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Il gravel di De Marchi? «Abbastanza per sentirsi vivi»

27.12.2021
7 min
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«Andiamo in bici perchè pensiamo sia abbastanza per sentirci appagati». E’ questo il manifesto alla base del progetto di Mattia De Marchi. La squadra o per meglio dire collettivo, come vogliono essere chiamati loro, si chiama Enough Cycling. Nata a marzo, è l’insieme di intenti di nove atleti che vogliono vivere la bicicletta per essere felici. Chi in modo agonistico, chi per divertimento, chi entrambe le cose. Con Mattia abbiamo voluto approfondire la sua visione per il gravel in Italia e all’estero.

Il veneto alle spalle ha un’esperienza da stradista con uno stage da professionista alla Androni Giocattoli-Sidermec. Dopodiché ha deciso di reinventarsi e di affrontare la bici con un’altra filosofia. Non solo gare ma condivisione e agonismo come si legge sempre nella mission.

«Esploriamo e gareggiamo – dice – ci divertiamo e soffriamo. Ci spingiamo oltre ai nostri limiti e ce la prendiamo comoda. Pensiamo che il ciclismo non sia molto, ma sia già abbastanza per sentirsi vivi e in pace con se stessi».

Nelle corse di ultracycling i momenti di riposo sono pochi e spesso brevi (foto di Chiara Redaschi)
Nelle corse di ultracycling i momenti di riposo sono pochi e spesso brevi (foto di Chiara Redaschi)
Come ti sei avvicinato al gravel?

Ho fatto lo stagista in Androni e poi mi sono messo a fare altro. Inizialmente le gare erano negli Stati Uniti e per me e per chi si approccia a questo mondo l’oltreoceano era irraggiungibile dal punto di vista economico. Così mi sono buttato sul gravel, ma in modo diverso, andando a fare corse molto lunghe. Tipo in Marocco, la Atlas Mountain Race o l’Italy Divide. Dall’anno scorso ho cominciato a metterci un po’ più la testa anche sulle gare più corte.

Siamo agli sgoccioli di questo 2021 di Enough Cycling, ma da dove è iniziato tutto?

E’ nata una squadra attorno a otto ragazzi con lo stesso intento. Anche se non ci piace chiamarla squadra ma collettivo. Dall’anno prossimo saremo in nove ciclisti che vivono la bici in tanti modi. C’è chi non ha mai fatto una gara. Chi fa solo gare lunghe. Io per esempio ho un passato da pro’. Un ragazzo viene dall’atletica. Un altro dallo sci. Però ci siamo resi conto che abbiamo una cosa in comune. Andare in bici ci fa stare bene. Noi portiamo avanti questo motto. “La bici è abbastanza per essere felici”.

Che situazione vedi per il gravel in Europa?

Siamo un po’ indietro è vero, però c’è da dire che il gravel è nato in America. Loro hanno spazi molto più vasti, sono un po’ più lungimiranti di noi. Pian piano si sta arrivando anche qua. Per come la vedo io non bisogna soffermarsi troppo su quello che sarà il calendario UCI. Anche perché ad oggi non si sa ancora nulla. E’ un’ipotesi.

Pensi che il calendario UCI possa dare il giusto spazio a questa disciplina?

Per quanto mi riguarda, non mi sono basato su quello. Voglio continuare a fare le gare di ultracycling. Dove mi metto alla prova su distanze da 700/1.000 chilometri. Ma non voglio nemmeno privarmi dal provare ad andare in America e misurarmi su distanze più corte nella patria del gravel. Voglio continuare a fare quello che ho sempre fatto. Attualmente ho lavorato per un calendario e non ho tenuto conto di quello. Se ci si guarda in giro, di eventi ce ne sono sempre di più. E a parer mio non ci si deve basare solo sulla competitività. L’errore che faranno in tanti sarà soffermarsi solo sugli eventi che sono gara. Invece il gravel è un contenitore molto grande dove ci sono tanti modi di viverlo.

E’ un ambiente che sta crescendo molto?

Sì, assolutamente. Sia in termini di eventi sia di persone che si stanno avvicinando a questo mondo. Bisogna stare attenti in Europa. Moltissime persone si sono avvicinate per cercare una condivisione più che per la gara in sé. Dobbiamo essere bravi a non snaturare come è nato il movimento. Gli Stati Uniti ci insegnano anche su questo. Lì c’è la gara che è competizione pura. Però la parte di condivisione del prima e dopo c’è. Il rischio di avere una direzione solo incline alla competizione da parte dell’UCI è reale ma ci si può confrontare perché questo non avvenga.

Come si sostiene un progetto come il tuo?

Io ci ho messo tre anni. Mi sono licenziato un mese fa. Sono partito da zero. La prima bici l’ho chiesta ad un negoziante. Ero rimasto a piedi senza contratto e non avevo altro. Dal cognome il collegamento a mio cugino (Alessandro De Marchi, il rosso di Buja, ndr) potrebbe far pensare che le cose siano venute da sé. Invece no, le porte me le sono volute aprire da solo. Ho acquistato credibilità e gli sponsor poco alla volta hanno iniziato a credere nel mio progetto. La mia figura funzionerebbe anche da sola, come quasi tutti gli ex professionisti che si avvicinano a questo mondo. Però funziona tutto meglio con Enough. Questo progetto è nato in maniera più strutturata per fare arrivare alle persone il messaggio. Poi all’interno ci sono tante sfaccettature e obbiettivi, dalla parte competitiva al solo viaggio.

Spiegaci meglio…

Alle aziende inizia a non bastare più solo la vittoria. Avere una storia da raccontare può essere efficace anche quando il risultato non c’è. Per noi l’obbiettivo è il racconto. Quando andiamo ad un evento pensiamo sempre a come trasmetterlo a chi ci segue. Come per esempio il video dell’Italy Divide. Non nascondo che ho preso delle infamate perché mi facevo seguire da due operatori. Ma a me interessava raccontare le emozioni che provavo e trasmetterle a più persone.

Che futuro vedi per il tuo progetto?

Spero in una crescita costante. Vorremmo cominciare ad organizzare qualche evento in Italia. Le idee sono molte, dobbiamo riordinarle e fare in modo di realizzarle per come è il nostro modo di pensare. La seconda è essere sempre più inclusivi. Diventare una A.S.D. per permettere a tutti di iscriversi e indossare la nostra maglia e condividere il messaggio. Poi sinceramente non lo sappiamo bene neanche noi dove potremmo arrivare. Una cosa è certa, non perderemo mai la nostra identità. 

Il messaggio è bellissimo, ma lo è anche vincere…

Io la vena agonistica non potrò mai sopprimerla. Ci nasci. Non la nasconderò mai, mi metterò sempre alla prova. Sono il primo a dire che le ride mi piacciono, ma anche che io ho bisogno della gara. E se è sana non ci vedo niente di male, quindi sono il primo che vuole entrambe le cose. Continuerò come ho fatto in questi anni a fare un po’ di tutto.

De Marchi in settembre ha vinto in Spagna la Badlands (foto di Chiara Redaschi)
De Marchi in settembre ha vinto in Spagna la Badlands (foto di Chiara Redaschi)
Sempre senza dare però troppa importanza al risultato?

Esatto, non è la nostra priorità. Anche se per le aziende è molto importante. Rimarremo sempre con la libertà di fare una notte in bivacco. Non ci fisseremo mai su un obiettivo unico. In Spagna alla Badlands non ho dormito due notti e tutti mi chiedono come abbia fatto. La verità è che non avevo il tempo di dormire, non ne sentivo il bisogno. Erano tutti percorsi in salita, discesa, single track, di giorno, di notte. Paesaggi bellissimi. 

Hai dei consigli per chi si vuole avvicinare a questo mondo?

Il mio consiglio è di non fissarsi con le gare. Bisogna pensare che è un mondo nuovo in evoluzione. Fare un semplice bikepacking e spostarsi da un posto ad un altro in sella alla propria bicicletta e raccontare il viaggio. Si diventa forse più genuini che ad affrontare un calendario di sole gare e portare lo stress del risultato in questo ambito. E questo le aziende che stanno al passo lo notano e c’è un ritorno naturale. Ognuno deve trovare la sua dimensione. E io credo di averla trovata e che sia abbastanza.