Nalini presenta il nuovo kit RAY, composto da maglia, pantaloncino e calze, che va oltre il concetto classico di abbigliamento sportivo. Quello realizzato dall’azienda mantovana è un insieme di tecnica, ricerca, studi e lavoro applicato all’artigianalità dei capi da ciclismo. Un concetto nuovo, che vuole andare oltre ai normali benefici di un kit, dove l’approccio scientifico gioca un ruolo chiave all’interno della performance in termini di efficienza, aerodinamica e recupero muscolare.
La ricerca dei cosiddetti marginal gain cambia prospettiva grazie all’approccio di Nalini, non si ricercano ulteriori watt, ma si valorizzano e si sfruttano al massimo quelli prodotti dall’atleta stesso.
Il kit RAY con tecnologia Viflo è stato testato in laboratorio dagli atleti del Sissio TeamIl kit RAY con tecnologia Viflo è stato testato in laboratorio dagli atleti del Sissio Team
Ricerca
Il kit RAY di Nalini nasce quindi da un processo differente: dove il Viflo, che integra la tecnologia FIR (Far Infrared Rays), con la quale sono realizzati i tre capi d’abbigliamento della linea, gioca un ruolo chiave nella performance. Un altro aspetto fondamentale è stato quello legato alla ricerca, processo e studi effettuati insieme al CeRiSM (Centro di Ricerca Sport, Montagna e Salute) dell’Università di Verona. L’obiettivo è stato quello di analizzare e migliorare le risposte fisiologiche dell’atleta durante lo sforzo.
Ne è nato un completo, composto appunto da maglia, pantaloncini e calze, in grado di lavorare in sinergia con il fisico dell’atleta supportando la performance durante le sessioni ad alta intesità.
La maglia del kit RAY è dotata di tre tasche posteriori dal taglio classicoIl kit di Nalini è composto anche dai pantalonciniLe bretelle risultano comode e stabili anche negli sforzi più intensiLa maglia del kit RAY è dotata di tre tasche posteriori dal taglio classicoIl kit di Nalini è composto anche dai pantalonciniLe bretelle risultano comode e stabili anche negli sforzi più intensi
Il kit
Il primo dei capi del kit RAY è la maglia, realizzata in tessuto woven nella parte principale del corpo. Una soluzione che garantisce una compressione strutturata e costante, per una vestibilità sempre comoda anche durante gli sforzi più intensi. Inoltre il tessuto microforato offre un’alta traspirabilità. La costruzione compatta, per donare un fitting race alla maglia, è sinonimo di alte performance. Per le maniche in Nalini hanno optato per un design aerodinamico del tessuto woven, con una superficie tridimensionale a righe in rilievo. Aspetto che permette di migliorare la gestione dei flussi d’aria.
I pantaloncini rappresentano il secondo capo del kit RAY, anche questi hanno delle caratteristiche tecniche in grado di offrire alte prestazioni e offrire la massima aerodinamicità e un’ottima compressione muscolare. Le bretelle hanno un design minimale, risultando comode e stabili anche negli sforzi più intensi. Nella parte del fondo gamba è rifinito a laser, con l’aggiunta di un inserto in silicone grippante all’interno.
Il kit RAY di Nalini si completa con le calzeIl kit RAY di Nalini si completa con le calze
I dettagli
Per i pantaloncini del kit RAY è stato scelto il fondello Randonnée 2.0, studiato in maniera specifica per garantire comfort e stabilità quando si passano diverse ore in sella. Un prodotto che unisce supporto in tutte le posizioni della pedalata e in ogni momento, assemblato con materiali dalla diversa densità e flessibilità. Il risultato è un fondello che si adatta perfettamente ai movimenti e alle posizioni del ciclista, sostenendo il suo corpo e isolandolo dalle pressioni della sella fino ad uscite anche di 10 ore.
Il kit RAY è già stato utilizzato e testato dagli atleti del Team Picnic PostNL, formazione WorldTour che ha potuto toccare con mano i benefici della nuova creazione di Nalini.
La disponibilità di taglie del kit RAY va dalla XS alla XL.
Dietro al nuovo kit RAY realizzato da Nalini per il Team Picnic PostNL, e che abbiamo avuto modo di raccontarvi attraverso le parole di Rachele Barbieri, c’è un lungo percorso fatto di ricerca, sviluppo e test. Nalini, marchio mantovano con una lunga tradizione nel settore dell’abbigliamento dedicato al ciclismo, ha sposato il percorso che porta a realizzare prodotti e capi sempre più all’avanguardia. Il ciclismo si evolve, lo fanno gli atleti, i mezzi e gli staff delle squadre. Di conseguenza tocca a tutte le realtà coinvolte seguire il processo, e Nalini non è stata da meno.
I capi della collezione RAY sono stati prodotti con l’innovativo filato Viflo, ed è realizzato attraverso un processo che rende il nuovo kit il primo a essere sviluppato secondo una base scientifica. Si è partiti dalle analisi di laboratorio, con l’obiettivo ultimo e più importante di mettere al centro del progetto la performance dell’atleta.
Il kit RAY di Nalini si compone di maglietta, pantaloncini e calzini, tutti i capi sono realizzati con filato VifloIl kit RAY di Nalini si compone di maglietta, pantaloncini e calzini, tutti i capi sono realizzati con filato Viflo
Sinergia
Il nome di chi ha lavorato a tutto questo è quello di Marco Rodeschini, ingegnere di Chimar che ha sviluppato il filato Viflo. Lavoro supportato, per quanto riguarda la ricerca, dal CeRiSM (Centro Ricerca Sport, Montagna e Salute). Ente istituito dall’Università di Verona nel 2010. Non solo ricerca e produzione, ma un’evidenza scientifica che ha portato a testare e verificare gli effetti fisiologici e prestativi del kit RAY.
I capi del kit RAY sono stati sviluppati con il supporto scientifico dell’ingegner Marco Rodeschini, il quale si è occupato di studiare ed evidenziare i vantaggi nell’utilizzare il filato Viflo per produrre capi di abbigliamento sportivo.
«Viflo – ha raccontato durante la presentazione avvenuta all’interno degli uffici di Nalini – è un filato additivato con una polvere di minerali bioattivi, e che converte il calore dell’atleta in una particolare emissione di FIR (Fair Infrared Rays). Ovvero la zona invisibile dello spettro elettromagnetico. Si tratta di una tecnologia che si sta studiando da oltre trent’anni e che utilizza, come fonte di energia, il calore prodotto dall’atleta stesso».
Il kit RAY è stato testato in laboratorio seguendo rigorose procedure, i dati hanno evidenziato un miglioramento della performanceIl kit RAY è stato testato in laboratorio seguendo rigorose procedure, i dati hanno evidenziato un miglioramento della performance
Ricerca
In questo processo di ricerca sono stati attivamente coinvolti anche gli atleti del Sissio Team, al fine di fornire dati reali e un’evidenza scientifica nel processo di realizzazione del kit RAY. L’obiettivo del nuovo filato Viflo è quello di offrire agli atleti che lo utilizzano una riduzione della fatica durante lo sforzo, un’ottimizzazione della prestazione e un migliore recupero muscolare.
«Il calore diventa energia – spiega ancora Marco Rodeschini – che viene assorbita dal filato e viene rimandata al corpo come FIR (Fair Infrared Rays). Si hanno dei benefici in termini di ossigenazione e termoregolazione, fattori fondamentali per quanto riguarda la ricerca della massima prestazione sportiva. I benefici sono anche nell’aspetto del recupero, nella riduzione della fatica e nella sua percezione».
Il kit RAY permette al ciclista di avere un’ottimizzazione della prestazione e un migliore recupero muscolareIl kit RAY permette al ciclista di avere un’ottimizzazione della prestazione e un migliore recupero muscolare
I benefici
Lo studio effettuato in laboratorio e attraverso una serie di test ripetuti sugli atleti del Sissio Team, ha portato a evidenze scientifiche che classificano il Viflo come un filato capace di migliorare la prestazione dell’atleta.
Nel lavorare con l’Università di Verona si è voluto osservare un protocollo estremamente rigoroso, il primo al mondo nel settore tessile su ciclisti professionisti. Sono stati effettuati due test, uno svolto con il kit realizzato con il filato Viflo e uno con un kit placebo. Senza che atleti e ricercatori sapessero quale fosse il capo utilizzato durante le prove. Questo ha garantito una oggettività assoluta nell’evidenziare i reali vantaggi della tecnologia. I test, effettuati in due sessioni intervallate e a pochi giorni di distanza, hanno proposto esercizi di potenza e di resistenza.
«I risultati – analizza Marco Rodeschini – hanno evidenziato un netto miglioramento dell’efficienza fisiologica. I test hanno mostrato che l’atleta riesce a mantenere una potenza superiore più a lungo (24 watt in più) e addirittura con una minore percezione della fatica (RPE). A conferma di questo si è riscontrata una riduzione di 4 bpm della frequenza cardiaca, dato interessante anche per un recupero accelerato. Insomma, il kit permette di restare più freschi e sciolti nel finale».
Intanto il kit RAY di Nalini ha fatto il suo debutto sulle strade del Tour Down Under e del UAE Tour, insieme a Rachele Barbieri abbiamo iniziato a toccare con mano questa importante novità. Con l’attesa di poterla vedere in azione anche sulle strade di casa e al di fuori del WorldTour. La rivoluzione parte dai professionisti, ma poi abbraccia tutto il mondo del ciclismo.
PIACENZA – Il programma di avvio di stagione della BFT Burzoni è stato particolarmente intenso, più del solito. La trasferta di fine febbraio a casa della Picnic PostNL, di cui è development partner per il terzo anno consecutivo, ha tirato la volata all’esordio di domenica scorsa a Nonantola. Tutto concentrato in una dozzina di giorni per accendere motore e fari sul proprio 2026.
Se la gara modenese è stata l’apertura del calendario italiano per tutte le donne juniores, per sei atlete della BFT Burzoni si è trattato della seconda corsa. Il viaggio in Olanda concordato col team WorldTour prevedeva non solo i tradizionali test in laboratorio e su strada, ma anche la partecipazione alla Omloop van Schijndel-Gp Jozon dove erano presenti tutte le migliori formazioni locali. Così come avevamo documentato la prima trasferta del 2024, abbiamo fatto altrettanto anche stavolta seguendo il diario di bordo delle protagoniste della formazione piacentina.
Rossignoli e compagne hanno dovuto subito confrontarsi con i ventagli, quasi assenti nelle gare italiane (foto Björn van der Schoot)Rossignoli e compagne hanno dovuto subito confrontarsi con i ventagli, quasi assenti nelle gare italiane (foto Björn van der Schoot)
Rapporto consolidato
Breve riepilogo delle puntate precedenti. A fine 2021 Francesca Barale passa dalla BFT Burzoni alla DSM (vecchio nome della Picnic) e diventa la prima junior italiana a saltare nel WorldTour. Inizia il rapporto tra i due team che fa un ulteriore scalino in avanti due anni più tardi con la collaborazione a distanza. La BFT entra nell’orbita della formazione olandese fino ad arrivare ai giorni nostri.
«Durante il ritiro di gennaio in Toscana – racconta il team manager Stefano Solari – è venuto a trovarci Hans Timmermans, il capo dello scouting della Picnic, per invitarci da loro con un programma più denso rispetto all’ultima volta. Ci ha indicato lui le ragazze da portare in Olanda in base a ciò che aveva visto. Per noi è stato un grande onore, anche perché rispetto a due anni fa abbiamo visitato la loro sede. In quel momento realizzi veramente la grandezza della loro realtà e con chi collabora una società come la nostra.
«Abbiamo soggiornato a Sittard – termina Solari – nel loro bellissimo Keep Challenging Center all’interno delle residenze che solitamente usano gli atleti delle loro squadre. Una trasferta simile ti lascia sempre tanti suggerimenti e spunti per migliorare la tua attività in Italia. Non sono da escludere altre iniziative che Hans e la Picnic stanno organizzando e proponendo per quest’anno alle loro development partner. Noi siamo pronti e ben contenti di poter continuare a collaborare con loro».
Durante la gara olandese a bordo strada c’era la diesse Krizia Corradetti a dare indicazioni (foto Björn van der Schoot)La trasferta in Olanda è stata anche un’occasione per visitare Sittard e concedersi qualche “coccola”Le ragazze della BFT Burzoni sono state ospiti della azienda Jozon, sponsor principale della gara Durante la gara olandese a bordo strada c’era la diesse Krizia Corradetti a dare indicazioni (foto Björn van der Schoot)La trasferta in Olanda è stata anche un’occasione per visitare Sittard e concedersi qualche “coccola”Le ragazze della BFT Burzoni sono state ospiti della azienda Jozon, sponsor principale della gara
Gli insegnamenti del Nord
In ammiraglia a dare indicazioni sia in allenamento che in gara c’era Krizia Corradetti, ventunenne diesse della BFT Burzoni che sta crescendo bene e in fretta. A lei il compito di istruire le sue atlete: Matilde Rossignoli, Agata Campana, Anna Longo Borghini, Giada Galasso e le gemelle Alessia e Martina Orsi.
«Ho messo in guardia le ragazze – dice – sul modo di correre che c’è al Nord. Ho detto loro di correre davanti fin dai primissimi metri. Essendo un circuito di poco più di 3 chilometri, io mi sono messa a bordo strada per suggerire le avversarie da marcare. E’ stato molto utile correre lassù perché abbiamo imparato ad aprire un ventaglio. E’ stata un’esperienza formativa in vista della Omloop Van Borsele (dal 24 al 26 aprile, ndr), perché le ragazze sanno già cosa troveranno».
Terzo posto per Campana dietro le polacche Polanska e Okrucinska del team olandese Watersley (foto Björn van der Schoot)E’ un arrivo frazionato e Campana sfrutta le sue doti veloci anche se non c’è stata volata (foto Björn van der Schoot)Il debutto italiano di Nonantola ha visto la vittoria di Maya Ferrante. Ottava piazza per Campana (foto Frantz Piva)Terzo posto per Campana dietro le polacche Polanska e Okrucinska del team olandese Watersley (foto Björn van der Schoot)E’ un arrivo frazionato e Campana sfrutta le sue doti veloci anche se non c’è stata volata (foto Björn van der Schoot)Il debutto italiano di Nonantola ha visto la vittoria di Maya Ferrante. Ottava piazza per Campana (foto Frantz Piva)
Primo podio stagionale
La gara ha preso la piega prevista con le olandesi a fare selezione con un gruppetto comprendenti Rossignoli e Campana. Proprio quest’ultima ha conquistato la terza piazza in un arrivo frastagliato.
«Non penso – afferma Campana, che a Nonantola ha chiuso in ottava piazza – che si potesse ottenere di più. Nel drappello delle sei fuggitive eravamo in inferiorità numerica e abbiamo dato il massimo, rispondendo ai loro scatti a ripetizione. Ci siamo accorte del livello alto e della preparazione diversa tra loro e noi, però abbiamo dimostrato di essere competitive e siamo fiduciose per il futuro. E’ stata una bella trasferta, anche per visitare Sittard».
Il protocollo dei test della Picnic è standard: prove sotto sforzo in laboratorio, poi simulazione di gara e volate in stradaIl giorno successivo alla gara, tutte le formazioni hanno svolto un allenamento collettivo conoscendosi meglio fra loroIl protocollo dei test della Picnic è standard: prove sotto sforzo in laboratorio, poi simulazione di gara e volate in stradaIl giorno successivo alla gara, tutte le formazioni hanno svolto un allenamento collettivo conoscendosi meglio fra loro
Protocollo Picnic
Nell’azione decisiva e di supporto a Campana c’era anche la campionessa italiana in carica Rossignoli. Anche per la 17enne veronese di Salizzole il vento è stato un fattore determinante per l’esito della gara, ma ci sono stati altri aspetti di cui tenere conto.
«Abbiamo portato a casa un bel risultato – sottolinea Matilde – e ci siamo divertite su percorsi differente dai nostri. Personalmente ho corso serena, la pressione della mia maglia tricolore la sento più in Italia, ma ci sto convivendo. Piuttosto sono stati molto interessanti i test che abbiamo svolto. Abbiamo seguito il protocollo della Picnic che prevede prove sotto sforzo in laboratorio e simulazione di gara, con volate, su strada. Sono andati bene e mi posso ritenere soddisfatta».
Il morale resta sempre alto nella Bft Burzoni e il gruppo si rafforza in ogni gara (foto Björn van der Schoot)Le ragazze della BFT Burzoni torneranno in Olanda dal 24 al 26 aprile per correre la Omloop Van Borsele (foto Björn van der Schoot)Il morale resta sempre alto nella Bft Burzoni e il gruppo si rafforza in ogni gara (foto Björn van der Schoot)Le ragazze della BFT Burzoni torneranno in Olanda dal 24 al 26 aprile per correre la Omloop Van Borsele (foto Björn van der Schoot)
L’energia delle gemelle
Si dice che l’unione fa la forza e buona parte della forza della BFT Burzoni proviene dall’energia delle gemelle Alessia e Martina Orsi. Le due modenesi sanno fare gruppo in viaggi come questo.
«Probabilmente – inizia Alessia – abbiamo sottovalutato la gara per la lunghezza ridotta e abbiamo dovuto poi rimediare. Abbiamo capito una volta di più come gira il mondo fuori dall’Italia. Sono rimasta stupita di come si siano ben comportate le nostre due compagne di primo anno. Hanno sofferto il ritmo e faticato, però non hanno avuto timori e le vedo pronte per le prossime corse».
«Lontane dalla bici – replica Martina – abbiamo rafforzato il nostro legame. Noi ragazze eravamo divise in due appartamenti da tre posti e a turno ci siamo sempre organizzate per colazione e cena, aiutando nel preparare la tavola per tutti. Nel giorno dei test, ognuna di noi si è cucinata il pranzo da sola in base alle tabella del nutrizionista, ripulendo tutto. E alla sera ci si svagava giocando a carte».
Giada Galasso arriva dalla Mtb e quest’anno si dedicherà solo alla strada per la prima volta (foto Björn van der Schoot)Giada Galasso arriva dalla Mtb e quest’anno si dedicherà solo alla strada per la prima volta (foto Björn van der Schoot)
Dalla Mtb ai ventagli
Una delle due juniores di primo anno è Giada Galasso, torinese di Venaria che viene dalla Mtb dove l’anno scorso ha vinto tre gare, compreso il titolo regionale. Ha caratteristiche da passista-scalatrice ed è l’ennesima scommessa della BFT Burzoni che sa come vincerle.
«La gara – confessa – non è andata bene, un po’ per i ventagli che mi hanno tagliata fuori, un po’ perché lassù ho preso un forte raffreddore. Potevo fare meglio, però sono molto contenta dell’esperienza nella quale ho conosciuto meglio le mie compagne. Allenandomi solo su strada, a livello fisico sto notando differenze rispetto al passato».
Anna Longo Borghini ha trascorso il primo inverno senza sci di fondo e allenandosi solo in bici (foto Björn van der Schoot)Anna Longo Borghini ha trascorso il primo inverno senza sci di fondo e allenandosi solo in bici (foto Björn van der Schoot)
Orgoglio di zia
L’altra “neo” junior è Anna Longo Borghini, figlia di Paolo e soprattutto nipote di Elisa, con la quale ha un legame profondissimo, tanto che la stessa zia non vede l’ora di correre con lei tra le elite. Ora però bisogna guardare al presente e anche per Anna è stato un inizio di stagione diverso dal solito.
«E’ stato il primo inverno – racconta – senza sci di fondo, o quasi. A gennaio ho disputato solo una gara internazionale (la Marcia Gran Paradiso a Cogne, ndr) di 25 chilometri di tecnica classica chiudendo seconda dietro una ceca. Mi ero presentata senza allenamento specifico, ma supportata dalla condizione acquisita in bici. E anch’io noto i benefici della preparazione, sento di poter spingere di più e mi sento meglio rispetto al passato, anche perché mentalmente dovevo pensare a due sport.
«Per me – conclude Anna – è stato un inizio di stagione dove ho già conosciuto tutto della categoria. Prima di questa trasferta, sono stata a Montichiari per un collegiale in pista della nazionale ed è stato un grande onore. Poi ho scoperto i ventagli, ma anche i bei panorami olandesi fatti di distese di erba e grandi mulini. Era la mia prima esperienza all’estero con lo sport. Questo periodo lo considero un battesimo importante per la mia crescita».
Il kit RAY di Nalini permette un miglioramento significativo della performance grazie al filato Viflo utilizzato per realizzarlo e cucirlo, scopriamo come
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Tra i marginal gain possibili, quello dato dall’abbigliamento non si limita all’aerodinamica, che pure recita la parte del leone. Chi produce filati non lascia passare giorno senza approfondire il rapporto di scambio che si crea fra il corpo umano e il tessuto che lo fascia. Ed è stato così che un giorno in Nalini si sono imbattuti in un filato di nome VIFLO®, un tessuto progettato per assorbire il calore naturale del corpo e restituirlo sotto forma di raggi infrarossi lontani (FIR – Fair Infrared Rays).
Questi raggi, dichiara il produttore, penetrano nei primi strati dell’epidermide, stimolando delicatamente la microcircolazione cutanea, generando effetti positivi sul benessere e sull’aspetto estetico della pelle. Siamo però sicuri, si sono chiesti nell’azienda mantovana, che i benefici siano soltanto estetici?
Per questo i tecnici di Nalini si sono rivolti all’Università di Verona, tornando dai test con delle indicazioni a dir poco entusiasmanti. Grazie agli infrarossi infatti si otterrebbe un abbassamento del battito e della produzione di lattato. La collezione della primavera 2026 dell’azienda mantovana nasce da qui e si fonda su maglia, pantaloncini e body cui è stato dato il nome di RAY. E siccome gli atleti che vestono i prodotti del brand hanno la precedenza, dopo i test con il Sissio Team fra gli under 23, la dotazione è passata in anteprima al Team Picnic PostNL, che sarà equipaggiata da Nalini fino al 2027.
Degli studi portati avanti grazie ai ricercatori dell’Università di Verona vi racconteremo in un articolo a parte. Quello che era interessante raccogliere come primo step di questo viaggio è stata l’esperienza degli atleti.
La maglia RAY di Nalini in realtà ha debuttato al Tour Down Under: lei è Lucie FityusLa maglia RAY di Nalini in realtà ha debuttato al Tour Down Under: lei è Lucie Fityus
Fra Australia e UAE Tour
Rachele Barbieri ha usato la nuova maglia Nalini al UAE Tour Women, altri del team hanno potuto farlo al Tour Down Under. E mentre in questi giorni continua a metterla alla prova nelle prime classiche del Nord cui ha preso parte, noi ci siamo fatti raccontare il primo spicchio della storia.
«Quando siamo partiti per il UAE Tour – racconta l’emiliana – oltre a consegnarci la prima tranche di materiale, ci hanno spiegato la novità. Francamente fa molto piacere che ci sia dietro tutto questo studio. Però alla fine ci stiamo specializzando in qualsiasi cosa, dalla bici e poi a scendere su ogni componente, per cui non mi stupisce che si possa approfondire tanto anche il discorso dell’abbigliamento, con una così grande attenzione al dettaglio. Con Nalini noti certamente la qualità del materiale, di cui sono veramente molto contenta. Lo stesso body da crono te lo senti addosso benissimo, è comodo e percepisci chiaramente che il tessuto ha una sua consistenza.
«Anche quello che hanno fatto con Dyneema per limitare i danni in caso di caduta, è sbalorditivo. E’ un materiale che senti diverso, ma resta molto leggero. La prima volta me l’hanno dato per la Roubaix e se inizialmente potevo essere un po’ scettica, dopo che sono caduta ho toccato con mano: avevo addosso appena qualche segno, mentre un pantaloncino classico si sarebbe strappato e probabilmente mi sarei fatta male anche io. La somma di tutte queste cose ti fa capire e credere che dietro ci sia davvero un grande studio. Miracoli non ne fa ancora nessuno, però quello che fa Nalini ci aiuta. E i capi che ci hanno dato quest’anno ne sono una bella prova».
Barbieri e Ciabocco, per entrambe debutto 2026 al UAE Tour con la nuova maglia Nalini RAYBarbieri e Ciabocco, per entrambe debutto 2026 al UAE Tour con la nuova maglia Nalini RAY
Il comfort in attesa dei dati
I nuovi capi portano il nome RAY e sono realizzati con il filato di cui vi abbiamo detto in apertura. Alle ragazze della squadra l’hanno spiegato i responsabili dell’area tecnica, che le hanno informate anche della collaborazione con l’Università di Verona e del fatto che di lì a poche settimane i kit sarebbero stati completi. Le prime sensazioni hanno offerto intanto riscontri positivi.
«Se devo parlare di comodità – prosegue Barbieri – al UAE Tour è stato tanto caldo, soprattutto nella tappa di salita, e ho sentito che la maglia traspira bene e veste bene, quindi fa benissimo il proprio dovere. Da fuori vedi solamente che ha una trama di cerchi, a livello estetico rispetto a una maglia normale noti solo questo. Probabilmente il tipo di azione che svolge quel particolare tessuto si potrà apprezzare dopo corse di più giorni, ma tra i vantaggi più immediati c’è il fatto che agevoli il recupero e consenta una termoregolazione migliore.
«E’ chiaro che avendola usata ancora in poche gare – prosegue – magari non ti rendi conto di aspetti che emergeranno dall’analisi dei dati. E allora forse dal confronto con le esperienze precedenti gli allenatori si renderanno conto che in effetti la frequenza cardiaca risulterà mediamente più bassa e anche il lattato sarà minore. Ma vi dirò una cosa: in attesa dei risultati di queste analisi, il solo fatto di avere indosso qualcosa che potrebbe migliorare la performance, dal punto di vista mentale diventa una spinta in più».
La maglia Nalini ha le maniche realizzate in tessuto Wowen con righe in rilievo e corpino traforatoLa maglia Nalini ha le maniche realizzate in tessuto Wowen con righe in rilievo e corpino traforato
Il corpo sempre asciutto
A pensarci bene sarebbe un po’ troppo pretendere che l’atleta percepisca sul suo corpo l’azione di quel tipo di filato, che avrà eventualmente ripercussioni sulla performance. Quello che un’atleta come Rachele Barbieri, che è sempre stata molto attenta ai materiali, può percepire è che la maglia svolga bene il proprio lavoro… meccanico, basato su traspirabilità e vestibilità.
La prova che la maglia RAY sappia il fatto suo in tema di termoregolazione, Rachele Barbieri l’ha avuta però nell’arrivo in salita di Jebel Hafeet, quello che per lei che è velocista rischiava di essere un calvario e ha invece lanciato verso il successo Elisa Longo Borghini.
«Quel giorno – spiega – avevo la maglia a pelle, sotto avevo il top, il reggiseno sportivo, e non ho mai avuto la sensazione che la maglia mi si appiccicasse addosso. Era una tappa tanto calda, quindi ci siamo anche tanto bagnate, e di solito in quei casi il contatto con la maglia bagnata può dare fastidio. Invece mi sono trovata proprio bene.
«Avremo magari la controprova nelle prossime settimane quando le temperature saranno più alte anche in Europa e i giorni di gara si accumuleranno, ma ho avuto per tutto il tempo la sensazione di indossare una maglia che facesse qualcosa per me, in termini di regolazione della temperatura e di comodità. Questo lo posso dire con certezza, per il resto passo la palla ai tecnici che sapranno leggere i dati meglio di me».
Tutto un inverno e poi sette giorni di gara al UAE Tour sono bastati a Mattia Gaffuri per capire che ci sarà tanto da fare, ma non è certo il lavoro a fargli paura. La favola del corridore di Erba, 26 anni, è giunta al livello più alto. Dopo i tre anni al VC Mendrisio, i due allo Swatt Club, il secondo posto alla Zwift Academy e gli svariati tentativi di farsi ascoltare dal mondo del professionismo, culminati con lo stage al Team Polti dello scorso anno, l’approdo al Team Picnic PostNL è la grande occasione: il punto di partenza che aspettava.
«C’è tanta strada da fare e ancora tanto da imparare – ammette Gaffuri prima di uscire per l’ennesimo allenamento che lo riporterà in corsa alla Strade Bianche – però il UAE Tour è stato una buona prima esperienza. Chiaramente rispetto allo scorso anno, devo stare maggiormente a quello che mi chiede la squadra e fare ad esempio da supporto ai velocisti, però direi che nel complesso è stata sicuramente un’esperienza utile».
Mattia Gaffuri, classe 1999, è alto 1,84 e pesa 76 chili. E’ pro’ da quest’anno Al team Picnic PostNL, dopo lo stage 2025 con la PoltiMattia Gaffuri, classe 1999, è alto 1,84 e pesa 76 chili. E’ pro’ da quest’anno Al team Picnic PostNL, dopo lo stage 2025 con la Polti
A un certo punto, negli ultimi due anni, il mondo dei social e dei tifosi ha iniziato a spingere perché Gaffuri avesse una chance nel professionismo. Ora che ci sei dentro, ti aspettavi che fosse così?
Sicuramente avevo più o meno idea di quale fosse il livello necessario per starci – ragiona Gaffuri – e quello penso di averlo raggiunto. Un altro discorso invece è riuscire a fare il risultato, comunque a primeggiare. Per questo sicuramente ci sono altri step da fare. Però per il momento il fatto di riuscire a starci dentro, di partecipare, andare in fuga o comunque riuscire a dare una mano nei finali è tanto di guadagnato rispetto a quello che si diceva qualche anno fa.
Il primo impatto l’hai avuto lo scorso anno con il Team Polti, cambia molto ritrovarsi a livello WorldTour?
Direi che a livello di struttura della squadra, di sicuro qui c’è una quantità di personale enorme e di riflesso si possono curare meglio i dettagli. A livello di organizzazione comunque la Polti era già una realtà molto avanzata e organizzata, quindi da quel punto di vista lì non ho visto una grandissima differenza.
Come ti trovi invece con la mentalità olandese?
Ci sono dei pro e dei contro, come avevo anche immaginato prima di firmare. Sicuramente c’è meno calore, è una dimensione forse più “professionale” rispetto alla Polti. Però ci sono anche degli aspetti positivi come appunto l’organizzazione, la mentalità in gara e il fatto di cercare sempre di imparare qualcosa. Non si va mai a una gara senza un obiettivo, anche se non è una giornata adatta alle tue caratteristiche. C’è sempre qualcosa da fare, quindi per la crescita personale vedo solo ricadute positive.
Prima del UAE Tour, blocco di lavoro sul Teide. Qui Gaffuri (a destra) con Poole, Martinez e Leemreize (immagine Team PicNic PostNL)Prima del UAE Tour, blocco di lavoro sul Teide. Qui Gaffuri (a destra) con Poole, Martinez e Leemreize (immagine Team PicNic PostNL)
Oltre a correre, negli ultimi anni abbiamo conosciuto anche il Gaffuri preparatore: il fatto di avere questa formazione ti avvantaggia nell’inserimento?
Penso che sia sicuramente importante, perché mi permette di avere una visione d’insieme di quello che è necessario. Ad esempio nel rapporto con le figure professionali come il preparatore e il nutrizionista. So quali domande fare, quali aspetti sono più o meno importanti. Però la struttura di queste squadre è fatta in modo da dare un supporto completo anche a chi non ha alcuna formazione. C’è chi si prende cura di ogni aspetto e non ci sono cose lasciate al caso per cui si abbia necessità di fare da soli, come ad esempio mi capitava l’anno scorso.
E da preparatore ti rendi conto che il tuo modo di lavorare è cambiato?
Ci sono sicuramente delle differenze, anche di filosofia. Per esempio sulla quantità di alta intensità e anche il volume, che sono un po’ diversi rispetto a quello che avrei impostato da solo, però in linea di massima il sistema è lo stesso. Tra l’altro il grosso della preparazione è stato fatto, da adesso in poi si gareggia in continuazione e quando si fanno le corse a tappe lo stimolo allenante è talmente grande, che poi a casa devi principalmente recuperare. Quindi anche la filosofia della preparazione non è più così importante.
E’ stato difficile passare dal Gaffuri allenatore di se stesso al seguire i consigli di un altro?
Sicuramente non è facile. Soprattutto non è facile staccare la parte critica continua che devi avere quando ti alleni da solo, perché sei sempre in dubbio su tutto quello che fai. Invece quando hai un preparatore esterno, devi fidarti perché è l’unica cosa che puoi fare. E forse è la cosa migliore, per lavorare serenamente. Quindi forse questo aspetto è il più difficile, ma anche questa è una cosa che avevo messo in conto e che sto facendo.
Campionati europei gravel 2025 ad Avezzano, maglia azzurra per Gaffuri (tricolore in carica) che chiuderà al quinto postoCampionati europei gravel 2025 ad Avezzano, maglia azzurra per Gaffuri (tricolore in carica) che chiuderà al quinto posto
Sei stato coinvolto nella scelta dei programmi?
Non più di tanto. Il programma è stato deciso quasi interamente dal team, però non posso certo lamentarmi, perché è di livello assoluto. Sono quasi tutte gare WorldTour e di sicuro questo è uno degli aspetti positivi del correre in una grande squadra. Si fa un calendario di gare importantissime e non è una squadra tanto strutturata per le classifiche generali, quindi potrei trovare qualche spazio. Pensando al futuro, se fra due o tre anni dovessi ritrovarmi competitivo, il fatto di aver già partecipato più volte a queste gare di sicuro sarà un plus. Se invece seguissi un calendario da professional, dovrei fare uno step ulteriore nel momento in cui fisicamente fossi effettivamente pronto.
C’è qualche gara del tuo calendario che ti intriga particolarmente?
In realtà finora il calendario è ufficiale solo fino alla Tirreno, poi dovrò vedere con la squadra. Però diciamo che c’è la possibilità di fare il Giro d’Italia. Nel caso fosse confermato, di sicuro quella sarebbe la gara principale: quella che sogniamo tutti da bambini.
C’è un Giro che ricordi particolarmente?
Sicuramente il primo vinto da Ivan Basso nel 2006 è stato la prima gara che ho seguito in televisione da tifoso, perché ero abbastanza grande da capire. Se devo individuare il momento in cui mi sono appassionato al ciclismo, quel Giro è stato il primo e poi da lì non ne ho più perso uno.
Gaffuri ha corso gli ultimi tre mesi del 2025 nella Polti VisitMalta emergendo nelle classiche di fine stagioneGaffuri ha corso gli ultimi tre mesi del 2025 nella Polti VisitMalta emergendo nelle classiche di fine stagione
Quindi aver assaggiato il professionismo nella squadra di Ivan, il Team Polti, è stato la chiusura di un primo cerchio?
Sì, assolutamente. Ivan è stato fondamentale anche da un punto di vista psicologico, per darmi la motivazione ulteriore di provare a fare il professionista. Il fatto che questa spinta venisse da lui, che è stato sempre mio idolo, è stata una vera apoteosi.
Prossima gara la Strade Bianche?
Esatto, sì. In tutte queste corse, così come sarà poi con la Tirreno, non so tanto bene cosa aspettarmi, anche se è una corsa che sulla carta potrebbe essere adatta alle mie caratteristiche. Probabilmente avrò come compito quello di provare una fuga o di sacrificarmi nei primi chilometri. Di sicuro la squadra non sarà lì per proteggere me, perché giustamente ci sono capitani con più credenziali. Quindi cercherò di fare più esperienza possibile e in generale penso che sarà il modo in cui affronterò ogni corsa quest’anno e poi alla fine tireremo una riga e faremo un bilancio.
Che cosa ti preme capire soprattutto?
Quali sono le mie caratteristiche, i miei punti di forza, dove posso puntare a crescere come corridore, che poi è il discorso di tutti. Quando sei nelle categorie inferiori, se hai motore puoi andare bene su tutti i percorsi. Però poi quando entri nell’elite del professionismo, devi capire bene qual è il tuo spazio, perché non tutti possono fare classifica, non tutti possono fare le classiche, bisogna trovare la propria dimensione.
Nonostante sia anche un preparatore, Gaffuri ha dovuto affidarsi completamente alla struttura del team: il passo forse più complicatoNonostante sia anche un preparatore, Gaffuri ha dovuto affidarsi completamente alla struttura del team: il passo forse più complicato
Dopo tanto correre e vincere nel gravel, fra titoli italiani e ottimi europei, la Strade Bianche magari potrà esserti amica?
C’è dell’affinità, ma la grossa differenza è che alla Strade Bianche la battaglia vera viene prima degli sterrati, per entrarci bene. Serve una diversa abilità, che sicuramente ancora non è il mio punto di forza. Probabilmente uno dei motivi per cui la squadra mi porterà è proprio quello di farmi lavorare su questi aspetti. Toccare con mano il nervosismo in gruppo in una classica di quel livello e cercare di iniziare ad apprendere il più possibile sin da subito.
Ultima domanda, poi ti lasciamo alla bici: per Gaffuri il professionismo è un nuovo lavoro appena iniziato oppure è un sogno che si è avverato?
Diciamo che sicuramente è un sogno che si è avverato, però penso che il segreto per affrontarlo al meglio sia viverlo come un lavoro. Quindi dare il massimo ogni giorno e cercare a ogni gara di spuntare le caselline dall’elenco delle cose da fare. Se si vuole essere competitivi, c’è tanto da imparare ed è giusto affrontarlo in modo analitico e razionale, sennò è facile lasciarsi trasportare. Qua vanno tutti forte, quindi bisogna analizzare quello che si può fare meglio e migliorare su ogni singolo aspetto.
A Larciano è tornato in gruppo Antonio Tiberi, ai box dopo la caduta nella crono al Uae Tour. Qualche cerotto, ma il morale alto. Siamo solo agli inizi
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Ursus continua il suo cammino di crescita e di sviluppo legato alle ruote ad alta performance e, dopo mesi di lavoro e di test sul campo, arrivano le nuove Arya R. Un prodotto nato dalle idee dei tecnici e dagli studi in laboratorio, che hanno studiato e progettato questa nuova ruota. Accanto a tutto ciò ci sono stati anche i test su strada, nei quali hanno giocato un ruolo chiave i corridori professionisti con i quali il marchio veneto lavora.
Le ruote Arya R sono nate da un processo lungo e delicato che ha visto come ultimo gradino quello più complicato da scavalcare, le corse WorldTour. Infatti queste ruote sono state protagoniste nella corsa a tappe più esigente e difficile di tutto il calendario: il Tour de France, nel quale hanno affiancato il Team Picnic PostNL. In particolare sono state protagoniste nel quarto posto finale di Parigi conquistato da Oscar Onley.
Le ruote Arya R hanno esordito al Tour de France con il Team Picnic PostNLOscar Onley, qui alle spalle di Pogacar e Vingegaard le ha utilizzate nelle tappe più impegnativeLe ruote Arya R hanno esordito al Tour de France con il Team Picnic PostNLOscar Onley, qui alle spalle di Pogacar e Vingegaard le ha utilizzate nelle tappe più impegnative
Un anno di sviluppo
Per realizzare le nuove ruote Arya R in Ursus si è partiti un anno fa, quando l’azienda di Rosà è entrata nel WorldTour accanto al team olandese Picnic PostNL. La sfida di essere al massimo livello del ciclismo mondiale ha portato nuovi traguardi e orizzonti.
«L’idea era di portare una ruota da utilizzare in un contesto diverso – racconta Marco Giacomin, Product Manager di Ursus – anche se in casa avevamo già la Proxima, che il team ha utilizzato per la prima parte del 2025. Ci siamo focalizzati su due temi: alleggerire e irrigidire. Un’azienda come la nostra ha sempre il focus sull’innovazione e la continua ricerca del massimo sviluppo».
Il mozzo U-RD60 Xeramik con sistema U-Press è stato progettato su misura per le Arya RIl mozzo U-RD60 Xeramik con sistema U-Press è stato progettato su misura per le Arya R
Target elevati
Alleggerire e irrigidire, con questi due obiettivi i tecnici di Ursus si sono messi al lavoro per trovare l’equilibrio giusto e realizzare un nuovo modello di ruota.
«Per riuscire a costruire quello che avevamo in mente, ovvero la nuova Arya R – prosegue Marco Giacomin – ci siamo messi all’opera andando a studiare ogni dettaglio e l’interazione di ogni componente del gruppo ruota. Test e studi sono fatti tutti internamente all’azienda, aspetto che ci ha permesso di avere sempre sotto controllo ogni dettaglio. A livello tecnico le ruote Arya R presentano come novità quella di utilizzare dei raggi in carbonio. Aspetto che offre una maggiore rigidità e un peso veramente contenuto.
«Al fine di unire al meglio tutti i particolari e gli aspetti tecnici siamo andati anche a rinnovare il mozzo, prodotto internamente da noi. Abbiamo notato che con i raggi in carbonio si deformano meno con l’aumento del carico, cosa che dà una maggiore rigidità alla struttura. Il mozzo che abbiamo sviluppato offre anche una grande uniformità per quanto riguarda i livelli di tensionatura».
La larghezza del canale interno, da 23 millimetri, permette di montare copertoni con misura da 28 mm in suDue le versioni disponibili per le Arya R, questa è quella con altezza profilo da 35 millimetriLa larghezza del canale interno, da 23 millimetri, permette di montare copertoni con misura da 28 mm in suDue le versioni disponibili per le Arya R, questa è quella con altezza profilo da 35 millimetri
Dati e numeri
Le ruote Arya R, realizzate in due versioni, con profilo da 35 millimetri e da 50 millimetri (in apertura), passano da 24 raggi a 21. Il peso passa dai 1.250 grammi (a coppia) per il profilo più basso, ai 1.350 grammi per quelle con il profilo più alto.
«La ruota Arya R – conclude Marco Giacomin – sono adatte a percorsi con tanto dislivello, infatti sono state protagoniste nelle tappe di montagna dello scorso Tour de France. Permettono di avere una maggiore risposta nei rilanci e una grande reattività di guida, migliorando anche la precisione in curva. Rispondono perfettamente alle esigenze dei ciclisti che sono alla ricerca di prodotti con un alto livello tecnico, in grado di migliorare anche la performance».
In Francia si ragiona sul percosso del prossimo Tour e su come (e dove) Pogacar potrebbe perderlo. Eppure sembra che si sia tracciato perché vinca ancora
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Michelin rientra ufficialmente nel ciclismo su strada di massimo livello. A partire dallo scorso 1 di gennaio, il gruppo francese è diventato partner tecnico ufficiale del team Picnic PostNL, segnando così un ritorno strategico nel WorldTour maschile e femminile.
Non si tratta di una semplice fornitura di pneumatici. La collaborazione nasce difatti con un obiettivo preciso: trasformare la competizione in un laboratorio di innovazione, dove testare, sviluppare e validare le tecnologie di domani direttamente in gara.
I prodotti Michelin torneranno a correre nel WorldTour I prodotti Michelin torneranno a correre nel WorldTour
Da sempre, Michelin utilizza lo sport ad alto livello come strumento di ricerca e sviluppo. Il ciclismo WorldTour rappresenta uno degli ambienti più estremi e selettivi per la sperimentazione di nuovi pneumatici: superfici variabili, condizioni meteo imprevedibili, chilometraggi elevati e massima richiesta di affidabilità.
All’interno di questa partnership, i corridori del team Picnic PostNL utilizzano pneumatici progettati specificamente per le competizioni, sviluppati congiuntamente dagli ingegneri Michelin e dallo staff tecnico della squadra. Ogni gara diventa così un test reale. Ogni singolo feedback degli atleti si trasforma in dati concreti.
L’obiettivo è duplice. Supportare le prestazioni del team ai massimi livelli e trasferire le innovazioni sviluppate in gara nei prodotti destinati al mercato.
Il Team Picnic PostNL nel 2026 utilizzerà copertoni MichelinIl Team Picnic PostNL nel 2026 utilizzerà copertoni Michelin
Collaborazione continua e bidirezionale
Il valore della partnership risiede nella collaborazione quotidiana tra azienda e squadra. Gli atleti forniscono sensazioni precise su grip, scorrevolezza, comfort e resistenza. Gli ingegneri traducono queste informazioni in miglioramenti immediati.
Secondo Vincent Ledieu, Direttore del Programma Ciclismo di Michelin, lavorare a stretto contatto con un team WorldTour permette di comprendere in modo profondo le reali esigenze della competizione moderna. Un approccio che rafforza il DNA del marchio, da sempre legato alla performance misurabile e verificabile sul campo.
Il team Picnic PostNL rappresenta una delle realtà più strutturate e innovative del panorama internazionale. Partecipa a tutte le prove del WorldTour e adotta un modello misto e integrato, che comprende squadra maschile, femminile e un ampio progetto di sviluppo.
Nel 2026 il team conta 28 uomini, 17 donne e 16 atleti della compagine ”devo”. Una struttura che riflette una visione contemporanea dello sport professionistico, basata su performance, ricerca e crescita sostenibile.
Per Piet Rooijakkers, responsabile R&D del team, la partnership con Michelin consentirà di disporre di attrezzature di altissimo livello, adattate alle esigenze reali della competizione. Il processo di miglioramento continuo diventa così un vantaggio competitivo concreto.
La bicicletta Lapierre del team, le ruote sono UrsusLa bicicletta Lapierre del team, le ruote sono Ursus
Innovazione, materiali e visione globale
Fondata oltre 130 anni fa, Michelin è oggi uno dei leader mondiali nei materiali compositi e nelle soluzioni ad alte prestazioni. Il gruppo opera in 175 Paesi e impiega oltre 129.000 persone.
Il “know-how” nei polimeri avanzati consente all’azienda di sviluppare pneumatici e componenti per settori critici come mobilità, aeronautica, sanità ed energie a basse emissioni. In Italia, Michelin è presente dal 1906 con stabilimenti produttivi a Cuneo e Alessandria, sede centrale a Torino e direzione commerciale a Milano.
La competizione rimane uno dei pilastri della strategia di innovazione. Con il ritorno nel WorldTour, Michelin riafferma il proprio ruolo nel ciclismo d’élite… e la strada torna a essere il banco di prova definitivo!
Dopo i tanti tentativi, Mattia Gaffuri è approdato nel WorldTour con la il Team Picnic. C'è tanto da imparare per trovare la dimensione. Ora la Strade Bianche
L’inizio di stagione in Australia regala sempre sorprese e curiosità. Ad aprire le ostilità sono stati i campionati nazionali dai quali è emersa una sorpresa, la vittoria di Patrick Eddy capace di beffare quella che era considerata una vera armata pronta a sbaragliare la concorrenza, la Jayco AlUla unico team nazionale nel WorldTour. E proprio la massima serie è un po’ il leif motiv della storia legata al nuovo campione nazionale.
Il Team Brennan festeggia la prima vittoria 2026 (foto JP Ronco -Australia Cycling Photography)Il Team Brennan festeggia la prima vittoria 2026 (foto JP Ronco -Australia Cycling Photography)
Quattro anni al Team Picnic
Eddy era alla sua prima uscita nel Team Brennan, una formazione continental locale. Dodici mesi fa la situazione di Eddy era ben diversa, si accingeva a vivere la sua seconda stagione al Team Picnic PostNL dopo altre due stagioni nel devo team. Tutto sembrava andare per il meglio, poi però la fine del contratto lo ha messo con le spalle al muro. Per questo la conquista della maglia di campione nazionale sembra quasi una risposta del “karma” dopo giorni e settimane di sbattimenti.
E’ sera tardi quando Eddy risponde al telefono da Adelaide, quasi incredulo nello scoprire il risalto che la sua vittoria ha avuto anche così lontano dalla sua patria. Il suo racconto parte proprio dal clamoroso trionfo di Perth: «Ero davvero emozionato nell’indossare la maglia. E’ la mia prima vittoria da professionista. Ovviamente dopo non aver ottenuto il rinnovo a livello WorldTour, volevo dimostrare che meritavo di essere lì e volevo anche iniziare bene con la mia nuova squadra e dare loro il massimo, dimostrare che valgo il loro investimento e iniziare la stagione con il piede giusto. La squadra mi ha supportato tantissimo prima e durante la gara».
Lo sprint vincente di Eddy ai danni del favorito Plapp (foto JP Ronco -Australia Cycling Photography)Lo sprint vincente di Eddy ai danni del favorito Plapp (foto JP Ronco -Australia Cycling Photography)
Come sei riuscito a battere la Jayco AlUla, che tutti consideravano il team favorito e soprattutto Luke Plapp col quale ti sei ritrovato da solo in fuga?
Penso che tutti in Australia sapevano che Plapp e Jayco hanno l’obiettivo primario di vincere i campionati nazionali ogni stagione ed è una gara molto importante per loro. Ma penso che abbiamo fatto un ottimo lavoro nel creare un buon piano. Come diciamo in inglese, abbiamo messo tutte le nostre uova in un paniere perché fossi io il vincitore. Ragazzi come Oliver Bleddyn e Tristan Saunders hanno sacrificato completamente la loro gara per darmi la possibilità di vincere. Ovviamente loro hanno commesso un paio di errori durante la giornata, ma credo che avessimo un ottimo piano di squadra e lo abbiamo eseguito alla perfezione.
Vieni dal WorldTour ed eri con il Team Picnic da quattro anni. E’ stato difficile lasciare la categoria e trovare una squadra Continental?
L’obiettivo di tutti è essere nel World Tour e rimanerci. Ho pensato che la Picnic fosse una squadra fantastica, ma forse non era l’ambiente migliore per me, per le mie ambizioni perché anche a me piace vincere. Quindi è stato bello tornare a livello Continental con Brennan e cercare di ritrovare quella mentalità vincente. Penso che Tim Decker (il diesse, ndr) sia un allenatore di grande successo, vincitore alle Olimpiadi e con l’esperienza giusta ed è stato fondamentale nell’aiutarmi a tornare a essere un vincitore. E non vedo l’ora di gareggiare in Europa con Brennan quest’anno. Spero anche un po’ in Italia.
Eddy aveva chiuso l’esperienza al Team Picnic PostNL con il primo posto al Tour de Langkawi nella classifica per scalatoriEddy aveva chiuso l’esperienza al Team Picnic PostNL con il primo posto al Tour de Langkawi nella classifica per scalatori
Che tipo di corridore sei?
Negli ultimi anni sono stato principalmente usato come apripista, ma penso di aver dimostrato nel fine settimana di poter essere un po’ più di questo. Voglio davvero dimostrare di essere un corridore da classiche. Qualcuno che sia in grado di superare brevi e impegnative salite e di avere comunque un buon finale in volata. Diciamo che sto ancora cercando di capire chi sono, ma penso di poter fare un po’ di tutto.
Ora il tuo calendario sta cambiando rispetto al passato. Come sarà strutturato?
Principalmente abbiamo le gare nazionali in Australia. Quindi, dopo il Tour Down Under e la Cadel Evans Ocean Race che correrò con la nazionale australiana, seguirò la ProVelo Super League con il Team Brennan da febbraio a marzo. E poi da maggio verremo in Europa e gareggeremo per tre mesi in alcune delle gare minori UCI come le 2 e le 1. Non so ancora dove correremo e a quali gare parteciperemo. Spero in Belgio, Francia e Italia. Non vedo l’ora…
Il podio finale di Perth con Eddy fra Plapp e Chamberlain (foto JP Ronco -Australia Cycling Photography)Il podio finale di Perth con Eddy fra Plapp e Chamberlain (foto JP Ronco -Australia Cycling Photography)
Ora indossi la maglia di campione nazionale. Che sensazioni ti dà?
E’ un grande onore, soprattutto avere iniziato il Tour Down Under con questa effige. Spero di onorarla al meglio e poter rendere orgoglioso il mio gruppo.
Cosa pensi di dover fare per poter tornare al WorldTour?
Beh, vincere i campionati nazionali è stato un grande aiuto per attirare l’attenzione di alcune squadre, ma probabilmente avrò bisogno di altre buone prestazioni al Tour Down Under e alla Cadel Evans. Ma soprattutto vincere alcune di queste gare in Europa con il Team Brennan più avanti quest’anno. Comunque sono davvero contento di come è iniziata la stagione. Continuando così, spero che si apra qualche porta…
Dopo i tanti tentativi, Mattia Gaffuri è approdato nel WorldTour con la il Team Picnic. C'è tanto da imparare per trovare la dimensione. Ora la Strade Bianche
Il brand veneto Ursus è una delle poche aziende produttrici di ruote a progettare e realizzare i propri mozzi in Italia. Questo ha sempre permesso loro di sviluppare soluzioni innovative, come il nuovo sistema U-Press, una tecnologia che permette di smontare e rimontare i mozzi in pochi secondi, con semplicità e precisione. Ma senza abbassare il livello di qualità, tutt’altro.
I mozzi con sistema U-Press sono infatti stati testati per tutta la stagione dal Team Picnic-PostNL (la squadra di Rachele Barbieri ed Eleonora Ciabocco, in cui dal 2026 correrà anche Mattia Gaffuri) con ottimi risultati.
Il sistema U-Press permette di accedere all’interno del mozzo senza utilizzare attrezzi, in modo semplice e veloceIl sistema U-Press permette di accedere all’interno del mozzo senza utilizzare attrezzi, in modo semplice e veloce
Manutenzione rapida senza attrezzi
L’idea di Ursus alla base del sistema era di semplificare la meccanica del mozzo, ovviamente però senza comprometterne la precisione. La rivoluzione di U-Press sta nel fatto che è possibile smontare i mozzi con pochi gesti e senza l’uso di attrezzi particolari come estrattori o presse, come invece accade normalmente. Con questa nuova tecnologia, i tappi e il corpetto possono essere rimossi a mano grazie ad una chiusura conica a pressione calibrata, facilitando così di molto la manutenzione come l’ ingrassaggio o la sostituzione dei cuscinetti.
Questa soluzione non solo velocizza e semplifica l’accesso agli ingranaggi, ma assicura anche tolleranze micrometriche e una perfetta coassialità tra gli elementi interni. Il sistema U-Press si presenta quindi come una novità perfetta per i neofiti, eppure la sua affidabilità ha passato il test più importante a cui lo si potesse sottoporre: l’opinione dei meccanici del WorldTour.
Ursus ha testato il sistema per tutta la stagione con il Team Picnic-PostNL, con ottimi risultatiUrsus ha testato il sistema per tutta la stagione con il Team Picnic-PostNL, con ottimi risultati
Un anno di prova (superata) con i pro’
Come accennato all’inizio, Ursus ha voluto testare i mozzi U-Press direttamente con il Team Picnic-PostNL di cui è partner dallo scorso anno. Corridori e tecnici hanno provato la nuova tecnologia per tutta la stagione e nelle situazioni di stress tipiche del ciclismo ai massimi livello.
Com’è andata? L’ha spiegato direttamente Piet Rooijakkers, R&D Expert del team: «Utilizziamo il sistema U-Press quando un atleta decide all’ultimo momento di cambiare rapporti o ruote. Il sistema ci consente di intervenire in modo rapido e preciso, senza l’uso di attrezzi specifici, adattando la configurazione della bici in pochi istanti, anche durante le gare o i test».
Questo per quanto riguarda la praticità. Ma la qualità rimane la stessa? Continua Rooijakkers: «Il sistema è fluido e lineare: l’innesto e la rimozione dei componenti sono sempre precisi, senza giochi o resistenze. Il vantaggio principale è il notevole risparmio di tempo, ma anche la semplicità di manutenzione e sostituzione, che riduce il rischio di errori o danni ai componenti e rende il lavoro più scorrevole e prevedibile».