Volta a Catalunya 2026, Francesco Busatto

Cambio di programma, l’altra via di Busatto per le Ardenne

09.04.2026
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Undici giorni prima dell’Amstel Gold Race, Francesco Busatto si sta allenando a Terni a casa della sua ragazza. Il programma prevedeva che il vicentino, 23 anni, passasse dal Catalunya al Giro di Paesi Baschi, ma si è messa di mezzo una bronchite che lo ha costretto a rivedere l’avvicinamento alle Ardenne. E proprio questo è il succo di questo articolo: capire e far capire in che modo cambi il programma di un professionista che ha un intoppo alla vigilia di un obiettivo per lui importante.

La Alpecin-Premier Tech lo ha preso dalla Intermarché-Wanty e sta lavorando per fare di lui il riferimento per quel tipo di classiche. Il programma punta a uno sviluppo importante, ma è anche evidente che per arrivare a certi livelli si debbano rispettare passi precisi, prendendo le misure di settimana in settimana. E così quel malanno inatteso è diventato una spia su cui ragionare e non soltanto una battuta d’arresto.

«Tossisco ancora un po’ – ammette Busatto, che nel 2023 ha vinto la Liegi degli U23 – per cui mi hanno detto che non fosse il caso di fare i Paesi Baschi e abbiamo ridisegnato l’avvicinamento. Dal Catalunya sono uscito con un buon carico di lavoro (e anche con un terzo posto di tappa, ndr) e col senno di poi, visto il percorso dei Baschi, avrei fatto tanta fatica, forse troppa. Ho un calendario abbastanza spinto e con una corsa in più, avrei rischiato di arrivare alle Ardenne troppo stanco e sarebbe stato ancora più difficile recuperare in vista del Giro».

Nella terza tappa del Catalunya a Bayoles, con 1.898 metri di dislivello, Busatto ha colto il terzo posto dietro Cort e Isidore
Nella terza tappa del Catalunya a Bayoles, 167,4 km con 1.898 metri di dislivello, Busatto ha colto il terzo posto dietro Cort e Isidore
Nella terza tappa del Catalunya a Bayoles, 167,4 km con 1.898 metri di dislivello, Busatto ha colto il terzo posto dietro Cort e Isidore
Nella terza tappa del Catalunya a Bayoles, 167,4 km con 1.898 metri di dislivello, Busatto ha colto il terzo posto dietro Cort e Isidore
In che modo è stato ridisegnato il programma?

E’ stato un po’ alleggerito. Magari arrivo alle Ardenne con meno carico di lavoro – ragiona Busatto – ma anche a casa si può lavorare bene. Non come in corsa, ma almeno stando qui sono guarito quasi del tutto e in bici sto molto bene.

Perché la bronchite ha acceso una spia?

Perché è già la seconda volta in questa stagione. Prima dell’Australia avevo avuto un’infezione ai polmoni e il fatto che sia successo nuovamente ci ha fatto porre qualche domanda. Ad esempio – ragiona Busatto – sul fatto che forse sono un pelo troppo tirato e magari dovrei avere quel mezzo chilo in più che in queste situazioni ti salva. Magari sulla stessa salita finirò col fare 5-6 watt in più, ma anche restare fermo non è proprio il massimo. Comunque non mi sono buttato giù e ho cercato di recuperare. Mi sto allenando e sto bene, non mi preoccupo più di tanto.

Quando succedono certe cose si parla col preparatore e si cerca di fare lavori simili a quelli che avresti fatto ai Baschi oppure si cambia tutto?

Si cambia praticamente tutto. Vedendo la settimana di lavori che mi ha dato – dice Busatto – non c’è lo stesso carico di lavoro che avrei fatto correndo ai Baschi e si punta direttamente all’Amstel Gold Race. Si corre il 19 aprile, non è neanche troppo in là. Presa la decisione di non correre in Spagna, ho fatto un paio di giorni pedalando solo un’oretta e poi un paio con tre ore senza lavori. Finora abbiamo gestito e lavorato per essere certi di aver recuperato bene la salute.

Dopo il Catalunya, l'arrivo di una bronchite ha suggerito alla Alpecin di non mandare Busatto al Giro dei Paesi Baschi
Dopo il Catalunya, l’arrivo di una bronchite ha suggerito alla Alpecin di non mandare Busatto al Giro dei Paesi Baschi
Dopo il Catalunya, l'arrivo di una bronchite ha suggerito alla Alpecin di non mandare Busatto al Giro dei Paesi Baschi
Dopo il Catalunya, l’arrivo di una bronchite ha suggerito alla Alpecin di non mandare Busatto al Giro dei Paesi Baschi
Quindi ora è tempo di alzare i giri del motore?

Già domani (oggi per chi legge, ndr) ricominciamo con due ore e mezza e qualche lavoretto per ritornare ad alti regimi. A seguire un po’ di endurance, con due uscite di cinque e sei ore. E poi un giorno con tre ore e dei lavori abbastanza duri. Si lavora anche sul consumo del lattato, più o meno come si farebbe in corsa stando in gruppo su un percorso con salite.

E’ previsto anche qualche lavoro dietro moto?

Diciamo che non ho spesso la possibilità di fare dietro moto e quando ce l’ho, cerco di farlo sempre. Dipende da dove mi trovo ecco e se ho la possibilità di farlo, perché ti dà sempre un’ottima gamba.

Mancano undici giorni all’Amstel, quante distanze hai ancora da fare?

Ne ho due già pianificate, ma ne prevedo altre due per la prossima settimana. Alla fine saranno quattro o cinque. Per questa volta ho il programma fino alla prossima settimana, però il mio preparatore è uno di quelli che, prima di fare una lunga pianificazione, cerca sempre di assicurarsi che io stia bene. Ci sentiamo giornalmente e comunque capisce anche dagli allenamenti se sta procedendo tutto bene. Poi mi chiede conferma e da lì costruiamo il programma, che solitamente varia di settimana in settimana oppure due settimane alla volta, comunque mai per periodi troppo lunghi.

La popolarità di Busatto in Belgio ha portato alla nascita di un fans club, che qui lo ha seguito anche alla Strade Bianche
La popolarità di Busatto in Belgio ha portato alla nascita di un fans club, che qui lo ha seguito anche alla Strade Bianche
La popolarità di Busatto in Belgio ha portato alla nascita di un fans club, che qui lo ha seguito anche alla Strade Bianche
La popolarità di Busatto in Belgio ha portato alla nascita di un fans club, che qui lo ha seguito anche alla Strade Bianche
Questi giorni a casa prevedono anche che il nutrizionista ti dia qualche indicazione?

Ormai ho la mia esperienza, ci atteniamo ai parametri che ci vengono forniti dall’applicazione tramite i nutrizionisti. Non trovo difficile pesare quello che mangio, ma adesso forse dobbiamo rivedere qualcosa, perché il fatto di essere un po’ troppo tirati già adesso non è il massimo. Dobbiamo studiare e aggiustare il tiro in vista delle Ardenne, ma anche prima del Giro, un chiletto di più non guasta. Ci sono tanta fatica e tante corse, quindi non sarà un problema perderlo. Al contrario, a volte è un problema mantenere il peso.

Nell’app c’era anche l’uovo di cioccolato?

Non scherziamo: a Pasqua e Pasquetta niente bilancia (questa volta Busatto ride di gusto, ndr).

Resterai in Umbria fino all’Amstel oppure tornerai in Veneto?

Resterò qui. Il fatto di diminuire i viaggi e non spostarsi più di tanto, mi crea più stabilità. Se riesco a stare più tempo possibile in un posto e sto bene, riesco a fare tutto quello che devo. Negli allenamenti, le salite non mancano mai e poi comunque ci gestiamo con dei lavori specifici. Qui a Terni anche le salite ripide non mancano, ci sono tante colline, quindi c’è tutto il terreno anche per immaginarsi di essere nelle Ardenne.

Il fatto di aver vinto la Liegi da U23 dà una spinta in più, oppure è un altro mondo e cambiano anche gli obiettivi?

E’ tutto un altro mondo. Aver vinto la Liegi U23 sicuramente mi ha dato una spinta per la consapevolezza delle mie capacità. Però se prima andavo lassù per vincere, adesso alla Liegi ci vado per un risultato più realistico. Con Pogacar è tutto già scritto, però penso spesso a come è andata l’anno scorso.

Dopo le Ardenne, Busatto tornerà al Giro. Questa è la volata del 2025 a Tirana, quarto dietro Pedersen, Van Aert e Aular: in ottima compagnia
Giro d'Italia 2025, 1a tappa, Durazzo-Tirana,
Dopo le Ardenne, Busatto tornerà al Giro. Questa è la volata del 2025 a Tirana, quarto dietro Pedersen, Van Aert e Aular: in ottima compagnia
A cosa ti riferisci?

Io non c’ero, però l’ho seguita e dalla Redoute in poi era tutta controvento. Sicuramente per trovarsi nel gruppo degli inseguitori dopo 200 e passa chilometri e con tutte quelle cote fatte ad una certa… intensità, bisogna stare veramente bene. Però vedendo che proprio a causa del vento, tanti corridori si sono raggruppati, e vedendo dove mi trovo, penso che se sto bene fra quei 25-30 che si sono giocati la volata per il quarto posto, potrei esserci anche io. Come ha fatto Velasco l’anno scorso (quarto, dopo Pogacar, Ciccone e Healy, ndr). E questo mi fa sognare parecchio…

Quale fra le tre gare ardennesi al momento si addice di più alle caratteristiche di Busatto?

Secondo me l’Amstel, perché ci sono strappi più brevi e ripetuti. C’è poco respiro, però comunque difficilmente si va oltre i 3-4 minuti di salita. Sono strappi molto più esplosivi che al momento mi si addicono di più. E poi conta molto il posizionamento, più che alla Liegi. Quindi, nonostante abbia la consapevolezza di avere qualcosa meno dei migliori, la possibilità di salvarmi grazie alla tecnica, dà qualche speranza in più di poter stare davanti. Insomma, vediamo. Certe corse meritano rispetto, ma è anche giusto non andare al via solo per salvarsi la pelle…

Gianmarco Garofoli, Soudal Quick-Step, Giro di Sardegna 2026

Garofoli: l’anno della consacrazione e la voglia di affermarsi

10.03.2026
5 min
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Con la terza partecipazione alla Strade Bianche, si è chiuso il primo blocco stagionale di Gianmarco Garofoli. Un periodo breve, ma intenso, tra allenamenti, ritiri e corse. Dodici giorni di gara, partendo dall’AlUla Tour, Giro di Sardegna, Trofeo Laigueglia e, per l’appunto, Strade Bianche. Il tutto intervallato da un periodo di altura in Spagna, dove il corridore della Soudal Quick-Step è stato coinvolto in un incidente stradale.

«Dopo quell’episodio – racconta Garofoli – non è stato facile ripartire, mi ha toccato molto e in qualche modo cambiato. Non mi sono sentito a mio agio e sicuro in bici, mi sono sentito persino impotente nei confronti delle auto e degli automobilisti. Ero già stato coinvolto in un incidente stradale, ma in quel caso avevo visto la macchina. Essere colpiti da dietro e scaraventati a terra ti mette addosso una paura diversa».

Finalmente casa

Gianmarco Garofoli ha rivisto casa dopo tanto tempo, un mese e mezzo, tanto è passato dall’inizio dell’AlUla Tour all’ultima curva delle Strade Bianche. 

«Mi era mancata – ammette – e mi hanno accolto bene, ora mi godo la famiglia e lo stare qui. Alla fine di tutto penso sia stata una prima parte di stagione che è andata bene, ma non benissimo. Adesso mi fermo per qualche giorno, poi ripartirò a lavorare sodo. Tornerò in gara al Catalunya, poi un altro periodo di altura, debutterò alla Freccia Vallone e alla Liegi-Bastogne-Liegi e infine ancora il Giro d’Italia».

Gianmarco Garofoli, Soudal Quick-Step, Giro di Sardegna 2026
Garofoli al Giro di Sardegna è andato vicino alla vittoria in diverse occasioni, è mancato però il colpo grosso
Gianmarco Garofoli, Soudal Quick-Step, Giro di Sardegna 2026
Garofoli al Giro di Sardegna è andato vicino alla vittoria in diverse occasioni, è mancato però il colpo grosso
Un debutto importante alle Ardenne…

Sarà la mia prima volta su quelle strade. In realtà ci sarei dovuto andare anche l’anno scorso, poi però i programmi cambiarono a causa dell’incidente di Remco Evenepoel. Ora invece toccherà a me, un bel banco di prova in gare che penso possano avvicinarsi alle mie caratteristiche

Lo hai nominato, senza Evenepoel è una Soudal Quick-Step tanto diversa?

Lo scorso anno insieme a lui ho corso solamente al Lombardia e la prima volta che l’ho visto in gara è stato al mondiale in Rwanda. Diciamo che la sua mancanza si sente all’interno della squadra. Io me ne rendo conto anche solo in maniera indiretta, da quelli che sono gli obiettivi e i programmi.

Va via un fuoriclasse e ora tocca a voi fare un passo in più?

L’obiettivo del team è quello di tornare competitivo nelle Classiche, tralasciando i Grandi Giri. O per lo meno non guardando alla generale, ma più alle singole tappe. Per me si apre un ventaglio di opportunità interessante, se mi fossi trovato a correre con Evenepoel avrei sicuramente lavorato per lui. Ora sono molto più libero di giocarmi le mie carte.

Gianmarco Garofoli, Soudal Quick-Step, in azione al Trofeo Laigueglia 2026
Garofoli in azione al Trofeo Laigueglia, concluso all’undicesimo posto
Gianmarco Garofoli, Soudal Quick-Step, in azione al Trofeo Laigueglia 2026
Garofoli in azione al Trofeo Laigueglia, concluso all’undicesimo posto
Con quali ambizioni?

L’obiettivo principale di questa prima metà di stagione sarà il Giro d’Italia. Nel 2025 ho fatto il mio esordio alla Corsa Rosa e ho avuto delle buone risposte. Quest’anno arriverò con una maggiore convinzione nei miei mezzi e tanta fiducia. 

Che stagione deve essere questa?

Quella in cui riuscire a fare un passo ulteriore in avanti. Nella passata stagione ho fatto registrare buone prestazioni senza concretizzarle

In che modo si concretizza?

Penso sia un aspetto più mentale che fisico. Il 2025 era un anno particolare, nel quale sono arrivato dopo tante stagioni difficili e un approccio al professionismo complicato. Nei miei primi anni da pro’ faticavo a stare in corsa. L’anno scorso sono riuscito a propormi, a stare in gara e farmi vedere. Adesso serve raccogliere i risultati.

Filippo Magli, Bardiani CSF 7 Saber, Gianmarco Garofoli, Soudal Quick-Step, Strade Bianche 2026
Alla Strade Bianche Garofoli ha chiuso una prima parte di gare con buone sensazioni in vista di aprile e maggio
Filippo Magli, Bardiani CSF 7 Saber, Gianmarco Garofoli, Soudal Quick-Step, Strade Bianche 2026
Alla Strade Bianche Garofoli ha chiuso una prima parte di gare con buone sensazioni in vista di aprile e maggio
Hai detto essere un aspetto più mentale che fisico, ma i due percorsi sono paralleli?

Il 2025 l’ho terminato partecipando a mondiali ed europei, andando anche forte. Questo mi ha dato una grande motivazione per ripartire e affrontare l’inverno successivo. Sono ripartito con buone prestazioni anche al Giro di Sardegna e al Laigueglia ero sempre nel vivo della corsa. Credo siano tutti segnali positivi che testimoniano come me la possa giocare per la vittoria.

Deve essere la stagione della consacrazione, da quali obiettivi si passa?

Essere alla Freccia e alla Liegi mi dà uno stimolo in più, perché sono corse dove possono uscire le mie doti di corridore resistente. Riuscire a ottenere un risultato positivo sarà già una prima risposta in questo senso, ma il vero grande obiettivo arriverà con il Giro d’Italia. Vincere una tappa è quello che cerco. 

Al Giro d’Italia, qui in azione nell’edizione 2025, l’obiettivo sarà conquistare almeno una tappa
Al Giro d’Italia, qui in azione nell’edizione 2025, l’obiettivo sarà conquistare almeno una tappa
Pensi di poter fare lo step per essere performante sulle tre settimane?

Non è una cosa dalla quale sono così lontano. Anche in questo caso torna l’aspetto di avere ottime doti di resistenza, infatti le mie migliori prestazioni in un Grande Giro le ho ottenute nella seconda e terza settimana. Paradossalmente soffro di più nella prima. Non parlo di vincere un Giro d’Italia, ma di entrare nei primi dieci sì, quello credo possa essere un obiettivo concreto in futuro. 

Tutto il lavoro sarà focalizzato per arrivare pronto al Giro?

Sì, anche l’altura fatta a febbraio aveva come scopo quello di mettere una buona base per poi fare un altro blocco di lavoro ad aprile. Poi tra Liegi e Giro passeranno due settimane e lì deciderò quale sarà l’avvicinamento migliore.

Prima la testa e poi le gambe, la Lidl-Trek cerca il vero Bagioli

15.06.2025
4 min
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Andrea Bagioli da quando è passato professionista nel 2020, ad appena ventuno anni, ha fatto vedere di essere un corridore capace di correre con la testa del gruppo. La Soudal-Quick Step aveva visto in lui un talento, la Lidl-Trek ci ha voluto investire con l’idea di farne un oggetto prezioso del suo panorama in costruzione. Il biglietto da visita con il quale Bagioli si era presentato nel suo nuovo team americano, a fine 2023, era di tutto rispetto: terzo alla Coppa Bernocchi, primo al Gran Piemonte e secondo al Giro di Lombardia alle spalle di Pogacar. 

Lo scorso anno il passaggio a vuoto è stato evidente e dopo un riposo necessario si è ripresentato al via della nuova stagione con l’obiettivo di far vedere quanto vale il “vero” Bagioli

Il primo anno con la Lidl-Trek per Bagioli è stato difficile, alla costante ricerca di se stesso
Il primo anno con la Lidl-Trek per Bagioli è stato difficile, alla costante ricerca di se stesso

Nuovi meccanismi

La novità del 2025 è stata la partenza dall’Australia con il Santos Tour Down Under per ritrovare la condizione e il giusto feeling con le corse dopo una stagione finita anzitempo. Il risultato ha fatto intravedere una possibile ripresa. La stagione è poi proseguita con qualche altro buon piazzamento e il terzo posto al GP Indurain. Ma la vera scossa è arrivata alla Liegi-Bastogne-Liegi e grazie a un sesto posto che ci ha fatto rivedere Bagioli in testa al gruppo anche nelle Classiche. 

Il suo riferimento in squadra è Adriano Baffi, i due venerdì erano insieme in Svizzera all’Aargau e oggi hanno iniziato il Tour de Suisse. Insieme al diesse della Lidl-Trek cerchiamo di capire quali siano le aspettative reali intorno a Bagioli

«E’ arrivato da noi come un ragazzino giovane e di belle speranze – dice Baffi – e si è trovato in una squadra con impostazioni e sistemi diversi a quelli a cui era abituato. Nel 2024 ha pagato lo scotto della nuova avventura. Quest’anno è entrato maggiormente nei meccanismi e ha dimostrato di poterlo fare».

Questa stagione è iniziata con un altro piglio e altri risultati, qui al GP Indurain dove è arrivato terzo
Questa stagione è iniziata con un altro piglio e altri risultati, qui al GP Indurain dove è arrivato terzo
Cos’è cambiato?

Lo vedo più aperto con noi del team e questo ci permette di poterlo supportare laddove si riesce a fare, lo scorso anno era chiuso ma si tratta anche di costruire un rapporto. Non ci conosceva e lui arrivava da una realtà totalmente differente. 

E’ servito del tempo per ambientarsi?

Non era logico che quelle del 2024 fossero le sue prestazioni, i numeri che ha fatto registrare e che ha tuttora sono ben diversi. L’unica risposta possibile era che ha sofferto il cambio squadra. 

Ora che ci lavori da più di un anno che corridore pensi possa essere?

Con le dovute proporzioni direi un Bettini, ha le sue stesse qualità atletiche. Chiaro che stiamo parlando di due corridori diversi a livello di risultati. Però Bagioli ha una buona resistenza in salita ed è rapido e queste qualità escono maggiormente con il passare dei chilometri. 

I risultati migliori per Bagioli sono arrivati quando ha corso lontano dai riflettori, come alla Liegi dove è arrivato sesto ed era in appoggio a Ciccone e Nys
I risultati migliori per Bagioli sono arrivati quando ha corso lontano dai riflettori, come alla Liegi dove è arrivato sesto ed era in appoggio a Ciccone e Nys
Gli serviva trovare la fiducia?

Noi un corridore come Bagioli lo aspettiamo sempre, le qualità le ha. Nel ciclismo di oggi non è facile ottenere i risultati che uno dovrebbe o potrebbe avere. Ci sono tante cose che influenzano una prestazione ma alla fine la strada mette al primo posto il valore dell’atleta. 

Qual è il vero valore di Bagioli?

Può fare di più, ma quel di più vorrebbe dire vincere la Liegi. Il passo da fare non è semplice, lui si allena bene e ora sta facendo vedere buone cose. In base ai valori che ha penso che arriverà il momento in cui riuscirà a tirarli fuori. Il secondo posto nella tappa finale del Giro di Slovenia e gli altri piazzamenti ci dicono qualcosa. Forse quello che può rappresentare il suo vero valore è il sesto posto di quest’anno alla Liegi. 

All’ultima tappa del Giro di Slovenia un secondo posto alle spalle di Ivo Oliveira, un altro passo verso il grande obiettivo: la vittoria
All’ultima tappa del Giro di Slovenia un secondo posto alle spalle di Ivo Oliveira, un altro passo verso il grande obiettivo: la vittoria
Bisogna cercare di vincere…

Credo che Bagioli sia un corridore in grado di vincere due o tre corse in una stagione e parlo anche di gare importanti. Ma il passo deve farlo lui, noi possiamo supportarlo ma poi in bici ci sale lui. Nel ciclismo c’è chi vince e chi è un buon corridore e Bagioli sta cercando di capire dove può collocarsi. 

La storia di Kimberley Le Court, bandiera del suo popolo

04.05.2025
5 min
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E’ davanti a te, Kimberley, è lì. Il traguardo è lì. Ma quel rettilineo sembra non finire mai. Le altre sono lì, Puck (la Pieterse, ndr) sembra sempre sul punto di raggiungerti. Tu non ti volti, guardi avanti. Non possono prenderti. E’ troppo importante, quel traguardo. Non lo guardi solo tu, lo guarda un popolo, chi abita con te, quello di Mauritius, una minuscola isola in mezzo all’Oceano Pacifico, dall’altra parte del mondo, è come se fosse lì con te. La prima volta di una ciclista africana a vincere una Monumento, a Liegi, a scrivere la storia. Manca poco, Kimberley…

La commozione dopo il traguardo. Per Kim Le Court Pienaar è il più grande successo, ma anche per le Mauritius da cui arriva
La commozione dopo il traguardo. Per Kim Le Court Pienaar è il più grande successo, ma anche per le Mauritius da cui arriva

Il sacrificio della solitudine

Perché quel peso, quella responsabilità, l’hai sempre sentita. «Venire da così lontano – raccontavi lo scorso anno quando i primi giornalisti ti hanno avvicinato – da un Paese con pochissime opportunità, uno di quelli che “fanno colore” nella cerimonia inaugurale delle Olimpiadi e che tanti sentono citare ogni 4 anni, è qualcosa che le mie colleghe non hanno. Ti dà uno stato d’animo diverso. Diciamo che la vittoria io la voglio di più delle altre, perché so che cosa significa. Finisce una corsa e ci si saluta, si va a casa, magari una o due ore di volo e sei fra le braccia dei tuoi cari. Io no, io ho tutta la famiglia dall’altra parte del mondo. La sera mi ritrovo sola, con i miei pensieri, con quello schermo del PC o del cellulare per parlare con mio marito e la mia famiglia. No, non è lo stesso…».

Il marito. Nella sua storia, il marito ha un peso grande e un pezzo di quella vittoria è anche suo. Torniamo indietro nel tempo, a un paio di stagioni fa. Kimberley era un’apprezzata biker. Capace di conquistare il titolo continentale (cosa non facile, considerando il talento diffuso delle sudafricane), di sfiorare la medaglia ai Commonwealth Games, addirittura di vincere la Swiss Bike, una delle più prestigiose corse a tappe sulle ruote grasse. Ci sapeva fare, ma quello non è il ciclismo su strada. Non ha la stessa risonanza. La stessa popolarità. Gli stessi contratti.

Fino al 2023 la Le Court si dedicava più alla mtb, con buoni risultati tra cui il titolo africano (foto Facebook)
Fino al 2023 la Le Court si dedicava più alla mtb, con buoni risultati tra cui il titolo africano (foto Facebook)

L’importanza del marito

«Io sono una che non crede molto nelle sue capacità. Mi vedete ridere, parlare con le compagne, ma sono molto timida e insicura. Gran parte del merito dei miei risultati è di chi mi sta intorno, di chi mi sprona, mi motiva, mi convince che posso fare qualcosa di speciale».

E’ inverno, nelle Mauritius. Il marito Ian, un biker anche lui, le dà la spinta: «E’ arrivato il momento di provarci, Kim».

«Non mi conosce nessuno, nel mondo della strada, perché dovrebbero scegliermi? Non sono neanche così giovanissima… Perché non puoi saperlo con certezza. Non sei la prima arrivata. Mettiamoci all’opera».

Una foto risalente addirittura al 2015, al suo successo a Oostkamp. Ma la strada non era stata la sua scelta (Facebook)
Una foto risalente addirittura al 2015, al suo successo a Oostkamp. Ma la strada non era stata la sua scelta (Facebook)

Una mail… lanciata nell’Oceano

Kim e Ian si mettono con pazienza davanti al computer. Preparano una lettera, il curriculum di Kim, i suoi dati di allenamento. Raccolgono tutti gli indirizzi mail delle squadre WorldTour e inviano il messaggio a tutti, quasi come una bottiglia lanciata in mare con un foglio dentro (e il paragone, considerando la provenienza della Le Court, non è neanche tanto peregrino).

Tanti avvisi di lettura, qualche “grazie, le faremo sapere” e una risposta affermativa. D’altronde, ne bastava una. E’ della Soudal Ag Insurance che le dà un appuntamento. Chissà, non è dato sapere chi sia stato a leggere quella mail, a intuire che poteva essere un buon investimento. Quella scommessa è stata ripagata, ampiamente.

La ciclista africana sullo Jebel Hafeet, dietro la Malcotti. Il primo squillo di una grande stagione
La ciclista africana sullo Jebel Hafeet, dietro la Malcotti. Il priimo squillo di una grande stagione

I prodromi di un grande successo

Pedala, Kimberley, il traguardo è lì, sempre più vicino e mentre vai avanti pensi a come ci sei arrivata, fino a quel punto. A chi ha imparato a riconoscerti, grazie a quella maglia di campionessa nazionale, tanto ma tanto simile a quella di campionessa del mondo. Sai, Kimberley, in quanti commentatori televisivi si sono sbagliati? Quante volte ti hanno confuso con la Kopecky, ad esempio lungo le rampe dello Jebel Hafeet all’ultimo Uae Tour, quando in mezzo a quel nugolo di italiane con Longo Borghini, Persico, Trinca Colonel, Malcotti c’eri anche tu, incrollabile, che non crollavi, che rientravi?

Molti hanno cominciato a conoscerti allora e poi hanno capito che non era un caso. Top 5 al Trofeo Binda, alla Sanremo, al Fiandre, alla Freccia Vallone. Quante ci avrebbero costruito una carriera su quei piazzamenti? Ma a te non bastava, sapevi che potevi avere di più. Perché dietro di te c’era un popolo. Anche lì, alla Liegi, quando ti avevano staccato e sembrava che la gara fosse persa non hai mollato e sulla Cote de la Roche aux Fauçons hai risalito la china rientrando sulle prime.

La maglia di campionessa nazionale, tanto simile (ma non uguale) a quella iridata
La maglia di campionessa nazionale, tanto simile (ma non uguale) a quella iridata

Quella bandiera in mezzo alla gente

Poi le hai guardate: «Risalivo il gruppo e vedevo che soffrivano. Anch’io soffrivo, ma sentivo anche che non dovevo mollare. Era troppo importante per me, e non solo per me». E ora sei lì, davanti, a spingere a tutta. Hai aspettato il momento giusto per lanciare la volata, hai indovinato la strategia per metterti alle spalle cicliste più abituate a vincere. Puck è lì, risale. Guardi ai bordi della strada e in mezzo a tante bandiere che sventolano, ne riconosci una. Quella nazionale delle Isole Mauritius. Di qualcuno che ci ha creduto, come te. Che per un giorno si sentirà a casa, ebbro di gioia. Grazie a te. No, Puck non ti riprenderà, Kimberley. Lei non ha un popolo a sospingerla…

Pogacar, che fatica uscire dall’ombra del Cannibale…

30.04.2025
5 min
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Il dannato paragone con Merckx sembra una tappa che Pogacar sarà destinato ad affrontare per tutta la vita e non sarà possibile stabilire se ne avrà mai passato il traguardo. Nei giorni successivi alla disarmante vittoria della Liegi, media di ogni genere si sono sforzati di cercare punti di contatto e differenze, immaginando che gli avversari del vero Cannibale si siano sentiti come quelli attuali dello sloveno. «Mi è stata posta questa domanda tantissime volte – ha detto Pogacar –  e io non posso che essere felice e umile perché ho un talento incredibile per il ciclismo».

Troppo intelligente per esporsi. Probabilmente gratificato dal fatto che tanti intorno a lui abbiano tempo da dedicare alla faccenda. Fondamentalmente disinteressato da tutto quello che accadde così tanti anni fa.

Tadej Pogacar ha 26 anni e 7 mesi. E’ professionista dal 2019, ha vinto 95 corse
Tadej Pogacar ha 26 anni e 7 mesi. E’ professionista dal 2019, ha vinto 95 corse

I Giri di Merckx

I Belgi di Het Nieuwsblad, che probabilmente hanno voluto rivendicare l’originalità del… “cannibalismo merxiano”, hanno così messo qualche picchetto per evitare che il vento delle parole porti il discorso troppo lontano.

Pogacar si è annunciato a 20 anni, vincendo tre tappe della Vuelta 2019 e salendo sul podio. L’anno dopo ha vinto il primo Tour. A distanza di cinque anni, ha in bacheca tre maglie gialle e una rosa, con 17 tappe in Francia e 6 al Giro.

Cosa aveva combinato Merckx nei Grandi Giri all’età di Pogacar? Aveva partecipato al Tour solo per tre volte (contro le cinque di Pogacar), vincendole tutte e tre, con 20 vittorie di tappa. Aveva già vinto il Giro per due volte (su 3 partecipazioni), con 12 tappe vinte.

Pogacar si è agganciato al treno di Hinault e Merckx, due campionissimi nelle classiche e nei Giri
Pogacar si è agganciato al treno di Hinault e Merckx, due campionissimi nelle classiche e nei Giri

Tutti i Monumenti

Stando ai numeri, un altro dei motivi per cui l’attuale campione del mondo viene paragonato al belga è la capacità di vincere su tutti i terreni, in mezzo a tanti campioni specializzati su una sola tipologia di gare. Anche Merckx era così. L’elenco delle vittorie di Pogacar è impressionante: 2 volte il Fiandre, 3 volte la Liegi, 4 Lombardia, 2 Freccia Vallone, 3 Strade Bianche e un’Amstel Gold Race.

Alla stessa età, Merckx aveva vinto 4 volte la Milano-Sanremo, 2 volte la Parigi-Roubaix, 3 Liegi, 3 Freccia Vallone, 2 volte la Gand-Wevelgem e un Fiandre. Per lui 10 vittorie nei Monumenti, mentre Pogacar ne ha 9. Una sola gara di scarto, con la differenza che Merckx le aveva già vinte tutte, mentre la Sanremo e la Roubaix sono ancora indigeste per Tadej.

In aggiunta si fa notare che alla stessa età, Merckx fosse già alla seconda maglia iridata e, alla stessa età di Pogacar, fosse arrivato alla Liegi con 141 vittorie da professionista contro le 95 dello sloveno.

Quaranta corridori a Liegi lottando per il 4° posto: era davvero impossibile inseguire Pogacar?
Quasi quaranta corridori a Liegi lottando per il 4° posto: era davvero impossibile inseguire Pogacar?

Quaranta inseguitori indecisi

Dopo il terzo posto della Liegi, Ben Healy si è avvicinato al fresco vincitore e gli ha chiesto quanto tempo gli manchi per andare in pensione. «Ho un contratto fino al 2030 – gli ha risposto ridendo Pogacar – forse sarà quello l’anno giusto».

Il senso di impotenza dei rivali è paragonabile a quello dei tempo di Merckx, anche se alcuni comportamenti hanno dato da pensare anche all’entourage di Pogacar.

«E’ la prima volta nella mia vita – ha detto Matxin, capo della gestione sportiva del UAE Team Emirates – che vedo quaranta corridori arrivare insieme a Liegi per giocarsi il 4° posto. Se fossero andati d’accordo, forse sarebbero riusciti a raggiungere Tadej».

Dopo la Liegi, Healy sconsolato ha chiesto a Pogacar fra quanti anni andrà in pensione
Dopo la Liegi, Healy sconsolato ha chiesto a Pogacar fra quanti anni andrà in pensione

La fatica del pavé

E a proposito del fatto che l’Amstel Gold Race abbia mostrato un Pogacar meno incisivo, il tecnico spagnolo ha convenuto che quel giorno qualcosa non sia andato nel modo migliore.

«Tadej ha solo 14 giorni di gara – ha detto – e ha viaggiato anche poco, per cui riesce a recuperare perfettamente. Tre giorni tra l’Amstel e la Freccia, poi quattro prima della Liegi, sono ben altra cosa rispetto ai Grandi Giri quando deve essere attento e sotto tensione ogni giorno. Il passaggio più impegnativo è stato dovuto al fatto che prima delle Ardenne, Tadej ha corso per due volte sul pavé, al Fiandre e alla Roubaix, e anche per lui non è stato facile riadattarsi».

E adesso Vingegaard

A proposito di differenza rispetto a Merckx, dopo aver vinto come Pogacar la Liegi e la Freccia tra i 26 e i 27 anni, il belga andò al Giro e lo vinse, correndo nel mezzo anche Francoforte e altre tre corse. Poi, battuto da Godefroot al campionato nazionale, andò al Tour de France e vinse pure quello.

Pogacar invece dopo la Liegi si è preso una settimana di stacco totale dalla bicicletta e poi si sposterà a Sierra Nevada per preparare il Tour cui arriverà dopo il Delfinato. E in Francia troverà Vingegaard, che per problemi mai risolti arriverà al Delfinato con 10 giorni di corsa e senza aver fatto una sola classica. Capito perché è davvero impossibile tentare qualsiasi tipo di paragone?

Gregoire: delusione, fame di risultati e Dna da campione

28.04.2025
4 min
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LIEGI (Belgio) – Romain Gregoire non è felice dopo la sua Liegi-Bastogne-Liegi. E’ un campione dentro e vorrebbe sempre vincere. La Doyenne è l’occasione per parlare di questo giovane francese che è stato autore di una buona prima parte di stagione e che ha un’ambizione grossa così.

Come per molti altri corridori, la Liegi ha segnato uno stop al calendario per l’atleta della Groupama-FDJ. Di fatto da ieri in tanti sono proiettati verso il capitolo grandi Giri, sia esso l’imminente Giro d’Italia o il Tour de France. Chi punta a questo può iniziare una fase di recupero.

Romain Gregoire dopo la sua seconda Liegi: al debutto, l’anno scorso, fu 24°, quest’anno 19°
Romain Gregoire dopo la sua seconda Liegi: al debutto, l’anno scorso, fu 24°, quest’anno 19°

Delusione da campione

Quello di Gregoire è uno dei musi più lunghi di tutto il post Liegi. Il francese ci teneva moltissimo a questa gara, probabilmente la più adatta alle sue caratteristiche. Dopo i due settimi posti della Freccia Vallone e dell’Amstel, ci era parso davvero motivato e in palla. Anche nel giorno della presentazione delle squadre era convinto. Si muoveva da leader anche nei confronti della stampa. E lo stesso durante la ricognizione. Due volte lo avevamo incrociato e per due volte era lui che conduceva la squadra.

«La condizione era anche buona, ma sono deluso – attacca senza mezzi termini Gregoire – perché la squadra ha lavorato duramente per metterci in posizione ai piedi di La Redoute. Eravamo in gioco sulle salite con Guillaume (Martin, ndr), ma credo che la corsa non sia stata abbastanza selettiva da darci un vantaggio. Non ho trovato l’apertura nello sprint, quindi sono molto frustrato. Ero in ballo per un buon piazzamento, ma… è un peccato non esserci riuscito».

Ieri, così come alla Freccia, ma anche all’Amstel Gold Race, Gregoire non si è mai tirato indietro. Nella mischia ci si butta senza problemi e raramente lo si vede pedalare oltre un certo numero di posizioni. E’ tra i campioni.

Primavera tra alti e bassi

Analizziamo un po’ la stagione di Romain Gregoire sin qui. Parte bene tanto da vincere persino una gara, la Faun-Ardèche Classic, corsa di ottimo livello. Alla Milano-Sanremo a tratti è superlativo. Ricordate l’affondo di Pogacar sulla Cipressa con Van der Poel e Ganna? Ebbene, lui era il quarto uomo. Per carità, poi si è staccato, ma parliamo di lotta fra titani assoluti, motori immensi. E lui ci ha provato senza paura. E poi piace molto questa sua ecletticità nell’affrontare le corse.

Certo, ancora manca di costanza, ma togliendo Pogacar quale giovane ne ha mostrata? Persino Remco aveva i suoi “buchi”. Alla Tirreno-Adriatico Gregoire voleva la classifica, ma nel giorno di Frontagnano si è perso nei tre chilometri finali. E’ chiaro che c’è da lavorare. Ma la strada è questa: insistere. Tanto più che questa è la sua squadra, la sua casa.

E Romain ogni volta che parla a fine corsa il team ce lo mette sempre di mezzo: per ringraziarlo, per “scusarsi” se vogliamo.
Nelle classiche ardennesi sognava un podio e più realisticamente voleva raccogliere una top ten in tutte e tre le prove. L’obiettivo è svanito ieri su Quai des Ardennes, ai 300 metri.

Il talento di Besançon ieri sulla Redoute (foto Getty)
Il talento di Besançon ieri sulla Redoute (foto Getty)

E ora il Tour

Gli facciamo notare che comunque è giovane e che sta continuando il suo processo di crescita. Anche fisicamente ci sembra più formato, decisamente più muscoloso di un tempo.

«Sì, sì… è vero del processo di crescita – riprende mentre traffica con le valigie sotto al bus – ma alla fine sono i risultati che contano. Bisogna concretizzare, soprattutto quando la squadra lavora per te. Se sento la pressione? No, anzi… mi piace, non mi crea problemi». Insomma, lui è pronto a prendersi le responsabilità.

Ora, come accennavamo, Romain si prenderà un piccolo riposo. «Poi – riprende il classe 2003 – farò uno stage in altura in vista del Tour de France. Non so ancora però se farò il Criterium del Delfinato o il Tour de Suisse come rifinitura».

«Quest’anno – aveva detto in tempi non sospetti – siamo più forti. E’ arrivato un corridore di talento come Martin e tra me, lui e Gaudu potremmo dividerci i tre grandi Giri. C’era un po’ di impazienza, a volte un po’ di mancanza di compostezza, mi impegnavo un po’ in ogni cosa quando mi sentivo bene e non canalizzavo davvero i miei sforzi. Questo è l’obiettivo per il 2025: ottenere risultati».

EDITORIALE / La legge di Pogacar e quella italiana da cambiare

28.04.2025
4 min
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Con l’ennesima spallata allo sport contemporaneo, Tadej Pogacar si è portato a casa anche la Liegi, mettendo insieme un filotto che ha del prodigioso. Terzo a Sanremo. Primo al Fiandre. Secondo alla Roubaix. Primo alla Liegi. In mezzo il secondo posto all’Amstel, che forse ha scoperto un suo piccolo limite, e la vittoria alla Freccia Vallone.

La settimana scorsa parlammo di abuso del talento e restiamo convinti che l’Amstel sia stata di troppo, nel nome della stessa cautela per cui lo scorso anno la UAE Emirates decise di non schierare Tadej alla Vuelta. Tuttavia, come detto più volte in passato, il fenomeno è lui e al netto delle cautele necessarie per la sua longevità atletica, bisogna ammettere che con il campione del mondo alcune regole andranno riscritte. Mentre in Italia non si riesce a riscrivere la Legge 91.

Il secondo posto di Ciccone alle spalle di Pogacar nobilita l’abruzzese e lo lancia verso il Giro d’Italia
Il secondo posto di Ciccone alle spalle di Pogacar nobilita l’abruzzese e lo lancia verso il Giro d’Italia

La Liegi degli italiani

La Liegi di Pogacar ha visto un bel segnale dagli italiani, con il secondo posto di Ciccone e la presenza di Velasco e Bagioli fra i primi dieci. Dopo anni di vacche molto magre, un risultato che piace parecchio. Al punto che dalla Lega Ciclismo sono arrivate le congratulazioni del presidente Pella.

«Siamo orgogliosi dei nostri corridori – ha dichiarato l’onorevole piemontese – la prova odierna conferma il valore e il lavoro che tutto il movimento italiano sta portando avanti con impegno e passione. Questa generazione ha talento e coraggio: qualità che sapranno emozionarci sulle strade del Giro e nelle più importanti competizioni internazionali».

Una comunicazione che in altri tempi sarebbe arrivata dalla Federazione ciclistica italiana, come dopo il Trofeo Binda e la Tirreno-Adriatico, quando il presidente Dagnoni si congratulò per i bei risultati degli atleti italiani.

Abbiamo la sensazione che fra i due massimi organi del ciclismo italiano ci siano scarsa comunicazione e una competizione non dichiarata. Come quando Dagnoni era stato da poco eletto per il primo mandato e doveva fare quotidianamente i conti con Renato Di Rocco, che non perdeva occasione per presenziare a partenze e premiazioni. Entrambi hanno pieno diritto di fare quel che fanno, ma la situazione da fuori appare insolita.

I presidenti Dagnoni e Pella al Tour of the Alps, durante la commemorazione di Sara Piffer da parte di Giacomo Santini
I presidenti Dagnoni e Pella al Tour of the Alps, durante la commemorazione di Sara Piffer da parte di Giacomo Santini

Le donne ignorate

In questo scenario ancora da capire, la nota stonata è che siano state ignorate le donne. Nessuna congratulazione, da entrambe le parti. Neppure quando Letizia Borghesi ha conquistato il secondo posto della Parigi-Roubaix e ieri Trinca Colonel un rispettabilissimo posto fra le prime 10 della Liegi.

Le donne non fanno parte della Lega del ciclismo professionistico, eppure (fatti salvi gli importi) all’UCI il contratto di Elisa Longo Borghini è identico a quello di Ganna. Siamo ancora fermi alla Legge 91 sul professionismo: una legge di 34 anni fa! E siccome nessuna Federazione all’epoca consentiva alle donne di accedere all’attività professionistica, le atlete italiane sono considerate dilettanti, sebbene abbiano in tasca dei contratti da professioniste.

Negli anni due decreti hanno ridefinito il concetto di “lavoratore sportivo”, estendendo alcune tutele anche al settore dilettantistico. E successivamente sono stati apportati ulteriori correttivi, adeguando la normativa alle esigenze attuali del mondo sportivo. Ma la disparità resta ed è frustrante. Lo è per noi che ne scriviamo, figurarsi per chi la vive sulla propria pelle.

Monica Trinca Colonel ha conquistato l’ottavo posto alla Liegi: ha un contratto da pro’, ma per la legge italiana non lo è
Monica Trinca Colonel ha conquistato l’ottavo posto alla Liegi: ha un contratto da pro’, ma per la legge italiana non lo è

Lo sforzo condiviso

Allora forse, mentre le foto della vittoria di Pogacar popoleranno gli sfondi per questa settimana e lasceranno poi il posto alle prime immagini del Giro, il ciclismo italiano fa bene a rallegrarsi per i tre azzurri nei 10 della Liegi. Poi però dovrebbe scrollarsi di dosso l’ennesima disparità a scapito delle ragazze.

Chiunque arrivi prima a sanare l’irregolarità meriterà una stretta di mano. Fermo restando che si potrebbe arrivarci assieme: la Federazione e la Lega che ne è diretta emanazione. La concorrenza serve quando porta frutti e fa crescere il movimento, in caso contrario rischierebbe di rivelarsi semplicemente uno sterile esercizio.

Il sogno di Le Court. L’incubo di Elisa, messa ko dal caldo

28.04.2025
6 min
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LIEGI (Belgio) – Non senza un pizzico di sorpresa, tra le donne è stata la Liegi di Kimberley Le Court Pienaar. Atleta importante, anche perché una Doyenne altrimenti non la vinci, ma certo non era sul taccuino delle favorite. Più di qualche ragazza arrivata staccata chiedeva: «Chi ha vinto?» e una volta conosciuta la risposta scattava una smorfia di incredulità.

La gara femminile si è accesa nel finale. La Redoute è stata meno decisiva di quel che si potesse immaginare. Almeno vista da fuori, perché nelle gambe delle atlete ha fatto sfracelli. Poi si èdeciso tutto in uno sprint a quattro.

Stremata e affranta, Longo Borghini all’arrivo ha chiesto le fosse gettata dell’acqua su collo e spalle
Stremata e affranta, Longo Borghini all’arrivo ha chiesto le fosse gettata dell’acqua su collo e spalle

Liegi stregata

E’ proprio da qui che partiamo il nostro racconto, o meglio quello di Elisa Longo Borghini. La capitana del UAE Team ADQ ha ceduto, un po’ come Remco se vogliamo. Per noi è stata una sorpresa, per le sue compagne no. Intendiamo sul momento, quando dal maxischermo sull’arrivo di Liegi l’abbiamo vista perdere terreno.

Erika Magnaldi infatti ci ha detto che Elisa aveva anticipato di non sentirsi bene e per questo le aveva lasciato carta bianca. «Solo che io – spiega Erika – dovevo svolgere un altro ruolo e nella fase centrale della corsa ho sprecato un bel po’ di energie, che poi non ritornano».

Si attende Elisa, passano i minuti, quasi 8. Poi eccola spuntare, stremata. China il capo sulla bici. Parla sottovoce. Si abbraccia con Erika Magnaldi, che è lì ad aspettarla.

Si avvicina la massaggiatrice e le porge qualcosa di liquido da mandare giù. Elisa invece chiede che le si versi dell’acqua sulla schiena. «E’ stato semplicemente un bruttissimo giorno… per avere un bruttissimo giorno», sospira. La lasciamo respirare un po’.

Mauritius, che colpo!

Intanto poche centinaia di metri dietro va in scena il podio. Per le Mauritius di Le Court è una giornata storica e lei lo rimarca con orgoglio.

«Non ci credo – dice commossa l’atleta della AG Insurance-Soudal – è un grande momento per il mio Paese (le Mauritius, ndr). Ad un certo punto sono stata staccata, ma sono riuscita a recuperare, anche grazie alle mie compagne e a Julie Van de Velde, formidabile. Questo dimostra che in gara non bisogna mai arrendersi.

«Sulla Roche-aux-Faucons ho ritrovato improvvisamente le gambe e il ritmo, che sono riuscita a mantenere fino in cima. Sono riuscita a superare Demi Vollering e Puck Pieterse. Ho iniziato a pensare a qualcosa di grande quando ho visto le altre fare fatica sulla Roche-aux-Faucons. Il caldo? No, era una giornata piacevole, ma so che in tante lo hanno sentito».

Longo Borghini in difficoltà sulla Redoute, ma non stava bene già da qualche chilometro
Longo Borghini in difficoltà sulla Redoute, ma non stava bene già da qualche chilometro

«Sembravano 40 gradi»

E’ proprio da qui che ci riallacciamo a Elisa Longo Borghini: quella bottiglietta d’acqua sulla schiena non era affatto casuale. Le facciamo notare del caldo.

«Non lo so – spiega – non mi sono sentita bene. Da metà corsa in poi ho iniziato ad avere caldo, a non sentirmi per niente bene. Le temperature non erano altissime, però io ho sofferto come se ci fossero 40 gradi. Non me lo spiego, semplicemente questo».

In effetti la campionessa italiana veniva da ottime gare, quindi è stata una giornata che non ci si aspettava. Magnaldi aveva detto che probabilmente Elisa aveva patito il caldo. Ma più che il caldo, ipotizziamo, lo sbalzo termico. Negli ultimi due giorni la temperatura è salita di parecchio, passando dagli 11-12 gradi piovosi della Freccia ai 20-21 assolati della Liegi.

«Stavo benissimo fino al giorno prima – riprende Longo Borghini – e non me lo spiego, ripeto. Purtroppo le giornate no nel ciclismo esistono e a volte succedono anche nei giorni in cui vorresti che tutto andasse bene. Da metà corsa in poi, quando non mi sono sentita bene, non aveva senso far lavorare le mie compagne per me. Quindi le ho lasciate andare».

In questa giornata poco brillante per la UAE Adq c’è a aggiungere la frattura del gomito per Silvia Persico, richiamata per la Liegi e caduta nelle prime ore di gara.

Brava Trinca

Ma per una giornata storta, come si dice, ce n’è un’altra che è andata dritta. O quantomeno bene, fatte le dovute proporzioni. E questa nota positiva porta il nome di Monica Trinca Colonel.
Alla presentazione delle squadre, Anna Trevisi, una delle migliori gregarie in assoluto del gruppo, ce lo aveva detto: «Corriamo per Trinca. Sta bene. E’ forte». Ed eccola finire ottava. Prima delle italiane.

«In realtà – racconta l’atleta della Liv AlUla Jayco – sono sorpresa per il risultato perché mi sono sentita bene per almeno due orette. Ultimamente soffro sempre nelle parti iniziali di gara, poi però sul finale ci sono sempre, quindi comunque sono soddisfatta.

«E’ stata una corsa strana per me: mi sono staccata praticamente su tutte le salite, ma poi rientravo bene ed eravamo sempre meno. E’ stata una lotta continua. Questo denota più che altro che sono un diesel, quindi ci impiego un po’ di tempo per ingranare. La cosa bella di questa stagione? Che sto crescendo tanto e senza accorgermene. La squadra poi non mi mette pressione. Qui sto bene e sono più che contenta. Anna ha detto che potevo stare con le grandi? Vabbé, sono parole grosse le sue! Però sì, in futuro spero di essere tra le top».

E bravi gli azzurri. La Liegi di Ciccone, Velasco e Bagioli

27.04.2025
5 min
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LIEGI (Belgio) – Come vi avevamo accennato nel pezzo precedente, parlando della vittoria di Pogacar, alla Liegi-Bastogne-Liegi si è vista una buona Italia. La compagine dei corridori di casa si è fatta valere: Ciccone secondo, Velasco quarto e Bagioli sesto.

Ma era nell’aria. Parlando con i ragazzi filtrava un po’ di ottimismo. Okay, non è una vittoria, ma di questi tempi non è poco su cui fare leva in chiave futura. E poi le cotes delle Ardenne storicamente ci hanno sempre sorriso un po’ di più rispetto alle pietre.

Ciccone è al secondo podio in una classica Monumento. Il precedente al Lombardia 2024 sempre dietro a Pogacar
Ciccone è al secondo podio in una classica Monumento. Il precedente al Lombardia 2024 sempre dietro a Pogacar

Podio Ciccone

Giulio Ciccone si presenta in conferenza stampa con la sua medaglia. Gli occhi sono stanchi, ma il morale è alto. E come potrebbe essere diversamente?

«All’inizio, venendo dal Tour of the Alps, non stavo benissimo – racconta l’atleta della Lidl-Trek – poi mi sono trovato meglio. Rispetto alla corsa alpina, qui si trattava di tutt’altra gara: tanti più chilometri, salite più brevi e ripide, tanto stress in corsa.
«Quando è partito Pogacar cosa ho fatto? Mi sono messo del mio passo e basta. Ho preso tempo. Chiaramente non avevo le gambe per seguirlo, ma per quelle per tenere la mia velocità e cercare di fare qualcosa, di portarmi avanti. Tre italiani nei primi sei? E’ geniale, sappiamo che tutti vorrebbero una vittoria, ma non è sempre possibile. Godiamoci dunque questa giornata positiva».

Ciccone sul podio con Pogacar ed Healy
Ciccone sul podio con Pogacar ed Healy

Il podio in una Monumento vuol dire tanto per Ciccone. Alla fine è la seconda volta in pochi mesi che finisce alle spalle dello sloveno. Ciccone ha raggiunto Liegi in macchina dal Tour of the Alps: a quanto pare non ama troppo l’aereo. Ma evidentemente viaggiare con le gambe distese e senza stress gli ha fatto bene.

«La Liegi è la mia classica favorita, insieme al Lombardia – dice – sono davvero contento di questa prestazione e di arrivare bene al Giro d’Italia. Ora passerò cinque giorni a casa e poi andrò in Albania».

La grande volata di Velasco (sulla sinistra). Mentre Bagioli è al centro (secondo casco rosso da sinistra)
La grande volata di Velasco (sulla sinistra). Mentre Bagioli è al centro (secondo casco rosso da sinistra)

Velasco bravo e sfortunato

Se vi diciamo che Simone Velasco avrebbe potuto ottenere molto di più, ci credete? La storia della sua Liegi è davvero incredibile. Ed è giusto lasciarla raccontare a lui.

«Ho rotto la ruota prima della Redoute – racconta con orgoglio e ancora il fiatone forse 20′ dopo aver concluso la corsa – penso che nel finale avevo una gran gamba. Avere un problema meccanico lì, in quel momento, è incredibile. Ho provato a rientrare, ho rimontato non so quanti corridori. Ho inseguito fino alla Roche-aux-Faucons. Ci ho sempre creduto. Lì sono rientrato. Ho tenuto duro e poi ho vinto la volata del gruppo. Penso che sia davvero un gran bel segnale che posso essere all’altezza di certe gare».

Un gran bel segnale, ma anche forse un pizzico di rimpianto. Forse Simone poteva stare davanti con Ciccone ed Healy.

«Ho dimostrato di essere presente anche nelle corse che contano – commenta – e di questo sono contento anche per la squadra. Finalmente abbiamo raccolto un buon risultato in una gara importantissima, speriamo di continuare così».

Velasco racconta di una corsa tirata, nervosa. Ormai si va sempre forte. Lui e Ciccone si erano anche parlati un po’. Ora Simone riposerà un po’. «Andrò nella mia Elba a prendere un po’ di sole e di mare. E poi inizierò a lavorare per il Tour de France».

A Liegi anche i supporter di Bagioli: Mario Rota e suo padre
A Liegi anche i supporter di Bagioli: Mario Rota e suo padre

Bagioli: per Cicco e per sé

Infine c’è Andrea Bagioli, sesto. Anche lui autore di una gara ottima, e soprattutto di una gara che lo ha visto attivo. Il suo non è un sesto posto a rimorchio, diciamo così.

«Se ieri sera qualcuno mi avesse detto che avrei fatto sesto alla Liegi non ci avrei creduto – ha detto Bagioli – tanto più con dei capitani come Skjelmose e Ciccone. E invece… Oggi ho dovuto lavorare, ho dato una bella trenata all’imbocco della Redoute proprio per farla prendere bene a Cicco. Lui è rimasto un po’ lì poi è andato. Eccome. E dire che ad inizio corsa non stava benissimo, aveva detto a noi compagni».

Dopo la fase di apnea per la tirata sulla Redoute, Andrea Bagioli non ha mollato, ma si è rimesso sotto.

«Alla fine – riprende il valtellinese – sono riuscito a tenere il gruppetto con il quale siamo ritornati sotto alla Roche-aux-Faucons e stavo bene. Ma a quel punto non ho potuto sfruttare il fatto che Giulio fosse davanti per stare a ruota, anzi, ho dovuto chiudere spesso i contrattacchi e per questo sono contento. E’ un sesto posto che dà molta, molta fiducia. Rispetto all’anno scorso, in cui ho vissuto una stagione difficile, sono cambiate un po’ di cose.

«Adesso per me – dice – si profila l’Eschborn-Frankfurt (in scena il 1° maggio, ndr). Con i direttori sportivi abbiamo parlato e stabilito che potrò avere le mie carte. I leader saremo io e Nys. Io potrò fare qualcosa prima e lui eventualmente in volata. Con Francoforte chiudo questa mia parte di stagione che è molto lunga. Vado avanti dall’Australia».