Trentin, un altro giro sugli sterrati fra Parigi e Tours

05.10.2024
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Domenica si corre la Parigi-Tours, classica di antica nobiltà. Fu lanciata nel 1896 da Henri Desgrange, l’ideatore del Tour del France, per ripercorrere idealmente il tracciato che i reali di Francia seguivano per raggiungere uno dei loro castelli, collegando la nuova e l’antica capitale di Francia. Dal punto di vista ciclistico, si tratta di una delle classiche più antiche, che tuttavia negli anni ha cambiato più volte pelle.

E se negli anni Novanta era diventata la classica dei velocisti, scontro al vertice fra treni e uomini, con l’introduzione di un paio di muri nel finale era diventata una corsa più vivace. Finché ASO che la organizza, probabilmente ispirata dalla concomitanza con l’Eroica di Gaiole in Chianti, s’è inventata una serie di passaggi su sterrati in mezzo ai vigneti.

La volata vincente di Demare alla Parigi-Tours 2022. Quarto e quinto Consonni e Mozzato
La volata vincente di Demare alla Parigi-Tours 2022. Quarto e quinto Consonni e Mozzato

Tanti italiani

Fra gl italiani l’hanno vinta Minali e Petacchi, quando era prova di Coppa del mondo e sull’Avenue du Grammont si arrivava in volata. Un anno però la vinse Tafi. Era l’8 ottobre del 2000, Andrea arrivò da solo con la rabbia in corpo e inviò così un messaggio al cittì Fusi che lo aveva lasciato fuori dai mondiali che si sarebbero corsi la settimana successiva a Plouay. L’ha vinta anche Marcato, attuale diesse del UAE Team Emirates.

L’ultimo italiano ad averla vinta è stato Matteo Trentin. Accadeva nel 2015 e nel 2017, quando il trentino correva ancora nella Quick Step. E siccome a certi appuntamenti non ci si può sottrarre, Trentin sarà nuovamente al via che sarà dato da Chartres. Ormai da Parigi non parte più niente, nemmeno le Olimpiadi. Trentin giovedì ha corso la Sparkassen Münsterland Giro, ovviamente in maglia Tudor Pro Cycling.

Cambia qualcosa ad averla vinta per due volte?

Non cambia niente, cambia solo se non c’è Pogacar e in teoria non c’è, quindi si va alla partenza più fiduciosi. Quello che ha fatto al mondiale credo non fosse mai successo prima. Comunque penso che se l’Olanda e il Belgio trovavano subito un accordo e lo mettevano a 20 secondi, era una cosa. Potevano fare l’azione e prenderlo. Se invece lo lasci andare, tira solo il Belgio e l’Olanda si nasconde, allora gli fai anche un favore. L’unico che poteva provare era Evenepoel, infatti tutti gli altri si sono finiti cercando di rispondere ai suoi scatti.

Torniamo alla Parigi-Tours, quanto è cambiata da quando l’hai vinta tu?

Ai tempi era ancora la Parigi-Tours classica, un po’ più lunga. Se c’era vento, veniva una corsa un pochino più dura. Poi hanno aggiunto due strappi finali e rispetto a quella che era la prova di Coppa del mondo cambiava parecchio e si decideva lì. Adesso il percorso è cambiato totalmente con queste strade sterrate. In teoria è più dura, però negli ultimi anni si è sempre deciso tutto in finale. Quindi più dura, ma anche no.

Il vento incide sempre?

Comanda lui. E’ il vento che determina quanto viene dura la corsa. Il percorso non è difficile, di per sé è fattibile.

Lo scorso anno, con la faccia piena di polvere, la Parigi-Tours l’ha vinta l’americano Riley Sheehan
Lo scorso anno, con la faccia piena di polvere, la Parigi-Tours l’ha vinta l’americano Riley Sheehan
Le strade bianche non incidono?

La verità? Non sono così belle e alla fine sono tutte dritte, quindi non sono neanche tecniche. E’ tecnico il pezzo del circuito, ma la strada sterrata in sé non è tortuosa – destra, sinistra, salita, discesa – che renderebbe il percorso tecnico come in Toscana. Sono tutte strade dritte, a parte una che ha due curve e un’altra che ne ha una. Quindi diciamo che fanno la differenza perché buchi. Mentre non l’abbiamo ancora mai fatta con la pioggia e questa potrebbe essere la vera incognita. Infatti mi hanno detto che ha piovuto per per tutta la settimana scorsa, quindi non credo proprio che arriverà ad asciugarsi tutto.

Preferisci questa versione della Parigi-Tours o quella di prima?

Quella di prima. Questa sembra una sorta di “vorrei ma non posso” cercando di imitare la Strade Bianche. In Francia nel 2018 e 2019 mettevano strade bianche dappertutto, perché si erano accorti che tiravano. Poi per carità, ci sta che abbiano voluto modernizzare un pochino la corsa, perché era sempre stata la corsa del vento. Però alla fine non è cambiato nulla: se non c’è il vento, la Parigi-Tours non diventa dura sino al finale. E il finale non è abbastanza duro per fare la differenza. L’anno scorso sono arrivati in quattro, ma la selezione è venuta dopo mille scatti e controscatti, non perché il percorso fosse impegnativo.

Quanto conta avere accanto la squadra?

Oddio, conta come in tutte le corse. Se c’è vento, più sei davanti e meglio è. Quando poi si arriva nelle strade sterrate, per quanto la strada in sé non sia così selettiva, il tratto è comunque nervoso. Sei sempre lì a limare e tenere posizioni. Quindi è ovvio che se hai qualcuno che ti dà una mano, come in tutte le corse, ti aiuta a risparmiare un po’ di energie. Io avrò con me un bel gruppo di giovani, compreso il nostro Sierra.

Quest’anno Trentin ha colto al Renewi Tour la prima vittoria in maglia Tudor Pro Cycling
Quest’anno Trentin ha colto al Renewi Tour la prima vittoria in maglia Tudor Pro Cycling
Come stai? Si può provare a fare qualcosa?

Sto bene. La settimana scorsa al Grand Prix de Wallonie ero lì per giocarmi la corsa e uno ha deciso di non fare la curva, di finirmi addosso e poi trascinarmi per terra. Alla Super 8 Classic ho fatto sesto. Questa settimana invece ho riposato. Ho ancora due gare, Parigi-Tours e Gran Piemonte, penso di star bene, quindi vediamo di portare a casa qualcosa. La squadra invece non farà le corse di Pozzato in Veneto, quindi fra poco si chiude la stagione e si pensa alla prossima. La squadra si sta rinforzando, come corridori e staff. Arrivano Alaphilippe e Hirschi che si inseriranno benissimo nel gruppo. Ho corso con entrambi e non ho dubbi. Il progetto sta crescendo davvero bene.

A tutta Tudor: De Kleijn bis, Pellaud fuga di dolore

03.10.2024
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MELAKA (Malesia) – Come un samurai. Come un corridore che non ha paura e spinge cuore e gambe oltre l’ostacolo. E se oggi Arvid De Kleijn ha vinto di nuovo è anche grazie al suo aiuto. Stiamo parlando di Simon Pellaud, tra i promotori della fuga di giornata, l’ultimo ad arrendersi e il penultimo a spostarsi dal treno della Tudor Pro Cycling Team.

Siamo arrivati a Malacca, una delle città maggiori della Malesia e un tempo della navigazione dell’Asia Meridionale. Da qui e da Singapore passavano merci che poi partivano alla volta di tutto il mondo. Questa era anche una roccaforte dei pirati, quelli dei romanzi di Salgari per intenderci.

Ancora una volata super per De Kleijn e di nuovo davanti a Malucelli. L’olandese ci ha messo un po’ per sbloccarsi, ma ora sembra imprendibile
Ancora una volata super per De Kleijn e di nuovo davanti a Malucelli. L’olandese ci ha messo un po’ per sbloccarsi, ma ora sembra imprendibile

Dal futuro ai pirati

La Kuala Lampur-Malaka è dunque la tappa simbolo di questo Tour de Langkawi. Si andava dalla città moderna, quella delle Petronas Tower sotto le quali è partita la corsa, ad una dei suoi agglomerati più antichi e tradizionali. Anche se va detto che purtroppo la gara non è arrivata in centro.

In questo scenario, il via parecchio movimentato prometteva bene. Ci si aspettava delle fughe e una grande lotta per i secondi di abbuono. Tra coloro che covavano qualcosa c’era anche Simon Pellaud, lo svizzero-colombiano, appunto compagno di De Kleijn.

All’ombra delle Petronas Towers, Pellaud firmava autografi. Anche da queste parti dopo aver vinto la maglia dei Gpm l’anno scorso, Simon è piuttosto popolare. D’altra parte, i tifosi italiani lo conoscono bene. Al Giro d’Italia si è fatto amare non poco. Ma dicevamo: mentre firmava gli autografi ci ha raccontato della sua stagione e del suo futuro.

Un tipico cartello malese! Pellaud (classe 1992) in fuga con a ruota De Bod e Poole
Un tipico cartello malese! Pellaud (classe 1992) in fuga con a ruota De Bod (e fuori campo Poole)

«Una stagione meno brillante? Io non direi. Sono stato tantissimo al servizio della squadra. E quelle poche volte che ho avuto la possibilità mi sono fatto vedere o sono andato in fuga. Ho fatto terzo in una tappa al Tour of the Alps, secondo al campionato nazionale. A Gippingen sono dovuto entrare io in azione nel finale perché i capitani erano rimasti dietro e l’altro giorno verso Cameron Highland purtroppo ho avuto problemi di dissenteria (cosa che succede spesso da queste parti e che oggi ha costretto Carboni al ritiro, ndr), per questo non sono riuscito a seguire i big nell’ultimo chilometro di salita.

«E credetemi, mi dispiace davvero tanto perché avevo una gamba buonissima. Non per esagerare, ma anche ieri se non fosse stato per le mie tirate credo che la fuga di quei sei sarebbe arrivata. O al contrario se avessi avuto la possibilità di entrarci credo che sarebbe andata in porto con un minuto di vantaggio visti i dati e come è andata».

E in effetti anche Davide Toneatti dell’Astana-Qazaqstan di Syritsa, questa mattina, ci aveva detto della fatica fatta per chiudere sui primi ieri.

Partenza dalle Petrons Towers, centro economico e simbolo della Malesia
Partenza dalle Petrons Towers, centro economico e simbolo della Malesia

Senza squadra

Al Team Tudor, dopo Trentin l’anno scorso, sono in arrivo altri corridori importanti: Alaphilippe e Hirschi su tutti. Come potrà inserirsi Pellaud in questo contesto? Lui è sia attaccante che aiutante. Come contribuirà alla crescita di questa squadra?

«Crescerà senza di me – dice Pellaud con chiarezza e dispiacere al tempo stesso – purtroppo non sarò parte di questo team. Farò queste altre tappe in Malesia poi non so. Lo scorso anno mi dissero che erano felicissimi di me, poi senza un chiaro motivo, senza un messaggio diretto mi sono ritrovato fuori dal progetto. Qualche tempo fa mi hanno chiesto se mi fossi trovato una squadra per la prossima stagione. E’ stato un colpo che davvero non mi aspettavo e per il quale ancora non dormo la notte».

A metà tappa la pioggia ha creato grossi problemi alla corsa. «Mai visto nulla di simile», ha detto Ivan Benedetto, fotografo di Sprint Cycling in gara
A metà tappa la pioggia ha creato grossi problemi alla corsa. «Mai visto nulla di simile», ha detto Ivan Benedetto, fotografo di Sprint Cycling in gara

E qui Pellaud si apre. Dal suo sguardo sempre sorridente emerge il suo dolore. E, perché no, anche la paura di dover smettere.

«Guardate questo gruppo – mentre indica i compagni vicino a lui – è un bel gruppo. Mi trovo benissimo con i ragazzi, con lo staff, i materiali. Mi fa male al cuore. Malissimo. Ieri per esempio dopo l’arrivo non ero con gli altri a festeggiare. Troppo dolore, mi faceva male».

Certo, bisogna ascoltare anche l’altra campana, come si suol dire, per avere un quadro definitivo, ognuno ha la sua verità. Però è anche vero che se l’atleta non ha ottenuto risultati perché doveva lavorare per i compagni e se gli dicono bravo per come sta andando, è chiaro che per lui capire diventa complicato. 

«Per me – riprende Pellaud – il ciclismo non è mai stato un mestiere, ma una passione. E forse ho sbagliato a interpretarlo sempre in questa ottica, anche pensando alla squadra. Davvero non posso credere che con questa gamba non possa continuare».

 «Se poi penso ai corridori che hanno preso per il prossimo anno davvero non capisco. Sono corridori a cui avrei potuto dare un aiuto importante e con i quali vado molto d’accordo. Con Lienhard ci conosciamo da quando eravamo ragazzini. Con Alaphilippe ho un buon rapporto, scherziamo… E con Hirschi il rapporto è super. Lui è un vero amico».

Dopo una breve pausa aggiunge: «Ma finché sono qui non mollo». 

Max Poole si era appuntato alla vecchia maniera i numeri dei corridori da tenere d’occhio per la lotta degli abbuoni
Max Poole si era appuntato alla vecchia maniera i numeri dei corridori da tenere d’occhio per la lotta degli abbuoni

Fuga disperata

Parte quindi la corsa e dopo il primo sprint scappa via la fuga buona. Dopo un guasto meccanico dello spagnolo Okamina, restano De Bod, Poole che tra l’altro è il leader della generale il quale per paura degli abbuoni ha deciso di difendersi attaccando, e proprio Pellaud.

Stavolta però il gruppo non commette l’errore di ieri. L’Astana alza subito il ritmo e Poole, una volta terminati i traguardi volanti, non ha tutto questo interesse a far fatica in pianura. All’arrivo mancano oltre 130 chilometri. Quando negli ultimi 45 chilometri ormai si capisce che la fuga è segnata, prima Poole e poi De Bod mollano. Pellaud resiste. Sogna. Spinge e chissà cosa pensa.

Lo svizzero è apprezzato in tutto il mondo per il suo modo di correre
Lo svizzero è apprezzato in tutto il mondo per il suo modo di correre

«Pensavo che non volevo mollare e ve lo avevo detto stamattina – ci dice mentre ancora un tifoso gli chiede la foto e la borraccia – E’ stata una fuga per il futuro. E sono contento anche perché nel finale ero nuovamente davanti a lavorare per De Kleijn. Ho dato il mio contributo: mi sono spostato ai 500 metri».

La sua azione tra l’altro ha consentito ai suoi compagni di stare a ruota e di beneficiare di un treno fresco per il finale. 

«No, non posso pensare di smettere con questa gamba e con questa grinta».

Presentata a Zurigo la nuova BMC Teammachine R: un capolavoro

26.09.2024
9 min
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ZURIGO (Svizzera) – Il truck del Tudor Pro Cycling Team è il riparo perfetto dalla pioggia. Siamo qui per la presentazione della nuova BMC Teammachine R Mpc. La sigla identifica la tecnologia Mpc, acronimo di Masterpiece. Sugli sgabelli per presentarla, il padrone di casa Fabian Cancellara, ma anche Stefan Christ, responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo. E’ una sorta di talk, in cui si gira intorno alla bicicletta e alla filosofia che l’ha creata.

Quattro punti chiave

«Penso che in sostanza – dice Stefan – siano quattro le cose che rendono MPC molto speciale. La prima è la precisione del layup e questa è davvero la chiave. Essere precisi al 100 per cento con ogni patch in fibra di carbonio che inserisci. Questo ci consente di dare a ogni porzione di fibra una funzione in modo che possa davvero sopportare il carico. E questo è il motivo principale per cui il telaio può essere effettivamente più leggero.

Stefam Christ è responsabile della ricerca e lo sviluppo di BMC
Stefam Christ è responsabile della ricerca e lo sviluppo di BMC

«La seconda cosa, che in qualche modo dimentichiamo sempre ma è ancora molto speciale, è che con la tecnologia Mpc abbiamo degli strumenti che ci consentono di produrre l’intero telaio in un unico pezzo. Non ci sono incollaggi, non c’è nessuna congiunzione sul telaio. E questo, ancora una volta, ci consente di risparmiare peso.

«La terza cosa è che possiamo saltare tutti i passaggi di finitura – prosegue Stefan – che si tratti di levigatura o verniciatura. Quello che vedete qui è il prodotto, come esce dallo stampo. Quindi non c’è bisogno di alcun trucco, perché non dobbiamo truccare nulla. E naturalmente, non dover applicare la finitura fa anche risparmiare peso.

«Infine la quarta cosa è che questo telaio viene prodotto in un posto abbastanza vicino alla Svizzera e per questo torniamo al nome Masterpiece. Per realizzare un telaio del genere, servono persone con un know-how e un set di competenze molto specifici, persino la loro manualità. In ogni fase di lavoro ci sforziamo di raggiungere la perfezione e questo non sarebbe possibile in un contesto di produzione di massa. Il telaio è realizzato in un posto dove la mentalità è molto vicina alla nostra. Intendo dire: persone che conoscono la Svizzera e ciò per cui la Svizzera è famosa».

Zero vernice

La bici è nera e priva di verniciatura e fa bella mostra di sé. Siamo riusciti a guardarla da vicino e fotografarla in attesa che arrivasse Cancellara, che ha avuto il privilegio di svilupparla con i tecnici di BMC. Solo che poi ha dovuto restituire tutti i campioni e nel dirlo ride disperato. Si capisce che Fabian e la sua squadra siano diventati partner privilegiati dello sviluppo dei nuovi prodotti.

«Viviamo insieme – dice Fabian – collaboriamo e non perdiamo tempo in stupidaggini. Andiamo davvero avanti e osiamo quando siamo in corsa. Penso che sul fronte della performance ci impegniamo e ci sosteniamo a vicenda. Nella famiglia BMC ci sono brave persone, che ci sostengono e che si sfidano a vicenda e poi trovano la strada giusta per permetterci di vincere le gare di ciclismo. BMC è sinonimo di performance e penso che Masterpiece sia il punto in cui prestazioni, ingegneria e produzione si fondono nel migliore dei modi. Utilizzano un metodo di produzione davvero unico, che permette di aumentare le prestazioni a livelli davvero estremi.

Prima della presentazione, Cancellara ha osservato a lungo la bici
Prima della presentazione, Cancellara ha osservato a lungo la bici

«Ovviamente quando l’ho provata, ho sentito delle differenze, anche ora che ho un po’ più di chili addosso. Ma credo che alla fine la sensibilità sia ancora lì e credo di averla ancora. Per questo, quando mi chiamano e mi chiedono se avrei voglia di provare una bici, rispondo sempre di sì. Perché mi piace e mi entusiasma. Naturalmente dare dei feedback è una responsabilità».

Quattro giorni di lavoro

Stefan riprende la parola. Le domande si susseguono e questa volta la curiosità di chi conduce l’incontro verte sulle tecniche di produzione che fanno di questa bicicletta, realizzata in collaborazione con Red Bull Advanced Technologies, qualcosa di raro. Sarà prodotta in poche centinaia all’anno, perché ogni cosa che la riguardi richiede tempi più lunghi.

«Nel complesso – dice – abbiamo visto l’opportunità di creare qualcosa di eccezionale. Siamo stati in grado di eliminare i vincoli che si hanno nella normale produzione del carbonio. Il fatto di non guardare alla produzione di massa, ma di concentrarsi sulla perfezione, ha rappresentato un grande passo e un nuovo punto di partenza. Siamo stati in grado di fare cose molto diverse perché sapevamo che non ne avremmo fatte molte, ma ognuna di esse doveva essere perfetta. 

«Per darvi un’idea, produrre un telaio così comporta circa due giorni di lavoro di un solo operaio. In questi due giorni, uno intero viene dedicato solo a mettere le fibre al posto giusto. Nella produzione tradizionale, questo avviene in circa quattro o sei ore e viene fatto da più mani diverse. Quindi il lavoro viene suddiviso tra diversi operatori. Inoltre nella produzione standard, si dedica molto tempo per realizzare la finitura e rendere il telaio un prodotto gradevole. Naturalmente qui è un po’ diverso».

Rigidità, peso, comfort, aerodinamica

E allora Christ va avanti a dire che in BMC dedicano più tempo all’accuratezza e alla precisione della stratificazione del carbonio, risparmiando così molto tempo nella finitura. E poi si passa agli obiettivi di questa realizzazione, che deve conciliare più esigenze in una sola bici.

«La sfida – spiega Stefan Christ – è quella di realizzare una bicicletta che abbia un alto punteggio in tutti tipi di prestazione. Intendo rigidità, peso, comfort e aerodinamica. Quattro aspetti che in qualche modo sono in lotta tra loro perché non è facile combinarle. Credo che tutti sappiamo quanto sia facile realizzare una bicicletta superleggera, scendendo a compromessi altrove. Idem se si vuole realizzare una bicicletta molto aerodinamica, ma con un peso di 7,5 chili. Noi abbiamo cercato di ottenere un punteggio altissimo in tutte le prestazioni. Ci sono voluti molti dati di simulazione per combinare leggerezza e aerodinamica. Penso che sia questo il punto in cui abbiamo fatto il più grande passo avanti.

«La rigidità invece è qualcosa che nel ciclismo professionistico tutti vogliono per il trasferimento di potenza e per la precisione di guida. Essa è sempre stata parte integrante della ricetta delle nostre bici da corsa, su questo non scendiamo mai a compromessi. La vera sfida è stata l’ottimizzazione fra leggerezza e aerodinamica, che abbiamo raggiunto grazie a molte simulazioni. Quindi direi che Teammachine R si distingue davvero dalla massa ed è eccellente su ogni terreno». 

La presentazione si è svolta sul truck del Tudor Pro Cycling Team
La presentazione si è svolta sul truck del Tudor Pro Cycling Team

Il limite è nel peso

Cancellara racconta le sue sensazioni sui vari prototipi provati. Dice che non si stupirebbe se i suoi corridori un giorno dovessero chiedergliela e viene da immaginare che per un Alaphilippe o lo stesso Hirschi una bici del genere potrebbe essere lo zuccherino che stimola l’ambizione. La bici arriva facilmente a 6,8 chili e lo svizzero sottolinea che i limiti di peso e la bontà delle bici già in loro possesso fa sì che i corridori debbano solo preoccuparsi di andare forte. L’incontro volge al termine, quella bici è bellissima e ci resta addosso solo la voglia di provarla. E’ disponibile presso i rivenditori proprio da settembre e il prezzo del kit telaio è di 8.999 euro. Fuori continua a piovere. La gara degli juniores nel frattempo è entrata nel vivo.

Dal ginocchio ko al ritorno ruggente: la pazza stagione di De Kleijn

20.09.2024
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Fino alla primavera aveva corso molto e aveva anche vinto, poi quasi di colpo Arvid De Kleijn è sparito, salvo rivederlo in gara sul finire dell’estate e di nuovo tornare a sfrecciare come una moto. Per il corridore del Tudor Pro Cycling Team, sono arrivate infatti due vittorie.

Cosa è successo a questo potente trentenne olandese ce lo dice il suo direttore sportivo, Sylvain Blanquefort. Un diesse al quale lo stesso De Kleijn è molto legato, visto che lo aveva già guidato alla Swiss Racing Academy, prima che diventasse Tudor. E sempre lui lo ha voluto nel team professionistico quando nel 2022 stava nascendo l’attuale team.

Il direttore sportivo Sylvain Blanquefort (classe 1985) è un ex corridore. E’ in questo gruppo sin dai tempi della Swiss Racing Academy
Sylvain Blanquefort (classe 1985) è un ex corridore. E’ in questo gruppo sin dai tempi della Swiss Racing Academy

Un errore banale

«Arvid – racconta Blanquefort – ha subito un trauma al ginocchio durante un ritiro in quota ad aprile con la squadra. Ci è voluto molto tempo per risolvere questo infortunio. Il team è rimasto molto attento alla sua situazione. Lo ha supportato nel miglior modo possibile nel suo processo di guarigione con un costante controllo da parte dei medici della squadra».

Proprio De Kleijn a suo tempo aveva parlato di uno errore sciocco. Aveva sbattuto con il ginocchio sul manubrio danneggiando la parte ossea della rotula, a quanto pare. Questo ha compromesso gran parte della sua stagione. Ma l’atlelta di Herveld, cittadina ad un centinaio di chilometri a Sud-Est di Amsterdam, non si è perso d’animo.

«Come per tutti i corridori, questi non sono mai momenti facili – ha ripreso Blanquefort – soprattutto perché l’infortunio è arrivato in un periodo con tante gare in programma e tante possibilità di vincere. Ma Arvid è un corridore esperto, ha saputo gestire bene la frustrazione ed è stato paziente per il suo ritorno».

Tutta la potenza di Arvid De Kleijn: 171 cm per 68 chili
Tutta la potenza di Arvid De Kleijn: 171 cm per 68 chili

Ritorno da leone

Un problema del ciclismo attuale è che se perdi il treno per infortuni relativamente lungh,i poi recuperare è un bel “casotto”. L’olandese non ha corso dalla Scheldeprijs del 3 aprile, fino alla crono inaugurale del Giro di Danimarca del 14 agosto. Ma questo sembra non aver scalfito De Kleijn, anche se parliamo di un velocista. Magari in tal senso va peggio allo scalatore.

Ancora Blanquefort: «Per il suo recupero, abbiamo fatto un training camp di allenamento in quota con tutta la squadra a Khutai (in Austria, ndr) a luglio per prepararci al meglio alla seconda parte di stagione. Questo blocco di lavoro è stato davvero buono per lui e la via del suo recupero. La squadra gli ha concesso ancora un po’ di tempo per lavorare prima di tornare a correre, cosa che è avvenuta al Giro di Danimarca. Ne è uscito frustrato, perché aveva la possibilità di vincere una tappa».

Ma evidentemente non è facile neanche per lo sprinter ritrovare il colpo di pedale, la brillantezza per poterla sfruttare su un lotto di avversari che ormai è altissimo in ogni gara del calendario WorldTour e non.

«Il GP Fourmies (che Arvid ha vinto, ndr) ha segnato l’inizio di una lunga serie di gare con sprint di questo finale di stagione. Ed in queste competizioni che De Kleijn vuole essere protagonista e fare il più possibile da qua fine anno».

Con Blanquefort si parla anche dell’europeo, che proponeva un tracciato piuttosto adatto alle caratteristiche di De Kleijn, ma il diesse sostiene che certe scelte spettano al tecnico della nazionale olandese. «Tra l’altro in Olanda ci sono grandi velocisti e Arvid era appena tornato alle corse. Era davvero complicato per lui far parte di quella selezione».

Secondo Blanquefort, De Kleijn è un vero uomo squadra
Secondo Blanquefort, De Kleijn è un vero uomo squadra

De Kleijn leader

In questi giorni, a diversi media olandesi De Kleijn ha anticipato un po’ le sue ambizioni per l’anno che verrà. Dopo la vittoria ad Isbergues, tra l’altro arrivata in modo inaspettato – era caduto, si è rialzato, ha vinto allo sprint con tanto di esultanza limitata dal mal di schiena (nella foto di apertura, ndr) – Arvid ha detto di voler prendere finalmente parte al suo primo grande Giro. Potremmo così vederlo in Italia o, perché no, al Tour de France, che sembra aprire le porte alla squadra svizzera. Intanto da qui a fine stagione lo vedremo impegnato al Kampioenschap van Vlaanderen, alla Gooikse Pijl e al Tour del Langkawi.

«Arvid – va avanti Blanquefort – è uno sprinter puro. E’ davvero molto veloce. Nelle gare che finiscono in volata ormai è sempre uno dei favoriti. Dallo scorso anno la squadra è stata anche in grado di mettergli un treno a disposizione. Gli automatismi con i giovani corridori del treno sono buoni e loro stessi stanno progredendo e questo offre migliori possibilità ad Arvid.

«Una sua caratteristica che apprezzo? E’ un vero leader con il suo gruppo. Dopo una vittoria o una gara andata meno bene, ha sempre le parole giuste e cerca di motivare tutti per il giorno successivo. E’ una persona molto diretta e di altissima qualità».

Quello che Alaphilippe porterà alla Tudor: parla Cancellara

03.09.2024
4 min
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Qualcosa ci aveva colpito nelle parole di Julian Alaphilippe al momento di annunciare la firma con il Tudor Pro Cycling Team. Il racconto del francese circa lo scambio di opinioni con Fabian Cancellara sulla famiglia e la serenità nella squadra hanno creato una sorta di ponte fra le due enormi esperienze in campo. Ci siamo tutti ritrovati a pensare che, al netto delle eventuali responsabilità, gli ultimi mesi del francese alla Soudal-Quick Step non siano stati l’ideale per rendere al meglio. Le parole martellanti di Lefevere sono risultate destabilizzanti per un atleta che dopo gli infortuni non aveva ancora ritrovato la piena efficienza fisica. Ora che il corpo riesce a pedalare alla velocità della mente, si è rivisto un Alaphilippe battagliero e vincente. Solo che ormai la frittata era fatta. La sfiducia è stata insuperabile, la squadra belga non ha proposto rinnovi contrattuali di alcun tipo e Julian ha firmato con la Tudor. Troverà Ricardo Scheidecker, come abbiamo spiegato, e anche Matteo Trentin che ben conosce.

Cancellara, qui con Luc Wirtgen, è il proprietario del Tudor Pro Cycling Team
Cancellara, qui con Luc Wirtgen, è il proprietario del Tudor Pro Cycling Team

Il fuoco dentro

Cancellara è il proprietario dei team e contrariamente a quanto accade nelle professional di tutto il mondo, evita di spingere troppo sul gas. Non si sta affrettando a promettere il WorldTour, anche se è comune convinzione che i suoi sponsor potrebbero reggerne benissimo l’impatto. Si cresce per gradi, innestando di volta in volta gli uomini giusti per il progetto. E l’arrivo di Alaphilippe e Hirschi, che si sommano a Trentin e Dainese iniziano a comporre uno scheletro piuttosto convincente.

«Per noi è una grande opportunità avere Julian con noi – ha spiegato Cancellara a L’Equipe – per il nostro progetto, con il suo modo di correre, il suo brio, la sua esperienza. Quando vince è una cosa, ma se vince un suo compagno è orgoglioso come se fosse lui. E’ un ragazzo semplice che ha tenuto i piedi per terra. Ha ancora il fuoco dentro, la voglia di fare bene».

Alaphilippe sa vincere, ma sa anche esultare quando il risultato viene da un compagno di squadra
Alaphilippe sa vincere, ma sa anche esultare quando il risultato viene da un compagno di squadra

Un corridore del team

Cancellara sa stare al mondo e lo conosce bene. E’ stato a lungo la colonna portante delle squadre di Riis, vincendo le sue classiche più belle. Poi è passato nell’orbita della Trek e con Luca Guercilena ha chiuso la carriera vincendo le Olimpiadi di Rio nella crono. Sa che l’errore più grande è quello di caricare il peso della squadra sulle spalle del corridore di gran nome. A lui è successo e non l’ha sempre trovato divertente.

«Non spetta a Julian costruire la squadra – ha proseguito Cancellara – deve portare valore aggiunto alla nostra struttura, ma non dico che abbia delle responsabilità, delle pressioni. Siamo noi, tutti insieme. E abbiamo la responsabilità di metterlo in buone condizioni. Deve poter tornare a casa e stare tranquillamente con la sua famiglia. Penso che Julian abbia bisogno di questo, di quella tranquillità, di una buona atmosfera, di persone di cui si fida, che credono in lui, attorno a lui. Non ha niente da dimostrare, ma sono sicuro che se avrà questo equilibrio, farà il resto».

Ritrovata la salute, Alaphilippe ha ritrovato la vittoria, ma ormai la frattura con Lefevere era insanabile
Ritrovata la salute, Alaphilippe ha ritrovato la vittoria, ma ormai la frattura con Lefevere era insanabile

La porta del Tour

Ovviamente lo svizzero sa che l’investimento sul francese ha due facce: quella dei risultati che potrà portare e quella delle porte che potrà aprire. Sin dal suo debutto fra le professional, la Tudor ha avuto grande accoglienza nelle corse del Belgio, ma un po’ più tiepida in Francia. Mai provate ancora le Classiche Ardennesi. Invitata per la prima volta alla Parigi-Nizza, è riuscita a vincere la tappa di Montargis con Arvid De Kleijn, che dopo aver regalato alla squadra la prima vittoria in assoluto alla Milano-Torino del 2023, ha così offerto la prima nel WorldTour.

«Siamo una squadra di seconda divisione – ha spiegato ancora Cancellara – vogliamo continuare come abbiamo fatto finora e stabilizzare la nostra organizzazione. Grazie a Julian avremo delle opzioni, ma non andremo dove non saremo in grado di distinguerci. E’ escluso che andiamo a una gara solo per esserci. Se andiamo , vogliamo essere offensivi, gareggiare, mostrare unità e carattere. Possiamo chiedere di partecipare al Tour, ma la decisione non è nelle nostre mani. Non è detto che con la presenza di Julian questo accadrà con sicurezza. Abbiamo un grande progetto sul tavolo, ma non abbiamo deciso. Se continuiamo a stabilizzare la nostra organizzazione, il nostro modo di correre, avvicinarci ai primi 20 team, può essere un obiettivo concreto».

Intanto Hirschi a suon di vittorie prepara il mondiale

31.08.2024
5 min
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E’ innegabile che Marc Hirschi sia uno dei grandi protagonisti di questa fase della stagione, in alternativa alla Vuelta e in preparazione a un rutilante finale di stagione. Non solo per i suoi risultati, perché il suo passaggio alla Tudor è stato uno dei “botti” del ciclomercato in vista del 2025, una scelta che dice molto anche della nuova conformazione che la Uae sta assumendo sempre più intorno al vincitutto Pogacar ma anche delle ambizioni della squadra elvetica, protagonista di acquisti eccellenti.

Nel testa a testa di San Sebastian beffa Alaphilippe, suo prossimo compagno di colori
Nel testa a testa di San Sebastian beffa Alaphilippe, suo prossimo compagno di colori

Doppio colpo

Hirschi, anche per rispetto nei confronti dei suoi attuali datori di lavoro, non vuole parlare della sua nuova destinazione, d’altro canto c’è molto da dire in relazione a quanto sta facendo, basti pensare che in 55 giorni di gara ha colto 5 vittorie e 14 Top 10, ma viene soprattutto da due trionfi prestigiosi nelle ultime due classiche del WorldTour, San Sebastian e Bretagne Classic.

«Entrambe le vittorie sono state importanti perché parliamo di WorldTour – racconta l’elvetico – ma soprattutto di corse con tanta storia nel ciclismo, con grandi nomi nel loro albo d’oro. Non posso dire quale sia più stata la vittoria più grande, sono molto felice di aver vinto queste due gare che da sole portano in ampiamente positivo il giudizio sulla mia stagione, anche se la voglia di vincere è ancora tanta».

Hirschi sul podio di Plouay dopo aver battuto Magnier e Cort
Hirschi sul podio di Plouay dopo aver battuto Magnier e Cort
Quattro vittorie nell’ultimo mese: pensi sia il tuo periodo migliore da quando sei passato professionista?

Sì, penso sia molto simile al 2020. Ero allora in ottima forma dopo il Tour de France e portai a casa vittorie importanti e ora sono sicuro di essere al top della forma al momento. Spero di poter sfruttare questo stato ancora a lungo.

Ti è pesato non aver potuto effettuare un Grande Giro o per le tue caratteristiche sono state meglio le corse che hai fatto?

Avevamo deciso insieme con la squadra il mio calendario, in particolare questo periodo della stagione incentrato sulla preparazione per i campionati del mondo a Zurigo. Piuttosto che la Vuelta, che pure so essere utilissima per fare la gamba, preferisco andare in quota e se il meteo è molto buono è una buona preparazione, ma senza rinunciare alle corse perché non sai mai che tempo potrai trovare nel periodo stabilito in altitudine, soprattutto in questo periodo. Per cui preferisco alternare brevi periodi in altura e gare. Ora farò un periodo in quota, di nuovo un blocco di allenamento e poi farò le gare italiane, dal GP Industria e Commercio dell’8 settembre al Matteotti del 15, cinque corse in tutto.

Per Hirschi 4 anni alla Uae, con 17 vittorie ma non sempre vissuti in tranquillità
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E quale è quella che ritieni più adatta a te?

Nessuna in particolare, sono tutte gare molto buone per me e sono anche una preparazione super buona per le caratteristiche del percorso del mondiale. Il Toscana l’ho vinto due anni fa e so che va molto bene per me, la prova di Peccioli dove ho prevalso lo scorso anno ha un percorso molto mosso, il Memorial Pantani ha molte salite brevi e ripide. Penso che siano tutte buone per me.

Guardandoti indietro, ai Giochi di Parigi potevi fare di più?

Alla fine è stata una gara molto particolare, senza radio, con piccole squadre. Tutto molto diverso dal solito e non era facile adattarsi. A un certo punto c’era Kung davanti, quindi non era il caso di muovermi, poi nel finale sul pavé era davvero difficile capire come muoversi, non avevamo riferimenti ed eravamo tutti davvero al limite. Su quel percorso, con la forma che avevo al momento ero comunque inferiore a chi è andato a medaglia. Col senno di poi penso che la corsa avrebbe dovuto essere più dura e lottata nella prima parte, prima di arrivare al circuito finale, lì per me è stato difficile seguire il ritmo dei migliori.

Ai Giochi Olimpici di Parigi un 16° posto non pari alle sue aspettative, a 2’13” da Evenepoel
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Il mondiale nella tua Zurigo lo ritieni adatto a te e ha un’importanza particolare correre davanti alla tua gente?

Sì, per me ce l’ha. E’ il grande obiettivo di quest’anno. Si corre in casa e il tracciato non è male per le mie caratteristiche. È un percorso duro, un po’ per tutti, emergerà chi ne avrà di più. Può essere buono per chi ha fondo, per chi è portato ad attaccare, ma anche per gli scalatori. Quindi è una gara abbastanza aperta. Io mi gioco tutto lì, ci tengo particolarmente a emergere davanti ai miei connazionali.

Viste le tue caratteristiche, tra corse di un giorno e brevi corse a tappe dove pensi di andare più forte?

Dipende molto dal momento. Per ora mi alleno molto per le gare d’un giorno. Ma penso di poter essere tra i migliori anche in altre gare, soprattutto sto lavorando molto per il futuro. Io credo di poter far meglio anche nelle corse a tappe più grandi. Sapendo però che i grandi giri sono un altro livello, non basta sentire che le gambe vanno super forte, devi avere anche caratteristiche di resistenza, di gestione che devo ancora fare mie. Ma spero intanto in futuro di diventare molto competitivo anche nelle corse di una settimana.

Per il bernese la vittoria nel Czech Tour a conferma della sua dimensione anche nelle corse a tappe
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Quanto è importante per tutto il ciclismo svizzero avere una squadra prossima all’ingresso nel WorldTour come la Tudor nella quale correrai nel 2025?

Penso che sia fondamentale soprattutto per i giovani corridori perché è più facile trovare spazio nella formazione di casa. Guardate le squadre francesi, prendono principalmente i corridori giovani francesi, consentendo loro di completare la loro crescita. A noi serve una realtà simile. E’ difficile entrare in una realtà straniera per un giovane corridore svizzero, quindi penso che dia molte opportunità ai giovani corridori di mettersi in mostra. Non ci sono tanti spazi per trovare un contratto, quindi questo aumenterà le possibilità.

Alaphilippe alla Tudor, aria nuova e voglia di vincere

27.08.2024
5 min
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Era scritto da mesi che Julian Alaphilippe avrebbe lasciato la Soudal-Quick Step: Lefevere ha fatto di tutto per costringerlo a mollare e alla fine ce l’ha fatta. Pochi però immaginavano che “Loulou” sarebbe andato alla Tudor Pro Cycling. Il suo nome sembrava ormai associato a quello di Bernaudeau e alla Total Energies, invece alla fine ha prevalso l’offerta di Cancellara. E volendo leggere fra le righe, la sensazione è quella di un Alaphilippe ancora battagliero, che ha voglia di nuovi stimoli e nuove vittorie. La squadra francese non sembra il luogo ideale per chi ha ancora l’indole del guerriero.

A San Sebastian, Alaphilippe più esplosivo di Hirschi in salita, ma lo svizzero vincerà in volata
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Una scelta difficile

Alaphilippe ne ha parlato dopo la gara di Plouay, chiusa a 11″ da Hirschi, che lo aveva già battuto a San Sebastian e passerà con lui nella squadra svizzera. La sua scelta deriva da motivazioni particolari e forti, come ci aveva spiegato qualche giorno fa Ricardo Scheidecker, Head of Sports del team svizzero.

«Non è stata una decisione facile – ha raccontato Alaphilippe – perché si è trattato di scegliere fra bei progetti e persone che avevano lavorato tanto per avermi con sé. Mi faceva male l’idea di deluderli, ma alla fine ho scelto di pensare a me stesso. Ho ascoltato il mio cuore e questo mi ha fatto sentire libero. So di aver fatto la scelta giusta».

Fra Ricardo e Cancellara

A ben vedere non si tratta di un salto nel buio. Con Trentin ha corso per quattro anni, quando ancora Matteo militava nel gruppo Quick Step, e lo stesso Ricardo Scheidecker ne era una colonna portante. A ciò si aggiunga la voglia di nuove motivazioni, dopo l’intera carriera nella stessa squadra.

«Le mie esigenze sono semplici – spiega Julian – facciamo uno sport difficile e volevo un progetto con una base solida, dove devo pensare solo alla prestazione, a me e alla mia famiglia. So che la squadra si occuperà di tutto il resto. Conosco bene Trentin, ho bei ricordi. Conosco anche Ricardo ed è una persona con cui ho vissuto bellissimi momenti alla Quick Step. Lui è stato il primo a spiegarmi il progetto e la voglia che avevano di lavorare con me. Ci ho messo del tempo, perché volevo prima tornare ai miei livelli, senza le mille questioni legate a un passaggio di squadra. Volevo essere certo di fare la scelta giusta. Ho parlato molto anche con Cancellara. Mi ha fatto capire di esserci passato, che era una decisione importante e difficile da prendere, soprattutto a questo punto della carriera. Cose che lui ha vissuto, al punto da aver parlato anche di come bilanciare la vita familiare con le corse».

Nella scelta di Alaphilippe sarebbe centrale anche la voglia di stare vicino alla famiglia (foto Instagram)
Nella scelta di Alaphilippe sarebbe centrale anche la voglia di stare vicino alla famiglia (foto Instagram)

La ricerca della felicità

Scheidecker ha usato la parola “felicità”, forse perché era evidente che nella vecchia squadra questa fosse ormai perduta. Di solito il rinnovo del contratto avveniva dopo la Liegi, ma questa volta Lefevere ha preso tempo e ha dato ad Alaphilippe la possibilità di guardarsi intorno. Andare alla Tudor ha significato accettare la scommessa dei corridori che l’hanno preceduto. Dover aspettare gli inviti e non avere le certezze di un team WorldTour.

«Voglio realizzarmi – spiega – vincere le gare. Voglio sentirmi bene con me stesso, per dare il massimo e portare la squadra al top. Questo è il mio obiettivo. Sono felice di avere un ruolo di leadership, ma so anche che dovrò dare l’esempio ai tanti giovani, in bici e giù dalla bici. Questo mi motiva e mi rende felice. Rimanere era impossibile. Negli ultimi anni ci sono stati momenti complicati. Quindi oltre al fatto che ero già un passo avanti sull’idea di cambiare ambiente, la decisione non è stata così complicata. Ho pensato al discorso degli inviti, ma ho fiducia. Spero che faremo tutte le grandi gare, dalle Ardenne fino al Tour. Ho ambizioni per me e per la squadra, ma dovremo meritarci ogni invito. La voglia di Tour cresce con il passare degli anni. Quest’anno ho scelto il Giro e le Olimpiadi, ma devo dire che il Tour è quello che mi è mancato per fare meglio a Parigi».

Le Olimpiadi sono state il cuore dell’estate di Alaphilippe, cui forse è mancata la condizione del Tour
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La saggezza del Tour

La stagione propone ancora sfide interessanti: al centro di tutto, il mondiale di Zurigo che per l’Alaphilippe vecchia maniera sarebbe davvero il perfetto banco di prova. Alla fine dello scorso anno, Davide Bramati disse che per rivedere Julian al top dopo l’incidente di Liegi sarebbe servito un altro inverno e la previsione si è avverata alla perfezione.

Se tutto va come sperano Cancellara e lo stesso francese, il prossimo potrebbe essere l’anno di alcune belle rivincite: fra tutte quelle della Liegi, chiusa al secondo posto nel 2021 dietro Pogacar. E conoscendo la gente del Tour, siamo abbastanza certi che faranno di tutto per avere al via il francese più amato. Un uomo che ha avuto coraggio. Se avesse voluto la certezza della Grande Boucle, gli sarebbe bastato firmare in Francia e avrebbe avuto davanti giorni da Re Sole e forse anche più soldi. Ripartire da Tudor è il chiaro segnale della sua voglia di fare.

Dietro gli arrivi di Alaphilippe e Hirschi, c’è una Tudor che cresce

24.08.2024
5 min
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A metà del secondo anno della sua storia come professional, con undici vittorie nel primo e già nove nel 2024, il Tudor Pro Cycling Team si è messo sul mercato e ha realizzato due colpi magistrali. L’arrivo di Marc Hirschi e quello di Julian Alaphilippe innalzano il tasso tecnico della squadra svizzera e la dotano di due uomini vincenti che saranno capaci di finalizzare il gran lavoro degli altri. Più in generale, guardando i movimenti del team, si ha la sensazione che l’opera di consolidamento prosegua con coerenza e seguendo un piano ben preciso.

In questi giorni, Ricardo Scheidecker si trova con la squadra al Lidl Deutschland Tour, per cui quando lo raggiungiamo ha appena finito il debriefing della tappa di ieri – vinta da Mads Pedersen – e sta per iniziare una riunione con lo staff. Non ci sono giornate tranquille durante le corse, ancor meno nelle squadre che pur vivendo nel presente stanno costruendo il futuro. Con il suo ruolo di Head of Sports, il portoghese è la figura di riferimento per fotografare il momento del team.

Vi siete mossi sul mercato con colpi veloci, precisi e di qualità. C’è la sensazione di un cambio di marcia…

Forse non un cambio di marcia, semplicemente il processo di crescita che prosegue. Il cambio c’è stato fra il primo e il secondo anno quando da 20 corridori passammo a 28 e fu un passaggio importante. Nel 2025 avremo un corridore in più, saremo 29. La squadra ha bisogno di qualità e di esperienza, ma non solo a livello di atleti. Stiamo facendo lo stesso con lo staff. L’anno scorso abbiamo preso il “Toso” (Matteo Tosatto, ndr) e Bart Leysen come rinforzo nell’area tecnica. Sul fronte dei corridori abbiamo esperienza, ma servono anche motori e qualità fisiche importanti, come nel caso di Hirschi, di Alaphilippe, lo stesso Marco Haller e Lienhard. In più abbiamo fatto passare dei corridori della devo team (Aivaras Mikutis e Fabian Weiss, ndr) e questo vuol dire che non trascuriamo lo sviluppo. Quindi credo che sia un mercato equilibrato.

Quanto c’è di tuo, dopo i tanti anni alla Quick Step, nell’arrivo di Alaphilippe?

Julian è un campione e credo che avesse anche altre proposte. E’ stata una scelta della squadra, non una scelta di Ricardo. Poi che io abbia aiutato nel creare il ponte è un altro discorso, perché abbiamo lavorato insieme per sei anni, credo i migliori della sua carriera. Abbiamo condiviso tantissimi momenti ed è rimasto un rapporto di amicizia vera, non solo di lavoro. Ma il bello di questa squadra è che gli acquisti si ragionano insieme con un gruppo di persone e non per la scelta di uno solo.

Ricardo Scheidecker, portoghese, è Head of Sports al Tudor Pro Cycling Team (foto Anouk Flesch)
Ricardo Scheidecker, portoghese, è Head of Sports al Tudor Pro Cycling Team (foto Anouk Flesch)
Hirschi è svizzero, la squadra è Svizzera: può diventarne la bandiera?

Diventerà logicamente uno dei leader della squadra, questo è molto chiaro. Noi crediamo assolutamente che abbia il potenziale per fare più di quello che fa al momento. Il fatto che sia svizzero è un’ottima coincidenza, soprattutto perché in squadra abbiamo colleghi che hanno lavorato con lui in passato e anche loro hanno contribuito a dargli fiducia perché decidesse di venire qui. Ritroverà persone con cui ha lavorato e che lo conoscono bene. E lo abbiamo trovato convinto del fatto che qui in Tudor Pro Cycling troverà l’ambiente giusto per la sua carriera e per esprimersi ai suoi livelli migliori.

Marc ha 26 anni, Julian ne ha 32. Pensi che abbia ancora il livello per essere l’Alaphilippe di prima dell’incidente?

Quest’anno si è rivisto a un bel livello, devo dire. Sono convinto che potrà tornare a uno standard altissimo. Se poi sarà al livello dei vecchi tempi, lo scopriremo l’anno prossimo quando cominceremo a correre. Quest’anno ha già dato dei segnali in questo senso, perché ha vinto un po’ di corse in modo importante, con lo stile di una volta. Credo che la chiave per lui sia trovare felicità e la nostra promessa è che qui la troverà. Conoscendolo, se davvero sarà così, il resto verrà naturale. La sua qualità porta tantissimo alla squadra, ma non basterà avere un nome. Dovremo essere in grado di meritarci quello che eventualmente verrà.

Il mercato è ancora aperto per altri colpi?

No, siamo a posto.

Se dovessi dare una valutazione a metà di questa stagione, cosa diresti della squadra?

Nel complesso, che vuol dire tenere conto anche del tanto lavoro non visibile all’esterno e che ci fa crescere, io dare un 8. Credo che stiamo lavorando bene. Conosciamo le nostre debolezze e ci impegniamo per migliorarle. La squadra ha un anno e mezzo, per cui possiamo essere fieri pur tenendo i piedi per terra, perché ancora non abbiamo fatto nulla di quello che ci proponiamo. Però pian piano stiamo crescendo. E quello che abbiamo progettato per il prossimo anno sarà un altro scalino che potremo salire.

Trentin vince al Wallonie e rimanda le domande a Bennati

02.08.2024
5 min
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L’umore di Matteo Trentin è come il cielo che sovrasta casa sua nel Principato di Monaco, per gran parte del tempo sereno, ma a volte si scurisce. Da un lato c’è la vittoria al Tour de Wallonie, la prima in maglia Tudor Pro Cycling e la prima in una corsa a tappe per il trentino. Dall’altra parte, invece, c’è la non convocazione nel trio che si giocherà l’oro olimpico a Parigi 2024. Al suo posto il cittì Bennati ha deciso di portare Luca Mozzato. Erano loro due e forse pochissimi altri a giocarsi l’ultimo posto disponibile, vista la convocazione quasi obbligata di Elia Viviani e quella certa di Alberto Bettiol

Per Trentin al Wallonie anche la prima vittoria di una corsa a tappe in carriera
Per Trentin al Wallonie anche la prima vittoria di una corsa a tappe in carriera

Il sapore della vittoria

L’ultimo successo di Matteo Trentin risale ad ottobre 2022, al Giro del Veneto, quando ancora vestiva la maglia del UAE Team Emirates. La scorsa stagione ci era andato vicino un paio di volte al Delfinato, ma si era fermato al secondo gradino del podio. Anche ad inizio anno, ad Almeria, aveva sfiorato il successo. 

«Era anche ora – dice Trentin – è stata la prima vittoria con la maglia della Tudor. In più si è trattata dalla prima volta in cui ho vinto una corsa a tappe. Sono molto contento di quanto fatto. Ero partito per il Belgio con l’obiettivo di vincere una tappa, poi è arrivata anche la maglia così abbiamo provato a portarla fino alla fine. Per me si è trattato di un buon segnale, a dimostrazione che quando preparo un obiettivo ci sono. Non sarà stata la gara più importante dell’anno, ma con il ciclismo di oggi non ci sono più corse facili o difficili. Vincere è sempre impegnativo. In Belgio ogni tappa è stata tirata e io ho risposto bene restando davanti anche in quelle più dure».

La sua ultima vittoria risaliva al Giro del Veneto 2022, in maglia UAE
La sua ultima vittoria risaliva al Giro del Veneto 2022, in maglia UAE
Un ottimo risultato considerando che è arrivato con la nuova squadra. 

E’ andata bene anche per questo. Sono contento per l’ambiente e penso possa fare bene alla mentalità di tutti. Nella prima parte di stagione la Tudor si è comportata molto bene con delle buone prestazioni al Giro d’Italia. Poi siamo calati un pochino, ma nella seconda parte di stagione abbiamo rimesso tutto a posto. Oltre alla mia vittoria al Wallonie sono arrivati un quinto e un sesto posto nella generale del Czech Tour. 

Una squadra giovane, ma che sta imparando tanto. 

L’età conta, ma i miglioramenti si vedono tutti. La Tudor non è una formazione abituata ad arrivare nel finale di una corsa a tappe con un leader. Certi automatismi vanno oliati. D’altronde era la prima volta anche per me. 

C’è qualcosa da perfezionare?

Più che altro abbiamo agito e capito come fare. Una bella lezione che verrà utile in futuro. Certe cose non le puoi migliorare se non ti trovi mai a fronteggiarle. Nel complesso l’ultima tappa l’abbiamo corsa bene, ci sono alcune cose da valutare…

Quali?

Dei tecnicismi. Ad esempio nella prima parte di gara controllare la fuga non è stato semplicissimo. Nel corso della gara è andata bene invece. Poi il finale è stato più movimentato, anche io ho sbagliato un po’ l’approccio. Sono uno che è abituato a seguire per poi provare a vincere, invece in questi casi bisogna ragionare per l’obiettivo più grande. Posso dire che il riassunto dell’esperienza al Wallonia é: non si smette mai di imparare. 

L’esclusione da Parigi 2024 fa male, ma Trentin rimanda a Bennati le domande
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Dopo la pausa è stato un bel modo per ripartire…

Sì. Dopo un periodo di pausa ero andato a Livigno ad allenarmi da solo. Mi sono portato dietro la famiglia per qualche giorno. Due settimane di lavoro fatte bene che mi hanno permesso di arrivare pronto per questa seconda parte di calendario. 

Nel quale erano previste le Olimpiadi?

Ero andato in ritiro con l’obiettivo di preparare anche questo appuntamento. 

Invece la convocazione non è venuta, ne hai parlato con Bennati?

Per i ragionamenti che non hanno portato alla convocazione dovete chiedere a lui. La mia versione è che mi sono preparato al meglio e la vittoria in Belgio ne è la dimostrazione. Sarei stato pronto e l’ho fatto vedere.

Il Wallonie è stato un bel banco di prova per Trentin che ha imparato a gestire la corsa in maniera diversa
Il Wallonie è stato un bel banco di prova per Trentin che ha imparato a gestire la corsa in maniera diversa
I tuoi obiettivi per la seconda parte di stagione prevedono gli europei?

Ripeto che dovete parlarne con il cittì. Non mi sento più di sbilanciarmi. Correrò e farò il mio.

Che calendario farai con la squadra?

Correrò al Giro di Danimarca e al Renewi Tour, ancora in Belgio. Poi sarò alla Bemer Cyclassic (ex Cyclassics di Amburgo, ndr). Poi ci sarà da capire se sarò al via delle gare in Italia o se sarò ancora al Nord. Questo però dipende dagli inviti che arriveranno alla squadra. 

Allora ti facciamo un in bocca al lupo sperando di vederti alle corse in Italia.

Crepi!