Perché le aero bike hanno molto in comune tra loro? L'aerodinamica serve davvero?

Perché le aero bike hanno molto in comune tra loro?

09.03.2026
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BENICASSIM (Spagna) – Le aero bike sono le più ambite a tutti i livelli e l’aerodinamica si pone ormai da anni come il gamechanger primario per la ricerca tecnica e tecnologica. Se è vero che la più grande variabile resta il corridore, è altrettanto vero che la strenua ricerca dei miglioramenti aerodinamici nell’ambito del ciclismo ha contribuito in modo esponenziale a cambiare le biciclette.

La stessa ricerca aerodinamica è complice in una sorta di standardizzazione del design che, sembra far sì che le aero bike hanno tante parti in comune? Abbiamo chiesto ad Arne Burkhardt, capo ingnere in Merida e responsabile dello sviluppo della nuova Reacto di Merida.

Perché le aero bike hanno molto in comune tra loro? L'aerodinamica serve davvero?
Uno dei corridori più moderni in fatto di approccio tecnico è Matej Mohoric
Perché le aero bike hanno molto in comune tra loro? L'aerodinamica serve davvero?
Uno dei corridori più moderni in fatto di approccio tecnico è Matej Mohoric
Cosa significa l’aerodinamica di oggi nell’ambito del ciclismo?

Aerodinamica, non è solo un sostantivo e non è un fattore rappresentato da un solo numero. L’aerodinamica è ricerca, è scienza ed è una chiave di volta quando la tecnologia raggiunge l’apice, la punta di un iceberg che abbraccia tanti fattori.

Rispetto al passato è cambiata?

Tantissimo, complici nuove tecnologie a disposizione e nuovi sviluppi. Una volta, 10 anni fa, ci si concentrava esclusivamente sulla velocità. Le aero bike diventavano veloci e non in rari casi, anche instabili ad esempio con vento laterale spinto. Oggi la velocità resta l’obiettivo principale, ma rispetto ad un’epoca precedente si considera anche l’esposizione laterale del binomio bicicletta/atleta ed il miglioramento del drag, cioè la forza opposta all’aria.

Perché le aero bike hanno molto in comune tra loro? L'aerodinamica serve davvero?
Le gallerie del vento giocano un ruolo fondamentale
Perché le aero bike hanno molto in comune tra loro? L'aerodinamica serve davvero?
Le gallerie del vento giocano un ruolo fondamentale
Di quali parametri si tiene conto?

C’è il comfort funzionale alla performance e la possibilità di analizzare il risparmio di watt a parità di andatura. Inoltre siamo riusciti a portare lo sviluppo virtuale ad un livello del tutto comparabile alla vita reale. Ovvero, quando il mezzo meccanico è su strada con il suo atleta.

Significa che oggi l’aerodinamica influisce anche sulla stabilità della bicicletta?

Esattamente. La stabilità della bicicletta è un fattore dominante, perché se una bici è efficiente nei numeri, ma è instabile, allora gli stessi benefici sono vanificati. Ad esempio in discesa e nei tratti più tecnici dove è fondamentale guidare. Le bici di aero di oggi sono delle overall a tutti gli effetti. E’ dimostrato anche dai pro’ che usano le aero bike in salita.

Perché le aero bike hanno molto in comune tra loro? L'aerodinamica serve davvero?
I moduli di sviluppo virtuali sono in continua evoluzione
Perché le aero bike hanno molto in comune tra loro? L'aerodinamica serve davvero?
I moduli di sviluppo virtuali sono in continua evoluzione
Comfort funzionale, un altro aggettivo talvolta ridondante. Cosa significa?

Partendo dal presupposto che per una aero bike il comfort non è mai il focus principale, è necessario considerare che il corridore per spingere forte ed a lungo deve essere a suo agio. L’aerodinamica della bicicletta crea una base forte e poi ci sono il layup del carbonio e le geometrie. All’unisono.

Semplificando. La biomeccanica moderna che vuole i corridori con la schiena in linea con il terreno?

E’ un modo davvero semplice per riassumere, ma è così.

Perché le aziende investono così tanto nell’aerodinamica?

L’aerodinamica è una sfida continua ed è una grande opportunità che permette di migliorare le prestazioni della bicicletta. E’ il primo fattore che rende possibile la ricerca di nuove soluzioni di design che a loro volto influiscono su forme e processi di produzione. E poi c’è l’ambito professionistico e se vuoi restare al top del ciclismo gli investimenti in questa direzione sono obbligati.

Talvolta però le aero bike sembrano molto simili tra loro. Perché?

Sono due i fattori principali da considerare. Il primo sono le regole e le quote numeriche imposte dall’UCI. Il secondo è legato alle tecnologie che evolvono, ma sono disponibili per tutti o per lo meno a chi se le può permettere. Quando il delta della ricerca si restringe, è facile commentare scelte che sembrano simili. Però, sono i dettagli a fare la differenza e spesso le diversità sono davvero grandi.

Esistono ancora margini di miglioramenti?

I margini di miglioramento ci sono, ma è sempre più difficile trovarli. Molto dipende anche dalla tecnologia disponibile che permette di fare ricerca. Di sicuro la ricerca e le tecnologie dedicate alle aero bike evolveranno ancora ed in futuro avremo delle bici ancora più efficienti e leggere.

Una nuova Merida Reacto. Ecco la generazione numero 5

Una nuova Merida Reacto. Ecco la generazione numero 5

06.03.2026
8 min
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BENICASSIM (Spagna) – Merida Reacto è una delle aero bike più longeve in termini di progetto. La prima versione risale al 2011 e oggi il brand taiwanese lancia la quinta generazione. C’è un rinnovamento importante, ma non siamo testimoni di uno stravolgimento della piattaforma Reacto.

C’è una cura dimagrante importante, non esponenziale. Di sicuro viene migliorato l’aspetto del comfort funzionale e della stessa efficienza aerodinamica in diversi contesti. Significa una bici più versatile (sicuramente più facile da sfruttare a pieno). Resta il DNA di una bicicletta che nasce ed è stata sviluppata per un ambiente agonistico professionale. Vediamola nel dettaglio.

Una nuova Merida Reacto. Ecco la generazione numero 5
Nuova Merida Reacto V, la più allround della famiglia (foto Merida)
Una nuova Merida Reacto. Ecco la generazione numero 5
Nuova Merida Reacto V, la più allround della famiglia (foto Merida)

Nuova Reacto, 4 anni di sviluppo

«In virtù del successo (anche in termini di tecnica ed efficienza) riscosso dalla generazione numero 4, Merida si è presa un lasso di tempo abbondante per ufficializzare Reacto numero 5». E’ la prima considerazione di Arne Burkhardt, capo ingegnere Merida, che ha aggiunto: «La nuova Reacto è sicuramente frutto di una ricerca strenua del minimo dettaglio, sicuramente estremizzata nel design, ma anche migliore rispetto alla precedente versione.

«I miglioramenti sono importanti – prosegue Burkhardt – e vanno ben oltre i numeri rilevati nella galleria del vento GST di Immenstadt. Volevamo alleggerire la bici, senza perdere efficienza aerodinamica controllando al massimo l’effetto drag, adottando al tempo stesso un livello di rigidità ottimale per la categoria alla quale Reacto Appartiene. Abbiamo reso la nuova Reacto più veloce e anche più guidabile, l’abbiamo resa anche più sfruttabile in salita, pur considerando che la bici da salita della gamma Merida resta la Scultura».

Una nuova Merida Reacto. Ecco la generazione numero 5
Arne Burkhardt, capo ingegnere Merida
Una nuova Merida Reacto. Ecco la generazione numero 5
Arne Burkhardt, capo ingegnere Merida

Wind tunnel, un tassello fondamentale

«Talvolta mi chiedono – prosegue Burkhardt – se siano necessari tutta questa ricerca ed investimenti importanti legati all’aerodinamica. E’ necessario quando la volontà è rimanere a livelli tecnici altissimi, quando si vuole innovare e fornire biciclette competitive nel World Tour. L’aerodinamica come la vediamo oggi è una scienza che, passo dopo passo, ha permesso di avere bici con design avveniristici, ma anche velocissime e dove una tipologia di comfort, rispetto alle prime bici aero è diventato funzionale alla performance massima. Penso – conclude Burkhardt – alle biciclette aero usate sul pavé. Merida Reacto è una di quelle».

Non è una rivisitazione

Le tecnologie attuali che contribuiscono allo studio approfondito e sviluppo dell’aerodinamica, prosegue Burkhardt, sono costosissime, al tempo stesso disponibili un po’ a tutti, per lo meno a chi se le può permettere.

«Ci sono le regole UCI da rispettare – conclude Burkhardt – e capisco che talvolta al primo impatto visivo le sezioni di alcune biciclette sembrino comuni. Sono i dettagli a fare la differenza, in molti casi la differenza è enorme. Merida Reacto numero 5 è tutt’altro che una rivisitazione. E’ simile perché è una bici aero, ma tutta diversa grazie all’insieme di dettagli».

I punti chiave da considerare

Rispetto alla generazione precedente, la nuova Merida Reacto risparmia di 108 grammi per il frame-kit a parità di taglia. La nuova Reacto è ottimizzata per il passaggio delle gomme da 32 millimetri di sezione e c’è spazio utile per sezioni fino a 35 (configurazione provata sul pavé). I due moduli di carbonio, CF3 ed il più pregiato CF5 (stesso design e medesime prestazioni aerodinamiche) sono stati sviluppati e testati per andare ben oltre i 120 chilogrammi di peso dell’atleta. Da non fare passare in secondo piano la sovrapposizione delle quote geometriche con la Scultura, soluzione voluta per permettere il semplice passaggio da un modello all’altro (un fattore apprezzabile e molto utile per chi dispone di entrambe le bici: solitamente un atleta professionista).

Non viene adottato il forcellino posteriore UDH, ma è stato mutuato lo stesso braccetto di Scultura. Il supporto del deragliatore anteriore può essere rimosso facilmente e può essere montato un sistema trasmissione 1X. In quest’ultimo caso la massima dentatura è 62, in caso di doppio plateau è 56 per la corona esterna. Sono 7 le taglie disponibili, dalla XXS, fino alla XL.

Nuovo seat-post e nuovo cockpit alare

Sono molto più che dettagli e componenti secondari. Il reggisella S-Flex full carbon ha un profilo tutto nuovo (zero off-set), molto più sottile e magro se osservato frontalmente/posteriormente. Non integra l’alloggio della batteria Di2, che è posizionata tra la scatola centrale ed il piantone. La svasatura superiore contribuisce ad un effetto dissipante molto importante che non si riflette nella zona del nodo sella.

Arriva il manubrio integrato CW 1P (Seagull Wing design), tutto in carbonio, disegnato da Merida e prodotto da Vision. «E’ stato uno dei componenti, insieme a tutta la sezione frontale – dice Burkhardt – che ci ha fatto perdere qualche ora di sonno».

Durante la fase di lancio iniziale, in Italia non è prevista la commercializzazione, vedremo in futuro. Ha un valore alla bilancia (dichiarato) di 320 grammi ed un flare esponenziale. Ad esempio, la taglia small da noi usata nel corso della presentazione ufficiale aveva una larghezza superiore di 24 centimetri (centro/centro shifter) ed una larghezza inferiore di 38. Le misure del cockpit CW 1P sono progressive in base alla taglia della bicicletta.

Le versioni Reacto disponibili in Italia

Per questi primi mesi del 2026 gli allestimenti della Merida Reacto generazione 5 disponibili saranno sei. Team e 9000, 8000 e 6000, 5000 e 4000. Per ora non arriveranno i montaggi One, quello con monocorona anteriore e sistema Classified, 10K ovvero il montaggio che si basa sulla trasmissione Sram Red AXS ed il Pro. Andiamo per ordine.

Nuova Merida Reacto Team, porta in dote il pacchetto Shimano Dura Ace (power meter incluso) e le ruote Vision Metron 60 RS (quelle con i raggi in carbonio). Vision è anche il manubrio integrato, nell’ultima versione 5D ACR. Il prezzo di listino si attesta a 9.999 euro. Il frame-kit adotta il carbonio CF5 e sono due le colorazioni disponibili. La bici così descritta, nella taglia media ha un peso dichiarato di poco superiore ai 7 chilogrammi.

Passando alla Reacto 9000, il soggetto è sempre il frame-kit con carbonio CF5, Vision Metron il cockpit, ma la trasmissione è Shimano Ultegra Di2 (power meter 4iiii one side incluso). Le ruote sono le Reynolds BL 60 Espert. Interessante il prezzo di listino che si attesta a 6.799 euro. Il valore dichiarato alla bilancia sale indicativamente a 6,8 chilogrammi nella misura media.

Si passa ai moduli di telaio con carbonio CF3. Merida Reacto 8000 monta la trasmissione Shimano Ultegra Di2, il cockpit Vision Metron 5D ACR e le ruote Reynolds AR60. Il prezzo di listino è di 5.299 euro. I montaggi 6000 e 5000 prevedono alla base lo Shimano 105 Di2 ed il cockpit full carbon integrato firmato Merida. Il primo con le ruote Vision SC 60, il secondo con le Vision Team 35 in alluminio. I prezzi di listino sono rispettivamente di 4.399 e 3.199 euro.

Si chiude con la Merida Reacto 4000 con alla base lo Shimano 105 meccanico e le ruote Shimano 105 in alluminio, confermando la compatibilità con le trasmissioni meccaniche. Il prezzo di listino è di 2.499 euro.

Merida

Merida Mission, una freccia disegnata per il gravel race

Merida Mission, una freccia disegnata per il gravel race

18.12.2025
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Merida ha presentato la sua bici gravel da gara: la Mission. Pur considerando alcuni moderni canoni di sviluppo, fondamentali per il gravel racing di oggi – ad esempio l’aerodinamica ed il passaggio gomme abbondante – la nuova Mission non snatura per nulla il design tipico delle bici Merida.

Sloping leggero, non eccessivamente marcato. Tubazione dello sterzo con disegno oversize nella sezione superiore ed un reggisella rotondo con diametro da 27,2 millimetri, sempre comodo e funzionale. Vediamo la nuova bici nel dettaglio.

Merida Mission, una freccia disegnata per il gravel race
Forme minimali e quasi essenziali
Merida Mission, una freccia disegnata per il gravel race
Forme minimali e quasi essenziali

A metà tra la Silex e la Scultura Endurance

Al primo impatto visivo una sorta di accostamento è lampante, così come il DNA Merida. La Mission si posiziona a metà strada tra la Scultura Endurance e la gravel Silex (con la Silex, Mohoric ha vinto il mondiale gravel di Pieve di Soligo nel 2023). Entrando nelle specifiche tecniche della nuova Mission, questa adotta un telaio completamente in carbonio CF4 II, con passaggi pneumatici garantiti fino a 40 millimetri di larghezza. E’ stato inserito e perfettamente integrato il G.U.T (acronimo di Gear Useful Things), un vano porta oggetti posizionato nel profilato obliquo, che collima con le due asole superiori all’orizzontale, specifiche per una piccola bag.

La zona dello sterzo è stata disegnata in modo da configurarsi al meglio con il manubrio integrato Merida SL GR1P, il medesimo che si trova anche sulla gamma di bici road performance. La versione del cockpit GR però, adotta una svasatura più accentuata.

Geometrie aggressive

Non è solo questione di quote geometriche, perché i numeri devono collimare con una ricerca aerodinamica funzionale. Lo stack è ridotto rispetto alla Silex ed anche rispetto alla Scultura Endurance: significa avere a disposizione una bici che porta ad avere una posizione aggressiva e ribassata in avanti. Il reach, ovvero la linea orizzontale è piuttosto equilibrata, taglia dopo taglia, comunque configurando una bici compatta.

Traducendo, si è puntato ad avere, proprio attraverso le geometrie, una bici agile e guidabile. Qui si aggiunge anche una scatola del movimento centrale ribassata, ma con un fodero catena dritto (senza gomito). Il carro posteriore è corto, con i suoi 419 millimetri, un valore parecchio contenuto se contestualizzato al mondo gravel.

Tre allestimenti e prezzi accattivanti

Gli allestimenti Merida Mission presenti in catalogo sono tre: 9000, 7000 e 4000, rispettivamente a 5.790, 4.990 e 2.290 euro di listino. La Mission 9000 è una bici gravel race anche per quanto concerne la componentistica, con le ruote Zipp 303s XPLR e la trasmissione Sram Force XPLR 1×13 con power meter Quarq. La versione 7000 porta in dote il pacchetto Shimano GRX Di2 2×12 (per gli amanti della doppia corona) e le ruote Reynolds ATR. Infine la Mission 4000, con il GRX 2×10 meccanico e sempre Shimano per le ruote con cerchi in alluminio. Le taglie disponibili sono quattro in totale, xs e small, media e large.

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Merida

Merida sperimenta la tecnica dell’hydro dripping sulla Scultura 9000

25.09.2025
3 min
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Il confine tra ingegneria ciclistica e arte si assottiglia sempre più. La dimostrazione arriva direttamente dall’Italia, dove Merida ha presentato la Scultura 9000 Special Edition, una bici da corsa che è molto più di un semplice mezzo per macinare chilometri. Si tratta di una vera e propria opera d’arte in… movimento, un pezzo unico e irripetibile destinato a chi cerca non solo prestazioni eccellenti, ma anche una forte identità estetica.

Lanciata in occasione dell’ultimo Italian Bike Festival a Misano Adriatico, questa bici è un omaggio all’artigianato e alla creatività. La sua unicità risiede nella tecnica di verniciatura, un processo di “hydro dripping” che rende ogni telaio una tela astratta. Colori liquidi, sfumature imprevedibili e gocciolamenti che ricordano le tele di Pollock trasformano la fibra di carbonio in un’opera d’arte moderna. Non ci sono due telai uguali: ogni pezzo è una creazione esclusiva.

Merida Scultura 9000 Special Edition
Il telaio della Merida Scultura 9000 Special Edition è verniciato con la tecnica dell’hydro dripping
Merida Scultura 9000 Special Edition
Il telaio della Merida Scultura 9000 Special Edition è verniciato con la tecnica dell’hydro dripping

100% verniciate in Italia

Dietro l’effetto visivo mozzafiato c’è un lavoro artigianale meticoloso, realizzato in un laboratorio specializzato in Italia. Il processo è affascinante: pigmenti acrilici attentamente selezionati vengono depositati su una vasca d’acqua. Qui si mescolano liberamente, creando trame astratte in continua evoluzione. Il telaio viene poi immerso con cura, permettendo ai colori di aderire in modo unico e imprevedibile. Una volta estratto e asciugato, il capolavoro viene sigillato con una vernice trasparente, garantendo durabilità e protezione. Questo processo non compromette in alcun modo le caratteristiche aerodinamiche o le performance del telaio.

La Merida Scultura 9000 Special Edition è un progetto pensato in esclusiva da Merida Italy per il mercato italiano, un’ulteriore dimostrazione dell’attenzione che il brand dedica al suo affezionato pubblico. Gli acquirenti hanno dunque l’opportunità di personalizzare la propria bici, scegliendo la combinazione cromatica che più li rappresenta, e trasformando il proprio telaio in una vera e propria espressione di sé.

Merida, tecnici, laboratorio, studio, progetto
I tecnici Merida hanno lavorato a fondo per realizzare una delle bici da strada più apprezzate del brand: la Scultura 9000
Merida, tecnici, laboratorio, studio, progetto
I tecnici Merida hanno lavorato a fondo per realizzare una delle bici da strada più apprezzate del brand: la Scultura 9000

Performance e design si fondono

Alla base di questa edizione speciale c’è la consolidata piattaforma della Scultura 9000, una delle bici da strada più apprezzate di Merida. Il telaio in carbonio CF5 rappresenta il vertice dell’ingegneria del brand, offrendo un equilibrio perfetto tra rigidità, leggerezza e comfort. Le geometrie sono state ottimizzate per garantire massima aerodinamica e controllo in ogni condizione. Nonostante l’aggiunta di una dimensione artistica, la bici mantiene intatto il suo DNA da pura fuoriserie, con soluzioni tecniche di altissimo livello.

L’idea che sta dietro a questa iniziativa è semplice ma rivoluzionaria: il telaio non è solo una struttura tecnica, ma anche un elemento distintivo e personale. Con la Scultura 9000 Special Edition, Merida invita i ciclisti a spingersi oltre il concetto di performance, abbracciando una visione in cui la bici è sia un’estensione del proprio corpo che un’espressione della propria personalità.

Questo lancio celebra anche la storia e i valori di Merida, un’azienda fondata nel 1972 da Ike Tseng a Taiwan. Il nome, che in cinese significa “fare solo prodotti di alta qualità per consentire a chiunque di raggiungere i propri traguardi”, riassume perfettamente la filosofia del brand. Con un centro di ricerca e sviluppo in Germania, e una produzione all’avanguardia a Taiwan, Merida conferma come l’innovazione possa andare di pari passo con l’arte.

Merida

Bici nuove, caschi e body senza cerniera: anche questo è il Tour

14.07.2025
7 min
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Il Tour de France è la vetrina principale, non solo per i corridori, ma per tutto quello che ruota intorno al ciclismo. Bici sotto embargo (non ancora ufficializzate), caschi nuovi, i body senza cerniera frontale e molto altro. Come ogni anno torna pertanto l’approfondimento legato alle curiosità viste durante la prima settimana della Grand Boucle.

Una nuova Merida in gruppo

Un misto tra forme assottigliate, filanti, con linee decise che naturalmente (come vuole lo sviluppo attuale) si intrecciano con l’aerodinamica. Non abbiamo notizie precise e dettagliate in merito, ma di sicuro quella utilizzata dai corridori del Team Baharain-Victorious è una bici tutta nuova.

Sembra il blend perfetto tra le attuali Scultura (quella leggera) e la Reacto (quella aero). Anche Merida si avvia verso una piattaforma unica?

Guarnitura Elilee super light per Buitrago
Guarnitura Elilee super light per Buitrago

Guarnitura diversa per Buitrago

E’ una guarnitura con power meter SRM ed firmata Elilee, montata sulla nuova Merida di Buitrago. Di cosa si tratta? Di una delle guarniture più leggere in commercio, ha le pedivelle in carbonio e nella configurazione usata da Buitrago (senza corone Shimano) ferma l’ago della bilancia intorno ai 500 grammi (dichiarati): poco più, poco meno.

Non le solite ruote Shimano

Quelle sbirciate nel corso delle prime frazioni non sono le “tradizionali” Dura Ace. Hanno un mozzo diverso e una raggiatura che si discosta (non poco) dalle ruote Shimano viste fino a poco tempo addietro. Mozzo più magro ed asciutto, raggiatura radiale dal lato opposto al disco e potremmo giurare sui raggi in carbonio. E’ l’antipasto per un futuro nuovo gruppo Dura Ace?

Nuovo Abus da crono

In realtà lo abbiamo visto in anteprima al Giro Donne ed ha subito vinto grazie al primato di Marlen Reusser, per poi essere utilizzato nella frazione contro il tempo al Tour (mercoledì 9 Luglio). Coda allungata e calottata nella sezione inferiore, visiera ampia e arrotondata, forma ampia che tende a coprire in modo importante le spalle dell’atleta.

Un nuovo Giro per la Visma-Lease a Bike?

Potremmo dire che, Campenaerts a parte, tutti gli atleti della corazzata olandese indossano un casco del tutto nuovo. Ricorda il Giro Eclipse Spherical e nessuno vieta di pensare che sia proprio un aggiornamento del casco tra i più utilizzati fino a prima del Tour de France.

Il body con la cerniera dietro

E’ uno dei plus che Hushovd (General Manager del Team Uno-X Mobility) ci aveva spoilerato durante i giorni del Fiandre, in ottica Tour de France e che ci aveva pregato di tenere nascosto. La squadra norvegese è di fatto il primo team ad usare in modo ufficiale un body senza cerniera frontale (è a ¾ ed è sulla schiena) durante le gare in linea.

Il fornitore dei capi tecnici è Fusion, marchio danese e poco presente nella parte latina dell’Europa, azienda che ha un importante know-how nel triathlon.

Una “areo” di Factor: è la nuova One?

Ovviamente non passa inosservata, soprattutto per le sue forme avveniristiche e anche per il fatto che non mostra nulla in termini di nomi, acronimi e riferimenti. Profili alari ovunque, con una forcella mastodontica e super tagliente.

Di sicuro ricorda la bici da pista Hanzo. Potrebbe essere la nuova One, modello storico di Factor? Così come la vediamo oggi rispetterà le “future regole dell’UCI”, sempre se verranno effettivamente applicate?

La nuova SLR vista sulle Factor presenti al Tour
La nuova SLR vista sulle Factor presenti al Tour

La nuova Selle Italia SLR

Abbiamo visto la rinnovata SLR, la prima volta, al Giro d’Italia e non ci era stato possibile fotografarla. Dopo il suo esordio ufficiale ad inizio Luglio, ecco la nuova generazione di una sella iconica. Sempre corta (Boost), spoilerata nella sezione posteriore e con un naso e una sezione centrale con una sorta di forma anatomica. A favore di una pedalata profonda e che permette di sfruttare tanto la parte frontale, quanto di spostarsi facilmente verso il retro.

Casco nuovo per Pogacar e compagni

La parte frontale ricorda a pieno il modello esistente del Trenta 3K Carbon, con piccole diversità nella zona perimetrale. Cambia completamente la sezione sopra le orecchie, maggiormente calottata e filante, di sicuro è stato oggetto di una rivisitazione aerodinamica per aumentarne l’efficienza.

Inaugurato a Reggio Emilia il primo Merida Store in Italia

05.06.2025
3 min
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Il mondo delle due ruote segna una tappa importante in Emilia-Romagna con l’inaugurazione del primo Merida Store ufficiale in Italia, avvenuta lo scorso martedì 20 maggio a Reggio Emilia. Non si tratta soltanto di un nuovo punto vendita, ma di un vero e proprio hub dedicato al ciclismo, pensato per accogliere, ispirare e connettere la community locale. A due passi dalla sede italiana del brand, lo store si propone come spazio espositivo, luogo di ritrovo e centro pulsante per eventi, incontri e pedalate di gruppo.

L’inaugurazione si è svolta in concomitanza con un evento ciclistico davvero prestigioso: il passaggio del Giro d’Italia a Castelnovo ne’ Monti, rendendo la settimana particolarmente simbolica per gli amanti delle due ruote. La serata ha richiamato decine di appassionati, atleti professionisti e ambassador del marchio, trasformando così l’evento in una vera e propria festa del ciclismo.

Ad accogliere il pubblico è stato Paolo Fornaciari, CEO di Merida Italy, che ha evidenziato quanto l’apertura di questo store rappresenti una scelta strategica in un territorio fortemente legato alla cultura ciclistica. A Fornaciari ha fatto eco Paolo Ferretti, sottolineando come, in un momento delicato per il mercato del ciclo, Merida scelga di investire e rilanciare con un messaggio positivo e concreto.

L’inaugurazione del Merida Store di Reggio Emilia è avvenuta il 20 maggio
L’inaugurazione del Merida Store di Reggio Emilia è avvenuta il 20 maggio

Testimonial d’eccezione e storie di ciclismo

L’evento ha visto la partecipazione di nomi di spicco del panorama ciclistico: Alessandro Vanotti, ex professionista su strada, ha condiviso emozionanti aneddoti sulle tappe del Giro; la pluricampionessa mondiale di XCE Gaia Tormena, testimonial Merida, ha raccontato la sua esperienza, esponendo anche la sua BIG.NINE personalizzata con l’iride, in bella vista all’ingresso. Presenti anche Alessia Mancini, triatleta fiorentina già campionessa europea, Bruno Zanchi, ex campione del mondo di downhill e oggi team principal del Team Fristads Comes Merida, il colombiano Diego Arias (Metallurgica Veneta MTB Pro Team), e l’altoatesina Eva Lechner, che ha recentemente concluso proprio pedalando una Merida una carriera straordinaria durata 25 anni (tutti gli atleti e gli ambassador sono insieme nella foto di apertura).

Il taglio del nastro e il brindisi finale hanno poi chiuso la serata in un’atmosfera di entusiasmo, condivisione e voglia di pedalare insieme.

Lo store è anche un luogo dove ammirare le novità del brand e tutte le bici realizzate: dalla strada alla mtb
Lo store è anche un luogo dove ammirare le novità del brand e tutte le bici realizzate: dalla strada alla mtb

Uno spazio moderno e funzionale

Il nuovo Merida Store di Reggio Emilia si estende su circa 300 metri quadrati e si caratterizza per un design pulito e moderno, con ampie vetrate che valorizzano ogni dettaglio dell’esposizione. L’allestimento è concepito per guidare il visitatore tra le varie discipline del ciclismo, evidenziando la versatilità della gamma Merida.

Sul lato sinistro, i riflettori sono puntati sull’universo delle e-bike “off-road”, con protagoniste come la eONE-SIXTY, seguite dalla gamma gravel Silex, anche in versione elettrica. Dalla parte opposta, dominano le mtb con le varie declinazioni della BIG.NINE, per poi arrivare all’eccellenza della strada, rappresentata dalle linee Scultura e Reacto. Non manca poi un’ampia sezione dedicata all’abbigliamento tecnico Santini, partner esclusivo del punto vendita.

A guidare i visitatori nella scelta del mezzo più adatto c’è Mattia Setti, store manager con una solida esperienza nel settore, sempre pronto a consigliare la bici giusta per ogni esigenza.

Il Merida Store non vuole essere solo uno spazio commerciale, ma un luogo di incontro per chi vive il ciclismo come stile di vita. Nei prossimi mesi sono in programma eventi, presentazioni, test bike e uscite di gruppo, pensati per alimentare la connessione tra i membri della community ciclistica di Reggio Emilia e non solo.

Merida

Merida Scultura vs Reacto, standard vs aero: sfida in famiglia

24.09.2024
7 min
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Scultura e Reacto a confronto. Le diversità delle due biciclette non riguardano solo le forme e l’allestimento, ma si riflettono nella resa tecnica. Sono entrambe dedicate ad un pubblico esigente e agonista. La Scultura è facile ed immediata, mentre la Reacto è una belva da tenere costantemente in tiro. Scopriamo le differenze tecniche che rendono unico questo confronto!

Abbiamo messo due Merida una contro l’altra. La Scultura con allestimento 9000, quindi una bici “tradizionale” che sfida la Reacto, ovvero una aero race senza mezzi termini. Entrambe adottano il telaio CF5 di quinta generazione, lo stesso modulo di carbonio usato dai professionisti.

Le diversità delle due biciclette non sono da limitare esclusivamente alle forme e all’allestimento, ma vanno estese in una resa tecnica che le mette su due piani diversi. Sono entrambe dedicate ad un pubblico esigente e agonista. La Scultura è una bici facile ed immediata, mentre la Reacto è una belva da gara da tenere costantemente in tiro. Entriamo nel dettaglio di questo confronto molto curioso.

Faccia a faccia, come due pugili al centro del ring: il confronto può iniziare
Faccia a faccia, come due pugili al centro del ring: il confronto può iniziare

La Scultura 9000 in test

Una taglia small con kit telaio CF5, con il reggisella Merida full carbon (diametro di ingresso nel piantone da 27,2 millimetri) e manubrio, anch’esso tutto in carbonio, Merida Team SL. La trasmissione è Sram Force 2×12 (50/37 e 10/36) con power meter Quarq. Le ruote Reynolds con profilo da 46 millimetri e le gomme Continental GP5000 TR da 28. La sella è Prologo Scratch con i rails in acciaio.

Il peso rilevato è di 7,6 chilogrammi (senza pedali) ed il prezzo di listino è di 8.290 euro. Molto bella a nostro parere la livrea cromatica di questa versione, una sorta di oro metallizzato tra lucido e opaco, con le finiture nere opache. Accattivante ed elegante al tempo stesso.

Reacto Team limited edition Ultegra

Una taglia media, con il kit telaio sempre CF5 e livrea Bahrain-Victorious. Il regisella è in carbonio, è specifico per la Reacto e offre un buon range di regolazione nella zona del morsetto, per arretramento ed inclinazione. La trasmissione è Shimano Ultegra Di2 52-36 e 11-30 (senza power meter), la sella è sempre la Prologo Scratch M5 con rail in acciaio.

La bici in test è stata equipaggiata con stem e piega FSA separati (non il manubrio integrato Vision) e le ruote Vision SC da 45 millimetri di altezza (gommate Continental GP5000 TR). Il valore alla bilancia rilevato è di 8,3 chilogrammi (senza pedali) ed il prezzo di listino (con manubrio Vision integrato e ruote Vision SL45) è di 8990 euro.

L’estetica dice molto, non tutto

Merida Scultura, sicuramente una bici dalle forme e dai concetti moderni. Attuale nel design e non troppo complicata. A tratti sfinata ed elegante che non dimentica le soluzioni aero applicate alle tubazioni che oggi sono fondamentali anche di questa categoria. Non è tiratissima in fatto di bilancia, ma è una di quelle bici con un grado di leggerezza che fa sorridere gli amanti dei pesi ridotti e si adatta bene a qualsiasi tipo di allestimento.

Merida Reacto, una bicicletta aero muscolosa, con un impatto estetico che lascia il segno, un design dal quale molte bici attuali hanno preso ispirazione, considerando che la Reacto ha già qualche anno di vita. E’ rigida, veloce e super reattiva una volta messa su strada, funzionale, una lama sviluppata per andare forte, non è una bici leggera.

Più rigida la Reacto, progressiva la Scultura
Più rigida la Reacto, progressiva la Scultura

Tra comfort e rigidità

Dalla Scultura ci si aspettano efficienza in salita e un certo grado di comfort, così è. A questi fattori si aggiungono un’enorme versatilità, soprattutto quando si cambia tipologia di ruote, perché la bicicletta non patisce il cambio di setting. La Scultura è una bici facilissima da guidare, immediata e capace di regalare un feeling diretto, intuitivo e mai nervoso in qualsiasi situazione. Ci era piaciuta tantissimo la versione Limited Edition 50 (quella celebrativa per i cinquant’anni dell’azienda) che portava in dote il manubrio Deda Alanera. Un binomio a nostro parere eccellente, con un frame-kit non estremo, preciso e guidabile con il valore aggiunto di un cockpit integrato molto rigido, capace di dare ulteriore valore alla precisione dell’avantreno.

La Reacto è più tosta. Il comfort non è quello della Scultura, perché la rigidità si percepisce, soprattutto quando si oltrepassano le 3 ore di attività e metri di dislivello positivo. Per sfruttare le potenzialità di questa bici è necessario avere un buon allenamento e benzina nelle gambe. E’ una di quelle biciclette da tenere sempre alla corda e proprio in questi frangenti si capisce quanto è efficiente anche in salita e agile in discesa, decisamente superiore alla media della categoria. In questi due frangenti ci ha sorpreso parecchio ed il suo peso sembra sparire.

Avantreno sostenuto e preciso per entrambe
Avantreno sostenuto e preciso per entrambe

In salita

Da sottolineare che entrambe le biciclette, taglia per taglia, hanno geometrie molto simili (praticamente uguali con valori sovrapponibili). Sono caratterizzate da un carro posteriore corto e da inclinazioni (piantone e sterzo) che permettono di ridurre il passo complessivo (le bici risultano sempre compatte) senza impiccare il ciclista. Da qui prende forma la bontà prestazionale emersa quando il naso è all’insù. La Scultura è più leggera, più facile da portare quando le velocità scendono, i watt aumentano in modo esponenziale e la gravità è un pugno nello stomaco. Inoltre la Scultura è più “elastica” e confortevole, due tasselli che tornano utili quando il dislivello è tanto e le ore di sella non devono pesare sulla schiena. Più che reattiva ci è piaciuto definirla progressiva.

Merida Reacto è una bici “secca”. Quando la strade sale mostra un’efficienza inaspettata, anche quando le pendenze sfiorano la doppia cifra (non per lunghi tratti). Nessuna indecisione, zero flessioni per carro e forcella, la bici invita ad alzarsi sui pedali e tirare forte sul manubrio. La salita non è il suo ambiente ideale e lo si percepisce quando inizia ad emergere un po’ di stanchezza, ma fino a quando il nostro motore è in grado di produrre kilojoule la Reacto è una bici goduriosa e da smanettoni.

Corte e compatte entrambe
Corte e compatte entrambe

In discesa

Sorprende positivamente la Reacto, perché è agile, piuttosto stabile soprattutto quando sono necessari cambi perentori di direzione. Questo anche con le ruote alte. In discesa si dimostra a tutti gli effetti una bici da KOM (per gli amanti dei segmenti Strava) e la sua geometria compatta è un bel vantaggio. 99 centimetri di passo complessivo nella taglia media (di fatto corrisponde ad una 56) sono pochi.

Tutta da godere la Scultura, bici facile ed intuitiva anche in questo frangente. Ruote alte, o medie, o basse, la differenza è poca. La bici non è mai nervosa, briosa di certo, ma perdona praticamente qualsiasi indecisione, correzione e cambi di direzione fatti in maniera poco ortodossa e all’ultimo istante.

Bici differenti sotto molti punti di vista
Bici differenti sotto molti punti di vista

In conclusione

Se la Reacto sorprende positivamente perché non ci si aspetta una bici agile in salita ed in discesa, Merida Scultura è da lode per quello che concerne facilità e capacità di instaurare un feeling ottimale fin dalle prime pedalate. Più esigente e stancante la Reacto che necessita di watt e forza per essere sfrutatta al massimo delle potenzialità, anche per questi motivo può essere divertente.

Scultura è una sorta di bici totale per chi ama le forme più tradizionali, fare metri di dislivello e lunghe distanze, aprendo anche il gas e sfruttando una buona dose di comfort a favore delle ore di sella.

Merida

Vanotti e il “suo” Stelvio: tra gioia e fatica per quasi 20 anni

08.09.2024
6 min
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PASSO DELLO STELVIO – Durante il fine settimana dell’Enjoy Stelvio Valtellina, che ancora una volta ha richiamato numeri da record sulle rampe del passo più famoso e noto tra i ciclisti e cicloturisti, c’era anche Alessandro Vanotti. L’ex corridore professionista ha pedalato insieme agli ospiti di Merida sulle strade che tante volte lo hanno visto faticare, allenarsi, gioire e anche soffrire. Nei suoi anni da corridore Vanotti ha scalato lo Stelvio moltissime volte e tornare qui dopo diverso tempo è un modo per riviverle, scorrendo velocemente tra i ricordi. 

«Tornare sullo Stelvio – racconta Vanotti mentre intorno a noi i ciclisti continuano a salire e scendere – è bellissimo perché nella mia carriera ho vissuto tanti momenti particolari e unici. Devo dire che la prima volta che l’ho affrontato in corsa non è stato facile, non ne ho un bel ricordo. Era il Giro d’Italia 2005, si saliva dalla parte trentina, quindi da Prato e quel giorno non stavo bene. L’arrivo era posto a Livigno, quindi una volta scesi a Bormio c’era da risalire anche il Foscagno.

«Sono andato in crisi e superare i 20 chilometri dello Stelvio non è stato facile. Ti mette a dura prova e se ne esci in qualche modo vuol dire che sei stato bravo, così come tutte le salite che hanno un tempo di scalata superiore all’ora. Poi chi sta sotto l’ora è ancora più forte degli altri e questo divide il ciclista normale dal campione». 

Vanotti (in maglia blu) ha scalato lo Stelvio lo scorso 31 agosto in occasione dell’Enjoy Stelvio Valtellina (foto Merida)
Vanotti (in maglia blu) ha scalato lo Stelvio lo scorso 31 agosto in occasione dell’Enjoy Stelvio Valtellina (foto Merida)

A dura prova

Girare l’ultimo tornante e vedere la cima è una sensazione che chi pedala su queste strade si porta dentro. Sapere di aver domato un gigante del ciclismo mondiale è una sensazione unica. Farlo da professionista, mettendo l’agonismo, la sofferenza e la gioia è una cosa che in pochi hanno provato. Tra questi pochi c’è proprio Alessandro Vanotti.

«Quando scollini il fascino è incredibile – continua – è la salita con l’altitudine maggiore in Italia, la seconda in Europa. E’ esigente, non ha pendenze come il Mortirolo o lo Zoncolan, ma la sua altezza spaventa tutti. Devi essere molto concentrato, coordinarti con la respirazione e il ritmo di pedalata. Se non stai bene devi comunque superare i tuoi limiti, questa è la particolarità dello Stelvio, non puoi nasconderti mai. Poi dipende tanto dal ruolo che hai in squadra, se devi tirare per tutta la scalata o meno». 

La quota di 2.000 metri arriva presto, ma la scalata è ancora lunga (foto Merida)
La quota di 2.000 metri arriva presto, ma la scalata è ancora lunga (foto Merida)
Tu hai mai avuto questo arduo compito?

Qui no, per fortuna (ride, ndr) perché è forse impossibile riuscire a farlo tutto in testa a ritmi elevati. Mi è capitato su altre salite, ma in confronto erano meno esigenti. 

Di quel giorno di crisi cosa ricordi?

La cima non arriva mai, quindi sei lì che giri le gambe e ti sembra di non andare avanti. E’ difficile da metabolizzare quella giornata, anche in base al fatto che dopo si doveva comunque salire fino a Livigno. Lo Stelvio ti mette a dura prova ma ti insegna a superarti, a dare sempre qualcosa in più. Una caratteristica che noi ciclisti conosciamo bene e che ci portiamo dentro. E’ una sensazione fantastica che puoi insegnare agli altri. 

Al bivio per l’Umbrail gli ultimi 3 interminabili chilometri diventano ancora più difficili se il vento è contrario
Al bivio per l’Umbrail gli ultimi 3 interminabili chilometri diventano ancora più difficili se il vento è contrario
Hai aneddoti anche della scalata dalla parte di Bormio?

Sono ricordi fantastici, quando c’è bel tempo. Altrimenti diventa una difficoltà maggiore. Da Bormio l’ho scalato tante volte anche di recente, sia per la Gran Fondo Stelvio Santini che per eventi come questo di Merida. Mi piace ogni tanto testarmi ancora, alzarmi sui pedali e riprovare le sensazioni che vivevo da corridore. 

C’è un tratto che ogni volta ti colpisce per una sua caratteristica?

Quando superi quota 2.000 metri e sei ancora lontano dalla cima, visto che mancano una decina di chilometri. In quel momento ti rendi conto quanto sia importante concentrarsi, respirare e pensare metro dopo metro. Poi arrivi al bivio per l’Umbrail e lì sono dolori.

Arrivare in cima è sempre una soddisfazione immensa
Arrivare in cima è sempre una soddisfazione immensa
Perché?

Sono gli ultimi tre chilometri, nei quali se stai bene te la godi, altrimenti è un calvario senza fine. Vedi le strutture in cima e pensi di essere vicino ma non è veramente così. Molto dipende anche dal vento, quando è contrario non vai più su. Però ora ci sono bici con rapporti che agevolano la pedalata e rendono la scalata meno dura. 

In quel giorno del 2005 non avevi i rapporti per salvare la gamba…

No no (ride, ndr), era il mio primo anno da professionista. Nelle stagioni precedenti correvo con il 39 come corona più piccola davanti e il 23 al posteriore. Poi si è passati al 26 e al 28 e sembrava una nuova era del ciclismo. 

Lo Stelvio è stato un ottima palestra per costruire i tanti successi dell’Astana
Lo Stelvio è stato un ottima palestra per costruire i tanti successi dell’Astana
Lo hai fatto anche in ritiro quando correvi?

Se si alloggiava a Livigno era una tappa praticamente fissa degli allenamenti. Ma in quei casi si affronta diversamente. Intanto arrivi da un percorso di gare precedenti e il ritiro in altura era l’ultimo step prima di un Grande Giro. Noi avevamo Nibali in squadra e il blocco di lavoro era pensato per vincere. 

In che senso?

I volumi di lavoro erano diversi per ognuno di noi, io che ero gregario facevo tanto volume. Dovevo tirare 20 giorni di fila. Però ogni tanto mi toccava anche qualche cambio di ritmo perché io ero l’uomo che doveva essere sempre pronto. Nibali era straordinario come capitano e con lui c’era Scarponi, un uomo fantastico. In ritiro si lavorava ma c’era il tempo di ridere e di stemperare la tensione. 

I ricordi di questa salita sono davvero tanti e diversi, il più bello?

Proprio i ritiri. Ogni tanto partiva qualche garetta interna proprio contro Nibali e Scarponi, ma in discesa (ride ancora, ndr). Tutto nel rispetto della strada. In salita ognuno di noi doveva rispettare i propri valori, anche se qualche volta uno scattino veniva fuori. Poi con Scarponi si rideva tanto. Mentre tiravo diceva a Nibali: «Come si sta bene a ruota del “Vano”? Lui tira tutto il giorno e noi stiamo qui tranquilli». Sono stati anni bellissimi, in cui abbiamo vinto ma fatto tutto con il sorriso. 

Alessandro Vanotti nuovo ambassador delle bici Merida 

06.08.2024
3 min
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Merida ha recentemente ampliato il proprio “roster” di testimonial accogliendo Alessandro Vanotti, ex ciclista professionista noto per le sue abilità strategiche all’interno dei team in cui ha militato. Il primo impegno ufficiale di Vanotti nel suo nuovo ruolo di ambassador sarà la Merida Valtellina Social Ride, evento che si terrà sui celebri passi dello Stelvio e di Gavia.

Vanotti è entrato nella famiglia Merida (foto Stefano Vedovati)
Vanotti è entrato nella famiglia Merida (foto Stefano Vedovati)

Alessandro Vanotti è una figura di rilievo nella storia recente del ciclismo italiano. Nel corso della sua carriera, durata ben 16 anni, ha pedalato accanto a campioni del calibro di Ivan Basso, Vincenzo Nibali e Fabio Aru. Il suo contributo è stato poi fondamentale per numerose vittorie di squadra. Oggi, Vanotti mette a disposizione la sua vasta esperienza nel nuovo ruolo di ambassador per Merida. Unendosi ad un gruppo di illustri rappresentanti del marchio che operano sia nel ciclismo su strada che in quello “off-road”. Oltre alla sua specializzazione su strada, Vanotti è anche impegnato come responsabile di una scuola di mountain bike. Una dimostrazione della propria versatilità e passione per il ciclismo in tutte le sue forme.

Come anticipato, il primo evento che vedrà protagonista il neo-ambassador sarà la Merida Valtellina Social Ride, prevista per il 31 agosto e il 1 settembre. Durante questa manifestazione, i trenta ciclisti fortunati che si sono registrati avranno l’opportunità di pedalare insieme a Vanotti sui leggendari passi dello Stelvio e di Gavia. Non sarà solo in questa avventura: ad accompagnarlo ci sarà anche un altro ambassador di Merida, Sonny Colbrelli.

Per questa nuova collaborazione, Alessandro Vanotti ha scelto di pedalare una Scultura 9000, uno dei modelli di punta della gamma su strada di Merida: una bicicletta che rappresenta l’eccellenza tecnologica e la qualità che caratterizzano il marchio taiwanese.

Una strategia definita

Merida Industry Co. Ltd. è stata fondata nel 1972 a Yuanlin, Taiwan, da Ike Tseng. Il nome Merida deriva dalla combinazione delle tre sillabe “Me-Ri-Da”, che simboleggiano l’obiettivo di produrre articoli di alta qualità che permettano a chiunque di raggiungere i propri traguardi nel modo più piacevole possibile. L’azienda è oggi un esempio di successo grazie alla produzione a Taiwan e al centro di ricerca e sviluppo situato in Germania. Questo binomio ha reso Merida uno dei marchi di riferimento nel settore del ciclismo, con un’offerta che include biciclette da strada, Mtb, gravel e proposte elettriche.

Pedalerà sul modello Scultura 9000
Pedalerà sul modello Scultura 9000

L’ingresso di Alessandro Vanotti nel team degli ambassador Merida rafforza ulteriormente la posizione del marchio nel panorama ciclistico italiano, ma non solo. La sua esperienza e la sua passione per il ciclismo sono difatti in perfetta sintonia con i valori di Merida, e il suo coinvolgimento in eventi come la Merida Valtellina Social Ride contribuirà a promuovere non solo il brand, ma anche la passione per il ciclismo tra gli appassionati praticanti. L’inclusione di Vanotti nel team degli ambassador Merida è altresì una mossa strategica che promette di portare grandi benefici al marchio con eventi importanti già all’orizzonte.

Merida