Cross e volate, Merlier si fa largo all’ombra di Jakobsen

17.01.2023
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Le sue quattro vittorie nel 2022 in maglia Alpecin-Deceuninck gli sono valse un contratto con la Soudal-Quick Step, in cerca di una seconda punta veloce da affiancare a Jakobsen. Ma anziché mettersi a ragionare da velocista e basta, Tim Merlier si è lanciato nuovamente nelle sfide del cross.

A ben vedere, il velocista di Wortegem-Petegem, paesino di seimila anime nelle Fiandre Orientali, nel cross era nato, con un’attività molto intensa fino al 2019, drasticamente ridotta con l’approdo alla Alpecin-Fenix cui bastava forse Van der Poel. Dai 25 giorni di gara del 2019-2020, scese ai 10 dell’anno successivo quando aveva già 28 anni e le strade chiuse dall’avvento prepotente dei fenomeni del cross. Non era scontato che avrebbe ripreso al passaggio nella nuova squadra, come invece è accaduto.

Come tutti i belgi, anche Merlier è nato nel cross. Nel 2011 aveva 21 anni: eccolo agli europei U23 di Lucca
Come tutti i belgi, anche Merlier è nato nel cross. Nel 2011 aveva 21 anni: eccolo agli europei U23 di Lucca

Il richiamo del cross

Capelli corti a spazzola, sorriso contagioso, la battuta pronta, il belga (in apertura con l’amico Bert Van Lerberghe, foto Wout Beel) Merlier ha vinto una tappa al Giro, una al Tour e quest’anno potrebbe fare la Vuelta. Ma il ritorno nel cross lo ha messo di buon umore.

«Mi rende davvero felice – ha raccontato alla presentazione del nuovo team – devo confessare che non ho fatto alcun allenamento specifico. Giusto qualche giro per riprendere la mano. Qualche colpo dignitoso riesco ancora a farlo – ha sorriso – e mi sto divertendo molto con la nuova bici da cross. La geometria mi si addice molto. Per un po’ avevo anche pensato di lasciar perdere, dato che non ho visto grande interesse da parte degli organizzatori. Pensavo che la maglia di campione belga su strada fosse un bel richiamo. Ma visti i risultati che ho ottenuto senza preparazione, magari continuerò a giocare ancora nel fango».

Tim Merlier, qui dopo la vittoria al campionato nazionale belga del 2022, è del 1992 ed è pro’ dal 2016
Tim Merlier, qui dopo la vittoria al campionato nazionale belga del 2022, è del 1992 ed è pro’ dal 2016

Sanremo rimandata

Ma adesso, come ha ammesso, le attenzioni si spostano sull’imminente nascita di suo figlio e sul debutto nella nuova squadra, che dovrebbe avvenire il 10 febbraio alla Muscat Classic e a seguire al Tour of Oman e poi al UAE Tour.

«Questo però significa – ha ammesso – che non correrò il weekend di apertura in Belgio. Niente Kuurne-Bruxelles-Kuurne, quest’anno è per Jakobsen. Spero di rifarmi partecipando alla Gand-Wevelgem, in cui sono fra le riserve. Anche se il sogno è la Parigi-Roubaix.

«Allo stesso modo, dopo la Parigi-Nizza non farò la Milano-Sanremo. Finché ci sono in circolazione corridori come Van Aert, Pogacar e Van der Poel, difficilmente si arriverà in volata. Avete visto come andavano l’anno scorso sulla Cipressa. E anche il Fiandre al momento è troppo duro per me».

Programma da velocista

Però è stato palese, sentendolo parlare alla presentazione della squadra, che l’arrivo nello squadrone belga abbia significato per lui un ridimensionamento. Quantomeno nelle chance di partenza: l’anno scorso la divisione del calendario con Philipsen gli era parsa più democratica.

«Non dirò che questo sia il mio programma preferito – ha ammesso a Popsaland – mi sarebbe piaciuto correre a Kuurne, ma d’altra parte, volevo anche andare all’UAE Tour, dove avrò molte opportunità. Quest’anno seguo un programma per velocisti, punto meno sulle gare di un giorno e in questo non c’è niente di sbagliato.

«Per Fabio (Jakobsen, ndr) ho molto rispetto dopo quello che ha passato e come è tornato dal suo terribile incidente al Giro di Polonia. E’ il velocista più difficile da battere, preferisco averlo in squadra piuttosto che correre contro di lui».

Un pilota per amico

Eppure anche Jakobsen a un certo punto deve aver percepito che Merlier potesse non essere troppo contento degli spazi ricevuti, al punto da aver scherzato sui suoi ottimi rapporti con Bert Van Lerberghe, che ne è il migliore amico. Quando glielo abbiamo raccontato, Merlier ha sorriso.

«Ci conosciamo da molto tempo – ha raccontato – da quando avevamo dodici anni. Eravamo insieme nella stessa classe al liceo di Waregem. Sono diventato corridore in quel periodo e lui poco dopo. Sono anche padrino di uno dei suoi due figli. Bert mi è stato molto utile l’anno scorso al campionato europeo, ma Jakobsen è stato più veloce (Merlier si è piazzato al terzo posto dietro il compagno olandese e Arnaud Demare, ndr)».

Sulle strade di Calpe assieme a un altro belga d’eccezione: l’iridato Evenepoel
Sulle strade di Calpe assieme a un altro belga d’eccezione: l’iridato Evenepoel

«Bert parteciperà con me alle prime gare a tappe – ha proseguito – è un vero amico, ci alleniamo insieme. Ora che abbiamo lo stesso programma, viaggeremo insieme molto più del solito. Ho già corso con la maglia Soudal nel cross di Herentals (Merlier si è piazzato al 9° posto, ndr). Senti subito l’atmosfera della gente. Ho fatto una buona partenza e mi sono fatto vedere. Il mio vecchio maestro Mario Declercq mi ha suggerito di fare i primi due giri a tutta, ma con Van Aert e Van der Poel non si può scherzare troppo. Ma su strada, voglio portare in alto il tricolore. Ho messo su me stesso questo tipo di pressione. Quest’anno voglio vincere il più possibile».

Philipsen Francoforte 2021

«Philipsen? Ha margini enormi». Parola di Modolo

23.09.2021
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E’ stato un mese intenso, per Sacha Modolo: prima la Vuelta corsa in aiuto di Jasper Philipsen (nella foto d’apertura la vittoria di quest’ultimo al GP di Francoforte), poi il ritorno alla vittoria dopo tre anni in Lussemburgo con i festeggiamenti anche da parte di amici di squadre nemiche, un crogiolo di emozioni al quale il 34enne veneto non era più abituato. Tornando a casa, è il momento di riassaporare alcune di quelle sensazioni e analizzare quanto fatto. Il ruolo di ultimo uomo per Philipsen sembra il suo passaporto per il futuro, ma il velocista belga lo sta ancora scoprendo.

«Ci corro insieme da quest’anno – racconta l’alfiere dell’Alpecin Fenix – anzi proprio alla Vuelta abbiamo iniziato a interagire. Prima lo avevo affrontato come avversario, quando era alla Uae Team Emirates, ad esempio all’Eneco Tour».

Che tipo è?

E’ un personaggio, questo è sicuro. Lo definirei un ragazzino disordinato: dimentica sempre guanti, calzini, bisogna anche ricordargli quando si parte, quando è ora di farsi trovare pronti in albergo… E’ come se vivesse nel suo mondo.

Philipsen team 2021
Philipsen è nato a Mol (BEL) il 2-3-1998. Quest’anno ha vinto 8 volte, di cui 3 nell’ultima settimana
Philipsen team 2021
Philipsen è nato a Mol (BEL) il 2-3-1998. Quest’anno ha vinto 8 volte, di cui 3 nell’ultima settimana
Eri così anche tu alla sua età?

No, sempre stato molto attento, concentrato sia in gara che dopo. Abbiamo una decina di anni di differenza. Ma attenzione: il mio non è un giudizio negativo, solo una constatazione, perché quando si comincia a pedalare le cose cambiano drasticamente.

In che senso?

Jasper diventa una vera macchina, attentissimo, è quasi un veterano per come si muove nel gruppo e per la concentrazione che ci mette. La nostra generazione non era così pronta a quell’età, si vede che sono più avvezzi già dalle categorie minori.

Com’è il vostro rapporto?

Ottimo, ma dobbiamo ancora entrare in sintonia nei rispettivi ruoli. Mi spiego con un esempio: alla Vuelta, in una delle prime tappe, sono partito lungo per tirarlo fuori dalla lotta, ma lui non mi ha seguito e pensava che volessi fare un’azione personale. Alla sera abbiamo parlato, concordando il da farsi, gli ho detto di seguirmi al momento che ritenevo giusto. Risultato: il giorno dopo ha vinto e per questo quel successo l’ho sentito anche mio.

Modolo Lussemburgo 2021
L’incredulità di Sacha Modolo dopo il suo ritorno alla vittoria al Giro del Lussemburgo, dopo 3 anni di attesa
Modolo Lussemburgo 2021
L’incredulità di Sacha Modolo dopo il suo ritorno alla vittoria al Giro del Lussemburgo, dopo 3 anni di attesa
Come ti trovi a lavorare per lui in questo ambito?

Bene, perché ha tali capacità che ti rendono il compito facile. Anche nelle tirate lunghe resta dietro, ha una forza straordinaria e soprattutto una tranquillità che diventa contagiosa per tutta la squadra. Io dico però che ha ancora grandi margini di miglioramento.

Dove può arrivare secondo te?

Per me non è solo un velocista, ma può andar forte anche su certe classiche con percorsi nervosi, anche perché è uno che sa programmarsi bene: dopo il Tour aveva detto che voleva fare un grande finale di stagione, ha lavorato per quello sin dalla Vuelta è ora nel sta godendo i frutti.

Merlier Philipsen Tour 2021
Merlier e Philipsen dopo la vittoria del primo al Tour. Sarà difficile rivederli nella stessa gara…
Merlier Philipsen Tour 2021
Merlier e Philipsen dopo la vittoria del primo al Tour. Sarà difficile rivederli nella stessa gara…
Tu, dopo la vittoria in Lussemburgo, hai cambiato idea sul tuo futuro?

No, anche se quel successo, in una gara dov’ero tornato a essere il velocista della squadra, mi ha dato la carica. Ho 34 anni, devo essere realista, il ruolo di ultimo uomo è ideale per me. Mi serve solo vivere una stagione senza intoppi, soprattutto d’inverno, potermi preparare come si deve, lavorare in palestra senza problemi. Anche adesso che vado forte, sento che in salita la gamba non è quella che vorrei, faccio troppa fatica. In fin dei conti sono sempre il Modolo che è finito 6° al Giro delle Fiandre…

Torniamo a Philipsen: in casa Alpecin avete anche Tim Merlier, quali sono le differenze tra i due?

Merlier è uno sprinter puro, forse anche più veloce, ma soffre di più sui tracciati duri, per questo dico che Philipsen ha più frecce al suo arco e con l’età e l’esperienza può variare la gamma delle gare a lui congeniali. Al Tour hanno corso insieme, Jasper lavorava per Tim, possono anche convivere in qualche occasione, ma si tratta di due vincenti che vogliono emergere e meritano di farlo, quindi è facile presumere che seguiranno calendari diversi. A tirare le volate meglio che ci pensi io…

Sbaragli, un debuttante con la forza dell’esperienza

29.06.2021
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«Oggi è stata bruttina – diceva ieri Sbaragli – ma tanto lo fa anche lo stress dei corridori. Comunque siamo partiti bene, il morale è alto. Io sono in fase di recupero, spero di riprendermi al meglio nei prossimi giorni. Ho sempre parecchia infiammazione in bocca e un po’ il costato fa male, ma si va avanti…».

Un aereo verso Parigi, poi al mattino dopo in treno per raggiungere Brest. Prima di sapere delle cadute e delle vittorie rutilanti del secondo e terzo giorno nella sua squadra, il Tour di Kristian Sbaragli è iniziato così. Viaggiando in solitudine, in compagnia solo dei propri pensieri, avvicinandosi alla sua prima esperienza nella Grande Boucle rimbalzando continuamente fra mille emozioni, assaporando quella tensione che a momenti è qualcosa di difficilmente sopportabile, subito dopo con il sapore dolce dell’entusiasmo.

A 31 anni il corridore toscano affronta il Tour per la prima volta e non è che di esperienza nei grandi giri non ne abbia: 4 partecipazioni al Giro, 3 alla Vuelta, tutte contraddistinte da un fattore comune, il fatto che ha sempre portato a termine le tre settimane di gara. Una caratteristica che ha convinto i responsabili dell’Alpecin Fenix a inserirlo in squadra e che gli dà sicurezza.

Sbaragli è chiamato a lavorare sin dall’inizio per un team che parte senza i grandi obiettivi di altre squadre: «Non abbiamo un uomo da classifica – racconta – vivremo un po’ alla giornata, innanzitutto per Mathieu Van Der Poel finché sarà in corsa. Sappiamo che l’olandese mollerà prima per trasferirsi a Tokyo e preparare la gara olimpica di Mtb, ma finché sarà qui non lo farà per essere una comparsa. Poi c’è Merlier che punta alle volate, dolori da caduta permettendo…».

Sbaragli 2021
Kristian Sbaragli affronta il suo primo Tour, ma ha già concluso 4 Giri e 3 Vuelta
Sbaragli 2021
Kristian Sbaragli affronta il suo primo Tour, ma ha già concluso 4 Giri e 3 Vuelta
Tu quali compiti avrai?

Io dovrò lavorare per loro, giorno dopo giorno, essere lì soprattutto nei finali di tappa per dare loro sicurezza e risolvere i problemi. La nostra è una squadra giovane, io sono tra quelli più esperti proprio perché, anche se sono al primo Tour, so che cosa significa affrontare una gara di tre settimane.

E cosa significa?

Devi essere forte innanzitutto mentalmente, capire che devi tenere duro e che se arriva una giornata no la devi quasi mettere in preventivo, ma passare subito al giorno successivo. Io ho corso nei grandi Giri con ruoli diversi, li ho affrontati come velocista della squadra o come uomo di appoggio, conosco quindi la pressione che comporta a qualsiasi livello. Lo stress è una brutta bestia e a questo tipo di stress VDP non è abituato, ma ci sarò io.

Come ti sei preparato per il Tour?

Sapevo sin dall’inizio della stagione che sarei stato chiamato in causa per questo evento e la preparazione è stata tutta mirata. Dopo la Campagna delle Ardenne ho recuperato, ho fatto due settimane in altura e poi ho disputato il Giro del Belgio. Non ho corso tantissimo, ma questo mi consente di arrivare all’appuntamento clou ancora fresco

Kristian Sbaragli, Tirreno-Adriatico 2020
Kristian Sbaragli, 31enne di Empoli, è al secondo anno all’Alpecin Fenix. al suo attivo 2 vittorie da pro
Kristian Sbaragli, Tirreno-Adriatico 2020
Kristian Sbaragli, 31enne di Empoli, è al secondo anno all’Alpecin Fenix. al suo attivo 2 vittorie da pro
Che Tour ti aspetti?

La prima settimana sarà una battaglia continua: non essendoci un cronoprologo introduttivo, ogni frazione può essere quella giusta per conquistare la maglia gialla e ad aspirare ad essa sono in tanti, in attesa che escano fuori i grossi calibri.

Sapete già quando VDP mollerà?

Non è stato stabilito in partenza, dipende da come si evolverà la gara, lui sa che servirà essere a Tokyo in anticipo, anche per espletare i giorni necessari di quarantena, ma la sua intenzione è di rimanere in gara il più possibile

Sbaragli sarà al Tour solo come gregario? In fin dei conti un’esperienza vittoriosa alla Vuelta già ce l’hai…

La ricordo bene, quella giornata a Castellon de la Plana nel 2015, eravamo un gruppo di una quarantina di unità, era il giorno prima del riposo e allo sprint battei un nume come Degenkolb: me la godei per un giorno intero… Diciamo che nella seconda parte del Tour potrebbe nascere qualche fuga buona, se capiterà l’occasione non mi tirerò certo indietro.

Sbaragli Vuelta 2015
Sul podio a Castello de la Plana: una vittoria alla Vuelta 2015 che resta la perla della carriera di Sbaragli
Sbaragli Vuelta 2015
Sul podio a Castello de la Plana: una vittoria alla Vuelta 2015 che resta la perla della carriera di Sbaragli
Hai visto l’ultimo Giro d’Italia? Praticamente ogni giorno nasceva una fuga che andava fino al traguardo…

Sì, è stata un’edizione strana, ma non credo che al Tour succederà la stessa cosa. Tanti vogliono vincere le tappe e molte squadre terranno la situazione sotto controllo. Nelle tappe miste la volata non sarà scontata, in quelle di montagna potrà anche nascere qualche fuga giusta se i capitani in lotta per la classifica lasceranno fare, ma ci saranno meno occasioni che al Giro, anche perché in Italia corridori da classiche ce n’erano pochi.

Se l’Alpecin Fenix corre senza velleità di classifica, puoi anche avventurarti in un pronostico da esterno…

Onestamente Roglic e Pogacar sono superiori, noi abbiamo fatto una ricognizione sulle due tappe alpine più dure e sono convinto che lì emergeranno i valori individuali al di là della potenza delle varie squadre. Io dico che quest’anno Roglic non ripeterà gli stessi errori, per me è il favorito.

Il punto con Basso a metà del cammino

29.06.2021
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Nei primi giorni del Giro d’Italia, quando Lorenzo Fortunato era soltanto il numero 115 nell’elenco dei partenti e la Eolo-Kometa faceva fatica a mostrare la sua identità, fra le tante voci che si rincorrevano nel gruppo – peraltro confermate dallo stesso Ivan Basso – c’erano anche quelle per cui si fosse sulle piste di Nibali e Viviani. A distanza di un mese dalla fine della corsa rosa, il punto di vista è cambiato e quella personalità latente è venuta fuori in modo inatteso e importante.

«Avevamo tre step – spiega Basso – e il primo prevedeva in effetti l’innesto di un top rider fra Elia e Vincenzo. Il secondo era continuare nella dimensione attuale, il terzo punto era tenere i gioielli di famiglia e inserire qualche rinforzo. E alla fine abbiamo scelto quest’ultimo, continuando il processo di crescita naturale previsto all’inizio del progetto».

E proprio dall’inizio vogliamo partire con il varesino, avendo vissuto al suo fianco i vari step della nuova squadra, per capire in che modo stiano andando le cose. E anche per parlare della sua voglia di ricreare l’ambiente Liquigas, tirando dentro per il prossimo anno il dottor Corsetti e probabilmente anche un ex compagno di squadra con un ruolo più vicino al marketing. Un punto della situazione dopo i primi mesi di viaggio.

Dopo la vittoria sullo Zoncolan, Fortunato nei 10 anche all’Alpe Motta
Dopo la vittoria sullo Zoncolan, Fortunato nei 10 anche all’Alpe Motta
Insomma, come va?

In proiezione, oltre ogni più rosea aspettativa. Ovvio che le analisi vanno fatte quando le cose vanno male, quando vanno bene e quando vanno più che bene e le abbiamo comunque affrontate. Così come credo che la prima valutazione positiva vada data allo staff coeso che ha messo i corridori nelle condizioni di esprimersi. 

Ecco, i corridori. Tanti dicevano non fossero poi un granché…

Abbiamo iniziato a fare mercato in agosto e abbiamo puntato su ragazzi che per diverse ragioni non si erano ancora espressi. Ma se uno è forte nelle categorie giovanili e poi sparisce, le responsabilità sono da suddividere anche con il contesto in cui si trovava. L’atleta talentuoso difficilmente sparisce. Ma ha bisogno del giusto ambiente.

E torniamo allo staff di poco fa…

Se devo prendermi un merito, è proprio quello di aver messo insieme un gruppo di altissimo livello. L’esperienza di due direttori sportivi come Zanatta e Yates si è vista e la freschezza di Jesus Hernandez ha completato il quadro. E ora la squadra si è rivalutata di parecchio. I corridori ci hanno messo del loro, il gruppo di lavoro li ha supportati.

Nel rilancio (ancora in corso) di Albanese, la mano di Zanatta
Nel rilancio (ancora in corso) di Albanese, la mano di Zanatta
Come va con il grande capo Luca Spada?

Ci assomigliamo, abbiamo lo stesso modo di buttarci nelle cose e Pedranzini, titolare di Kometa, è lo stesso. Spada vive la squadra, come dovrebbero fare i presidenti delle società sportive, per capire in che modo il team possa essere funzionale all’azienda e viceversa. Ha investito. Per la prima volta dai tempi di Pantani, tolta qualche apparizione di Nibali con il turismo delle Marche, un corridore vestito da ciclista è tornato protagonista di uno spot televisivo.

La vittoria ha cambiato la partecipazione di Eolo?

Più che vincere, che ovviamente fa piacere, gli piacciono la progettualità e la costanza. Se vincessimo una corsa e poi sparissimo, non sarebbe una gran cosa. Ma se vinciamo una corsa, siamo protagonisti e poi ne vinciamo un’altra, allora vuol dire che la struttura funziona. E la squadra è andata tanto al di sopra, per cui abbiamo cominciato a pensare al modo migliore per continuare.

Come farete?

Prima cosa, abbiamo scelto di mantenere i talenti migliori. Chiaro che il loro valore sia aumentato e non è neanche servito parlarne tanto con i nostri sponsor, che sanno benissimo che il prezzo di un atleta lo fanno i risultati e il mercato. Dove lo trovi uno scalatore italiano di 25 anni, che vince sullo Zoncolan e sul Grappa e con cui si può pensare di fare una classifica al Giro? Perdere Fortunato significherebbe rinunciare a quella progettualità, per cui siamo vicini a chiudere.

Pensavi che sarebbe sbocciato in questo modo?

Quando è arrivato siamo partiti da zero. Gli ho detto che non credevamo che il suo valore fosse quello che aveva espresso. Gli ho detto quello che mi aspettavo da lui. Lo abbiamo resettato. E i risultati sono venuti.

Il talento a volte si perde anche per l’aspetto psicologico.

Infatti l’allenamento mentale viene prima di tutto il resto, è il primo punto Quando guardi i file dei corridori, a meno che non sei davanti a un lazzarone seriale, hanno sempre numeri buoni. Poi vanno in corsa e non rendono. Il blocco è nella testa. Non puoi essere costantemente 4 chili sopra il peso forma, c’è qualcosa che non va. E’ un corto circuito. Ti sfiduci e si mette in moto un circolo vizioso da cui è difficile venir fuori.

Ottimo Gavazzi, con il secondo posto a Guardia Sanframondi e il ruolo di regista
Ottimo Gavazzi, con il secondo posto a Guardia Sanframondi e il ruolo di regista
Quindi non vedremo grossi nomi?

Vedremo qualche rinforzo, ma nessuno che dia un’accelerazione troppo violenta al gruppo. Non eravamo pronti per supportare uno come Viviani, per fare un esempio. La squadra sarà strutturata allo stesso modo.

E il team under 23?

Ecco, questo è un bel punto e una bella novità. Il team migliorerà: diventerà per metà italiano e per metà spagnolo. Montoli e Piganzoli sono i due fiori all’occhiello. Entrambi hanno fatto la maturità e Piganzoli ugualmente ha fatto un ottimo Giro d’Italia.

Tutto secondo i piani?

Anche meglio. La squadra si è rivalutata di un 30 per cento e faremo di tutto per proseguire così. E poi la stagione non è mica finita…

Elicotteri, moto, tifosi, auricolari: cosa sentono i corridori?

29.06.2021
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A ben guardare, i soli a fare festa ieri al Tour sono stati i ragazzi della Alpecin-Fenix, mentre tutti gli altri hanno passato la serata a leccarsi le ferite e confrontarsi sul tema della sicurezza, che questa volta è arrivato anche al Tour. Caleb Ewan oggi non ripartirà per una clavicola rotta, Roglic invece non ha fratture e prenderà il via. Ma la domanda che ci si pone oggi nel gruppo dei tecnici più accorti riguarda la capacità stessa dei corridori di essere lucidi, nel frastuono degli elicotteri, delle moto attorno, degli auricolari nelle orecchie, dei tifosi che urlano e si sporgono…

Secondo giorno di brindisi per Vdp e i suoi compagni
Secondo giorno di brindisi per Vdp e i suoi compagni

«Gli ultimi 50 chilometri sono stati pericolosi – ha commentato Van der Poel, primo sul traguardo di domenicaero davanti per evitare di cadere. Mi sentivo molto bene. Avevo detto che se avessi potuto avrei aiutato i miei compagni, ma dovevo stare attento a non dare tutto perché sapevo che Alaphilippe avrebbe potuto approfittarne. Il primo giorno con la maglia gialla è stato speciale e speciale è anche quello che abbiamo fatto con la nostra squadra».

Merlier sogna

Merlier al settimo cielo lo ha ringraziato per non aver tirato come l’anno scorso alla Tirreno-Adriatico nella tappa di Senigallia, quando Mathieu lanciò lo sprint con così tanta veemenza, che passarlo fu davvero difficile. E considerando che nel 2019 ebbe problemi nel trovare squadra, al punto da passare per un anno in una continental (la Pauwels), si capisce la sua leggerezza nel raccontare la vittoria e nello stare alla larga dal tema sicurezza che finalmente è diventata motivo di discussione anche in Francia.

Transenne basse e cellulari ad altezza testa: altro fattore di rischio
Transenne basse e cellulari ad altezza testa: altro fattore di rischio

«Avevo già vinto al Giro quest’anno – ha detto – ma il Tour de France è la corsa più grande del mondo e sono molto felice. E’ incredibile quanto nervosismo ci fosse, pensavo che visti i primi giorni e le prime cadute, sarebbe stato tutto più tranquillo, ma alla fine no. Con due tappe vinte, qualunque cosa accada d’ora in avanti, il nostro Tour è già positivo. Sto vivendo un sogno di cui forse non mi rendo ancora conto, ma non credo che lotterò per la maglia verde».

Gouvenou spiega

Chi non ha passato un bella serata è Thierry Gouvenou, 52 anni, professionista dal 1990 al 2002, che dal 2004 lavora con Aso ed è l’incaricato al percorso del Tour de France.

Marc Madiot ha sollevato un allarme molto importante: bisogna cambiare
Marc Madiot ha sollevato un allarme molto importante: bisogna cambiare

«E’ facile dire che il finale fosse pericoloso – ha detto – ma bisogna rendersi conto che è sempre più difficile trovare punti di arrivo. Per questa tappa abbiamo dovuto togliere dalla lista le città di Lorient, Lanester, Hennebont e Plouay, che ci sembravano troppo pericolose. Non abbiamo più una città di medie dimensioni senza rotonde o restringimenti. Nel Tour de France di 10 anni fa, contammo 1.100 punti pericolosi, quest’anno siamo a 2.300».

Sindacato respinto

Ma questa volta il problema non sono state rotonde e spartitraffico, ma il disegno stesso del finale di tappa, con la discesa che catapultava il gruppo a velocità folle in un toboga di stradine strette. Tanto che il Cpa, il sindacato dei corridori, ha provato a dire qualcosa, ma è stato rimandato al mittente.

Nella caduta in cui si è infortunato Haig, anche Demare e Clarke
Nella caduta in cui si è infortunato Haig, anche Demare e Clarke

«Vista la pericolosità del finale – ha spiegato il vicepresidente Chanteur – e a seguito della richiesta di un certo numero di corridori, abbiamo chiesto che la neutralizzazione venisse ampliata fino ai 5 chilometri dall’arrivo. L’ho proposto a Gouvenou che è parso favorevole, ma quando al mattino sono andato a parlare con i commissari della Giuria, loro si sono impuntati. Hanno che la regola era la regola e che non potevano esserci deroghe».

L’allarme di Madiot

Il più netto di tutti è Marc Madiot, team manager della Groupama-Fdj. Perché è vero che le strade sono strette, ma va anche considerato che è ormai sparito dal vocabolario dei corridori il termine prudenza. Si legge che non sono pagati per vincere e che un solo secondo perso può essere decisivo, ma se sommiamo questa determinazione… satanica ai rumori ambientali (elicottero, moto, pubblico che urla e auricolari nelle orecchie) si capisce che per un corridore non è affatto facile mantenere la necessaria lucidità nei finali.

Vincenzo Nibali in salvo al traguardo, nel giorno della convocazione olimpica
Vincenzo Nibali in salvo al traguardo, nel giorno della convocazione olimpica

«Capisco che le famiglie che guardano il Tour in televisione – ha detto Madiot – non vogliono che i loro figli vadano in bicicletta. Sono un padre e non vorrei vedere mio figlio fare il ciclista professionista dopo quello che abbiamo visto ieri. Non è più ciclismo, non possiamo continuare così. Dobbiamo cambiare le cose, sia in termini di attrezzature, di formazione, uso degli auricolari. Dobbiamo cambiare, perché le cose non stanno andando bene. Se non lo facciamo, avremo delle morti e questo non è degno del nostro sport. La responsabilità è di tutti. Il ciclismo sta cambiando, sta a noi decidere fino a dove vogliamo spingerci».

Altro giorno di cadute. Vince Merlier, Roglic finisce all’ospedale

28.06.2021
5 min
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Se un arrivo è per velocisti quando a vincere è un velocista, allora quello di oggi a Pontivy lo è stato alla grande. La terza tappa del Tour è andata infatti a Tim Merlier, il velocista belga della Alpecin-Fenix che aveva lasciato il Giro con una scusa e appena cinque giorni dopo era andato a vincere la Ronde Van Limburg. Se però ripensiamo al pandemonio di proteste del Giro nel giorno di Cattolica, quando uno spartitraffico mandò a casa Landa e Dombrowski e si disse che non fosse possibile mettere una volata dopo tutte quelle difficoltà, allora bisogna dire – a fronte delle cadute di Roglic, Haig e Thomas poi finiti all’ospedale – che quello di oggi non solo non era un arrivo per velocisti, ma era un arrivo troppo pericoloso a prescindere da chi lo abbia vinto.

La tappa di Pontivy va a Tim Merlier della Alpecin-Fenix
La tappa di Pontivy va a Tim Merlier della Alpecin-Fenix

Gesink e Thomas

Terzo giorno di cadute al Tour, senza che una sola squadra abbia potuto prendere in mano la corsa, data l’impossibilità di restare in fila abbastanza a lungo. Tra i caduti di giornata, il primo ad andare a casa è stato Robert Gesink, caduto nel mucchio dopo 37 chilometri assieme a Geraint Thomas, cui è uscita la spalla destra. Più avanti è toccato invece a Primoz Roglic, che è arrivato al traguardo con 1’21” di ritardo e l’aspetto malconcio.

Ewan trascina a terra Sagan, Colbrelli li schiva entrambi
Ewan trascina a terra Sagan, Colbrelli li schiva entrambi

«Lo hanno fatto volare – ha detto Plugge, team manager della Jumbo Visma – è contuso e dolorante al coccige, lo stanno portando in ospedale. Gli altri ragazzi dicono che un altro corridore lo ha urtato e lo ha fatto volare. Con gli ultimi 18 chilometri di discesa, prima di un arrivo in volata. Le strade giuste…».

Ewan e Sagan

L’ultima caduta in ordine di tempo è arrivata ai pochi metri dall’arrivo, quando a cadere ma per sua responsabilità è stato Caleb Ewan. Lanciato nella volata, il tasmaniano ha trascinato con sé Peter Sagan. Nella loro scia, Sonny Colbrelli ha evitato la caduta ed ha tagliato il traguardo al quinto posto, alle spalle di Ballerini. Mentre smaltita l’impresa di ieri, Mathieu Van der Poel si è piazzato al settimo posto, dopo aver tirato la volata al compagno. Eppure nel tono di voce di Sonny c’è qualcosa di strano. Prima dice di non voler parlare, poi comincia a raccontare.

Roglic a terra

«Mi dispiace per Roglic – dice – si è agganciato a me. Mi è venuto contro. Mi ero messo a ruota degli Alpecin per farmi portare davanti. Anche lui evidentemente aveva scelto quelle ruote, ma era indietro quando mi sono infilato. E forse non guardava o non lo so, ma mi ha preso in pieno. Per quello ho alzato il braccio. E per fortuna poi sono rimasto lucido nel finale, ai 300 metri, e sono riuscito a frenare. Altrimenti a Caleb Ewan e Sagan gli finivo addosso anche io…».

Rivediamo le immagini, l’inquadratura non riprende completamente la scena. Si vede Roglic che cade e Colbrelli che si volta e alza il braccio, come nel suo racconto, come se lo sloveno lo avesse tamponato.

Percorsi pericolosi

Il punto sono i percorsi, troppo stretti e contorti. Pericolosi, come può esserlo un tracciato di gara di continui su e giù e con una discesa tortuosa, di curve strette e a 90 gradi, andando verso l’arrivo. Non era più pericoloso il traguardo di oggi a Pontivy di quello di Cattolica?

«I percorsi sono brutti – conferma Colbrelli – e il gruppo è nervosissimo. Di questo passo il Tour lo vince un velocista. Io sto anche bene, sono arrivato quinto e la volata non l’ho quasi fatta. Mi butto dentro, ma ho paura. Succede quando vedi cadere un compagno. Noi oggi abbiamo perso Jack Haig che avrebbe fatto classifica. L’ha portato via l’ambulanza e adesso è in ospedale. Stavo cadendo ancora anche nell’ultimo chilometro, ma non sono tappe in cui un treno possa dare una mano. Sono tappe in cui al massimo puoi sperare di salvarti».

Un pensiero per Weylandt, poi è tempo per un’altra volata

10.05.2021
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«Di Wouter Weylandt ho un ricordo bellissimo. Quell’anno condividemmo la camera durante classiche, io ero al primo anno da professionista e fu una bellissima esperienza passare quel periodo assieme a lui. Parlava anche italiano, quindi per me che ero appena entrato nel professionismo era semplice stare con lui. Invece di quel tragico giorno ricordo uno shock. Ricordo che ero a casa, la televisione diceva che Weylandt era morto… Che dire, ci son poche parole per descrivere quella giornata se non“ terribile”. E’ stato davvero un bell’omaggio da parte del Giro d’Italia. Lo portiamo tutti nel cuore».

Da Weylandt a Novara

Nizzolo dice tutto d’un fiato nel buio della seconda notte al Giro d’Italia. Il Giro d’Italia ha ricordato i 10 anni dalla morte di Weylandt con una gigantografia del suo numero 108 alla partenza, davanti cui il gruppo si è fermato in un minuto di raccoglimento. Poi è iniziata la corsa e il traguardo di Novara ha visto Nizzolo secondo, ma un po’ come per la crono tra Ganna e Affini, nella sua voce non c’è una delusione particolare.

«La storia dei secondi posti inizia a scocciarmi – dice – chiaro che tutti vorrebbero vincere. Non credo che il mio valore sia legato alle vittorie, anche se me la meriterei. Se verrà, sarò il primo ad essere felice. In passato ci sono stati tanti piazzamenti che mi sono bruciati, questo meno. Merlier ha fatto gran volata. Sapevo che era così forte. L’avevo anche detto a Missaglia andando alla partenza. Ero contento di stargli a ruota perché di solito parte lungo…».

Casco tricolore Ekoi, con autodichiarazione stile Covid: al Giro per vincere una tappa
Casco tricolore Ekoi, con autodichiarazione stile Covid: al Giro per vincere una tappa

La prova del nove

Con Giacomo avevamo parlato anche ieri e aveva spiegato che la prima volata è un po’ un’incognita e, confermandolo, aggiunge che quanto visto ieri sarà un utile punto di partenza.

«Esatto – dice – sono contento, era una tappa per velocisti puri e Merlier è un bel velocista. Dopo le classiche ho staccato un po’, dovevo recuperare. Per cui non sapevo bene cosa aspettarmi. Non mi sono allenato inseguendo qualcosa di particolare. Ieri ho avuto buone sensazioni, oggi sarà la prova del nove. Il discorso meteo sarà decisivo, a me non piace correre sotto la pioggia. Durante la tappa, Viviani mi ha un po’ spiegato il percorso, dato che è andato a vederlo…».

L’autodichiarazione

La maglia. La bicicletta. Il casco. Non c’è parte del suo kit che non ricordi il tricolore, coperto dalle insegne di campione d’Europa. E non è un mistero che correre il Giro con la maglia di campione italiano avrebbe avuto un altro sapore.

«Fa strano non avere addosso il tricolore – sorride – ma come avete visto, cerco di metterlo dovunque. In ogni caso è bello correre anche con la maglia di campione d’Europa, mi riconoscono, chiamano il mio nome. L’idea della bici con quei colori nasce da una mia indicazione. I grafici di Bmc avevano fatto delle proposte e sono stati bravi a fare la sintesi con le mie idee. Mentre il casco è pure tricolore e con l’idea dell’autodichiarazione, sul fatto che sono qui per una vittoria di tappa, spero di aver strappato un sorriso e insieme ricordato il difficile momento Covid da cui stiamo uscendo».

La sua Bmc ha il telaio azzurro con i colori d’Europa e l’orizzontale con quelli d’Italia
La sua Bmc ha il telaio azzurro con i colori d’Europa e l’orizzontale con quelli d’Italia

Moda e bici

Il ciclismo e il Giro in questi giorni stanno facendo la loro parte per portarci fuori da quella prospettiva dolorosa e bloccata. Il pubblico è presente lungo le strade con la mascherina, mentre sul fronte delle distanze ci sarebbe da dire qualcosa, anche se la sensazione, in una fase di riapertura degli stadi, è che ci sia la necessità di tenere la briglia sciolta per non avere figli e figliastri.

«Stiamo tornando alla normalità – chiude Nizzolo – direi che dopo questi mesi il ciclismo è diventato uno sport super di moda. Probabilmente è quello che prima mancava, fa piacere a tutti, a noi per primi che ne abbiamo fatto il nostro mestiere. E’ una bellissima cosa».