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La storia di Giovannetti che un giorno disse basta…

11.04.2021
5 min
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Pochi giorni fa, Marco Giovannetti ha compiuto 59 anni: per lui il ciclismo ormai è qualcosa da guardare in televisione, con quella curiosità mista a nostalgia per un mondo vissuto da protagonista, che ora gli appare lontano.

C’è il suo hotel da curare, da oltre vent’anni la sua realtà lavorativa in quel di Altopascio (Lucca): «Da quest’anno avremo anche a disposizione le bici per le escursioni nella zona, avremo anche le e-Bike. Qui c’è tanto da vedere, è davvero il paradiso delle due ruote, ma non eravamo ancora riusciti a realizzare qualcosa del genere. Solo che siamo anche noi bloccati, come tutto il mondo, in attesa che questa tempesta passi…».

In carriera Giovannetti ha vinto poco (in apertura è sul Gavia nel celebre Giro del 1988: fu 5° di tappa e 6° finale), appena 6 corse da professionista, eppure il suo peso nella storia del ciclismo non solo italiano è notevole perché quelle vittorie sono tutte di alto pregio.

Giovannetti gestisce l’Hotel Le Cerbaie ad Altopascio, ma una pedalata se la concede spesso
Giovannetti gestisce l’Hotel Le Cerbaie ad Altopascio

Il toscano è stato ad esempio uno dei pochissimi capace di centrare il podio alla Vuelta e al Giro nello stesso anno (anzi, quella Vuelta del 1990, che si correva ancora in aprile, la vinse sfruttando al meglio una fuga da lontano nelle prime giornate di gara, contenendo poi il ritorno del famoso Pedro Delgado).

«Quell’anno poi le due gare erano ancora più ravvicinate per i Mondiali d’Italia ’90. Meno di una settimana d’intervallo, non feci in tempo a scendere dall’aereo per la Spagna che ero già nella carovana della corsa rosa…».

Come riuscisti in quell’impresa?

La mia dote migliore è sempre stata il recupero: ero un buon passista ma non tra i migliori, un buon scalatore ma non tra i migliori, però riuscivo a recuperare bene dai grandi sforzi. Alla Vuelta trovai la forma strada facendo e al Giro andai forte nella prima parte. Ricordo ad esempio la crono di Cuneo, finii quinto ed entrai in classifica. Nella settimana finale ero cotto, anche nella cronometro degli ultimi giorni soffrii tanto, ma alla fine riuscii a terminare terzo dietro Bugno e Mottet.

Marco con sua moglie Paola, con cui ha condiviso gioie e dolori della sua carriera
Marco con sua moglie Paola, con cui ha condiviso gioie e dolori della sua carriera
Il bello è che nello stesso anno andasti pure al Tour…

Sì, ma fu una presenza per onor di firma. Alla Seur avevano bisogno che fossi al via affinché la squadra fosse ammessa, ma non ne avevo più e infatti dopo 5 giornate mi ritirai.

Come mai pur andando forte a Giro e Vuelta, con il Tour non hai mai avuto feeling?

Non mi piaceva: in Francia dovevi limare per almeno 10 giorni, stando attento a non cadere, ai ventagli, a me quel modo di correre non andava a genio. Il Giro è sempre stato tecnicamente la corsa più avanti a tutte, lì mi esaltavo.

La vittoria che ti è più rimasta impressa?

Nel mio cuore c’è il successo nella tappa del Giro 1992 a Pian del Re, sul Monviso, la montagna più bella che ci sia. Ho sempre saputo che per vincere dovevo davvero staccare tutti, perché in volata ero fermo come un paracarro e quel giorno mi riuscì. D’altronde sono sempre state le tappe più dure quelle dove andavo meglio. Se però guardo al complesso della mia carriera, c’è un successo davvero speciale…

Immaginiamo sia quello olimpico, la 100 Chilometri a squadre di Los Angeles 1984.

Quell’avventura è ancora stampata nella mia mente, giorni di allenamento pesantissimo. Eppure ci divertivamo tutti e 5 perché insieme a Bartalini, Poli e Vandelli io considero anche Manenti, lui che fu la riserva. Il Ct Gregori ebbe l’accortezza di lasciarci liberi, di farci vivere la nostra gioventù senza tenerci reclusi a pensare solo agli allenamenti, certo poi voleva che si andasse forte, che facessimo il nostro dovere e l’abbiamo fatto fino in fondo.

Da pro’, 4 presenze in nazionale: qui con Volpi e Bombini al mondiale del 1990 in Giappone
Da pro’ 4 presenze in nazionale: qui con Volpi e Bombini nel ’90 in Giappone
Qual è stato invece il giorno più brutto?

Di crisi ne ho attraversate tante, ma sicuramente il peggiore fu al Giro del ‘94, quando in una caduta presi una botta terribile alla schiena. Affrontai Stelvio e Mortirolo con un dolore fortissimo, soprattutto quando i tifosi mi spingevano vedevo le stelle… Arrivai fuori tempo massimo, poi a casa feci le lastre e si vide che avevo una vertebra rotta. Avevo rischiato di rimanere paralizzato. Allora dissi basta…

Perché non sei rimasto nel mondo del ciclismo?

Tante ragioni. Intanto la brutta esperienza con la Eldor, mi ritrovai a piedi prima del Giro ’93 dopo che nei primi mesi dell’anno avevo dovuto pensare più all’organizzazione della squadra che ad allenarmi. Ci salvò la Mapei. Speravo in un futuro con loro dopo il ritiro, ma non fu così. Mi ritrovai fuori dal mondo, senza spazi, ma non mi dispiacque più di tanto. Il Ds ad esempio non avrei voluto farlo, troppi giorni lontano da casa.

Una capatina nel ciclismo però l’hai fatta…

Sì, quando Vegni ed Allocchio mi vollero al Giro come responsabile delle partenze. Ho scoperto cose che non sapevo del mio mondo, i corridori dovrebbero davvero sapere quanto è difficile allestire una corsa, forse allora tante proteste non ci sarebbero.

Giovannetti al Giro d’Italia del 2009, ma in una veste diversa…
Giovannetti al Giro d’Italia del 2009, ma in una veste diversa…
Se tornassi ragazzo, faresti ancora il corridore?

Bella domanda… Il ciclismo è cambiato molto rispetto ai miei temi. Noi in allenamento ci si ritrovava in una ventina, ci si fermava per un panino, si viveva tutto con molta più tranquillità. Oggi invece con i preparatori ogni allenamento è durissimo, ci si diverte molto meno. D’altro canto però è la società intera che è cambiata: penso che se fossi un giovane d’oggi, sì, ci riproverei.