Il Giro finora, fra Van Aert e Caruso, secondo TurboPaolo 

29.05.2025
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Nella scorsa edizione del Giro d’Italia TurboPaolo era parte integrante della Lidl-Trek. Un rapporto che, però, dopo la scorsa stagione si è interrotto. Ma questo non è bastato per tenere lontano l’eclettico influencer novarese – appassionatissimo di ciclismo – dalla Corsa Rosa. Lo raggiungiamo al telefono mentre è Cesano Maderno, l’arrivo di tappa di oggi.

Il villaggio d’arrivo è un parco giochi in cui ci si trova immediatamente a proprio agio
Il villaggio d’arrivo è un parco giochi in cui ci trova immediatamente a proprio agio
TurboPaolo, che ci fai a Cesano Maderno? 

In questo momento sto cercando un modo per attraversare la ferrovia, sembra che a Cesano Maderno non abbiano ancora inventato i sottopassi. Ma ce la farò. A parte questo sono qui all’arrivo di tappa per fare dei contenuti per Telethon.

Che tipo di contenuti?

Farò dei video per sensibilizzare le persone a destinare il 5×1000 a Telethon. Loro sono Charity Partner del Giro, quindi mi hanno coinvolto. Ne farò uno oggi poi un altro sabato, sulla salita del Colle delle Finestre. L’idea è di interpretare uno che con la scusa di fare la beneficenza poi in realtà va a fare una cosa che interessa a lui.

La Lidl-Trek, con Pedersen in testa, sta correndo un grande Giro nonostante l’assenza di TurboPaolo. E secondo l’influencer non è un caso
La Lidl-Trek, con Pedersen in testa, sta correndo un grande Giro nonostante l’assenza di TurboPaolo. E secondo l’influencer non è un caso
Uno scenario che non sembra troppo dissimile dalla realtà… 

Infatti no. A me vengono bene i video in cui fingo il meno possibile.

Togliamoci subito il pensiero: la Lidl-Trek ti ha messo fuori rosa e sta correndo un grande Giro. 

Proprio quest’anno che non mi hanno riconfermato fanno la stagione perfetta. Vedo un grande feeling tra i ragazzi, molto spirito di squadra. Forse è anche un po’ merito mio, perché finché c’ero anch’io c’erano troppi galli nel pollaio, la mia partenza ha sicuramente aiutato nella coesione. A parte gli scherzi, stanno facendo davvero un bellissimo Giro. Mi piace molto Pedersen perché è fortissimo ed è un bel… bisteccone, cosa che io non posso che apprezzare. E poi la sua bici è la più bella di tutto il gruppo. 

Come ti sta sembrando questo Giro d’Italia?

All’inizio devo dire che ero un po’ disorientato vedendo la start list. Ma alla fine è più godibile così, senza un dominatore unico, con tutti che attaccano sempre. Poi vedere Van Aert vincere a Siena in Piazza del Campo è stato il massimo.

La vittoria di Van Aert a Siena, il momento preferito di TurboPaolo in questo Giro (almeno finora)
La vittoria di Van Aert a Siena, il momento preferito di TurboPaolo in questo Giro (almeno finora)
TurboPaolo, sei un tifoso di Van Aert?

Un po’ come tutti, credo. Anche se la cosa che mi piace di più lui sono i suoi capelli. Sono sempre perfetti, anche dopo una tappa durissima come quella degli sterrati. Si toglie il casco e ha il ciuffo perfetto, incredibile.

Altre cose che ti hanno colpito finora?

Riflettevo sul fatto che Roglic si è rivelato il più grande troll del ciclismo moderno. Ha fatto credere a tutti di essere lo strafavorito e invece poi non è mai stato della partita. Forse l’ha fatto apposta, per attirare l’attenzione su di sé e lasciare tranquillo Pellizzari, il vero capitano della squadra. A proposito, vorrei far notare che ho già sentito accostare la parola “predestinato” a Pellizzari. Poverino.

Che dici della UAE che si è mostrata finalmente (almeno un po’) vulnerabile? 

Insomma, mica tanto. Hanno perso per strada Ayuso, ma sono comunque in maglia rosa… Se non è zuppa è pan bagnato, mi viene da dire.

Uno dei contenuti postati da TurboPaolo al Giro 2024, quando indossava la maglia della Lidl Trek
Uno dei contenuti postati da TurboPaolo al Giro 2024, quando indossava la maglia della Lidl Trek
Dove segui le tappe, sulla Rai o su Eurosport?

Rai. Il mio commentatore preferito è Stefano Rizzato che fa la cronaca dalla moto. Fosse per me gli farei condurre anche Sanremo. Poi a volte mi fa un po’ ridere il tentativo di romanticizzare a tutti i costi il ciclismo, con risultati a volte, diciamo, un po’ ridicoli. Come fossero dei soldati al fronte e non ragazzi che vanno in bicicletta. Ma, detto questo, continuo a seguirlo sulla Rai.

Hai detto che sabato andrai sul Colle delle Finestre, l’ultima grande salita di questo Giro. Che scenario ti immagini?

Campanilisticamente mi piacerebbe vedere una grande azione di Caruso che fa il numero a fine carriera. Più realisticamente sarebbe bello che Simon Yates mettesse nel sacco tutta la UAE. Lui mi sta molto simpatico, in generale mi piacciono i gemelli Yates. Pensa che bello sarebbe se prendesse la maglia rosa nello stesso posto in cui l’ha persa nel 2018, sarebbe un bellissimo riscatto, una storia cinematografica. Tu invece?

Simon Yates e Isaac Del Toro, i favoriti per la vittoria finale secondo TurboPaolo
Simon Yates e Isaac Del Toro, i favoriti per la vittoria finale secondo TurboPaolo
La mia imparzialità non mi permetterebbe di rispondere. Ma non mi dispiacerebbe una piccola grande impresa di Derek Gee. Torniamo a noi, cioè a te. TurboPaolo, chi lo vince questo Giro?

Secondo me lo vince Del Toro. Mi piace molto come corre, anche ieri per esempio, che dopo la mezza crisi di due giorni fa ha subito risposto alla grande. Ha talento e carattere, e molto potenziale comunicativo credo, anche più di Ayuso. Mi è piaciuta un’intervista di qualche giorno fa, in cui gli hanno detto che sembra non far fatica, e lui invece ha risposto che la fa eccome. Gran bravo ragazzo Del Toro, tifo per lui.

Quindi non per Simon Yates?

Tutti e due dai. Una maglia rosa condivisa a Roma, sarebbe bellissimo.

Del Toro, reazione da leone. Ma purtroppo Tiberi affonda…

28.05.2025
5 min
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BORMIO – La maglia rosa e la bianca: lo stesso titolare, eppure destini opposti per chi le indossava. Mentre infatti Del Toro si è rimesso in carreggiata, Tiberi è sprofondato in una classifica dolorosa. La maglia rosa ha vinto, la bianca è arrivata dopo 10’31” e adesso ci sarà da capire se e come proseguirà il suo Giro. Il compagno di squadra Caruso è arrivato a 16 secondi da Del Toro, occupando il quinto posto in classifica a 1’09” dal quarto di Derek Gee.

La partenza da San Michele all’Adige in una grande cornice di pubblico
La partenza da San Michele all’Adige in una grande cornice di pubblico

La risposta di Del Toro

Serviva qualche risposta dopo il passo falso di ieri e Del Toro ne ha date alcune molto convincenti. Prima sul Mortirolo, tenendo le ruote dei più baldanzosi. Poi con l’attacco sulle Motte e infine l’allungo in discesa che gli ha permesso di vincere la tappa davanti a Bardet, Carapaz e Yates. La classifica resta corta, ma il pericoloso oscillare della maglia rosa improvvisamente è cessato.

«Dovevo dimostrare qualcosa a me stesso – dice la maglia rosa – c’è bisogno di andare sempre avanti e di non mollare mai. Ieri la tappa è stata dura per tutti. Può capitare di avere una brutta giornata e avevo solo bisogno di andare avanti, prendere più morale e non mollare mai in questo ciclismo che è davvero durissimo. Ho preso il passaggio a vuoto e ho cercato di imparare velocemente la lezione. Non mi sono mai trovato in questa posizione e di sicuro sono arrivato al traguardo senza avere più niente da dare. Ma non mi lamento, la lezione mi è servita e oggi ho avuto il desiderio di attaccare. Ne avevo bisogno».

Carapaz e Pellizzari, due degli attaccanti di giornata: l’ecuadoriano sembra in condizione eccellente
Carapaz e Pellizzari, due degli attaccanti di giornata: l’ecuadoriano sembra in condizione eccellente

La differenza con due curve

Lo abbiamo rivisto sicuro e potente in salita. Il suo scatto non ha piegato Carapaz, ma gli ha fatto capire che il leader è ancora al suo posto. Yates ha ceduto. E quando dopo due curve pennellate ha staccato tutti in discesa, il suo inchino sul traguardo lo ha riportato a quando, vinta la Milano-Torino con la lampo rotta e completamente abbassata, per non mostrarla si nascose dietro lo stesso gesto, fatto anche oggi – ha detto – per un suo scherzo con il fratello.

«Esatto – sorride – uno scherzo. In realtà però quell’inchino vale come un grazie a tutte le persone là fuori perché sono sempre con me, mi sostengono e urlano il mio nome e non capisco il perché. E’ una sensazione strana, perché in realtà non mi sento così speciale. Ma quando sono nel gruppo e attraversiamo qualche paese, è incredibile sentirli chiamare il mio nome. Mi ha aiutato a riprendere il filo del discorso. Siamo esseri umani e ieri sera ho capito che in questi giorni dovrò essere concentrato. Non serve lamentarsi e stare troppo tempo a pensare. Ieri sono riuscito a fare la migliore dormita di questo Giro e stamattina sapevo di voler finire bene il lavoro, perché i miei compagni del UAE Team Emirates meritano che li ripaghi per il meraviglioso lavoro che hanno fatto.

«In questa tappa, in questa giornata, con questo tempo, siamo arrivati a poca distanza da Bardet e poi ho fatto la differenza con due curve. Ma non voglio sembrare arrogante. Ho solo fatto del mio meglio per cercare di arrivare il più velocemente possibile. Quando ho visto il distacco, ho solo cercato di arrivare al traguardo. Non credo di essere particolarmente folle, è chiaro che stando davanti si corre qualche rischio in più, ma questo è tutto».

Il crollo di Tiberi

Quando Tiberi si è fermato davanti ai massaggiatori della Bahrain Victorious, affiancato da Zambanini che ha concluso la tappa al suo fianco, aveva l’espressione dolorante. La sua giornata è stata un calvario, con il Mortirolo giudice spietato. Già ieri sera aveva confessato di non sentirsi al top e quando al risveglio ha sentito il forte dolore sul fianco sinistro, ha capito che la giornata non sarebbe stata all’altezza delle ambizioni. Ha mandato giù il cherry juice, ha infilato una mantellina con due asciugamani nel collo e poi ci ha messo la faccia. Il ragazzino schivo di qualche anno fa si è trasformato in un adulto, capace di fare un’analisi convincente.

«Il mio obiettivo per come mi sentivo in partenza – ha detto – era concludere la tappa. A dire il vero non ho rimpianti perché non riuscivo a dare più di così, per via del dolore che avevo. Nella caduta di Gorizia ho preso un colpo all’ileopsoas, potrebbe essersi spostato il bacino e non riesco a spingere. Ho stretto i denti per arrivare qui a Bormio e già di questo sono contento. Ho provato a fare il massimo per tenere il più possibile le ruote del gruppo, ma sul Mortirolo non sono riuscito a fare più di così.

Il Giro si è riempito di tifosi messicani, tutti qui per Isaac Del Toro
Il Giro si è riempito di tifosi messicani, tutti qui per Isaac Del Toro

«Questa mattina – ha concluso – mi sono svegliato con molto più fastidio rispetto agli altri giorni. Probabilmente è dipeso dallo sforzo di ieri perché sono andato veramente al limite. Già dopo la caduta vedevo dai numeri che la spinta delle due gambe non era uguale, la sinistra spingeva meno ed è la parte su cui ho battuto l’anca e ho la ferita che ha iniziato a darmi fastidio».

Sua maestà il Mortirolo

Il Mortirolo almeno nel suo caso è stato decisivo, preso d’assalto da una moltitudine pazzesca di tifosi, come ai vecchi tempi. Il Giro piace. Gli alti e bassi di Del Toro ne stanno facendo un beniamino dei tifosi. Tanta gente in bicicletta, tanti club di tifosi, tanta voglia di far parte di questo mondo in festa. L’attacco di Pellizzari ha esaltato, ma è stato meno incisivo di ieri, in una tappa più breve e con minore dislivello.

Domani sarà probabilmente volata, ma venerdì e sabato se ne vedranno delle belle. Richiesto dai media prima che tornasse sul pullman, Damiano Caruso ha fatto il nome del suo favorito per la vittoria finale: Carapaz.

Del Toro e una giornata no: cosa rimane nella testa e nelle gambe?

28.05.2025
4 min
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SAN VALENTINO – Isaac Del Toro arriva davanti ai giornalisti a pochi minuti dalla fine della sedicesima tappa del suo primo Giro d’Italia. Il messicano del UAE Team Emirates ha mantenuto la maglia rosa nonostante gli attacchi di Richard Carapaz e Simon Yates. Ha tremato ma non è andato a picco. Nonostante la giovane età ha tenuto botta ai colpi dell’ecuadoregno e del britannico. Il secondo gli ha riservato tante piccole punture di spillo, come a voler risvegliare da un sogno il giovane rampollo vestito di rosa. Una sberla secca e decisa quella di Carapaz, che ha fatto male e potrebbe aver lasciato segni ben più profondi. 

Scendendo verso il podio Jose Matxin, sport manager del UAE Team Emirates, non ha perso il sorriso. Se da un lato Ayuso ha definitivamente mollato il colpo a 42 chilometri dal traguardo dall’altra parte Del Toro ha avuto la lucidità di non farsi prendere dal panico. La maglia rosa è rimasta in casa della squadra che lo scorso anno la indossò per venti delle ventuno tappe. Chissà con quali dubbi e certezze Isaac Del Toro si è rimboccato le coperte ieri notte

Del Toro ha detto di aver voluto marcare da vicino Simon Yates, secondo in classifica generale
Del Toro ha detto di aver voluto marcare da vicino Simon Yates, secondo in classifica generale

Le gambe

La terza settimana del Giro d’Italia si apre con diverse considerazioni di cui tenere conto. Una di queste è il crollo delle certezze di Isaac Del Toro che fino a domenica scorsa sembrava in completo controllo. Se guardiamo agli abbuoni portati a casa il messicano risulta secondo solamente a Mads Pedersen, segno che non si sia risparmiato in ogni sprint o allungo a disposizione. 

«È stata una giornata davvero difficile per tutti – racconta Del Toro ancora vestito di rosa e con un cappello di lana appoggiato sulla testa – tutti erano al limite. I corridori in classifica generale hanno vissuto una giornata impegnativa. Ci sono state tante cadute (l’ennesima per Roglic costretto poi al ritiro, ndr). Non posso che essere orgoglioso della mia squadra, senza di loro non sarei di certo in questa posizione. Sicuramente non avevo le gambe migliori della mia vita ma ho fatto il massimo, sono arrivato al traguardo senza un filo di energia in corpo. Voglio far sapere a tutti loro che sto facendo del mio meglio e il mio obiettivo è di dare il 100 per cento per mantenere questa maglia».

L’unico attacco frontale e deciso è stato quello di Carapaz, capace di guadagnare 1′ e 36″ su Del Toro
L’unico attacco frontale e deciso è stato quello di Carapaz, capace di guadagnare 1′ e 36″ su Del Toro

Fiducia

Quali sono le certezze che danno a Del Toro la fiducia nei propri mezzi? Difficile dirlo. Sicuramente rispetto alle tappe precedenti è bene pensare a ogni singola energia spesa, il carburante non è infinito.

«Non sono uno di quei corridori – spiega mentre gli si legge in faccia la fretta di andare via – che crede nella fiducia. Piuttosto mi piace avere “certezze” su quel che sono in grado di fare ogni volta che c’è un attacco. Voglio credere nella mia capacità di rispondere a ogni attacco ma vedremo come comportarci in gara e se sarà una mossa intelligente. Oggi (ieri per chi legge, ndr) non ho seguito Carapaz perché ho voluto marcare da vicino il secondo in classifica generale, Yates. Nella lotta alla generale credo sia una questione riservata ai primi quattro (Gee, Carapaz, Yates e Del Toro stesso, ndr)».

Scampato il pericolo e il panico Del Toro ha riacquistato presto serenità e sorriso, la maglia rosa stamattina è ancora sulle sue spalle
Scampato il pericolo e il panico Del Toro ha riacquistato presto serenità e sorriso, la maglia rosa stamattina è ancora sulle sue spalle

Ogni secondo conta

Il Giro d’Italia si può vincere per secondi, e a guardare la classifica si nota come il distacco tra Del Toro e Simon Yates sia frutto proprio degli abbuoni. Senza questi le posizioni sarebbero invertite e le forze equiparabili. 

La strada ci ha raccontato, fino a questo momento, di un padrone del Giro forte ma non inattaccabile. Per gli avversari vedere che il trono scricchiola può essere un incentivo per continuare a dare colpi sperando di far cadere il Re e di indossare la corona. 

Solo in casa UAE Emirates è dato sapere il motivo legato alla giornata “no” di Del Toro. Il problema è che la strada porta a fare presto i conti con la realtà e oggi verso Bormio le difficoltà sono tante. Yates e Carapaz sono pronti con arco e frecce per prendere d’assalto il padrone del Giro, come abili Robin Hood nei confronti del tesoro custodito dallo Sceriffo di Nottingham. Toccherà ai soldati fare da guardie al ricco bottino, consapevoli che la strada non fa prigionieri.

Del Toro e la UAE: verso la terza settimana senza paura

26.05.2025
5 min
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Isaac Del Toro è al suo secondo giorno di riposo in maglia rosa. Rispetto a una settimana fa non c’è Juan Ayuso, al suo posto c’è Fabio Baldato. Isaac è seduto nel mezzo tra lui e Matxin. E’ chiaro che adesso il leader è lui. E tutto sommato, visto il distacco e visto come sta correndo, è giusto così. Perché far esporre anche lo spagnolo in questo caso?

Come sempre in casa UAE Emirates tutto appare tranquillo e sotto controllo, e le parole di Fabio Baldato sono una sentenza: «Quando si va forte in salita e si resta in cinquanta i nostri ci sono tutti». E’ sulla base di questa prova di forza, serenità e coesione che inizia la settimana decisiva per la maglia rosa. E che a Roma la porti Del Toro o Ayuso, sembra proprio impossibile sfilarla allo squadrone emiratino.

Da sinistra: Baldato, Del Toro e Matxin durante la videoconferenza di questo pomeriggio
Da sinistra: Baldato, Del Toro e Matxin durante la videoconferenza di questo pomeriggio

Parla Isaac

Tutti si interrogano sulla sua tenuta nella terza settimana. Ma il più tranquillo in tal senso sembra Matxin, il quale ricorda che Isaac ha già fatto la Vuelta lo scorso anno e, superati i problemi iniziali, poi nella terza settimana è andato bene. Certo, fare classifica è un’altra cosa, ma il messicano sembra esserci.

«Per me – dice Del Toro – quando questo inverno si è profilato il Giro d’Italia ho capito che era una grande opportunità e quindi mi sono subito preparato per essere in forma per questa importante gara. Per le grandi e lunghe salite io credo di essere pronto. Questa terza settimana sarà difficile per tutti. Ma abbiamo anche il miglior team per questo».

«Mi sento abbastanza bene, penso che sia una delle migliori forme della mia vita. Non so cosa aspettarmi da questa terza settimana, ma devo credere che posso farlo. Voglio essere intelligente, e cercare di fare il meglio con il team per gestire al meglio la classifica generale».

Del Toro è parso consapevole di quello che lo aspetta. Il messicano sa che in qualche modo è di fronte a qualcosa più grande di lui, ma non si lascia intimorire. Al tempo stesso è consapevole dei suoi mezzi. E avere una squadra così forte attorno lo tranquillizza in qualche modo.

«Isaac – interviene Matxin – è un ragazzo giovane, che va rispettato. Non gli va messa troppa pressione. Ma al tempo stesso è un ragazzo che sa vincere e anche alla Milano-Torino lo ha dimostrato. Sa mantenere i programmi, è ambizioso, sa farsi trovare pronto. Sin qui ha dimostrato di essere il corridore più forte del Giro. Lo difenderemo e lo aiuteremo. Siamo coerenti».

Una foto che dice molto: guardate le facce degli avversari e guardate la scioltezza di Del Toro, che intanto indossa la mantellina
Una foto che dice molto: guardate le facce degli avversari e guardate la scioltezza di Del Toro, che intanto indossa la mantellina

Senza paura

L’argomento “terza settimana” con un ragazzo di 21 anni in maglia rosa è stuzzicante. Di fatto, se questo Giro d’Italia è ancora aperto è proprio per questa incognita: tenuta con il passare delle tappe, salite lunghe, capacità di recupero.

«Sto facendo grandi passi nella mia carriera – continua la maglia rosa – devo crederci velocemente e sempre velocemente devo capire cosa sta succedendo nella mia vita. Stare qui è il sogno di tutti, ma voglio andare passo per passo. E anche se è un passo corto, voglio farlo nella direzione corretta. Sto imparando dai miei compagni, perché hanno molta più esperienza. Voglio seguirli, mi hanno aiutato molto».

Qualcuno gli fa notare che forse è meno novellino di quanto sembri. Alla fine in corsa si muove benissimo, sarà istinto, sarà che ha imparato in fretta (o che ha così tanta gamba che tutto gli riesce facile), ma ogni volta che qualche squadra si è mossa lui è stato un falco a piombare sugli attaccanti.

«Mi muovo bene? Ho bisogno di imparare – riprende Del Toro – sono nuovo per queste cose. L’altro giorno sapevo che avrebbero provato. Voglio sempre essere attento e nella posizione migliore per difendermi. Voglio vedere sempre cosa succede. Seguo l’istinto, ma anche la radio e voglio usare l’intelligenza». Testualmente aveva detto cabeza fría.

Diteci voi se sono parole di un novellino!

Baldato ha sottolineato la forza della UAE Emirates. Quando la corsa si fa dura loro ci sono sempre
Baldato ha sottolineato la forza della UAE Emirates. Quando la corsa si fa dura loro ci sono sempre

Squadrone UAE

Senza dubbio la UAE Emirates ha dimostrato di essere la più forte. Parla la classifica, parlano le tappe e come vengono gestite. Quando Baldato diceva che se il gruppo resta di 50 corridori e i suoi ci sono tutti, diceva la verità. E davvero non è poco ai fini del controllo della corsa.

E questo vale anche per la gestione di Ayuso, sia pensando a quanto successo verso Asiago, sia in ottica terza settimana. Sulle montagne venete lo spagnolo non è parso super brillante. Come è gestito?

«Ma no – dice Baldato – quello che ho detto vale anche per Ayuso. Ieri Juan ha seguito chi ha attaccato. Abbiamo corso compatti, abbiamo cercato di stare uniti, di stare davanti. C’erano 27 corridori sull’ultima salita e l’idea era di proteggere il leader e di stare tutti insieme. Questa è la nostra mentalità.

«Roglic? Adesso i rivali più pericolosi sono Carapaz, che è davvero forte e attacca in ogni momento. Simon Yates, che è un ragazzo esperto. E poi penso anche ai due ragazzi della Bahrain-Victorious: Tiberi e Caruso. Damiano è davvero forte, lo so bene. E’ sempre pronto a sfruttare le situazioni. Ma come ho detto prima, è importante per noi rimanere il più possibile vicino al nostro leader, Isaac».

Quando poi arriva la fatidica domanda sui ruoli e su chi sarà definitivamente il leader della UAE Emirates, terminano i 15 minuti di videoconferenza. Però alla fine in questa occasione sono stati più chiari di altre volte: si sono sbilanciati a favore di Del Toro.

Noi l’abbiamo già detto: ormai sarà la strada a parlare. Possiamo aggiungere che Del Toro, quando ci sono state le domande in spagnolo, ha apertamente detto che lui adesso è in una posizione favorevole: «Gli altri ovviamente proveranno ad attaccarmi, ma io mi trovo in una posizione in cui devo difendermi».

Primi attacchi alla maglia rosa: Carapaz e Bernal fanno sul serio

25.05.2025
5 min
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ASIAGO – Le cadute fanno male soprattutto il giorno dopo. Quando Roglic ha tagliato il traguardo aveva l’espressione svuotata, come di chi ha provato a difendersi, ma non ha trovato le risorse per opporsi ai colpi: non era dove doveva essere. Pellizzari e Martinez lo hanno scortato, dando la sensazione di perderlo se per caso una pedalata fosse stata più energica. Anche Tiberi inizialmente è parso bloccato e solo scaldandosi è riuscito a improntare una difesa convincente. E così sulle prime montagne vere del Giro, prima il Monte Grappa e poi la salita di Dori in direzione di Asiago, solo pochi scalatori hanno provato a mettere in difficoltà la maglia rosa. Bernal prima di tutti, con l’aiuto di Arensman. Poi Carapaz. E solo alla fine ha messo fuori il naso anche Simon Yates. Piccoli colpi di assaggio, nulla di irresistibile, anche perché le pendenze dell’ultima scalata erano tutt’altro che proibitive. Eppure è bastato per mostrare un Del Toro super concentrato, pronto e tonico, come chi ha la vittoria cucita addosso e sente la forza sprizzargli dalle gambe. Reggerà così per tutta la settimana?

Roglic ha tagliato il traguardo 1’59” dopo Verona, 1’30” dopo la maglia rosa. Ora è 10° a 3’53”
Roglic ha tagliato il traguardo 1’59” dopo Verona, 1’30” dopo la maglia rosa. Ora è 10° a 3’53”

Il ritorno di Bernal

Ecco cosa hanno detto alcuni dei protagonisti. A cominciare dal pimpante Bernal, all’attacco sul Grappa, che forse per domani avrebbe preferito un altro tappone e non il giorno di riposo.

«Non ero al top stamattina – ha detto il colombiano – sapevo che non sarebbe stata la mia giornata. E’ stato un bene che la prima parte fosse pianeggiante perché mi ha permesso di cambiare umore. Nella prima parte della salita del Monte Grappa abbiamo adottato un approccio un po’ più conservativo, ma poi nella seconda abbiamo deciso di cambiare. Come abbiamo già detto un paio di volte, non abbiamo nulla da perdere, ma molto da guadagnare. E’ stata una giornata divertente e durissima. Il mio attacco? Ho solo cercato di dare il massimo, Arensman è stato bravissimo e Carapaz è il miglior alleato con cui affrontare la salita. Non so cosa sia successo a Roglic. L’ultima salita non era ripidissima, ma era il tipo di strada su cui si può perdere un sacco di tempo una volta staccati. Abbiamo fatto bene a provarci. Siamo il Team Ineos e dobbiamo sempre provare qualcosa. Sto bene, dopo tre anni vado in bici senza dolore e ora finalmente posso diventare l’ago della bilancia. Sono felice di essere tornato. Questa corsa mi darà qualcosa in più. Può essere un grande passo avanti».

Tiberi ha reagito bene al mal di schiena e ha avuto le gambe e la grinta per tenere i migliori, ma la maglia rosa non l’ha perso di vista
Tiberi ha reagito bene al mal di schiena e ha avuto le gambe e la grinta per tenere i migliori, ma la maglia rosa non l’ha perso di vista

Il sollievo di Tiberi

Tiberi, che ieri ha innescato la caduta sul pavé di Gorizia, ha risposto bene alle accelerazioni, avendo accanto un Damiano Caruso che, a dispetto degli anni, mostra ogni giorno di più il fondo e l’autorità per rispondere in prima persona agli attacchi dei campioni.

«Sono contento di come sono riuscito a gestirla – ha detto Tiberi – ma all’inizio non riuscivo a spingere, per questo ho attaccato Ca’ del Poggio abbastanza indietro e ho preso il buco. A quel punto la squadra si è fermata per riportarmi sotto e hanno fatto un lavoro veramente spettacolare. Sono serviti tanto, anche mentalmente e il supporto che mi hanno dato è stato veramente importante. Poi per fortuna anche il fisico ha iniziato a reagire bene. Scaldandomi e iniziando a spingere ho iniziato infatti a sentire un po’ meno dolore, anche se comunque il mal alla schiena c’è ancora. E’ stata comunque una tappa importante. Sono contento di come sono riuscito a reagire e quindi moralmente anche è stato importante non aver subito appunto un’altra sconfitta».

Il confabulare fra Yates, Majka e Del Toro in rosa dopo l’arrivo: la UAE Emirates è parsa in controllo
Il confabulare fra Yates, Majka e Del Toro in rosa dopo l’arrivo: la UAE Emirates è parsa in controllo

La leggerezza di Del Toro

Su tutti loro, la leggerezza e l’autorità di Del Toro fanno pensare che il messicano avrà pure davanti a sé dei punti di domanda, ma per ora fronteggia bene ogni tipo di imprevisto. Ha risposto in prima persona agli attacchi di tutti. Anche a quello di Derek Gee, che quando si è voltato e se lo è visto addosso tutto rosa, ha avuto un sussulto.

«Nella mia posizione – ha detto il messicano – mi sento nervoso perché sono come un tifoso che corre in mezzo ai suoi idoli. Ora devo seguire gli attacchi e di sicuro so che arriveranno. Devo solo aspettare quando e capire se sarò in grado di seguirli tutti. Sono super attivi e competitivi, sapevo che oggi avrebbero iniziato a scattare. Non posso dire con certezza che qualcuno riuscirà ad andarmi via. Per questo a un certo punto ci siamo messi davanti noi e abbiamo aspettato che cominciassero gli attacchi, perché sapevamo che sarebbe successo. Ho cercato di capire quando. Ma sono certo che tanti vogliano vincere e ci proveranno ancora. Per oggi sono riuscito a seguire tutti e a gestire più o meno la situazione. Si riparte fra due giorni e cercheremo di capire anche quale sarà il nostro assetto come squadra».

Gorizia, disastro al Giro. Ciccone all’ospedale, Van Aert accusa

24.05.2025
6 min
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C’erano le Frecce Tricolori e le bandiere. Se non fosse stato per la pioggia, sarebbe stata una giornata di festa. Si annunciava come una tappa di avvicinamento alle prime montagne, con l’arrivo condiviso fra Gorizia e Nova Gorica nel segno della cultura e della fratellanza tra i popoli. Invece si è trasformata nel disastro per i protagonisti italiani del Giro d’Italia. Può succedere ancora tutto, come si affrettano a ripetere i commentatori televisivi, ma il dato di fatto sconsolante è che la situazione rosea di ieri è ormai un lontano ricordo.

Colpa di una caduta provocata non certo dal fato: in certe dinamiche purtroppo la sfortuna non è il primo fattore da considerare e dopo la tappa Van Aert lo ha detto chiaramente. Mancavano 23 chilometri al traguardo e in testa al gruppo la Visma-Lease a Bike lavorava nella scia di Asgreen ancora in fuga, per portare Kooij alla volata, quando è successo il finimondo.

«Certo era un circuito con molte curve – ha detto Van Aert ai media belgi dopo l’arrivo – ma quello di Lecce mi era sembrato molto più pericoloso. Quello che è successo oggi è stato una scelta dei corridori. I team di classifica sono nervosi, producono il loro stress ed è per questo che cadono. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Corrono costantemente dei rischi eccessivi ed è per questo che cadono».

Non è ancora dato sapere se ci saranno polemiche perché la squadra olandese ha continuato a tirare, ma con Asgreen ancora in fuga e lanciato verso la vittoria non avrebbe avuto senso fermarsi. E così la Visma si è ritrovata senza la tappa, ma con Simon Yates rientrato in classifica. Anche se non è così probabilmente che sarebbero voluti tornare in gioco.

Del Toro, occhi di gatto

La caduta, si diceva, è avvenuta nelle prime quindici posizioni del gruppo, a conferma di quanto detto da Van Aert. Sono rimasti dietro quasi tutti gli uomini di classifica, ad eccezione di Isaac Del Toro, che ha riflessi da gatto e sembra quasi avere l’occhio magico per prevedere quel che accadrà. La tappa era vissuta quasi interamente sullo stesso schema, con i quattro fuggitivi davanti e il gruppo a fare l’elastico alle loro spalle, per non prenderli troppo presto. 

Asgreen, Davy, Marcellusi e Maestri, con la Alpecin e la Visma dietro a tenere il ritmo allegro avendo ancora Groves e Kooij con i migliori. Tutto il giorno così, fino al primo passaggio sul Saver, salita di 700 metri con una pendenza del 7,7 per cento, quando il gruppo è stato completamente falciato da una caduta.

Una strettoia tra le vie cittadine. Il fondo acciottolato bagnato. E dopo la frenata, il rumore della caduta. Tra coloro che hanno messo piede a terra e che sono anche caduti, si sono segnalati subito Pedersen e Vacek, candidati a giocarsi la tappa. La maglia rosa Del Toro, che però è ripartito subito. Bernal, Roglic e Ayuso, lesti a riprendere il ritmo. Mentre Ciccone è rimasto fermo, poi si è seduto sul marciapiede, con il ginocchio evidentemente malconcio.

Prima della tappa, l’abruzzese era settimo in classifica generale, a 2’20” dalla maglia rosa. Aveva conquistato per due volte il podio, ma ora il punto di domanda è se riuscirà a ripartire domani ed eventualmente virare verso la conquista di una tappa. In questi casi, più del dolore fisico fa lo scoramento e la faccia di Giulio mentre si infilava nella tenda per cambiarsi non prometteva nulla di buono. Il ritardo di 16’14” con cui la Lidl-Trek ha tagliato il traguardo compatta suona come una sentenza inappellabile.

Distruggersi per vincere

La voce di Asgreen risuona a margine della baraonda ed è giusto riconoscere il merito a questo danese concreto e duro, che già in passato è riuscito a battere Van der Poel nella volata a due di un Fiandre. Era il 2021 e in quel piegare Mathieu dopo la fuga a due c’era la sua capacità di tirare fuori il meglio quando anche i più forti sono stanchi. Per questo oggi non ha avuto grandi problemi a scrollarsi dalla scia Marcellusi e Maestri ormai allo stremo delle forze.

«E’ stata una giornata dura – ha detto – per arrivare a questo genere di cose devi distruggerti completamente, ma quando ci riesci la gioia è tanta. La squadra mi ha dato molte informazioni e mi ha anche suggerito a un certo punto di attaccare. So che nella seconda parte di un Grande Giro, le fughe possono arrivare, anche se è una tappa pianeggiante. Eravamo tutti stanchi e per questo ho dato tutto gas. Il circuito era tecnico, le strade erano bagnate, era difficile per il gruppo andare più veloce di noi nella fuga».

Ciccone all’ospedale

La giornata promette di essere ancora lunga. Il reparto comunicazione della Lidl-Trek ha chiesto di non contattare i corridori del team e che gli aggiornamenti saranno forniti quando anche loro sapranno qualcosa di più. Ciccone è stato accolto all’arrivo dal dottor Daniele, che ha cercato subito di farsi un’idea delle sue condizioni. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, Giulio sta andando all’ospedale per sottoporsi a radiografie che possano dare una dimensione al suo infortunio. Le ambizioni di classifica forse erano tramontate dopo la cronometro, ma certo nessuno poteva immaginare una simile svolta nel suo Giro.

Vi forniremo aggiornamenti sui nostri canali social quando anche noi sapremo qualcosa di più. Furono ugualmente una caduta (provocata tuttavia da un capriolo che aveva attraversato la strada) e il conseguente dolore al ginocchio a causare il ritiro dell’abruzzese dalla Vuelta dello scorso anno. Attendiamo notizie dal team e intanto cerchiamo di capire quale potrà essere il ruolo dei nostri in questo Giro che è certo d’Italia, ma sempre meno degli italiani.

P.S. alla fine Ciccone ha dovuto alzare bandiera bianca. Gli esami hanno confermato che Giulio ha riportato un importante ematoma al muscolo vasto laterale del quadricipite destro e una piccola lesione alla fascia muscolare. Le sue parole nel comunicato della Lidl-Trek.

E dopo San Pellegrino in Alpe spunta (e la spunta) Carapaz

21.05.2025
7 min
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SAN PELLEGRINO IN ALPE – E’ la magia della montagna. Non importa che sia d’Appennino, di Alpi, Dolomiti… Tutto cambia. La pendenza, il bosco, la gente, le bici, le nuvole basse e il calore del fieno appena tagliato più a valle. E’ un’altra dimensione. Sul San Pellegrino in Alpe abbiamo vissuto tutto questo.

La salita, forse la più dura del Giro d’Italia, è stata al centro – in ogni senso – della tappa di oggi. E se Richard Carapaz ha vinto a Castelnovo ne’ Monti è anche per come ha affrontato questa montagna che collega la Toscana all’Emilia, come vedremo.

Quei muscoli tesi

Il tifo era forte per Luca Covili, beniamino di casa. Ma lungo la scalata c’erano anche belgi e olandesi. Poi il tifo è per tutti e quando dai nuvoloni bassi in quota è spuntata la maglia blu di Lorenzo Fortunato tutto ha preso un’altra piega. Vederli da bordo strada è tutt’altra cosa. Si sentiva il fiatone, le smorfie di fatica si percepivano in modo diverso ed erano la continuazione dello sforzo delle gambe. Più queste erano tese, più i volti si deformavano.

La maglia rosa pedalava bene. Carapaz era defilato, a tratti in coda al gruppetto. Era in “modalità” risparmio energia o era davvero affaticato? Il suo volto è quasi sempre indecifrabile. Giulio Pellizzari a 200 metri dalla vetta era staccato di 6”-7”, ma non sembrava assolutamente fuori giri. Primoz Roglic era il più coperto e rannicchiato al centro del drappello. E e gli Yates, seppur con maglie diverse, si riconoscevano anche attraverso la nebbia. La loro andatura ciondolante sui pedali è un marchio di famiglia.

Il popolo del ciclismo

E poi c’erano loro: i tifosi. I veri padroni del San Pellegrino in Alpe. Sinceramente, col meteo che c’era ed essendo un pieno giorno feriale di maggio (il Tour de France è ben più fortunato in tal senso), non ci aspettavamo tanta gente.

Dalle poche unità sparse nelle prime rampe a un vero stadio di 3.000 metri per lato nel finale. Una bolgia. Passarci in mezzo con la nostra ammiraglia è stata un’emozione. Qualche lettore ci ha anche salutato. Che dire: grazie!

Grigliate, birre, tocchi di formaggio, le bici appoggiate sulle pendici della montagna. Una montagna verdissima, rigogliosa. Sulle vette più alte verso nord c’erano ancora chiazze di neve… un ambiente totale, teatro perfetto per una grande sfida.

La corsa non passa mai in un secondo. Dopo i primi, ecco a intermittenza gruppetti di due o quattro atleti e poi due grandi gruppi nel finale. Gli ultimi, i velocisti, sono passati che già iniziava a cadere qualche goccia. Il freddo cominciava a farsi pungente.

La cosa bella è che in questi brevi momenti puoi vedere le differenze tra i corridori. Mads Pedersen, seppur staccato (ma non troppo) dalla maglia rosa, portava su i suoi 76 chili con una potenza mostruosa. Povera la sua catena! Mentre i passisti-scalatori che scortavano i velocisti sgambettavano agili e i Van Uden della situazione al loro fianco guardavano paonazzi a terra e facevano la metà delle pedalate.

Il tutto sotto l’applauso scrosciante della gente. Per tutti…

Carapaz vince la sua quarta tappa al Giro e risale dalla nona alla sesta posizione. Ora è a 1’56” da Del Toro
Carapaz vince la sua quarta tappa al Giro e risale dalla nona alla sesta posizione. Ora è a 1’56” da Del Toro

Si rivede Carapaz

La corsa passa. Il San Pellegrino in Alpe in pochi minuti si svuota. Le ultime ammiraglie sfrecciano tra la gente. Sono quelle dei massaggiatori che corrono verso l’arrivo.

Fortunato e gli altri quattro transitati davanti sul San Pellegrino sembravano potercela fare, ma Pedersen si è messo al lavoro per Giulio Ciccone. Solo che poi a “fregarli” tutti è stato Richard Carapaz. Un nome che forse, col senno del poi, poteva anche essere piuttosto scontato al via questa mattina.

L’ecuadoriano della EF Education-EasyPost si trova a meraviglia su questi tracciati: duri, lunghi e con salite non estreme nel finale. La sua azione è stata tosta. Il campione olimpico di Tokyo ha fatto subito il vuoto e ha resistito al ritorno della solita UAE Emirates.

«Nel finale avevo buone gambe e ci ho provato – ha detto Carapaz – è stata una tappa durissima. Si è visto chiaramente che sul San Pellegrino in Alpe nessuno aveva le gambe per fare qualcosa. In gruppo c’è tanta stanchezza e non so cosa potrà succedere nei prossimi giorni. Io ci ho provato. Sapevamo che si poteva fare. Sono felicissimo di essere tornato a vincere al Giro».

Ora Carapaz risale un po’ la china. Il bottino è magro in termini di tempo, venti secondi, migliore in termini di posizione: passa dalla nona alla sesta. Ma cambia poco ai fini del Giro.

Del Toro vince lo sprint con una facilità imbarazzante e allunga di 6″ su Ayuso. Terzo Ciccone
Del Toro vince lo sprint con una facilità imbarazzante e allunga di 6″ su Ayuso. Terzo Ciccone

E Del Toro…

Per assurdo pesano di più i 6” di abbuono di Isaac Del Toro che continua a dire una cosa e fare l’opposto. Anche oggi ha ripetuto quanto va dicendo da giorni: «Vediamo come andranno le cose. Sono qui per i miei capitani. Quei sei secondi… non so, è perché cerchiamo di fare una corsa intelligente», ha detto ai microfoni di Radio Rai.

E sempre restando legati alla radio, per pura casualità questa mattina abbiamo scambiato qualche battuta con Massimo Ghirotto. Max ha un’esperienza tale che potrebbe riempire una biblioteca del ciclismo.

«Io – ha detto Ghirotto – Ayuso è qualche giorno che non lo vedo benissimo. Per me non è super brillante». Non ci credevamo molto, ma abbiamo messo da parte quanto ci ha confidato; un suo giudizio è sempre prezioso. Evidentemente aveva ragione. Nella scalata finale ha un po’ pagato, e se Carapaz è andato via così bene è anche perché lui ha scricchiolato e la UAE non si è messa pancia a terra per chiudere.

Del Toro sì, lui si era mosso subito, ma quando dall’ammiraglia hanno visto che non c’era Ayuso lo hanno bloccato. Lo hanno fatto respirare e poi sono andati in progressione dopo il Gpm.

Insomma, questa tappa del San Pellegrino in Alpe e degli Appennini ci ha detto che questo Giro è aperto. Anzi, ogni giorno più aperto.

UAE Emirates, 40 minuti per dire che va tutto bene

20.05.2025
5 min
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Ieri alle 15 il UAE Team Emirates ha schierato davanti alla telecamera di un computer Ayuso, Matxin e Del Toro. Scopo della riunione era rispondere alle domande dei giornalisti all’indomani della brutale tappa di Siena, in cui il messicano scappava e lo spagnolo in maglia bianca lo rincorreva, con la collaborazione opccasionale di Ciccone (foto di apertura). Senza l’aiuto che ci si potesse aspettare da Yates e McNulty, se non per brevi tratti.

Magari davvero non è successo niente oppure magari è successo un finimondo, in ogni caso sarebbe stato da ingenui aspettarsi che il bubbone scoppiasse in diretta. Senza andare troppo indietro negli anni, abbiamo vissuto identiche situazioni in cui a quel tavolo, ma senza telecamere, erano seduti Cunego e Simoni, come pure Armstrong e Contador. E nessuno di loro, sia pure alle prese con tensioni ben superiori, disse una sola parola che potesse compromettere il percorso della squadra. Solo che dal vivo capisci molto più di quello che puoi cogliere da un’inquadratura stretta, senza un prima né un dopo.

Quel che è parso insolito nell’arco dei 40 minuti complessivi è stato lo sbilanciamento delle domande. Mentre i giornalisti internazionali le hanno rivolte quasi solo a Del Toro e Matxin, gli spagnoli hanno cercato Ayuso e quasi per niente il giovane messicano.

Casa UAE Emirates: Matxin al centro dei suoi pupilli. Una conferenza stampa virtuale per fare chiarezza

Il ginocchio di Ayuso

Se domenica dopo l’arrivo Ayuso si fosse fermato per abbracciare Del Toro, come hanno fatto Yates e McNulty arrivati a Siena con lo spagnolo, allora forse nessuno avrebbe pensato a un’anomalia. Invece Juan è sparito: solo per il colpo al ginocchio?

«Avrei preferito non cadere di nuovo – dice – ho battuto proprio sopra il ginocchio dove avevo già un livido e ho avuto bisogno di tre punti. Fa decisamente molto male, per fortuna oggi era il giorno di riposo, per cui ho cercato di riprendermi. Quando stamattina ho iniziato a pedalare, mi faceva davvero male. Poi riscaldandomi è migliorato. Spero che con un intero giorno di recupero, migliori ancora. La cosa positiva è che non è problema muscolare, è soltanto l’osso e forse allora non dovrebbe influire molto sulla mia prestazione nella crono».

Un messicano in rosa

Del Toro ha lo sguardo sbarazzino e il ciuffo che ravvia spesso con la mano destra. Nonostante sia il leader del Giro d’Italia, evita accuratamente di sbilanciarsi. Racconta di aver ricevuto un messaggio da Pogacar sull’aver vinto la tappa di ieri: se puoi farlo – questo il senso – devi farlo.

«E’ il mio primo Giro – racconta – sono entusiasta di essere qui con la squadra e orgoglioso di occupare questa posizione. E’ come un sogno. Ho una strategia: dare il massimo e avere sempre un obiettivo. Ma cerco di rimanere con i piedi per terra. Sono emozionato. A volte sono più nervoso, a volte sono normale. Ho solo 21 anni, ma va bene così. Non sento troppa pressione addosso. Il mio corpo sta reagendo bene giorno dopo giorno e sono super orgoglioso di essere messicano e di avere il supporto del mio Paese. Svegliarmi con la maglia rosa è stato incredibile, non riesco a rendermene conto. Il problema in realtà è stato andare a letto e cercare di dormire».

Del Toro ha ricevuto dall’ammiraglia UAE Emirates l’ordine di andare: emerge dalle sue dichiarazioni dopo tappa
Del Toro ha ricevuto dall’ammiraglia UAE Emirates l’ordine di andare: emerge dalle sue dichiarazioni dopo tappa

Buon viso a cattivo gioco

Fare buon viso a cattivo gioco: è il primo comandamento. E Ayuso è bravissimo a farlo. A un certo punto, mentre la parola è degli altri, fa un aereo di carta e lo lancia nella stanza. Del Toro ride.

«Se mi avessero detto che sarei arrivato al primo giorno di riposo con più di un minuto di vantaggio su Roglic – spiega – essendo secondo nella classifica generale, avrei firmato senza ombra di dubbio. Quindi penso che come squadra siamo in una posizione privilegiata e che ora è solo questione di continuare a guadagnare tempo sui nostri rivali e avere una buona settimana. L’approccio non cambia, c’è sempre rispetto per il leader. Voglio vincere il Giro, ma se dovrò perderlo, almeno spero che lo vinca un compagno di squadra. In una gara di tre settimane devi saper trascorrere i giorni, sia quando vinci sia quando perdi. Puoi farti male, ma devi saperlo gestire. Ed è proprio di questo che si tratta, in una gara che dura tre settimane».

Dopo aver gestito la convivenza Pogacar-Ayuso al Tour 2024, Matxin ora dovrà gestire Ayuso e Del Toro
Dopo aver gestito la convivenza Pogacar-Ayuso al Tour 2024, Matxin ora dovrà gestire Ayuso e Del Toro

Tutti per Ayuso

La chiosa tocca a Matxin, padre ciclistico di Ayuso. I due si conoscono da quando Juan ha iniziato a farsi grande e a mostrare i lampi di talento che ne hanno fatto uno dei giovani più promettenti al mondo.

«Non esiste alcun problema – dice il manager – Juan continua a essere leader, come abbiamo detto e come abbiamo pianificato: non cambia assolutamente nulla. C’è rispetto per il nostro leader e lavoreremo in squadra, come abbiamo sempre fatto, ma adesso Isaac è la maglia rosa.  Devo solo preoccuparmi di dare loro tutti gli strumenti affinché possano dimostrare il talento che hanno. Credo in Juan e Isaac, gli voglio bene perché sono due ragazzi facili da amare. Sono brave persone, hanno talento, hanno classe e se vincono delle gare, lo fanno perché sono molto bravi».

Forse quello che manca al momento è un avversario vicino che gli metta paura. Su quegli sterrati Roglic ha perso terreno come il malcapitato Evenepoel nel Giro del 2021. Quando sei caduto una volta, certe strade ti bloccano, diventano sabbie mobili di paura e non ne vieni fuori. Ma se oggi Primoz tornasse sotto con una crono stellare come quella di Tirana, forse tanto imbarazzo da abbondanza inizierebbe a svanire.

EDITORIALE / Ayuso, Del Toro e il miraggio del posto fisso

19.05.2025
4 min
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Una volta per soldi si andava via, oggi per soldi si resta. La storia del ciclismo è piena di ottimi corridori diventati gregari di corridori ancora migliori che, a un certo punto, allettati dalla corte di altre squadre, cambiarono maglia. Di solito succede nelle squadre dei dominatori, che amano circondarsi di super gregari. Ayuso e Del Toro diventeranno dunque la trama di romanzo giallo? La foto di apertura si riferisce ai giorni felici della Tirreno-Adriatico, anche se non c’è dubbio che per la conferenza stampa di oggi alle 15 la UAE Emirates avrà rimesso ogni tassello al suo posto. Quanto accaduto ieri (al pari di quanto accaduto all’ultimo Tour nel giorno del Galibier) ha dato però da pensare.

Se nasci e cresci vincente, accettare di fare il gregario è certamente remunerativo, ma calpesta la tua indole. Se però accetti di stare al gioco, allora devi rispettarne le regole. Altrimenti vai via. La storia insegna che raramente chi parte riesce a battere colui per il quale ha lavorato, se non altro tuttavia avrà vissuto mesi e anni di progetti e sensazioni forti.

Sul podio per la prima maglia rosa della carriera, ma Del Toro non sprizza felicità
Sul podio per la prima maglia rosa della carriera, ma Del Toro non sprizza felicità

Fra corridori e agenti

Certo deve esserci affinità di vedute fra gli atleti e chi li rappresenta. Il ciclismo è un lavoro e deve dare da mangiare, meglio se in abbondanza. L’abbondanza infatti riguarda le tasche del corridore e in percentuale variabile quelle del suo agente. C’è solo da capire se la molla dello sportivo sia unicamente il guadagno oppure esista ancora la voglia di arrivare al vertice e vincere. La sensazione è che ai giovani più talentuosi venga ormai prospettato il guadagno sicuro e prolungato, togliendo dal mazzo o banalizzando il risvolto della medaglia. Che diventa invece insormontabile a causa di clausole rescissorie sempre crescenti.

Diciamo questo pensando alla situazione che si sta vivendo al UAE Team Emirates. E’ legittimo blindare Tadej Pogacar con un contratto fino al 2030. E’ anche comprensibile, da parte della squadra, tenersi stretti Ayuso (fino al 2028), Del Toro (2029), Christen (2030), Adam Yates (2028), Almeida (2026), Morgado (2027). Siamo certi tuttavia che i corridori siano consapevoli di cosa significhi legarsi così a lungo ad un super team in cui le strade sono obiettivamente poche?

Già alla Tirreno, quando Del Toro ha lavorato sodo per Ayuso, si è capito che il messicano sia in fortissima crescita
Già alla Tirreno, quando Del Toro ha lavorato sodo per Ayuso, si è capito che il messicano sia in fortissima crescita

Le tattiche chiare

Ayuso non si è mai rassegnato del tutto a fare il gregario di Pogacar, tanto da aver mandato a memoria un paio di risposte standard per quando gli chiedono dei suoi rapporti con lo sloveno. L’ultima dopo l’arrivo di Tagliacozzo: «Non vedo Tadej da tantissimo tempo, l’ho incrociato a Granada prima di partire per il Giro, ma solo per 30 secondi. Quindi non ho avuto molto tempo per parlare con lui».

Adesso lo spagnolo si ritrova davanti l’esuberante Del Toro, il quale sa bene cosa significhi pedalare per rabbia più che per amore. Ieri il messicano ha vissuto con gli occhi spenti l’impresa che gli è valsa la maglia rosa e solo a tratti lo abbiamo visto ridere. Sarà stata davvero l’emozione, come si è affrettato a spiegare, e speriamo sia così. Credete che Pellizzari non morisse dalla voglia di attaccare sul Sassotetto dalla cui cima si vede Camerino? L’ammiraglia gli ha detto di stare con Roglic e così Giulio ha fatto. E se davvero Del Toro è caduto nell’errore di voltare le spalle al suo capitano, a cosa serviva che avesse dietro l’ammiraglia?

Ieri Pellizzari ha lavorato sodo per Roglic, come pure sabato sulle strade di casa, salvando la classifica dello sloveno
Ieri Pellizzari ha lavorato sodo per Roglic, come pure sabato sulle strade di casa, salvando la classifica dello sloveno

Il salary cap

I team manager delle squadre più ricche si oppongono all’istituzione di un salary cap, con l’approvazione degli agenti che hanno l’imperativo di far guadagnare (possibilmente bene) il più alto numero di atleti per guadagnarne a loro volta. E’ un fronte compatto e comune che l’UCI dovrebbe prima o poi affrontare: ad ora se ne sta occupando l’Associazione dei gruppi sportivi presieduta da Brent Copeland.

Il punto a nostro avviso non è fare la guerra a qualcuno in favore di qualcun altro, come vorrebbero le squadre francesi. Siamo abbastanza sicuri che se domani la squadra francese più povera trovasse il budget più ricco, passerebbe in automatico a difendere il suo diritto a strapagare i corridori. Il punto è la tutela dello sport e della sua credibilità. E il rispetto di talenti che la certezza di lauti guadagni prolungati inevitabilmente svilisce. Se anche Checco Zalone per amore rinuncia infine al posto fisso, la domanda è: chi vuole davvero bene al ciclismo?