Team Villefranche Beaujolais 2025, Francia, foto di gruppo (@patrickberjotphotographies)

EDITORIALE / U23, juniores e devo team. Anche la Francia vacilla

22.09.2025
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Ci siamo spesso ripetuti, a torto o a ragione, che se in Italia ci fosse una squadra WorldTour, sarebbe possibile tutelare meglio il vivaio e i talenti che produce. Ma è davvero così? Siamo stati spesso attaccati da procuratori e da qualche tecnico federale per aver fatto notare che l’attività U23 italiana sia ai minimi termini. Ci è stato spesso risposto, anche con sufficienza, che non è vero e che i talenti ci sono e vengono fuori ugualmente. Ci sono, certo, ma a meno di poche eccezioni, vengono fuori in squadre continental non italiane. Non avere al via delle corse italiane gli elementi più forti incide in qualche modo sul livello del movimento?

I quattro azzurri convocati per i mondiali U23 di Kigali corrono tutti all’estero. Simone Gualdi alla Wanty NIPPO ReUz, Pietro Mattio alla Visma-Lease a Bike Development, Lorenzo Finn alla Red Bull-Bora, Alessandro Borgo nel devo team della Bahrain Victorius. E non è andata meglio al Tour de l’Avenir, dove il solo “italiano” è stato Turconi che però corre già da professionista alla VF Group-Bardiani.

Gli azzurri del Tour de l’Avenir corrono tutti in team stranieri, ad eccezione del pro’ Turconi (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Gli azzurri del Tour de l’Avenir corrono tutti in team stranieri, ad eccezione del pro’ Turconi (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)

Fra Palazzo e realtà

Ci rendiamo conto di essere spesso una goccia fastidiosa. Eravamo quasi rassegnati a dire che il progresso porta in questa direzione, finché ci siamo imbattuti in un paio di articoli de L’Equipe. Il più recente, dal titolo: “C’è uno spreco enorme”: la scomparsa delle squadre dilettantistiche fa temere una generazione sacrificata”. Il quotidiano francese ha messo il naso nelle cose di casa, con una lucidità e un senso di responsabilità che nessun quotidiano italiano ha mai ancora mostrato.

«Da diversi anni ormai – scriveva già il 26 novembre Eloi Thouault – il ciclismo dilettantistico, pilastro della crescita dei talenti francesi, sta attraversando una profonda crisi. Chiusure di squadre, calo del numero di gare giovanili, mancanza di volontari. La lista è lunga per molti dirigenti che faticano a vedere la luce in fondo al tunnel. Mentre la Federazione Ciclistica Francese è soddisfatta di un “aumento dell’11% delle licenze” per il ciclismo su strada dopo i Giochi, molti dirigenti non sono ottimisti. I club faticano a mantenere le loro attività. Organizzare una gara sta diventando un lusso che pochi possono permettersi».

Liegi-Bastogne-Liegi U23, 2022, Lenny Martinez, Romain Gregoire, Enzo Paleni (foto Alexis Dancerelle)
La Groupama-FDJ è stato il primo team WorldTour francese a dotarsi di un devo team U23 (foto Alexis Dancerelle)
Liegi-Bastogne-Liegi U23, 2022, Lenny Martinez, Romain Gregoire, Enzo Paleni (foto Alexis Dancerelle)
La Groupama-FDJ è stato il primo team WorldTour francese a dotarsi di un devo team U23 (foto Alexis Dancerelle)

Talenti davvero a rischio?

La Francia ha quattro squadre WorldTour e una grande professional come la TotalEnergies. Non dovrebbe avere problemi nel tutelare il movimento di base, invece anche lì il sistema scricchiola. Paul Seixas, Lenny Martinez, Romain Grégoire, Brieuc Rolland e Paul Magnier sono i nomi da mostrare in vetrina, ma alle loro spalle la crisi galoppa.

«C’è uno spreco enorme – lamenta Anthony Barle, direttore generale del Vélo Club Villefranche Beaujolais che ha lanciato Seixas (immagine di apertura Patrick Berjot) – non vi dirò nemmeno la generazione che sacrificheremo. I corridori avranno carriere di uno o due anni e poi rinunceranno al ciclismo. E’ una cosa seria».

Victor Jean vince il GP De Vougy, CC Etupes, aprile 2025
Victor Jean ha 21 anni e corre al CC Etupes. Nonostante 4 vittorie passerà nella continental ST Michel-Auber 93 (immagine Instagram)
Victor Jean vince il GP De Vougy, CC Etupes, aprile 2025
Victor Jean ha 21 anni e corre al CC Etupes. Nonostante 4 vittorie passerà nella continental ST Michel-Auber 93 (immagine Instagram)

Undici team in tre anni

La piramide si sta sgretolando dall’alto. Alcune squadre storiche negli U23 stanno chiudendo una dietro l’altra. La storica sezione CC Etupes, fondata 32 anni fa, da cui sono usciti Thibaut Pinot, Warren Barguil e Adam Yates, ha appena annunciato la chiusura del team U23.

«In due anni – scrive questa volta Audrey Quétard, in un articolo pubblicato il 9 settembre – il numero di queste squadre è diminuito di un terzo: 28 nel 2023, 19 all’inizio del 2025, di cui tre che non riprenderanno nel 2026».

«E’ il portafoglio che ha deciso – riassume Sylvain Chalot, presidente del CC Etupesle competizioni di alto livello stanno diventando sempre più costose, nonostante la congiuntura economica sfavorevole. Le cose sono cambiate molto. Se non vogliamo fallire, dobbiamo prendere decisioni, anche se non ci piacciono».

Il budget per una squadra U23 di prima fascia che voglia fare attività non può scendere sotto i 350.000 euro, ma affinché il progetto sia sostenibile, è più probabile che costi circa 500.000 euro.

Seixas ha vinto il Tour de l’Avenir. La Decathlon ha pagato per lui 6.000 euro (foto Tour de l’Avenir)
Seixas ha vinto il Tour de l’Avenir. La Decathlon ha pagato per lui 6.000 euro (foto Tour de l’Avenir)

Il ruolo dei devo team

Le squadre WorldTour ci sono, ma non pagano grandi indennizzi quando portano via un corridore. Per Seixas, sono stati versati appena 6.000 euro per i tre anni in cui è rimasto nella sua squadra di origine. In Francia non c’è il sistema dei punti, ma un’indennità stabilita nel 2024 e legata al lavoro fatto sull’atleta. Un club riceve 1.000 euro all’anno dal 15° compleanno fino al passaggio al professionismo in una squadra Continental, mentre sono 2.000 euro all’anno se passa in una squadra WorldTour.

«A volte – spiega ancora Barle – ci prendono i corridori senza nemmeno chiamarci, niente. E poi però trovano facilmente 2 milioni di euro per organizzare una squadra continental».

E a ben vedere, il succo sta proprio nella difficile convivenza fra le squadre giovanili e i devo team, che hanno svuotato anche il movimento italiano senza che esista ancora un’esatta contabilità dei corridori partiti e poi diventati dei professionisti. Il confine fra dilettantismo e professionismo è stato cancellato, si pesca fra gli juniores e così dal 2026 il CC Etupes punterà soltanto sui più giovani.

«Le squadre U23 – prosegue invece Barle – permettono ai corridori di diventare più esperti, di imparare a correre e a vivere in gruppo. Altrimenti, c’è un divario enorme tra juniores e professionisti. I ragazzi non hanno quasi mai corso in un gruppo d’élite. Non c’è da stupirsi che ci siano così tanti incidenti».

Ci è stato sempre detto che si tratti di una particolarità tutta italiana, ma così non è. Vogliamo scommettere che ci sarebbe davvero il margine per fare un po’ d’ordine sedendosi allo stesso tavolo con i francesi e gli altri Paesi che navigano nelle stesse acque?

Pavel Novak, Giro Next GEn 2025, Prato Nevoso, vittoria, MBH Bank-BAllan-Csb

Valoti saluta il suo “figlioccio” Novak che dal 2026 va alla Movistar

22.09.2025
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Dal 2026 Pavel Novak sarà un nuovo corridore del Team Movistar, dopo tre anni alla corte della MBH Bank-Ballan-Csb è arrivato l’addio del ragazzo arrivato dalla Repubblica Ceca per diventare grande. I riflettori intorno a Novak si erano già accesi in passato, ma la vittoria di Prato Nevoso al Giro Next Gen e il terzo posto finale alle spalle di due atleti dei devo team hanno fatto capire di avere davanti un corridore maturo (in apertura foto LaPresse). 

La squadra di Antonio Bevilacqua dalla prossima stagione sarà professional, e sulle qualità di Novak contava per affermarsi nelle corse internazionali under 23. Allo stesso tempo il ceco si sarebbe messo alla prova in gare più importanti, pronto a migliorare ulteriormente. 

Pavel Novak, Giro Next GEn 2025, Prato Nevoso, vittoria, MBH Bank-BAllan-Csb
Novak quest’anno si è confermato tra gli under 23 vincendo la tappa di Prato Nevoso e conquistando il terzo posto finale al Giro Next Gen (foto LaPresse)
Pavel Novak, Giro Next GEn 2025, Prato Nevoso, vittoria, MBH Bank-BAllan-Csb
Novak quest’anno si è confermato tra gli under 23 vincendo la tappa di Prato Nevoso e conquistando il terzo posto finale al Giro Next Gen (foto LaPresse)

A malincuore

L’addio di Pavel Novak è come quello di un figlio, non perché ci siano preferenze all’interno del team. Ma lo scalatore taciturno si era trasferito definitivamente nell’appartamento del team ad Almé, esattamente al piano sopra rispetto a quello in cui vive Gianluca Valoti. Nel tempo Novak è diventato come un figlio per il diesse bergamasco. 

«Purtroppo saremo costretti a salutare Pavel (Novak, ndr) – continua Valoti – è stata una decisione sofferta per tutti. Lui stesso ci ha pensato per un po’ di giorni, ma quando arriva una squadra WorldTour l’offerta è troppo allettante, come fai a rifiutare?».

Novak in questi tre anni con la MBH Bank-Ballan è cresciuto e maturato molto, ora è pronto per il WT(foto NB Srl)
Novak in questi tre anni con la MBH Bank-Ballan è cresciuto e maturato molto, ora è pronto per il WT(foto NB Srl)
Quando è arrivata l’offerta della Movistar?

Un mese fa più o meno, lo hanno chiamato per dirgli che erano interessati al suo profilo, poi sono passati un po’ di settimane. E’ normale, la squadra era alla Vuelta e alla fine è arrivata la proposta. Ci abbiamo pensato tutti insieme perché Novak si fida di noi e ci ha coinvolto. Purtroppo alla fine lo abbiamo lasciato andare, non c’era modo di tenerlo con noi. 

Quanto dispiace?

Ho detto “purtroppo” perché a noi è dispiaciuto tanto sia umanamente che ciclisticamente. Dal punto di vista sportivo avere un corridore come Novak ci avrebbe permesso di affrontare il salto a professional in un certo modo

Pavel Novak aveva dato segnali importanti già nel 2024, qui alla vittoria del Trofeo Piva (fotobolgan)
Pavel Novak aveva dato segnali importanti già nel 2024, qui alla vittoria del Trofeo Piva (fotobolgan))
Ne avevamo parlato quel giorno a Prato Nevoso, Novak sarebbe dovuto diventare il vostro punto di riferimento. 

Vero, ma come fai a dirgli di no quando arriva una squadra WorldTour? E’ giusto che faccia la sua strada e inizi a diventare grande. Un team come la Movistar fa gola a tutti. Diventare professionista è il sogno di ogni ragazzo, lo avremmo fatto insieme il prossimo anno ma quando si presenta un’offerta del genere… E comunque per noi vedere un nostro ragazzo che va nel WorldTour è motivo di orgoglio, vuol dire che abbiamo lavorato bene insieme. Se vogliamo il merito è un pochettino anche nostro…

Sembra che anche Novak fosse poco convinto di lasciarvi…

Mi ha chiesto subito cosa ne pensassi con quel suo tono di voce lento e sempre calmo. Penso che anche per lui lasciare un ambiente familiare come il nostro sia difficile. Sai, alla fine sono anni che vive al primo piano della nostra palazzina ad Almé. Per noi è come un figlio, sempre un po’ coccolato. Probabilmente ha paura che possa fare fatica a trovare la stessa cosa alla Movistar, ma credo che lì troverà il giusto ambiente. 

Pavel Novak, Jayco AlUla, stage, Giro della Toscana 2024
Novak nel 2024 ha corso come stagista con la Jayco AlUla, qui al Giro della Toscana
Pavel Novak, Jayco AlUla, stage, Giro della Toscana 2024
Novak nel 2024 ha corso come stagista con la Jayco AlUla, qui al Giro della Toscana
In passato erano già arrivate squadre WorldTour a chiederlo?

Era arrivata Cofidis, poi aveva fatto degli stage con Ineos, Jayco-AlUla e Q36.5. Ma alla fine non si era fatto nulla.

Secondo te perché quest’anno si è convinto?

Movistar è stata convincente e anche Novak stesso si è deciso che fosse arrivato l’anno giusto. 

Può essere la squadra giusta per lui?

Sicuramente sì, Movistar è una squadra WorldTour ma con una dirigenza e delle figure di riferimento italiane. C’è Formolo che può essere un ottimo punto di riferimento per Novak.

Pavel Novak, MBH Bank-Ballan-Csb, GP Industria e Artigianato
Avere un corridore come Novak in squadra avrebbe reso più facile il passaggio a team professional
Pavel Novak, MBH Bank-Ballan-Csb, GP Industria e Artigianato
Avere un corridore come Novak in squadra avrebbe reso più facile il passaggio a team professional
Si trasferirà in Spagna?

Vedremo. Perché il fratellino piccolo (Filip, ndr) lo raggiungerà nel team continental, dal prossimo anno Movistar avrà una squadra di sviluppo. La cosa da capire è se sarà devo team o una squadra satellite. Entrambi, sia Pavel che Filip, sono abituati a passare l’inverno a Calpe, quindi potrebbero trasferirsi definitivamente in Spagna. 

Voi come ripartirete senza Novak?

Ripartiremo, stiamo cercando un corridore che possa sostituirlo, quindi un under 23. E’ difficile perché i migliori sono già nei devo team o nel WorldTour. Poi comunque in casa abbiamo nomi interessanti: Chesini, che ha vinto in Romania, Bracalente, Cipollini. 

Come sarà non avere più Novak al piano di sopra?

Non ci sarà più nessuno che rompe le scatole (ride, ndr). Non è vero, Pavel è tranquillissimo, non lo sentivi mai. Anzi, ogni tanto andavo a controllare che fosse ancora lì.

Campionati del mondo Kigali 2025, Tadej POgacar, cronometro individuale

E’ giusto dire che Tadej ha deluso? Forse sì, forse no…

22.09.2025
4 min
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L’attesa del duello tra Remco Evenepoel e Tadej Pogacar è stata per almeno tre anni il ritornello di ogni primavera, quando li si attendeva all’esame della Liegi. Poi per un motivo o per l’altro, solitamente per incidenti che hanno coinvolto uno dei due, il duello non c’è mai stato. Si è rinnovato al Tour 2024, sul terreno di Pogacar: il confronto non ha avuto storia, anche se il terzo posto di Remco faceva ben sperare. Nell’ultima Boucle invece, il belga è naufragato. Ed è per questo che la rivincita di ieri nella crono di Kigali, sul terreno di Evenepoel, ha il sapore di un’annunciazione. Se tutto andrà come deve, quel duello si vedrà domenica nella prova su strada. Non ci saranno soltanto loro, ma ne saranno i fari.

Il terzo posto di Van Wylder è forse il risultato che minimizza la prestazione di Tadej Pogacar?
Il terzo posto di Van Wylder è forse il risultato che minimizza la prestazione di Tadej Pogacar?

La spiegazione di Pogacar

Il sorpasso di Kigali ha davvero aperto una crepa nell’inscalfibilità di Tadej? In realtà il quarto posto di ieri, ad appena un secondo dal podio, è il miglior risultato di Pogacar in una cronometro iridata. Fu decimo nel 2021 (vincitore Ganna), sesto nel 2022 (vincitore Foss), ventunesimo nel 2023 (vincitore Evenepoel). Perché immaginare o prevedere che a Kigali avrebbe potuto vincere?

La crono secca ha ben poco in comune con quella di un Grande Giro. E al di là della specificità del gesto, per lo sloveno ci sono tutte le attenuanti possibili. Dal fuso orario del Canada ancora da recuperare alla più classica giornata storta, passando per qualche problema di salute durante la preparazione. La crepa tuttavia c’è e sta nel fatto che anche Van Wylder sia riuscito a fare meglio di Tadej, che oggettivamente è andato meno di quanto ci si aspettasse. Forse non basta chiamarsi Pogacar, serve anche che tutto fili alla perfezione.

«Ho dato il massimo – ha detto lo sloveno – ovviamente sono deluso che Remco mi abbia superato. Non è stata la mia migliore prestazione, ma prima del Canada non sono riuscito a terminare il mio blocco di allenamento sulla bici da cronometro. Sono stato malato, ma se volevo essere al 100 per cento per il mondiale, dovevo fare quelle corse, anche se avrebbe significato non dare il massimo nella cronometro. E’ incredibile quanto Remco sia forte in questa disciplina. Si è preparato al 100 per cento e sarà pronto anche per domenica prossima. Ho visto che ero a un secondo dal podio, se l’avessi saputo, nell’ultimo chilometro avrei potuto avere un po’ più di motivazione. Oggi ho dei rimpianti, ma domani è un altro giorno».

Le strade di Kigali sono piene di tifosi e curiosi: l’accoglienza è molto calorosa
Le strade di Kigali sono piene di tifosi e curiosi: l’accoglienza è molto calorosa

L’obiettivo del poker

Evenepoel contro Pogacar a cronometro sarebbe un confronto impari. Il belga ha conquistato il terzo iride consecutivo come Tony Martin e Michael Rogers e potrebbe puntare al poker consecutivo. Un risultato sfuggito anche a Cancellara, che ha vinto quattro mondiali ma non filati e anche un oro olimpico, come Evenepoel.

«Nella prima parte – ha spiegato Evenepoel – sentivo già le gambe lavorare molto bene. Ho mantenuto la velocità senza spingermi al limite. Sulla prima salita, la più dura della giornata, ho spinto davvero forte. Quando ho visto che avevo già un grande distacco, ho cercato di mantenere il ritmo. Il pavé sull’ultima salita a un certo punto l’ho odiato. E’ stato difficile tenere il passo, ma ci sono riuscito e ho vinto. In una giornata come questa, non importa chi superi. Quando ho raggiunto il pavé e ho visto che mi stavo avvicinando a Pogacar, sapevo che dovevo spingere. Ma non volevo esagerare, perché sapevo che gli ultimi 400 metri sarebbero stati duri. Ho avuto una giornata davvero buona e spero di riuscire a mantenere questa forma fino alla gara su strada della prossima settimana. L’anno prossimo però voglio diventare il primo corridore con quattro titoli consecutivi, ma per ora mi godo questo».

Evenepoel ora fa rotta sulla prova su strada, con una fiducia notevole
Campionati del mondo Kigali 2025, Remco Evenepoel, allenamenti su strada
Evenepoel ora fa rotta sulla prova su strada, con una fiducia notevole

Il record di Merckx

Il sorpasso di Kigali rimane una notizia e mette ancora di più l’accento sull’eccezionale prestazione di Evenepoel. L’unico corridore in attività con più vittorie a cronometro di Remco è Ganna, che ne ha collezionate 29. Kung, come il belga, ne ha 22. Roglic è fermo a quota 19. Il francese Jacques Anquetil ha 63 vittorie a cronometro, mentre Fabian Cancellara ne ha centrate 58. Il record assoluto di vittorie contro il tempo appartiene a Eddy Merckx, che ne ha vinte ben 69. Remco ha ancora 25 anni, ma forse certe vette non le raggiungerà mai più nessuno.

«Per superare mio padre – ha dichiarato di recente Axel Merckx, nel tentativo di fare finalmente giustizia – bisogna combinare Pogacar, Van der Poel, Evenepoel e Cavendish. Mathieu come specialista delle classiche di primavera. Tadej come corridore completo. Mark come velocista. E Remco come cronoman. Quattro campioni incredibili, ciascuno superiore nel proprio dominio, ma bisognerebbe unirli tutti per superare mio padre».

Guerriera Magnaldi: ferita, cocciuta e regina d’Europa

21.09.2025
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AVEZZANO – Quando ha tagliato il traguardo, Erica Magnaldi ha cacciato un urlo così prolungato e selvaggio da scuotere anche noi che le correvamo dietro per immortalare la prima gioia dopo la vittoria del campionato europeo gravel. La piemontese del UAE Team Adq sarebbe potuta partire domani con le ragazze del mondiale su strada per supportare Elisa Longo Borghini, ma la chiamata non è arrivata. Così si è riboccata le maniche accettando la convocazione del cittì Pontoni, con lo sguardo semmai agli altri europei – quelli della strada – che si correranno in Francia il 4 ottobre.

«Sinceramente non mi aspettavo di vincere – dice quando i pensieri hanno preso il sopravvento sulle emozioni – ma non nascondo che dopo aver vinto la Monsterrato Gravel e guardando l’altimetria di questo percorso, ho pensato che potesse essere adatto a me. Poi sono arrivata qua e l’ho provato. E la fiducia è stata offuscata dalla preoccupazione, perché la salita in realtà non era molto dura e la discesa invece era molto, molto tecnica. Io ho appena iniziato col gravel, quindi mi rendo conto di non avere ancora l’abilità tecnica di altre ragazze. Non mi restava che andare forte in salita e gestire il margine che avessi preso…».

Prima del via, Pontoni (di spalle) ha ripassato punti tecnici e motivato fortemente gli azzurri
Prima del via, Pontoni (di spalle) ha ripassato punti tecnici e motivato fortemente gli azzurri

L’ordine di Pontoni

Avezzano ha accolto il gruppo degli europei gravel con un bel freschino e il percorso selettivo che li ha tenuti tutti in apprensione. Alle nove del mattino c’erano 12 gradi, ma la pacchia è durata poco. Il tempo che il sole si alzasse e si è arrivati a sfiorare i 30 gradi, con il sale ben evidente sui pantaloncini più scuri e improvvise crisi di crampi per tanti dei corridori arrivati. Nel box dell’Italia e prima di lasciarli andare al via, Daniele Pontoni ha fatto un breve ripasso dei punti di assistenza. Dove avrebbero trovato le ruote, le scarpe di scorta e persino il casco. E poi l’ordine delle borracce: prima l’acqua e poi le malto dal secondo massaggiatore. La sua ultima disposizione è stata perentoria: «Non si molla mai!».

Nel giorno in cui a Kigali si sono aperti i mondiali con le prime crono e la vittoria schiacciante di Evenepoel, la vittoria di Erica Magnaldi ha portato un soffio di aria positiva in Federazione. Domani il presidente Dagnoni e il segretario generale Tolu voleranno in Rwanda, in un incrocio pazzesco di sovrapposizioni del calendario che non concedono scampo e non si fermano certo qui. Nei giorni degli europei su strada, il Giro dell’Emilia dirotterà su Bologna corridori forti come Ciccone. E nel giorno del mondiale gravel, il Giro di Lombardia ne distrarrà certamente degli altri.

La volata della vita

Magnaldi ha tagliato il traguardo con la gamba destra ferita, perché è caduta e nonostante tutto è riuscita a tenere il passo della Kloser. La tedesca però si è avvantaggiata e sarebbe stata probabilmente imprendibile se una foratura (la vera piaga di questi europei) non l’avesse fermata.

«La gara stava andando molto bene – racconta Magnaldi – ero rimasta insieme a Kloser e Wright ed ero rassegnata a fare terza, perché erano palesemente più veloci di me in discesa. Allora nel secondo giro (le donne elite ne facevano 3 per un totale di 88,8 chilometri, ndr) ho provato a staccarle in salita: Wright ha ceduto, con Kloser non sono riuscita. Per rilanciare, ha fatto la discesa molto forte. Io ho provato a tenerla e probabilmente sono andata oltre il mio limite e sono caduta, tanto da essere ripresa anche da Wright. L’ho staccata ancora nel giro successivo pensando che non avrei mai raggiunto quella davanti.

«Invece a 500 metri dall’attivo – sorride – mi hanno detto che la prima aveva bucato. Nel frattempo Wright mi aveva ripreso in discesa e allora ho tirato a tutta fino ai 200 metri, poi ho lanciato lo sprint. Da almeno due chilometri avevo i crampi, ma quando ho visto l’arrivo mi è passato tutto e ho fatto la migliore volata di sempre. Ancora non ci credo. Sono davvero contenta, perché non me l’aspettavo. E questo insegna che non bisogna mai mollare, fino a quando si taglia il traguardo. Come ci ha detto Pontoni prima di partire».

Gaffuri saluta il gravel

Anche Gaffuri si è trovato in un folle rimescolamento di posizioni. In tutti gli ultimi 20 chilometri, il corridore dello Swatt Club in maglia azzurra, che ha appena firmato per il 2025 con il Team Polti-Visit Malta, ha viaggiato con il francese Drechou all’inseguimento del fuggitivo (poi vittorioso) Mads Wurtz Schmidt. Sembrava ci fosse solo da scegliere il colore della medaglia, quando su di lui sono tornati Anton Stensby e il suo compagno di club Matteo Fontana. Il quinto posto ha il sapore della beffa. E anche nel suo caso è stata la discesa a fare la differenza.

«La salita non era abbastanza dura per fare la selezione – dice – e loro sono più forti in discesa. Nel primo giro sono caduto e ho dovuto fare tutto il secondo a inseguire. Credo che non sarebbe andata diversamente, ho dato il massimo che avevo oggi e per questo sono contento. Qualche rammarico ce l’ho, però il livello era molto alto. Per quest’anno il mio gravel finisce qui. Adesso farò la CRO Race con la Polti, poi Tre Valli e Gran Piemonte e finirò la stagione in Italia. Niente mondiale gravel quindi, perché in quei giorni sarò in Croazia».

Il bilancio del cittì

E ora che la vittoria di Erica Magnaldi e il quarto posto di Gaffuri fra gli uomini confermano il buon lavoro svolto, Pontoni traccia un primo bilancio. E’ solo l’inizio di un discorso che riprenderemo, perché i nuovi assetti del ciclismo su strada incidono anche sulle scelte del fuoristrada.

«Il bilancio è buono – dice Pontoni – e chiaramente quando vinci, è ancora meglio. Eravamo qui con due belle nazionali e anche con i maschi siamo stati in lotta per una medaglia sino alla fine. Siamo soddisfatti di quello che abbiamo fatto e di quello che potremo fare anche fra tre settimane ai mondiali. Il livello è altissimo e facciamo fatica a trovare atleti disponibili, perché le squadre lottano per i punti UCI. Però alla fine con un po’ di slalom e con un po’ di telefonate ai vecchi amici, si cerca di risolvere. Anche oggi, subito dopo la gara, ho chiamato il team manager di una WorldTour. Quindi adesso ci godiamo questo momento e da domani cominceremo a pensare anche al mondiale».

Rwanda Kigali 2025, crono mondiale, Remco evenepoel

Kigali, un sorpasso storico. Remco distrugge Pogacar a crono

21.09.2025
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Incredibile. Impensabile. Impronosticabile. Storico. E chi lo avrebbe mai detto che Tadej Pogacar venisse ripreso e staccato in una cronometro? Perché questo è quel che ha fatto Remco Evenepoel. Qualcosa che va oltre il miglior copione fantasy. E questo finisce quasi per mettere in secondo piano la notizia che il belga ha conquistato il suo terzo titolo iridato a cronometro.

Uno shock per il ciclismo, una goduria enorme per Remco. Uno smacco per Tadej. La giornata delle crono élite termina dunque con questo scossone. Qualcosa di così clamoroso che la memoria torna indietro alla crisi di Merckx sulle Tre Cime di Lavaredo nel 1968. A Indurain staccato da Pantani sul Mortirolo nel 1994. Cose che appunto avvengono ogni 30 anni. Chissà, forse questo momento sarà ricordato come il “sorpasso di Kigali”.

In mattinata era stata la svizzera Marlene Reusser a vincere il titolo. Un trionfo che per l’elvetica significa tanto, visto che spesso era stata favorita e poi aveva fatto cilecca.

Ecco l’immagine, storica e impensabile, che sta girando sui social. Il sorpasso di Remco ai danni di Pogacar quando mancavano 2 km all’arrivo
Ecco l’immagine, storica e impensabile, che sta girando sui social. Il sorpasso di Remco ai danni di Pogacar quando mancavano 2 km all’arrivo

Velo: senza parole

E dire che Pogacar è partito con grande determinazione. E’ uscito dallo stadio con un paio di curve tirate al limite, mentre Remco è stato ben più guardingo. Ma al primo intermedio, dopo 8,3 chilometri, di fatto la crono di Kigali era finita: 45″ di ritardo per lo sloveno dal belga. Crono finita sì, ma da qui a immaginare il sorpasso. Marco Velo, oggi tecnico della nazionale donne, ma fino al 2024 cittì delle crono azzurre, commenta così.

«Sinceramente – attacca Velo – pensavo che Remco stesse bene e che si potesse giocare la vittoria. E farlo anche con 20”-30” su Pogacar non sarebbe stato poco, ma così…», Velo fa silenzio per qualche istante. «Così non ho parole. Quello che ha fatto Evenepoel è qualcosa di fenomenale. Eccezionale sarebbe riduttivo.

«Pogacar – continua Velo – magari oggi non era al top. Non era quello d’inizio Tour de France. Anche in Canada è andato forte, però dopo lo scatto si sedeva, non continuava l’azione col rapporto. E certo che adesso le cose cambiano anche in vista di domenica».

Una prestazione che spariglia gli equilibri attesi per la prova in linea. Ma di questo ne parleremo più avanti. «Ora Pogacar e il suo staff analizzeranno la prova. Magari non ha avuto sin da subito le sensazioni migliori e ha deciso di non spingere a tutta, ma queste cose le sa solo lui».

Percorso complicato

Velo ha seguito dalla macchina prima Soraya Paladin, poi Matteo Sobrero e ribadisce la durezza del tracciato e la difficoltà anche tecnica nell’interpretarlo. Era un percorso da cronoman, quindi da specialisti, ma serviva tanta gamba.

«Anche nella scelta tecnica – riprende Velo – non era facile. Bisognava sia gestirsi che spingere forte. Dopo il primo intermedio, come tanti qui, anch’io ho pensato che Remco fosse partito troppo forte e invece… Era tosta perché bisognava spingere duro e recuperare nel breve tempo delle discese, le quali erano sì veloci ma richiedevano di pedalare. Era importante anche la scelta giusta dei rapporti».

E qui Velo fa un’analisi totale, specie quando gli facciamo notare che tra i primi cinque ci sono due Soudal-Quick Step e tre UAE Team Emirates. Vedere Van Wilder sul podio la dice lunga sull’interpretazione tecnico-tattica della crono. Per carità è bravo, ma chi se lo aspettava così in alto? Di contro gli uomini UAE, sempre schiacciassassi contro il tempo, sono apparsi “duri” nella cadenza.

«In UAE tutti fanno sempre a tutta le crono -dice Velo – e non stupisce vederli così avanti. Per quanto riguarda la scelta dei rapporti, ho notato che in tanti, anche tra le donne, avevano la monocorona, ma a mio avviso non era questo il percorso per usarla. Okay che nel finale c’era lo strappo in pavé, ma si cambiava prima dello sconnesso e poi con salti così ampi degli ingranaggi posteriori era facile piantarsi (o non trovare il rapporto, ndr). Un conto è fare le prove quando sei fresco e un conto arrivare sotto al muro dopo 40 o 50 chilometri. Io, da ex cronoman, non avrei mai montato una monocorona su un percorso simile».

I due azzurri impegnati oggi. Cattaneo (a sinistra) ha chiuso 15° e Sobrero 13°
I due azzurri impegnati oggi. Cattaneo (a sinistra) ha chiuso 15° e Sobrero 13°

Casa Italia

A Kigali, dice Velo, si sta bene: 26 gradi, umidità giusta e, aggiungiamo noi, anche una buona cornice di pubblico. Mentre Remco si gode il suo titolo e forse ancora più la sua prestazione, che sa di rivincita dopo Peyragudes quando a sorpassarlo fu Jonas Vingegaard, c’è spazio per un pensiero anche sui nostri.

«Alla fine i ragazzi e le ragazze – spiega Velo – hanno fatto la crono che ci si aspettava. Sì, forse dagli uomini ci si attendeva una top 10 ma siamo lì. Non possiamo dire che stiano male. E lo stesso vale per le ragazze. Paladin rientrava dopo la frattura della clavicola e non le si poteva chiedere troppo di più. Il suo sforzo è stato funzionale soprattutto in vista della staffetta mista e per la prova di domenica in supporto a Elisa Longo Borghini. Monica Trinca Colonel invece è partita un po’ in sordina, poi ha detto di stare meglio. Bisogna considerare che le nostre non sono poi così abituate a crono di tale livello e lunghezza. Sono esperienze che servono».

I dubbi di Tadej

A Kigali suona l’inno belga, ma a rimbombare è il sorpasso subito da Pogacar. Una batosta simile cambia tutto e inevitabilmente il pensiero scivola alla prova in linea.

«Pogacar è un fuoriclasse e magari questa batosta l’ha già superata – dice Velo – ma è indubbio che sia un po’ destabilizzante. E lo è perché non è stato battuto da uno specialista che non c’entra niente con la corsa in linea, ma da uno dei rivali più accreditati che adesso diventa ancora più favorito. Uno che fa una crono del genere non sta bene: sta a mille, e su queste salite un Pogacar così non lo stacca. Poi magari domenica mi smentirà… ma la sensazione è questa. Diciamo che Tadej una bottarella l’ha presa. Ma una cosa è certa, non dovranno lasciargli neanche 30″, altrimenti si rischia un Australia bis con Remco che scappa e vince il titolo».

Non si può dire che Pogacar ricorderà al meglio il giorno del suo ventisettesimo compleanno. Però è anche vero che l’ultima volta che ha preso una batosta, seppur molto più piccola come al Delfinato di questa estate, poi si è vendicato con ferocia inaudita. Insomma, guai a stuzzicare la belva ferita. Ma questo lo scopriremo strada facendo. Per il momento, onore assoluto al mostruoso Remco Evenepoel.

Giuseppe Martinelli

Pellizzari e il primo doppio Grande Giro. Parla “Martino”

21.09.2025
6 min
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La questione Giulio Pellizzari continua a tenere banco. In settimana, giustamente, se n’è parlato spesso tra compagni, tecnici ed ex corridori nei commenti post Vuelta. Oggi continuiamo a farlo con il supporto del direttore sportivo italiano più vincente dell’era moderna, l’ex Astana Giuseppe Martinelli.

Con “Martino” abbiamo affrontato in particolare il tema del primo doppio Grande Giro in stagione da parte di Pellizzari. Un doppio appuntamento che lo ha visto promosso a pieni voti: due sesti posti, entrambi arrivati senza essere leader designato al via. Al Giro d’Italia lo è diventato dopo l’abbandono di Primoz Roglic e prima aveva già speso parecchie energie per lo sloveno. Alla Vuelta, invece, è stato co-leader, ma anche in questo caso aiutando non poco Jai Hindley.

Pellizzari ha sfiorato la maglia bianca all’ultima Vuelta. L’ha persa nell’ultima tappa di salita, staccandosi a 6,8 km dalla Bola del Mundo
Pellizzari ha sfiorato la maglia bianca all’ultima Vuelta. L’ha persa nell’ultima tappa di salita, staccandosi a 6,8 km dalla Bola del Mundo
“Martino”, dicevamo di Giulio Pellizzari: due Grandi Giri nella stessa stagione, due sesti posti e una vittoria di tappa. Che impressione ti ha fatto?

Molto buona, bella nel suo insieme sia per le prestazioni che per il contesto. Un’impressione positiva dettata anche dal fatto che ho un buon rapporto con lui. E’ un rapporto di stima reciproca, niente di più, ma l’ho sempre seguito perché mi era piaciuto già al Giro dell’anno scorso. Una volta, incontrandolo, gli ho detto: «Se fai ancora un anno con Reverberi, fai un bel Giro d’Italia e poi spicchi il volo». Invece è andato via.

E il volo lo ha fatto lo stesso…

Esatto, e devo dire che sono stati bravi. E’ andato in una squadra importante come la Red Bull-Bora-Hansgrohe che gli ha fatto correre il Giro. E questa è stata la svolta per lui. Fare il Giro non era scontato. Con la corsa rosa Giulio si è reso conto di essere un buon corridore per davvero. E alla Vuelta, oltre al sesto posto, ha conquistato una vittoria di tappa. E quando vinci significa che batti tutti, non importa chi ci sia al via: li batti tutti. Punto. Non solo…

Cos’altro ti ha colpito di quella vittoria?

Non è stata la vittoria di una fuga da lontano, ma quella di un arrivo ristretto con i migliori della generale che si giocavano tappa e classifica. Se guardiamo l’ordine d’arrivo di quel giorno, ci sono nomi come Jonas Vingegaard o Joao Almeida. Quel sesto posto nella generale gli va forse stretto, ma la vittoria contava più di tutto. Credo che se non avesse vinto, avrebbe lottato molto di più per la maglia bianca.

Cosa ti porta a dire questo?

Perché quando vinci, spesso sei sereno con te stesso. Non parlo di appagamento, ma quella sensazione inconscia di “il mio l’ho fatto” ti resta. La testa, tante volte, fa la differenza.

Volta Catalunya: Giulio Pellizzari, svolgendo un gran lavoro per Roglic, si sta guadagnando la convocazione per il Giro
Volta Catalunya: Giulio Pellizzari, svolgendo un gran lavoro per Roglic, si sta guadagnando la convocazione per il Giro
Quindi se non avesse vinto la tappa, avrebbe portato a casa la maglia bianca?

Secondo me sì. L’ho detto anche a casa durante la corsa: era una questione di testa.

E in chiave futura, che lezione può trarne?

Gli ho scritto: “Ricordati che dalle sconfitte nascono le grandi vittorie. Questa non è una sconfitta, ma qualcosa che dovrai analizzare”. Lui ha apprezzato molto.

Prima hai sottolineato che la cosa buona è stata farlo debuttare al Giro. Non era scontato al primo anno in Red Bull-Bora: perché secondo te hanno deciso così?

Perché hanno visto che andava forte. Quella è una squadra che non lascia nulla al caso. L’arrivo di Red Bull ha dato un valore aggiunto, alzando il livello di tutto il movimento. Al Catalunya Pellizzari era già andato bene. E poi, secondo me, anche Roglic avrà espresso un suo parere. E quello che dice il campione della squadra conta. I tecnici avranno avuto i loro dati certo, ma il corridore lo vede su strada, in corsa. Primoz gli avrà detto: «Guardate che questo va forte, meglio magari tenerlo un po’ tranquillo e fargli fare il Giro d’Italia». E infatti gli hanno cambiato un po’ i programmi.

Quanto ha inciso la presenza di Enrico Gasparotto, tecnico italiano, che aveva un ruolo importante in squadra nel far sì che Pellizzari facesse il Giro?

Tanto, anche ai fini del parlare la stessa lingua. Ti confronti di più e in modo diverso, anche prima della partenza o subito dopo l’arrivo. Gasparotto, per Pellizzari, è stato un riferimento importante. Io non ho mai parlato bene l’inglese e quando provi a comunicare con un corridore usando parole che non rispecchiano completamente ciò che vuoi dire, è tutta un’altra cosa. Nella tua lingua, invece, basta dirgli: “Oggi ti aspetto all’arrivo”, mentre lo guardi negli occhi e gli dai una pacca sulla spalla. Vai a farlo in inglese… E’ diverso.

Come tutti i corridori moderni, Pellizzari si alza poco sui pedali. Eccolo sulle pendenze estreme dell’Angliru
Come tutti i corridori moderni, Pellizzari si alza poco sui pedali. Eccolo sulle pendenze estreme dell’Angliru
Come dovrà essere gestito adesso, con Roglic, Lipowitz, Hindley e l’arrivo di Evenepoel? Pellizzari sarà destinato ad un gregariato di lusso?

Adesso si divideranno un po’ i ruoli. Io penso che Roglic sia arrivato al capolinea e non avrà più i gradi di capitano. Giulio potrebbe davvero prendere il suo posto. Remco secondo me, farà altre cose a partire dal Tour dove non andrà solo per vincere le crono, quindi non andrà a togliere spazio a Pellizzari. Lo spazio per Giulio ci sarà, anche perché resta il più giovane di quel gruppo e immagino avranno anche interesse sotto questo punto di vista.

Però, Giuseppe, questo è un grande attestato di stima nei suoi confronti…

A me Pellizzari piace tantissimo. Ci siamo visti poche volte, però c’è stima reciproca. Se gli mando un messaggio risponde subito. Ed è bravo nella sua normalità di campione come lo è in questo momento, o meglio da come lo sta diventando. Ora per lui diventa tutto più complicato.

Tecnicamente hai notato differenze in Pellizzari tra Giro e Vuelta?

Ho visto che sa rimontare facilmente e non resta sempre a ruota. Sa anche prendersi il vento. Corre davanti senza spendere troppo. Non è come Roglic o Remco, che soffrono nel tenere la posizione. E questo è un bel vantaggio fisico e mentale.

Facendo un’analisi tecnica di Pellizzari sulle pendenze più dure, Pozzovivo ci diceva che Giulio dovrebbe stare di più sui pedali, fermo restando non è un scalatore di un metro e 60 per 50 chili. Sei d’accordo?

E’ la tendenza moderna quella di stare più seduti e girare agile. Ogni tanto alzarsi sui pedali fa recuperare meglio. Lo vedo anche tra gli juniores: vanno su a 80-90 pedalate al minuto e non mollano mai il rapporto agile. A volte gli dico: «Buttate giù un dente e alzatevi. Magari rilanciate meglio, usate altri muscoli per un attimo…», ma è così. Alla fine è il ciclismo moderno: altri metodi, altri rapporti. Tecnicamente andando così agili alzarsi diventa un cambio di posizione non facile da eseguire. Pozzovivo ha occhio, guarda i dettagli come pochi altri, pertanto come potrei non essere d’accordo con lui?

Nei Grandi Giri precedenti Pellizzari si era sempre trovato bene nella terza settimana. Stavolta invece ha ammesso di aver sofferto. Perché?

Primo, perché era il suo secondo Grande Giro in stagione. Poi perché la Vuelta è stata lunga e stressante, anche con le proteste che hanno inciso. Non sapere ogni giorno se si correva o come, i trasferimenti… ormai un Grande Giro dura quasi quattro settimane tra fasi preliminari, partenze all’estero… I ragazzi vivono sotto pressione continua, in una sorta di bolla, dalla mattina quando si svegliano alla sera quando vanno a letto. Tutto questo alla fine presenta un conto.

A tu per tu con Bredewold, una campionessa da scoprire

21.09.2025
5 min
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Con 8 vittorie internazionali, Mischa Bredewold è uno dei grandi nomi di questa stagione. Successi in serie, sia in corse in linea che nelle tappe, risultando un vero e proprio alter ego della compagna di team Wiebes. Avevamo imparato a conoscerla un paio d’anni fa quando conquistò non senza sorpresa il titolo europeo, ma rispetto ad allora la ragazza olandese dal nome russo («ma solo il nome, di russo non ho nulla» dice ridendo) è cresciuta moltissimo.

Mischa Bredewold è di Amersfoort, ha 25 anni. Quest’anno ha vinto 8 corse con 13 Top 10
Mischa Bredewold è di Amersfoort, ha 25 anni. Quest’anno ha vinto 8 corse con 13 Top 10

Tutta quest’attenzione non la coglie di sorpresa né la disturba, anzi è estremamente disponibile nell’analizzare anche le cause di questa crescita veemente: «E’ una stagione fantastica, ovviamente la migliore da quando corro. Diciamo che molto sta andando a posto ed è bellissimo, anche se penso sempre che si possa fare di più, non si raggiunge mai davvero il limite che si ha in mente».

Quest’anno hai vinto 8 volte e gare molto diverse fra loro: che tipo di ciclista pensi di essere?

Mi fanno spesso questa domanda e una risposta precisa non c’è. Penso che la mia forza sia stare bene nel team e sapere come interpretare ogni tipo di corsa pur senza eccellere in nulla. Ad esempio so che non sono il miglior scalatore del gruppo, ma in ogni caso riesco a difendermi e a stare con le migliori, lo stesso nelle prove più veloci, lo stesso in certe volate. Conta molto la consapevolezza che posso vincere le gare, spesso.

Al Tour, Bredewold ha corso in aiuto alle compagne, ma vuole crescere in salita per puntare alla classifica
Al Tour, Bredewold ha corso in aiuto alle compagne, ma vuole crescere in salita per puntare alla classifica
Tu hai vinto il titolo olandese a cronometro e domenica sei stata quinta al Tour de l’Ardeche: pensi che col lavoro puoi diventare anche una ciclista per corse a tappe?

Mi piacciono molto, credo per le piccole corse a tappe a questo punto della mia carriera di essere portata. E’ qualcosa che mi piace fare, soprattutto se c’è qualche cronometro prevista. Diverso è il discorso relativo ai grandi giri: per emergere al Giro o al Tour devi davvero avere un altro passo in salita, se vuoi le prime posizioni devi essere un ottimo scalatore e allora devo davvero allenarmi su questo. Quindi devo fare scelte diverse. Significa che devo concentrarmi su questo aspetto, ma non voglio farlo subito, voglio arrivarci nel tempo, magari fra un paio d’anni.

Sei nello stesso team di Wiebes e Kopecky. Come fate a collaborare e a non essere in competizione fra voi?

Abbiamo un team molto bello, dove c’è un sistema di dare e avere che funziona. Abbiamo molte atlete che sono in grado di vincere gare, ognuna ha il suo spazio. D’altronde penso che sia anche una scelta che fai. Se vai in questa squadra, sai, a volte devi dare, ma sai anche di essere in un super team, dove avrai di nuovo quella possibilità e avrai una squadra super forte alle spalle. E’ sicuramente un vantaggio avere più carte da giocare e questo significa che a volte devi farlo., devi dare un po’ di più e se lo sai, puoi trarne beneficio.

L’olandese insieme a Guarischi e Wiebes. Con la campionessa europea nessuna rivalità, ma tanto rispetto
L’olandese insieme a Guarischi e Wiebes. Con la campionessa europea nessuna rivalità, ma tanto rispetto
C’è qualcosa che invidi alla Wiebes e qualcosa dove pensi di esserle superiore?

Beh, stiamo parlando della migliore velocista del mondo, non so se mi spiego…Penso che non ci sia bisogno di mettersi a confronto, capire chi è migliore o chi è peggiore. Alla SD Worx, avendo così tanti buoni corridori, ci miglioriamo a vicenda e in un certo senso ci completiamo a vicenda, perché abbiamo corridori per ogni necessità che sono in grado di fare tante cose diverse. Io non sto guardando Lotte (Kopecky, ndr) o Lorena e penso “loro sono più brave di me in questo o quello o io sono più brava in questo o quello”, non sono mie avversarie, sono mie compagne di squadra. Sicuramente io e Lorena siamo piuttosto diverse. Abbiamo un modo diverso di guidare. Ma certamente non ci ostacoliamo.

Il trionfo di Drenthe 2023, per Bredewold è stato una vera svolta nella carriera
Il trionfo di Drenthe 2023, per Bredewold è stato una vera svolta nella carriera
Due anni fa hai vinto il titolo europeo: pensi che quella sia stata la svolta della tua carriera?

Penso di sì, ma a dire il vero, l’entrare in questa squadra dopo un periodo difficile da professionista è stato un punto di svolta per me. Mentalmente è scattato qualcosa in me e questo è stato prima degli Europei. Lì però ho fatto un salto di qualità, ho capito che potevo vincere gare importanti come quella. Dopo essere diventata campionessa europea, le cose sono cambiate, decisamente.

Delle tante vittorie di quest’anno qual è quella alla quale tieni di più?

L’Amstel, sicuramente. Quello era il mio primo obiettivo, per noi olandesi è “la” gara. Un altro obiettivo era diventare campionessa nazionale contro il tempo perché era un traguardo che inseguivo da così tanto tempo che è stato davvero speciale per me. Infine la vittoria a Plouay perché sapevo che vincendo per la terza volta di fila avrei scritto una pagina di storia. Queste gare sono state le mie preferite.

L’olandese ha conquistato il titolo nazionale cronometro, lungamente inseguito. Ora vuole l’oro europeo
L’olandese ha conquistato il titolo nazionale cronometro, lungamente inseguito. Ora vuole l’oro europeo
E quali sono i tuoi obiettivi per la fine della stagione?

Ora punto moltissimo sulla prova continentale a cronometro e mi sto preparando specificamente per questo. E’ un percorso così difficile che dipenderà molto da come andranno le cose in quel singolo giorno. Ma so che mi sto impegnando molto, è un obiettivo importante per me.

Quest’anno sei stata in Italia solo per la Strade Bianche: ti piace correre qui?

Moltissimo. La Strade Bianche è una delle mie gare preferite. Ma ogni gara è speciale, ci trovi salite brevi o lunghe, non sono mai corse comuni né scontate. Poi il cibo è fantastico… Spero di tornare quanto prima.

Campionati del mondo di Zurigo 2024, conferenza stampa presidente UCI David Lappartient

Nuova grana per l’UCI. Sram ricorre al Garante belga

21.09.2025
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Il 12 settembre 2025, Sram ha presentato un reclamo formale all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (BCA) belga contro l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI). Si contesta il Protocollo UCI sul Rapporto Massimo. Il 17 settembre 2025, esaminato il reclamo, la BCA ha avviato un procedimento antitrust formale.

Il limite dei 10,46 metri

Inizia così la comunicazione diffusa venerdì da Sram cui l’UCI ha risposto con una velocità mai vista prima. Le nuove regole sui materiali, varate a luglio, hanno provocato più di qualche mal di pancia: prevedibile e ben motivato. Sapere che al Tour of Guangxi sarà effettuata la prova rapporti, come un tempo fra gli juniores, ha fatto scaldare gli animi.

La limitazione a partire dal 2026 per l’altezza dei cerchi ha provocato un danno non solo di immagine, ma anche economico. Si era nel pieno del lancio delle nuove gamme: averle messe fuori legge è stato una doccia fredda. La limitazione dello sviluppo metrico dei rapporti ha invece colpito soprattutto il brand americano. Avendo spinto per la diffusione dei sistemi monocorona, Sram infatti ha introdotto il pignone da 10. Anche abbinato al 52, il 10 porta a superare il limite dei 10,46 metri imposto dall’UCI nel nome della riduzione delle velocità indicata da SafeR. La curiosità di tale commissione è che comprende tutti gli esponenti del ciclismo, ma non gli sponsor tecnici su cui tuttavia può legiferare.

Fra le squadre dotate di trasmissione Sram spiccano Lidl-Trek, Visma-Lease a Bike e Red Bull-Bora
Fra le squadre dotate di trasmissione Sram spiccano Lidl-Trek, Visma-Lease a Bike e Red Bull-Bora

Un clima (poco) trasparente

Quel che si legge è che Sram avrebbe tentato più volte di coinvolgere l’UCI in un approfondimento sul tema, senza tuttavia ottenere una risposta esauriente. A fronte della possibile penalizzazione degli atleti (e del rischio – aggiungiamo noi – che il rinnovo delle sponsorizzazioni sia messo a rischio), l’azienda ha intrapreso la sua azione legale.

«Definirlo un test non lo rende meno una gara – ha affermato Ken Lousberg, CEO di Sram – tutti i ciclisti sulla linea di partenza dovrebbero competere ad armi pari. Al momento, i team equipaggiati con Sram dovranno gareggiare in condizioni di svantaggio. Con un equipaggiamento compromesso e un numero ridotto di opzioni di cambio rispetto ai concorrenti. Inoltre, non è chiaro cosa venga testato. Dato il modo in cui l’ente governativo prende le sue decisioni, è impossibile sapere chi potrebbe essere interessato in futuro al ciclismo. Attraverso questo processo speriamo di creare un clima più trasparente e collaborativo per le squadre e i fornitori di componenti. Per avere uno sport migliore e più sicuro per tutti».

Ken Lousberg, CEO di Sram (foto Bike Europe)
Ken Lousberg ha commentato l’azione legale intentata da Sram (foto Bike Europe)
Ken Lousberg, CEO di Sram (foto Bike Europe)
Ken Lousberg ha commentato l’azione legale intentata da Sram (foto Bike Europe)

Il primo comunicato dell’UCI

L’UCI si trova a gestire parecchi fronti. L’aspetto singolare è che ciascuna criticità parrebbe causata da azioni intempestive messe in atto senza applicare i regolamenti cui l’ente svizzero sembra così attaccato. Alle normative tecniche si è aggiunto infatti il goffo passaggio dei GPS da gara, testati al Tour de Romandie delle donne. Considerare da questi episodi che SafeR sia diventato un nuovo strumento di potere, al pari dell’antidoping in altri anni, è fin troppo elementare.

In un primo comunicato rilasciato ieri mattina, l’UCI si è detta perplessa dalla pubblicazione del comunicato stampa di Sram, prima di esserne stata informata. Ha aggiunto che dagli esiti del test cinese dipenderà la possibilità di farne ancora nel 2026, avendo come obiettivo “le misure per aumentare la sicurezza dei ciclisti. L’UCI è convinta che la sua proposta di testare le limitazioni al cambio sia conforme al diritto della concorrenza dell’UE e belga. Non è compito di chi tutela il diritto alla concorrenza portare a un “livellamento verso il basso” degli standard normativi e di sicurezza“.

Campionati del mondo di Zurigo 2024, colloqui CPA, SafeR, Adam Hansen, Alessandra Cappellotto
Di SafeR fanno parte anche i sindacati dei corridori: qui Hansen e Cappellotto del CPA
Campionati del mondo di Zurigo 2024, colloqui CPA, SafeR, Adam Hansen, Alessandra Cappellotto
Di SafeR fanno parte anche i sindacati dei corridori: qui Hansen e Cappellotto del CPA

Il secondo comunicato

A metà pomeriggio però hanno aggiustato il tiro. In un secondo comunicato, l’UCI ha dettagliato le motivazioni che hanno portato alla decisione di procedere alla verifica dei rapporti. «E’ stato dimostrato – si legge – che l’aumento delle velocità massime raggiunte dai ciclisti negli ultimi anni, in particolare in discesa, è legato all’evoluzione dell’equipaggiamento e costituisce un fattore di rischio per la loro sicurezza. Va inoltre sottolineato che la maggior parte dei ciclisti si è espressa a favore della verifica dei limiti massimi del rapporto di trasmissione in un questionario inviato prima della definizione del protocollo. Il Protocollo per il Test del Massimo Rapporto non si rivolge a un marchio o fornitore specifico, ma si applica uniformemente a tutti i ciclisti del gruppo».

La chiusura è da capire, a metà fra una mano tesa e il ribadire la propria volontà. «L’UCI rimane pienamente aperta al dialogo con i produttori di attrezzature – scrive – al fine di proseguire lo sviluppo armonioso e innovativo del nostro sport. L’innovazione tecnologica è un motore essenziale del ciclismo, ma deve essere inserita in un quadro normativo chiaro e trasparente che rispetti la sicurezza degli atleti. Tuttavia, l’UCI mette in discussione gli obiettivi di Sram nell’opporsi a un test progettato per valutare la pertinenza di una misura di miglioramento della sicurezza, minando così la necessaria unità tra gli attori del ciclismo, essenziale per il progresso verso uno sport più sicuro».

Campionati del mondo Zurigo 2024, meeting SafeR
L’istituzione della commissione SafeR è una valida idea, ma al suo interno manca la voce delle aziende
Campionati del mondo Zurigo 2024, meeting SafeR
L’istituzione della commissione SafeR è una valida idea, ma al suo interno manca la voce delle aziende

La voce che manca

Di sicuro la riduzione del profilo delle ruote e dello sviluppo metrico porta a una riduzione delle velocità. Tuttavia è possibile stabilire con certezza se le cadute più disastrose degli ultimi anni siano state determinate da bici troppo veloci o piuttosto dalle strade impraticabili e piene di barriere architettoniche?

Costringere un così vasto numero di aziende a rivedere la propria produzione ha conseguenze e provoca reazioni. Non avere all’interno di SafeR la voce delle aziende fa sì che si legiferi con scarsa cognizione di causa e questo rende l’UCI meno credibile. Sono apprezzabili gli slanci dati dalla necessità di fare qualcosa, ma esiste un livello superiore cui rendere conto. Lo sviluppo armonioso e innovativo del ciclismo non si raggiunge con regole dettate senza la minima condivisione e con un preavviso ridicolo e dannoso. Non si può pretendere di dettare l’agenda alle grandi aziende con iniziative di questo tipo. L’innovazione tecnologica è effettivamente un motore essenziale del ciclismo, a patto di non limitarsi a uno sfoggio di parole.

Aleotti tra Spagna e futuro: gregario con (qualche) licenza di vincere

20.09.2025
6 min
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La Vuelta 2025 ha segnato un passaggio importante per Giovanni Aleotti, emiliano classe 1999, in forza alla Red Bull-Bora-hansgrohe, lo squadrone… sempre più squadrone. Reduce dal suo secondo Grande Giro stagionale, Aleotti si è ritrovato al servizio di due capitani: l’australiano Jai Hindley, leader designato per la classifica generale, e il giovane talento italiano Giulio Pellizzari, protagonista con una vittoria di tappa e una top 10 finale, sesto per la precisione.

In Spagna, Aleotti ha affinato il suo ruolo di gregario affidabile, ma non solo. Si è mostrato sì corridore di fatica capace di sacrificarsi per il bene del gruppo, ma quando ha avuto carta bianca si è gettato in fuga senza timori. Certo, lo sguardo al futuro invoca leader ancora più grandi, a cominciare Primoz Roglic e presto Remco Evenepoel.

Nella crono di Valladolid, Aleotti si è impegnato ma non del tutto. Ha risparmiato energie in vista delle frazioni finali
Nella crono di Valladolid, Aleotti si è impegnato ma non del tutto. Ha risparmiato energie in vista delle frazioni finali

Le impressioni dalla Vuelta

Giovanni è in pieno recupero post Vuelta. «Ho passato gli ultimi giorni cercando di recuperare il più possibile – racconta Aleotti – La Vuelta è sempre tosta, si arriva alla fine tutti un po’ stanchi. Quest’anno poi era per molti il secondo Grande Giro, ed essendo a fine stagione in gruppo si percepiva tanta fatica generale».

Personalmente ho avuto alti e bassi. Sono arrivato bene, dall’italiano in poi sono stato in altura con la squadra ed ero dove volevo essere. A San Sebastián ho avuto buone sensazioni, alla Vuelta a Burgos ho trovato spazio e un piazzamento nei dieci. Alla Vuelta ho sofferto la prima settimana, più del previsto. Poi nella seconda sono riuscito ad andare un paio di volte in fuga, anche se quest’anno le fughe hanno avuto meno spazio del previsto, visto che degli otto successi della UAE Emirates, sei provengono proprio dalle fughe».

Il bilancio per Aleotti resta dunque positivo. L’obiettivo era sempre supportare la squadra e aiutare i leader.

«Nella terza settimana, con Pellizzari protagonista, ci siamo concentrati su di lui e su Hindley. Che dire: alla fine porto via una buona condizione, che di solito resta nelle gambe dopo un Grande Giro. Adesso il focus è recuperare bene, parlare con il mio allenatore Paolo Artuso e ripartire per la prossima stagione».

Vuelta 2025. Da sinistra: Giulio Pellizzari, Jai Hindley e Giovanni Aleotti. Un bel feeling in squadra
Vuelta 2025. Da sinistra: Giulio Pellizzari, Jai Hindley e Giovanni Aleotti. Un bel feeling in squadra

Per Hindley e per Pellizzari

Come ha detto anche lui, Giovanni aveva due capitani e certamente non deve essere stato facile dividere compiti e attenzioni. Ma vista la rosa 2026 della Red Bull, sarà qualcosa che accadrà con grande facilità. E infatti ci spiega il suo ruolo.

«Vero, avevamo Jai come capitano numero uno e Giulio con carta bianca. L’obiettivo era fare classifica con Hindley e provare a vincere una tappa. E’ arrivata la vittoria con Pellizzari, il suo primo successo, e vederlo in maglia bianca fino alla terza settimana è stato speciale. Abbiamo lavorato benissimo quel giorno, soprattutto per prendere la salita finale. Io ho svolto un bel lavoro, tanto è vero che me lo hanno detto.

«Una volta terminato il mio compito mi sono messo di passo e ai 3 chilometri dall’arrivo a bordo strada ho visto coach Paolo Artuso e il nutrizionista Giacomo Garabello, gli ho chiesto come stesse andando. Mi sono fermato e mi sono visto dal suo smartphone gli ultimi 500 metri del trionfo di Giulio. Davvero bellissimo, davvero una bella atmosfera c’era quel giorno. E va detto che anche Jay, che lottava per il podio, è stato generoso a concedergli lo spazio».

Aleotti del giorno di El Morredero ne parla con entusiasmo. Ma anche determinazione. La tappa era preparata già dal mattino. Il direttore sportivo Patxi Vila che aveva fatto la ricognizione di quella frazione e aveva impostato una tattica che poi è andata alla perfezione. Denz e Van Dijk ha tenere alta l’andatura fino ai piedi della salita, poi Selig e Aleotti per preparare l’affondo. Quando le cose funzionano bene, le energie si moltiplicano.

Giovanni esalta quindi Pellizzari. Anche lui è rimasto colpito da come il marchigiano si sia dimostrato già fortissimo. Al primo anno in un team WorldTour, due Grandi Giri finiti davanti, una vittoria di tappa e la top 10 generale.

«Giulio è molto giovane ma semplice e concreto, si è integrato benissimo. Io penso che abbia avuto la consapevolezza di essere un co-leader, nonostante la sua età. Mi piace poi perché è serio, ma al tempo stesso si diverte», ha aggiunto Giovanni.

La Red Bull crede molto in Giovanni. Anche lo scorso dopo il Giro fu portato in Spagna dove scortò Roglic alla vittoria
La Red Bull crede molto in Giovanni. Anche lo scorso dopo il Giro fu portato in Spagna dove scortò Roglic alla vittoria

Quanti capitani nel un futuro

E ora questo lavoro con i leader, come dicevamo, assumerà sempre più corpo. La Red Bull-Bora si sta trasformando sempre di più in uno squadrone. Oltre a Hindley, Vlasov, Roglic, Lipowitz ecco anche Evenepoel… senza appunto dimenticare Pellizzari. Il futuro per Aleotti tende per natura verso un ruolo determinato. Ed è anche curioso come si porrà con tanti leader così diversi per caratteristiche tecniche e di età.

«Ho avuto la fortuna – spiega Aleotti – di correre con tanti leader: Roglic, Hindley, adesso con Pellizzari e presto arriverà anche Evenepoel. Sono tutti diversi. Jai è il capitano che tutti sognano: semplice, mai esigente, apprezza tantissimo il lavoro e ha sempre una parola per tutti. Roglic invece è una macchina, un lavoratore instancabile dal mattino alla sera. Quando eravamo in ritiro si vedeva che sapeva dove dove andare a parare, perché era lì e quel che voleva.

«Entrambi preferiscono correre davanti, ma ormai è spontaneo per noi metterli nelle prime posizioni, sappiamo già dai meeting e dai software quali punti sono pericolosi. Ormai sono quasi più i gregari che ti portano davanti nei momenti programmati, piuttosto che loro a chiedere».

«Sul mio futuro, penso di continuare a essere un uomo squadra. Ho ancora un anno di contratto. In un team così grande, con corridori come Roglic, Hindley, Vlasov e adesso anche Evenepoel, è difficile pensare di essere capitano. Ma quando ci sarà spazio, come a Burgos, cercherò di farmi trovare pronto. Per il resto il mio ruolo è supportare i leader.

«Road captain? Non mi sento ancora pienamente in quel ruolo, ho solo 26 anni, serve più esperienza, ma seguo l’esempio di “Cece” Benedetti che è stato un riferimento per me».

Giovanni all’attacco. L’emiliano ha colto due fughe, entrambe nella seconda settimana
Giovanni all’attacco. L’emiliano ha colto due fughe, entrambe nella seconda settimana

Un’esperienza di squadra

In questa chiacchierata con Aleotti è la Vuelta a tenere banco. Una maglia bianca e un podio sfiorato, una tappa vinta e soprattutto una corsa, tre settimane, affrontare sempre da protagonisti.

Ci sono state anche tappe durissime da controllare, specialmente nella seconda settimana. Le fughe partivano dopo 50-70 chilometri, quindi si correva a tutta dall’inizio alla fine. Come abbiamo visto è stata una Vuelta nervosa…

«Una Vuelta – conclude Aleotti – in cui la Visma-Lease a Bike spesso lasciava spazio, e questo portava tutto il gruppo a voler andare in fuga. Alla fine resta la soddisfazione di aver dato il massimo per la squadra. Questa Vuelta mi ha fatto crescere, mi ha dato consapevolezza e motivazione per il futuro. So che in squadra i capitani aumenteranno e saranno di altissimo livello, ma il mio obiettivo resta lo stesso: farmi trovare pronto, ogni volta che serve».