La Sanremo di Milan: un giorno da leone, ma che fatica…

17.03.2024
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SANREMO – Una corsa da leone. Da uno che lo staccano sulla Cipressa (foto di apertura), però non molla, rientra e tira a bocca aperta come un diavolo per portare i compagni sul Poggio. In estrema sintesi, la Sanremo di Jonathan Milan è stata proprio questa. Un conto è correrla da giovane, con le attese limitate al fare esperienza. Altra cosa è farlo nei panni di uno che ha vinto due tappe alla Tirreno-Adriatico, battendo i velocisti più forti: Philipsen su tutti. Poi magari nella testa del friulano la differenza non c’è stata neppure per un istante, ma è certo che tante interviste alla vigilia nelle due edizioni precedenti non gliele avevano fatte. Per cui ci pensi. E quando arriva la Cipressa dove tutto si accende, ti chiamano allo scoperto e la musica cambia.

Al via della Sanremo, Milan era indicato tra i possibili favoriti: forse troppo presto?
Al via della Sanremo, Milan era indicato tra i possibili favoriti: forse troppo presto?

Cipressa quasi record

Alla partenza si faceva un gran parlare di tempi. Se la salita di Costa Rainera si fosse fatta in 9’50”, Milan ce l’avrebbe fatta. Se si fosse fatta in 9’20”, invece no. Ieri la Cipressa l’hanno scalata in 9’26” perché a un certo punto la UAE Emirates non ce l’ha più fatta a dare gas e Milan ugualmente, a un tratto, ha sentito accendersi la riserva. Fino a quel punto, era parso che tutto andasse bene e chissà se fra le analisi del dopo corsa si valuterà anche la scelta di partire con il 56, che potrebbe logorare se inavvertitamente non si compensasse con i pignoni posteriori. Ma questi sono discorsi a posteriori, da approfondire al momento debito. Quel che si può dire nell’immediato è che come fanno i corridori veri, Milan si è gestito, restando con la testa sul pezzo. Pensando a cosa fare per sostenere i compagni nel tratto che restava.

«Sì, è andata così – dice con voce flebile da uomo stanco – alla fine sui Capi stavo bene. Invece un po’ prima che finisse la Cipressa, sono finito nelle retrovie. Sono rientrato prima del Poggio e sapevo che le energie erano quelle che erano, per cui ho cercato di aiutare la squadra al meglio possibile. E’ andata così, dai. Sono contento per la mia performance e anche di come abbiamo corso, perché abbiamo corso veramente bene, tutto sommato».

Milan ha vissuto la prima parte di gara ben al coperto, lo svuotamento è iniziato fra i Capi e la Cipressa
Milan ha vissuto la prima parte di gara ben al coperto, lo svuotamento è iniziato fra i Capi e la Cipressa

Su tutto il Poggio

Ai piedi del pullman ci sono ad aspettarlo suo padre e sua madre, oltre a Manuel Quinziato, il suo agente che rivendica inaspettate origini friulano: proprio di Buja. Alla Lidl-Trek non ci sono grandi sorrisi, perché arrivati con Pedersen a giocarsi la volata, pensavano tutti di portarsi a casa un’altra Sanremo, dopo quella di Stuyven del 2021. Invece proprio il belga ha tirato la volata al compagno danese, che però non è andato oltre il quarto posto, dopo Pogacar e appena prima di Bettiol.

«Sulla Cipressa non dico che si è spenta la luce – riflette Milan, che sorride – oppure diciamo che forse si è spenta piano piano. Poi per un po’ si è riaccesa e alla fine si è spenta completamente sul Poggio. Non penso che sia stato un fatto di alimentazione, oppure magari c’entra pure quello, non lo so. Quando sono rientrato, ho pensato a fare quello che serviva. Non è che ci sia stato tanto tempo per parlare o guardarsi in faccia. Sono andato davanti il prima possibile e poi ho provato a fare il massimo, quello che sono riuscito. Ho cercato di dare il mio supporto. Ho fatto un piccolo passo in più rispetto all’anno scorso, ho fatto un buon lavoro su tutto il Poggio quindi sono abbastanza soddisfatto.

«Che differenza c’è alla fine tra fare la Sanremo da Jonathan Milan il giovane e Jonathan Milan che ha vinto le tappe alla Tirreno? Forse prima qualche attenzione in più, poi però è stata uguale. Solo una grande, grandissima fatica…».

Sprint, classiche, crono e pista: questo Milan è tutto da scoprire

12.03.2024
5 min
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Con la vittoria di San Benedetto, che si è aggiunta a quella ben più complicata di Giulianova, il nome di Jonathan Milan è entrato fra quelli dei velocisti più forti del gruppo. Se ne era avuto un sentore al Giro del 2023, quando il friulano vinse una tappa e mise in fila una serie infinita di piazzamenti, ma avreste dovuto vedere la faccia di Jasper Philipsen sull’ultimo arrivo della Tirreno. Il belga delle sei tappe negli ultimi due Tour non riusciva a farsene una ragione.

Forte a 360 gradi

Il problema con Johnny è che non si riesce a capire in quali caselle metterlo, soprattutto conoscendone la storia prima del professionismo. Veloce lo è sempre stato. Forte a crono lo stesso, tanto da aver vinto il tricolore U23 nel 2020 ed essersi piazzato terzo a Lido di Camaiore, dietro Ayuso e Ganna. Il suo sogno è la Roubaix, ma avrebbe anche numeri da Fiandre. E in pista ha aggiunto al quartetto azzurro i cavalli per vincere l’oro di Tokyo. Per questo il dibattito in vista di Parigi, sull’opportunità che corra la strada e la pista, è quanto mai fondato, anche se la scelta cadrà giustamente e inevitabilmente sulla seconda. Per cui il… cantiere resta aperto ed è emozionante, conoscendolo da un pezzo, veder crescere e costruirsi un campione così.

«Ho avuto sempre uno spunto veloce – dice – l’anno scorso al Giro ci siamo focalizzati su questo aspetto, per cui penso che lo sprint sarà il mio terreno insieme alle classiche. Io ce la metterò tutta per migliorare, perché c’è sempre qualcosa da migliorare, però questo è il mio ambito. Ci sono tanti nomi che sono sempre stati per me un motivo di ispirazione. Boonen, Cancellara, lo stesso Sagan, ma è difficile dire come sarà il mio sviluppo. Magari tra qualche anno andrò a perdere un po’ lo sprint, chi può dirlo? Per questo mi sono imposto di vivere mese per mese e poi trarremmo le somme».

Il debutto nelle classiche è già avvenuto alla Omloop Het Nieuwsblad, ma il bello deve ancora venire
Il debutto nelle classiche è già avvenuto alla Omloop Het Nieuwsblad, ma il bello deve ancora venire

Classiche in arrivo

La prossima fermata di questo treno che va veloce è la Milano-Sanremo che sabato lo vedrà impegnato per la terza volta. Le prime due apparizioni appartengono alla prima parte della sua carriera, quella in cui non v’era certezza di potersi giocare una grande corsa in volata. Una certezza che è ancora da costruire, con la curiosità di vedere se quest’anno nelle sue gambe ci sarà la capacità di scollinare sul Poggio non troppo lontano dai primi. Dalle scelte della squadra appare evidente che Milan non sia la primissima scelta, come è logico avendo davanti compagni come Jasper Stuyven, che la Sanremo l’ha già vinta nel 2021, e Mads Pedersen, che aveva giurato di non correrla mai, poi l’ha assaggiata negli ultimi due anni e se ne è innamorato.

«Inizia il periodo delle classiche – dice Milan – in realtà in Belgio è già iniziato. La prossima è la Milano-Sanremo e avremo un team molto forte. Parliamo di Stuyven e Pedersen, ragazzi con una grandissima condizione. Cercheremo comunque di supportarli al massimo, perché possano arrivare il più avanti possibile. La Milano-Sanremo è una gara che mi piace e penso che in corse come quella arriverò davanti anche io, dandomi il tempo giusto».

La prima Sanremo di Milan, quella del 2022, partì dal Vigorelli: singolare coincidenza per un pistard come lui
La prima Sanremo di Milan, quella del 2022, partì dal Vigorelli: singolare coincidenza per un pistard come lui

Sbagliando si impara

Tre vittorie in questo inizio di stagione non sono poche, soprattutto perché le due tappe alla Tirreno sono per ora le prime e uniche vittorie italiane nel WorldTour. La partecipazione alla Corsa dei Due Mari aveva questo obiettivo, unito alla necessità di affinare i meccanismi del treno. Come ha raccontato Simone Consonni, la prima tappa (vinta da Philipsen con Milan al 9° posto) ha avuto un finale complicato. Quella sera il team si è riunito, hanno chiariti i punti giusti e sono ripartiti di slancio.

«Siamo arrivati alla Tirreno – racconta Milan – con la voglia di fare bene e portare a casa dei bei risultati. Ce l’abbiamo fatta e parlo al plurale perché sono state vittorie di squadra. Sono contento di aver vinto e magari ci saranno altri momenti dove magari vinceranno altri. Ogni gara ha la sua storia, vedremo in futuro. Fare tante volate insegna a sbagliare meno, perché ci sono sempre momenti in cui si sbaglia e dagli errori si impara e si acquisisce fiducia in se stessi e soprattutto nel team. Nella prima volata l’arrivo era un po’ nervosetto… Insomma (ride, ndr), tutti gli arrivi sono nervosi! Comunque nel giorno di Follonica siamo rimasti imbottigliati e non ci siamo tanto trovati, non ci eravamo mossi benissimo. Io poi li avevo persi e ci siamo ritrovati solo nel finale. Però abbiamo visto che negli sprint successivi abbiamo corso di squadra e siamo riusciti a fare molto bene. Quando lavoriamo così, riusciamo a concludere le corse in maniera impeccabile».

Milan ha vinto l’oro olimpico del quartetto a Tokyo nel 2021, con Lamon, Ganna e Consonni
Milan ha vinto l’oro olimpico del quartetto a Tokyo nel 2021, con Lamon, Ganna e Consonni

Da Tokyo a Parigi

La scoperta continua. La Sanremo sarà il primo assaggio, il resto del menù prevede Gand-Wevelgem, Dwars door Vlaanderen, Fiandre, Roubaix e dopo il Giro. Il secondo turno olimpico sarà poi il clou dell’estate, con il primo oro conquistato a 21 anni e il secondo in palio a 24. E se in pista il suo livello è già pazzesco, la sensazione è che su strada ci sia ancora molto da fare, migliorare e crescere. Perciò quando gli chiedi se abbia un’idea dei suoi limiti, Johnny ti guarda e se la ride.

«Non lo so ancora, a dire il vero. Come si diceva, lo scopo è sempre quello di provare a migliorarsi e dopo vedremo. Quel che posso dire è che spero di aver mostrato ancora poco su strada, perché vorrebbe dire che c’è ancora tanto da vincere».

Milan fa il bis (come la Visma) e Consonni ci mette lo zampino

10.03.2024
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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ai 700 metri Milan stava per farlo ancora. Si è infilato nella doppia curva a tutta velocità, pronto per lanciare una volata troppo lunga. Però Consonni se ne è accorto e ha avuto la prontezza di cacciare un urlo, facendo nei metri mancanti il lavoro di tre compagni per chiudere un buco che poteva essere decisivo. Raccontandolo ora agli uomini del Team Lidl-Trek, dice di aver strillato tanto forte che secondo lui l’avranno sentito anche in televisione. Gli chiediamo se Jonathan abbia la tendenza ad anticipare troppo perché ha ancora poca esperienza o perché non si fidi di chi ha davanti e Simone si mette a ridere.

«Secondo me lo fa perché ne ha troppa – dice – ne ha talmente tanta che anche nel circuito finale voleva sempre stare davanti. Per carità, è anche giusto, però spendi di più. Probabilmente con il fatto di averne tanta, si può permettere di buttare via qualcosa, anche se è giusto cercare di ottimizzare sempre al meglio tutte le energie. Se poi analizziamo bene lo sprint, oggi ha fatto la prima volata ai 700 per rilanciare quando l’ho chiamato. Mi ha aspettato, l’ho passato un po’ più veloce, quindi ha dovuto accelerare per prendermi la ruota. Poi ha fatto il testa a testa con due dei velocisti più forti, ci metto anche Kristoff che su questi percorsi è un cagnaccio che non molla mai. E insomma, abbiamo portato a casa un’altra bella vittoria…».

Non è un errore: Milan ha vinto, Consonni che l’ha aiutato festeggia come se avesse vinto lui
Non è un errore: Milan ha vinto, Consonni che l’ha aiutato festeggia come se avesse vinto lui

Atto finale

La Tirreno-Adriatico si è conclusa con la vittoria di Vingegaard nello stesso giorno in cui la Visma-Lease a Bike ha conquistato la Parigi-Nizza con Jorgenson. Il danese ha avuto parole di elogio per il compagno, confidando di trovarlo altrettanto forte al Tour de France.

Nella conferenza stampa, quando verrà il suo turno, Milan ringrazierà la squadra e avrà parole di riguardo per Consonni. Il friulano mostra una grande pacatezza nel raccontare il bello e il brutto degli errori nella prima volata. Sono due i verbi che più ricorrono nel suo discorso: lavorare e imparare. E mentre Milan si racconta, sotto al pullman della Lidl-Trek Consonni sistema le ultime cose prima di ripartire.

Sul podio finale, Vingegaard ben scortato da Ayuso e Hindley
Sul podio finale, Vingegaard ben scortato da Ayuso e Hindley
Allora partiamo dagli abbracci che ti ha dato in occasione delle due vittorie. Riavvolgi il nastro: da dove nascono?

Se devo guardare cosa c’è in quegli abbracci, dobbiamo partire da tanto lontano. Dal 2018-2019, quando un giovane con la testa bella frizzante entrò nel nostro gruppo della pista e, passatemi il termine, cominciammo a bullizzarlo perché andava forte e l’avevamo già visto. Era un bersaglio facile da far arrabbiare. Ci siamo divertiti insieme a lui, ovviamente. Poi l’anno scorso c’è stato un cambiamento radicale a livello professionale. Ho deciso di intraprendere la nuova avventura con questa squadra, che era già grande e quest’anno ha fatto veramente un salto in avanti. In quegli abbracci c’è tanto lavoro, c’è tanta amicizia, c’è tanta passione per quello che facciamo. E’ uno sport dove non ti regalano niente, quindi è bello gioire di questi momenti che sono rari. Cerchiamo di lavorare perché siano meno rari.

Dopo la prima volata c’è stata una riunione per rimettere le cose a posto, Johnny si perdeva un po’…

La prima volata l’abbiamo analizzata. Ai 300 metri, prima dell’ultima curva, eravamo messi in ottima posizione a ruota degli Uno X. Poi probabilmente non si è visto, ma siamo rimasti chiusi tra i due della Alpecin, quindi abbiamo perso parecchie posizioni. Era un arrivo dove puoi avere tutta la gamba che vuoi, ma partendo da fermo è veramente dura rimontare. Invece gli altri finali li abbiamo gestiti ottimamente. Erano arrivi duri, dove era più importante avere la posizione che un leadout vero e proprio. E oggi tutto ha funzionato al meglio, anche se dopo gli tirerò le orecchie perché mi ha anticipato ancora nell’ultima chicane. Però è andata bene così. Per fortuna mi era rimasto un po’ di fiato e sono riuscito a chiamarlo.

Dopo l’arrivo l’abbraccio di Skuijns: i due saranno compagni alla Sanremo
Dopo l’arrivo l’abbraccio di Skuijns: i due saranno compagni alla Sanremo
Tu hai fatto questo tuo lavoro con Elia Viviani, adesso lo stai facendo con lui, non sembrano uguali…

Ogni sprinter ha il suo approccio alle volate. Fortunatamente ho lavorato con tanti velocisti. In UAE ho lavorato anche con Kristoff e con Gaviria, quindi mi sono fatto un po’ di esperienza. Probabilmente il fatto di averlo a ruota anche nel quartetto è sicuramente qualcosa che ti dà una spinta in più. Insomma, come inizio di stagione non c’è male…

Lo bullizzate ancora in pista?

Ci proviamo, ma poi ci picchia perchè è diventato grande…

Questa coppia funziona perché c’è l’esperienza della pista o perché c’è un bel rapporto fra voi due?

Entrambi gli aspetti, secondo me. Alla fine ti devi fidare. E vero che veniamo dalla pista, ma la strada è un’altra cosa, ci sono altre dinamiche, altri sforzi. Tra la Valenciana e qua siamo riusciti a fare dei buoni lavori e sono felice.

Sarai anche tu nella squadra della Sanremo?

No, non ci sono e un po’ mi spiace, perché è la classica di casa. Però ad essere sinceri e guardando la nostra squadra, con Mads Pedersen, con Jasper Stuyven, con Toms Skuijns, che alla Strade Bianche ha fatto vedere che sta passando un momento veramente incredibile, più anche Johnny… Da atleta dispiace restare fuori, però è una cosa normalissima.

E dove lo mettiamo Johnny in mezzo a tanti compagni?

Affari del team…

Fa una risata, ha in mano un sacchetto da mettere nella valigia. Martedì si parte per il Belgio, guai fermarsi. Mentre Milan va verso casa e giovedì si sposterà verso la Sanremo, Consonni andrà a mettere le ruote sulle strade del Nord.

Tirreno nell’Italia dimenticata: vince Milan, domani si sale ancora

07.03.2024
6 min
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GIULIANOVA – Il primo a fermarsi è stato Damiano Caruso, compagno di squadra di Milan fino allo scorso anno, che lo accolse tra i professionisti nel 2021 dell’oro olimpico del quartetto. Il siciliano si è avvicinato, gli ha detto «Bravo, Johnny!» e poi si è allontanato, mentre il friulano riprendeva ancora fiato. Appena sceso di bici ha avuto bisogno di un paio di minuti in cui ha cercato di far entrare aria nei polmoni, chinandosi verso la bici che ha continuato a sorreggerlo.

Dopo Caruso è stata la volta dei compagni di squadra. E Simone Consonni con l’abbraccio si è beccato tre colpi nella schiena da tramortire un cavallo. In casa Lidl-Trek si respira una bella soddisfazione. Se ieri a Gualdo Tadino forse qualche meccanismo non aveva funzionato, oggi tutto ha girato alla perfezione e oltre alla tappa è arrivata la maglia di leader.

«E’ stato veramente un finale molto difficile – dice Milan – molto intenso. Una tappa era qualcosa che volevo portarmi a casa fin dall’inizio e oggi devo ringraziare il team perché mi ha dato la possibilità di sprintare e di prendere questa maglia. Sinceramente non mi aspettavo di prenderla, però siamo contenti. Magari la perderò domani, perché sarà una frazione dura, però intanto me la godo.

Il gruppo ha scalato nuovamente Forca di Presta, come nella tappa del 2021 vinta da Mader a San Giacomo
Il gruppo ha scalato nuovamente Forca di Presta, come nella tappa del 2021 vinta da Mader a San Giacomo

L’Italia dimenticata

Va bene il bisogno di passare dall’Umbria alle Marche, ma è difficile vedere un senso tecnico nell’aver proposto la scalata del Valico di Castelluccio e poi Forca di Presta, avendo ancora 110 chilometri da fine discesa all’arrivo. Ci sarebbero state altre soluzioni, eppure un ringraziamento a Mauro Vegni ci sentiamo ugualmente di farlo: grazie per impedire che le luci si spengano.

La corsa mostra l’Italia, ne è testimone anno dopo anno. Ed è vero che le immagini televisive, come già nel 2021 non hanno mostrato molto, tuttavia passare in mezzo all’abbandono del post terremoto 2016 ha significato rendersi nuovamente conto che c’è un’Italia dimenticata, di cui non importa niente a nessuno. A Norcia, nel momento in cui passava la corsa, una ruspa buttava giù i resti di una casa crollata otto anni fa. Paesi come Pretare, Pie’ di Lama e Arquata del Tronto non esistono più e nulla si farà perché rinascano.

Maestri è stato uno degli ultimi ad arrendersi, dopo la fuga a 6 che ha animato tutta la tappa
Maestri è stato uno degli ultimi ad arrendersi, dopo la fuga a 6 che ha animato tutta la tappa

Un giorno faticoso

E mentre la corsa sfilava via e seguendo il corso del fiume Tronto puntava verso Ascoli Piceno, è stato impossibile non pensare a quel giorno di tre anni fa in cui passando sulle stesse strade, Gino Mader andò a vincere la tappa di San Giacomo. La corsa passerà lassù anche domani, sia pure da un altro versante. Chi c’era cullerà il ricordo.

«Non c’è stato soltanto quest’ultimo chilometro a essere veramente impegnativo – prosegue Milan – anche i chilometri precedenti sono stati molto duri. Il gruppo era nervoso, abbiamo fatto tutta la tappa a un bel passo e sulla salita lunga ho anche bucato, per cui ho faticato per rientrare. Poi gli ultimi chilometri sono stati veramente molto tosti. Sapevo che la squadra mi avrebbe portato in una posizione perfetta e infatti mi hanno lasciato dietro Philipsen. Era lui l’uomo da battere e sono partito dalla sua scia. Sono uscito e alla fine l’ho battuto».

Una liberazione

Il suo urlo sul traguardo l’ha definito liberatorio. Ciro Scognamiglio della Gazzetta dello Sport gli chiede se in qualche modo sia stato simile all’urlo di San Salvo, ugualmente Abruzzo, dove vinse la tappa dell’ultimo Giro d’Italia.

«E’ stato un urlo liberatorio – ribadisce – cercavamo la vittoria e oggi ci siamo riusciti. Nei giorni scorsi non tutto ha funzionato. In ogni tappa si vivono esperienze diverse e può capitare di sbagliare. Magari capita di non stare tanto al coperto durante la gara, sprecando energie. Ci sono diverse situazioni che poi, messe una accanto all’altra, fanno la differenza fra vincere o no. Capita, anche se vorremmo fare tutto alla perfezione. Sbaglierò ancora, è umano, ma cercherò sempre di crescere e di migliorare.

«Questa Tirreno-Adriatico è molto importante, per andare poi ad affrontare le classiche. Ho una buona condizione, vedremo poi cosa farò alle classiche, dove avremo un team molto forte. Perciò intanto puntiamo a finire bene questa Tirreno e poi vedremo per le prossime gare».

Un bel pubblico a Giulianova ha applaudito Milan, vincitore della tappa e re della classifica
Un bel pubblico a Giulianova ha applaudito Milan, vincitore della tappa e re della classifica

Il dilemma olimpico

E alla fine la lingua picchia dove il dente duole e non certo per colpa sua. Il tema è stato dibattuto fra giornalisti negli ultimi giorni e anche ieri Johnny è stato tirato per la manica. Escluso Ganna, che a Parigi correrà la crono e le prove della pista, Bennati non si è affatto rassegnato a non avere Milan nella prova su strada. E certo vederlo vincere oggi, prima vittoria italiana 2024 nel WorldTour, fa pensare che uno così nella corsa olimpica ci starebbe davvero bene.

«Sinceramente la vivo giorno per giorno – dice Milan che capisce il tema e sa anche di poterci fare poco – a Parigi ci penseremo poi. Sappiamo che le Olimpiadi su pista saranno il mio obiettivo principale, per la gara su strada vedremo. E’ un peccato che il programma di Parigi non dia la possibilità di fare strada e pista. Si vorrebbe fare tutto, però il calendario dice che il 3 agosto c’è la strada e il 5 comincia la pista. Mi piacerebbe, ma temo che sia difficile».

L’UCI che rimette mano ai caschi dopo averli approvati non si è accorta di aver ammucchiato tutte le prove di ciclismo in un pugno di giorni, sottraendo di fatto agli atleti polivalenti la possibilità di cimentarsi in più discipline olimpiche. Ugualmente il numero dei convocabili è contingentato: dov’è il senso? Sono scelte che volano ben più in alto della testa dei corridori, anche più su di quella di Milan che in cima ai suoi 193 centimetri si allontana dondolando felice come un bambino. Il ragazzo ha margini che neanche lui sa valutare, speriamo per il nostro ciclismo che inizi ad avvicinarli presto.

Lo sguardo di Cataldo sulla nuova Lidl-Trek, tra presente e futuro

06.03.2024
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Dario Cataldo si trova in Spagna, a Denia, per un ritiro di squadra. I corridori della Lidl-Trek che non sono impegnati in gara sono stati radunati al caldo: si lavora e ci si allena in vista delle prossime corse. Dopo il grave infortunio subito a inizio 2023 l’abruzzese è rientrato alle corse a fine stagione. La condizione non era delle migliori e si era dato appuntamento dopo l’inverno, per capire a che punto si trovasse sulla strada del recupero. 

Il debutto nel 2024 per Cataldo è stato in Australia, la condizione cresce
Il debutto nel 2024 per Cataldo è stato in Australia, la condizione cresce

Passi lenti, ma decisi

«Sono contento dei passi in avanti – racconta Cataldo mentre lascia la bici dal meccanico per un check sulle misure – continuo a migliorare. Ero stato ottimista, pensavo ad una ripresa più veloce, soprattutto dopo il rientro in gara a fine 2023. Ripartire da zero dopo la pausa invernale era un modo, nella mia testa, di tornare competitivo. Invece qualche problemino c’è ancora, non sono al 100 per cento. Al Tour Down Under stavo meglio e al UAE Tour stavo ancora meglio. Ci sta volendo più tempo ma tornerò ai miei livelli.

«Il gruppo è competitivo – continua – e anche la mia squadra lo è. Devo dimostrare di stare bene, perché ci sono corridori molto forti ed è giusto che corra chi è pronto. All’interno del team c’è una concorrenza mica da ridere, ma non ho paura. Sono felice che la squadra vada bene, sono a fine carriera e da tempo guardo più al bene del gruppo. Probabilmente non farò il Giro, mi sarebbe piaciuto, ma ne ho fatti 13, uno in più non mi cambia la vita».

Evoluzione

La Lidl-Trek ha cambiato tanto, ma non si è snaturata, la chiacchierata con Cataldo è volta anche a questo: capire come si è vissuto questo cambiamento dall’interno. 

«Non è stata una rivoluzione, ma un’evoluzione – spiega Cataldo – c’erano tanti capisaldi nel team, tra staff e corridori e tutti sono migliorati. In più abbiamo preso tanti profili interessanti, anche per i ruoli di leader: Milan e Geoghegan Hart, per esempio. La cosa che non è cambiata è l’ideologia internazionale del team, che è importante mantenere. Si cerca di non avere un gruppo unico ma di essere eterogenei, in modo tale che ogni parte riesca a compensare l’altra. Ci sono tanti modi diversi di vedere il ciclismo e ognuno trae vantaggio da questo aspetto. E’ un aspetto che ha sempre funzionato e che ha portato tanti risultati.

«I nuovi arrivi – analizza – si sono integrati perfettamente, quasi come se fosse una cosa super naturale. Si è visto qualche volta che corridori usciti dal team Ineos abbiano fatto fatica a integrarsi, Tao (Geoghegan Hart, ndr) invece no. Questo è un bel segnale che fa capire la mentalità del team».

Uno dei nuovi arrivi è Consonni (al centro) che lavorerà nel treno di Milan
Uno dei nuovi arrivi è Consonni (a destra) che lavorerà nel treno di Milan

Tecnologia

In cosa consiste questa evoluzione? Ma soprattutto qual è la mentalità della Lidl-Trek che consente di avere costanza di rendimento anche dopo tanti cambiamenti?

«Evoluzione è la parola che descrive al meglio la squadra – racconta ancora Cataldo – perché si cerca di rimanere sempre al passo con i tempi. Tante squadre sono state al top per diverso tempo per poi ridimensionarsi. In Lidl-Trek l’obiettivo è rimanere al passo con i tempi, studiare ogni aspetto tecnico: dall’aerodinamica alla bici, passando per i materiali. Si tratta di un’evoluzione fatta con i passi giusti, che rende il percorso morbido ma comunque progressivo».

A dicembre la Lidl-Trek ha fatto un ritiro comune dove ha radunato tutti i suoi team: uomini e donne pro’ e U23 (foto Instagram)
A dicembre la Lidl-Trek ha fatto un ritiro comune dove ha radunato tutti i suoi team (foto Instagram)

I giovani

Nel percorso di crescita e di programmazione per il futuro entra anche la Lidl-Trek Future Racing, ovvero il devo team della squadra americana. E’ nato nel 2024 e ha già radunato tanti talenti sotto lo stesso tetto. 

«Anche questo è un esempio di crescita e sviluppo – dice Cataldo – per trovare i nuovi talenti serve tempo e bisogna prenderli da giovani. Markel Irizar sta facendo un ottimo lavoro e sono diversi anni che la squadra cura questo aspetto. Hanno un occhio anche sul mondo junior e si cerca di dare a questi ragazzi un indirizzo e farli crescere al meglio. La squadra ha radunato tutti al ritiro di dicembre e per i giovani fare un’esperienza del genere è importante. Vedono l’ambiente e se ne sentono parte. In futuro credo che faremo delle gare con squadre “miste” dove i giovani verranno fatti correre con noi del team WT. Non nascondo che mi piacerebbe stare vicino a loro e trasmettere qualcosa».  

Viaggio nel “motore” di Pedersen, mattatore d’inizio stagione

27.02.2024
6 min
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Ora sta tirando un po’ il fiato, lo rivedremo alla Parigi-Nizza, ma senza ombra di dubbio Mads Pedersen è stato il mattatore d’inizio stagione. L’ex iridato, in forza alla Lidl-Trek, infatti ha messo nel sacco 6 vittorie su 8 giorni di gara. Ha vinto in volata, ha vinto a crono, ha vinto le classifiche generali.

Non è la prima volta che il danese mette in mostra questo suo essere eclettico. Già al Tour de France dell’anno scorso lo abbiamo visto fare spalla a spalla con Philipsen in volata e poi tirare in salita per Ciccone. E dopo qualche giorno lo abbiamo visto fare un numero pazzesco ad Amburgo, degno del migliore dei finisseur.

Ma per fare tutto questo serve quello che in gergo è chiamato un “grande motore”. Oltre ad un certa cattiveria agonistica, aspetto che al danese proprio non manca.

Del motore di Pedersen abbiamo chiesto al suo “meccanico di fiducia”, il suo coach, Mattias Reck.

Mattias Rick, svedese, è l’allenatore di Pedersen. Eccoli al termine di un test lo scorso anno, pochi giorni prima che arrivasse il main sponsor Lidl (foto Instagram)
Mattias Rick, svedese, è l’allenatore di Pedersen. Eccoli lo scorso anno, pochi giorni prima che arrivasse il main sponsor Lidl (foto Instagram)
Mattias, Mads è partito fortissimo. Come valuti la sua preparazione invernale? C’è qualche aspetto a cui hai prestato particolare attenzione?

Mads, sta andando molto bene come sempre. La continuità è più importante dei piccoli dettagli specifici. Durante l’inverno è stato molto bravo non ha perso alcun allenamento. Continuiamo ad andare avanti nello stesso modo in cui abbiamo lavorato insieme negli ultimi due anni e mezzo. L’obiettivo è sempre quello di mantenere e di sviluppare la sua naturale capacità di resistenza e allo stesso tempo migliorare ulteriormente i suoi sprint.

Quindi non mollerà l’aspetto dello spunto veloce…

Lo sprint sarà sempre un fattore chiave. Ci sono molti buoni velocisti nelle classiche, quindi deve essere molto veloce anche lui. Nelle gare a tappe fa sprint di gruppo e nelle classiche sprint in drappelli più piccoli, ma lo spunto resta cruciale.

Ci sono dei lavori specifici che a Mads piacciono particolarmente e altri che non sopporta?

Non direi. Mads è un corridore a cui piacciono molto i grandi blocchi di allenamento. Gli piace lavorare davvero duramente. E anche se a volte fa molte gare, non ha problemi a prepararsi con buoni blocchi di allenamento nel mezzo.

Come dicevamo in apertura, Mads vince nello sprint, vince come finisseur, aiuta in salita… come riesce ad essere competitivo in ogni settore?

E’ un leader ed è un corridore molto importante in seno al team. Supporta l’intera squadra con la sua personalità e il suo carattere, sia dentro che fuori dalle gare. Non corre solo per vincere, ma anche per aiutare gli altri a raggiungere i loro obiettivi, come appunto abbiamo visto nelle tappe in salita al Tour per Ciccone o quando Richie è arrivato terzo al Tour. Ha un motore e una resistenza così grandi che normalmente non si stanca delle corse a tappe. Mads, infatti ha un recupero molto rapido, quindi è un perfetto super gregario e allo stesso tempo un leader.

Pedersen (classe 1995) domina il prologo dell’ultimo Tour de Provence, dove ha vinto anche la generale e conquistato 3 tappe su 4
Pedersen (classe 1995) domina il prologo dell’ultimo Tour de Provence, dove ha vinto anche la generale e conquistato 3 tappe su 4
Super corridori e super motori. Sono i cinque del Poggio di Sanremo del 2023? Gli stessi di Glasgow…

È impressionante vedere i grandi corridori di questo periodo, di questa generazione. Sono tutti fortissimi e molto completi. Prendiamo ad esempio la vittoria di Pogacar al Fiandre l’anno scorso. L’anno prima ha imparato a conoscere le classiche fiamminghe e l’anno dopo ha vinto. Ha spinto tutti al limite sia tatticamente che fisicamente. Un corridore che si allontana dall’essere “specialista” e vince sul terreno di casa di altri. O prendiamo alcuni dei Tour di Van Aert (a proposito Van Aert e Pogacar secondo me sono i due corridori più completi). O il tempismo e la “botta” nelle salite di Van der Poel che lo hanno portato a vincere così tante grandi gare di un giorno. Quindi c’è sicuramente abbastanza concorrenza per Pedersen. Ma questo è anche ciò che ci ispira e ci motiva a lottare, ad allenarci e a correre per migliorare ancora, per sfidarli e fare del nostro meglio per avvicinarci a loro.

E cosa ha Mads in più e in meno di loro?

Nelle gare meno collinari Mads normalmente parte già come uno dei favoriti. Nelle gare più dure, più ondulate, invece anche se Mads è già fortissimo in salita, ci sono alcuni corridori che salgono  meglio di lui. Vedremo cosa faremo per sfidarli e per batterli, se servono più W/kg o una tattica diversa. Mads sa come correre!

Hai detto di seguire Pedersen da due anni e mezzo: quanto è migliorato in questo periodo e che margini ha?

Abbiamo iniziato a lavorare a metà del 2021. Ovviamente ho avuto la possibilità di iniziare da un livello già elevato. Avevo molti anni di preparazione da esaminare, come informazioni di base. Questo rende le cose un po’ più facili per me allenatore. Abbiamo subito trovato una buona collaborazione sapendo che ognuno di noi ovviamente sarebbe già arrivato alla Trek nello stesso periodo, nel 2017. Io avevo alcune idee che volevo testare e hanno funzionato bene. Allo stesso tempo Mads voleva concentrarsi ancora di più su stesso ed è diventato un corridore migliore. E lo è diventato non solo perché abbiamo cambiato alcune cose del suo allenamento, ma anche perché c’è stato un processo naturale di crescita come corridore e come persona. Pertanto abbiamo visto progressi in ogni aspetto, direi, e siamo diventati più costanti nel corso dell’anno.

VdP, Van Aert, Pogacar e Pedersen. Quattro “mega motori” del lotto dei pro’, al mondiale di Glasgow
VdP, Van Aert, Pogacar e Pedersen. Quattro “mega motori” del lotto dei pro’, al mondiale di Glasgow
Perché a Mads non piace il ritiro in quota? 

L’altitudine, insieme ad esempio al lavoro in palestra (squat, pressa…) ti rendono un ciclista migliore, ma sono due dei regimi di allenamento più difficili per avere risposte chiare in anticipo. Devi testare e giudicare. Quando si tratta di altura c’è un equilibrio da considerare, non solo dal punto di vista dell’allenamento e degli adattamenti fisiologici che si ottengono, ma anche di ciò che un ciclista “sente” nello stare tre settimane su una montagna prima di andare allo Svizzera o al Delfinato e poi al Tour. Per un corridore di classifica è più chiaro cosa fare, ma per un corridore da classiche o per un velocista, anche se si hanno benefici sia in termini di capacità aerobica che anaerobica, non è sempre così. Magari in quota perde un po’ di peso più facilmente e questo non è sempre la cosa migliore per tutti i corridori.

Chiaro. Quindi qual è la tua opinione su velocisti in altura?

Ho già svolto training camp in quota con i velocisti e ho lavorato bene. Ma uno stesso ciclista l’anno successivo non è andato in quota e si è comunque comportato altrettanto bene. Il paragone secondo me non è tanto tra ritiro in quota e niente, ma tra un buon ritiro in quota o al livello del mare, in abbinamento ad una gara in più (o in meno, ndr). Per gli altri ciclisti con cui ho lavorato penso di poter dire che l’altura aiuta sicuramente, non c’è dubbio! Per concludere questo argomento direi che non escludiamo che Mads possa fare altura in futuro. Vedremo nei prossimi anni.

La Trek di Milan per il Nord ce la racconta Mauro Adobati

26.02.2024
5 min
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L’opening weekend è ormai alle spalle, la stagione del Nord è appena iniziata e nelle prossime settimane sulle strade di lassù si daranno battaglia tanti nomi importanti. I dettagli contano molto, tutto deve essere curato e niente va lasciato al caso. Se ad ogni cavaliere corrisponde un cavallo, anche i corridori hanno il loro destriero in carbonio: le loro bici. Per vincere il freddo, il pavé, i muri e tutti gli ostacoli delle corse del Nord è necessario avere i materiali giusti

Dalla Omloop Het Nieuwsblad di sabato, fino alla Roubaix e anche oltre: le gare da queste parti sono tante e ognuna ha le sue insidie. Uno dei nomi di spicco per il ciclismo italiano a queste latitudini sarà quello di Jonathan Milan. Intorno a lui girano tante domande, non ultima quella sulle scelte tecniche fatte in ottica classiche del Nord. 

Madone o Domane?

Il gigante friulano, passato dalla Bahrain Victorious alla Lidl-Trek ha cambiato bici. Ora per correre sulle pietre potrà contare sulla Madone e sulla Domane: insieme a Mauro Adobati, capo dei meccanici del team americano, parliamo delle scelte fatte da Milan. Lui stesso ci aveva parlato di alcuni test fatti proprio sulle strade della Roubaix, volti a cercare i materiali migliori. All’inizio della stagione del Nord cerchiamo di capire che scelte sono state effettuate.

«Il test per la Roubaix – ci dice Adobati – Milan lo ha fatto con la Madone. Ormai con la nuova versione di questa bici si può pedalare tranquillamente sulle pietre. Grazie all’inserimento dell’IsoFlow le vibrazioni non sono più un problema. Tutti i ragazzi, Milan compreso, hanno corso l’opening weekend con questo modello. L’unico motivo per cui si potrebbe scegliere di usare la Domane, e si parla solo della Roubaix, è la pioggia. Il passaggio ruote in questa bici è maggiore e si possono montare copertoni da 32 millimetri senza problemi».

Milan per le prime gare Nord ha scelto tubolari da 30 millimetri
Milan per le prime gare Nord ha scelto tubolari da 30 millimetri

Profili alti e tubolari

Le scelte tecniche sono sempre qualcosa di personale, i test servono alle aziende, vero, ma risultano ancora più utili ai corridori. Ogni momento è buono per capire, cambiare e correggere. Nella mattinata di venerdì, Milan ha pedalato sulle strade della Omloop Het Nieuwsblad alla ricerca delle ultime conferme

«In queste gare – continua Adobati – Milan ha scelto di usare ruote a profilo alto, potrebbe optare per un 51 millimetri. Mentre, per quanto riguarda i copertoni, per la Het Nieuwsblad ha optato per dei tubolari da 30 millimetri. Il tubeless è stato accantonato perché con colpi secchi un po’ d’aria esce sempre, rischiando di perdere anche 2 atmosfere tra inizio e fine gara. Questa scelta viene fatta soprattutto da corridori della stazza di Milan.

«Per la Roubaix vedremo cosa si sceglierà, il profilo scelto per le ruote potrebbe alzarsi a 61 millimetri. Si tratta di una corsa piatta, dove servono molta velocità e anche tanta stabilità. Probabilmente, anche per correre all’Inferno del Nord, Milan potrebbe decidere di montare i tubolari». 

Milan utilizza il nastro manubrio da cronometro, più sottile rispetto al classico da strada
Milan utilizza il nastro manubrio da cronometro, più sottile rispetto al classico da strada

Nastro manubrio e sella

I punti di appoggio più delicati per un ciclista sono la sella e il manubrio. Il comfort sulle pietre diventa quasi un’utopia, ma le scelte tecniche devono portare alla migliore soluzione. 

«Milan – ci spiega Adobati – preferisce usare il nastro manubrio più sottile, quello da cronometro. Lo ha usato anche per queste prime gare in Belgio e probabilmente pure per la Roubaix. Dice che un nastro più sottile gli dà una maggiore sensibilità e più sicurezza nel guidare la bici. Come sella utilizza la Aeolus RSL con larghezza da 145 millimetri, ovvero la taglia media».

Milan utilizza all’anteriore le corone da 54 e 41 denti, il pacco pignone ha scala 10-33
Milan utilizza all’anteriore le corone da 54 e 41 denti, alla Roubaix potrebbe optare per il monocorona da 54

Infine il gruppo

Uno dei cambiamenti più importanti per Milan è stato passare da Shimano a SRAM. L’azienda americana utilizza dei pacchi pignoni con corone differenti, spesso dispari, ma a detta di Adobati questo non è stato un grande problema. 

«Alla Omloop Het Nieuwsblad e alla Kuurne – racconta il meccanico – Jonathan ha usato un 54-41 davanti. Mentre al posteriore il pacco pignoni è stato un 10-33. A mio modo di vedere non ha avuto necessità di grandi adattamenti, comunque con Shimano dietro usava il 30. Mettere 3 denti in più dietro permette di avere grande libertà, in futuro potremmo vedere corone sempre più grandi davanti. Con un 54-41 si evitano grandi salti e la catena ha meno probabilità di cadere».

«L’unica modifica per la Roubaix, da questo punto di vista, potrebbe essere la scelta di un monocorona davanti. Si monterebbe un 54, con al posteriore una cassetta 10-33. In una corsa del genere togliere il deragliatore potrebbe tornare utile».

Omloop Het Nieuwsblad, la strana vigilia di Longo Borghini

23.02.2024
6 min
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«Ci vediamo poco, come al solito. E’ sempre al lavoro, non viene mai a casa e non mi porta con lui a vedere la partita». Elisa Longo Borghini ride. L’umore è buono e scherza così sulla vita da sposati. Jacopo è al UAE Tour e ieri mattina è partita anche lei, in direzione della Omloop Het Nieuwsblad che domani aprirà la stagione del Nord.

Quelle sono le sue corse, per le quali sente aumentare la temperatura del sangue nelle vene. E anche se l’effetto è lo stesso, quest’anno la campionessa italiana sa che le gambe non seguiranno il tempo dei battiti del cuore. In questo correre frenetico da un traguardo all’altro si tende a dimenticare ciò che Elisa ha vissuto lo scorso anno al Tour o comunque non se ne è colta la portata.

«Quando sono rientrata al Tour de Romandie – scherza ancora – è venuta a parlarmi Marlene Reusser. E mi ha detto, col suo accento da svizzera: “Elisa, se ti fosse successo 50 anni fa, saresti morta!”. L’ho ringraziata facendo gli scongiuri, ma in fondo aveva ragione. La setticemia non è una cosa con cui scherzare e devo dire grazie ai medici che hanno capito subito e sono intervenuti. La squadra mi ha mi ha supportata e mi ha mandato a casa. L’operazione è stata fatta in tempo zero e poi anche la guarigione è stata perfetta. Non ho avuto nessun tipo di intoppo, c’era solo da aspettare che tutto fosse a posto».

Per questo la sua ripartenza è stata più cauta del solito. Slongo non ha voluto sentire storie e in accordo coi medici le ha letteralmente tolto la bici, costringendola a pensare soltanto al matrimonio con Jacopo Mosca, celebrato il 28 ottobre e seguito da una lunga e provvidenziale vacanza. Anche se tenere ferma Elisa non è impresa facile. La sua stagione è ripartita con il UAE Tour Women, chiuso in settima posizione: quanto basta per sentire le gambe spingere e capire il da farsi.

E quindi arriviamo in Belgio con quali sensazioni?

Devo dire che male non sto, ma non sono al top della mia condizione, come deve essere secondo Slongo. Poi è chiaro che ad Elisa Longo Borghini, che vorrebbe essere sempre al top e sempre rampante, un pochino magari le scatole girano. Però questo è un percorso che sto affrontando e siamo nel punto in cui volevamo essere. Quindi non sarò l’Elisa che avete sempre visto nelle primissime classiche del Nord. Anche se, a dirla tutta, negli ultimi anni non ho combinato niente, pur andando forte…

E’ qualcosa legato alla programmazione oppure ai problemi della scorsa stagione?

C’è da aprire una parentesi molto più ampia. Sono tornata a correre in UAE dopo sette mesi di inattività. Dopo la setticemia del Tour de France, non si può dire che io abbia ripreso al 100 per cento gli allenamenti. O meglio, li ho ripresi ma non ero in salute, quindi ho perso veramente tanto. Ho perso molta base e ho dovuto ricominciare da zero, quindi siamo ancora in fase di ricostruzione. Poi è ovvio che c’è una programmazione e stiamo puntando ad avere il primo picco di forma ad aprile per le Ardenne. Però prima di tutto questo c’è la necessità di ricostruire l’atleta.

Forse il tanto tempo passato ha fatto perdere di vista la gravità del problema.

Non è stata una cosa da niente, devo dire la verità. Non mi piace piangermi addosso e non sono neanche una che fa grandi comunicati, però è stata una cosa veramente violenta e seria. E quando poi ho ricominciato a pedalare, nella speranza che le cose andassero bene, ho capito che quando succedono queste cose a livello sistemico, è sempre difficile uscirne. Non sono mai rientrata in competizione. Ho provato a ricominciare al Romandia, ma non ero per niente a posto e da lì abbiamo deciso con la squadra che era il caso di fermarsi. Da settembre in poi ho fatto solo qualche sgambata e un po’ di ore in bici, un po’ di corsa a piedi solo per tenere il corpo in movimento. E da lì c’è stato uno stacco, che non avevo mai fatto così lungo in tutta la mia vita.

Stacco completo?

Non facevo niente e potete capire quanto mi sia costato stare ferma. Slongo mi ha mandato in vacanza, in viaggio di nozze. Per cui potete capire da quello che vi ho detto che quando sono ripartita ero veramente a zero. Quindi ora sto facendo un percorso che mi riporterà ai miei livelli, ma ci vorranno tempo e tanta santa pazienza.

Diciamo che la stagione è così ricca che anche andando in forma ad aprile, gli obiettivi non mancheranno…

Il calendario è fitto, da aprile in poi, ma è fitto anche subito. C’è il Giro, ci sono le Olimpiadi, c’è tanta carne da mettere al fuoco. Guardandola in quest’ottica, non mi dispero. Ma io come atleta vorrei sempre andare forte. Ora si lavora per fare un vero e proprio picco di forma, invece che essere sempre lì davanti senza concludere. Ma io so che sto lavorando per tornare ai miei livelli, per essere l’Elisa di sempre. Non sempre le cose vanno come da programmi e questo l’ho imparato sulla mia pelle. E adesso sto lavorando duro, cercando di fare le cose al meglio.

Longo Borghini con coach Slongo: è stato Paolo a imporle il lungo stacco per poi ripartire gradualmente
Longo Borghini con coach Slongo: è stato Paolo a imporle il lungo stacco per poi ripartire gradualmente
La salute come va adesso?

Fortunatamente i problemi fisici sono tutti superati. Sono sana. Ogni tanto ci ripenso e mi dico che sono stata anche tanto fortunata. Poteva succedere qualcosa di peggio.

La Longo si ricostruisce, intanto il resto della squadra cresce e sembra sempre più solida…

C’è gente che è cresciuta come Shirin Van Anrooij e gente che è ritornata, come Lizzie Deignan. L’ho vista forte al training camp, secondo me sarà una di quelle che magari sai nessuno considera perché ha fatto un 2023 solo a lavorare, invece potrebbe sorprendere. E poi abbiamo delle ragazzine giovani che secondo me sono molto promettenti.

Ti chiediamo un parere tecnico. Ancora una volta in questo inizio di stagione Gaia Realini ha avuto qualche problemino in discesa: sai dirci come stanno lavorando su questo aspetto?

Abbiamo la fortuna di lavorare con Oscar Sainz, un signore spagnolo che da quest’anno è sotto contratto con Lidl-Trek che si occupa proprio di questo. Cioè insegna tanto la tecnica di discesa. Non so Gaia quanto lavorerà vicino a lui, però credo che sarà un ottimo punto di riferimento.

Elisa Longo Borghini, classe 1991, è elite dal 2011: nel gruppo Trek dal 2019 (foto Lidl-Trek)
Elisa Longo Borghini, classe 1991, è elite dal 2011: nel gruppo Trek dal 2019 (foto Lidl-Trek)
Hai detto che non hai ancora le sensazioni della solilta Elisa: cosa ti manca?

In questo momento mi manca il fuori giri. Ho fatto tantissima base questo inverno e ho lavorato poco sulla parte alta. Mi manca questo e devo dire la verità: non è semplice ritornare a correre dopo che hai fatto un anno praticamente out. Manca anche un po’ la consapevolezza di andare forte. Non so ancora bene dove sono. E’ stato bello al UAE Tour avere un primo test sulla salita, infatti ringrazio la squadra perché mi hanno lasciato fare la corsa, in modo da capire a che punto fossi, da che parte ero girata. Ma una cosa è certa, a questi livelli non ti inventi nulla…

In Algarve le risposte giuste. Tao c’è ancora, eccome se c’è

21.02.2024
5 min
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«È stato davvero bello tornare, anche se con tanto vento e un po’ di pioggia! Forse non è quello che la gente immagina di sentire, ma la sensazione non è stata diversa dall’inizio di una qualsiasi delle mie stagioni da professionista, tornando alla routine, rivedendo volti familiari dopo l’inverno e trovando il ritmo. Mi sono trovato bene nel gruppo», Tao Geoghegan Hart parla così del suo ritorno in corsa alla Volta ao Algarve.

Si era sull’Alto da Foia. Tempo da lupi. Nebbia. E quello era davvero il suo grande ritorno. Se la Volta ao Algarve era la sua prima gara dopo l’incidente del Giro d’Italia 2023, quella era la prestazione. Quella che dava fiducia e morale.

Tao Geoghegan Hart (classe 1995) incontrato a Calpe lo scorso dicembre. Era già magro, ma della condizione se ne sapeva poco
Tao Geoghegan Hart (classe 1995) incontrato a Calpe lo scorso dicembre. Era già magro, ma della condizione se ne sapeva poco

Dubbi spazzati

Quello dell’inglese, passato quest’anno alla Lidl-Trek, era un rientro in corsa contornato da mille dubbi. E grosse attese. In tanti lo aspettavano al varco. Visti i traumi della caduta al Giro, con diverse fratture fra cui quella del femore, ci si chiedeva addirittura se sarebbe stato ancora lui.

E le risposte sono state più che positive. In Portogallo, corsa infarcita di campioni, a partire da Remco Evenepoel, Tao è arrivato dodicesimo assoluto, lasciandosi alle spalle fior di corridori come Landa, Higuita e pagando poco più di 40” a gente come Pidcock, Van Aert e Kuss.

Ma quel che più conta è che il britannico si sia ben comportato in salita. E’ lì che il corridore, specie se da grandi Giri, va a cercare le risposte più importanti.

Nelle due frazioni col naso all’insù, Tao è giunto entrambe le volte settimo, con i primi a pochissimi secondi. Solo le super accelerazioni di Remco e Dani Martinez lo hanno messo in difficoltà. E per di più loro già avevano diversi giorni di corsa nelle gambe. Geoghegan Hart invece non attaccava il numero dallo scorso 17 maggio.

Nella crono di Albufeira, Tao ha pagato quasi 2′ a Remco. Ma non era su questa prova che si era concentrato
Nella crono di Albufeira, Tao ha pagato quasi 2′ a Remco. Ma non era su questa prova che si era concentrato

Verso la forma

Se pensiamo che due mesi fa lo vedevamo ancora pedalare da solo, senza nessun vero riferimento, questi piazzamenti valgono come, e più, di una vittoria.

«In effetti – aveva detto Geoghegan Hart a GCN – mi manca ancora quella grande accelerazione, ma non è poi così male la situazione in generale. Era importante tornare in gara».

«Ho trascorso una settimana senza problemi e non ero troppo lontano dal ritmo. Mi è mancato qualcosa, ma è normale per la prima gara della stagione. Alla fine mi sono staccato solo negli ultimi 500 metri», aveva poi dichiarato Tao alla sua squadra dopo il primo arrivo in salita.

Tao, ha invece pagato parecchio a crono. Ma da quel che si sa non ci ha lavorato così tanto durante l’inverno. Sì, aveva un manubrio speciale personalizzato, ma la priorità di questi mesi era un’altra. Era tornare in forma. Anzi, era tornare…

Quello di Geoghegan Hart contro il tempo è stato un distacco “pesante”, 38° a 1’51” da Remco in 22 chilometri. Tuttavia facendo un’analisi più approfondita non è stato neanche così “tragico”, se paragonato a rivali ben più accreditati. Per di più, sempre parlando di cronometro, cambiando squadra aveva anche cambiato i materiali.

Insomma non era certo quello il momento di tirare le somme nella specialità contro il tempo. E questo possibile passaggio a vuoto era calcolato, mettiamola così, già prima del via.

Alto da Foia, Tao (a sinistra) taglia il traguardo accanto all’ex compagno di squadra, Pidcock, a 8″ da Martinez e Remco (foto Instagram)
Alto da Foia, Tao (a sinistra) taglia il traguardo accanto all’ex compagno di squadra, Pidcock, a 8″ da Martinez e Remco (foto Instagram)

Si può programmare

Dall’Algarve dell’inglese, a cascata, ci saranno diverse decisioni. Il capo della performance del team americano, Josu Larrazabal, ce lo disse chiaro e tondo nel ritiro di dicembre in quel di Calpe: «Per Tao è impossibile fare un programma adesso. Vediamo come sta, come andranno le prime corse e poi decideremo». In quel momento non era certa neanche la sua data di rientro alle gare, per dirla tutta.

L’Algarve ha dunque dato il “la” per iniziare davvero a stilare un programma agonistico stagionale.

«A dire il vero – ha proseguito Tao – non abbiamo ancora deciso. Nella prossima settimana (in questi giorni, ndr) ne parleremo con la squadra. Ci sono piani provvisori, ma dobbiamo procedere passo dopo passo. Di sicuro farò una delle gare WorldTour da una settimana». Stando a queste indicazioni quindi lo rivedremo o alla Parigi-Nizza o alla Tirreno-Adriatico. Questa seconda opzione è ben più probabile, visto che la sua squadra lo ha inserito nelle preliste della corsa dei Due Mari.

L’obiettivo, tanto per tornare a citare il Larrazabal di dicembre, è quello di trovare continuità. Mettere nelle gambe i chilometri di corsa. Costruire una base solida. Poi da lì verrà tutto il resto.

Tao Geoghegan Hart è un patrimonio di questo ciclismo. Ha vinto un Giro d’Italia e visto come stava crescendo e come andava l’anno scorso, chissà che non avrebbe messo a segno il bis. In Ineos Grenadiers il vero capitano era lui e non Thomas.

La Lidl-Trek crede molto in lui. Tecnici e compagni lo hanno subito visto come un leader. La sua determinazione, per ora, non fa altro che rafforzare questa posizione.