Perusini, il miracolo della pista alle Paralimpiadi di Parigi

16.07.2024
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Se Pierpaolo Addesi sta a Daniele Bennati, nel ciclismo paralimpico il ruolo di Villa appartiene a Silvano Perusini, che lo scorso anno ebbe l’incarico di costruire dal nulla il settore della pista. Nell’Italia delle tantissime medaglie su strada, infatti, la pista inspiegabilmente mancava. Il friulano, che per mestiere lavora in un centro di riabilitazione per tetra e paraplegici in cui gestisce tutta la parte di scienze motorie, ha preso l’incarico con serietà ed entusiasmo. Il frutto del suo lavoro e quello degli atleti sono state le prime medaglie ai mondiali – da Glasgow a Rio – e la qualificazione olimpica. Da domani la sua nazionale sarà in ritiro a Montichiari.

«Non me l’aspettavo – dice – sinceramente, non me l’aspettavo. Cordiano stesso (il presidente federale Dagnoni, ndr) mi aveva indicato come obiettivo massimo le Olimpiadi di Los Angeles del 2028, perché anche lui capiva che era tutto da costruire. Quando sono arrivato, non avevo neanche un’officina, non avevo un box, non avevo una bicicletta, una ruota, né dati sugli atleti. Quando entravo in pista con quei 4-5 ragazzi che avevo convocato, c’era una disorganizzazione incredibile. Loro non sapevano come riscaldarsi, non sapevano dove mettersi. Ne avevo uno in curva, uno nel rettilineo delle partenze, l’altro nel rettilineo opposto. Adesso invece si fissa un orario. Si dice che alle 9,30 si sale in pista e li vedi puntuali, che fanno doppia fila, organizzati con il rapporto giusto, con la pressione giusta delle gomme. Ormai abbiamo raggiunto un livello di organizzazione molto elevato. Quindi non guardo solo il risultato, ma anche il lavoro fatto. Adesso hanno delle competenze tecniche e tattiche, sanno gestire le varie tipologie di allenamento. In questi due anni, abbiamo fatto veramente un bel lavoro».

Campionati del mondo pista di Glasgow 2023, prima apparizione per la nazionale di Silvano Perusini
Campionati del mondo pista di Glasgow 2023, prima apparizione per la nazionale di Silvano Perusini
Si può dire che il primo scatto nella consapevolezza sia stato il mondiale di Glasgow?

Sono stati i mondiali in cui sono scattati il senso di appartenenza alla squadra e l’orgoglio per le medaglie raggiunte. E chi non ha portato medaglie comunque ha ottenuto dei quarti posti. Ci siamo resi conto delle nostre capacità, delle nostre potenzialità e dei margini di miglioramento. Glasgow ci ha dato visibilità a livello nazionale, grazie alla presenza dei giornalisti. Eravamo equiparati alla nazionale di Villa, siamo usciti dall’ambiente ciclistico paralimpico e siamo entrati in quello del ciclismo. C’erano le dirette, immagini che giravano in televisione e sui siti. A Glasgow c’è stata una grossa gratificazione anche dal punto di vista mediatico che, assieme ai risultati ha fatto crescere il gruppo. E tutto questo ci ha dato una grande spinta verso i mondiali di Rio.

Cosa è successo a Rio?

Abbiamo avuto una bella crescita che ci ha permesso di conquistare delle medaglie e di vincere il titolo mondiale a squadre (foto di apertura, ndr), che secondo me è il più gratificante. Fra tutte le specialità, è la più difficile da costruire dal punto di vista tecnico. Hai bisogno di lavorare su quattro atleti (Chiara Colombo-Elena Bissolati, Federico Meroni-Francesco Ceci, ndr), sulla tecnica, sulla tattica. Ci sono meccanismi da curare, devi raggiungere veramente la perfezione per fare un risultato del genere. Probabilmente nell’ambito del mondiale è stata la medaglia più bella.

Hai avuto difficoltà a fare le scelte per Parigi?

Ho avuto difficoltà perché nell’attimo in cui raggiungi una certa posizione nel ranking, l’UCI ti dice che hai dei posti limitati e quindi ti devi confrontare anche con la strada. Il gruppo guidato da Pierpaolo Addesi ha una tradizione e una storia molto più lunga di quella su pista. Ha dei campioni affermati che calcano da sempre il palcoscenico dei mondiali e delle Olimpiadi e questo ti porta a delle scelte obbligate. Quindi per il rispetto verso gli atleti della strada, che sono veramente di altissimo valore, abbiamo scelto di portare in pista chi ai mondiali aveva fatto podio nelle specialità olimpiche. Per cui i nomi erano quelli di Claudia Cretti e il tandem di Plebani-Bernard. In più ci siamo giocati la slot con Andrea Tarlao, anche se ai mondiali non aveva preso una medaglia nelle discipline olimpiche.

Ai mondiali di Rio, Claudia Cretti è stata terza nell’inseguimento
Ai mondiali di Rio, Claudia Cretti è stata terza nell’inseguimento
Le discipline olimpiche sono il chilometro e l’inseguimento, giusto?

Esatto. E sono soddisfatto di partecipare con tre ragazzi – due del tandem e la Claudia – perché mai ci saremmo sognati di poter già accedere alle Paralimpiadi. Penso sia una bella gratificazione per tutto il gruppo della nazionale su pista e soprattutto per questi ragazzi che hanno lottato tanto. Mi dispiace per il tandem di Ceci e Meroni, perché a Rio hanno fatto un grandissimo mondiale. Hanno vinto la specialità a squadre, il tandem sprint a squadre, ma non hanno preso la medaglia in una specialità olimpica. Sono arrivati quinti nel chilometro, a pochissimo dal podio, ma non è bastato.

Quanto è stato difficile, visto il gruppo che si è creato, comunicare l’esclusione agli atleti rimasti fuori?

E’ una cosa tragica. Durante i ritiri nasce una grande complicità tra atleta e tecnico nel rispetto dei propri ruoli. Mi rendo conto che l’atleta patisca una scelta del genere, però è tanto pesante anche trasmetterlo, proprio per il rapporto che si crea. Non è stato semplice, però poi fai una valutazione prettamente tecnica e quindi i ragazzi devono recepirla, capirla e accettarla.

Quanto siete cresciuti sotto l’aspetto tecnico rispetto al non avere nemmeno un’officina?

Molto. Per quanto riguarda il tandem, abbiamo la collaborazione con Bonetti. Per le ruote, viviamo abbastanza alla luce della nazionale maggiore. Infine, per tutto quello che è la valutazione funzionale, ci basiamo sulla collaborazione col Team Performance della Federazione. Quindi abbiamo dei dati molto specifici sulle qualità e le capacità dei ragazzi e questo è veramente una cosa molto importante. In più utilizziamo i biomeccanici della Federazione e anche in questo riusciamo a curare il materiale e il posizionamento in modo molto preciso. Se penso a quello che eravamo, abbiamo raggiunto veramente un livello importante.

Secondo te quale potrebbe essere il nostro livello a Parigi?

Facciamo subito un’analisi per atleta. Claudia Cretti ha delle possibilità di medaglia per quanto riguarda l’inseguimento individuale. Stiamo lavorando tecnicamente in modo particolare sulla difficoltà nel raggiungere la velocità di crociera. La stiamo in parte risolvendo, quindi secondo me riusciremo a fare veramente una prestazione importante e mirare a una medaglia. Nei 500 metri ancora no, perché è ancora più importante lo stacco dal blocco in partenza. Quindi secondo me arriveremo fra i primi, ma non siamo da podio. Per quanto riguarda il tandem di Plebani e Bernard, che tra l’altro hanno fatto un ottimo risultato a Rio (terzi con 4’08”), anche lì abbiamo possibilità di medaglia. Rispetto a Rio siamo con tutti in condizione leggermente migliore. Abbiamo lavorato di più per quanto riguarda gli aspetti tecnici e gli aspetti metabolici specifici delle discipline paralimpiche. Sicuramente il tempo potrà essere abbassato, bisognerà vedere cosa faranno le altre nazioni. Io però sono abbastanza ottimista di poter migliorare intanto la prestazione di Rio.

Cosa farete di qui a Parigi?

Da questa settimana, da domani fino al 20, siamo in ritiro in pista. Il 20 abbiamo una gara paralimpica a Pordenone e ci teniamo anche a fare bene. Gli organizzatori sono stati gentilissimi e in Italia sono anni che non si fanno competizioni paralimpiche su pista al di fuori dei campionati italiani. La gara è la preparazione che ti dà qualcosa in più per fare bene nelle competizioni internazionali. Sono proprio contento di partecipare a questo evento, all’interno della Tre Sere di Pordenone, come nazionale. C’è un discreto pubblico, avremo visibilità e poi nella prima metà di agosto faremo altura a Campo Felice assieme al gruppo strada. Dal 20 al 25 torneremo in pista a Montichiari e il 25 si parte per Parigi. Andiamo alle Paralimpiadi, lo trovo meraviglioso.

Le Paralimpiadi nel momento del ricambio. Parla il cittì Addesi

12.07.2024
4 min
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Non solo Olimpiadi. Alle porte, come sempre succede ogni 4 anni, ci sono anche le Paralimpiadi che Parigi ospiterà dal 28 agosto all’8 settembre prolungando così la sbornia a cinque cerchi. L’Italia che nel secolo scorso era quasi una spettatrice distratta nel consesso paralimpico è diventata una potenza assoluta anche in questo ambito e molto lo si deve ai successi del settore ciclistico. La squadra che andrà a Parigi sarà però un po’ diversa da quella delle ultime edizioni.

Pierpaolo Addesi, in gara a Tokyo 2021 è diventato cittì nel gennaio 2022
Pierpaolo Addesi, in gara a Tokyo 2021 è diventato cittì nel gennaio 2022

Per la capitale francese, relativamente al settore strada che è storicamente quello che portava medaglie, sarà composta da 8 uomini e 6 donne, senza considerare però le guide dei tandem. Per 5 uomini e 3 donne sarà la prima esperienza olimpica e questo è un segnale importante. Sarà anche la prima delle Paralimpiadi con Pierpaolo Addesi (nella foto di apertura a Tokyo 2020) nelle vesti di cittì, quando ancora tre anni fa era lì a battagliare con gli altri per vittorie e medaglie e questo è un altro segnale.

«Quella che va a Parigi è una squadra profondamente rinnovata rispetto al passato – sottolinea il tecnico azzurro – eravamo arrivati al punto di dover procedere a un ricambio generazionale, avevamo un’età media molto avanzata. Parigi arriva in mezzo a un lungo periodo di transizione, non sappiamo quindi che cosa aspettarci, non siamo certamente la squadra dominatrice di Rio 2016. Non dimentichiamo che anche tre anni fa, pur con 7 medaglie in carniere, ottenemmo molto meno rispetto al passato e l’unica vittoria nel team relay arrivò per circostanze fortunate».

Mirko Testa è stato campione del mondo 2023 nella categoria H3
Mirko Testa è stato campione del mondo 2023 nella categoria H3
C’è un gap che l’Italia deve quindi coprire, un po’ quello che avviene nel ciclismo professionistico?

Per certi versi, ma con qualche differenza sostanziale. Innanzitutto molti atleti hanno l’entrata della pensione d’invalidità e questo consente loro di avere economicamente un primo aiuto. Poi – e questo è un fattore importante – alcuni stanno entrando nei corpi di polizia, il che consente loro di avere uno stipendio garantito oggi che fanno gli atleti a tutti gli effetti ma anche un domani che smetteranno. E’ una strada intrapresa da poco, ma sicuramente darà frutti. Il concetto è che bisogna ormai allenarsi a tempo pieno per emergere in questo ambito.

Federico Andreoli insieme all’ex pro Paolo Totò, vincitori della tappa di Coppa del Mondo a Maniago
Federico Andreoli insieme all’ex pro Paolo Totò, vincitori della tappa di Coppa del Mondo a Maniago
Che cosa dobbiamo quindi aspettarci dalla spedizione per le Paralimpiadi, il ciclismo resterà un riferimento per l’intero gruppo azzurro?

Se anche non raggiungeremo i fasti di Londra o Rio, io credo che ci toglieremo belle soddisfazioni, lo dicono i risultati delle grandi manifestazioni titolate del recente passato. Vorrei sottolineare la presenza dei due tandem, Bernard insieme a Davide Plebani e Andreoli insieme a Paolo Totò. Questo è stato uno dei primissimi settori sul quale sono intervenuto perché vedevo che c’era uno spazio che si poteva coprire, bastava trovare atleti disponibili e ciclisti normodotati che avessero voglia di rimettersi in gioco in questo bellissimo mondo. Nel tandem è più facile combinare equipaggi validi. Ma io guardo anche altro…

Ossia?

Noi dobbiamo continuare l’opera di diffusione della nostra attività, di promozione. Infatti abbiamo lanciato una serie di campus per far capire quanto lo sport sia importante nel nostro mondo, per chi ha disabilità diventa quasi una ragione di vita e può dare benefici enormi. E’ chiaro che le medaglie e i risultati diventano poi il richiamo, sulla base di quelli è più facile raccogliere adesioni, allargare la base, per questo l’appuntamento di Parigi è così importante.

Luca Mazzone sarà portabandiera azzurro a Parigi 2024 insieme ad Ambra Sabatini
Luca Mazzone sarà portabandiera azzurro a Parigi 2024 insieme ad Ambra Sabatini
Quanto conta avere Mazzone come portabandiera?

Non nascondo che quando ho avuto la notizia mi è preso un groppo alla gola, perché quanto se lo meritava, quanto si è speso per la nostra attività non solo con le sue vittorie e le sue medaglie. E’ un titolo che il nostro movimento meritava, forse se non fosse successo quel che è successo già a Tokyo avremmo avuto Alex Zanardi come portabandiera. Mazzone, come Cornegliani, come la Porcellato è un esempio di dedizione, di testa d’atleta. Ci rappresenta alla grande, noi del ciclismo come tutto il movimento paralimpico.

Parigi è ormai alle porte, che cosa ti soddisferebbe?

Vedere i miei ragazzi che riescono a fare il meglio di quanto è nelle loro possibilità. Sono convinto che se sarà così, porteremo a casa più di qualcosa…

Mazzone-Sabatini, portabandiera azzurri alle Paralimpiadi

10.05.2024
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Il ciclismo avvolto nel tricolore. Tre anni dopo Elia Viviani all’Olimpiade di Tokyo, l’onore di fare da portabandiera italiano toccherà a Luca Mazzone, che sarà l’alfiere azzurro nella Cerimonia d’apertura della Paralimpiade di Parigi 2024, in programma il prossimo 28 agosto (in apertura immagine CIP, Mazzone con Ambra Sabatini, altra portabandiera).

Due medaglie d’argento nel nuoto a Sydney 2000 e poi una sfavillante carriera nell’handbike, che l’ha visto conquistare 3 ori e tre argenti tra Rio 2016 e Tokyo 2020. L’ultimo acuto ai Giochi, nel nome di Alex Zanardi, ve l’abbiamo raccontato su queste pagine direttamente dall’autodromo di Fuji: quello splendido oro del terzetto azzurro completato da Paolo Cecchetto e Diego Colombari. Anche stavolta la dedica è per chi continua a essere un’ispirazione per tutto il movimento. Una prima volta storica perché mai nessun ciclista aveva ricoperto questo ruolo nella storia delle Paralimpiadi.

Rio 2016, Zanardi, Mazzone, Podestà: l’oro è per il terzetto azzurro
Rio 2016, Zanardi, Mazzone, Podestà: l’oro è per il terzetto azzurro
Luca, che cosa hai provato quando hai ricevuto la notizia?

E’ un onore al quale non avrei mai pensato e che mi ripaga di tanti anni di attività sportiva. Ringrazio il Comitato Italiano Paralimpico per la decisione. Il fatto che a proporre il mio nome sia stato il presidente Luca Pancalli mi inorgoglisce ancora di più: ho iniziato a fare sport proprio grazie a lui. Nel 1996, guardando la tv mi colpì la notizia di una sua impresa sportiva. La voglia di emularlo smosse dentro di me qualcosa che mi ha prima portato in piscina e poi nel ciclismo paralimpico. Ringrazio anche la Federazione ciclistica italiana che mi ha permesso, in questi anni, di concretizzare quel sogno e quelle ambizioni. Mi auguro che la mia storia e i miei successi possano rappresentare un esempio, come fu Pancalli per me, contribuendo a far uscire tanti ragazzi e ragazze di casa per fare sport.

Come te l’hanno comunicato?

Lunedì 29 aprile, mentre ero in aereo, in partenza per Ostenda, ho ricevuto una prima chiamata. Stavo per mettere il telefono in modalità aereo e poi vedo che squilla e compare un numero col prefisso romano. Di solito non rispondo a mittenti sconosciuti, invece, stavolta l’ho fatto e dall’altra parte c’era la segretaria del presidente Pancalli. Poi mi passano Luca e mi dice, raccomandandosi di non rivelarlo a nessuno, che la sua intenzione era di propormi come portabandiera italiano. Non ci credevo.

E poi?

Non ho più saputo nulla, fino alla chiamata di mercoledì del presidente della Federciclismo Cordiano Dagnoni. E’ stato lui a confermarmi tutto e a complimentarsi con me. Ieri, è stata resa pubblica la notizia e il telefono ha continuato a squillare all’impazzata, ma è stato molto piacevole.

E’ stato Luca Pancalli, presidente del Comitato paralimpico italiano, a proporre il nome di Mazzone foto CIP)
E’ stato Luca Pancalli, presidente del Comitato paralimpico italiano, a proporre il nome di Mazzone foto CIP)
A chi lo dedichi?

Come ho scritto ai miei compagni di nazionale nel nostro gruppo Whatsapp, ho detto che porto tutti loro con me. Tutti quelli che hanno partecipato coi loro risultati, tra cui Alex fino ad arrivare agli ultimi entrati in squadra. Senza dimenticare lo staff e tutti quelli che si sono avvicendati in questi undici anni in cui ho fatto handbike.

Citando il nome di Zanardi, la tua voce ha tremato….

Penso che Alex sarà orgoglioso di me. Siamo arrivati a questo traguardo storico insieme: è la prima volta di un ciclista paralimpico e voglio condividerla con lui. Ai campionati italiani del mese scorso a Montesilvano, si è avvicinata a me sua moglie Daniela. Non ho avuto il coraggio di chiedere come sta, perché rispetto il loro riserbo e mi piace ricordare altri momenti indelebili. Ad esempio, l’abbraccio di Rio alla fine della staffetta vinta, quando mi ha stretto forte come se fossi stato suo figlio. Sono cose che non ti aspetti da campioni che di solito hanno grande freddezza per ottenere qualunque vittoria e che, invece, sotto la scorza dura, sono dei teneroni. Lo ricordo sempre in quell’abbraccio e per l’ironia immancabile negli innumerevoli ritiri e nelle uscite di allenamento insieme. A Daniela ho chiesto soltanto di dargli un grande abbraccio.

Mazzone, nato a Terlizzi in Puglia, ha vinto 15 titoli mondiali
Mazzone, nato a Terlizzi in Puglia, ha vinto 15 titoli mondiali
Che cosa ti aspetti dai Giochi di Parigi?

Nell’ultima tappa di Coppa del mondo ad Ostenda ho voluto dimostrare ai miei avversari che Luca Mazzone c’è ancora. Magari non farò bottino pieno o non sarò il primo della classe, ma sono pronto a ruggire e con artigli ben affilati. Mi aspetto di fare bella figura e di dare filo da torcere agli avversari.

Come riesci a tener duro così al netto della carta d’identità?

A volte me lo chiedo anch’io. Però, quando salgo sull’handbike, mi sento come nuovo. E’ difficile spiegarlo in poche parole. Non voglio che passi come vanto, ma ho sempre fatto sport, sia prima dell’incidente sia dopo, non mi sono mai fermato e quella è stata la mia forza. Spero di ispirare così tanti ragazzi: sulla carta d’identità c’è un numero, ma la mia età sportiva è differente. Poi, avere un maestro come Alex, mi ha insegnato a non arrendermi, sia nel fisico sia nella ricerca meccanica. E’ una continua evoluzione e a volte, quando vinco le gare, mi compiaccio quasi più del Luca meccanico dell’atleta.

Mazzone, classe 1971, deve la disabilità a un tuffo nel 1990 e all’urto contro uno scoglio
Mazzone, classe 1971, deve la disabilità a un tuffo nel 1990 e all’urto contro uno scoglio
Come sarà condividere il tricolore con Ambra Sabatini?

Ci siamo incontrati a Tokyo e vedo in lei la stessa fiamma che bruciava dentro di me da giovane. Ha gli occhi di tigre ed è un motivo d’orgoglio per me a 53 anni, rappresentare la mia Puglia e tutta l’Italia con al fianco una ragazza così giovane, ma già così vincente.

Riceverai la bandiera dalle mani del presidente della Repubblica: ci hai pensato?

In questi anni, ho avuto la fortuna di incontrare prima Ciampi e poi Mattarella. Ricevere la bandiera dalle mani della carica più alta dello Stato mi fa già tremare le braccia: spero di reggerla nel migliore dei modi. Per fortuna, grazie al ciclismo, sono bene allenate e sono pronte a farvi sognare ancora.

La seconda vita di Manfredi, tra allenamenti e promozione

14.02.2023
5 min
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Le attività di Samuele Manfredi vanno moltiplicandosi e in attesa di completare quel percorso che tutti sperano possa riportarlo a vestire la maglia azzurra, magari in occasione delle Paralimpiadi, è ora coinvolto in un importante progetto con la Federazione. Il corridore savonese, fermato da un gravissimo incidente in allenamento dal dicembre 2018 che lo ha costretto sulla sedia a rotelle, è entrato a far parte della Commissione Attività di Promozione Ciclistica.

Il proposito del team, guidato dal vicepresidente Fci Ruggero Cazzaniga, è valutare idee e proposte per promuovere il ciclismo e l’uso della bicicletta fuori dagli ambienti agonistici, attraverso eventi promozionali rivolti ai più piccoli, la formazione di animatori per gestire gli eventi sul territorio e allargare attraverso varie iniziative il bacino d‘utenza degli utilizzatori della bici.

Samuele ha preso molto sul serio questo nuovo impegno: «Cazzaniga mi ha chiesto di mettere a disposizione le mie conoscenze e la mia storia per questo progetto e non ho avuto il minimo dubbio nell’accettare. Il mio compito è offrire idee e dare una mano nel trovare contatti utili per rapportarci con chi realmente può darci una mano. Abbiamo iniziato da pochi giorni, ma posso dire che ci sono già risultati».

Manfredi con gli altri componenti la Commissione Fci: da sinistra Pasqualini, Perazzi, Cazzaniga, Nicoletti e Negro Cusa (foto Fci)
Manfredi con gli altri componenti la Commissione Fci: da sinistra Pasqualini, Perazzi, Cazzaniga, Nicoletti e Negro Cusa (foto Fci)
Quali?

Nella mia città, Loano, c’è una pista al chiuso dedicata a mtb e E-bike. In questo teatro si può realizzare un centro di avviamento al ciclismo. Mi sono subito messo in contatto con il presidente del comitato regionale Fci Sandro Tuvo e la cosa si può dire che sia fatta. Io comunque mi sto muovendo anche per allargare il numero di collaboratori nella promozione del ciclismo, coinvolgendo mille attività prima lontane dal nostro mondo.

La tua storia e la tua testimonianza come vengono lette? Al giorno d’oggi il ciclismo ha ormai la patente di sport pericoloso…

E’ proprio su questo che dobbiamo agire. Dimostrare che il ciclismo, se affrontato nella maniera giusta e prendendo le giuste precauzioni, non è più pericoloso di tante altre attività, di tutto ciò che fa parte della vita stessa. Io non ho mai smesso di pensarla così, nonostante tutto.

Manfredi Europei 2018
Il trionfo nell’inseguimento agli Europei Juniores di Aigle 2018
Manfredi Europei 2018
Il trionfo nell’inseguimento agli Europei Juniores di Aigle 2018
Secondo te in questo quadro di attività dovrebbe rientrare anche una campagna di educazione riservata a chi va in auto, al rispetto verso chi pedala?

Non so quanto potrebbe trovare risposte. Noi stiamo invece lavorando verso una ristrutturazione delle figure di guida cicloturistica, rendendo l’accesso ai corsi più semplice e moltiplicando gli stessi. Quell’opera di educazione di cui si accennava prima può passare anche attraverso queste figure. Dobbiamo rendere la pratica ciclistica più radicata nella nostra cultura, non guardarla solo dall’aspetto sportivo. Inoltre è un’occasione di lavoro e questo oggi è importante.

Che cosa avete in programma ora?

Abbiamo già avuto tre incontri, uno a Milano e due in videoconferenza. L’attività è molto impegnativa, stiamo cercando di rendere questa commissione un organo che sia all’insegna del fare.

Il ligure sta sostenendo allenamenti molto intensi. E in futuro vuol provare il triathlon (foto Il Secolo XIX)
Il ligure sta sostenendo allenamenti molto intensi. E in futuro vuol provare il triathlon (foto Il Secolo XIX)
Questo impegno va a innestarsi in una tua vita quotidiana già molto impegnata, tra la continua opera di rieducazione e gli allenamenti…

Non c’è solo questo. Ho anche cambiato base, spostandomi a Pavia dove c’è la mia fidanzata. Ho dovuto ricostruire tutto. La cosa bella è che mi sto appassionando sempre più alla pratica sportiva, sto tornando quello di un tempo. Mi alleno sulla ciclabile lungo il Naviglio, quando torno a Loano su quella di Sanremo. Quel che è certo è che la sto prendendo molto seriamente.

Il progetto paralimpico ha quindi preso corpo…

Sì, anche se non mi pongo particolari obiettivi, non guardo certo a Parigi, sono un neofita della disciplina. Ho iniziato da poco, faccio uscite di 6-7 ore sotto la guida del mio vecchio preparatore atletico, Massimo Bechis. Sono poi in costante contatto con il cittì azzurro Rino De Candido che tanto ha insistito perché intraprendessi quest’avventura. E’ dura, ma ci metto tanto impegno.

Avversario di tante gare da junior, Manfredi ha mantenuto saldi legami con Evenepoel
Avversario di tante gare da junior, Manfredi ha mantenuto saldi legami con Evenepoel
Ti vedremo anche in gara?

Sì, subito dopo Pasqua a Marina di Massa, farò il mio esordio per il Team Equa. Ho anche una nuova handbike, una Carbonbike arrivata dagli Usa. Io sono alto 1,96, adattarla alla mia misura non è stato facile, ma ora mi trovo sempre più a mio agio.

Che sensazione provi nel tornare ad allenarti con l’obiettivo della gara?

E’ difficile descriverlo. Sentire la fatica nel corpo, sentire lo scorrere delle ruote e la velocità. Per carità, parliamo di cose molto diverse da quelle che si provano in bici, si va molto più piano e le pendenze, anche minime, si fanno sentire di più. Bisogna rivedere tutte le proprie nozioni di guida, adattarle alla diversa velocità nell’affrontare le curve, gli ostacoli. Non vedo l’ora di tornare in gara. Voglio tornare a respirare il Manfredi di una volta, quello che interpretava le corse alla garibaldina. Senza pensare al risultato, conterà esserci.

Manfredi 2022

Manfredi sta tornando e punta deciso alle Paralimpiadi

05.04.2022
5 min
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Parlando con Samuele Manfredi sembra davvero difficile pensare di essere di fronte a un “millennial”, tale e tanta è la sua maturità. La vita lo ha già messo di fronte a prove terribili, eppure il ligure di Loano non ha mai perso la speranza e l’energia nell’affrontare ogni giornata, ha saputo rinascere come un’araba fenice e davanti a sé ha una grande sfida, quella che sognava da bambino, anche se con modalità diverse. Ma ci arriveremo…

Samuele fino al 10 dicembre 2018 era uno dei più promettenti talenti del ciclismo italiano. Vincitore della Gand-Wevelgem per juniores nello stesso anno, campione europeo nell’inseguimento individuale e argento in quello a squadre, era stato messo sotto contratto dal Team Development della Groupama-Fdj. Samuele si stava allenando d’inverno per farsi trovare pronto all’inizio dell’avventura francese, ma il 10 dicembre si è interrotto tutto.

Un incidente in bici, a Toirano, uno di quelli che riempiono purtroppo le cronache ogni giorno. I danni riportati sono pesantissimi: per giorni Manfredi resta in coma, oltre un mese prima che venga risvegliato. Da lì inizia un lungo cammino di riabilitazione che accompagna tutt’ora le sue giornate, recuperando ogni giorno un piccolo ma fondamentale pezzetto delle sue funzionalità.

Manfredi Chrono des Nations 2022
Samuele con Dominique Soulard e la moglie, gli organizzatori della Chrono des Nations
Manfredi Chrono des Nations 2022
Samuele con Dominique Soulard e la moglie, gli organizzatori della Chrono des Nations

Un esempio per tanti

Il mondo del ciclismo gli è sempre rimasto vicino, non c’è gara alla quale Samuele assista che non veda tanti protagonisti avvicinarsi e salutarlo, farsi una foto con lui, scherzare insieme (nella foto di apertura Samuele con la deputata francese Christine Cloarec-Le Nabour, erano ospiti d’onore alla Route Adélie de Vitré, prova della Coupe de France vinta da Alex Zingle) perché Samuele non ha perso un’oncia della sua simpatia e non parla mai della sua condizione con toni di autocommiserazione. Nel tempo che la riabilitazione gli lascia, si dedica ad altri ciclisti, amatori e ragazzini e a questi insegna soprattutto come vivere il ciclismo, il che significa anche essere un maestro di vita, trasmettendo quello che per lui è un dogma: «Ho avuto la riprova che la vita è bella in qualsiasi caso».

Ora però c’è un sogno che sta prendendo forma. Un sogno a cinque cerchi, lo stesso che aveva prima di quella maledetta mattina di dicembre: «Rino De Candido per me è stato sempre molto più che il tecnico della nazionale, mi è rimasto sempre vicino. Ora che ha assunto la carica di responsabile del ciclismo paralimpico, mi ha chiesto se me la sentivo di provare l’handbike. Finora non avevo potuto perché le mie condizioni ancora non me lo permettevano, ma ora ho avuto il via libera medico. E’ un cammino lungo quello che mi aspetta, ma voglio provarci. So che Rino mi starà accanto, con Vittorio Podestà che è un nume nel campo e mi ha già accolto nella sua società».

Che cosa rappresenta per te poter tornare a parlare di Olimpiadi?

E’ un passaggio importante nella mia storia, significa un altro passo verso il ritorno alla normalità. Mi permette di restare ancora più legato a quello che è il mio mondo, che non ho mai lasciato.

Nell’ambiente non si è mai smesso di pensare a te e di rimanerti vicino, non capita sempre…

Forse in quel poco tempo che l’ho frequentato da corridore qualcosa avevo trasmesso e questo mi dà molto coraggio: io sono sempre stato uno del popolo, ero anche bravino ma non era questo l’aspetto primario. Non ero certamente uno che stava sulle sue, facevo gruppo e questo è rimasto.

Fare gruppo è un concetto che nel ciclismo attuale si è un po’ perso: ormai molti dicono che in squadra, finita la corsa ognuno sta per conto suo, smartphone alla mano…

Io sono sempre stato contrario: quando eravamo in ritiro dicevo sempre a tutti che quando stavamo insieme dovevamo fare qualcosa insieme. Sono sempre stato convinto che una squadra esiste al di fuori delle gare, prima ancora che in corsa, proprio perché comunicare costa fatica, impegno mentale. Anche piccole cose fatte insieme, alla sera, ti danno quegli automatismi di comunicazione che in corsa saranno fondamentali.

Manfredi Bettiol 2019
Manfredi tra Alberto Bettiol e Marina Romoli, viceiridata juniores 2006 anche lei vittima di un incidente
Manfredi Bettiol 2019
Manfredi tra Alberto Bettiol e Marina Romoli, viceiridata juniores 2006 anche lei vittima di un incidente
Insegni anche questo ai più giovani?

Certamente, ma a tal proposito devo dire che non avrei potuto essere un tecnico senza tutto quel che ho imparato dall’incidente a oggi. Non avevo fatto studi specifici, ma l’esperienza mi ha dato una cognizione scientifica enorme, me ne accorgo su di me e applico quel che imparo sugli altri, facendo la necessaria trasposizione.

Nell’ambiente chi ti è rimasto più vicino?

De Candido innanzitutto che è ben più che un parente, ma anche Marco Villa e la mia vecchia squadra. Non mi hanno mai fatto mancare il loro sostegno. Ho conosciuto Podestà che nel movimento paraciclistico è un riferimento assoluto. Chi vorrei conoscere è Alex Zanardi che per me è un mito. So che pian piano si sta riprendendo, spero che presto la cosa sia possibile.

La riabilitazione quanto tempo occupa della tua giornata?

Molto, è un vero e proprio lavoro, devo allenarmi muscolarmente e neurologicamente perché non ho ancora recuperato appieno le funzionalità, ma ogni giorno faccio sempre un piccolo passo in avanti. Ora poi che ho un sogno davanti a me, ho ancora più voglia di sudare e faticare, per riprendere quel discorso interrotto anni fa.

Tokyo e Capoliveri: EthicSport c’è!

29.09.2021
3 min
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Le recenti Olimpiadi e le Paralimpiadi di Tokyo hanno portato in dote a EthicSport, brand tutto italiano legato al settore della nutrizione sportiva, ben venti medaglie. Considerando le sei d’oro, le sette d’argento e le altrettante sette di bronzo.

EthicSport esce dalle recenti Olimpiadi e Paralimpiadi di Tokyo da vera vincente
EthicSport esce dalle recenti Olimpiadi e Paralimpiadi di Tokyo da vera vincente

Venti medaglie tra Olimpiadi e Paralimpiadi

Fausto Desalu è stato protagonista del miracolo della velocità azzurra, che ha regalato un inatteso quanto meraviglioso oro nella staffetta 4×100. Nella vela oro anche per Caterina Banti. Nel Nacra 17 Foiling Misto Dalla FIJLKAM (la Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) sono invece arrivati l’oro di Luigi Busa nel Karate -75 kg e ben quattro medaglie di bronzo grazie a Odette Giuffrida (Judo 52 kg), Maria Centracchio (Judo -63 kg), Viviana Bottaro (Kata) e Abraham de Jesus Conyedo Ruano (Lotta 97 kg).


Non potevano poi mancare le medaglie della scherma, grazie agli argenti di Daniele Garozzo (Fioretto), Luigi Samele (Sciabola) e della squadra di Sciabola Maschile (Luca Curatoli, Luigi Samele, Enrico Berrè e Aldo Montano). Dalla stessa scherma son giunte anche le medaglie di bronzo a squadre nel Fioretto Femminile (Erica Cipressa, Arianna Errigo, Martina Batini e Alice Volpi) e nella Spada Femminile (Federica Isola, Rossella Fiamingo, Mara Navarria e Alberta Santuccio).

Successi e tantissime soddisfazioni sono poi arrivate a EthicSport anche dalla spedizione paralimpica in terra giapponese. Nel nuoto Carlotta Gilli ha stupito il mondo conquistando ben cinque medaglie di cui due d’oro. Mentre un argento lo ha portato a casa l’inossidabile Simone Ciulli. Oro e argento anche dalla scherma paralimpica, grazie all’incredibile Bebe Vio (Fioretto cat. B) e alla squadra del Fioretto femminile (Bebe Vio, Andreea Mogos e Loredana Trigilia).

EthicSport sarà partner ufficiale dei prossimi campionati del mondo Mtb Marathon del 2 e 3 ottobre all’Isola d’Elba
EthicSport sarà partner ufficiale dei prossimi campionati del mondo Mtb Marathon del 2 e 3 ottobre all’Isola d’Elba

L’integrazione di un mondiale Marathon

Merita poi attenzione anche un’altra bella notizia che coinvolge in pieno EthicSport. Questa volta però in chiave marketing e comunicazione. Lo stesso brand sarà difatti partner ufficiale per quanto riguarda l’integrazione sportiva dei prossimi ed attesissimi campionati del mondo Mtb Marathon. Essi si svolgeranno il weekend del 2 e 3 ottobre all’Isola d’Elba (Capoliveri Legend Cup World Edition). «Siamo davvero estremamente onorati ed orgogliosi di essere stati scelti come partner ufficiali dei Campionati del Mondo XCM – ha dichiarato Massimiliano di Montigny, Marketing Manager EthicSport – ed al tempo stesso siamo felici anche di affiancare una manifestazione prestigiosa come la Capoliveri Legend Cup.

Per EthicSport questa collaborazione rappresenta un importante momento di celebrazione di un percorso di sviluppo e di crescita che ci ha portato a conquistare la fiducia di tanti appassionati. Daremo tutto il supporto possibile, sia allo staff organizzativo quanto ovviamente ai partecipanti. Contribuendo al meglio per il successo di questo favoloso weekend di sport».

etichsport.it

La storia di Triboli e la penna di Zanardi, un viaggio nel cuore

07.09.2021
14 min
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Questo articolo è stato scritto da Alex Zanardi per il suo amico Fabio Triboli. Racconta una storia vera, dura, infine dolce. E’ stato Fabio, incontrato a Tokyo da Alberto Dolfin, a chiederci di pubblicarlo. E noi abbiamo accettato di buon grado, grazie a equipeenervit.com che ci ha concesso di farlo, avendolo pubblicato per primo nella rubrica A piede libero gestita proprio da Zanardi. Mettetevi comodi, servirà qualche minuto più del solito. Ma se alla fine avrete gli occhi lucidi e il cuore gonfio, significa che ne sarà valsa la pena. E come hanno cantato tutti gli azzurri di Tokyo 2020: Forza Alex!

Ci sono storie belle, popolari. Sì, così simili a quelle raccontate nelle tante pellicole in bianco e nero del dopoguerra che hanno il loro ingrediente più romantico e toccante nel farcela, a dispetto delle difficoltà che la vita imponeva a tanti in quegli anni. Quando c’era tutto da inventare perché tutto mancava e la gente si rompeva la schiena senza paura perché le cose miglioravano in fretta. Questo regalava speranza più che fiducia. Il sogno era di costruire un benessere che non c’era ancora per i figli che forse un giorno l’avrebbero ereditato. Poi è toccata ai nostri genitori, che francamente, qualcosa in più hanno iniziato ad averla. Su tutto, i più hanno evitato la guerra o l’hanno vissuta marginalmente. Ma noi siamo stati quelli davvero fortunati. Perché anche se all’inizio c’era poco, non c’è mancato nulla. Quel poco, quella giusta misura del poco, credo abbia stimolato la nostra capacità di desiderare e al tempo stesso di gioire intensamente per ogni piccola conquista.

L’amicizia con Zanardi, ha spinto Alex a scrivere questo articolo su Fabio Triboli, a sinistra nella foto
L’amicizia con Zanardi, ha spinto Alex a scrivere questo articolo su Fabio Triboli, a sinistra nella foto

Esprimi un desiderio

E ci si accontentava: bastava un pezzo di gesso per tracciare il gioco della Luna per terra e scegliere un sasso buono per sfidare gli amici del cortile. Oppure scoprirci capaci di avvertire meraviglia nello scorgere un nido su un albero. Nel vedere i girini appena nati nell’acqua di un fosso. O ancor più, quando d’estate non dovevamo andare a letto subito dopo Carosello e si poteva giocare a nascondino dopo cena, magari intravedendo dal nostro nascondiglio una stella cadente. Ed esprimere un desiderio, convinti, anzi certi, che riuscendo a farlo abbastanza in fretta si sarebbe avverato.

Avevamo l’esempio dei nostri genitori che lavoravano tanto e sodo per accedere ai lussi come la gitarella fuori porta o il picnic della domenica pomeriggio. Perché il mattino si andava in chiesa, magari con quel paio di scarpe buone che era arrivato anch’esso come un grande dono da sfoggiare con orgoglio

Come Gimondi

La mia è stata una generazione felice e sognante. La domanda “Cosa farai da grande?” arrivava a giorni alterni mentre pranzavamo con la famiglia, ma negli altri, eravamo noi a comunicare con teatralità il nuovo progetto di vita appena rivisto.

Mi viene da credere che quel mondo che abbiamo vissuto, abbia in qualche modo attrezzato tanti bambini nel diventare appassionati lottatori di vita. Fabio era certamente uno di questi bambini. Vispo, sempre sorridente, mai fermo. Mai il primo della classe a scuola, ma sempre tra i primi nel cuore della maestra che li aveva cresciuti. 

Un giorno il nonno lo aveva portato a vedere il passaggio del Giro d’Italia e tornando, nella prima occasione di convivialità familiare a tavola, aveva dichiarato solennemente che nella vita avrebbe fatto il Corridore come Gimondi.

I bambini cambiavano e cambiano idea. Non Fabio, nemmeno quando la vita sembrava volergli imporre un cammino diverso, dove la salita non sarebbe stata quella da scalare in bicicletta, ma piuttosto quella in apparenza molto più dura della disabilità.

Ecco la volata che vale l’oro paralimpico di Pechino 2008
Ecco la volata che vale l’oro paralimpico di Pechino 2008

L’ubriaco

Un giorno, un anziano signore che guidava l’auto anche se ubriaco, diventò vittima e carnefice della sua vita. Vittima, perché quando investi due bambini innocenti che hanno la sola colpa di essere sulla stessa tua strada mano nella mano, non sarai mai più un uomo felice. Carnefice, perché anche se certe cose nella vita non si possono evitare solo a forza di buone intenzioni, quel suo mettersi al volante nelle peggiori delle condizioni cambiò per sempre la vita del piccolo Fabio e della cugina che lo teneva per mano.

Lei fu investita dall’auto che la trascinò sulla strada per decine di metri. Fratture multiple, degenza lunghissima in ospedale ma, pur con gravi conseguenze permanenti si salvò. Era più grande del piccolo Fabio che quel giorno le era stato, come dire, affidato. E per questo lo teneva per mano con responsabilità, con una presa così salda, che quando fu investita dall’auto, il Plesso Brachiale dell’esile braccio del bambino si strappò di netto. La speranza tiepidamente offerta dai medici per un possibile recupero parziale dei movimenti si perse nel tempo assieme al tono muscolare di un arto che non si sarebbe più mosso come prima

Una vita diversa

La vita per Fabio non sarebbe stata più la stessa, eppure i suoi sogni non cambiarono. Questo ostinato modo di pensare può pure essere normale per un bambino, ma un conto è provare, un altro poi è riuscire a dispetto delle difficoltà. 

Diventando uomo Fabio ha fatto la sua parte. Ha studiato quel che serviva e poi è andato a lavorare. Ha messo su famiglia, assieme ad Antonella ha cresciuto tre bellissimi figli, due ragazze e un ragazzo. Tra le difficoltà eh, perché lavorando in fabbrica bisogna saper tirare la cinghia quando si avvicina la fine del mese. Ma a dispetto di tutto non ha mai mollato il suo sogno, quello di andare in bicicletta e di fare il corridore.

Un brav’uomo Fabio. Uno che sul lavoro non s’è mai tirato indietro, guadagnandosi la stima e l’amicizia dei colleghi. E soprattutto dei suoi superiori, perché non puoi non notare un uomo che col suo sorriso e la sua caparbia nell’affrontare ogni giorno le difficoltà più ovvie, finisce per ispirare quelli che gli stanno attorno rendendoli persone migliori.

Pechino 2008, Triboli ha appena vinto l’oro su strada
Pechino 2008, Triboli ha appena vinto l’oro su strada

Un giorno Valentini

Forse è per questo che quando poi la vita, che, come dice spesso un mio amico, ha più fantasia di noi, ebbene quando finalmente ti fa un regalo, in tanti siano felici per te. E il regalo arrivò sotto forma di un incontro. Con Mario Valentini, che dopo aver diretto la Nazionale Italiana di ciclismo su pista, aveva da poco ricevuto l’incarico di ristrutturare e gestire i programmi del Ciclismo Paralimpico dalla Federciclismo. Fabio aveva sviluppato il suo sogno come aveva potuto finendo per correre gare di mountain bike. Quello che si poteva fare sulle colline vicino a Lecco dove vive, con qualche puntatina ogni tanto fuori dal solito perimetro dopo aver risparmiato un po’. Perché se affronti una trasferta per una gara che merita, beh, per una gara che merita vuoi non mettere un paio di copertoni nuovi sulla bici? Vuoi non fare un salto dal meccanico per revisionare un po’ il mezzo? Insomma, oltre alla benzina per andare sul campo di gara, motivi più che buoni per rompere di tanto in tanto il porcellino riempito con fatica ce n’erano

Ancora corridore

Mario Valentini gli offre una nuova prospettiva. Quel braccio inutile che lo ha sempre limitato nel gareggiare contro gli altri, può diventare il suo biglietto d’ingresso in un mondo nuovo dove i sogni, anche i più arditi, possono realizzarsi.

Potrebbe non essere facile per un ex-ragazzo di ormai quasi 40 anni continuare a sudare per inseguire quel sogno da bambino, ma in fondo, nell’accezione più nobile del termine, Fabio Triboli un bambino lo è ancora. Per ognuno di noi, cavalcare gli eventi per trasformare ciò che accade in un’opportunità dovrebbe essere una regola. Nelle avversità, pochi ci riescono. Eppure alcuni lo fanno, quindi un modo esiste… Un modo che potrebbe portarti a dire: «Se non fosse accaduto quel che è accaduto, non sarei stato qui!».

La medaglia d’oro non è più un sogno, Triboli è campione paralimpico
La medaglia d’oro non è più un sogno, Triboli è campione paralimpico

Pechino 2008

Tornando alla nostra storia, QUI è Pechino, Giochi Paralimpici del 2008. Sono serviti impegno e sudore, è servita molta pazienza ma Fabio è diventato un Corridore che indossa alle Paralimpiadi la maglia più bella, la Maglia Azzurra.

E visto che favola deve essere, nella prima delle tre gare per le quali si è qualificato, quella dell’inseguimento su pista, vince la medaglia d’Argento. E poi Bronzo, sette giorni dopo, nella prova a cronometro su strada.

A casa la festa è già partita, Antonella al telefono felice e commossa gli racconta di come la famiglia ha vissuto i suoi successi. Delle figlie che a scuola si vantano orgogliose delle imprese del padre e del sindaco, che sta già organizzando una festa in paese per il suo ritorno. E ancora del signor Carcano, il proprietario dell’azienda dove Fabio lavora, che ha già detto che la prima festa la si farà in fabbrica, con tutte le persone che gli vogliono bene e che sono orgogliose di lui.

Poi, siccome le donne sono più pratiche e pragmatiche, gli parla anche di tutte le cose che potranno fare con i premi delle medaglie. Soldi veri per una famiglia che, pur facendolo con assoluta dignità, s’è sempre dovuta fare bastare uno stipendio per fare tutto.

Il giorno più bello

Ancora ubriaco di tutto questo, arriva per Fabio il giorno dell’ultima gara, la corsa in linea. Teoricamente, per le sue buone doti di velocista, anche quella che alla vigilia rappresentava l’opportunità migliore per vincere una medaglia. Ma vada come vada, perché giusto tre anni fa ti facevi i conti in tasca per cambiare un copertone alla bici e ora sei un doppio medagliato paralimpico. Un professionista ormai, nel vero senso del termine, ovvero uno di quelli che dalla propria attività ci ha finalmente tirato fuori anche di che vivere.

Con l’animo sereno Fabio attacca da subito trovando la collaborazione di altri due atleti molto forti. Arriva un’occasione e vanno in fuga. Prendono un vantaggio notevole, quasi due minuti e sembrano imprendibili. Poi però accade quello che non ti aspetti. A un’Olimpiade, si dice infatti: «ho vinto l’Argento, o il Bronzo». Non si dice «sono arrivato secondo o terzo…». Perché, al contrario che a un Mondiale lì ogni medaglia conta. Ed è per questo che normalmente, quando sei in fuga assieme ad altri due soli atleti, ti aspetti collaborazione. Ma questa non arriva.

Alex Zanardi è stato invocato da tutti gli azzurri di Tokyo 2020 che a lui hanno dedicato la loro fatica
Alex Zanardi è stato invocato da tutti gli azzurri di Tokyo 2020 che a lui hanno dedicato la loro fatica

Brividi di freddo

Fabio dà l’anima per non fare rientrare il gruppo, ma il gruppo arriva e, a meno di un solo giro dal traguardo, li riprende. Quando accade, Fabio sente di aver speso ormai tutto. Fa un caldo pazzesco a Pechino, ma lui ha i brividi di freddo. Tutta l’energia spesa, tutta la fatica già fatta inseguendo un sogno ormai svanito impone al suo corpo un dazio severo e piano piano perde terreno. Prima la ruota di un compagno, poi anche i ritardatari di quel gruppo lo staccano.

Il sapore della resa

Conosco quel momento. Quando sei intossicato di fatica e il fisico non risponde più, beh lo fa ancor meno la mente. E’ un attimo: una distrazione, una difficoltà aggiuntiva come una mezza scivolata, un salto di catena o un banalissimo colpo di vento e ti fermi. Poi un attimo dopo ti riprendi e ti maledici per avere mollato e se ormai è tardi, puoi anche arrivare a convincerti che doveva andare così, che non si poteva fare di più

Come detto, capita. E se non ci siete passati, forse vuol dire che non avete mai spinto abbastanza per conoscere quella sensazione. O non ne avete mai avuto l’occasione, perché quando conta davvero, non lo decide il prestigio dell’evento nel quale ti stai cimentando, ma la fame che hai o che t’è rimasta. Fabio aveva fatto un’abbuffata fuori programma nei giorni precedenti. Due medaglie già vinte… e cosa poteva importare a questo punto? «Me ne vado a casa comunque contento!», aveva pensato.

Con Bianchetto, campione olimpico a Roma 1960 e tecnico federale
Con Bianchetto, campione olimpico a Roma 1960 e tecnico federale

Mai arrendersi

Poi però può anche accadere dell’altro. Che ti tornino in mente i sacrifici che hai fatto, quelli che hai imposto alla tua famiglia con il tempo che le hai negato. Non al mare o in montagna assieme, ma tu a sudare in bici e loro ad andare avanti facendo dell’altro senza di te. Che anche se i sei mesi di aspettativa che hai ottenuto per preparare quella gara sono un diritto tutelato per legge, mentre tu eri in giro in bici ad allenarti c’erano altri in fabbrica a spostare le casse per te e l’hanno fatto con gioia, perché ti stimano. Ti vogliono bene e adesso sono là, dopo le gioie che gli hai regalato si aspettano che tu possa dargliene ancora nell’ultima gara in programma… E tu poi cosa gli racconterai: «Eh, ero un po’ stanco e alla fine ho mollato…!». Ma accade che tu non lo faccia solo per gli altri. Quando pensi che hai aspettato quarant’anni per avere una chance che probabilmente non si ripresenterà più. Perché anche se hai già vinto, oggi è il giorno in cui potevi far accadere dell’altro e ti sei arreso.

Ecco il gruppo

In questi momenti può accadere la cosa più bella. Che tu scopra che non serve una ragione particolare per rialzarsi sui pedali a spingere. Basta qualcosa che ti faccia ricordare la stessa intatta passione che ti faceva rompere il maialino per andare a fare le gare in mountain bike contro dei signor nessuno quando tu eri l’ultimo fra loro. E che vuoi farlo per te stesso, perché puoi. E non sarà tra un giorno, un’ora o un attimo, ma è adesso che devi farlo. Così Fabio si rialza sui pedali, ritrova un ritmo, riprende la migliore andatura possibile e, stavolta sorridendo davvero in modo convinto si dice: «Oh Triboli: metti mai che la vita voglia farti un altro regalo che fai, non ti presenti?».

Quasi come se qualcuno da lassù avesse apprezzato il suo cambio di ritmo, emotivo ancor più che fisico, fuori da una collina a tre chilometri dal traguardo, nel campo visivo più ampio che gli si apre davanti, Fabio scorge il gruppo là davanti. Appallottolati come si dice in gergo, a non più di 500 metri.

Rimonta completa

Ormai vicini al traguardo tutti gli atleti avevano iniziato a studiarsi, a risparmiare energie per la volata che si sarebbe certamente sviluppata di lì a poco e facendo questo stavano rallentando. Ritrovando speranza più che vera e propria fiducia, Fabio ignora i dolori, la fatica, il sudore gelato che avvolge il suo corpo. Pensando solo a proseguire per chiudere quel divario che, peraltro, vede di metro in metro ridursi. Ora non serve chissà quale allungo per vedere i corridori davanti. E spinge, spinge ancora, quasi ridendo di quello sforzo stupido che sta facendo contro ogni pronostico. Perché anche se li raggiungesse, da cosa potrebbe estrarre ancora energia per una ipotetica volata con loro. Chissenefrega, la vita è una, la vita è adesso si ripete: «Triboli, vai avanti!» si intima…

Triboli è volato a Tokyo come collaboratore di Mario Valentini
Triboli è volato a Tokyo come collaboratore di Mario Valentini

Come on sta cippa!

Incredibile! Quando ha quasi raggiunto il gruppo che procede ad andatura tattica, il corridore Brasiliano, uno dei più forti negli ultimi metri, scatta per anticipare tutti. E come se fosse tutto a posto nei muscoli e nel fisico, Fabio intuisce l’opportunità. Arrivando lanciato, gli basta un piccolo scatto per agganciare la ruota del Brasiliano. Alla compagnia si aggiungono altri quattro corridori che anticipano tutti gli altri tra cui il Belga, sulla carta il più forte dei velocisti. Proprio mentre tutto questo accade, dai rumori terrificanti di metalli che sfregano sull’asfalto, Fabio intuisce che il gruppo dietro di loro è stato rallentato da una caduta.

E’ una finale Olimpica, non un concorso di fairplay e i sei corridori iniziano a dare l’anima per tenere quei metri di vantaggio che la fortuna ha loro regalato. Fabio sente il corridore inglese chiedergli collaborazione urlandogli: «Fabio, come on! Come on mate!». E Fabio pensa: “Sì, come on sta cippa! Non ne ho più cavolo, buona grazia se non mi staccate subito!”.

Valentini a braccia alzate

Si vede l’arrivo 500 metri più avanti. E mentre decide solennemente che sarebbe bello avere ancora qualcosa da spendere in quell’attimo, perché il momento per scattare è arrivato, riesce a vedere Mario Valentini sotto la linea a braccia alzate. Quell’uomo che aveva incontrato a un appuntamento casuale organizzato dal destino, ma che, per culo o per classe incomprensibile, a certi appuntamenti arriva sempre puntuale. Quasi sapesse che poteva andare così. Oppure pensasse che doveva andare così. Quasi fosse certo che sarebbe andata così. E d’un tratto, lo pensa anche Fabio. Lo sfinimento, gli sforzi fatti, il dolore… non c’è più nulla. Solo la voglia di tagliare per primo quel traguardo perché è lì, perché si può fare.

Ancora oggi, Fabio Triboli è ispirazione per gli atleti che decidono di avvicinarsi al paraciclismo
Ancora oggi, Fabio Triboli è ispirazione per gli atleti che decidono di avvicinarsi al paraciclismo

L’Oro è per sempre

Fabio si alza sui pedali e il corpo risponde, cazzo come risponde! Le gambe spingono sui pedali, butta giù i rapporti con la catena che resta tesa come la cima che tiene una petroliera in porto investita dal vento. Risale il gruppetto e infine passa anche l’ultimo dei suoi avversari. Il corridore Belga, il più forte, che, conscio della sua forza, era partito lunghissimo convinto della sua tattica. Fabio è sulla linea e, servisse mai a fargli capire chi ha tagliato per primo il traguardo, riaprendo gli occhi dopo lo sforzo ritrova il tipo coi baffi e la maglia dell’Italia a braccia alzate.

Servirà un altro minuto al vecchio Mario, fermo sul traguardo, per raggiungere Fabio che s’è ormai fermato cento metri più avanti. Ma adesso un minuto può passare. Adesso di minuti ne possono passare e ne passeranno tanti perché quell’Oro è e sarà per sempre di Fabio Triboli.

Cogliere l’attimo

Io l’ho un po’ romanzata, ma credetemi, è andata così davvero. Ve l’ho voluta raccontare perché ogni volta che sento questa storia mi vengono in mente le parole di mio Padre. Quando mi diceva: «Sandrino bisogna sempre dare il massimo anche quando sembra ci sia poi solo bonaccia. Perché se poi il vento arriva, tu sei già lì a prenderlo!».

Fabio Triboli è uno che metaforicamente ha sempre provato a prendere il mare. E quando finalmente è arrivato il vento a gonfiare la sua vela, ha mostrato a chi aveva occhi per vedere come accadono le cose. Che devi volerlo, non per soldi, fama o per migliorare la tua vita, ma perché l’unico modo per vivere al meglio è cogliere l’attimo. Facendo le cose che ami al meglio delle tue possibilità sempre, che si tratti di Giochi Olimpici o della gara del quartiere.

Alex con tutti noi

Il mondo Paralimpico è difficile da capire. Capita anche che arrivino nuovi atleti che meritano una classificazione, ma il cui inserimento in una categoria stravolga i valori e le forze in gioco nella stessa. Oggi, nella C5, la categoria dove correva Fabio, senza due braccia che tengano saldamente il manubrio in volata non puoi più essere competitivo. Così, alla vigilia dei Giochi di Londra, Mario Valentini ha chiesto a Fabio di passare la mano, di agganciare il gruppo come suo Collaboratore e oggi si occupa di noi.

E lo fa bene, in modo unico, per le sue competenze tecniche e la sua grande capacità di motivare le persone. Forse sono un romantico, però sentire questa e altre storie dal suo vocione mi carica sempre e immancabilmente il pensiero vola alle cose da fare che mi stanno già portando a Tokyo. Non so dove potreste trovare il vostro Fabio Triboli dal quale estrarre quelle energie che possono farvi fare le cose. Eppure sono certo che a saper vedere ci siano persone in giro capaci di ispirarci. Che si possa imparare da tutti, se non siamo troppo concentrati su noi stessi. Io questo sbaglio, a quasi 53 anni non posso permettermelo. D’altronde, sono le armi che mi restano: consapevolezza, misura e testardaggine più che determinazione. Perché indipendentemente da quello che è accaduto ieri, la vita è adesso e viverla davvero significa scorgere un nuovo spazio per fare solo un altro dei nostri tentativi migliori.

Un oro fantastico, dedicato ad Alex Zanardi

02.09.2021
4 min
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Per loro e per Alex Zanardi. Così Paolo Cecchetto, Luca Mazzone e Diego Colombari dominano la staffetta olimpica e conquistano il gradino più alto del podio nella terza giornata di gare dedicate al ciclismo. Una prova di spessore per l'Italia, che si conferma regina di questa disciplina con una formazione - la stessa che a giugno vinse il titolo iridato ai Mondiali di Cascais - che non fa rimpiangere le assenze degli assenti, ma dedica l'oro ad Alex Zanardi, il fratello maggiore...

Nel nome di Alex. Paolo Cecchetto, Luca Mazzone e Diego Colombari hanno confezionato l’impresa al circuito Fuji Speedway di Tokyo, conquistando l’oro nel team relay, la staffetta dell’handbike, ovvero la disciplina di cui l’Italia era campionessa paralimpica in carica in virtù del successo di cinque anni fa a Rio.

Con l’incidente di Zanardi e il ritiro di Podestà, Cecchetto e Colombari sono stati le piacevoli novità rispetto alla vittoria in terra carioca, non lasciando nessuno scampo alle nazioni rivali, facendo una gara di testa sin dall’inizio. L’unico dei tre a essere già presente in occasione dell’ultimo trionfo era Luca Mazzone, uscito dal box del circuito giapponese con l’occhio della tigre

Il personale in festa: il cittì Valentini portato in trionfo
Il personale in festa: il cittì Valentini portato in trionfo

Medaglia per Alex

Già alla vigilia ci aveva rivelato il suo sogno. Con la voce rotta dalla commozione: «Se vinciamo l’oro nel team relay, vado a portarglielo da Alex». Non si sarebbe accontentato di nessun altro metallo, soprattutto dopo i due argenti individuali, in particolare quello nella cronometro sfuggitogli per l’inezia di 26 centesimi.

«Ci manca l’oro», continuava a ripetere Mario Valentini aggirandosi avanti indietro nel box azzurro sia martedì sia mercoledì. Finalmente, la settima medaglia del paraciclismo ai Giochi di Tokyo è quella del metallo più prezioso. Va ad aggiungersi ai cinque argenti e al bronzo di Katia Aere).

L’oro più bello

E’ l’oro più bello, più pregnante di significati e più voluto da tutti. Ma, soprattutto, è per te Alex, come hanno cantato tutti, non solo gli italiani, al termine della cerimonia di premiazione.

Sotto la pioggia scrosciante, gli azzurri di Mario Valentini sono stati pressoché perfetti sin dalla partenza, prendendo il comando della gara con Cecchetto, che il giorno prima si era ritirato anzitempo dalla prova in linea, troppo dura per lui, proprio per preservare più energie possibili in vista della staffetta odierna. «Avete capito perché mi sono ritirato presto», dirà poi più tardi al rientro nei box, facendo un’occhiolino.

«Questo è il premio che abbiamo sognato per cinque anni. È stata dura, perché le altre squadre di certo non ce l’hanno regalato. Siamo strafelici e vogliamo ringraziare tutti i tecnici, meccanici, fisioterapisti che ci sono stati vicini».

Da Cecchetto a Mazzone

ll lombardo passava il testimone a Luca Mazzone che a sua volta aumentava il vantaggio sui rivali, che per ampi tratti ha superato il minuto, approfittando anche di una caduta per la Francia. Il cinquantenne di Terlizzi non era mai andato così forte: «Oggi avevo quella cattiveria agonistica che non ho mai avuto prima, era come se corressi con Alex al mio fianco. Lo sentivo vicino, che mi avrebbe portato bene. Così ho dato la soddisfazione anche a loro, i miei due amici, con cui abbiamo conquistato questo bell’oro.

Che poi aggiunge: «Le due ruote posteriori erano quelle di Alex, le avevo tenute proprio per il team relay. Ho messo le ruote Ghibli Campagnolo che mi aveva promesso poco più di un anno fa perché sentivo la vicinanza di Alex e questa gara la volevo vincere anche per cancellare i due argenti che mi stavano sul groppone. Volevo vendetta».

Sul podio, con l’oro finalmente al collo, la ricompensa per i sacrifici
Sul podio, con l’oro finalmente al collo, la ricompensa per i sacrifici

Finale per Colombari

Impeccabile poi l’apporto di Diego Colombari, il sostituto designato di Zanardi, che continuava a tenere gli azzurri saldamente in testa. Dopo tre frazioni da un giro per ciascuno, toccava proprio al cuneese il compito di chiudere in bellezza e tagliare il traguardo de Fuji Speedway col pugno destro alzato al cielo, prima di abbracciare i compagni e poi scattare a festeggiare il ct Valentini, portato in trionfo da tutto lo staff. «Sicuramente è stato un grande onore di partire ultimo con la speranza di festeggiare. Poter chiudere in bellezza così, tranquillamente, è stata una grande emozione».

E’ l’oro più bello, più pregnante di significati e più voluto da tutti ma, soprattutto, è per te Alex, come hanno gridato tutti, non solo gli italiani, al termine della cerimonia di premiazione, in cui le medaglie sono state consegnate dal presidente Renato Di Rocco. L’oro sta arrivando Alex, proprio quello che sognavi quando sei venuto a provare il circuito due anni fa. 

Altre due medaglie a Tokyo, ma ci manca l’oro

01.09.2021
5 min
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Sei medaglie in due giorni al Fuji Speedway. L’Italia di paraciclismo ormai è un habitué del podio alla Paralimpiade di Tokyo, grazie all’argento e al bronzo odierni che si sono aggiunti ai quattro argenti di ieri.

«La medaglia di Katia Aere splende tantissimo, anche se è di bronzo – comincia a raccontare il ct Mario Valentini – mentre quella di Luca Mazzone è d’argento. Per tutto il movimento e per la sua promozione, è fondamentale perché si tratta di una ragazza nuova e giovane. Una bella realtà. Mi dispiace per Ana Vitelaru perché era davanti e poi ha rotto una manopola. Purtroppo sono cose che possono capitare. Però ora basta con questi secondi e terzi posti, cerchiamo di prendercela questa medaglia d’oro. Mancano due giorni».

Fase di riscaldamenteo prima del via per Vitelaru, POrcellato e Aere
Fase di riscaldamenteo prima del via per Porcellato e Aere

Sorpresa francese

Nel frattempo, Luca Mazzone ha raddoppiato in tema di argenti nel giro di 24 ore, chiudendo secondo nella prova in linea vinta dal francese Florian Jouanny, con lo spagnolo Sergio Garrote Muñoz, che si è dovuto accontentare del bronzo dopo essere stato staccato.

«Sentire il tifo di casa in questi giorni mi ha caricato tantissimo – racconta il cinquantenne di Terlizzi – purtroppo però non è bastato, nonostante mi sia allenato duramente, immaginando salite sul 5 per cento. Non mi aspettavo di trovare questi strappi al 10 per cento che per noi H2 è davvero troppo, non aveva senso. Poi senza riposo dopo lo sforzo della cronometro… bisognerebbe fare almeno un giorno di stop per permettere ai muscoli di recuperare. Nell’ultima salita, c’era il rischio di saltare e buttare la medaglia se non la gestivi bene, cosa che io non volevo fare. In Italia, gli H2 non sarebbero nemmeno partiti su un tracciato così duro».

Oltre 200 watt

Bicchiere mezzo pieno però, è la settima meraviglia ai Giochi Paralimpici: 2 nel nuoto e 5 nell’handbike, di cui tre a Rio 2016 e due alle pendici del Monte Fuji.

«Sono contento, ringrazio il Circolo Canottieri Aniene – commenta Mazzone – lo staff della nazionale e chi mi aiuta in questo percorso. La gara era dura e non l’ho capita, perché ero convinto che avremmo ripreso il francese in salita. Invece lui è andato fortissimo e non si è fatto più raggiungere. Ho battuto lo spagnolo, quello che tre mesi fa ha dimostrato di essere il più forte ai mondiali, mentre il francese proprio non me l’aspettavo perché gli avevamo dato tre minuti nella rassegna iridata in Portogallo. Abbiamo provato a collaborare per rientrare. Andavamo a 200 watt, ma non è bastato. Comunque, sto pensando già a domani, le medaglie che sono arrivate le mettiamo in valigia. A questo punto, dovremmo stare attenti alla Francia».

Grandi saluti tra Porcellato e Masters, già amiche nello sci di fondo. Per l’americana due medaglie d’oro in due giorni
Grandi saluti tra Porcellato e Masters, già amiche nello sci di fondo. Per l’americana due medaglie d’oro in due giorni

Rivincita team relay?

Il riferimento è al team relay di domani, disciplina di cui l’Italia è campionessa paralimpica e mondiale in carica, in cui sarà impegnato insieme a Diego Colombari e Paolo Cecchetto. Al solo pensiero dell’idea che gli frulla per la testa, si commuove mentre lo dice.

«Se vinciamo la medaglia d’oro – dice – il primo pensiero è andare da Alex a portargliela. Voglio far la dedica a lui, speriamo che vada bene e che Alex ci dia una mano».

Aere di bronzo

Qualche ora più tardi, un’altra gioia è arrivata con Katia Aere, vincitrice del bronzo nella prova in linea della categoria H5 di handbike femminile. La friuliana di Spilimbergo (in provincia di Pordenone), che sabato scorso (28 agosto) ha festeggiato i suoi 50 anni.

«E’ stata una gara molto varia. Nel primo giro e mezzo eravamo tutte insieme con le prime, nel secondo ho visto che le altre nella salita più tosta di rientro verso l’arrivo avevano una marcia diversa rispetto alla mia e ho capito che dovevo fare tenere il mio ritmo fino alla fine della gara», racconta rivivendo la gara che le ha regalato la gioia del podio nella gara vinta dalla strepitosa Oksana Masters, la stella statunitense nata in Ucraina e abbandonata in un orfanotrofio, che deve la sua disabilità alle radiazioni assorbite dalla madre naturale.

«Quando ho visto che Oksana e la cinese sono partite, ho notato che nessuno le andava dietro, così ho pensato che non fosse il caso di strappare al secondo giro per non saltare. Nella salita tra il secondo e il terzo giro, ho capito di averne di più e quello sforzo ha pagato».

L’abbraccio della “rossa volante” alla Aere debuttante col bronzo
L’abbraccio della “rossa volante” alla Aere debuttante col bronzo

L’abbraccio col ct Valentini, le lacrime e poi la foto con la bandiera italiana per cominciare a realizzare l’impresa: «Non oso immaginare cosa possa essere successo a casa tra mia sorella, mio marito, gli amici, faccio ancora fatica io a crederci, quindi penso che la realizzerò sul serio solo quando la indosserò al collo e la toccherò con mano. Ci credevo, perché il mio coach mi ha insegnato a crederci, come ha detto lui, fino al giorno dopo. Però tra il crederci e il realizzarlo ne passa un po’ di acqua sotto i ponti. E’ incredibile, sono felice, anche perché ho iniziato a fare handbike soltanto a ottobre dell’anno scorso con il mio primo ritiro in nazionale, ma sono stata subito accolta alla grande».

Altre due medaglie messe in tasca, ma il ct Valentini rilancia già l’appuntamento per domani: «Team relay, Fabio Anobile e c’è Giorgio Farroni. Per la prima volta, lottiamo su tutti i campi e ci proviamo. Speriamo dai, la notte porta consiglio e speriamo porti fortuna». Tutti per Alex, come sempre.