Fotofinish a Caorle: vince Dainese. Che ora racconta

24.05.2023
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CAORLE – «Abbiamo preso la testa ai due chilometri e mezzo. Sto cercando di ricordare bene dove fossero i cartelloni – dice Dainese – diciamo che abbiamo cominciato prima della curva a sinistra dopo il rettilineo sul lungomare. Mayrhofer ha fatto un lavoro immenso. Era cruciale prendere quella curva davanti per non dover rilanciare dalla quinta, decima posizione. Poi è passato davanti Niklas Markl. Era prestissimo, ma forse è andata meglio così, perché ho preso l’ultima curva in seconda ruota e non ho dovuto neanche rilanciare. Solo che quando lui si è spostato, la Jayco mi ha passato al doppio della velocità sulla sinistra e prendere Matthews non è stato facile. La mia volata l’ho fatta più per colmare il gap che avevo con “Bling”, che per vincere. E’ stata parecchio lunga, ma. Andata bene…».

Vittoria al fotofinish, davvero per un soffio sul ritorno di Milan. Terzo è arrivato Matthews
Vittoria al fotofinish, davvero per un soffio sul ritorno di Milan. Terzo è arrivato Matthews

Un anno a digiuno

I velocisti hanno la capacità straordinaria di farti rivivere le volate al rallentatore, come se portassero una telecamera sul casco. E Dainese, che ha appena vinto la tappa di Caorle, non fa eccezione. L’ultima sua vittoria risaliva proprio al Giro d’Italia, tappa di Reggio Emilia del 2022, ma oggi lo sprint con cui ha infilato Matthews e resistito al ritorno di Milan è servito a fare pace col destino e togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

Per essere un corridore al secondo anno nel WorldTour, il suo 2022 è stato a dir poco singolare. Il Giro con una tappa vinta, il Giro del Belgio e poi il primo Tour de France, con il terzo posto alla 19ª tappa. Forse troppo per un corridore di 24 anni, al punto che quando Bennati se lo è ritrovato in azzurro agli europei di Monaco, stentava a riconoscerlo.

Oggi si riparte da un gradino più alto, dopo l’infortunio di settembre, le tensioni (non ancora risolte) legate al rinnovo del contratto, la convocazione in extremis e il virus intestinale che l’ha colpito sabato a Cassano Magnago e che domenica a Bergamo lo ha portato a un passo dal ritiro. E con lui allora cominciamo da lì, dal giorno in cui la vittoria di oggi era forse la prospettiva più remota.

Nella tappa di Bergamo, Dainese ha rischiato di andare alla deriva, ma ha tenuto duro
Nella tappa di Bergamo, Dainese ha rischiato di andare alla deriva, ma ha tenuto duro
Che cosa ti ha convinto a non ritirarti nella tappa di Bergamo?

Il Giro bisogna onorarlo e nonostante tu sia ammalato, devi continuare. Magari dopo qualche giorno guarisci ed io ho avuto la fortuna di ammalarmi due giorni prima del riposo. Sono riuscito a recuperare abbastanza bene. Ieri è stata comunque parecchio tosta arrivare sul Bondone. Però stanotte sono riuscito a dormire e a stare un po’ meglio di stomaco. Non è stato facile…

Quest’anno sono più le volate che hai tirato di quelle che hai fatto…

Ma ho avuto tre occasioni e ci sono andato vicino a partire dalla Tirreno. Nella prima volata del Giro, mi hanno squalificato (sul traguardo di Salerno, ndr) e oggi è andata un po’ meglio.

L’ultima vittoria di Dainese risaliva al Giro 2022, per questo sul podio il padovano era commosso
L’ultima vittoria di Dainese risaliva al Giro 2022, per questo sul podio il padovano era commosso
Diciamo che ti sei preso la rivincita?

E’ stato un anno difficile. C’erano tante aspettative dopo la vittoria al Giro e da parte di tante persone e anche da me stesso. Per vari motivi, non ho avuto la continuità e la consistenza necessarie, per cui ho avuto spesso il ruolo di ultimo uomo. Però è vero che un velocista vuole fare le volate. Quindi sì, può essere anche una rivincita, perché ho dimostrato sia a me che agli altri, che sono in grado di vincere. Fino a ieri, non ci credevo neanch’io, pensavo che l’anno scorso fosse stata tutta fortuna.

Fortuna o no, fare terzo di tappa a fine Tour non è da buttar via…

E’ stato un piazzamento abbastanza di fortuna, perché ho preso tutte le curve davanti e poi Laporte e Philipsen mi hanno sverniciato, quindi non è andata proprio benissimo. Un velocista deve vincere e azzeccare due volate in due anni forse è un è poco. Ovviamente sono due tappe al Giro, ma i velocisti di riferimento vincono 15 corse all’anno, quindi sicuramente il percorso per essere consistente è ancora lungo.

Milan è arrivato secondo davanti ai suoi tifosi. Il friulano era contrariato, ma ha consolidato la maglia ciclamino
Milan è arrivato secondo davanti ai suoi tifosi. Il friulano era contrariato, ma ha consolidato la maglia ciclamino
C’è più gusto a vincere le volate in modo netto oppure al fotofinish?

Non mi era mai successo di aver vinto per così poco. Semmai mi era successo di perdere per pochissimo, alzando le mani da junior, ma per il resto è stata la prima volta. Ero molto teso, pensavo di aver fatto secondo e sarebbe stato parecchio terribile, però qualcuno da lassù mi ha graziato.

Impossibile nascondere che tu sia emozionato, mentre i velocisti di solito sono esuberanti. E’ difficile essere uno sprinter ed essere anche persone sensibili?

Quando sono passato professionista, ho sofferto parecchio questa cosa. Ritagliarsi un ruolo da velocista in una squadra WorldTour estera non è facile, soprattutto se sei un po’ timido e dovresti battere di più i pugni sul tavolo.

Dopo la vittoria, Dainese si è raccontato ed era ancora molto emozionato
Dopo la vittoria, Dainese si è raccontato ed era ancora molto emozionato
E’ stato difficile ambientarsi?

Ho sempre cercato di dimostrare di avere un buon livello, lasciando che gli altri se ne accorgano e mi diano spazio. Però siamo tutti diversi, ci sono anche altri velocisti che preferiscono la tensione.

Pensi di continuare a fare il velocista o allargherai l’offerta?

E’ già così difficile vincere le volate, che per ora le classiche non sono alla mia portata. Mi piace fare il velocista.

Adesso andrai a fare il tuffo in mare che avevi promesso in caso di vittoria?

Purtroppo abbiamo l’hotel a Treviso. Magari per questa volta farò un tuffo in piscina…

Con Zana, lampo tricolore nella vittoria di Matthews

08.05.2023
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Secondo sprint a ranghi ristretti (per salita questa volta, non per caduta) e vittoria di Michael Matthews che davvero questa volta la vittoria è proprio andato a cercarsela. Se diversa è la dinamica del finale, identica è l’intensità degli abbracci, anche se il contesto non è quello assolato ed effervescente di ieri a San Salvo, ma quello più duro e bagnato di Melfi.

Zana ha lavorato sodo in salita, come il resto della squadra, per la vittoria di Matthews
Zana ha lavorato sodo in salita, come il resto della squadra, per la vittoria di Matthews

Un po’ di tricolore

Quando Matthews si ritrova davanti Filippo Zana, l’abbraccio col tricolore veneto è ad altissima intensità. Il lavoro dell’altro “Pippo nazionale” sulla salita è stato encomiabile. E anche quando il campione italiano non ce l’ha più fatta, prima di mollare ha stretto ancora i denti, risultando decisivo per il compagno australiano.

«Siamo partiti per fare esattamente quello che avete visto – ha detto – e tutto è filato per il meglio. Sono contentissimo che abbia vinto Michael, anche per il grande lavoro di squadra che abbiamo fatto ed è stato ripagato. Prendere così tanto vento se poi si vince è davvero bellissimo».

E in queste ultime parole c’è la differenza fra correre il Giro in una WorldTour con uomini capaci di finalizzare e in altre squadre in cui il risultato devi portarlo tu, contro avversari che sembrano sempre più grandi di te.

Il vento poteva essere un’insidia, ma non lo è statt. La corsa si è accesa negli ultimi 50 chilometri
Il vento poteva essere un’insidia, ma non lo è statt. La corsa si è accesa negli ultimi 50 chilometri

Maledetta primavera

Matthews ha vissuto una primavera maledetta. Il suo primo obiettivo sarebbe dovuto essere la Milano-Sanremo, ma il ritiro dalla Parigi-Nizza per positività al Covid ha portato con sé la rinuncia alla Classicissima. Tornato in condizioni precarie per il Giro delle Fiandre, la caduta nella corsa dei muri fiamminghi ha compromesso la partecipazione alle classiche delle Ardenne e ha determinato un avvicinamento scombinato al Giro d’Italia.

«Sono senza parole – commenta mentre rivede le immagini – dopo tutto quello che ho passato in questi mesi per aver trovato con una vittoria con la squadra. Nelle ultime settimane non sono andato bene come speravo a causa dell’infortunio. Abbiamo lavorato tutto il giorno e i compagni si sono impegnati a fondo con me per farmi vincere la tappa. Non ho parole, la stagione è stata un ottovolante e la vittoria è arrivata già al terzo giorno, più di quanto potessi sognare».

L’uovo di Remco

Intanto passa accanto un sorridente Remco Evenepoel, che domani dovrebbe lasciar andare la maglia rosa. Tuttavia, visto il lavoro della sua squadra sulla salita, il pensiero che gli convenga e preferisca correre davanti un po’ ti assale.

«Eravamo a dieci chilometri dal traguardo – spiega – e volevamo fare la discesa davanti perché la pioggia rendeva la strada bagnata e insidiosa. Ho visto che andando verso il traguardo volante, Roglic era dietro di noi. Non ci è costato molta fatica stare lì davanti e prendere qualche secondo fa sempre piacere. E’ stata una buona giornata, soprattutto dopo una giornata abbastanza tranquilla e un finale frenetico».

Poi Remco si è soffermato per commentare con una risata l’episodio dell’uovo che alla partenza gli ha regalato Velasco. «Non ho idea di cosa significasse – ha scherzato il campione del mondo – forse è umorismo italiano? Ora mi pento di non aver testato sul suo casco se fosse un uovo sodo o crudo».

Con quella di Melfi, il bottino di Matthews al Giro sale a tre tappe, dopo quelle del 2014 e del 2015
Con quella di Melfi, il bottino di Matthews al Giro sale a tre tappe, dopo quelle del 2014 e del 2015

Volata su Pedersen

Ancora due risate e poi Matthews ha completato il racconto della sua giornata, svelando che malgrado il ritmo dei primi chilometri non sia stato esaltante, la sua intenzione è sempre stata quella di vincere una tappa, avendone cerchiate otto a suo vantaggio nel percorso del Giro.

«Ho sentito che Pedersen si era staccato in salita – dice – quindi ho immaginato che sarebbe stato un po’ stanco allo sprint. Sapevo comunque che avrei dovuto anticiparlo, facendo la volata su di loro e ha funzionato. Sono venuto qui da questo Giro solo per divertirmi, per andare in bici su strade molto belle e stare con i miei compagni di squadra. Oggi abbiamo fatto un tale sforzo di squadra che la vittoria è tutta per loro».

Riecco le “canadesi” del WorldTour: le presenta Ulissi

26.08.2022
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Tre anni sono un periodo lungo di stop per una manifestazione sportiva. Il ciclismo mondiale ritrova a inizio settembre un classico della sua programmazione, la trasferta canadese per le due prove del WorldTour, il GP del Quebec e il GP di Montreal, in programma a distanza di 48 ore. Due prove che hanno sempre avuto una partecipazione a livello di ogni altra classica del massimo circuito, innanzitutto perché il mercato d’oltreoceano interessa a molte multinazionali, non solo ciclistiche, presenti nel WorldTour, poi perché vincere da quelle parti ha un sapore particolare per un europeo e questo vale per tutti gli sport.

Lo sa bene Diego Ulissi, che nella terra della foglia d’acero ricordano per la vittoria del 2017 a Montreal dopo essere stato 11° due giorni prima a Quebec City. Raccontando quel che il programma proporrà il 9 e 11 settembre prossimi, il corridore della Uae Team Emirates evidenzia subito un fattore.

«Non sono gare come le nostre perché si gareggia in circuito – fa notare – diciamo che sono più simili a un europeo o un mondiale, solo che si compete per squadre di club. Sono vere e proprie kermesse e vanno interpretate quindi con qualche piccola differenza rispetto alle normali gare in linea».

Ulissi Montreal 2017
Lo sprint vincente di Ulissi a Montreal nel 2017, battuti Herrada (ESP), Slagter (NED) e Bakelants (BEL)
Ulissi Montreal 2017
Lo sprint vincente di Ulissi a Montreal nel 2017, battuti Herrada (ESP), Slagter (NED) e Bakelants (BEL)
Che differenze ci sono fra loro?

Molti pensano che siano uguali, ma non è così. La prima è più adatta a passisti veloci e può favorire anche i velocisti se sanno interpretarla, ossia non essere ancorati essenzialmente alla soluzione allo sprint di gruppo. La seconda è più per passisti scalatori, ci sono salite più lunghe che favoriscono attacchi e infatti si chiudono spesso con volate ristrette. Anche gli scenari sono diversi, ma in generale sono molto belle, qualcosa di insolito rispetto a quel che vediamo normalmente.

Che attenzione c’è intorno alle gare?

Enorme. Sulle strade c’è sempre tanta gente, proprio perché si gareggia in circuito, ma si vede che il ciclismo da quelle parti è seguito quando arrivano i corridori dall’Europa. Poi sono città sempre piene di turisti, c’è molto seguito (in apertura un passaggio a Quebec City, foto di Jacques Boissinot, ndr).

Gareggiare in circuito cambia un po’ l’aspetto tattico in seno alle vostre squadre?

Un po’ sì, perché correndo in circuito bene o male il percorso lo impari a memoria, quindi sai come affrontare ogni curva, come prendere posizione. Per il resto le gare si svolgono in maniera abbastanza canonizzata, con fughe che vanno via da lontano e gruppo che si accende nella seconda parte. A Montreal però il tracciato invita agli attacchi.

Che cosa ricordi della tua vittoria nel 2017?

Scattai con un gruppo ristretto a due giri dalla fine, volevano anticipare Sagan e Van Avermaet che su quel percorso erano i principali candidati alla vittoria. L’arrivo era leggermente in salita e questo cambia molto nella sua impostazione, perché dislivello e chilometraggio si fanno sentire, bisogna impostare la volata sulla potenza. Alla fine ci giocammo la vittoria in quattro e io precedetti Herrada e Slagter.

Gerrans 2014
Doppietta per Simon Gerrans nel 2014. In Quebec batté Dumoulin, a Montreal Rui Costa
Gerrans 2014
Doppietta per Simon Gerrans nel 2014. In Quebec batté Dumoulin, a Montreal Rui Costa
Lo consideri un momento importante nella tua carriera?

Per molti versi sì perché è una gara che ha un grosso peso specifico e soprattutto va saputa interpretare. Ogni attimo può essere quello decisivo, devi avere sempre le antenne diritte perché l’azione che conta può partire nel finale ma anche a una certa distanza dal traguardo come accadde a me. Mentalmente non sono gare semplici, soprattutto la seconda.

Come venne accolta la tua vittoria nella comunità italiana del posto?

Che bei ricordi… C’era tantissima gente, furono in tanti ad avvicinarsi a me e farmi i complimenti. Gente che mancava dall’Italia da tanti anni e si sentiva orgogliosa, persone che erano anche nate lì ma che si sentivano italiane nel profondo. Poi ho notato, girando un pochino per le città, quanti locali italiani ci sono, con i nomi delle nostre città. Mi è rimasto impresso, mi fa sempre piacere tornare a correre da quelle parti.

Matthews Montreal 2019
Matthews ha fatto doppietta nel 2018 e l’anno dopo ha rivinto a Montreal, ora vuole il tris
Matthews Montreal 2019
Matthews ha fatto doppietta nel 2018 e l’anno dopo ha rivinto a Montreal, ora vuole il tris
Dicevi che sono due gare diverse, quindi chi riesce a fare doppietta compie una vera impresa…

Negli anni recenti ci sono riusciti Gerrans nel 2014 e Matthews nel 2018. Come si vede si parla di corridori estremamente veloci ma non sprinter puri, sono capaci di resistere a gare dure, di reggere agli strappi e poi fare la differenza in volata. Si possono concludere con sprint di una trentina di corridori, ma non sono gare dai classici “treni”, bisogna saper resistere e inventare. Poi molto dipende anche dalle condizioni atmosferiche. Sono prove esigenti, che premiano sempre un corridore che è davvero in forma.

Tu in che condizioni sei attualmente?

Sono in un periodo buono, al Tour de Limousin ho ritrovato finalmente la vittoria finendo secondo nella generale, ma anche al Giro di Polonia mi ero sentito abbastanza bene. Ora mi attendono il Bretagne Classic di domenica a Plouay, gara che storicamente non mi è mai andata molto a genio essendo adatta a ruote molto veloci e poi la trasferta canadese. E chissà che con questa gamba non ci si possa togliere qualche altra bella soddisfazione, per me e per la gente di lì…

Cadex 50 Ultra Disc, velocità e stabilità da prime della classe

18.08.2022
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Cadex lancia sul mercato le nuove 50 Ultra Disc, le ruote progettate per la massima efficienza aerodinamica che affiancano stabilità e controllo alla prestazione. Il carbonio le fa da padrone con un utilizzo ponderato e improntato al massimo rendimento sbaragliando ogni concorrenza. 

A rendere questa coppia di ruote un vero e proprio gioiello c’è il mozzo posteriore aero R3-C40, che va a completare un sistema completo che si è dimostrato il più veloce nella sua categoria attraverso test approfonditi in galleria del vento. Caratteristiche e rendimenti apprezzati anche da professionisti come Michael Matthews e Simon Yates. L’inglese proprio sulle Cadex 50 Ultra Disc ha conquistato la vittoria nella tappa 14 del Giro d’Italia di quest’anno.

Queste ruote sono in dotazione al Team BikeExchange Jayco, nel video Michael Matthews

Parola a Cadex 

«Ciò che rende una ruota da strada veloce – ha affermato Jeff Schneider, Global Head of Product di Cadex – è l’essere in grado di gestire al meglio le varie forze della guida in continua evoluzione. In qualsiasi allenamento o corsa su strada, i ciclisti incontrano salite e discese, piani veloci, curve difficili, dinamiche di gruppo e mosse da solista. Le Cadex 50 Ultra Disc sono progettate per tenere conto di tutti questi fattori, in particolare la resistenza alle alte velocità».

Un vero e proprio asso nella manica della gamma Cadex che quest’anno ha già portato alla vittoria gli atleti della BikeExchange

I raggi ultraleggeri Super Aero riducono al minimo la flessione laterale, sono ideali per gli sprint
I raggi ultraleggeri Super Aero riducono al minimo la flessione laterale, sono ideali per gli sprint

Peso piuma

Con 1.349 grammi, sono tra le ruote più leggere della loro categoria. Attraverso le innovazioni tecnologiche come i raggi aerodinamici direzionali, il nuovo mozzo posteriore R3-C40 con innesto a 40 punti e i cuscinetti in ceramica Cadex sono state ridotte significativamente le perdite di potenza in ogni situazione. Durante i test, sono state provate con il pneumatico Cadex Aero, con un risultato sorprendente di una differenza di ben 5,5 watt sulla concorrenza principale.

Un peso leader del settore che aiuta a migliorare il rapporto rigidità/peso fino al 41,4% rispetto alle ruote della concorrenza. Anche grazie a una nuovissima ruota libera a basso attrito con cuscinetti in ceramica che riduce ulteriormente la perdita di potenza fino al 30%.

La larghezza interna del cerchio di 22,4 mm offre ampio spazio per gli pneumatici, creando un WheelSystem con rigidità laterale rinforzata e capacità di supportare pressioni degli pneumatici inferiori per una migliore maneggevolezza e feeling con la strada.

Il profilo del cerchio da 50 mm e il bilanciamento dei raggi permettono un controllo totale
Il profilo del cerchio da 50 mm e il bilanciamento dei raggi permettono un controllo totale

Raggi Super Aero

I raggi ultraleggeri in carbonio Cadex ad alta resistenza riducono al minimo la flessione laterale per un’accelerazione senza eguali. Si presentano con una forma aerodinamica appositamente progettata per offrire caratteristiche aerodinamiche leader del settore e massima stabilità con vento laterale. I raggi Super Aero riducono al minimo la flessione laterale per accelerazioni e sprint al top.

Un altro aspetto che crea una sinergia perfetta con le altre caratteristiche sono i cuscinetti in ceramica. In grado di aumentare ulteriormente l’efficienza di rotolamento del mozzo con una minore resistenza allo stesso e un’azione 1,5 volte più fluida rispetto ai cuscinetti in acciaio, con conseguente miglioramento dell’azione e minima perdita di potenza.

Simon Yates ha trionfato al Giro d’Italia proprio con questa coppia di ruote
Simon Yates ha trionfato al Giro d’Italia proprio con questa coppia di ruote

Super stabilità

L’efficienza aerodinamica e il peso ultraleggero sono importanti, ma una ruota da strada veramente completa deve anche ispirare fiducia mentre si scende, si curva o si combatte contro forti venti trasversali.

Il profilo del cerchio aerodinamico da 50 mm e il bilanciamento dei raggi Super Aero permettono un controllo totale in tutte le condizioni. Inoltre, l’ampia larghezza interna del cerchio offre una maggiore adattabilità agli pneumatici di sezione superiore, migliorando così la stabilità e la scorrevolezza. La compatibilità consigliata va dai 700x25c ai 700x32c. 

Il prezzo delle 50 Ultra Disc va dai 1.399 euro per la ruota anteriore fino ai 1.799 per la posteriore.

Cadex

Copeland si tiene Matthews e Yates. E c’è Zana in arrivo

30.07.2022
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La vittoria di Matthews a Mende su Bettiol, le ultime di Yates in Spagna e il prolungamento della sponsorizzazione per altri tre anni hanno portato al Team Bike Exchange-Jayco una folata di buon umore. Brent Copeland, che guida la squadra da due anni, ragiona e spiega, al termine di un Tour positivo e in vista del rush finale. La sola nota dolente al momento è quel 18° posto nel ranking UCI che un po’ preoccupa e un po’ è di stimolo.

«E’ stato un Tour molto positivo – dice il manager sudafricano – con vittorie da parte di uomini in cui crediamo molto. Su Matthews abbiamo investito molto due anni fa, quando lo aiutammo a pagare la clausola rescissoria con la Sunweb. Non ha portato tantissime vittorie, ma tanti piazzamenti importanti. La sua sfortuna è di avere caratteristiche simili prima a Sagan e ora a Van der Poel e Van Aert, per cui sembra che debba correre per il secondo posto, ma non è davvero così».

Brent Copeland è diventato team manager del team australiano a fine 2020
Brent Copeland è diventato team manager del team australiano a fine 2020
Siete passati dall’avere uno sponsor pronto a sfilarsi, al rilancio per altre tre stagioni…

C’entra sempre Matthews. Gerry Ryan (titolare delle aziende che supportano il team, ndr) ha preso la decisione di prolungare per altri tre anni perché Michael possa concludere con noi la sua carriera. E poi adesso in Australia c’è la… febbre per i mondiali. Quelli di Wollongong non saranno una corsa per velocisti, ma gli si adattano davvero bene. Nella tappa che ha vinto al Tour, c’era tanta salita. Ci saranno anche altri favoriti, ma confidiamo che Matthews sarà il leader della nazionale. E poi ogni tanto ci penso che l’ultima volta che si è fatto un mondiale laggiù (Geelong 2010, ndr), lui ha vinto fra gli under 23.

Uno sponsor così sembra innanzitutto un appassionato.

C’è stata la fase in cui ha capito che ci fosse la possibilità di mollare, ma proprio in quel momento ha capito quanto fosse innamorato di questa squadra. Gli è tornata voglia alla grande. E’ venuto al Giro per 10 giorni. E’ stato a Copenhagen per la partenza del Tour e a Parigi avevamo 60 ospiti. Si vede che gode il momento della squadra. Il Covid è stato pesante, non poter uscire dall’Australia non è stato semplice. La vittoria di Yates nella crono di Budapest è stata una grande gioia. E quella sera ha detto che resta per i corridori e per il personale, perché è bello vedere un gruppo lavorare così. Non capita spesso di sentire certe cose da un capo.

Groenewegen ha vinto a Sonderborg ed è stato secondo a Parigi
Groenewegen ha vinto a Sonderborg ed è stato secondo a Parigi
Magari se a Parigi, Groenewegen avesse vinto…

Magari, davvero! Però Gerry è un uomo di sport, conosce le storie degli atleti. Possiede la più forte squadra di rugby, investe in altre realtà. E ha capito perfettamente, vedendo l’ordine di arrivo, quanto sacrificio e quanto impegno siano serviti per fare quel secondo posto. Per questo alla fine era contento lo stesso.

E’ vero che per lui il team femminile vale quanto quello maschile?

Direi di più, ma non mi azzardo (sorride, ndr). La storia di Gerry nel ciclismo inizia grazie alle donne. Nel 1992, c’era Kathy Watts che doveva andare alle Olimpiadi di Barcellona, ma non aveva fondi. Così chiese a Jayco, l’azienda di caravan e camper di cui Gerry è titolare. Lui la supportò e lei tornò con l’oro nella prova su strada e un argento in pista: un investimento ben fatto. Così è entrato nel ciclismo femminile. Poi ha supportato la Federazione australiana spingendo sulle donne e con Shayne Bannan fece partire il team. Presero Annemiek Van Vleuten, che vinse tutto. E’ importante il team femminile, non perché serva averlo, ma perché ci crediamo tanto.

Gerry Ryan è nel ciclismo dal 1992. Ha rilanciato con altri 3 anni di sponsorizzazione
Gerry Ryan è nel ciclismo dal 1992. Ha rilanciato con altri 3 anni di sponsorizzazione
E poi è arrivata Giant, come vanno le cose?

Lunedì a Parigi, dopo la fine del Tour, abbiamo fatto una riunione con il responsabile dell’azienda e abbiamo avuto indicazioni molto positive. Loro sono pazzeschi, i corridori sono contenti. Si può lavorare molto bene.

Secondo anno della tua gestione: la squadra ti somiglia?

Ho cercato di cambiare il modo di lavorare e le cose stanno funzionando. Me lo ha chiesto il capo quando sono stato contattato. L’anno scorso siamo stati ancora frenati dal Covid e dal fatto che i ragazzi non siano potuti tornare a casa. I risultati di quest’anno sono il vero risultato del nostro lavoro.

La rincorsa di Yates alla Vuelta è iniziata a Ordizia. Anche per lui rinnovo di contratto
La rincorsa di Yates alla Vuelta è iniziata a Ordizia. Anche per lui rinnovo di contratto
Il rinnovo di Yates fa pensare che per i grandi Giri continuerete a puntare su di lui?

Non ci sono tantissimi corridori di qualità sul mercato, quelli buoni hanno tutti contratti molto lunghi, almeno 4-6 anni. Per questo la nostra regola è investire su quello che abbiamo e correre come possiamo. Fare classifica al Tour non era proponibile e allora abbiamo corso puntando alle tappe. E comunque abbiamo ancora tanta fiducia in Simon, che farà una bellissima Vuelta ed è già stato sul podio del Giro. Vedremo che programma farà l’anno prossimo.

Fra gli arrivi, c’è anche il campione italiano, preso ben prima che lo diventasse…

Zana è un corridore che seguivamo da un po’. Cercavamo uno scalatore da far crescere con noi per dare prima supporto ai leader e poi per concedergli il suo spazio. Pinotti lo ha sempre apprezzato molto e certo adesso che ha vinto il campionato italiano avrà anche qualche opportunità in più. Ha fatto il Giro, meno bene di come ci si potesse aspettare, ma lo ha concluso. Poi ha vinto la Adriatica Ionica Race e ha tenuto la condizione fino all’italiano. Vuol dire che il motore è importante.

Sul podio di Alberobello, Zana ha brindato alla maglia tricolore
Sul podio di Alberobello, Zana ha brindato alla maglia tricolore
Hai parlato di Pinotti, che idea ti sei fatto di Marco?

E’ un assett importantissimo della nostra squadra. E’ un piacere lavorare con lui. E’ un uomo sincero, dice le cose come le pensa ed è molto preparato. Con lui Sobrero ha fatto un bel salto di qualità. Matteo ha dei margini importanti e può crescere. Speravamo potesse fare classifica alla Tirreno e corse simili, non certo al Giro. Adesso va al Polonia, sono curioso di vederlo all’opera. Non serve mettergli pressione, ma ha dei numeri importanti e in altura ha lavorato bene.

Insomma, momento positivo, con il solo neo del ranking?

E’ un peccato. Veniamo da anni difficili e il ranking fa la media delle ultime tre stagioni, per cui paghiamo il 2020 del Covid e il ritiro di Yates dal Giro. Ma non è la nostra posizione, stiamo lavorando bene e sono certo che il Tour si rivelerà un punto di partenza. Un po’ di preoccupazione c’è stata all’inizio, soprattutto da parte dei direttori sportivi. Ma gli ho detto di non cambiare modo di correre per fare punti. Continuiamo a puntare ai nostri obiettivi e i risultati certamente verranno.

Bettiol, un grande sogno durato troppo poco

16.07.2022
6 min
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Si gioca tutto in pochi secondi ed è paradossale, a capo di una tappa di 192 chilometri e di una fuga partita da lontano. La salita dell’aeroporto di Mende è il teatro perfetto perché Bettiol torni alla vittoria. Matthews ha il destino segnato.

La grande illusione

C’è andato in qualche modo vicino a Megeve e adesso Alberto ha la bici che gli scappa di sotto. La gente ai lati è folle, accaldata, colorata e rumorosa. I corridori ne percepiscono la presenza attraverso i suoni e gli odori. La strada è un budello, la loro presenza in qualche modo li opprime. E ora finalmente Alberto aggancia Matthews. Povero australiano, dovrà nuovamente accontentarsi del secondo posto, come già a Longwy e Losanna.

Bettiol ha tirato tutto il giorno e in finale ha corso per sé: abbiamo davvero creduto che stesse vincendo
Bettiol ha tirato tutto il giorno e in finale ha corso per sé: abbiamo davvero creduto che stesse vincendo

Il tempo perché prenda fiato, adesso lo lascia lì. Tre. Due. Uno. Bettiol si alza sui pedali e scatta col rapporto più lungo. Come l’anno scorso a Stradella, come al Fiandre, come il gatto che mangia il topo. Neanche si volta, copione già scritto. E Matthews si siede. Bettiol vincitore a Mende sul traguardo di Jalabert, finalmente un italiano al Tour dopo Nibali nel 2019.

«Si era messo tutto male come l’anno scorso a Stradella – racconta – credevo che arrivassero i quattro che si erano avvantaggiati. Poi mi sono sbloccato, in questa fase di Tour con le sensazioni che vanno e vengono. Un continuo up and down. E così sono scattato secco, anche per dargli una botta morale…».

Matthews non molla

Ma la botta non arriva. Si gioca tutto in pochi secondi ed è paradossale, a capo di una tappa di 192 chilometri e il rodimento interiore per l’occasione sfumata ieri a Saint Etienne, quando la sua sola Bike Exchange-Jayco si è messa a tirare, quasi per espiare l’erroraccio di aver lasciato andar via la fuga.

La salita di Mende con lui non c’entra niente, pensa Matthews mentre la addenta, dopo essere stato il primo a evadere dalla grande fuga. La fatica si fa sentire, ma il baccano della gente copre anche il mal di gambe e questo tutto sommato è un bene. Fanno così tanto rumore che quasi non ha sentito arrivare Bettiol. E quando l’italiano gli è dietro, Matthews ha giusto il tempo di guardarlo in faccia e intuirne la fame. Ma sarà profonda quanto la sua? Bettiol attacca. Le gambe sono dure e quel senso di crampo rende Matthews fragile. Però amico, pensa stringendo i denti, oggi non vai da nessuna parte…

«Questa tappa è la storia della mia carriera – racconta – ho avuto così tante montagne russe, su e giù. Mia moglie e mia figlia hanno sempre creduto in me. Ma ogni volta sono stato buttato giù. Ogni volta la stessa storia. E mi hanno detto: alzati. E anche io questa volta mi sono detto: alzati!».

All’ultimo round

Si gioca tutto in pochi secondi, che durano una vita e tutto sommato la raccontano. Bettiol è davanti, come Trentin al mondiale del 2019, serbando in cuore quel senso di vittoria tanto a lungo rincorsa che invece ti tradisce, perché in qualche modo ti fa abbassare la guardia. Oppure per staccarlo ha fatto un fuori giri di troppo, mentre Matthews non è mai affondato del tutto. Si è gestito e appena la strada si fa meno cattiva, cambia ritmo e si fa nuovamente sotto.

Sfinito al traguardo, Matthews ha dimostrato di non essere un velocista e ha dedicato parole toccanti alla famiglia
Matthews ha dimostrato di non essere un velocista e ha dedicato parole toccanti alla famiglia

E poi, come Evenepoel che se ne è andato col rapporto nella parte più morbida della Redoute, Matthews passa al contrattacco. E questa volta la botta morale si abbatte sul toscano. La gente intorno è quella ai piedi del ring, che percepisce il riscatto del pugile che finora le ha solo prese e tifa perché lo spettacolo duri a lungo. Non tengono per uno in particolare, vorrebbero solo che non finisse mai.

«In pianura – ammette Bettiol – ha avuto uno scatto in più che a me è mancato. Ho avuto via libera dai compagni e mi dispiace non aver ripagato la loro fiducia. Avevo una grande gamba, ma quando non si vince girano le scatole. Sto bene. Ho la fiducia dei compagni e dei direttori di questa squadra meravigliosa. E spero nei prossimi giorni di ripagarli».

Per le sue donne

Matthews si volta, Bettiol è sparito. Le mani sul casco. Sugli occhi. Le braccia larghe ad abbracciare il pubblico e riempirsi il petto di ogni scheggia dispersa di emozione. Difficile dire dove abbia pescato la forza per non andare a fondo, forse semplicemente ha avuto il coraggio di farsi più male di quanto gliene stesse facendo il suo avversario.

Così Matthews sul traguardo, assorbendo la luce di questo sole torrido e stupendo
Così Matthews sul traguardo, assorbendo la luce di questo sole torrido e stupendo

«Questo è per mia figlia – dice e trattiene le lacrime – ha quattro anni e volevo solo mostrarle che tutto il tempo in cui sono via e ogni cosa la faccio per lei. E oggi era quel giorno e sono riuscito a dimostraglielo. Ieri è stata una grande occasione persa. La squadra ha tirato per portare allo sprint me o Dylan (Groenewegen, ndr), ma ci siamo svegliati troppo tardi. Era davvero una tappa buona per me in questo blocco di tre giorni cui il nostro team mirava nella seconda settimana. Dovevo fare qualcosa.

«Per me erano finite le occasioni. Allora ho deciso di mostrare a tutti che non sono solo un velocista. Posso anche correre come ho fatto oggi. E l’ho fatto pensando a mia figlia su quell’ultima salita fino al traguardo. A mia moglie e a quanti sacrifici faccia per realizzare i miei sogni. Spero che questa volta ho mostrato loro il motivo per cui abbiamo rinunciato a così tante cose».

Pogacar ha attaccato poi ha fatto la volata, ma alle sue spalle Vingegaard è stato una presenza molto lucida
Pogacar ha attaccato poi ha fatto la volata, ma alle sue spalle Vingegaard è stato una presenza molto lucida

Cercasi dèja vu

Alle loro spalle sostanzialmente il nulla. Un paio di attacchi di Pogacar su una salita per lui breve e la difesa d’ufficio di Vingegaard, con il finale allo sprint già visto anche negli ultimi giorni. Gli altri sbriciolati o quasi, a dimostrare che il Tour è una partita a due. Ci saranno occasioni migliori, forse già domani verso Carcassonne o più probabilmente nei tre giorni sui Pirenei.

Se anche non riuscirà a riprendersi la maglia gialla in salita, l’obiettivo per Pogacar potrebbe essere arrivare alla crono con meno di un minuto di ritardo, per ripetere se possibile il miracolo del 2020. Quando vestiva la maglia bianca. E aveva davanti di 57 secondi un corridore della Jumbo Visma ugualmente vestito di giallo.

Il Team BikeExchange vestirà italiano… con Alé

09.11.2021
3 min
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Alé non arresta la propria marcia nel mondo del ciclismo professionistico WorldTour. Anzi, rilancia e rafforza la presenza del brand andando a fornire tecnicamente, per la prossima stagione 2022, il Team BikeExchange. L’accordo, valido per le stagioni agonistiche 2022 e 2023, permetterà al marchio d’abbigliamento italiano di “vestire” la formazione australiana diretta da Brent Copeland. Una compagine che proprio quest’anno ha festeggiato i primi 10 anni di attività nel ciclismo mondiale.

GreenEDGE Cycling, la società che coordina l’operatività e l’attività del Team BikeExchange, non ha certo bisogno di molte presentazioni, rappresentando una squadra che ha al proprio attivo oltre 430 vittorie e in organico atleti del calibro di Michael Matthews e Simon Yates, nel team maschile, Amanda Spratt in quello femminile.

Alé collaborerà con il Team BikeExchange per le prossime due stagioni, la data di inizio sarà il primo gennaio
Alé collaborerà con il Team BikeExchange per le prossime due stagioni, la data di inizio sarà il primo gennaio

Per la squadra di proprietà di Gerry Ryan e guidata da Brent Copeland, Alé metterà a disposizione la propria esperienza nel settore del tessile e la validità del personale laboratorio di Ricerca & Sviluppo che negli anni ha assistito i capi di alcuni tra i più grandi campioni del pedale. Tutti i capi sono realizzati sfruttando le linee Alé PR.R e PR.S. Dove tessuti fit e tagli sono stati specificamente studiati per supportare i professionisti nel raggiungimento della massima performance.

Visibilità e performance

«Con estremo piacere – ha commentato Alessia Piccolo, Amministratore Delegato di APG, l’azienda a cui Alé fa capo – annunciamo questa importantissima partnership con il Team BikeExchange. Vestiremo la squadra con il nostro design inconfondibile, mettendo a loro disposizione il meglio dell’ingegneria tessile nel campo dell’abbigliamento ciclistico. Il nostro Ufficio Stile è già al lavoro anche per la parte grafica, che sarà come sempre d’impatto. In attesa di scoprire la maglia e la nuova formazione 2022, auguro a tutta la squadra un’ottimale preparazione invernale in vista della prossima stagione. Non vedo davvero l’ora d’iniziare a collaborare e vincere assieme».

Fra le partnership di Alé nel ciclismo che conta, c’è anche quella con la Uec per i campionati europei
Fra le partnership di Alé nel ciclismo che conta, c’è anche quella con la Uec per i campionati europei

«Pensiamo al 2022 con grande entusiasmo – ha commentato Brent Copeland, il General Manager del team BikeEchange – e questa nuova partnership ci fa già partire molto bene. Alé rappresenta un brand che sta investendo molto nel nostro sport, sia a livello marketing quanto nella continua ricerca e sviluppo di prodotti di altissima qualità. Questi due aspetti sono molto importanti perché ci possono ben supportare nella nostra crescita: come visibilità a livello internazionale e per la performance dei nostri atleti. Siamo solo all’inizio, ma ci aspettiamo di continuare a crescere insieme per molto, molto tempo ancora».

Alé

Demare 2011

Iridati Under 23: l’anticamera per grandi carriere

29.10.2021
5 min
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Qualche giorno fa abbiamo analizzato la storia dei mondiali nella categoria juniores per capire quanti, emersi in giovane età nella prova iridata, poi hanno avuto un lungo e soprattutto fruttuoso seguito fra i pro’. Il principio viene ora applicato alla categoria under 23, dove le differenze sono notevoli: parliamo infatti di corridori che spesso hanno già quantomeno “assaggiato” la vita da professionisti, disputato gare contro i campioni dell’epoca, un fattore che col passare degli anni è diventato pressoché abituale.

Non era così agli inizi: il primo mondiale U23 si disputò a Lugano nel 1996 e subito emerse il dominio azzurro, con addirittura una tripletta su podio firmata Giuliano Figueras, Roberto Sgambelluri e Luca Sironi. Tutti e tre hanno poi avuto una carriera professionistica, con il secondo vincitore anche di una tappa al Giro d’Italia nel ’97 e finito nella top 10 di classifica due anni dopo per poi dedicarsi alle Granfondo. E’ chiaro però che le speranze maggiori erano riposte sul primo, Figueras. La sua carriera durata una decina d’anni è stata contraddistinta da 14 vittorie ma senza quegli acuti tanto attesi.

Basso 1998
Basso fra Nocentini e Di Luca: di podi ne conosceranno molti altri, soprattutto i due a destra
Basso 1998
Ivan Basso e Danilo Di Luca: per loro tante vittorie tra i pro’, tra cui il Giro d’Italia

Anche qui è l’Italia a comandare

Due anni dopo, a Valkenburg, arrivò la clamorosa replica azzurra, ancora tre sul podio, ma questa volta quella tripletta portò davvero fortuna. Il titolo mondiale premiò Ivan Basso, davanti a Rinaldo Nocentini e Danilo Di Luca. I più attenti ricorderanno come proprio Basso e Nocentini finirono nello stesso ordine tre anni prima fra gli junior, battuti però da Valentino China. Tutti e tre hanno vissuto una fortunata carriera professionistica, con Basso e Di Luca entrambi capaci di ergersi fino alla conquista del Giro d’Italia.

In totale le vittorie italiane sono 6 per 16 medaglie in tutto e anche qui il medagliere è comandato dal tricolore. Oltre ai già menzionati, il titolo ha premiato Leonardo Giordani nel 1999, Francesco Chicchi nel 2002, Samuele Battistella e Filippo Baroncini nelle ultime due edizioni. Se per questi ultimi due è chiaramente ancora presto per fare bilanci (ma le premesse sono più che solide), per il laziale Giordani va detto che la sua carriera, seppur senza grandi acuti, è durata 13 anni mentre Chicchi ha corso dal 2003 al 2016 rimanendo poi nell’ambiente.

Matthews 2010
Michael Matthews profeta in patria, ma anche il 2° non scherzava: John Degenkolb
Matthews 2010
Michael Matthews profeta in patria, ma anche il 2° non scherzava: John Degenkolb

Mohoric e quella tripletta mancata

Nessuno è mai riuscito a bissare il titolo, eppure parliamo di una categoria nella quale si milita per tre anni. Uno solo invece è stato capace di conquistare la maglia iridata sia da junior che da Under 23: si tratta dello sloveno Matej Mohoric, primo nel 1992 nella categoria più piccola e subito in grado di fare il bis tra i più grandi l’anno successivo. A Leuven Mohoric avrebbe tanto voluto conquistare anche la maglia professionistica, la squadra slovena aveva corso per lui, ma le speranze sono naufragate in una giornata storta.

Scorrendo l’albo d’oro degli Under 23 (ricordiamo che per le donne se ne parlerà, forse, il prossimo anno e questa è un’assenza che nello sviluppo del ciclismo femminile pesa notevolmente) è evidente come la presenza di corridori capaci poi di valide imprese fra gli Elite sia maggiore rispetto agli junior. E’ proprio quell’abitudine a gareggiare contro i grandi a fare la differenza. La tendenza a cercare il grande talento in età sempre più giovanile sta però pesando sullo sviluppo di questa categoria.

Mohoric 2013
Matej Mohoric festeggiato dall’entourage sloveno: secondo titolo in 12 mesi per lui
Mohoric 2013
Matej Mohoric festeggiato dall’entourage sloveno: secondo titolo in 12 mesi per lui

Dal 2010 una sequela di campioni

I maggiori talenti sono emersi soprattutto nell’ultimo decennio, a cominciare dal trionfo casalingo di Michael Matthews, diventato poi uno splendido interprete delle classiche. L’anno dopo arrivò la volata vincente di Arnaud Démare (nella foto di apertura) rimasto poi un riferimento degli sprint, nel 2012 invece emerse il kazako Alexey Lutsenko, ancora oggi una delle punte dell’Astana dimostratosi molto valido anche sulla Gravel. Nel 2017 a Bergen arrivò la vittoria del francese Benoit Cosnefroy, rivelatosi protagonista anche in tempi di Covid tanto da finire secondo alla Freccia 2020 e conquistare il bronzo agli Europei di Trento.

In quella Freccia, Cosnefroy finì alle spalle di Marc Hirschi, il suo successore in maglia iridata. L’elvetico in quella stagione è stato uno dei maggiori interpreti delle classiche, ma il suo 2021 è stato in paragone molto deludente. E’ chiaro però che c’è tutto il tempo di rifarsi.

Hirschi 2018
Marc Hirschi dominatore nel 2018: riuscirà a tornare il campione di allora?
Hirschi 2018
Marc Hirschi dominatore nel 2018: riuscirà a tornare il campione di allora?

Samuele e Filippo: ora tocca a voi

Per Battistella e ancor più per Baroncini bisogna ora solamente attendere. Il primo intanto, capace di chiudere la stagione con il trionfo alla Veneto Classic, sembra seguire la strada giusta. Proprio l’analisi del mondiale dimostra comunque come la categoria under 23 abbia una precisa ragion d’essere. I team e soprattutto i procuratori dovrebbero tenerne conto per non disperdere talenti sull’altare di un’eccessiva fretta nel richiedere risultati e, di conseguenza, consumare corridori.

Il sogno di Matthews si conquista sul Poggio

13.10.2021
5 min
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Believe. Ci crede Michael Matthews, è convinto di poter lasciare ancora un segno importante sulla strada coi suoi colpi di pedale e se l’è tatuato sul collo per ricordarselo ogni volta che si guarda allo specchio.

Crede con tutto il cuore di poter portare a casa una Monumento, come la Milano-Sanremo che nell’estate del 2020 lo vide chiudere al terzo posto, salendo sul podio con la mano destra ancora sanguinante. Nel 2022 sarà ancora quello l’obiettivo, oltre alla suggestione del mondiale casalingo di Wollongong, ancora tutto da scoprire. Abbiamo incontrato il trentunenne di Canberra a Rivoli, poco dopo che aveva ultimato le visite mediche canoniche all’Istituto delle Riabilitazioni del Gruppo CIDIMU di Torino, clinica ufficiale del Team Bike Exchange.

Michael che cosa pensi della stagione appena conclusa?

Direi che provo un mix di sentimenti. Penso che la squadra sia stata fantastica, ma qualcosa non ha funzionato. Ora l’abbiamo ristrutturata, sono arrivati nuovi corridori, nuovi membri dello staff. E’ successo questo, quello che abbiamo imparato da quest’anno lo metteremo nel prossimo in cui puntiamo a essere di nuovo là davanti. 

Sei un corridore molto generoso, a volte forse fin troppo nei primi chilometri e poi ti mancano le energie per le fasi finali della corsa. Che cosa cambierai per l’anno prossimo e hai già fissato gli obiettivi per la stagione ventura?

I miei obiettivi personali non cambiano più di tanto. Quest’anno è stato forse un po’ più stressante per tutta la nostra squadra, magari perché non abbiamo raggiunto i traguardi che ci eravamo prefissati. Le cose hanno continuato a non girare e non siamo riusciti a rompere quel circolo vizioso, sfortunatamente. Durante la pausa al termine di questa stagione e nei primi mesi della preparazione in vista della prossima, tutto sembra promettere bene. Sono arrivati un paio di nuovi sponsor, che possono essere davvero d’aiuto. E non vedo l’ora cominci la nuova stagione. 

Il sogno resta la Sanremo: pensi che anche nel 2022 si deciderà sul Poggio?

Il Poggio sta diventando davvero il punto chiave della corsa, per sferrare l’attacco decisivo. Sta cambiando il modo di correre la Sanremo in gruppo e così anche i corridori che si presentano al via: non ci sono più solamente velocisti che cercano di portare la corsa allo sprint. Penso di dover cambiare anch’io e adattarmi a questo stile di corsa dei giorni attuali, molto più all’attacco. Mi concentrerò su questo nella pausa stagionale.

La sua ultima vittoria risale a Plouay nel 2020, in maglia Sunweb
La sua ultima vittoria risale a Plouay nel 2020, in maglia Sunweb
Hai parlato del ciclismo che sta cambiando, che ne pensi di questa nuova generazione che sta spingendo: Pogacar, Evenepoel, Van der Poel? Sta cambiando qualcosa in gruppo?

Sì, credo che il gruppo stia sicuramente cambiando. I nomi che hai citato sono ragazzi davvero molto giovani, che stanno portando tra i professionisti il modo di correre degli under 23 o persino degli under 19 in certi casi speciali. Penso che sia grandioso, negli anni mi sono adattato ad aspettare per tutta la corsa e poi chiudere a tutta: ho dovuto farlo perché quello era lo stile. Ora si sta tornando allo stile che adoro. Devo soltanto riabituarmi a correre in quel modo, ma credo che sarà qualcosa di semplice per me perché amo correre così. Purtroppo, mi sta richiedendo del tempo in più, ma mi auguro di ritornare a quel livello d’attacco l’anno prossimo. Così potrò divertirmi e giocarmela con questi ragazzi. 

I mondiali in casa dell’anno venturo sono una bella suggestione: che ne pensi?

Non abbiamo ancora visto il percorso. Se sarà pianeggiante, abbiamo Caleb (Ewan, ndr) che è molto veloce al momento, ma credo che a Wollongong il tracciato sarà abbastanza ondulato, quindi avremo più opzioni e questo è ottimo per la squadra. Abbiamo tanti corridori che possano dire la loro in un percorso ondulato e nervoso: credo che sarà una corsa così. L’ultima volta che ho fatto i mondiali in Australia me la sono cavata bene (nel 2010 a Geelong divenne iridato degli U23, ndr) per cui sarebbe davvero una favola.

Michael, abbiamo visto che hai un nuovo tatuaggio. C’è scritto “Believe”, giusto? Credere nel vincere una Monumento o un mondiale?

Sin dai primi anni di professionismo mi sono fatto tanti tatuaggi. Sono un po’ nascosti, ma tutti significano molto per me. In queste ultime stagioni a volte mi è mancato un po’ “crederci”. Penso che ora, ogni volta che mi guardo allo specchio, posso continuare a credere nella mia passione, nei miei risultati e nella mia vita per raggiungere quello che è possibile. Attraversi periodi più difficili e altri migliori nel corso della vita, ma alla fine devi continuare a crederci, per essere sicuro di raggiungere quelle cose che desideri con tutto te stesso. Ho dedicato gran parte della mia vita al ciclismo e, in cambio, voglio continuare a prendermi tutto quello che posso per me.