E’ giusto fare una corsa a tappe dopo il grande Giro?

10.06.2024
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Il grande Giro e poi la corsa a tappe a seguire: va sempre bene? Si dice che dopo le tre settimane si abbia una grande gamba e allora perché non sfruttarla? 

In questi giorni abbiamo visto diversi corridori che dopo il Giro d’Italia hanno preso parte al Delfinato o al Giro di Svizzera o stanno per partire allo Slovenia: Tiberi, Fortunato, Piganzoli, Quintana, Caruso, Conci (questi ultimi due si notano nella foto di apertura)…

Cosa comporta questa scelta di calendario? E cosa accade nel fisico? C’è una frase di qualche giorno fa di Lorenzo Fortunato che torna con prepotenza: «Adesso si fa più lavoro al training camp in altura che al Giro. E quindi quando vai in corsa, vai a raccogliere i frutti del lavoro. Non si usano più i Grandi Giri per allenarsi. A me è capitato di fare il Giro d’Italia e poi andavo allo Slovenia oppure alla Adriatica Ionica Race, dove il livello era un pochino più basso e mi salvavo. Ma per come si va adesso, il Grande Giro deve essere l’ultimo atto di un cammino iniziato prima proprio per questo». 

Michele Bartoli, preparatore di molti professionisti e della Bahrain-Victorious, è pronto a rispondere alle nostre questioni.

Michele Bartoli (classe 1970) è oggi un preparatore affermato. E ancora un ottimo ciclista! (foto X)
Michele Bartoli (classe 1970) è oggi un preparatore affermato. E ancora un ottimo ciclista! (foto X)
Michele, il grande Giro, il Giro d’Italia ovviamente in questo caso, e poi una corsa a tappe: si può sfruttare la condizione che lasciano le tre settimane?

Io cambio un po’ le vecchie teorie, per me non è più così. Oggi si è talmente al limite sia mentalmente che fisicamente che qualcosa salta. Se dopo il grande Giro c’è la concentrazione e la voglia di mangiare ancora bene, di riposare il giusto… allora bene, ma è molto, molto complicato. Prima era vero il contrario: era complicato andare piano!

Perché? Cosa è cambiato adesso?

Il modo di correre, si pesano i grammi del cibo, si deve assumere un tot preciso di carboidrati, lo stress in gara e soprattutto ci si arriva già al top col peso senza quel chiletto in più, la condizione è subito alta dopo il grande lavoro a monte (la teoria di Fortunato, ndr). Si deve pensare davvero a tante cose e quando arrivi al termine del tuo Giro ti viene voglia di mollare. Ed è normale, è comprensibile.

Lo scorso anno al Tour VdP si è gestito alla perfezione, facendo la “fatica giusta”. Ma ha potuto farlo perché non mirava alla classifica
Lo scorso anno al Tour VdP si è gestito alla perfezione, facendo la “fatica giusta”. Ma ha potuto farlo perché non mirava alla classifica
Diversi corridori del Giro sono andati al Delfinato e altri allo Svizzera: passano 6 giorni tra Giro e Delfinato, 13 fra Giro e Svizzera e 16 fra Giro e Slovenia. Incide questa differenza?

Sì e secondo me peggiora con passare dei giorni. Se ci si deve togliere il dente, meglio farlo subito. Poi chiaramente, dipende sempre dalla mentalità dell’atleta. Ma non è facile dopo il Giro mantenere la concentrazione. Tenere duro altri sei giorni magari ancora è fattibile, ma per lo Svizzera diventa più dura. Sì, si ha un po’ più di recupero. Puoi rifare qualche piccolo allenamento, ma ormai l’obiettivo grande è passato.

Abbiamo capito che la componente mentale è centrale, ma da un punto di vista prettamente fisiologico, muscolare?

Difficile scindere le due cose. Quando poi assaggi il riposo, la tranquillità, dopo che sei stanco il gioco si fa duro. Meglio fermarsi, mettere un punto e poi riprendere dopo aver recuperato. Chiaramente parlo per Delfinato e Svizzera e di chi deve andare lì per fare bene. Ma se vieni dal Giro e sai che poi staccherai queste corse non ti danno nulla o ti danno poco. Poi, attenzione, non dico che il grande Giro non ti lasci la buona condizione, però oggi mentalmente pesa di più. Oggi non è fattibile o è molto più difficile.

E se fosse per una corsa di un giorno?

Cambia tutto. Il Tour per l’Olimpiade (o la Vuelta per il mondiale) sono il top. Lì la concentrazione è massima e se ne trae il massimo beneficio. Il Giro è l’unico dei grandi Giri che poi non ha questo tipo di obiettivi a seguire.

Nonostante la grande fatica, alla fine Lorenzo Fortunato si è portato a casa la maglia dei Gpm dal Delfinato
Nonostante la grande fatica, alla fine Lorenzo Fortunato si è portato a casa la maglia dei Gpm dal Delfinato
Che poi, a meno che non si è Pogacar, se non si punta decisi alla classifica, un grande Giro lo puoi gestire in vista della gara di un giorno. Pensiamo a Van der Poel l’anno scorso con il Tour…

Esatto, quella è la preparazione migliore. Non hai lo stress della classifica, puoi mollare di tanto in tanto, puoi gestire gli sforzi, mangi bene, fai ritmo, fai i massaggi tutti i giorni.

E invece, tornando alla corsa a tappe che segue il grande Giro: c’è differenza se lo fa un giovane o un esperto? Per esempio abbiamo visto Tiberi al Delfinato e Caruso allo Svizzera…

Per me è peggio per il giovane, anche perché oltre ad una situazione di recupero, a cui magari è più abituato l’esperto, ritorna il discorso delle motivazioni. Ad un atleta come Caruso cosa può dare un piazzamento al Delfinato o allo Svizzera della situazione? Per Tiberi già è un discorso diverso è giovane e nonostante non sia andato bene non condanno la sua scelta di provarci.

Chiaro…

Penso a Fortunato per esempio. Ha fatto un buon Giro, ma al Delfinato nonostante sia stato bravo a mettersi in mostra che fatica ha fatto? Si staccava da 20-25 corridori mentre al Giro era tra i migliori. Però per lui un Delfinato ha più senso che per un Caruso. Per lui un quinto posto diventa importante anche ai fini di un contratto, di visibilità, d’importanza.

Tiberi, signori: la storia forse è appena cominciata

11.05.2024
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PRATI DI TIVO – La sala stampa l’hanno messa a 24 chilometri dall’arrivo, per cui ci ritroviamo in un bar rumoroso in mezzo a decine di tifosi. Sul palco alle nostre spalle, Pogacar riceve la terza salva di applausi cui brindiamo con un altro sorso di birra, mentre ci accingiamo a scrivere di Tiberi. Quello scatto si somma all’ottima crono di ieri e diventa una prova di coraggio che parla di futuro. La gente intorno rumoreggia, il Gran Sasso giganteggia prepotente come la maglia rosa.

Neppure un mese fa eravamo quassù ad applaudire e raccontare la vittoria di Alexey Lutsenko al Giro d’Abruzzo. Oggi il kazako è arrivato a 2’21” da Pogacar. La condizione magari non sarà più la stessa, ma neppure il gruppo somiglia a quello assai fragile di allora.

Un bar accanto al palco, una birra, due computer e via al lavoro
Un bar accanto al palco, una birra, due computer e via al lavoro

La corsa del padrone

La corsa del UAE Team Emirates è stata perentoria. Nonostante nella fuga di giornata fossero rappresentate dodici squadre e nessuno fosse realmente pericoloso, i bianconeri guidati da Hauptman e Baldato li hanno tenuti nel mirino. A un certo punto, quando il vantaggio ha preso a scemare, anche quelli davanti devono aver pensato che tanta fatica non sarebbe servita a niente. Ma questa è la legge della jungla: facciamo tutti parte di una catena alimentare e al momento Pogacar è il re. Così la scena si è consumata quasi tutta negli ultimi tre chilometri della salita, quando Tiberi ha cominciato a guardarsi intorno.

«Non mi aspettavo affatto di vincere oggi – dirà Pogacar – ma non appena abbiamo superato la prima salita di giornata, i miei compagni di squadra volevano che andassi a vincere la tappa. Antonio Tiberi ci ha provato un paio di volte, ma avevo più o meno tutto sotto controllo…».

Altri giovani in passato hanno sfidato l’imperatore del momento: alcuni sono diventati grandi, altri sono spariti. Ma quello di cui avevamo e abbiamo bisogno è un italiano che getti via i timori reverenziali e scopra le carte. In questo senso, il Giro con Pogacar mattatore può diventare la vetrina ideale per mettersi alla prova. Lo abbiamo già scritto e lo ripetiamo. Prima o poi tutti i campioni trovano un avversario più forte, ma se nessuno ci prova…

Pogacar ha vinto in volata anche la tappa di Prati di Tivo: avrebbe potuto attaccare ben prima
Pogacar ha vinto in volata anche la tappa di Prati di Tivo: avrebbe potuto attaccare ben prima

Il primo attacco

Diciamolo subito: nel computo globale della giornata e della classifica, l’allungo di Tiberi non lascerà traccia. Nel racconto della sua storia potrebbe essere tuttavia il primo passo di cui un giorno racconteremo, vantandoci sommessamente di esserci stati. Sia quel che sia, mentre la maglia rosa squadrava i rivali come a dire «vinco quando voglio», Tiberi ha messo le mani sopra e lo ha attaccato.

«Oggi le gambe erano buone – dice dopo l’arrivo – in finale stavo aspettando che attaccasse Pogacar, dato che stavano facendo il ritmo già da un po’. Però, quando ho visto che nessuno si muoveva, ho provato a fare anche io qualche allungo. Alla fine siamo arrivati in volata e ha vinto lui, ma non si poteva andare avanti senza provarci».

L’attacco di Tiberi è arrivato a 2 chilometri dall’arrivo: una prima presa di coscienza e una prova di coraggio
L’attacco di Tiberi è arrivato a 2 chilometri dall’arrivo: una prima presa di coscienza e una prova di coraggio

Crono e salita

Il problema è che il furgone con i massaggiatori della Bahrain Victorious al traguardo non c’è arrivato. Come loro anche altri. Tiberi ha continuato a chiamarli via radio, ma non si capiva dove fossero. I mezzi in arrivo si sono incrociati con la carovana pubblicitaria che andava via. Il risultato è stato un colossale ingorgo in cima al monte, su cui non sono saliti neppure i pullman delle squadre, fermati come i giornalisti a 24 chilometri dall’arrivo. In cima a Prati di Tivo ci sarebbe stato posto a sufficienza, ma il carrozzone del Giro è così ingombrante che alla fine invece di avere riguardo per i corridori, si è scelto di tenere su i mezzi del Giro-E.

«In proporzione mi sono sentito meglio oggi di ieri nella crono – dice Tiberi – e mi chiedo perché Pogacar non abbia attaccato. E’ anche vero che ormai ha un bel distacco, quindi non ha bisogno di sforzarsi più di tanto. Che fosse stanco per la crono? Tutto è possibile, di certo è stata parecchio impegnativa. Bisognava gestire lo sforzo, perché dopo tanta pianura gli ultimi 6 chilometri fino a Perugia erano molto impegnativi. Era un percorso che avevo provato e riprovato, come pure questo di oggi. Le sensazioni vanno in crescendo, per fortuna la capacità di migliorare alla distanza mi è rimasta…».

La UAE Emirates ha lavorato tutto il giorno per non far decollare la fuga
La UAE Emirates ha lavorato tutto il giorno per non far decollare la fuga

I calcoli di Bartoli

Ieri alla partenza della crono, Michele Bartoli se lo guardava e confermava che Antonio è arrivato al Giro come speravano e adesso lo conferma. Secondo l’ex professionista toscano che di Tiberi è il preparatore da quest’anno, la tappa di montagna vale quanto la crono.

«Mentre non ho dubbi sul suo carattere – dice – lui è qua perché vuole lasciare il segno. Detto questo, ha solo 22 anni, non ci facciamo ingannare da questi talenti precoci. Stiamo facendo un primo esperimento di classifica e alla fine valuteremo come sarà andata. Lavoro con lui solo da quest’anno, ma noi che gli siamo vicini sappiamo che sta facendo quel che ci aspettavamo. Antonio non è uno di quei ragazzi un po’ troppo educati che ha paura di dichiarare le sue ambizioni: vuole arrivare in cima. Ed ha accanto uno come Damiano Caruso da cui prendere spunto».

Alla Bahrain Victorious si sono resi conto presto che questo ragazzo prelevato dalla Trek vale oro e lo hanno fatto firmare per altri tre anni, fino al 2027. In un certo senso, il suo cammino fra i grandi sta cominciando proprio ora, sulla porta dei 23 anni.

Quarto a 2″ dalla maglia rosa, Tiberi è ora sesto in classifica
Quarto a 2″ dalla maglia rosa, Tiberi è ora sesto in classifica

L’ultima settimana

Lo guardiamo fissi e la spariamo grossa: un po’ per l’entusiasmo del momento e un po’ per vedere come reagisce. La notizia di oggi non è la vittoria di Pogacar, gli diciamo, ma il fatto che hai avuto il coraggio di attaccarlo.

«Dici? Lo ripeto: alla fine ho visto che stavo bene – sorride – e nessuno si muoveva. Così mi sono detto: “Cavolo, non è possibile che a tutti quanti va bene di fargli vincere un’altra tappa così facilmente?”. Allora ho provato io in primis a fare qualche attacco. Man mano che passano i giorni e si va avanti, mi sento sempre meglio, più reattivo e che il fisico riesce a recuperare meglio dalla fatica. Senza quel piccolo problema a Oropa, magari potevo essere messo un po’ meglio. Ma il mio obiettivo è entrare fra i primi cinque. Mi aspettavo di andare bene dopo la crono, ma non così. Perciò speriamo che continui e, se sarà così, l’ultima settimana ci sarà da divertirsi».

Van der Poel a Liegi? Bartoli e Bettini dicono di no

16.04.2024
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Due che la Liegi la conoscono come le strade di casa, per averne conquistata una coppia ciascuno: Michele Bartoli e Paolo Bettini. Il maestro e l’allievo, esperti di Ardenne come pochi altri al mondo. Li abbiamo interpellati sul tema che inizia a tenere banco nei bar: Van der Poel può vincere la Liegi, scalzando Pogacar?

Si sa, quando ti restano negli occhi grandi imprese come quella dell’olandese alla Roubaix, ti sembra che per lui sia tutto possibile. Però poi si torna con i piedi per terra e si capisce che l’impossibile in realtà non esiste.

«Un bel duello fra Pogacar e Remco – dice Bartoli – quello sì che me lo sarei goduto! Ma stavolta è toccato a Evenepoel infortunarsi e per il secondo anno consecutivo, non riusciremo a vederlo. Ma ditemi una cosa: siete anche voi fra quelli che pensano che Van der Poel possa vincere la Liegi? Io non ci credo».

«Anche io sto dalla parte di quelli che indicano Van der Poel fuori dai giochi per la Liegi – dice Bettini – secondo me non può insidiare Pogacar, che su quel tipo di salita se lo toglie di torno quando vuole. Abbiamo già visto come in un’Amstel possa essere messo in difficoltà e la Liegi è un’altra cosa».

Bartoli e Bettini hanno corso insieme dal 1997 al 2001, vincendo 4 Liegi in due
Bartoli e Bettini hanno corso insieme dal 1997 al 2001, vincendo 4 Liegi in due

Le salite delle Ardenne

Michele Bartoli, che accanto ad Adrie Van der Poel ha vissuto il primo anno da professionista e ne fu tenuto a battesimo proprio sulle strade del Nord, all’ipotesi che il campione del mondo possa vincere la Liegi non ci crede proprio. E come già in passato con lui avevamo commentato le imprese dell’olandese e del rivale Van Aert, arrivando a paragonare il primo a un cecchino e l’altro uno che spara a pallettoni, anche questa volta l’analisi è lucida.

«Fa bene a provarci – dice il toscano che la Liegi l’ha vinta per due volte – ma le salite delle Ardenne non sono paragonabili ai muri del Fiandre. Sento dire che potrebbe vincerla, perché ha vinto il mondiale di Glasgow che sarebbe stato uno dei più impegnativi di sempre, ma evidentemente non ho visto la stessa corsa. Glasgow era un Fiandre senza pavé, salite che duravano poche decine di secondi. Alla Liegi alcune durano qualche minuto. E quand’è così, le cose cambiano».

La Liegi non è una corsa semplice: le sue salite non sono pedalabili come il Poggio
La Liegi non è una corsa semplice: le sue salite non sono pedalabili come il Poggio

Analisi sballate

Lo sguardo si fissa prima di tutto sugli avversari e non soltanto su Pogacar che di certo avrà addosso tanti riflettori. La selezione che Van der Poel ha attuato alla Roubaix, anche alla luce delle doti atletiche ben evidenziate da Pino Toni, non sarà replicabile. Il percorso della Liegi non è adatto alle sue caratteristiche e questo potrebbe far accendere la riserva ben prima che la corsa si decida.

«Dipende molto dallo sviluppo della corsa – prosegue Bartoli – perché è chiaro che se lo portano col gruppo compatto e al piccolo trotto sino all’ultima salita, poi non lo staccano di certo. Ma credo che se la corsa si farà come al solito, avversari come Skjelmose, Pello Bilbao, Vlasov, Carapaz e altri scalatori potrebbero metterlo in croce. Starei attento a pensare che possa vincere tutto, ci sono corridori più forti di lui su percorsi di salita. Mi viene in mente l’anno che Petacchi vinse nove tappe al Giro d’Italia e cominciarono a dire che forse avrebbe potuto fare classifica. Oppure quando qualcuno decise che Ganna potrebbe puntare a un Giro d’Italia, senza tenere in considerazione le sue caratteristiche fisiche. Quando leggo certe cose, mi verrebbe di prendere il telefono e chiamare, ma ho imparato a lasciar correre».

Tom Pidcock ha vinto l’Amstel costringendo Van der Poel a un fuorigiri di troppo
Tom Pidcock ha vinto l’Amstel costringendo Van der Poel a un fuorigiri di troppo

Occhio a Pidcock

Fra coloro che potrebbero dire la loro anche in barba a un gigante come Pogacar, Bettini vede il vincitore dell’Amstel Gold Race, che ha dimostrato di essere fra gli scalatori più in forma del momento.

«Non credo a Van der Poel per la Liegi – dice il livornese, che ha vinto anche due mondiali – mentre penso che un nome da seguire sia quello di Pidcock. Lui ha dimostrato che su quei percorsi sa anche vincere. Forse può essere proprio lui quello che può insidiare Pogacar. Ma di certo non sarà Van der Poel, questo mi sento di escluderlo abbastanza nettamente. Lo vedremo domenica alla Doyenne…».

Van Aert ha altre caratteristiche che gli permettono di andare forte anche in salita
Van Aert ha altre caratteristiche che gli permettono di andare forte anche in salita

Van Aert è un altro corridore

L’argomento da cui si prende spunto per dire che Van der Poel in realtà potrebbe davvero centrare la Liegi è legato al fatto che nel 2022 Van Aert, che atleticamente potrebbe ricordare il rivale di sempre, arrivò terzo dopo Evenepoel e Quinten Hermans. E che anche Mathieu nel 2020 conquistò il sesto posto, vincendo la volata alle spalle del gruppetto di Roglic, Hirshi, Pogacar, Mohoric e Alaphilippe.

«Van Aert è diverso – dice secco Bartoli – lui alla Liegi è già arrivato terzo, ma è soprattutto un corridore che ha vinto da solo dopo aver superato il Mont Ventoux. Ed è anche quello che, tirando per Vingegaard sui Pirenei, ha staccato Pogacar. Van Aert ha una predisposizione diversa per la salita, tanto che si parlava di lui come di uno che avrebbe potuto vincere il Tour. Non ci ho mai creduto, ma qualcuno lo ha detto. Bisogna anche ricordarsi che il ciclismo non è il terreno in cui si va per dimostrare le proprie teorie. A conoscerlo si capisce come tutto rientri in una logica precisa. Volete sapere quante possibilità darei a Van der Poel di vincere la Liegi? Direi un 10 per cento. Abbiamo visto vincerla anche da Gerrans, che era un velocista, ma onestamente non credo che sia l’anno delle grandi sorprese».

La Sanremo non è diventata una corsa per scalatori

09.03.2024
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Qualche giorno fa, commentando il fatto che non sarà alla Sanremo, Mark Cavendish ha detto parole su cui abbiamo continuato a rimuginare: «La Classicissima è diversa da com’era quando la vinsi, ormai è diventata una corsa per scalatori».

Immaginando atleti come Vingegaard e Kuss, oppure Bernal e Landa, il concetto di scalatore per saltare il Poggio non sembrava particolarmente sensato. Per questo, con la Sanremo che si correrà fra una settimana esatta, ci siamo rivolti a Michele Bartoli, prima corridore e ora preparatore, che deve il nome di battesimo alla vittoria di Dancelli nella Classicissima di Primavera e sulla tipologia di atleta che può vincerla ha le idee piuttosto chiare.

«Al giorno d’oggi – ragiona il toscano – è persino rischioso parlare di categorie, perché c’è tanta differenza fra quei 3-4 che se la giocano e tutti gli altri. Non è un fatto di preparazione né di organizzazione di squadra, ci sono solo atleti cui basta il Poggio. Una volta non era così frequente che si riuscisse a fare il vuoto, me lo ricordo bene. Un anno riuscii ad andare via, ma mi ripresero in discesa nelle ultime curve. C’erano Ferrigato e Konychev, io correvo con la Mg-Technogym. Serviva che si verificasse una serie di situazioni e allora poteva andare bene, invece ora potenzialmente riescono a fare la differenza e vanno all’arrivo».

Sanremo 2023, Cima del Poggio: Van der Poel ha appena attaccato, dietro di lui il vuoto
Sanremo 2023, Cima del Poggio: Van der Poel ha appena attaccato, dietro di lui il vuoto
Quindi non è una corsa per scalatori, ma una corsa per motori fuori del normale?

E’ una questione di corridori che sono nettamente superiori agli altri. Anche Ganna l’anno scorso ha fatto un bel Poggio, però magari se avesse dovuto attaccare lui, non ci sarebbe riuscito. E’ stato in grado di seguire chi ha fatto la differenza, perché poi sul Poggio a ruota si sta bene. Non ho mai guardato nei file per capire quando si risparmia, ma stando a ruota su una salita così veloce, il vantaggio è grande. Quindi chi fa la differenza deve avere tanta più forza rispetto a chi, magari per poco, riesce a seguirlo. Penso si possa parlare di un 10-12 per cento di risparmio. Chi attacca fa più o meno la stessa fatica di quello che gli sta a ruota, ma l’impatto dell’aria è talmente alto che devi averne veramente tanta per andare via.

Anche perché non è una salita che si attacca piano…

Esatto. Per questo dico che non è un fatto di preparazione, di lavorare apposta sull’esplosività per fare quel tipo di attacco. La realtà è che ci sono quei pochi corridori che hanno la potenza per andare via da un gruppo dei migliori che va in salita a velocità già pazzesche.

Pogacar lo scorso anno ha attaccato forte, ma quando Van der Poel è partito con un rapporto molto più lungo, non ha potuto rispondergli.

Secondo me Pogacar l’anno scorso ha avuto un po’ di presunzione. Se ci sono in giro fenomeni forti come te, in quel tipo di salita non puoi metterti in testa e pensare di levarli di ruota. In pratica ha fatto veramente da gregario a Van der Poel. Ha continuato a fare per Mathieu quello che i suoi gregari avevano appena finito di fare per lui. Quando stai con atleti del genere, attacchi, fai selezione, poi ti sposti e li fai collaborare. Se lo avesse fatto, magari non avrebbe staccato Van der Poel, però così gli ha servito la Sanremo su un piatto d’argento.

Sanremo 2023, Pogacar paga caro l’attacco frontale sul Poggio: all’arrivo è quarto dietro Van Aert
Sanremo 2023, Pogacar paga caro l’attacco frontale sul Poggio: all’arrivo è quarto dietro Van Aert
Quindi un po’ di tattica alla fine serve sempre…

Certo, proprio per il fatto che il Poggio non ha grande pendenza e l’impatto con l’aria a 40 all’ora, perché sul Poggio sale a 40 all’ora, conta molto. Risparmiare 30-40 watt rispetto a chi ti sta davanti è decisivo.

Il punto dell’attacco è sempre quello da anni: non ci sono alternative?

Più o meno storicamente si è partiti sempre nello stesso punto. E’ quando arrivi quasi in cima, che prima spiana e poi arrivano quei 100 metri del punto duro. Lì è dove riesci sicuramente a fare qualcosa in più. La strada è leggermente più impegnativa e ci arrivi in apnea. Già sotto, quando esci dai tornanti è un rilancio continuo con la strada che spiana. Chi è agganciato in quel tratto di pianura cerca di recuperare, ma non ci riesce, perché il ritmo rimane alto. Forse riesce a tirare il fiato chi ha più gamba, perché così quando inizia a rimontare, è in grado di fare la differenza.

Gli attacchi di qualche anno fa si spegnevano in discesa, perché si scollinava così appannati da non avere la lucidità per tirare le curve al massimo…

Il fatto che adesso quel 3-4 continuino a rilanciare anche in discesa significa che hanno una capacità lattacida enorme e anche due marce in più degli altri. Il divario di prestazione fra Van der Poel, Pogacar e Van Aert se ci fosse e anche Evenepoel è talmente elevato, che quei due gradini di differenza ti fanno mantenere un ritmo alto anche in discesa. Per farla semplice, questi attaccano e non si finiscono. Gli altri provano ad andargli dietro e si spengono lì. Tenete conto che un attacco di quel tipo costa più di fare una volata, perché è prolungato. La stessa differenza che c’è in atletica tra chi fa i 100 metri e chi fa i 400. Si dice che il giro di pista sia devastante, il giro della morte, perché devi andare a tutta per un tempo più lungo. Nei 100 metri magari fai più watt, ma in 10 secondi è tutto finito.

Sanremo 2023, Ganna chiude al secondo posto: ha seguito sul Poggio, sarebbe in grado di attaccare?
Sanremo 2023, Ganna chiude al secondo posto: ha seguito sul Poggio, sarebbe in grado di attaccare?
E se motori come questi vengono ripresi in discesa, secondo te hanno ancora gambe per fare la volata?

No, se vengono ripresi sono fregati, la volata non la fanno. E se la facessero, sarebbe un’altra cosa per cui stupirmi. A meno che gli inseguitori per prenderli non spendano tutto anche loro. Se si parla di uno contro uno, ci può stare che l’attaccante fa la volata e magari la vince. Ma se c’è dietro un gruppetto di 7-8, che si suddividono il lavoro, allora chi rientra è talmente più fresco, che l’attaccante non ha scampo. Chiunque egli sia.

Quindi dire che la Sanremo è diventata una corsa per scalatori non è proprio giusto, ne convieni?

Completamente. E’ una corsa per chi ha tanto motore, lo scalatore puro è penalizzato totalmente. Voglio dire, fra Landa e Van der Poel in salita non c’è storia. Ma Landa non riuscirebbe mai a stare con Van der Poel in cima al Poggio. Perché parliamo di atleti che hanno un’esplosività pazzesca.

Sarebbe stato interessante vederti in questo ciclismo, lo sai?

Sarebbe piaciuto anche a me, ci sarebbero state belle sfide. Magari avrei vinto una Liegi in meno, non lo so, però sarebbe stato sicuramente bello. Oppure avrei potuto vincere anche di più, perché quello che fa Pogacar è quello che piaceva anche a me. E trovare un alleato come lui sarebbe stato uno spettacolo. Chiunque voglia paragonarsi a lui, rischia di sembrare un presuntuoso. Magari non sarei riuscito ad arrivare con lui o magari sì. Però voglio dire chiaramente che se ci fossi riuscito, sarebbe stato un alleato molto buono. Con la tipologia di corse che si faceva prima, si sarebbe adattato bene. E poi è uno che non si tira indietro quando è in fuga, è uno che tira. Come Jalabert, che collaborava fino agli ultimi 100 metri e poi si faceva la volata. Sì, mi sarebbe piaciuto correre in questo ciclismo.

Il quarto Muro d’Huy cambierà il film della Freccia?

12.02.2024
4 min
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«Partiamo da questo – dice Bartoli secco – alla Freccia Vallone dovevano cambiare qualcosa, perché non mi piace una corsa così che generalmente arriva agli ultimi 150 metri con 70-80 atleti. Non è assolutamente la classica che deve avere questo svolgimento. Quindi secondo me fare una volta in più il Muro d’Huy, visto il coraggio superiore che c’è in gruppo negli ultimi tempi, è sicuro che potrebbe far male».

Il quarto Muro

Per celebrare il quarantesimo arrivo in cima al Muro d’Huy, inserito nel programma della Freccia Vallone nel 1985, gli organizzatori di ASO hanno deciso che il 17 aprile, la 88ª edizione della Freccia Vallone che partirà nuovamente da Charleroi scalerà il celebre Chemin des Chapelles per quattro volte, cioè una in più del solito. Il circuito finale, lungo 140 chilometri, vedrà la scalata del muro ogni 31,6 chilometri. Non ci sarà la Cote de Cherave, ma fra un muro e l’altro i corridori dovranno scalare la Cote d’Ereffe.

«La tradizionale Cote de Cherave – ha spiegato Jean-Michel Monin, responsabile della corsa per ASO – quest’anno non ci sarà a causa di lavori nel centro di Huy. L’aggiunta di un quarto passaggio sul Muro non ha precedenti per la Freccia Vallone. Chissà come reagiranno i corridori a queste due salite extra. Nulla però dice che la formula verrà mantenuta anche nel 2025, perché la Cote de Cherave è molto bella nel finale e recuperarla potrebbe essere un nostro obiettivo».

Lo scorso anno Pogacar vinse la Freccia Vallone aspettando l’ultima scalata del Muro d’Huy
Lo scorso anno Pogacar vinse la Freccia Vallone aspettando l’ultima scalata del Muro d’Huy

Preparata a tavolino

Bartoli la Freccia Vallone la vinse con un’azione da lontano, resa ancora più eroica dalla giornata di tregenda, fra pioggia e neve. Il toscano non attese l’ultima scalata del Muro, pur avendo l’esplosività per giocarsela con i rivali di allora.

«Mi ricordo – spiega – che chiesi alla squadra di fare a tutta il penultimo Muro d’Huy. C’erano Steinhauser e Noè e lo fecero davvero forte. Avevamo programmato l’attacco sulla salita successiva. In quel modo fu facile fare selezione, scremammo un po’ gli avversari e nel punto prestabilito andammo via in tre e poi rimasi da solo. Mi sarebbe piaciuto avere un quarto passaggio, una gara più dura. Però si poteva attaccare anche prima avendone tre, si sfruttava quel che si aveva. Secondo me è soprattutto una questione di coraggio. Puoi mettere anche due muri in più, ma se poi li fanno piano, non serve a niente».

Il record di vittorie alla Freccia Vallone è di Alejandro Valverde, che nel 2017 siglò la quinta
Il record di vittorie alla Freccia Vallone è di Alejandro Valverde, che nel 2017 siglò la quinta

Questione di coraggio

Sta tutto a trovare chi avrà le gambe e la voglia di attaccare prima della scalata finale. Se anche l’imprevedibile Pogacar lo scorso anno si accontentò di fare la differenza sull’ultima, chi potrebbe anticipare sapendo che nel finale li avrebbe tutti sul collo?

«La Freccia Vallone – ribadisce Bartoli – deve essere più selettiva, è brutto aspettare la volatina negli ultimi 150, non ha senso. Quindi apprezzo questa scelta degli organizzatori, anche perché il Muro lo si affronta ogni 30 chilometri e non a troppa distanza una volta dall’altra. Ed è anche positivo che nel mezzo ci sia anche un’altra salita, in modo che il giro sia comunque impegnativo. Diciamo che chi si sente battuto nel corpo a corpo sull’ultima salita adesso ha il terreno per provarci. E’ una questione di tattica e di coraggio. Come all’Emilia con il San Luca. Non sempre si decide all’ultimo passaggio, qualche volta il colpaccio riesce…».

Le storie di Gabriele Sol(a), primo addetto stampa d’Italia

05.12.2023
8 min
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ROMA – In città per assistere a un musical al Teatro Brancaccio che vede sua figlia Giulia Sol come protagonista, Gabriele Sola si presta al racconto, che parte dal ciclismo e arriva alla sua nuova vita (nella quale è incluso anche il cambio del cognome). Un passo per volta, tuttavia. Quando non c’erano gli addetti stampa, se con il corridore avevi sufficiente confidenza, l’intervista si faceva in camera oppure ai massaggi. Altrimenti, se il compagno di stanza stava riposando, ci si dava appuntamento nella hall. I cellulari non c’erano, i social e i loro ideatori erano ancora embrioni. In questo quadro decisamente nostalgico, Gabriele Sola fu il primo degli addetti stampa italiani.

Dopo essersi dimesso dalla Regione Lombardia rinunciando al vitalizio, Gabriele Sol è oggi un mental coach
Dopo essersi dimesso dalla Regione Lombardia rinunciando al vitalizio, Gabriele Sol è oggi un mental coach

Un giornalista della radio

La Mapei aveva appena salvato la Eldor-Viner di Marco Giovannetti, subentrando come sponsor nel 1993. E quando successivamente si trattò di strutturare la squadra a cubetti che, in un modo o nell’altro, avrebbe fatto la storia del ciclismo italiano, Giorgio Squinzi si guardò intorno e decise di introdurre qualcuno che facesse da filtro nei rapporti con i media. Ai tempi si ragionava di grandi giornali, riviste, radio e televisioni. E l’unica squadra ad essere già dotata di una figura del genere era la Banesto, che per fare muro attorno a Miguel Indurain aveva investito del ruolo Francis Lafargue.

«In realtà – ricorda Gabriele con un bel sorriso – la figura che era stata individuata da Squinzi era lo stesso Giovannetti. Lo aveva sempre apprezzato, è una persona talmente ricca su piano personale e bravo nelle relazioni, che la scelta era caduta su di lui. Credo però che Marco in quella fase avesse compreso che non era quello che desiderava fare e declinò l’offerta. Io arrivai a fine 1995. Nel frattempo avevo lavorato con RTL102,5 e avevo iniziato una collaborazione con Telemontecarlo, che faceva la trasmissione Ciclissimo con Davide De Zan. Mapei era uno degli sponsor, quindi ci fu modo di conoscersi e da lì partì il progetto».

Fino a quel momento, il solo team con un addetto stampa era la Banesto, con Lafargue per Indurain (foto El Diario Vasco)
Fino a quel momento, il solo team con un addetto stampa era la Banesto, con Lafargue per Indurain (foto El Diario Vasco)
Qual era lo scopo? Avvicinare la stampa alla squadra o tenerla lontana?

Gestire la stampa. A volte avvicinarla, tenerla lontana mai. Credo che uno degli aspetti che portò alla scelta del sottoscrittore fu proprio il fatto che venissi dal mondo del giornalismo. L’anno precedente ero al Tour de France e ci fu un incidente diplomatico con Rominger.

Cosa accadde?

Da bravo giornalista rampante, gli arrivai davanti dopo una cronosquadre che non era andata particolarmente bene e gli feci una domanda secca. Tony, che parlava benissimo italiano, mi rispose in inglese o francese, dicendomi: «Ma è possibile che un giornalista al Tour de France mi faccia una domanda in italiano? Forse è il caso che tu vada a fare il Giro d’Italia». Mi trattò malissimo. Immaginate la sorpresa quando al primo giorno di lavoro in Mapei, mi ritrovai a lavorare con lui.

Quale compito ti fu affidato?

Mi fu chiesto di mediare. L’idea era di agevolare l’interazione tra tutte le parti, facendo in modo che si trovassero dei punti di equilibrio. Quindi in alcuni momenti è capitato di dover limitare un po’ la stampa, in altri è stato il contrario.

La Mapei nacque per la spinta del patron Giorgio Squinzi, che creò un patto di acciaio con Aldo Sassi
La Mapei nacque per la spinta del patron Giorgio Squinzi, che creò un patto di acciaio con Aldo Sassi
Per il ciclismo italiano era un periodo di grande popolarità e grandi campioni, non c’erano ancora i social. Forse era davvero un altro mondo…

Manco da parecchio, ma forse in quel periodo c’era più rispetto delle reciproche esigenze. C’era un rapporto di calore umano, a volte anche conflittuale. C’erano tensioni, ma anche momenti meravigliosi di unione. Il racconto dello sport veniva trasposto in una dinamica molto accesa, oggi molto meno. Leggo ancora i giornali e mi sembra che su quel versante sia tutto un pochino impoverito. E questo nonostante ci siano più strumenti per interagire. Anche i social, usati in un certo modo, potrebbero consentire un’interazione migliore. Il fatto che non sia più così forse arriva anche alla gente, perché alla fine diventa tutto un po’… plasticoso. Un certo stile va bene per le altre discipline, non per il ciclismo.

Percepivi nei corridori la voglia di raccontarsi?

Allora (sorride, ndr), c’erano corridori e corridori. Franco Ballerini era un grande narratore. Percepivi davvero il piacere di raccontare, non lo faceva per esibizionismo, come alcuni suoi colleghi di cui non faccio il nome. Franco aveva il piacere di condividere con i giornalisti l’esperienza che viveva. E quando raccontava, ti sembrava essere in bicicletta con lui, come se volesse rivelarti le sensazioni più profonde e autentiche del suo vivere il ciclismo. Soprattutto al Nord.

Franco era una grande eccezione?

Di sicuro, c’erano quelli che tendevano a sgomitare per farsi vedere e anche quelli estremamente riservati e chiusi, che quasi consideravano il dover incontrare i giornalisti un dovere ingiustificato. E allora toccava a me spiegargli che facesse parte del loro lavoro e che la giornata non finiva nel momento in qui tagliavano il traguardo. Ho avuto a che fare con persone molto diverse, con cui negli anni si sono create belle interazioni.

Bartoli vince la Freccia Vallone 1999 sotto la neve: Gabriele ricorda distintamente il freddo di quel giorno
Bartoli vince la Freccia Vallone 1999 sotto la neve: Gabriele ricorda distintamente il freddo di quel giorno
Qualche esempio?

Quella con Gianni Bugno, che poi è stato padrino di mio figlio. Col tempo abbiamo fatto alcune cose molto belle. Mi piace pensare che il Gianni della Mapei fosse diverso da quello degli anni precedenti. E poi Bartoli, con cui ho vissuto una complicità bellissima. Michele era talmente immerso nel trip della competizione, che con lui creai una specie di routine. Per 2-3 minuti dopo l’arrivo, andava blindato. A quel punto, una volta sbollita l’adrenalina, tornava una persona meravigliosa. Una delle persone più belle e autentiche che abbia conosciuto nel mondo del ciclismo. E questo a volte è stato il suo problema nelle relazioni con i giornalisti, perché era davvero schietto. Arginarlo nel dopo gara era un modo per tutelarlo soprattutto da se stesso… 

Quali sono gli episodi che porti con te?

Ce ne sono diversi. Uno proprio con Michele, quando vinse la Freccia Vallone del 1999 sotto una nevicata terribile. Dopo l’arrivo era veramente intirizzito e mi ricordo che gli diedi il mio giubbino. Mi guardò come per dire «Grazie». Non me lo disse, bastò lo sguardo. Invece un episodio da ridere ci fu proprio con Bugno.

Cosa successe?

Un giorno al Tour de France, c’era la crono e come al solito ci dividevamo per seguire i corridori. Io di solito ero dietro qualche gregario, invece la sera prima Gianni chiese che seguissi lui. A me prese un colpo. Gli dissi: «Gianni, sei sicuro? Io ho due mani sinistre, non sono capace di aiutarti. Se capita una cosa alla bicicletta, sei fritto…». Lui invece disse che non avrebbe fatto la crono al massimo e così il giorno dopo mi misi nella sua scia con la mia Ulysse tutta cubettata.

Bugno è stato uno degli atleti seguiti da Gabriele Sol, che ne è poi diventato amico
Bugno è stato uno degli atleti seguiti da Gabriele Sol, che ne è poi diventato amico
Andò bene?

Era pieno di tifosi in mezzo alla strada. Faceva veramente paura, perché lui era popolarissimo in Francia. A un certo punto però alza la mano, problema meccanico: terrore. Mi avvicino. Lo affianco. E lui mi fa: «E’ un Ecureuil». E mi descrive la marca e le caratteristiche dell’elicottero della televisione che lo stava inquadrando dall’alto. Questi sono due episodi personali, ma ci sono state anche fasi più complesse.

Ad esempio?

Eravamo al Tour e Rominger era particolarmente in difficoltà. Non stava bene e cominciava a perdere sicurezza nei suoi mezzi. Poiché è molto intelligente, creammo una sorta di narrazione parallela a quella reale. Non si negò mai all’attenzione dei media, solo che per proteggerlo decidemmo di raccontare una versione che non rivelasse al mondo esterno il suo momento di difficoltà.

Per finire, che personaggio è stato per te Giorgio Squinzi?

Fantastico. Io ero tra i pochi che spesso veniva chiamato nel suo ufficio al sesto piano. E nel momento in cui il ciclismo entrava nella sua stanza, era come se si accendesse la luce. E’ stato un grandissimo imprenditore con lo stress delle sfide adeguate al suo ruolo. Ma quando veniva alle corse, guai se non c’era la pastasciutta aglio, olio e peperoncino fatta da Giacomo Carminati. C’era tutto un insieme di rituali, complicità e situazioni che lui viveva intensamente. L’ammiraglia, il pullman, iIl rapporto con il corridore e con tutti i membri dello staff. Viveva tutto con grande generosità e si stupiva di vedere che per altri non fosse lo stesso. Io non l’ho mai vissuto nei panni di presidente di Confindustria o in una trattativa importante, ma credo che lo Squinzi visto nel ciclismo, fosse il vero Squinzi.

Mondiale di Varese, Bettini e Gabriele Sol, che faceva parte dell’organizzazione: per entrambi l’ultima corsa
Mondiale di Varese, Bettini e Gabriele Sol, che faceva parte dell’organizzazione: per entrambi l’ultima corsa
Perché finì?

Nel 1999 venni contattato dalla Juventus. C’era la possibilità di prendere il posto di capo ufficio stampa e io mandai il curriculum. Questa cosa credo non la sappia praticamente nessuno. Mi chiamarono a fine Vuelta. A ottobre ci furono tutti i colloqui e alla fine scelsero me. Avrei iniziato il 2 novembre del 1999, senonché mia moglie si mise di traverso. Non voleva andare a Torino. Giulia aveva appena quattro anni e alla fine rinunciai. Solo che lo avevo già detto a Squinzi. Lui non era stato entusiasta, mi aveva lasciato andare a malincuore, essendo per giunta milanista. Così quando tornai indietro, mi aprì le porte, però percepii che le cose erano cambiate. Perciò nel 2000 aprii la mia agenzia e iniziammo a seguire la Liquigas, una parte della comunicazione internazionale per il Tour de France e nel 2008 i mondiali di Varese.

Sappiamo della carriera politica in Regione Lombardia e ora del tuo lavoro di mental coach. Hai mai sentito la mancanza del ciclismo?

La parentesi politica fu istruttiva è un po’ distruttiva. Sono felice di seguire alcuni corridori, ma con la conoscenza attuale, mi piacerebbe essere più dentro al mondo del ciclismo: il cuore è lì. Non vengo più alle corse, perché rischio di star male e quindi me le guardo in TV. E nel frattempo abbiamo anche cambiato nome. Abbiamo seguito nostra figlia Giulia. Lavorando come artista a Roma, ha scelto come nome d’arte Giulia Sol. Finché un bel giorno, dato che come mental coach lavoro in tutta Italia e faccio pubblicità sul web, ho pensato che chiamarsi Sola non fosse un bel biglietto da visita. Così siamo andati dal Prefetto e abbiamo tutti cambiato cognome. Esattamente un anno fa sono diventato Gabriele Sol, ma per il resto giuro che sono sempre lo stesso.

Un giro con Bartoli nel motore (potente) di Tiberi

23.11.2023
6 min
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Quando dal primo giugno si decise che Antonio Tiberi avrebbe corso con la Bahrain Victorious, fu anche stabilito che della sua preparazione si sarebbe occupato Michele Bartoli. Non è mai facile subentrare alla guida di un corridore che nelle ultime due stagioni ha lavorato nella stessa direzione, per cui il toscano si limitò a osservare, capire e portare piccoli correttivi, seguendo la logica che a breve ci spiegherà.

Di Tiberi si parla come di uno degli italiani potenzialmente più adatti ai grandi Giri e per questo Luca Guercilena si è mangiato le mani quando il laziale è andato via. Lo aveva pescato dopo un solo anno fra gli under 23 e per lui aveva impostato una crescita graduale, interrotta sul più bello e passata fra le mani del team di Miholjevic.

«In qualche misura – spiega Bartoli – il fatto che Antonio sia stato cresciuto in modo così graduale potrebbe rivelarsi una fortuna. Si allenava con una metodologia non sbagliata, ma leggera, quasi da categorie giovanili. Ora invece è entrato in una dimensione a tutti gli effetti professionistica ed è pronto per fare tutto al 100 per cento. Quando prendi un atleta, valuti anche il suo storico per avere un’idea su come partire. A lui soprattutto serviva un grande Giro che non aveva ancora fatto. Dopo una Vuelta così, anche fisicamente sei pronto a tutto».

Michele Bartoli
Michele Bartoli, 54 anni, è uno dei preparatori del Team Bahrain Victorious
Michele Bartoli
Michele Bartoli, 54 anni, è uno dei preparatori del Team Bahrain Victorious
E’ difficile prendere un corridore a stagione già iniziata?

Il vero rischio, la difficoltà è che i feedback che ricevi potrebbero condizionarti l’anno dopo. Se prendi un atleta che ha comunque lavorato in una direzione, anche se utilizzi una metodologia diversa, quella non la cancelli. Puoi intervenire, correggerlo se ha sbagliato, però il flusso di quello che ha fatto rimane. Quindi il tuo lavoro non lo valorizzi al 100 per cento e il rischio è che lui perda fiducia. Perciò devi fargli capire che tutto quello che state per fare potrebbe non dare risultati immediati, ma se lo ritroverà l’anno dopo. Il difficile è non fargli perdere la fiducia nel nuovo metodo. Il pregresso non lo cancelli, invece a fine stagione fai un mese di riposo e poi riparti da zero.

Quindi con Antonio non hai introdotto grosse variazioni oppure c’è stato un cambio di registro?

Ho cambiato registro, studiando quello che aveva fatto. Io sono un preparatore, ho le mie idee e magari proviamo a inserirle pian piano.

Su cosa sei intervenuto?

Quantità, qualità e la dedizione. Secondo me Antonio è un ragazzo di assoluta prospettiva, ma ha bisogno di crescere uniformemente sotto tutti gli aspetti, come quando si sale di categoria, anche nell’approccio al lavoro. Ho notato che faceva dei volumi inferiori rispetto al suo essere professionista, non so se per consiglio o se perché nella sua testa gli andava così.

La sua stagione è ripresa dalla Svizzera, in maglia Bahrain. Qui la crono al Tour de Suisse
La sua stagione è ripresa dalla Svizzera, in maglia Bahrain. Qui la crono al Tour de Suisse
Perché secondo te?

Sul passato non mi piace neanche fare troppe domande, perché non mi piace entrare nel lavoro che hanno fatto gli altri. Però faccio una considerazione: ai giovani si chiede tutto subito. E proprio per questo averlo fatto crescere per gradi, va bene. Non si può sempre fare riferimento a Pogacar e Remco, perché sono due su migliaia di atleti. Il confronto è pericoloso perché quel livello è impossibile da trovare per gli altri. Oppure lo trovano, ma si bruciano. Comunque sia a 21-23 anni oggettivamente non hai le stesse qualità atletiche che puoi avere a 26-28. Quindi perché sacrificarlo all’estremo a quell’età, se già sai che non può darti il 100 per cento? Allora è meglio farlo maturare con calma. 

In base a cosa Tiberi è un corridore di grandi prospettive?

Fisicamente, senza dubbio. Ha un motore importante. E poi mentalmente è uno che non si fa problemi di niente. Questo potrebbe essere un pro e un contro. E’ un ragazzo molto deciso, quando ti risponde non lo fa mai a mezza bocca. E’ segno di una determinazione che a lungo andare è importante.

Tiberi ha appena iniziato il primo inverno sotto la tua regia, in che modo lavorerà?

I primi 15 giorni sono stati una fase di attivazione, in cui si rimette tutto in moto. Subito dopo inizieremo con uno specifico per indirizzare il fisico. E chiaro che non parliamo di un vero e proprio allenamento come quello che farà fra tre settimane, comunque se gli dai una direzione e gli stimoli giusti, la risposta che avrai nelle settimane successive sarà migliore. Inutile fare cose che non portano vantaggi, meglio preparare l’organismo per quando andrai ad allenare certe qualità in modo più sostanzioso.

Tiberi ha ripreso ad allenarsi in modo blando da una decina di giorni: salite al medio e nessun fuori giri
Tiberi ha ripreso ad allenarsi in modo blando da una decina di giorni: salite al medio e nessun fuori giri
Antonio è uno preciso che segue tutto e poi carica il lavoro sulla piattaforma?

E’ molto preciso, ma su questo vorrei fare una riflessione. Secondo me l’allenatore non può essere troppo autoritario come invece è necessario per altre figure della squadra. L’allenatore deve essere anche un confidente, un collaboratore. Se è troppo rigido, il rischio è che il corridore si chiuda a riccio e la collaborazione non funziona più. L’ho visto negli anni. E’ capitato che quando un atleta fa ripetutamente lo stesso errore, la tentazione sia quella di mandarlo a quel paese. Ma se gli dici le cose in modo troppo rigido, non ottieni nulla. Devi mettergli davanti il fatto compiuto, fargli vedere l’errore, però non serve a nulla scontrarti, perché poi non ti crede più e magari chiede di cambiare allenatore. E’ chiaro che un giovane come Antonio commetta degli errori, tutti li fanno. E allora bisogna fargli capire le cose nel modo giusto e lui è uno che ascolta.

Nel suo inverno ci sarà anche palestra?

Da qualche anno si fanno tutti i giorni gli esercizi di core. Poi ci sarà da fare uno specifico un pochino più intenso, che richiederà 2-3 sedute alla settimana. In più, Antonio continua a nuotare. Gli piace, non è un lavoro inserito in qualche programma, lo fa occasionalmente.

Con Tiberi si farà una preparazione mirata a obiettivi specifici?

Vedendolo e studiandolo in gara e negli allenamenti, dato che è forte a cronometro e in salita, pensi subito ai grandi Giri. Però è anche un corridore rapido. E’ vero che oggi i corridori da Giri vincono anche le classiche, ma in assoluto nell’impostare il lavoro si cerca di privilegiare quello in cui la squadra crede di più. Non so se sarà il suo caso, perché ancora i programmi non sono stati fatti, però se dovesse fare il Giro d’Italia si dovrà impostare il lavoro già dall’inverno. E se prima dovrà fare la Liegi, ci saranno piccoli aspetti da aggiustare.

Il miglior risultato di Tiberi alla Vuelta è stato il 7° posto a Guadarrama, 20ª tappa della corsa
Il miglior risultato di Tiberi alla Vuelta è stato il 7° posto a Guadarrama, 20ª tappa della corsa
Come va sulle salite lunghe ?

Molto bene, per quello che si è visto alla Vuelta. E’ salito di livello con il passare dei giorni e il suo gruppetto di appartenenza si assottigliava sempre di più. Mi viene in mente la tappa dell’Angliru. Una salita di tanti minuti, dura, immensa. Quel giorno ha fatto una tappa veramente bella (Tiberi si è piazzato 18° a 4’10” da Roglic, ndr), che per giunta era a fine Vuelta. Ha davvero un bel recupero.

Come lo alleni? Riesci a seguirlo di persona?

Sì, perché viene spesso in Toscana. Avendoci corso da junior, ha degli amici da cui a volte si ferma. Credo venga anche questa settimana. E poi partirà per il ritiro e qualche giorno ci andrò anche io. Sono contento che lo abbiate trovato cresciuto, siamo facendo un bel lavoro.  

Van Aert e Van der Poel: il bilancio di Bartoli un anno dopo

19.10.2023
5 min
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Wout Van Aert e Mathieu Van der Poel con Bartoli un anno dopo. Il grande ex toscano, oggi preparatore, aveva stilato un bilancio e un’analisi tra i due. Dopo una stagione tanto diversa per l’olandese e il belga non possiamo non riprendere il discorso.

Ma prima un rapidissimo sunto di cosa è stato il loro 2023. Van der Poel vince il mondiale di cross a gennaio in volata sul rivale, ma perdendo quasi tutti i duelli di avvicinamento con Van Aert. Segue un periodo di stacco molto simile, poi una primavera che si chiude per entrambi con la Roubaix. Il Tour, il mondiale (Van Aert ha fatto anche la crono, Van der Poel no) e poi un finale leggermente differente.

In totale 46 giorni di gara su strada per Van der Poel, 54 per Van Aert. I due quest’anno hanno gareggiato insieme 31 volte: in 17 occasioni è arrivato prima Van Aert, in 14 Van der Poel. Solo che il corridore della l’Alpecin-Deceuninck ha vinto alla Roubaix, alla Sanremo e al mondiale.

Michele, partiamo appunto dal quadro d’insieme della loro stagione. Che idea ti sei fatto?

Il rendimento è stato super per entrambi, il risultato super per uno solo, Van der Poel chiaramente. Io pendo per Van Aert, ma in quanto all’essere vincenti, se VdP continua così gli dà un bel distacco.

Mondiale di cross, VdP batte Van Aert e da quel momento l’annata prende la direzione in favore dell’olandese
Mondiale di cross, VdP batte Van Aert e da quel momento l’annata prende la direzione in favore dell’olandese
Come mai questa differenza?

Perché Van Aert è troppo generoso, è sempre preso anche nelle dinamiche di squadra. Lui è sempre protagonista anche nelle corse a tappe, grandi o piccole che siano. Mentre Van der Poel si stacca, recupera, non fa la stessa fatica e questo oltre che dargli un risparmio fisico, gli porta anche un risparmio di energie mentali. Lo fa essere più “cattivo”, più pronto nelle tappe in cui punta. Il che è fisiologico. 

Chiaro…

Accumuli voglia, desiderio, puoi fare un picco più marcato. Su 60 gare, Van Aert ne fa 55 a tutta, Van der Poel ne fa 20, ma quelle 20 le centra.

Ci avevi detto che prima o poi avrebbero dovuto scegliere se continuare con il ciclocross. Inizieranno a pensarci davvero? Van Aert ha detto che vorrebbe fare qualcosa di meno in tal senso…

Quella era ed è la mia idea. Anno dopo anno il non staccare diventa pesante sul piano psicologico. Poi magari loro hanno una grande convinzione e mentalmente sono ben predisposti, ma con l’andare avanti dell’età le cose cambiano. A me per esempio se a 27-28 anni avessero detto che a 33 non avrei più avuto la stessa voglia, li avrei presi per matti. Gli avrei risposto che avrei corso fino a 40 anni. Ma poi a un certo punto inizi ad avere più bisogno di recupero. E’ anche vero che loro di super hanno tanto e di umano poco!

Van der Poel al lavoro per Philipsen, l’olandese quest’anno è stato anche gregario
Van der Poel al lavoro per Philipsen, l’olandese quest’anno è stato anche gregario
Michele, quanto conta anche l’aspetto economico riguardo al cross? Oppure lo fanno per solo passione? O magari per abitudine?

Io dico passione. Chiaro che la parte economica ha importanza ma credo che loro non abbiano bisogno di quello.

E facendo un discorso di preparazione, se lo ritrovano o è un boomerang?

Gli serve, è un beneficio. Sono sforzi intensi che da giovane allenarli ha poca importanza, da grandicelli ne ha di più, da “vecchi” si dovrebbe fare solo quel tipo di sforzo, perché i fuorigiri si perdono più facilmente.

Ma questo non cozza un po’ col discorso che il cross li logora?

Ma conta anche la mente. Quel tipo di allenamento lo si può ricreare anche senza cross. Se lo fanno non è un danno. Non dico che gli faccia bene, ma dico che non gli fa male. Poi c’è un aspetto da valutare: la percezione della fatica non è sempre uguale. Ad una certa età ti sembra stare al 100 per cento, a tutta, e invece sei al 90 ed è lì che cala la prestazione. Tu magari potresti ancora rendere in quel modo, ma non sopporti più fatica allo stesso livello.

All’europeo Van Aert è 2°: pochi “millimetri” che secondo Bartoli sono dovuti ad un maggior dispendio energetico
All’europeo Van Aert è 2°: pochi “millimetri” dovuti forse ad un maggior dispendio energetico
Nelle “non vittorie” di Van Aert, incidono gli ordini di scuderia? L’altro invece ha carta bianca…

Non so come siano organizzati in Jumbo-Visma e come gestiscano certe dinamiche, ma Van Aert ha più responsabilità e spesso le prende da solo… proprio perché è un generoso. Però devo dire che anche VdP si è messo nei panni dell’aiutante. E anche bene, ma solo per Philipsen. L’altro aveva Vingegaard, Roglic, Kooij, Kuss… VdP doveva lavorare nei finali in pianura, l’altro in salita.

Dopo questa stagione Van Aert lo patisce psicologicamente?

Un po’ credo di sì. Col carattere che avevo io, sapendo che in volata mi avrebbe battuto o che già era davanti, avrei dato una frenatina per fare quarto. Non sarei salito sul podio con quel tipo di rivale. Mi avrebbe dato fastidio.

Van Aert ha anche le crono, VdP la Mtb, ma l’ha gestita col contagocce…

Io infatti non sono sorpreso per i risultati, ma proprio per la sua gestione. VdP è stato bravo. Così come approvo che la sera finale del Tour se ne sia stato tranquillo e non sia andato alla cena con gli sponsor. In certi momenti, al termine di una gara di tre settimane e con un mondiale in testa, stare fuori anche solo due ore in più equivale ad un mese

Lombardia: avvicinamento e preparazione ideale con Bartoli

06.10.2023
5 min
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Era il 18 ottobre 2003 e Michele Bartoli conquistava il suo secondo Giro di Lombardia. Quell’anno si andava da Como a Bergamo, esattamente come sabato prossimo. I chilometri allora erano 249, stavolta saranno 238, ma i connotati di quel tracciato erano davvero simili a quello che sta per arrivare. Specie nella parte iniziale e in quella finale con lo strappo di Bergamo Alta.

Oggi Bartoli è un preparatore affermato e ci aiuta ad entrare nei segreti del tracciato del prossimo Giro di Lombardia anche da un punto di vista della prestazione.

Ottobre 2003 Bartoli (classe 1970) fa doppietta e dopo un anno rivince il Lombardia (immagine da video)
Ottobre 2003 Bartoli (classe 1970) fa doppietta e dopo un anno rivince il Lombardia (immagine da video)

Finali a confronto

Da Como Bergamo, dicevamo: 239 chilometri, 4.400 metri di dislivello. Si va da un ramo del Lago di Como all’altro. Si sale sul Ghisallo in avvio, ci si tiene sul filo dell’Alta Brianza e ci si sposta verso est superando nell’ordine le alture di: Roncola, Berbenno, Passo della Crocetta Dossena, Zambla Alta, Passo di Ganda (zona Selvino) e infine Bergamo Alta, prima di planare sulla città in pianura.

Il finale di Como dello scorso anno era più impegnativo, con due salite a ridosso dell’arrivo. Per contro, ed è la teoria di Giulio Ciccone (che purtroppo non vedremo al via), arrivando a Bergamo ci sono da affrontare salite più lunghe e regolari.

«Il percorso del Lombardia – dice Bartoli viene sempre selettivo. Io credo che vinceranno gli stessi che potevano vincere anche a Como. E lo dico non solo per le caratteristiche del percorso, ma perché gli atleti che possono vincere sono tutti veloci. Pogacar, Roglic… sono loro i favoriti numero uno».

«Salite più lunghe dice Ciccone: questa analisi ci sta benissimo, è vera, ma le cose non cambiano. Il Lombardia resta quello. Ci sono il Ghisallo, il Selvino, la Roncola. Forse quando vinsi io il Berbenno era più vicino al traguardo e il fatto che non ci sia potrebbe togliere una difficoltà. Ma come ripeto, cambia poco. L’ultima vera differenza si farà su Bergamo Alta e dopo 240 chilometri farà male».

La tattica

Il percorso del prossimo Lombardia, con salite più lunghe e regolari, inciderà non solo sulle prestazioni degli atleti, ma anche sull’andamento tattico della corsa. Una corsa che in teoria potrebbe essere più facile da controllare.

«Su un tracciato così – prosegue Bartoli – le squadre riescono ad organizzarsi meglio. E’ un po’ più facile per loro controllare la corsa rispetto a quando c’è il Sormano o più salite nel finale. Poi bisogna considerare che siamo a fine stagione: le forze sono contate e non è detto che qualcuno non possa fare una sorpresa o che un attacco non possa andare più avanti e risultare più incisivo del previsto. Succede poche volte, ma succede».

Energie al lumicino, dunque, tuttavia viene da chiedersi se nel ciclismo attuale in cui ogni aspetto è calibrato si arrivi ancora con le energie contate. Anche in questo caso Bartoli fa delle precisioni importanti.

«Che in generale ci si arrivi meglio è vero – spiega il toscano – ma questo discorso vale ancora. Chi più e chi meno, tutti hanno a che fare con le ultime risorse. Il fisico è stanco e per me riesce a fare la differenza chi gestisce meglio questo avvicinamento. Chi riuscirà a conservare qualcosa in più. E se in questa fase vincono sempre gli stessi è anche perché sono più bravi anche a gestire le energie.

«In questa fase della stagione non esiste più una prestazione, ma la reazione ad un’azione. E non a caso le tabelle di allenamento variano. E’ importante comunicare bene con se stessi. Oggi bastano 3 ore fatte male che ti mancano energie».

Pogacar ha vinto sia con l’arrivo a Bergamo (qui con Masnada mentre scatta proprio su Bergamo Alta) che con l’arrivo a Como
Pogacar ha vinto sia con l’arrivo a Bergamo (qui con Masnada mentre scatta proprio su Bergamo Alta) che con l’arrivo a Como

Preparazione al dettaglio

La corsa durerà circa sei ore. E’ prevedibile una selezione importante sul Passo di Ganda e quindi uno scatto, una fiammata decisiva verso Bergamo Alta. Fiammata che potrebbe decidere il vincitore o chi si giocherà l’ultimo Monumento dell’anno allo sprint.

Se dunque le energie sono contate, se Bergamo Alta sarà decisiva ed è uno strappo breve che non va oltre i 3 minuti di sforzo, come si deve fare per essere al top in quel preciso momento? Si fa un avvicinamento mirato? Preparare il finale di Como con Civiglio e San Fermo in successione prevede delle differenze?

«E’ chiaro che si devono fare degli aggiustamenti – spiega Bartoli – ma partiamo dal presupposto che le squadre devono far correre chi ha ancora energie. E questo già incide. Si personalizza qualcosa, ma non c’è una differenza sostanziale nella preparazione come per un Fiandre o una Liegi, in cui hai la necessità di allenarti su percorsi molto simili e riprodurre sforzi e stimoli analoghi. Non fai una volata in più perché l’arrivo di Bergamo è, sulla carta, più facile di quello di Como. Quando dico di aggiustamenti intendo, come ho detto prima, della gestione dell’avvicinamento.

«Per esempio, per chi ha corso all’Emilia in questa settimana è importante il recupero, ma anche fare dei richiami di Vo2 Max. Non si può stare troppi giorni senza allenamento specie a fine stagione quando il fisico stanco tende a rallentare e a perdere con più facilità certi stimoli. Quindi si farà un po’ meno quantità, ma più qualità».