ma anche alla costruzione della carriera per gli anni che verranno.

Pellizzari è uscito bene dal Giro, con il trofeo di miglior giovane italiano
Pellizzari è uscito bene dal Giro, con il trofeo di miglior giovane italiano
E che cosa hanno detto le analisi?

Che era fresco. Si era ripreso mentalmente ed era anche a un buon livello atletico. Bisogna riconoscere che è un corridore cui piace molto quello che fa e questo rende tutto più facile. A volte i ragazzi più giovani hanno difficoltà, ma Giulio è sempre stato al 100 per cento e a quel punto non abbiamo avuto dubbi nel mandarlo alla Vuelta.

Che tipo di risposta ottiene dal lavoro in quota?

Molto buona. Gli piace l’ambiente e la possibilità di concentrarsi solo sul lavoro, ma anche la fisiologia risponde. Il miglioramento delle prestazioni è davvero ottimo. Siamo stati in quota per preparare il Giro e poi la Vuelta e in entrambi i casi si è trattato di un’esperienza davvero positiva. Non è mai successo che fosse troppo stanco oppure che, tornato giù, abbia avuto bisogno di più tempo per adattarsi.

Giulio ha detto più volte di essersi sentito più forte al Giro che alla Vuelta. Ci sono dati che lo confermano?

Possiamo considerare la cosa in due modi. Se guardiamo solo ai numeri puri sul carico totale, sono stati due Pellizzari abbastanza simili. Invece i numeri di picco erano più alti alla Vuelta, cosa che abbiamo riscontrato anche con altri corridori. Cioè il fatto che nella seconda parte della stagione, stando ai watt il livello di prestazione era ancora più alto. Ma di sicuro, al Giro era più fresco e lo sentiva. Si sentiva pieno di energia. Per cui anche se alla Vuelta spingeva più forte ed era capace di prestazioni migliori, non si è mai sentito fresco come in primavera. Penso che sia fondamentalmente questo ciò che ha provato. Ma in termini di numeri, alla Vuelta ha fatto un passo avanti.

Vuelta Espana 2025, La Farrapona, Giulio Pellizzari tira per Jai Hindley
Al Giro per Roglic, alla Vuelta per Hindley: Pellizzari in Spagna ha espresso valori ancora migliori
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Però ha anche avuto qualche giorno di difficoltà, come mai?

Stavo per dirlo. Al Giro è stato più costante, mentre alla Vuelta c’è stata più oscillazione nelle sue prestazioni, il che è normale per un giovane corridore. Ecco perché anno dopo anno si lavora per raggiungere questa costanza. Al Giro, non ha mai avuto una giornata davvero brutta come quella che ha avuto alla Bola del Mundo, ma come ho detto non ci ha stupito.

Dopo due Grandi Giri nello stesso anno, hai scoperto qualcosa di più su Giulio Pellizzari?

Penso che il suo talento nelle corse a tappe non sia più una grande sorpresa. Anche se è molto giovane, in quelle di una settimana ma anche di tre, ha dimostrato di poter già fare bene. E’ stato bello anche vedere che sa vincere. Ci sono corridori da classifica, che possono arrivare tra i primi cinque, ma probabilmente non hanno mai vinto una gara né ci sono andati vicini. Finché sono giovani, vogliamo che i corridori mantengano l’attitudine per la vittoria. Vogliamo dargli l’opportunità di vincere anche le tappe o probabilmente anche una corsa più piccola per mantenere questa attitudine. Perché Giulio ha le capacità, ha una certa esplosività che gli permette di farlo. Quindi è sulla buona strada per crescere come corridore da classifica generale.

Questo voler tenere le porte aperte è il motivo per cui prima del Giro ha corso la Liegi?

Veniva dall’altura e, quando sei lassù, non puoi sempre fare delle sessioni davvero impegnative. Così abbiamo usato la Liegi per avere l’alta intensità e anche per fargli provare una grande classica. Con lui non ci limiteremo a programmare solo corse a tappe, è troppo giovane per questo. Partecipare a corse a tappe e corse di un giorno è utile per il suo sviluppo. Pogacar e Vingegaard sanno vincere anche le tappe e c’è bisogno di questa capacità.

Il giorno nero alla Bola del Mundo è costato a Pellizzari la maglia bianca, ma il calo non ha stupito i tecnici
Il giorno nero alla Bola del Mundo è costato a Pellizzari la maglia bianca, ma il calo non ha stupito i tecnici
Due settimane dopo la Vuelta, ormai fra nove giorni, Pellizzari correrà i mondiali. Come sta lavorando per arrivarci?

E’ un mix. Normalmente diresti che devi solo recuperare in qualche modo e poi essere sulla linea di partenza. Ma se avessimo fatto così, ci sarebbe stato anche un grande rischio di ammalarsi, perché lo stress va giù e poi il corpo si ammala. Per cui, finita la Vuelta, da un lato c’è stato un mix fra dare degli stimoli, quindi un po’ di intensità e prepararsi per il viaggio. Dall’altro lato, si tratta di lavorare per essere freschi sulla linea di partenza.

Pensate che possa fare bene?

Come squadra, non ci aspettiamo grandi risultati. Indossare la maglia azzurra è un suo desiderio e noi lo vediamo come uno sviluppo per la sua futura carriera. Quest’anno ha già fatto parecchio, quindi dovrebbe godersi l’esperienza e tutto quello che verrà in più sarà un bonus.

Giulio è uno scalatore, ma lo vediamo sempre in sella, anche sulle salite più ripide. Dovrebbe lavorare di più sulle azioni fuorisella?

Non credo, perché a pensarci bene, Pogacar si gestisce esattamente allo stesso modo. E’ passato dall’uscire spesso dalla sella, al rimanerci sempre di più. So che non è così facile (sorride, ndr), ma cerchiamo di far crescere i corridori offrendo loro un’ampia gamma di possibilità, in modo che possano alzarsi dalla sella e anche salire da seduti con cadenze diverse. E’ qualcosa che possiamo implementare nell’allenamento, ma al momento non è un fattore limitante. Anzi, riuscire a produrre quella potenza rimanendo seduti in sella è piuttosto un punto di forza. Perché puoi risparmiare un po’ più di energia. Quindi non lo vedo come un problema.

Appena arrivato in squadra, Pellizzari è diventato uno dei beniamini del team per il suo carattere solare
Appena arrivato in squadra, Pellizzari è diventato uno dei beniamini del team per il suo carattere solare
Ultima domanda: che cosa ti pare del nostro Pellizzari in mezzo ai suoi compagni di squadra?

Fin dal primo contatto, è parso davvero un ragazzo intelligente ben integrato nella squadra, ma capace anche di dire la sua. E’ un vero ciclista, porta con sé la tradizione e gli piace questo sport. Ha già la sua personalità. Accetta o assorbe l’esperienza che riceve dai più grandi, come Roglic o Hindley. Si guarda intorno e cerca di imparare da tutti. E penso sia quello che fanno i campioni quando sono giovani. Cercano di ottenere il più possibile dagli altri. E non si fa problemi se deve aiutare un compagno, agisce sempre a favore della squadra. Se gli assegnate un ruolo, lo svolgerà al meglio. Ecco perché ha già un’ottima reputazione in squadra. Ed ecco perché è una grande aggiunta per nostra squadra.

Pinarello si riaffaccia ai vertici, prima di andare all’estero

19.09.2025
5 min
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Si torna a parlare di Alessandro Pinarello. Appena 22 anni, eppure nel giro del ciclismo che conta già da un quadriennio che nel mondo delle due ruote, soprattutto di questi tempi frenetici, è tantissimo. Il corridore di Conegliano ha chiuso quarto all’ultimo Giro di Toscana, in un contesto importante, finendo a 18” dal nuovo “vincitutto” Del Toro.

Un piazzamento che rappresenta una sorta di rilancio per il corridore veneto, arrivato al professionismo molto presto e sul quale si ripongo molte speranze, soprattutto dopo le difficoltà vissute in stagione: «E’ stato un primo riscontro dopo tanta fatica – dice – a dispetto di tutto non ho mollato. Adesso sono in una buona condizione, quindi spero di andare avanti in questo modo».

Pinarello al centro, vince la volata per il 4° posto al Giro della Toscana
Pinarello a sinistra, vince la volata per il 4° posto al Giro della Toscana
Quanto è pesato l’infortunio al Giro d’Italia?

Sinceramente tanto, soprattutto all’inizio quando sono stato operato e vedevo le tappe del Giro in tv, coloro che solo pochi giorni prima erano miei compagni ed avversari lì sul piccolo schermo. Invece io ero a casa, è stato davvero pesante. Poi comunque mi sono allenato tanto sui rulli perché avevo il tutore al polso e non potevo andare in bici. E’ stata una ripresa lunga, le prime settimane sono state pesanti.

Come era stato l’infortunio?

Alquanto stupido a dire il vero. E’ stata una semplice frenata di gruppo, un’inchiodata e alla fine mi sono trovato per terra. Ho messo giù male la mano e ho spaccato lo scafoide sinistro, l’osso era ridotto male. Sono stato operato e mi hanno messo due chiodi. Ho un polso nuovo questo è vero…

Quattro anni per il veneto alla VF Group Bardiani: tanti punti portati e la vittoria al Recioto 2024
Quattro anni per il veneto alla VF Group Bardiani: tanti punti portati e la vittoria al Recioto 2024
Un infortuno complicato, visto che sei rimasto più di tre mesi fuori dalle gare…

Sì e significa perdere gran parte della stagione. Il primo mese avevo un tutore che bloccava il polso, potevo solo fare rulli. Non impiegare minimamente il polso mi ha fatto perdere tutta la forza sul braccio sinistro. Quando sono tornato su strada, all’inizio era molto faticoso perché comunque non riuscivo a fare più di 2-3 ore e quindi bisognava concentrare quelle poche ore di allenamento per fare il più possibile. A questo accompagnavo spesso anche sessioni di palestra all’inizio, quindi facendo doppi allenamenti, quindi mattina e pomeriggio, alternando bici e rulli. Spezzavo l’allenamento per fare un po’ più ore. Sono tornato su strada a metà luglio.

I chiodi te li hanno già tolti?

Sono riassorbibili, nel giro di un anno se ne andranno da soli e questa nella disgrazia è una grande fortuna perché non mi dovrò rioperare e fermare di nuovo.

La cronometro iniziale del Giro d’Italia a Tirana. La sua corsa rosa è durata solo 5 tappe
La cronometro iniziale del Giro d’Italia a Tirana. La sua corsa rosa è durata solo 5 tappe
In Toscana sei entrato nella fuga decisiva…

E’ scollinato per primo Del Toro. Poi c’erano gli altri due, che erano Storer e un altro ragazzo, io ero con gli altri quattro. Non eravamo tanto distanti perché ce li avevamo là davanti, a fine discesa abbiamo ripreso Storer e l’altro il gruppetto si era ricompattato ma ormai il messicano era andato via. Poi Storer è ripartito insieme a Cras della TotalEnergies, ancora adesso che non ho ben capito come sono andati via, di forza. Noi ci siamo trovati un po’ al vento e anche il podio era andato.

Prima del Giro d’Italia, com’era stata questa annata?

E’ stata una stagione in sé positiva, la prima parte sicuramente. Ero partito dalle corse in Spagna a Maiorca e poi l’UAE Tour trovando anche un paio di Top 10  e lo stesso alla Tirreno-Adriatico, quindi nel contesto più qualificato. Poi alla Coppi & Bartali ero davanti, lo stesso al Laigueglia.

Europei juniores 2021, Pinarello insieme a Crescioli. Di lì a poco sarebbe saltato fra i pro’
Europei juniores 2021, Pinarello insieme a Crescioli. Di lì a poco sarebbe saltato fra i pro’
Tu hai 22 anni, però sei già al quarto anno con la VF Group Bardiani. Si era parlato tanto quando hai fatto questo salto che eri giovanissimo, forse troppo per passare. A distanza di tempo sei ancora convinto che sia stata la scelta giusta?

Sicuramente, per come mi hanno gestito il primo anno e secondo anno con la guida di Mirko Rossato. E’ stata una crescita molto graduale. Non mi posso lamentare, penso di aver imparato tanto in quel biennio, altrimenti mi sarebbe stato impossibile.

Rispetto ad allora, adesso a che punto sei, quanto pensi di dover crescere ancora?

Tantissimo, anche perché rispetto a quando sono passato mi sono sviluppato fisicamente, allora ero un po’ più piccolino, più magro. A livello di prestazioni penso ci sia ancora da migliorare, visto che comunque anche nelle ultime gare ho fatto dei buoni wattaggi anche essendo davanti, quindi c’è ancora da fare.

Il corridore di Conegliano è pronto a cambiare casacca, per la sua prima esperienza estera
Il corridore di Conegliano è pronto a cambiare casacca, per la sua prima esperienza estera
Qual è il tuo futuro?

Dopo quattro anni belli lascerò la Bardiani per fare la mia prima esperienza all’estero. Avendo già firmato sono più tranquillo, non devo affrontare le gare con l’angoscia di trovare la squadra. Sono comunque motivato, ma un po’ più tranquillo da quel punto di vista. Tra l’altro penso che sarà una buona esperienza di vita, confrontarmi con culture diverse, parlare un’altra lingua (diciamo che l’inglese lo parlo ancora poco, sarà un’occasione per migliorare).

Da qui alla fine dell’anno, quale gara hai messo come tuo obiettivo?

Il Giro dell’Emilia. Non ho mai fatto e vorrei di farlo bene. Poi il Lombardia dove vorrei andare più forte possibile per chiudere la mia esperienza alla VF Group Bardiani alla grande…

Coden e i suoi ragazzi in Spagna: tra vittorie e prove di futuro

19.09.2025
4 min
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Alessandro Coden e i suoi ragazzi sono tornati a casa dopo il viaggio che li ha condotti in Spagna per correre la Volta Ciclista a Galicia. A cavallo tra le verdi colline a picco sul mare i corridori della Campana Imballaggi-Geo & Tex-Trentino hanno raccolto una vittoria di tappa con Leonardo Volpato. Dopo 2.250 chilometri per riportare in Italia i mezzi, Coden è stanco ma felice: questa esperienza entra in un contesto più grande che prevede una crescita costante del team (in apertura foto Volta a Galicia). 

«Siamo partiti domenica alle tre del pomeriggio – racconta Alessandro Coden – e siamo arrivati lunedì mattina alle undici. Io in ammiraglia e il meccanico in furgone, un viaggio lungo ma siamo contenti di com’è andato. Abbiamo preso anche le misure con questo genere di trasferte: non è la prima fuori dall’Italia, ma la Spagna era davvero lontana. Ad esempio, per una questione di costi e trasporto, il massaggiatore l’ho preso direttamente sul luogo».

Per la Campana Imballaggi-Geo & Tex-Trentino la trasferta in Spagna è stata estremamente produttiva (foto Volta a Galicia)
Per la Campana Imballaggi-Geo & Tex-Trentino la trasferta in Spagna è stata estremamente produttiva (foto Volta a Galicia)
Come mai siete andati fino in Spagna?

Perché mi piace fargli fare certe esperienze ai ragazzi. La Volta ciclista a Galicia è una corsa a tappe nazionale ma c’erano squadre giovanili di alto livello e anche corridori elite di grande spessore. In Spagna è diverso perché si trovano anche ex professionisti di 30 o 32 anni in queste gare. Gente che ha corso e ha un certo tipo di esperienza. Mentre in Italia le corse a tappe di questo livello hanno per lo più atleti under 23.

Si corre in maniera diversa?

Diciamo che non c’è un meglio o un peggio. Tutte le gare sono importanti, noi siamo venuti in Spagna perché in gruppo ci sono corridori esperti che vedono la corsa in maniera differente. Si apprende un modo nuovo di vivere la gara, dal chilometro zero si va a tutta, senza rispiarmiarsi. Chi ha le gambe tiene il ritmo e vince.

I tuoi ragazzi come si sono comportati?

Bene, sono contento di quanto fatto. Abbiamo anche vinto una tappa con Leonardo Volpato. Per molti di loro questa era la prima esperienza all’estero, quindi era un passo necessario per la crescita e la maturazione. Le tappe erano impegnative, ma noi siamo stati sempre nel vivo della corsa. Il giorno in cui Volpato ha vinto, la squadra ha tenuto testa a tutti. Siamo andati in fuga, poi eravamo presenti nel contrattacco e poi abbiamo dato la stoccata finale. 

Esperienza che entra in un’ottica di crescere sotto tutti i fronti?

Dal 2026 vogliamo fare un calendario ancora più impegnativo con tante corse all’estero. Al 99 per cento saremo continental e questo è un salto importante, ma necessario. Terremo i migliori atleti, come Volpato, e ci saranno innesti interessanti. L’idea è di avere una decina di ragazzi e fare una formazione competitiva

Come mai fate questo passo?

Vogliamo vedere se cambia qualcosa, l’obiettivo è di risultare più appetibili per prendere atleti strutturati e ampliare il bacino d’utenza. La società e gli sponsor, tra cui ovviamente Campana Imballaggi, hanno deciso di fare degli investimenti. Non nascondiamo che l’impegno economico sarà maggiore, abbiamo già misurato la febbre con la trasferta in Spagna.

In che senso?

Parlo dei costi. In Galizia eravamo ospitati dall’organizzazione e questo ci ha dato una grande mano. I biglietti aerei, la benzina e tutto il resto lo abbiamo pagato di tasca nostra. Però siamo decisi e fiduciosi, dovrebbero entrare anche due nuovi sponsor. Quindi direi che siamo pronti.

Elia Viviani, Vuelta 2025

Viviani: «La Vuelta mi ha dato tanto, ora punto a un gran finale»

19.09.2025
7 min
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Quando lo intercettiamo, Elia Viviani è appena sceso dall’ennesimo aereo. Sta facendo la spola tra casa e il Belgio, dove correrà molte gare di un giorno, come il Memorial Schotte di qualche giorno fa e come sarà oggi per il Kampioenschap van Vlaanderen.

Il corridore della Lotto sta vivendo un buon momento, nonostante il futuro non sia così ben definito. Quel che invece non sembra intaccarsi minimamente, e lo si percepisce nel corso dell’intervista, è la sua testa. Viviani, classe 1989, è ancora uno schiacciasassi, corridore al 101 per cento. Dopo questo blocco di gare in Belgio, avrà due settimane in cui conta di andare in pista a Montichiari, prima del finale di stagione in Veneto.

Viviani vince il Memorial Schotte e mette a segno la sua 90ª vittoria da pro’ (foto Bart Vandenbroucke)
Viviani vince il Memorial Schotte e mette a segno la sua 90ª vittoria da pro’ (foto Bart Vandenbroucke)
Elia, partiamo un po’ dalla fine, dalla Spagna al Belgio, al Memorial Schotte che hai vinto. Come ci sei arrivato? E’ stata una sorta di rivincita?

Sicuramente. Ho sofferto tanto la Vuelta, che era una corsa dura. So che esco sempre bene dai Grandi Giri perché il volume di lavoro che si mette insieme mi dà tanto. La gara di martedì era molto vicina, però con la domenica senza gara e il lunedì di riposo già avevo buone sensazioni.

Quindi l’obiettivo adesso è?

Correre e vincere il più possibile da qua a fine stagione con la Vuelta nelle gambe, sapendo che un Grande Giro mi dà sempre tanto. Sono felice di essere tornato a farne uno, nonostante la sofferenza e le poche occasioni, però un Grande Giro è sempre bello. Era dal 2021 che non ne disputavo uno.

Non poco, in effetti…

Infatti, un po’ di timore iniziale ce l’avevo. Sapevo di essermi preparato bene, però alla fine non era semplice. Sono contento. Le occasioni sono state poche: un quarto posto iniziale, poi il secondo (nella tappa di Saragozza, Elia è stato retrocesso per una deviazione, ndr). Peccato non aver sprintato a Madrid. Lì avevo bei ricordi: nel 2018 ho colto una delle mie vittorie più belle, l’ultima tappa in una città come Madrid è stata fantastica. Per questo non aver sprintato è stato brutto.

Com’è stato tenere duro sulle montagne… pensando a Madrid?

Sapere che c’era l’opportunità di Madrid ha aiutato non poco. Certo, la tappa è stata eliminata. Si sapeva già da Novara che le occasioni sarebbero state poche, ma la prima e l’ultima frazione erano ghiotte. La Maglia Rossa a Torino, in Italia, e l’ultima a Madrid: so cosa vuol dire vincerla, è qualcosa di grande. Per noi velocisti non aver potuto disputare l’ultima frazione è stata una grande mancanza.

Quanta fatica per Viviani sulle salite della Vuelta. Una grande motivazione per tenere duro è stata la tappa finale di Madrid. Poi annullata per le manifestazioni pro Palestina
Quanta fatica per Viviani sulle salite della Vuelta. Una grande motivazione per tenere duro è stata la tappa finale di Madrid. Poi annullata per le manifestazioni pro Palestina
Perché?

Soffri per venti giorni sapendo di avere quell’ultima occasione. Arrivare a Madrid e non sprintare non è stato bello. Ma non solo per noi velocisti: penso anche a Pidcock, al suo primo podio, o ai giovani in squadra al primo Grande Giro. Ti svegli la mattina con la soddisfazione di aver finito e invece ti ritrovi a pensare se i tuoi familiari all’arrivo sono al sicuro o se sono finiti nel caos dei manifestanti. E’ stato brutto, umore sotto i piedi. Rientrato in hotel, mi sono cercato immediatamente un volo e sono tornato a casa la sera stessa. Umore sotto i tacchi.

Umore sotto i tacchi: però sei stato bravo a switchare subito. Una reazione da campione…

Quella è la reazione che devi avere quando sai di aver fatto tanti sacrifici, di aver sofferto tanto, e dici: «Datemi qualche gara, datemi uno sprint!».

Raccontaci della tua vittoria al Memorial Schotte. Che corsa è stata?

Era una corsa in circuito, 145-150 chilometri. Non lunghissima, però le gare nazionali qui in Belgio, le chiamano Kermess Course, hanno sempre grande intensità. Noi eravamo in cinque, altri persino solo in due. C’erano corridori importanti, alcuni reduci dalla Vuelta come me. La prima selezione ci ha lasciati in una trentina, poi sul circuito, tra vento e curve, si è fatto il resto. Alla fine siamo arrivati in tre, io, Jonas Rickaert e Dries De Bondt. C’è stato un attacco di De Bondt, che quel giorno era indemoniato, e siamo arrivati allo sprint ridotto.

Uno sprint ridotto?

Sì, prima eravamo io e De Bondt, poi è rientrato Rickaert e l’ho battuto in volata. Mi ricordava un po’ la gara dell’Europeo che ho vinto: selezione dal vento e dalle curve, finché rimani in pochi. In pianura me la cavo ancora bene!

Per Viviani il feeling con la squadra è stato subito buono. Elia ha sentito la fiducia e ha ripagato la Lotto con un buon treno
Per Viviani il feeling con la squadra è stato subito buono. Elia ha sentito la fiducia e ha ripagato la Lotto con un buon treno
Sentirti parlare con entusiasmo fa piacere. Che dire: questi vecchietti vanno ancora forte. Okay l’esperienza, ma servono anche le gambe, no?

Sì, servono le gambe e l’energia. E’ stato bello vedere anche Alaphilippe vincere in Canada, è un bel segnale. Ho ricevuto tanti complimenti anche dai corridori che venivano come me dalla Vuelta e mi dicevano: «Non sappiamo come hai fatto». In effetti dopo solo due giorni dalla fine della Vuelta, la stanchezza si sente ancora. Ma ho sempre pensato che dopo un Grande Giro, se recuperi bene, riesci a far buone cose.

Questa è testa, Elia…

Alla fine di un Grande Giro puoi buttarti sul divano per due settimane e basta, ma perdi tutto. Se sei affamato, invece, aspetti qualche giorno e poi vuoi correre… E vincere.

Com’è correre in questa Lotto? All’inizio, quando è uscita la notizia “Viviani alla Lotto”, non sembrava la tua squadra. Invece?

Invece bene. E’ una squadra organizzata con tanti giovani. Anche alla Vuelta non è mai mancato niente, staff al completo: massaggiatori, fisioterapisti, nutrizionista, lo chef, i materassi portati ogni mattina, le vasche del ghiaccio dopo l’arrivo. Non ci è mancato nulla. Ho fatto i complimenti alla squadra. A tutti gli effetti è una WorldTour e io sono stato in squadre grandi come Quick Step o Ineos Grenadiers, squadre super organizzate. E poi la fiducia che mi hanno dato: era qualche anno che non trovavo qualcuno che credesse in me.

Cosa intendi?

Ho trovato uomini in grado di fare quel lavoro lì. Da Jasper De Buyst, una garanzia, a Milan Fretin, giovane motivato, passando per Segaert che in testa al gruppo tirava per chilometri. Gente che ti rende orgoglioso e ti permette di fare risultati.

Nella testa di Elia ci sono già i mondiali su pista
Nella testa di Elia ci sono già i mondiali su pista
Immaginiamo faccia piacere vedere che, pur arrivando in ritardo a stagione iniziata, ti hanno dato le chiavi del team…

Vero! La Lotto è una super squadra. Credono nel devo team e hanno tanti giovani talenti. Widar, Van Eetvelt, Segaert… tra qualche anno sarà un gruppo ancora più competitivo.

Visto come sta andando, ci puoi dire qualcosa sul futuro?

Come ho sempre detto, ero arrivato qui per restare. Adesso c’è questa situazione della fusione (con Intermarché-Wanty, ndr) e sto aspettando notizie sui nuovi incastri fra le due squadre.

Da come parli hai ancora fame. E’ così?

Al 100 per cento. Altrimenti mi sarei già fermato. Aspettiamo notizie, ma intanto voglio aggiungere vittorie e corse. Poi c’è il mondiale su pista, dove punto all’eliminazione e alla corsa a punti. Ho parlato con Dino Salvoldi e vedremo in base alla condizione dopo Montichiari. Ma vorrei fare quelle specialità che non faccio alle Olimpiadi o che non ho potuto fare in questi anni dovendo preparare l’omnium.

Prima parlavi della Ineos: Geraint Thomas ha smesso. Che ricordi hai di lui e del team?

Geraint Thomas è un grande amico oltre che una leggenda. Lo guardavo con ammirazione già nei velodromi, quando giravo le piste per il mondo da solo insieme a Marco Villa. Allenarsi insieme, vivere entrambi a Monaco, essere in squadra: è stato speciale vederlo crescere e vincere. Per lui massimo rispetto, anche per come ha affrontato gli ultimi anni di carriera e il Giro d’Italia in particolare: ci è andato molto vicino, ha indossato la maglia rosa…

Viviani è stato in Ineos per tre stagioni: 2022-2024 e in precedenza per altre tre al Team Sky (2015-2016-2017)
Viviani è stato in Ineos per tre stagioni: 2022-2024 e in precedenza per altre tre al Team Sky (2015-2016-2017)
Però ora questo squadrone è in transizione…

Devono ricostruire un’identità. Per i Grandi Giri servono quei tre o quattro corridori speciali, e ora non li hanno. Probabilmente devono concentrarsi più sulle tappe che sulla generale. Ma con atleti come Ganna, Tarling, Turner e un Bernal ritrovato, almeno per le tappe non credo per la generale, possono vincere tanto. E poi il ritorno di Brailsford e magari l’ingresso di Thomas nello staff potrebbero essere la chiave giusta.

Perché?

Perché Geraint è sempre in stato in quel team. Conosce ogni piccola cosa, lo staff ed è fresco di gruppo, cosa che conta moltissimo in questo ciclismo. Lui sa come prepararsi e come arrivare pronti agli appuntamenti

Torniamo a te, Elia. C’è qualche gara in Belgio o in Veneto che ti piacerebbe vincere?

In Belgio sono tutte piatte e non ho una corsa preferita. L’importante è che possa disputare lo sprint. Poi cosa dire: correre in Veneto ha un sapore speciale. Mi piacerebbe il Giro del Veneto. Correre in casa, con i tifosi, sarebbe bello. Pippo Pozzato le fa dure per i velocisti, ma è il Giro del Veneto e soprattutto è una corsa in cui vorrei fare bene.