E’ il giorno delle ricognizioni e dei tifosi. Nel cuore delle Ardenne…

25.04.2025
7 min
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VIELSAM (Blegio) – Finalmente, dopo 36 ore di pioggia ininterrotta, torna a splendere un timido (anzi, facciamo timidissimo) sole sulle Ardenne. Non piove e già va bene. E’ venerdì, antivigilia della Liegi-Bastogne-Liegi, ed è quindi il classico giorno delle ricognizioni.

Alla sera, dopo un ultimo giro di messaggi con i vari direttori sportivi, stabiliamo anche noi il nostro piano di battaglia. Molti team hanno scelto Vielsam come punto di partenza. Tanto vale recarsi lì. Tra le 9,30 e le 11 tutti sono in “pista”.

Pista è un termine che calza, visto che questa è la strada della Liegi e che nel bel mezzo della recon si lambisce anche il circuito di F1 di Spa-Francorchamps.
Il primo atleta che incontriamo è un italiano: Samuele Battistella. Un saluto incoraggiante e, insieme al capitano Ben Healy e ai compagni, s’immette alla scoperta degli ultimi 104 chilometri della Doyenne.

Appuntamento a Vielsam

Poco dopo ecco spuntare Andrea Bagioli. Lui è in compagnia di un solo altro atleta e in ammiraglia sono seguiti dal direttore sportivo Maxime Monfort. Il resto del team ha fatto la ricognizione ieri: si sono sciroppati 150 chilometri sotto la pioggia. Qualcosa d’insolito anche per i belgi, tanto è vero che più di qualche voce locale aveva sottolineato la cosa.

In casa XDS-Astana Team, il primo a scendere dal bus è Alexandre Vinokourov! Ma non aveva smesso? O siamo ancora al 2005, quando vinse la sua seconda Liegi? Vino scherza: «No, non la faccio mica tutta con loro». E infatti, dopo aver preso un caffè, il manager s’incammina con una delle bici di Velasco, un po’ prima dei ragazzi. Mario Manzoni, il direttore sportivo, dà le ultime indicazioni e poi partono anche Diego Ulissi e gli altri.

Qualche centinaio di metri a valle, ma sempre a Vielsam, ecco due team: Team Visma-Lease a Bike e Red Bull – Bora.
E qui la sorpresa: tra i “tori rossi” c’è anche Giulio Pellizzari. La squadra lo ha annunciato in extremis, ma siamo venuti a sapere che, tutto sommato, Pellizzari sapeva di fare la Liegi già da un po’. Non tanto, ma neanche così all’ultimo.

E’ sorridente, emozionato e anche quello che si sente di più. Fa “perdere la pazienza”, nel senso buono, anche con Enrico Gasparotto. Insomma, si parte tra le risate.
Giulio è al debutto e seguiamo il suo team per un po’. La cosa che abbiamo notato è che, praticamente per tutto, ma proprio tutto, il tempo Pellizzari è stato in testa. Forse voleva vedere per bene le strade. Una bella fame di conoscenza, di entusiasmo…

Nel cuore della Doyenne

E a proposito di strade, forse la tattica di Gasparotto di farlo stare davanti è davvero corretta. Seguendo questa recon da così dentro e così da lontano rispetto al solito, ci siamo resi conto anche noi di cosa sia davvero la Liegi. Non è solo Redoute o Roche-aux-Faucons o Stockeu. E’ un serpente d’asfalto alquanto velenoso. Noi seguiamo le côtes, ma in realtà è un continuo saliscendi. La pianura non esiste. E spesso si sale a strappi.

E non si deve pensare solo al dislivello: le strade sono spesso strette. Si lascia una strada nazionale e si svolta secchi su una comunale di campagna. Il risultato è: carreggiata ristretta, curve, pendenze violente anche in discesa e asfalto ondulato. Tanti microdossi che richiedono molta attenzione. Proviamo a immaginare lo stress dei corridori in gruppo, il cercare di stare davanti.

Il tratto in discesa dopo Wanne, giusto per dirne uno, è difficilissimo. Lo stesso vale per le stradine che precedono la cote di Mont-le-Soie. Poi, ovviamente, ci sono le salite vere e proprie… che non regalano nulla.

Ardenne già in festa

E poi c’è il contorno di questa ricognizione. Ed il contorno è la gente, la festa, il popolo del ciclismo. Ragazzi che si accodano ai team, tifosi a bordo strada e la solita Redoute già presa d’assalto. A Remouchamps, il pratone verde alla base della cote simbolo della Liegi è già pieno di camper e sulla salita tutti aspettano i big. Che bel caos per Tadej Pogacar, ma soprattutto per i beniamini di casa: Lotte Kopecky e Remco Evenepoel. Un signore ci confida che spera proprio sia Remco a battere Pogacar.

Ma la festa, anche la nostra, non è finita. Poco dopo la Redoute, dove Remco staccò Healy due anni fa, c’è uno stand con una bandiera belga e una italiana. Si mangia, si beve e si fa il tifo per Andrea Bagioli. E’ il suo fan club. A dirigere l’orchestra è Florio Santin.

Un bicchiere di rosso, un panino e la torta di riso. «Questa è tipica della zona, delle Ardenne – ci dicie Florio – Ne era golosissimo Giovanni Visconti. Che ha poi trasmesso questa passione anche a Valverde. Prima è passato Bagioli, ma non si è fermato… purtroppo. Mentre è stata molto carina Elisa Longo Borghini. Ha rallentato, ci ha sorriso e abbiamo scambiato una battuta».

E’ ormai l’ora di pranzo passata. I team non passano più. Quel che è fatto è fatto. I big hanno le conferenze stampa. Gli altri potranno vivere con un pizzico in più di relax questo avvicinamento… all’ultima grande classica di questa splendida Campagna del Nord.

EDITORIALE / L’abuso del talento è peccato capitale

21.04.2025
4 min
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A Pogacar non converrebbe a questo punto saltare la Freccia Vallone e sparare le ultime cartucce alla Liegi? Sarebbe un peccato trovarlo a corto di gambe nella Decana di tutte le classiche. In questo giorno di Pasquetta, che al Nord è quantomai provvidenziale dopo l’Amstel di ieri, il pensiero fa capolino con crescente insistenza.

La corsa di ieri ha proposto un altro scontro fra titani. Evenepoel ha preso il posto di Van der Poel, mentre Pogacar ha continuato a giocare da par suo. Potente lavoro di squadra e attacco coraggioso a 48 chilometri dal traguardo. Sembrava tutto nuovamente perfetto, ma di colpo si è avuta la sensazione che Evenepoel avesse capito lo schema tattico del rivale e abbia corso di conseguenza.

Sul Cauberg finale, Evenepoel ha rinunciato ad attaccare, puntando sulla volata: un errore?
Sul Cauberg finale, Evenepoel ha rinunciato ad attaccare, puntando sulla volata: un errore?

L’errore di Remco

Lo ha tenuto davanti senza lasciarsi andare allo sconforto. Ha gestito l’inseguimento con la lucidità del cronoman. E il suo avvicinarsi ha scoperto le carte dello sloveno. Pogacar ha capito che non ce l’avrebbe fatta. Si è lasciato recuperare. Si è messo a ruota. E ha aspettato la volata, tendendo a sua volta una trappola spietata al giovane belga.

Riguardate il finale della corsa. Evenepoel avrebbe potuto staccarli sul Cauberg, invece ha peccato di ingenuità e commesso due errori. Il primo quello di credere che avendo battuto Van Aert alla Freccia del Brabante, avrebbe potuto rifarlo anche con Tadej. Il secondo quello di non pesare bene le caratteristiche di Skjelmose. Così facendo si è consegnato alla volata del danese e ha pagato pegno anche a Pogacar. La corsa perfetta di Remco si è convertita nel pasticcio di quegli ultimi 500 metri che saranno certo di insegnamento per la Liegi di domenica. E qui ci riallacciamo al ragionamento di partenza.

Il grande debutto di Roubaix non ha risparmiato a Pogacar una notevole fatica, forse non del tutto recuperata
Il grande debutto di Roubaix non ha risparmiato a Pogacar una notevole fatica, forse non del tutto recuperata

Abuso di talento

Pogacar viene dai fuochi d’artificio della Sanremo, dalla dispendiosa vittoria del Fiandre e dall’altrettanto faticoso debutto alla Roubaix. La voglia di correre sul pavé e il conseguente cambio del programma non hanno spinto la squadra a una riflessione supplementare. Si è semplicemente aggiunto, senza considerare il carico complessivo: come mai? Era noto da settimane che Pogacar avrebbe portato al debutto la leggerissima Colnago V5Rs proprio nella corsa olandese, ma vista la situazione probabilmente la vetrina per la nuova bicicletta sarebbe potuta rimanere in secondo piano.

Il campione del mondo, che ieri ha attaccato sulle strade dell’Amstel Gold Race ed ha ammesso che si sarebbe aspettato più collaborazione da Alaphilippe, è parso generoso, ma non irresistibile come al solito. Quando uno così attacca frontalmente, guadagna subito un margine importante, invece il suo vantaggio non è mai andato oltre i 20 secondi, rendendo possibile l’inseguimento… scientifico di Evenepoel. Vuoi vedere, abbiamo iniziato a pensare, che anche Pogacar è stanco e avrebbe bisogno di tirare un po’ il fiato? E allora perché non dismettere per una volta i panni di Superman, lasciare la Freccia Vallone ai compagni e affilare le armi per la Liegi in cui Remco sarà ancora una volta molto competitivo?

Il prossimo round della sfida fra Pogacar ed Evenepoel sarà la Freccia Vallone o la Liegi?
Il prossimo round della sfida fra Pogacar ed Evenepoel sarà la Freccia Vallone o la Liegi?

La Roubaix e l’Amstel

Per un istante, pensando a Tadej, ci siamo trovati a ricordare le fatiche di Van Aert di un paio di anni fa. Il voler fare tutto per vincere è certamente un fattore di spettacolo che piace ai tifosi, ai media e agli indici di ascolto. Tuttavia si ritorce contro il campione con effetti maligni e a lungo termine. Sarebbe stato più logico risparmiargli l’Amstel, portandolo alla Freccia con tre giorni di recupero in più nelle gambe. Il ciclismo dei fenomeni passa sopra alle regole di sempre, ma non si è mai visto un corridore andare così forte alla Roubaix e lottare per vincere l’Amstel. Fa parte dell’eccezionalità di Pogacar, ma in qualche modo l’esito della corsa di ieri conferma che la regola non è peregrina, che ha una sua base nella fisiologia degli atleti e pensare di aggirarla tradisca un peccato di superbia.

Ora che l’errore è stato commesso (è singolare che si possa considerare errore correre l’Amstel sette giorni dopo la Roubaix e arrivare secondi), non ci stupiremmo se la UAE Emirates risparmiasse a Tadej la corsa di mercoledì. Se davvero è in calando di condizione, superpoteri o no, arriverebbe alla Liegi senza le solite armi. Lo spettacolo ne trarrebbe probabilmente beneficio, ma a scapito della miglior gestione dell’atleta. L’abuso del talento è un peccato capitale dello sport.

Tra i due litiganti il terzo gode: Skjelmose!

20.04.2025
6 min
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E’ proprio vero: i detti non sbagliano mai e così, tra i due litiganti, il terzo gode ed è Skjelmose. Oggi, alla Amstel Gold Race, Tadej Pogacar pensava di seguire il suo solito copione: squadra che tira, ritmo che cresce e la sua bordata. E più o meno le cose stavano andando così. Il problema, e forse se n’è reso conto abbastanza presto, è che stavolta il largo non lo ha preso ed è rimasto sempre abbastanza a tiro dei suoi avversari. Uno su tutti: Remco Evenepoel.

Remco è stato molto intelligente. Lo ha lasciato sfogare, ha inseguito, ha tirato, si è nascosto a tratti… Forse si è esposto un po’ di più anticipando Mattias Skjelmose, che quando lo ha riacciuffato gli ha fatto cenno con la testa: «Andiamo, vieni dietro a me».

L’epilogo di questa Amstel lo abbiamo visto tutti. I tre erano molto stanchi e alla fine si è risolta in volata. A quel punto era immaginabile che potesse vincere Skjelmose, visto che è veloce di suo. E in più era quello che aveva speso un po’ meno rispetto ai due compagni di fuga.

“Suicidio” Pogacar

Capitolo Tadej: parte, va forte, prende il largo, ma non apre la solita voragine. La sua pedalata è agile ma non ficcante come sempre. Si gira più volte, stira i muscoli, si guarda attorno.

«E’ stata una bella gara – ha detto il corridore della UAE Team Emirates con tono meno squillante del solito – una corsa davvero buona per noi, ma alla fine il traguardo era un po’ troppo lontano: cinque metri di troppo per il primo posto. Ovviamente è stata una grande battaglia, ma io ero da solo, loro erano in due: fa una grande differenza. Quando io e Alaphilippe siamo andati via, speravo che rimanesse con me più a lungo, così da poter collaborare e restare avanti, ma forse eravamo troppo entusiasti nell’attaccare così presto».

«Alla fine ho provato da solo, ma una volta che Remco e Skjelmose sono andati via dal gruppetto tutto è cambiato. Eravamo uno contro due e con quel vento forte negli ultimi 15 chilometri non sono riuscito ad aumentare il distacco. Così ho deciso di aspettarli e giocarmela nel finale. E’ stata un’azione un po’ un azzardata e alla fine è arrivato il secondo posto. Avevo una trentina di secondi, ma sapevo che in salita si sarebbero avvicinati, quindi ho cercato di rilanciare sempre in cima e in discesa, ma come ho detto prima, con 15 chilometri da fare non era facile e ho pagato gli sforzi. Forse sarebbe stato meglio aspettarli prima, restare con loro due e giocarsela nel finale».

E su Remco: «Questa mattina ho detto che non sarei rimasto sorpreso da un grande Evenepoel. E avevo ragione. Mi aspettavo fosse così forte. Ha dimostrato a tutti di essere in forma, ma alla fine Skjelmose è stato il più forte. E adesso ci aspettano due belle battaglie».

Insomma, non è il solito Tadej schiacciasassi. Forse anche per lui le fatiche della Roubaix si sono fatte sentire. E questo, da una parte, ci rende felici: perché il verdetto dice che anche Tadej è umano. E forse piace ancora di più.

Recriminazioni Remco

E poi c’è Remco. Evenepoel arrivava da una delle settimane più particolari della sua carriera: il rientro con vittoria alla Freccia del Brabante, dopo un lungo stop, l’infortunio e tanti dubbi. Magari anche lui oggi si è sentito più forte di quanto non fosse realmente.

Il corridore della Soudal Quick-Step è andato fortissimo. Ci ha messo il cuore, forse anche troppo, e alla fine non aveva più quella gamba esplosiva per fare la differenza. Il fatto che né lui né Pogacar siano scattati sul Cauberg finale la dice lunga: erano tutti e due a corto di energie. Va detto, però, che Remco era stato coinvolto anche nella caduta che ha messo fuori gioco diversi big.

«Stavo bene, mi sentivo forte – ha detto con un po’ di rammarico – ma ho speso tante energie per inseguire dopo la caduta. Narváez è finito giù davanti a me, sono quasi riuscito a rimanere in piedi, ma la sua bici ha rimbalzato contro la mia e sono caduto. Se non fosse successo, forse sarei andato via da solo o con Pogacar. Forse ero il più forte in gara, ma non lo sapremo mai. Ho dato tutto nello sprint, anche se sono partito presto e con vento contrario. Senza contare che prima avevo speso moltissimo per chiudere su Pogacar».

Infine Remco chiude con una bordata che fa salire l’attesa per Freccia Vallone e Liegi: «Ho lavorato tanto per tornare e quindi non ho nulla da rimproverarmi. Oggi in salita mi sentivo il più forte. Peccato solo per la caduta. Ma questo è un segnale positivo per le prossime settimane. Posso solo migliorare».

Skjelmose, non svegliatelo!

Infine parola al vincitore. Mattias Skjelmose era, giustamente, il più felice al traguardo. Non solo per la vittoria, ma anche perché ha messo dietro due nomi non da poco: Evenepoel e Pogacar. Neanche nel migliore dei sogni poteva andare così bene al danese della Lidl-Trek.

«Non so se questa vittoria all’Amstel valga più del Giro di Svizzera – ha detto Skjelmose – ma di certo oggi ho battuto i migliori corridori al mondo. Come ci sono riuscito? Non lo so! Speravo di poter vincere, ma ero al limite da 50 chilometri e più volte ho dovuto chiedere a Remco di tirarci fuori dai guai, sia quando eravamo nel gruppo che poi in due».

Nelle sue parole c’è franchezza, forse anche un po’ di ingenuità. Ma quando racconta la volata, di ingenuo non c’è nulla.

«Allo sprint – spiega – ho cercato di prendere un po’ di spazio e di andare sul lato sinistro, perché il vento veniva da lì ed era più riparato. Solo che Remco ha anticipato e a quel punto sono stato costretto a seguirlo al centro. Quando ho avuto strada libera, sono tornato sul lato sinistro (che però era ormai il centro della carreggiata, ndr). Credo di essere riuscito a superarli perché, con il vento, ho potuto fare uno sprint corto. Di sicuro ho lanciato una volata più breve rispetto a Remco».

«Sarei stato felice anche solo con il podio – ha aggiunto – ero davvero al limite, e contro due corridori così sarebbe andato bene comunque. Credo mi servirà del tempo per capire davvero cosa ho fatto».

Infine la dedica: «Due mesi fa ho perso mio nonno. In questo periodo ho cercato di essere forte per la mia famiglia, perché di solito è mio padre a tenerla unita ed essere forte. Ma ora tocca a me. A lungo non sono riuscito e non ho potuto esprimere i miei sentimenti. Voglio dedicare questa vittoria a mio nonno. Ci penso da quando è iniziata la stagione. Lui ha sempre seguito le mie corse. Questa Amstel è tutta per lui».

Van Aert, lo sprint è sparito. Invece Remco vola già

19.04.2025
4 min
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Uno che sperava di vincere, l’altro che lo ha sognato per settimane, forse mesi. Wout Van Aert ha pedalato verso l’arrivo della Freccia del Brabante restando alla ruota di Evenepoel. Remco ha corso come sempre, senza voltarsi e chiedendo solo una volta il cambio. Uno si è allenato minuziosamente rincorrendo (invano) la condizione perfetta, l’altro ha dovuto arrangiarsi appena gli hanno dato la possibilità di ripartire dopo l’incidente. Quando hanno iniziato la volata, le motivazioni erano per entrambi fortissime. Forse però nella mente di Van Aert c’era già il dubbio che gli ha impedito di sprintare come ha sempre saputo fare. O forse nelle sue gambe non c’è più quel che serve in situazioni simili. D’altra parte il percorso del Brabante strizza gli occhi agli scalatori.

«Certo che speravo di vincere – ha dichiarato Wout subito dopo la sconfitta – soprattutto in questa situazione, con la corsa che si sarebbe risolta con una volata a due. Ma non mi era rimasto più niente. Nell’ultima ora Remco mi ha lentamente sfinito, è stato già duro resistere nell’ultimo giro del percorso.

«E’ incredibile – ha dichiarato Evenepoel dopo la vittoria – pensavo di non avere molte possibilità contro Wout allo sprint. E’ uno che ha vinto volate di gruppo, ma è stata una gara dura e negli ultimi anni sono diventato un po’ più esplosivo anche io».

Van Aert ha ammesso che l’azione di Evenepoel lo ha sfinito
Van Aert ha ammesso che l’azione di Evenepoel lo ha sfinito

Lo sprint di Remco

Il rompicapo è lungi dall’aver trovato una soluzione. Che cosa sta succedendo a Van Aert? Evenepoel ha ragione: allo stesso modo in cui si pensava che avrebbe fatto un sol boccone di Powless alla Dwars door Vlaanderen, il finale della Freccia del Brabante sembrava scritto perché Wout cogliesse finalmente la vittoria che gli manca dal 27 agosto, dalla decima tappa della Vuelta.

«Mi sentivo bene – ha detto Van Aert – e ho contribuito a far esplodere la corsa. Sono rimasto scioccato dal fatto che ci sia stata una selezione così rapida. Per me sarebbe stato meglio se in finale ci fossero stati più corridori, perché non è stato un gran regalo restare a ruota di Remco. Speravo che dopo l’ultima salita calasse un po’ il ritmo, in modo da poter fare uno sprint esplosivo, ma lui ha tirato dritto. Nell’ultimo giro avevo già capito che fosse lui il più forte e lo ha dimostrato in volata».

«Avevo previsto questo scenario – ha detto Evenepoel – ma mi sono comunque sorpreso. Sapevo di stare bene, ma vincere al rientro non è facile. Ho dovuto impegnarmi a fondo. Durante gli allenamenti il mio cardiofrequenzimetro a volte arrivava a 190 battiti, ma oggi è andato verso i 200».

La vittoria di Remco al rientro ha avuto del prodigioso
La vittoria di Remco al rientro ha avuto del prodigioso

Lo sprint di Wout

Fra i due non è mai corso buon sangue. Dopo la vittoria di Evenepoel ai mondiali di Wollongong, Van Aert fece una gran fatica a complimentarsi con lui. Wout sembrava il predestinato, il solo e vero avversario di Van der Poel. Il gigante capace di vincere le volate e le crono, poi di tirare in salita come i migliori scalatori. La Jumbo-Visma di quegli anni era una squadra prodigiosa, poi qualcosa si è inceppato. Andate a rileggere i nomi di quelli che c’erano ai Tour del 2022 e del 2023.

«Non sono troppo deluso – ha detto Van Aert – ma come ho detto, puntavamo a qualcosa di più. Per come si era messa, speravo di batterlo in volata, ma a quanto pare non ho più uno sprint. Vorrei anche una risposta alla domanda sul perché sia accaduto. Non abbiamo lavorato in modo diverso, ma è qualcosa che dobbiamo valutare. Non ho idea del motivo. L’unica spiegazione che vedo per oggi è che ho sofferto negli ultimi chilometri ed ero già oltre il limite quando lo sprint è iniziato».

Una spiegazione andrà cercata. Non è possibile che “quel” Van Aert sia sparito nei meandri di una preparazione sempre più cervellotica e in conflitto con il suo essere un uomo per le battaglie. Ha dovuto arrendersi a Van der Poel, così come a Pogacar e Pedersen. E’ stato battuto in volata da Powless e ora da Evenepoel. Il prossimo esame sarà l’Amstel di domani, poi il focus si sposterà sul Giro d’Italia. Ma quale sarà per allora lo scopo di questo immenso campione che ha smesso di trovare la strada?

Fermi tutti, adesso tocca a Remco. Il ritorno di Evenepoel…

18.04.2025
5 min
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Ed eccolo l’ultimo grande di questo 2025 che mancava all’appello: Remco Evenepoel. Oggi tornerà finalmente in gara alla Freccia del Brabante, la corsa che più di tutte lo rappresenta. Un po’ fiamminga, un po’ vallone. Una gara che parla a tutto il Belgio e che tocca i luoghi del cuore del campione della Soudal-Quick Step.

«Domani passo ad un chilometro da casa mia e ad un chilometro dalla casa dei miei nonni», ha detto ieri, facendo subito capire quanto questo rientro non sia solo una questione sportiva, ma anche emotiva. Dopo sei mesi lontano dalle corse, il Remco che si presenta al via non è quello esplosivo che conosciamo, ma un atleta che ha vissuto un lungo travaglio fisico ed emotivo. E che sembra uscirne più maturo.

A dicembre, lo ricordiamo, una caduta in allenamento ha messo tutto in bilico: la preparazione per il Tour, i sogni, la stagione delle classiche e forse anche il futuro del Remco corridore. Ed è lì che il ragazzo di Schepdaal ha dovuto scavare dentro di sé per ritrovare motivazione, forza e obiettivi. Adesso riparte dalla gara di casa. E il modo in cui ne parla dice molto su dove voglia di nuovo arrivare.

Remco è tornato ad allenarsi per bene solo a metà febbraio (foto Instagram)
Remco è tornato ad allenarsi per bene solo a metà febbraio (foto Instagram)
Com’è stato affrontare questi mesi lontano dalle corse?

E’ stato il periodo più difficile della mia carriera. Non tanto fisicamente, ma mentalmente. Dopo l’incidente ho passato sei settimane completamente fermo, senza nemmeno poter pedalare sui rulli. Vedevo gli altri correre e allenarsi e io invece dovevo imparare di nuovo a muovere una spalla. Ho avuto paura. Paura di non tornare, paura di dover rivedere i miei obiettivi. Quando sei costretto a stare fermo, ti senti impotente. All’inizio è come se il mondo andasse avanti senza di te.

E’ vero che hai pensato anche di smettere?

Sì, per qualche giorno è stato così. Non perché non volessi più correre, ma perché non sapevo se avrei potuto farlo ancora ad alto livello. Il danno alla spalla era serio: legamenti compromessi, lesione nervosa. Ho iniziato a chiedermi: vale davvero la pena continuare? Poi è scattato qualcosa. Il supporto di mia moglie, della mia famiglia, della squadra. Ho capito che non era finita. Che avevo ancora molto da dare.

Come va con la spalla?

Meglio, anche se non è ancora al 100 per cento. La lesione al nervo ha lasciato qualche strascico. C’è un muscolo che non risponde come prima, ma per fortuna non è uno di quelli fondamentali per pedalare. Uso un tape speciale che aiuta a stabilizzarla, soprattutto quando sono in fuorisella o nelle fasi più concitate. Abbiamo fatto tanti test e finora ha funzionato. Domani sarà un banco di prova vero.

E’ vero, come si dice, che la fede ti ha aiutato in questo percorso?

Moltissimo. E’ una parte della mia vita che ho riscoperto da poco, insieme a Oumi (la moglie, ndr). Non l’avevo mai raccontato pubblicamente, ma la spiritualità oggi ha un ruolo importante per me. Mi aiuta a restare centrato, a non farmi travolgere dalla pressione. Pregare mi ha dato forza nei momenti in cui tutto sembrava buio. E mi aiuta anche ora, a vivere ogni giorno con più autenticità.

La sua ultima gara risale al 12 ottobre scorso, il Giro di Lombardia. Da domani sarà alla Freccia del Brabante
La sua ultima gara risale al 12 ottobre scorso, il Giro di Lombardia. Da domani sarà alla Freccia del Brabante
A che punto sei della preparazione?

Direi che sono a circa il 75-80 per cento. Dopo il via libera dei medici ho ripreso gradualmente: prima i rulli, poi qualche uscita tranquilla, infine il ritiro in Spagna a Sierra Nevada con la squadra. Lì qualcosa è cambiato. Ho potuto lavorare meglio su fondo e intensità. Non ho fatto test ufficiali, ma le sensazioni sono buone. Sento che la gamba c’è, anche se manca ancora qualcosa per essere al livello dei migliori. Questa settimana servirà per capire dove sono davvero.

Cosa ti aspetti dalla Freccia del Brabante?

Innanzitutto emozione. Questa gara passa vicino a casa mia, è quella che vedevo da ragazzino a bordo strada. Quando correrò domani, ogni curva mi ricorderà qualcosa. Spero che le gambe girino, ma non parto con l’ossessione del risultato. Voglio sentire il ritmo gara, vedere come reagisce il corpo. Se starò bene, potrei anche provare qualcosa, ma l’obiettivo vero è la Liegi.

Quali sono i prossimi passi?

Dopo la Freccia farò l’Amstel Gold Race e poi la Liegi-Bastogne-Liegi. E’ una corsa che sento mia, che ho già vinto e dove mi piacerebbe tornare protagonista. Tutto dipenderà da come reagirà il fisico nei prossimi giorni. Poi valuteremo con il team se fare Romandia, ma questo è già in ottica Tour.

Hai seguito le classiche in TV? Cosa pensi delle prestazioni di Pogacar e Van der Poel?

Certo che le ho seguite! Pogacar alla Roubaix è stato impressionante. Mi ha colpito soprattutto il modo in cui ha gestito la corsa. Non sembrava uno alla prima partecipazione, sembrava uno che l’ha fatta per dieci anni. E Van der Poel… che dire? Non ha sbagliato nulla. La sua primavera è da manuale. Quando vedi certi numeri, certi attacchi, capisci che il ciclismo oggi è a un livello incredibile. Per me è anche uno stimolo. Sapere che là davanti ci sono questi mostri mi motiva a lavorare più duro.

Evenepoel ha ringraziato la squadra, gli amici e sua moglie Oumaima Rayane (in foto) per il supporto psicologico che gli hanno dato in questo periodo
Evenepoel ha ringraziato la squadra, gli amici e sua moglie Oumaima Rayane (in foto) per il supporto psicologico che gli hanno dato in questo periodo
C’è un po’ di invidia nel vederli così dominanti?

No, non invidia. Ammirazione. Sono contento quando vedo altri corridori fare cose straordinarie. E mi chiedo: cosa posso imparare da loro? Pogacar è un esempio di completezza, Van der Poel di aggressività. Io cerco di costruirmi il mio stile, ma studiare i grandi fa sempre bene. Se poi un giorno riuscirò a batterli, sarà ancora più bello.

Hai avuto paura che questo stop rovinasse la stagione?

Sì, soprattutto nei primi giorni. Quando salta la preparazione invernale, ti senti perso. Ma ora penso che le cose succedano per un motivo. Magari avevo bisogno di fermarmi, di ricalibrare le energie. Ora mi sento più lucido, più motivato. Se riuscirò a salvare bene la primavera e arrivare al Tour in forma, potrei anche considerarlo un anno di crescita.

E i tifosi? Ti sono mancati?

Tantissimo. In questi mesi ho ricevuto migliaia di messaggi. Persone che mi dicevano di non mollare, di tornare presto. Alcuni bambini mi mandavano disegni con scritto “Forza Remco”. Quando sei a casa, infortunato, questi gesti ti commuovono. Ti ricordano perché fai questo sport. Spero domani di sentire tutto il calore del Belgio. Sarebbe il miglior segnale per dire: sono tornato.

Il nuovo cittì del Belgio. Pauwels e l’incarico arrivato in anticipo

04.02.2025
6 min
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E’ un’eredità difficile quella che Serge Pauwels (nella foto di apertura Instagram/Photonewsbelgium) ha accettato. Dopo una lunga carriera da corridore, chiusa nel 2021 dopo essere stato per anni una colonna del Team Sky, a poco più di 40 anni Pauwels sale sull’ammiraglia della nazionale belga raccogliendo l’eredità di Sven Vanthourenhout reduce da un quadriennio culminato con il risultato più grande possibile, la doppietta di ori ai Giochi Olimpici.

Van Aert e Evenepoel, i loro successi hanno avuto un notevole effetto traino sulle giovani generazioni
Van Aert e Evenepoel, i loro successi hanno avuto un notevole effetto traino sulle giovani generazioni

Un fardello pesante per Pauwels, da molti visto come ancora giovane e forse troppo inesperto per guidare una macchina complessa come quella della nazionale belga, ma l’uomo di Lier non è tipo da spaventarsi, ancor meno da tirarsi indietro di fronte alle responsabilità.

Quanto è difficile gestire una nazionale come quella belga?

Beh, è una bella sfida. Gli standard nelle squadre su strada sono molto alti e come federazione vuoi davvero essere all’altezza di quegli standard. Non essere da meno di un team del WT. Quindi essere all’avanguardia nel campo della nutrizione, della meccanica, la logistica. Ma soprattutto lavorare sul gruppo, pur avendolo a disposizione per pochissimo tempo e con gente abituata a corrersi contro giorno dopo giorno. Devi mettere corridori che sono leader nelle loro squadre a confronto, in coabitazione. Far loro accettare anche un ruolo di supporto. E’ un grande puzzle, ma è molto impegnativo da realizzare.

Il neo cittì insieme ad Angelo De Clercq che raccoglie la sua eredità fra gli juniores
Il neo cittì era già nei quadri della federazione belga, gestendo gli juniores
Sei all’inizio della tua avventura, che situazione trovi?

Molto buona, abbiamo una generazione molto forte. Non è un caso, dietro i campioni abbiamo ora una filiera di talenti, ci sono molti giovani che sono davvero promettenti, ma sono al loro inizio, vanno seguiti. E’ bello poter lavorare con questi campioni e provare a lottare per la vittoria nei grandi eventi. Ma per farlo questi corridori andranno seguiti e accompagnati, anch’io nel mio ruolo conto di farlo, non solo nei campionati ma anche nelle occasioni che la stagione presenta.

A tuo giudizio, quanto i risultati di Van Aert prima ed Evenepoel poi stanno influendo sulle giovani generazioni?

Oh, non possiamo sottovalutare il loro ruolo di modelli per i più giovani. Io credo che molti dei giovani emergenti siano ispirati da Remco, dalla sua affermazione repentina. Sta influendo anche sul tipo di corridori: 10 anni fa non avevamo specialisti di corse a tappe, puntavamo solo sulle classiche, ora i suoi successi stanno cambiando tutto, vediamo uno spostamento verso i grandi giri, le classifiche generali. E i corridori in grado di emergere si moltiplicano sempre di più.

Su Alec Segaert, Pauwels è pronto a scommettere dopo averlo avuto nelle file nazionali da junior
Su Alec Segaert, Pauwels è pronto a scommettere dopo averlo avuto nelle file nazionali da junior
Tu hai avuto una lunga carriera con molti risultati importanti. Quando hai iniziato fra i professionisti, era un ciclismo diverso da quello che i giovani trovano oggi?

Certo, Oggi c’è molta più trasparenza e cura nel modo in cui i professionisti si allenano e mangiano perché tutto è messo in mostra, su Strava o sui social media. Ciò significa che quelle informazioni sono in un certo senso disponibili per i giovani ciclisti che cercano di copiare già in giovane età. Questo porta a una maggiore professionalità, forse anche precoce. Noi tutto ciò non l’avevamo, ci affidavamo ai direttori sportivi. Infatti oggi la categoria degli juniores sta già diventando anche più importante degli under 23, a 20 anni sei già un corridore formato.

I mondiali in Rwanda quali difficoltà comporterebbero, sei favorevole al loro spostamento?

La situazione politica lì è molto complicata, ma io di base non sono favorevole. Perché penso che sia un’ottima occasione per allargare gli orizzonti. Ho in programma di andare in Rwanda il mese prossimo per un sopralluogo se la situazione lo consentirà. Io posso parlare dal punto di vista ciclistico e penso che sarà una corsa super dura per tre fattori di stress. Il primo è l’altitudine, perché si pedala sempre sopra i 1.400 metri. Poi il caldo, siamo sempre tra i 25-30 gradi, infine l’umidità che è piuttosto alta. Tutto ciò unito alla distanza, si farà sentire. Vedremo quel che succederà.

I successi della Kopecky nascondono una situazione del ciclismo femminile belga ancora difficile ma in evoluzione
I successi della Kopecky nascondono una situazione del ciclismo femminile belga ancora difficile ma in evoluzione
Molte nazionali però, se i mondiali restano in Africa, pensano di rinunciare alle categorie giovanili, come successe nel 2020 per il covid. Sarebbe un danno, per l’evoluzione dei giovani?

In un certo senso sì, sarebbe un po’ triste. E’ chiaro che la trasferta è molto costosa e per molti non è possibile sostenerla. Non c’è niente che la federazione possa fare da sola. Noi facciamo affidamento anche sul supporto del governo, degli sponsor e non è così facile sostenere una spedizione che può costare dai 150 mila euro in su. E’ un fattore sul quale ragionare.

Perché c’è così grande disparità fra uomini e donne in Belgio, con poche atlete d’elite dietro la Kopecky?

Lei sta facendo tantissimo con il suo esempio, è un po’ l’effetto di Evenepoel al femminile. Bisogna aspettare che il movimento cresca e dietro di lei ne emergano altre. Ci sono alcune giovani promettenti, come Lore de Schepper. Poi è chiaro che Lotte è la numero 1 in assoluto, un talento così non nasce spesso. Ma lei è anche un’ispirazione per tante ragazze, per provare a seguire le sue orme, i suoi effetti si vedranno negli anni a venire.

La tappa di Faenza al Giro 2009, vinta da Pauwels dopo la squalifica di Bertagnolli (foto Getty Images)
La tappa di Faenza al Giro 2009, vinta da Pauwels dopo la squalifica di Bertagnolli (foto Getty Images)
Quando hai chiuso la tua carriera, ti saresti mai aspettato di arrivare alla guida della nazionale?

Beh, forse non subito, ma quando ho potuto entrare in federazione, curare prima la fascia di sviluppo e poi l’anno scorso come responsabile degli juniores, avevo l’ambizione di arrivare a questo incarico. E naturalmente, i giovani corridori con cui ho lavorato nel mio primo anno ora sono tutti professionisti, come Segaert. Forse è arrivato un po’ prima di quanto pensassi, ma è sempre stata la mia ambizione. Ora sono lì, in quella posizione e sono, ovviamente, super felice e orgoglioso di potermi mettere alla prova.

Se torni indietro nel tempo, qual è stato il tuo momento più bello da corridore?

Difficile a dirsi, ma se dovessi scegliere propenderei per la tappa al Giro d’Italia del 2009. Mi stavo scoprendo come corridore, mi sentivo molto forte allora. Poi nel 2015, il Tour de France corso con la MTN Qhubeka, oppure la partecipazione alle Olimpiadi di Rio nel 2016. Porto con me tanti bei ricordi, difficile sceglierne uno, ognuno è un pezzetto di quel che sono.

Vingegaard non si nasconde: posso battere Pogacar

16.01.2025
5 min
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Vingegaard racconta, la presentazione della Visma-Lease a Bike è lo sfondo perfetto. Il danese è ripartito. Ribadisce di aver corso il Tour del 2024 con il grosso handicap dell’incidente di aprile e fa capire di non essere per nulla rassegnato davanti allo strapotere di Pogacar. Dopo la dura lezione della scorsa estate, la squadra olandese rialza il capo e sfida il numero uno al mondo con la consapevolezza di averlo già battuto. A sette mesi dal Tour, il guanto di sfida è stato lanciato.

«L’obiettivo principale della mia stagione – dice Vingegaard, in apertura con Jorgenson – è la terza vittoria al Tour. L’idea di fare il Giro era venuta considerandolo un utile passaggio di avvicinamento, ma ci sono troppi fattori di cui tenere conto. Il tempo, l’energia che devi mettere ogni giorno, troppe cose che non puoi controllare. Quindi abbiamo deciso che la cosa migliore da fare sarà un training camp in altura. E semmai ci sarà un secondo Grande Giro, sarà la Vuelta, ma valuteremo la mia condizione».

Nessun bluff: Vingegaard ha ribadito di essere arrivato all’ultimo Tour quasi per miracolo (foto Instagram)
Nessun bluff: Vingegaard ha ribadito di essere arrivato all’ultimo Tour quasi per miracolo (foto Instagram)

Il ciclismo non è tutto

E’ una presentazione che parla di un’ambizione bella e buona: quella di tornare la prima squadra al mondo. Anche se il boss Richard Plugge ammette nel suo discorso che il primo obiettivo – quello davanti cui l’ambizione della squadra potrebbe finire in secondo piano – è proprio il Tour de France.

Il percorso scelto per il danese prevede il debutto all’Algarve, poi la Parigi-Nizza, il Catalunya, il Delfinato e il Tour de France. Non lo vedremo alla Tirreno-Adriatico in cui lo scorso anno aveva dato spettacolo, perché ogni traiettoria di questa sua stagione finirà nella direzione del Tour. E non ci sarà neppure il Giro dei Paesi Baschi, quello della caduta in cui lo scorso anno poteva perdere ben altro che la sola vittoria del Tour.

«Pensavo davvero che stavo per morire – racconta ancora – e questo mi ha fatto pensare che il ciclismo non sia tutto. Lo sapevo già, ma quando succede una cosa del genere, te ne accorgi anche di più. E’ stato molto difficile uscirne anche mentalmente, ma l’ho gestito bene e mi sento di nuovo bene con me stesso. Mi piace ancora andare in bicicletta, altrimenti non sarei qui con nuove ambizioni».

Al Tour, Kuss tornerà a fare il gregario di lusso: il ruolo che gli si addice meglio (foto Visma Lease a Bike)
Al Tour, Kuss tornerà a fare il gregario di lusso: il ruolo che gli si addice meglio (foto Visma Lease a Bike)

Pogacar si può battere

E’ convinzione in casa UAE Emirates che in realtà il Vingegaard del Tour sia il migliore mai visto sinora: una tesi che il diretto interessato respinge con decisione e, tutto sommato, si sarebbe portati ad essere d’accordo. Se si è preso per buono il disagio di Pogacar per la frattura dello scafoide nel 2023, perché non credere che le tante fratture del danese possano averne rallentato la preprazione?

«E’ stato un miracolo – dice lui – essere arrivato secondo al Tour dietro Pogacar. Ho dovuto aspettare fino a metà maggio prima di potermi allenare nuovamente con intensità. Il fatto di essere arrivato alla partenza del Tour è stato oltre ogni aspettativa. Per questo il secondo posto è un risultato di cui sono molto orgoglioso. L’anno scorso tra noi ci sono stati più di sei minuti e se fossi stato in grado di prepararmi senza problemi, adesso avrei molti più dubbi e sarebbe stato un duro colpo alla mia fiducia.

«Ma io so da dove vengo e so che quando sono arrivato in ottima forma, l’ho battuto per due volte e sono determinato a farlo ancora. Chiaramente so che per riuscirci, il mio livello dovrà aumentare ancora. Quando hai già sconfitto qualcuno, sai che ne sei capace e sei disposto a fare qualsiasi cosa pur di riuscirci di nuovo. Mi sembra normale che un grande atleta abbia questa sensazione».

Campenaerts, appena arrivato, ha le stesse misure di bici di Vingegaard (foto Visma Lease a Bike)
Campenaerts, appena arrivato, ha le stesse misure di bici di Vingegaard (foto Visma Lease a Bike)

La squadra più forte

Sulla sua strada ci sarà anche Remco Evenepoel, che i giornalisti belgi (non solo loro) considerano una minaccia concreta per gli aspiranti alla maglia gialla. Vingegaard risponde convinto, perché aver duellato con Remco sulle Alpi nel 2024 gli ha fatto intravedere le sue potenzialità.

«Remco è stato molto forte per tutto il 2024 – dice – e non solo al Tour. Alle Olimpiadi ha vinto due medaglie d’oro e poi nella crono dei mondiali ha replicato la vittoria dello scorso anno. Se lo incontreremo al Tour, sarà sicuramente un avversario che terremo in considerazione. Sono anche certo che la nostra squadra sarà attrezzata per contrastare anche lui».

La Visma-Lease a Bike non ha fatto misteri: alla Grand Depart di Lille porterà l’organico più potente. Con Vingegaard ci sarà Simon Yates, preso proprio per questo, con Kuss, Van Aert, Laporte, Jorgenson, Benoot e Campenaerts. «E’ una squadra molto forte – dice Vingegaard – sia in montagna sia nelle tappe di pianura. Senza dubbio la squadra più forte che abbiamo avuto. E’ importante provare a progredire anche collettivamente e penso che siamo a un ottimo livello».

Vingegaard appare molto sicuro di sé e calmo: è certo di poter battere ancora Pogacar (foto Visma Lease a Bike)
Vingegaard appare molto sicuro di sé e calmo: è certo di poter battere ancora Pogacar (foto Visma Lease a Bike)

Tre mondiali di fila

L’ultimo saluto alla stampa, Vingegaard l’ha dato parlando dei prossimi tre mondiali che gli si addicono come guanti. Quelli del Rwanda, come pure quelli canadesi e a seguire i mondiali in Alta Savoia, sulle strade in cui al Tour del 2023 demolì Pogacar con la celebre cronometro di Combloux, alla vigilia dell’altrettanto aspra lezione di Courchevel. Se tutto va come deve, si annuncia un Tour di altissimo livello, con tre uomini che si stagliano sopra alla media e altri pronti ad approfittare di eventuali passi falsi. Ogni duello di qui in avanti sarà un anticipazione di futuro.

Cronoman alla larga dal Rwanda e Velo sbotta

15.01.2025
6 min
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D’accordo che manca una vita, però dei mondiali in Rwanda si parla da un pezzo. E se gli scalatori, Pogacar in testa, sanno di avere nella prova su strada nuovamente un’occasione ghiotta, sul fronte dei cronoman l’entusiasmo è sparito nel momento in cui hanno preso in mano l’altimetria della prova contro il tempo. 40,6 chilometri con 680 metri di dislivello per i professionisti. 31,2 chilometri e 460 metri di dislivello per le donne elite. 42,4 chilometri e 740 metri di dislivello per il team time trial. La prima a fare un passo indietro è stata Vittoria Guazzini e a ruota è presto arrivato anche Ganna. Nessuna voglia di finire come a Tokyo, quando i chilometri furono 44,2 chilometri e il dislivello di 800 metri.

Il tema sta molto a cuore a Marco Velo, tecnico della crono azzurra. Già nei mesi scorsi non erano mancate le sue osservazioni molto critiche sul tema e la scelta tecnica per la prova del Rwanda contribuisce solo a rincarare la dose.

«Noi saremmo anche messi bene – dice – perché comunque abbiamo Cattaneo, Sobrero ed Elisa Longo Borghini. Ma non posso essere contento perché è da Tokyo che ho in mente un’idea, che secondo me l’UCI dovrebbe adottare piuttosto che pensare ad altre cose che esulano da quello che effettivamente dovrebbe essere una cronometro».

Europei di Hasselt 2024, Velo con Affini che ha vinto e Cattaneo che ha preso il bronzo
Europei di Hasselt 2024, Velo con Affini che ha vinto e Cattaneo che ha preso il bronzo
Come deve essere fatta una cronometro?

Una prova per cronoman, cioè atleti con certe attitudini e caratteristiche. Sennò è come organizzare una gara dei 100 metri di atletica e metterci in mezzo una curva, perché lo stadio è fatto così. Oppure una maratona con tre salite. Un conto è la crono del Giro d’Italia, le corse a tappe esulano dalla specialità vera e propria, ma quando si tratta di una prova titolata…

Quale idea hai in mente da Tokyo?

La proposta che vorrei fare all’UCI, magari questo articolo può essere l’inizio di un dibattito, è dire che è difficile al giorno d’oggi trovare 30-40 km completamente piatti, non lo pretendo nemmeno. Però inserirei un range per il dislivello. Per crono da 0 a 30 chilometri, puoi arrivare al massimo a 250 metri. Dai 30 ai 40 chilometri, puoi arrivare a 300-350 metri. Ma non 700 come in Rwanda oppure 800 come a Tokyo, altrimenti è una cronoscalata. Come mettono il limite di chilometri nella lunghezza delle tappe, potrebbero valutare anche questo criterio, per non penalizzare chi investe nella specialità.

Zurigo andava bene, secondo te?

No, era al limite. Erano 46 chilometri con 413 metri di dislivello. Se fosse stata meno, magari Evenepoel avrebbe vinto comunque, ma ho dei dubbi. Per come è andato Ganna nel finale, che gli guadagnava 1″200 a chilometro, lo passava di sicuro. Pippo ha perso dopo la salita, dove c’erano due strappi duri da fare e l’altro pesa 20 chili in meno. La salita più o meno l’hanno fatta alla pari, c’erano 3″ di differenza.

Come dire che sarebbe bastato meno dislivello…

Zurigo con 100 metri di dislivello in meno significava avere molto probabilmente Ganna campione del mondo. Come volava pure Tokyo e chiuse a 2 secondi dal bronzo. Allora vinse Roglic, questa volta potrebbe vincere Pogacar o Van Aert se decide di farla a tutta. Dovrebbero regolarsi come per la prova su strada. Un anno fai la crono con 50 metri di dislivello, l’anno dopo la fai con 350 che va bene per tutti. Mi dispiace che a Zurigo non abbia potuto correre Cattaneo…

Elisa Longo Borghini e Gaia Realini, due atlete che potremmo rivedere in azzurro ai mondiali del Rwanda
Elisa Longo Borghini e Gaia Realini, due atlete che potremmo rivedere in azzurro ai mondiali del Rwanda
Perché?

Perché speravo che Affini fosse iscritto di diritto in quanto campione europeo, invece non era possibile. Ma per il prossimo mondiale lui ci sarà, mentre il percorso è troppo duro per campioni come Ganna e Affini. Abbiamo Cattaneo e Sobrero e potremmo avere anche Baroncini. L’anno scorso era stato interpellato per la crono mista, dato che era dura, ma non ha accettato. Ma anche su quello, vi pare normale fare un team time trial sul percorso della strada, dove il solo pezzo in pianura era quello che portava all’arrivo? Salita, discesa, curve e quando ci stai nella posizione da crono? E’ assurdo. Eppure eravamo lì e abbiamo perso solo per 6 secondi.

Avevamo una bella squadra.

Se fosse stato un percorso piano, dico che la vincevamo. Cattaneo, Affini e Ganna avrebbero lasciato alle ragazze un minuto da gestire, eppure hanno fatto ugualmente i miracoli, per chiudere sui tempi dei migliori su un percorso così duro. Per stare dietro a Cattaneo che tirava in salita, Affini ha sputato sangue (foto di apertura, ndr) e lo stesso ha fatto Ganna, però hanno volato e stiamo parlando di tre atleti di grossa taglia, Mattia un po’ meno. L’Australia aveva O’Connor che ha fatto secondo nella prova in linea. Purtroppo abbiamo beccato Soraya Paladin in una giornata no, perché quello è stato, altrimenti eravamo ancora lì a giocarcela.

Il percorso duro di Kigali (Rwanda) riporta in primo piano le doti da cronoman leggero di Matteo Sobrero
Il percorso duro di Kigali (Rwanda) riporta in primo piano le doti da cronoman leggero di Matteo Sobrero
Visto che il percorso di Kigali è così duro, vale la pena chiedere di indurire i campionati italiani?

Bisogna dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Intanto bisogna capire dove verrà fatto l’italiano, ma forse non serve indurirlo. Può essere utile per le categorie giovanili, mentre per i professionisti ci saranno altre occasioni di vederli. E poi non andrei oltre 300-400 metri di dislivello per non penalizzare anche noi chi investe sulla crono e gli stessi organizzatori che magari avrebbero pochi partenti se il percorso fosse troppo duro.

Cattaneo, non solo crono e Remco: «Debutto alla Roubaix»

12.01.2025
5 min
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CALPE (Spagna) – Sulla panoramica terrazza del maggiore hotel di Calpe, baciati da un sole che non sembrerebbe proprio essere di gennaio, il veterano della Soudal-Quick Step ci ha rivelato i suoi piani per questo 2025. Ovviamente parliamo di Mattia Cattaneo. Piani che sono a dir poco curiosi. Dopo anni trascorsi a supportare i leader nelle grandi corse a tappe e a distinguersi nelle cronometro, Cattaneo ha finalmente ottenuto una chance speciale: il debutto alla Parigi-Roubaix. Per lui, un sogno che si avvera e un tassello che completa il mosaico della sua carriera.

Cattaneo ha raccontato come il team belga stia cambiando volto, con una crescente attenzione ai grandi Giri e una graduale ristrutturazione che ha aperto nuove opportunità anche a lui. Ma non solo pietre e cronometro nel suo prossimo futuro: il supporto a Remco Evenepoel per il Tour de France e il mondiale a cronometro sono gli altri obiettivi chiave di una stagione che si preannuncia densa e forse inaspettatamente stimolante. E non è poco dopo i grossi guai del 2024.

Cattaneo (classe 1990) si appresta ad affrontare la sua 14ª stagione da pro’, la prima con la Roubaix (foto Soudal-Quick Step)
Cattaneo (classe 1990) si appresta ad affrontare la sua 14ª stagione da pro’, la prima con la Roubaix (foto Soudal-Quick Step)
Mattia, partiamo da quest’aria di rinnovamento che è palpabile: è cambiata molto la Soudal-Quick Step rispetto agli anni passati?

Sì, è cambiata tantissimo. Quando sono arrivato, la squadra era fortemente orientata verso le classiche, mentre oggi l’attenzione è sempre più rivolta ai grandi Giri, grazie soprattutto alla presenza di un leader come Remco. Questo cambiamento si nota anche nell’approccio alla preparazione: la programmazione di un Grande Giro richiede una cura e una strategia completamente diverse rispetto a una campagna di classiche.

Cosa significa un nuovo approccio e una diversa programmazione?

Che per un Grande Giro c’è tanto più volume di cose da mettere a punto, da tenere sotto controllo. E’ un processo più lungo, basta pensare solo alle alture, per fare un esempio. E’ un grande lavoro.

In questi anni avete perso ottimi corridori per le classiche del Nord, c’è qualcuno che si farà sentire in particolare?

Julian Alaphilippe era un corridore unico per certe tappe e situazioni di gara, non solo per il Nord. La sua mancanza si farà sentire. Lui era ancora nel pieno, un atleta di carisma. Tuttavia, la squadra resta molto competitiva, sia per i grandi Giri che per le classiche. Certo, con meno corridori di riferimento per il Nord, ma sempre di altissimo livello.

Veniamo a te, cosa bolle in pentola? Abbiamo sentito questa voce della Parigi-Roubaix…

Eh già! Era da anni che chiedevo di poterla fare, perché sentivo che, per caratteristiche, potevo adattarmici bene. Ho sempre partecipato a tutte le corse del WorldTour tranne che alla Roubaix: per me è un modo per chiudere il cerchio. La squadra ha capito che posso essere utile sia per aiutare il team che per cercare qualche soddisfazione personale, pur consapevole che vincere è fuori portata. Essere competitivo e utile al gruppo e sarebbe già un grande obiettivo per me.

Ormai il lombardo è una garanzia per la squadra. Il debutto il 5 febbraio a Bessèges
Ormai il lombardo è una garanzia per la squadra. Il debutto il 5 febbraio a Bessèges
Come preparerai questo appuntamento?

Abbiamo già programmato dei sopralluoghi tra l’Algarve e l’opening weekend delle classiche in Belgio. Parteciperò a qualche corsa a fine febbraio per testare i materiali e prendere confidenza con il pavé. Dopo la Tirreno-Adriatico tornerò per le classiche vere e proprie.

Hai cambiato anche la preparazione in ottica classiche delle pietre, visto che farai anche il Fiandre? Per esempio ci dicevi dei tanti chilometri con lo sci di fondo, un ottimo lavoro per la parte alta del corpo…

In realtà non ho stravolto la mia preparazione, anche perché a 34 anni suonati non mi sembrava il caso di mettermi a fare degli esperimenti. Ho mantenuto un mix di lavoro in bici e palestra. Lo sci di fondo, per come l’ho fatto io, era prettamente per fare endurance, poi ovviamente è anche un ottimo lavoro muscolare, ma non è qualcosa che ho implementato ai fini di una preparazione diversa e per gare diverse dal mio solito.

Quanto conta l’esperienza in corse che non hai mai disputato?

Credo molto. Anche se non ho mai corso la Roubaix, conosco bene molte altre classiche del Nord. So bene cos’è un Kwaremont o un Koppenberg: li ho affrontati in passato e so cosa aspettarmi. So della bagarre che c’è. La scelta dei materiali e la conoscenza del percorso sono fondamentali: ma su questo aspetto siamo una squadra forte. Credo di poter portare un contributo tecnico e tattico al team, anche grazie alla mia esperienza generale.

Dopo le classiche sai già cosa farai?

Finite le classiche staccherò un po’. Calcolate che io farò anche le Ardenne poiché ci sarà Evenepoel. Credo che non farò solo la Freccia Vallone, ma vedremo per questo. Quindi dopo la Liegi mi aspettano in pratica due mesi di altura: tutto maggio, poi il Delfinato e quindi di nuovo in altura in vista del Tour, chiaramente in appoggio a Remco.

Cattaneo punta deciso anche al mondiale: la crono sembra essere impegnativa e questo va bene per un cronoman con le sue caratteristiche
Cattaneo punta deciso anche al mondiale: la crono sembra essere impegnativa e questo va bene per un cronoman con le sue caratteristiche
E dopo il Tour de France, cosa c’è nei tuoi piani?

Il mondiale a cronometro è un grande obiettivo. Il percorso sembra adatto alle mie caratteristiche e spero di conquistare una convocazione. Negli ultimi anni ho dimostrato continuità nelle crono e vorrei continuare su questa strada. In Italia siamo diventati una nazione di riferimento nella specialità, ma bisognerà lottare per un posto, dato l’alto livello dei nostri atleti.

Però Mattia, un calendario bello intenso! E che entusiasmo che hai…

Quello non manca. Vado per i 35 anni, so bene cosa posso fare e cosa no. Ormai quello di gregario (importante aggiungiamo noi, ndr) è il mio ruolo. Sono consapevole che non posso vincere o che comunque per uno come me è molto difficile, ma sono felice di poter essere importante per la squadra e avere un leader come Evenepoel è tanto, tanto stimolante. Lui è uno di quei 5-6 corridori che può vincere in questo ciclismo. E questo fa la differenza anche per chi c’è intorno a lui.

Ultima domanda: cosa ti sembra dei due “bimbi” italiani arrivati in squadra? Parliamo ovviamente di Gianmarco Garofoli e Andrea Raccagni Noviero.

Garofoli e Raccagni sono due ragazzi con prospettive molto promettenti. Credo siano nella squadra giusta e al momento giusto, per poter crescere bene. Avere compagni italiani aiuta, per cultura e mentalità. Il ciclismo di oggi non concede tempo, quindi non possono aspettare così tanto tempo per emergere, ma penso che abbiano le qualità per fare bene e trovare il loro spazio.