Filippo Turconi

L’eredità rosa di Turconi. L’analisi del dottor Giorgi

12.06.2026
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Il tema del post Giro d’Italia è accattivante perché lascia spazio a sfumature, punti di vista differenti e mai banali. Ognuno ha la sua. Stavolta parliamo di Filippo Turconi, il più giovane presente alla corsa rosa, e lo facciamo con il dottor Andrea Giorgi, medico della Bardiani-CSF dove corre.

L‘impatto di una gara di tre settimane su un ragazzo poco più che ventenne è decisamente importante. Lascia tracce. Generalmente positive. Turconi alla fine è arrivato a Roma e non era affatto scontato. Merito anche del team che non gli ha messo addosso alcuna pressione. Poi è anche vero che oggi, grazie ad alimentazione, preparazione e tattiche più conservative, nonostante velocità più elevate, tappe più corte, la sfida è un pizzico meno ardua di un tempo. Le parole di Simone Gualdi di ieri in qualche modo lo confermano.

Andrea Giorgi, medico e preparatore della Bardiani-CSF, torque
Andrea Giorgi, medico e preparatore della Bardiani-CSF
Andrea Giorgi, medico e preparatore della Bardiani-CSF, torque
Andrea Giorgi, medico e preparatore della Bardiani-CSF
Dottor Giorgi, come nasce l’idea di mettere un ragazzo così giovane in vista per il Giro d’Italia?

Il presupposto del team, e anche la politica della squadra, è che tutti abbiano delle possibilità, indipendentemente dall’età. Sicuramente l’esperienza ha un peso, ma la valutazione per il Giro d’Italia va in base a chi se lo merita, a chi ha ottenuto buoni risultati. Nessuno viene precluso alla partecipazione. Storicamente la squadra dei Reverberi porta al Giro ragazzi giovani. Magari non al primo anno, ma al secondo o terzo è già capitato, come è stato per Pinarello o Pellizzari in tempi recenti.

Quindi come è stato l’approccio?

La preparazione, quindi sia l’allenamento sia le gare di avvicinamento, è stata predisposta in accordo con la squadra e con il suo preparatore Borja, in attesa della convocazione ufficiale arrivata alla fine di aprile.

E come è andato da un punto di vista medico-fisiologico il Giro d’Italia di Filippo Turconi?

Filippo è un ragazzo molto metodico, preciso, segue tutto alla lettera. Di atleti così ce ne vorrebbero tanti. Si riesce a personalizzare e a seguire un piano molto preciso con lui. Sappiamo tutti che il Giro d’Italia, soprattutto per gli esordienti, ha un impatto psicologico importante. La gestione emotiva e dello stress è stata determinante da parte sua. Da quello che ho notato durante il Giro, Turconi era sempre abbastanza tranquillo.

Selle SMP, Filippo Turconi, Giro d'Italia 2026
Filippo Turconi (classe 2005) ha concluso il suo primo Giro d’Italia
Selle SMP, Filippo Turconi, Giro d'Italia 2026
Filippo Turconi (classe 2005) ha concluso il suo primo Giro d’Italia
In più la squadra non gli ha messo pressione…

Certamente affrontare la gestione in corsa è stato differente, perché da un esordiente al Giro d’Italia non si può pretendere che attacchi o che prenda sempre l’iniziativa. Come gli è stato richiesto durante le riunioni tecniche dai direttori sportivi, doveva gestire la fuga, magari prenderla, dare una mano in altri casi, starsene tranquillo in altre. E lui ha sempre tentato di farlo.

Nel corso delle settimane è andato in calando?

Non troppo, a dire il vero. Ma qui torniamo un po’ al discorso di prima. Essendo così giovane non si può pretendere che facesse un Giro a mille tutti i giorni. Filippo sapeva che certe tappe erano adatte a lui e altre meno. Quindi è stato bravo anche a gestirsi sotto questo aspetto. Quando non doveva fare grosse cose risparmiava energie. E anche parecchie.

Come faceva?

Oggi in gruppo, se stai dietro, risparmi davvero tantissime energie. In poche parole, per Filippo non ci sono state fasi critiche. Non c’è mai stato il momento in cui ha pensato di tornare a casa o di dire: «Non ce la faccio più». Ha avuto sempre un rendimento costante. C’è stata all’inizio la caduta in Bulgaria che gli ha provocato un trauma contusivo con alcune escoriazioni, ma niente di particolare. Questo ha facilitato anche il proseguimento della corsa.

Una volta al Turconi di turno si diceva: vieni al Giro, fai 10-11 tappe e torni a casa… Avete mai preso in considerazione di fargli fare due settimane e basta?

L’idea di fargli fare due settimane non c’è mai stata. Si è partiti con l’intento di farglielo fare tutto. Come staff medico e tecnico il nostro obiettivo è mantenere i corridori in salute. I nostri atleti erano al Giro per il Giro e non in preparazione di altro. La nostra gestione medica e nutrizionale è stata corretta perché Turconi ha portato a termine il Giro senza conseguenze.

Filippo Turconi
Anche grazie ad un’integrazione e un’alimentazione curata, Turconi è riuscito a concludere il Giro
Filippo Turconi
Anche grazie ad un’integrazione e un’alimentazione curata, Turconi è riuscito a concludere il Giro
A livello di alimentazione Filippo è sempre riuscito a mangiare bene?

In alcune tappe, magari quando c’è stata la pioggia, si sono verificati episodi in cui Filippo, ma direi tutta la squadra, non è riuscito ad alimentarsi adeguatamente a causa delle condizioni atmosferiche. Per fortuna, vista l’attenzione che si dedica oggi all’alimentazione, questi episodi non hanno portato a conseguenze importanti nei giorni successivi. Quindi anche sotto questo aspetto tutto è filato liscio.

Capitolo sonno: quando si è stanchi si fa un po’ più fatica a dormire. Turconi come ha vissuto questa fase?

Un atleta giovane ha sempre l’emozione che può fare i suoi scherzi, soprattutto nel riposo. Quindi gli atleti giovani, come Filippo, possono avere un sonno un po’ più disturbato e difficoltà ad addormentarsi. Noi abbiamo un training dell’addormentamento, dei rituali che vengono utilizzati per aiutarli. Sicuramente il suo sonno non è stato ottimale in questo periodo del Giro d’Italia. Ci possono essere la melatonina o altri integratori che favoriscono il sonno, che vengono sempre forniti se richiesti per aiutare l’atleta nell’addormentamento. In uno studio che abbiamo fatto l’anno scorso al Giro Next Gen, per esempio, si è visto che gli atleti arrivati nelle posizioni più arretrate in classifica facevano più fatica a prendere sonno.

Parliamo del peso: com’è andata? Una volta si dimagriva tanto, oggi addirittura abbiamo sentito di gente uscita da un Grande Giro con un chilo in più…

Una volta si andava al Giro con un chiletto in più per arrivare al meglio all’ultima settimana. Adesso è cambiato tutto il discorso alimentare. C’è un controllo quotidiano che passa dal peso degli alimenti alle calorie calcolate in base al dispendio energetico e ai nutrienti necessari. Si cerca sempre di non andare in deficit, perché il deficit porta a un ritardo nel recupero.

E questo sarebbe irrimediabile…

Già è difficile recuperare, perché il ripristino completo del glicogeno muscolare richiede almeno 48 ore. Gli atleti quindi difficilmente ripartono con le scorte completamente piene. Per Turconi, come per gli altri, abbiamo cercato di mantenere il peso, ma anche la composizione corporea, il più stabile possibile. Tra l’altro Filippo è uno che la mantiene molto bene durante tutta la stagione.

Filippo Turconi
Turconi è stato anche in fuga ma spesso, giustamente, è andato di conserva
Filippo Turconi
Turconi è stato anche in fuga ma spesso, giustamente, è andato di conserva
Abbiamo sempre analizzato quello che toglie il Giro, dottor Giorgi, ma cosa gli darà invece? Qual è il bottino che Turconi porta via da questa corsa rosa?

Ci sono diversi aspetti da valutare. C’è quello dell’esperienza, quindi un aspetto cognitivo. Filippo ha affrontato un impegno importante, la gestione di situazioni difficili e di dinamiche di gara che in altri contesti non sono presenti. E’ un carico di esperienza notevole per un ragazzo della sua età, soprattutto anche per quanto riguarda la gestione del recupero emotivo e dello stress.

E l’aspetto fisiologico?

Una corsa a tappe di tre settimane provoca un aumento del volume plasmatico, quindi un adattamento dell’atleta agli sforzi prolungati e ripetuti nel tempo. Questo favorisce i processi di adattamento sia a livello cardiovascolare che respiratorio e si traduce in una maggiore prestazione. Ancora non sappiamo quanto, ma sicuramente Turconi avrà un miglioramento della capacità aerobica e della potenza aerobica che poi si ripercuoterà nel tempo. Passato il periodo necessario alla supercompensazione, l’atleta potrebbe essere in grado di affrontare carichi di lavoro maggiori rispetto a prima.

E come scoprirete se Filippo Turconi avrà fatto questo step?

Attraverso valutazioni tramite test di laboratorio, dove si può misurare il consumo di ossigeno, fare valutazioni del FatMax e altri parametri. Oppure tramite test sul campo per verificare se la capacità prestativa sia cambiata o meno. Penso alla valutazione della curva potenza-tempo sui 3′, 5′, 10’… 30′. Quando abbiamo questo quadro, andiamo a fare anche un esame ematochimico. Attraverso gli esami del sangue possiamo quantificare l’incremento del volume plasmatico. Possiamo valutare emoglobina, ematocrito e altri parametri di affaticamento come il profilo ormonale. In questo modo possiamo capire se l’atleta si è ristabilito oppure no dallo sforzo sostenuto. Di solito si può pensare a una valutazione del genere dopo 10-15 giorni.

Congresso medico sportivo di Siena

Quando medicina e sport s’incontrano. Il congresso di Siena…

21.03.2026
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“Oltre la polvere delle Strade Bianche: nuove frontiere nella scienza del ciclismo”. Era questo il tema del congresso che si è tenuto a Siena alla vigilia della Strade Bianche appunto. Un congresso in cui sport, scienza e medicina si sono incontrati. C’erano preparatori, medici, ricercatori, studenti, tecnici. Ed è stato davvero interessante.

Il congresso è durato tutta la giornata e ha visto quattro sessioni principali: aspetti medici nel ciclismo, allenamento e nutrizione, valutazione della prestazione e l’allenamento. In ognuna di esse ci sono stati molti relatori.

Noi abbiamo fatto il punto con il dottor Andrea Giorgi, in forza alla Bardiani-CSFe in seno anche al comitato tecnico della Federazione Ciclistica Italiana. Come è nata questa conferenza? E cosa ha portato? Oltre a partecipare, lui ha contribuito alla realizzazione di questo evento.

Congresso sport medicina di Siena
Il dottor Andrea Giorgi durante il suo intervento
Congresso sport medicina di Siena
Il dottor Andrea Giorgi durante il suo intervento
Innanzitutto dottor Giorgi, come è nata questa idea?

Il dottor Andrea Causarano, che è stato anche il medico della Juventus e del Siena, una figura importante dunque, e un mio amico cardiologo mi hanno coinvolto in questo progetto. Causarano faceva parte del comitato scientifico di questo congresso. Congresso al quale hanno dato un enorme supporto la FCI e anche il Comune di Siena. Visto che la Strade Bianche sta prendendo sempre più piede, l’idea era di fare qualcosa di scientifico, di creare un evento. Il tutto ha iniziato a girare già a ottobre. Ed eravamo già in ritardo!

E poi c’erano molte persone: lo abbiamo visto con i nostri occhi…

E’ stato importante l’aiuto della Federazione Ciclistica attraverso il settore tecnico. Io faccio parte anche della commissione tecnico-scientifica e, tramite la Scuola Tecnici, c’è stato il contatto con Giuseppe Bernardi nell’organizzazione dell’evento, promuovendo il congresso in FCI e non solo. E per questo vi hanno partecipato i migliori tecnici in Italia. Erano tanti tecnici che hanno portato medaglie importanti.

E’ stato un evento formativo e non solo di condivisione?

L’idea era creare come la Cycling Science che c’è all’evento scientifico che si tiene alla vigilia del Tour de France. Noi volevamo fare una cosa simile, più piccola visto che era un’edizione di prova, anche in Italia dove ce ne sono poche in questo periodo.

Congresso sport medicina di Siena
C’è stato anche un test pratico, del quale si sono poi discussi i dati
Congresso sport medicina di Siena
C’è stato anche un test pratico, del quale si sono poi discussi i dati
Se dovessi indicare tre punti che sono emersi da questo congresso, quali diresti? Quali sono i risultati?

Il risultato è che molta più gente di quel che pensavamo è interessata alla parte scientifica del ciclismo. In Italia c’è grande passione verso questo sport e soprattutto sto notando che c’è interesse da parte degli specialisti del settore ad incrementare la conoscenza della parte scientifica. Un’altra cosa che è piaciuta molto agli ideatori del congresso è stata la partecipazione, davvero elevata. E infine direi il fatto che l’evento sia ben riuscito: ci hanno chiesto se verrà riproposto anche negli anni a venire. E questo aspetto è molto importante per il nostro Paese.

Scendiamo più nel tecnico, dottor Giorgi: si è parlato di moltissimi aspetti, dal sonno ai test, fino alla durability, argomento molto in voga… Ma c’è stato, da un punto di vista scientifico, qualche aspetto particolare?

L’idea del congresso era toccare più temi scientifici possibili sia a livello medico che tecnico, che nutrizionale. Quindi far parlare dei professionisti del settore: professionisti sia sul campo, come Paolo Artuso per esempio, sia chi fa ricerca scientifica. Devo dire che ne è nato un bel confronto tra persone che lavorano attivamente nel ciclismo e accademici universitari. Penso ad Andrea Nicolò, che studia la frequenza respiratoria soprattutto in ambito universitario. E anche a figure intermedie come possiamo essere io e Borja Martinez Gonzalez, che siamo una via di mezzo tra campo e ricerca.

Cosa si portano a casa i partecipanti di questo congresso?

Per me c’è stato un arricchimento generale e, oltre ai tecnici, questo è valso soprattutto per la parte medica. Essendo io un medico posso dire che ci sono stati interventi anche oltre il ciclismo o paralleli al ciclismo. Per esempio si è parlato di vie urinarie, della parte traumatologica, del sistema arterioso e venoso: argomentazioni specialistiche che spesso non tutti i medici conoscono. Questo ha portato a un aumento delle conoscenze su quell’aspetto. Magari ti viene un ciclista in ambulatorio con certe problematiche e in questo modo ora sai come affrontarle o come rispondere.

Congresso sport medicina di Siena
Nelle sale prossime a quella centrale, c’erano degli stand di integratori, medicinali, strumenti tecnici… Il confronto e la conoscenza sono passati anche da qui
Congresso sport medicina di Siena
Nelle sale prossime a quella centrale, c’erano degli stand di integratori, medicinali, strumenti tecnici… Il confronto e la conoscenza sono passati anche da qui
E per i tecnici?

La stessa cosa vale per il tecnico, che può uscire dal congresso arricchito anche lui perché oltre alle basi da campo, ha potuto avere un approfondimento sulla parte scientifica. E su cosa c’è dietro a ciò che vede attraverso i dati del ciclista.

C’è stato un argomento in cui si è scesi più in profondità, più nel tecnico?

Da un punto di vista pratico no, perché ogni intervento durava 20 minuti ed era seguito da un talk. Con quel lasso di tempo a disposizione dovevi essere essenziale, concentrarti sui punti cardine di quel determinato argomento.

E per il futuro?

Speriamo di continuare. Magari selezionando ancora meglio le sessioni e i macroargomenti. I prossimi potrebbero essere l’altura e la forza in palestra… tanto per dirne due.

Bardiani, forza, torque, Strade Bianche

Torque e cadenza: altre riflessioni col dottor Giorgi

08.03.2026
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In queste ultime settimane più volte abbiamo parlato della forza, ormai detta torque, quando si va in bici, e della cadenza, come quel giorno in cui vinse Del Toro a Jebel Hafeet all’UAE Tour. E su questa relazione fra cadenza e torque mancava qualche passaggio.

A chiarirci le idee è Andrea Giorgi, dottore e preparatore della Bardiani-CSF. Giorgi fra l’altro è uno dei dottori che più fa ricerca scientifica. Quello che abbiamo notato noi, in modo molto generico, è che forse in generale le rpm, la cadenza appunto, sono scese un po’. Ma l’argomento è ben più vasto.

Andrea Giorgi, medico e preparatore della Bardiani-CSF, torque
Andrea Giorgi, medico e preparatore della Bardiani-CSF, ci ha aiutato in questa analisi estremamente tecnica
Andrea Giorgi, medico e preparatore della Bardiani-CSF, torque
Andrea Giorgi, medico e preparatore della Bardiani-CSF, ci ha aiutato in questa analisi estremamente tecnica
Torque e cadenza, dottor Giorgi, qual è la relazione? Portaci nell’argomento…

La potenza viene espressa attraverso due componenti meccanicistiche che sono il torque, quindi la forza di spinta sul pedale, e la rotazione della pedivella: questo permette di calcolare la potenza. Se andiamo a scomporre la potenza sul piano meccanicistico, ci sta valutare il torque e la cadenza e queste due variabili, grazie ai nuovi strumenti applicati sulle biciclette, possiamo misurarle entrambe. Negli ultimi anni si è iniziato a valutare questi due componenti.

E cosa è successo?

Il muscolo presenta una capacità di produzione di forza in base al tipo di fibre muscolari e le stesse fibre muscolari sono differenti nei vari tipi di muscoli, in questo caso della coscia, della gamba e anche delle pelvi e del tronco che permettono tutti insieme di produrre la pedalata. Ogni muscolo presenta delle fibre muscolari che variano in lunghezza in base al movimento stesso del muscolo. Quindi le proprietà meccaniche muscolari sono determinanti per la produzione di forza e di cadenza. Già diversi anni fa siamo andati a fare uno studio con un gruppo di ragazzi spagnoli per vedere il torque nelle categorie del ciclismo. Noi sappiamo che la potenza è un determinante della prestazione nella classificazione del tipo di ciclista, quindi uno più bravo è più potente e ha più power di un altro, questo è ovvio. Quel che abbiamo fatto noi è stato scomporre la potenza in cadenza e forza in base alle categorie e sono emerse differenze nel torque.

Ricordiamo brevissimamente cos’è il torque?

Il torque è sostanzialmente la forza applicata sul pedale, la spinta.

Strade Bianche 2026, torque
All’arrivo di Siena tutti gli atleti sono arrivati con cadenze molto basse… anche i primi (magari loro spingevano qualche dente in più)
Strade Bianche 2026, torque
All’arrivo di Siena tutti gli atleti sono arrivati con cadenze molto basse… anche i primi (magari loro spingevano qualche dente in più)
Cosa avete fatto in quello studio?

Abbiamo preso degli under 23 e dei professionisti, a loro volta suddivisi fra chi correva nelle Professional e chi nel WorldTour. Fra queste diverse categorie si è visto che i ciclisti più performanti, quindi quelli del WorldTour, hanno una forza maggiore, un torque maggiore. Pertanto, a parità di potenza, i più prestanti hanno una spinta maggiore. Dopo questa osservazione, ci siamo chiesti se all’interno di una stessa categoria di ciclisti, come meccanicisticamente era determinata la potenza, analizzando le componenti di torque e cadenza, sia in condizioni di riposo che dopo lo svolgimento di un allenamento simulante una gara.

Come avete effettuato questi test?

Abbiamo valutato torque e cadenza. Il torque massimo, cadenza massima e ottimale con uno sprint test, che è il test cadenza-potenza che si fa sul cicloergometro, ma noi l’abbiamo fatto sul campo. E poi siamo andati a vedere cosa succedeva alla cadenza e al torque dopo una sorta di crono di 3 minuti e una di 12 minuti. Tutto questo è stato fatto due volte: una a fresco, subito dopo il riscaldamento, e una dopo uno sforzo simulante una gara. E poi abbiamo detto a questi ragazzi: fate 30”, 60” e 90” a tutta con un rapporto duro senza cambiare. Dopo queste sessioni, tramite un particolare algoritmo, abbiamo valutato il torque e la cadenza.

Ed è emerso che?

Ovviamente nelle prove in condizioni di fatica, la potenza, il torque e la cadenza diminuivano, ma le tre componenti variavano in condizioni differenti. Ciclisti con una alta cadenza massimale e ottimale riducevano maggiormente la loro cadenza in condizioni di fatica, perché hanno una maggior componente di fibre muscolari veloci, più facilmente esauribili, caratteristica dei ciclisti “scattanti”. Inoltre, i ciclisti utilizzavano circa il 60 per cento del loro torque massimo nel produrre la potenza nelle crono dei 3 e 12 minuti sia a fresco che in condizioni di fatica. Mentre la cadenza si riduceva. Come se preservassero la loro capacità di spingere, per evitare un affaticamento muscolare periferico, sfruttando la cadenza attraverso i rapporti.

Più si scende con il rapporto e più il torque viene chiamato in causa, assieme alle fibre più lente
Più si scende con il rapporto e più il torque viene chiamato in causa, assieme alle fibre più lente
Cosa che su pista non è possibile: a questo vuoi arrivare?

Esatto. Su strada il ciclista, grazie al cambio, modula la cadenza in modo da sviluppare il torque ottimale per lui in quel momento, in base alla cadenza preferita. Però se io devo mantenere una certa potenza o limitare il decadimento della potenza, dovrò limitare la cadenza a parità di torque. Quindi in condizioni di fatica cosa fa? Spinge uguale, però tende ad abbassare la cadenza. La cadenza influisce maggiormente sul dispendio energetico, quindi per risparmiare energia riduco la cadenza, mantengo il torque costante, però vado a ridurre la pedalata, giocando con i rapporti.

Il discorso dell’ingerire tanti carbo per avere sempre una pedalata fresca, agile, c’entra qualcosa con questo discorso?

Io posso anche ridurre il rapporto e fare più pedalate per mantenere quella velocità, ma riduco lo sviluppo metrico e aumento il dispendio energetico, utilizzando in maggior percentuale le fibre muscolari veloci, quindi un adeguato intake energetico è essenziale. Mentre, mantenendo un rapporto più lungo e sfruttando una cadenza più bassa preservo la mia energia e sfrutto un meccanismo energetico meno dispendioso, utilizzando le fibre muscolari lente, meno veloci, ma più resistenti nel tempo. Così facendo, in base alla strategia di gara e alla tipologia di ciclista, posso preservare le energie per i momenti più importanti della gara, come per attaccare a un determinato punto della corsa.

Il classico tema dell’agilità che preserva la gamba. Però se uno va un filo più duro non è più un dramma: è così?

Ognuno ha la sua pedalata ideale. Dipende dal tipo di ciclista. Però attenzione, perché la forza si può fare anche andando “agili”. Su una salita due ciclisti possono andare entrambi a 85-90 pedalate, ma uno spinge il 39×25 e l’altro il 39×19… va da sé che il secondo svilupperà più distanza con ogni pedalata.

Isaac Del Toro
A Jebel Hafeet Del Toro ha spinto (forte) un rapporto lunghissimo, mostrando un torque davvero elevato
Isaac Del Toro
A Jebel Hafeet Del Toro ha spinto (forte) un rapporto lunghissimo, mostrando un torque davvero elevato
Qualche giorno fa abbiamo parlato di Del Toro, che di certo non era agile verso Jebel Haffet. Come ti spieghi quella scelta? È stata una questione tattica, una questione di stanchezza, di allenamento specifico per spingere certi rapporti…

Sicuramente i tecnici della UAE Emirates hanno fatto le loro valutazioni. Hanno visto che questo ragazzo, tenendo una pedalata a così bassa cadenza, con un rapporto così duro, riusciva a mantenere un bel torque non affaticandosi a livello sistemico. E soprattutto quando aveva bisogno di fare lo sprint, aveva le riserve di glicogeno ancora pronte per sviluppare la potenza necessaria per fare l’attacco. Io non conosco né i dati di Del Toro, né di Tiberi in questo caso. Magari è stata una strategia scelta dalla squadra quella di scattargli secco e potente per poter aprire un gap. Loro conoscono bene gli atleti e la dimostrazione è che anche al primo giorno ha fatto la volata con gli sprinter su quell’arrivo che tirava.

Quindi non era una questione di stanchezza, era proprio qualcosa di ponderato?

Credo proprio di sì. Se Del Toro fosse stato stanco, avrebbe ridotto i rapporti. Perché a un certo punto, quando sei stanco, la potenza si riduce e di conseguenza anche il torque e la cadenza, così vai più agile, ma più piano. Avviene un esaurimento delle fibre muscolari. E qui in qualche modo torniamo al discorso di prima, fra rapporti e pista. Sul parquet, quando inizi a essere stanco, non puoi cambiare, non hai il cambio. Di certo Bragato ne saprà qualcosa! Per i pistard il discorso torque e cadenza è pane quotidiano.

Andrea Giorgi, test lattato

VLaMax: un dato da considerare, tra teoria e pratica

26.01.2026
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Qualche settimana fa abbiamo pubblicato un articolo dove con coach Giuseppe De Maria, preparatore del team Polti VisitMalta, avevamo parlato di giovani e Grandi Giri. Tra i vari parametri e attenzioni da avere nei confronti di questi atleti, prima di vederli impegnati nelle corse a tappe di tre settimane, è emerso quello del VLaMax (la massima potenza glicolitica). Incuriositi da cosa potesse rappresentare questo dato, e da come lo si può prendere in considerazione all’interno di un lavoro di preparazione a 360 gradi, siamo andati da Andrea Giorgi, medico facente parte del gruppo di valutazione e preparazione fisica del team Bardiani CSF 7 Saber.

«Il VLaMax nasce negli anni 80 come  sistema – spiega il dottor Giorgi – per determinare la capacità glicolitica dell’atleta. Cos’è la capacità glicolitica? E’ la capacità anaerobica lattacida, quindi si andava a vedere quali atleti fossero in grado di produrre maggior lattato, il quale rappresenta la capacità anaerobica del corridore. Il lattato deriva dalla degradazione del piruvato, un derivato del glicogeno prodotto internamente al mitocondrio della cellula del muscolo che per essere smaltito viene buttato nel circolo sanguigno. Questo processo ci permette di misurare il lattato, cosa che viene fatta prelevando una piccolissima quantità di sangue».

Bardiani CSF 7 Saber, ritiro 2026
Il test del VLaMax permette di capire con che tipologia di scalatore si sta lavorando
Bardiani CSF 7 Saber, ritiro 2026
Il test del VLaMax permette di capire con che tipologia di scalatore si sta lavorando
Nell’atleta in cosa si traduce questa misurazione?

A livello teorico un corridore con un VLaMax alto produce maggior lattato, di conseguenza degrada più glicogeno e quindi ha una maggiore capacità anaerobica, in termini stretti è più “rapido”. Per fare un esempio: un velocista dovrebbe avere un VLaMax più alto rispetto a uno scalatore. Questo perché in teoria VLaMax e VO2Max sono inversamente proporzionali, se ho un corridore con un’alta capacità di consumo d’ossigeno (uno scalatore, ndr) avrà una bassa capacità glicolitica. C’è un però.

Prego…

Negli anni io personalmente questo parametro l’ho usato pochissimo, perché quello del VLaMax è un test difficile da riprodurre in maniera ripetibile. Ci sono tanti fattori confondenti, per avere una misurazione perfetta della capacità glicolitica dovresti fare una biopsia muscolare, così da vedere il livello di glicogeno in quell’esatto momento.

Martin Marcellusi, Bardiani CSF 7 Saber
Il test del VLaMax prevederebbe uno sprint e poi una serie di misurazioni del lattato a riposo
Martin Marcellusi, Bardiani CSF 7 Saber
Il test del VLaMax prevederebbe uno sprint e poi una serie di misurazioni del lattato a riposo
Come si misura invece?

Si prende il livello di lattato a riposo, poi si fa un’altra misurazione dopo uno sprint e si ottiene il delta. Questo viene diviso per il tempo del test ridotto del tempo della capacità anaerobica alattacida, questa però non si può misurare e viene data per certa su un periodo tra i tre e i cinque secondi. In realtà è tutta una stima. 

Allora perché si tiene comunque conto di questo parametro?

Perché se si prende un campione omogeneo di scalatori, ad esempio, si presuppone che avranno un VO2Max elevato visto che la loro potenza aerobica deve essere alta. Fare un test sul VLaMax a questo gruppo di scalatori ci permette di trovare quello con un maggior spunto veloce.

Filippo Turconi, Bardiani CSF 7 Saber
Se uno scalatore ha una capacità anaerobica lattacida bassa vorrà dire che farà affidamento su un passo costante
Filippo Turconi, Bardiani CSF 7 Saber
Se uno scalatore ha una capacità anaerobica lattacida bassa vorrà dire che farà affidamento su un passo costante
E’ un dato che fa capire che scalatore si ha davanti?

Esatto, se ho un valore alto ho davanti uno scalatore in grado di resistere a diversi cambi di ritmo, o scatti. Al contrario se è basso mi devo confrontare con uno scalatore che ha nel passo la sua forza. Nel tempo si è cercato di sopperire al VLaMax con altri parametri più ripetibili. Però un conto è guardare le cose a livello scientifico, un altro è fare il lavoro sul campo. Il test richiede uno sprint e poi diversi prelievi di lattato a riposo fino a quando non raggiungi il picco, da lì vedi come questo decresce e hai una risposta. Ripeto, è difficile da utilizzare come test.

E’ possibile riuscire a trovare dei parametri che ti danno dei valori utilizzabili?

Sul campo con il VLaMax si possono trovare degli indici per vedere se ci sono stati dei miglioramenti per quanto riguarda la capacità glicolitica, anche se rimane un dato molto influenzabile.

Alessio Martinelli, Bardiani CSF 7 Saber
Uno scalatore per essere completo dovrà comunque avere una buona capacità glicolitica
Alessio Martinelli, Bardiani CSF 7 Saber
Uno scalatore per essere completo dovrà comunque avere una buona capacità glicolitica
Come si migliora la capacità glicolitica?

Tramite dei lavori di interval training o degli sprint. Sicuramente ci deve essere anche una base di consumo d’ossigeno perché comunque siamo in uno sport di endurance. Anche in uno velocista, che fa sprint sopra i quindici secondi, il VLaMax può essere utilizzato come parametro glicolitico. Il livello di capacità glicolitica rimane comunque un qualcosa con cui nasci. In generale, tornando agli scalatori, ho sempre visto che i corridori in grado di vincere i Grandi Giri avessero un’elevata capacità glicolitica. Il calcolo diventa difficile, però avere dei parametri è importante per capire che tipo di corridore si ha davanti. 

Athletica Cetilar Performance Center

Training Camp Cetilar Nutrition: la preparazione fa “tappa” a Pisa

19.12.2025
4 min
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La VF Group Bardiani-CSF Faizanè ha inaugurato ufficialmente la nuova stagione con il Training Camp Cetilar Nutrition, svoltosi dal 7 al 12 dicembre a Viareggio. Una settimana intensa, costruita su basi scientifiche, che ha combinato test funzionali, valutazioni mediche, lavoro atletico e programmazione tecnica. Un appuntamento decisivo per impostare la preparazione verso il 2026.

Il ritiro è iniziato con le visite mediche ai Poliambulatori San Gaetano, primo step per tracciare il quadro clinico dei corridori. Da lì, la squadra si è trasferita a Viareggio, sede operativa del camp, dove si sono aggiunti il dottor Andrea Giorgi e il performance manager Borja Martinez.

Elemento cardine della settimana è stato il supporto di Athletica Cetilar Performance Center, il centro di Pisa specializzato in medicina sportiva, preparazione atletica, fisioterapia, riabilitazione e mental training. La struttura, parte del gruppo Pharmanutra, ha affiancato gli atleti in ogni fase del lavoro, integrando valutazioni, prevenzione e gestione della performance.

Test, dati e programmazione tecnica

I primi due giorni del camp hanno visto i corridori impegnati nei test sul lattato e nelle analisi antropometriche, fondamentali per definire un profilo fisiologico preciso di ciascun atleta. Le informazioni raccolte hanno permesso di stabilire parametri chiave per la costruzione dei carichi di lavoro.

Successivamente, la programmazione è entrata nel vivo con sessioni di allenamento su strada, esercizi specifici in palestra e riunioni tecniche serali. Lo staff di Athletica Cetilar Performance Center ha guidato il gruppo in lavori mirati sulla forza, sulla biomeccanica e sulla postura, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza del gesto atletico.

La fase più specialistica della settimana ha previsto i test VO2 max, le prove di sprint e valutazioni ad alta intensità. Strumenti indispensabili per comprendere la risposta fisiologica degli atleti e impostare una preparazione invernale realmente personalizzata.

Un stage… strategico

Il Training Camp Cetilar Nutrition ha rappresentato anche un momento importante per rafforzare una collaborazione ormai consolidata. Inoltre, per il secondo anno consecutivo, infatti, Cetilar Nutrition sarà Official Nutrition Partner del Giro d’Italia 2026, l’evento simbolo del ciclismo italiano e internazionale. Un ruolo di prestigio che conferma l’impegno del brand nella ricerca scientifica applicata alla performance e nel supporto ai team professionistici.

Per la squadra, questo legame aggiunge valore alla preparazione invernale, che diventa parte di un progetto più ampio, condiviso con un partner tecnico di altissimo livello.

Athletica Cetilar Performance Center
L’Athletica Cetilar Performance Center è una struttura dotata di diversi servizi e che segue pienamente l’atleta in ogni sua esigenza
Athletica Cetilar Performance Center
L’Athletica Cetilar Performance Center è una struttura dotata di diversi servizi e che segue pienamente l’atleta in ogni sua esigenza

Athletica Cetilar Performance Center

«Questo Training Camp Cetilar Nutrition – ha sottolineato Roberto Reverberi, Team Manager VF Group Bardiani-CSF Faizanè – è stato un passaggio obbligato per costruire una stagione solida e organizzata. L’Athletica Cetilar Performance Center rappresenta per noi un valore aggiunto importante: test e analisi ci forniscono dati preziosi per definire un programma personalizzato per ogni atleta. Il 2026 sarà impegnativo e vogliamo affrontarlo con basi scientifiche ben strutturate. Queste giornate tra Thiene, Viareggio e Pisa ci hanno permesso di ottenere una fotografia chiara dello stato di salute e della condizione atletica della squadra. Test funzionali, visite mediche e il contributo del Performance Center ci consentono di impostare una preparazione davvero su misura. Prevenzione, monitoraggio e gestione degli allenamenti restano i pilastri del nostro lavoro».

Con il Training Camp Cetilar Nutrition, la VF Group Bardiani-CSF Faizanè ha dunque avviato il percorso verso la stagione 2026 costruendo una base solida, scientifica e condivisa. Un punto di partenza essenziale per affrontare con ambizione gli impegni dell’anno, dal calendario nazionale alle grandi corse internazionali.

Cetilar Nutrition

Kigali, Rwanda 2025, respirazione, fatica

Quota e clima tropicale: Giorgi spiega le difficoltà di Kigali

26.09.2025
4 min
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In questi giorni in Rwanda molti atleti hanno manifestato difficoltà respiratorie. Una sorta di affanno latente che si accentua in fase di sforzo. Kigali si trova ad una quota di montagna medio-alta, superiore ai 1.550 metri.

Di questo affanno si sono fatte più ipotesi, tra cui la ionizzazione dell’atmosfera, che ai poli e all’Equatore, dove si trova quasi perfettamente Kigali, è accentuata. O anche la qualità dell’aria. Aria che invece risulta essere piuttosto buona per una città africana, simile a quella di una media città europea. Non è però elevata come a Lubiana o Lisbona, per fare un paragone.

Per fare chiarezza in merito a questa situazione, abbiamo chiamato in causa il dottor Andrea Giorgi, medico impegnato in attività di ricerca e in forza alla VF Group-Bardiani.

Andrea Giorgio, è medico e coach, della VF Group-Bardiani. E’ molto attivo anche nella ricerca
Andrea Giorgio, è medico e coach, della VF Group-Bardiani. E’ molto attivo anche nella ricerca
Dottore, i corridori avvertono difficoltà respiratorie. La latitudine, oltre all’altitudine, può incidere? Ci sono altri fattori ambientali?

Il discorso è che siamo sopra i 1.000 metri, ma in un’area tropicale. Quindi umidità e quota. A parità di quota rispetto all’Europa, il clima è diverso e due fattori incidono sulla condizione fisica e sulla prestazione. L’altitudine non è poi così bassa: a Kigali si sta tra i 1.500 e i 1.600 metri. Da quella quota in su, ogni 1.000 metri, il VO2 max si riduce di circa il 5-10 per cento.

Quindi il clima ha un ruolo determinante?

Esatto. Non è il clima secco tipico delle zone europee di altitudine, ma un clima tropicale, con umidità molto più elevata. Questo fattore influisce sensibilmente sulla prestazione. L’atleta, muovendosi, produce calore e cerca di disperderlo con la sudorazione. In un clima umido, però, la dispersione del calore tramite sudore è ridotta perché l’aria è già satura di vapore acqueo. Di conseguenza, la temperatura corporea resta più alta e l’atleta si affatica più rapidamente. Questo porta anche a una disidratazione precoce, soprattutto nei primi giorni. Ecco perché un acclimatamento adeguato è fondamentale.

Kigali sorge a 1.567 metri, sul filo dell’Equatore. Il tasso di umidità in questi giorni di sole ha toccato anche il 96% (depositphotos.com)
Kigali sorge a 1.567 metri, sul filo dell’Equatore. Il tasso di umidità in questi giorni di sole ha toccato anche il 96% (depositphotos.com)
Ma quanto è reale questa fatica? C’è anche un aspetto psicologico?

E’ reale ed è un fattore fisiologico, anche se difficilmente quantificabile. Dipende dal percorso di acclimatamento dell’atleta. Se uno arriva e sente di non riuscire a spingere, entra in un circolo vizioso: la prestazione cala, non riesce a reintegrare i liquidi persi, subentra disidratazione e la sensazione peggiora. Poi può esserci anche una componente psicologica, che può amplificare il problema, ma la base è fisiologica.

Idratazione e acclimatamento sono le chiavi per affrontare la situazione?

Assolutamente sì. L’acclimatamento è fondamentale: senza, non riesci a gestire bene lo sforzo. Ad esempio, Remco Evenepoel è arrivato in Rwanda con un certo anticipo, mentre Tadej Pogacar è passato dai 19-20 gradi del Canada, al livello del mare, a un clima tropicale in quota. Un cambio così netto può rappresentare un piccolo shock ambientale. Non a caso, lui stesso e il suo staff hanno detto che domenica andrà meglio, proprio pensando all’acclimatamento.

Questa mattina al via, Lorenzo Finn si bagnava per refrigerare il corpo. Con questa umidità la temperatura percepita è amplificata
Questa mattina al via, Lorenzo Finn si bagnava per refrigerare il corpo. Con questa umidità la temperatura percepita è amplificata
Quindi alla fine la quota influisce in modo concreto? Non si sarà ai 1.800 metri di Livigno, ma neanche così bassi…

Influisce eccome. Sopra i 1.000 metri il VO2 max cala e questo condiziona la prestazione. Nello sprint secco, invece, l’aria rarefatta aiuta. Pensiamo al famoso 19″72 di Mennea a Città del Messico, a quasi 2.000 metri di quota. Ma se parliamo di sprint ripetuti, o di sforzi prolungati, già dai 1.500 metri si sente la differenza e la fatica aumenta.

Anche i massaggiatori hanno segnalato corridori più affaticati. A livello muscolare: può esserci un legame?

Sì, perché se l’atleta si affatica di più e non si idrata a sufficienza, l’affaticamento generale si ripercuote anche sull’apparato muscoloscheletrico. I muscoli possono risentirne e accumulare più stanchezza del normale.

Il cardiofrequenzimetro e i pro’: ha ancora senso usarlo?

08.08.2025
5 min
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Il cardiofrequenzimetro oggi: ha ancora senso usarlo? E se sì, perché? E’ questa, in sostanza, la domanda che ci siamo posti in questo articolo. Per trovare una risposta chiara, ci siamo rivolti al dottore e coach Andrea Giorgi, figura di riferimento nella preparazione atletica e dello staff medico della VF Group-Bardiani.

Pensiamoci un attimo: oggi i parametri da osservare sono tantissimi. Se negli anni ’90 e 2000 il cardiofrequenzimetro era il primo vero strumento tecnologico per l’allenamento, ora il fisico dell’atleta viene monitorato in continuazione. Si controllano i watt, il consumo di zuccheri, la temperatura esterna e interna, perfino i cicli respiratori. Il sistema di monitoraggio è vasto. Senza contare i dati esterni come velocità, cadenza, distanza, pendenze… C’è più elettronica su un ciclista che su un’auto! E allora: che cosa se ne fanno i corridori del caro vecchio cardio?

Il dottor Andrea Giorgi preparatore e medico della VF Group-Bardiani
Il dottor Andrea Giorgi preparatore e medico della VF Group-Bardiani
Dottor Giorgi, dunque serve ancora il cardio?

Bisogna fare una premessa: partiamo dalla fisiologia, che è la base. Il consumo di ossigeno, ovvero la quantità di ossigeno utilizzata dal corpo per produrre energia, dipende dalla frequenza cardiaca, dalla gittata sistolica e dalla differenza artero-venosa dell’ossigeno. La frequenza cardiaca è quindi fondamentale per capire quanta energia sta usando il corpo in un dato momento. Quindi già da qui si capisce che la frequenza cardiaca è un parametro che va rilevato, che è importante. Poi dipende da quale sia l’utilizzo del parametro frequenza cardiaca.

Parliamo di allenamento o gara?

Di entrambi e non solo. Ha anche un utilizzo parallelo. Come misurare le pulsazioni al mattino a riposo nel letto. O dopo alcuni giorni di stacco… Può essere usata per monitorare l’andamento dell’allenamento: come varia la frequenza durante uno sforzo, quanto si abbassa a riposo. L’allenamento fisiologicamente abbassa la frequenza a riposo e nei lavori submassimali, mentre nei sovramassimali la frequenza tende a restare stabile. Quindi è utile anche per capire il livello di allenamento o se si è in una condizione di sovrallenamento.

Come si capisce se si è sovrallenati?

Entrano in gioco diversi fattori. Faccio un esempio: se un atleta si allena con un carico crescente e dopo una decina di giorni la sua frequenza a riposo si abbassa, oppure riesce a sostenere lo stesso lavoro con frequenze più basse, significa che c’è un adattamento positivo. Il consumo di ossigeno resta stabile o scende, la gittata aumenta, il cuore lavora meglio e i muscoli usano più ossigeno. Viceversa, se la frequenza a riposo aumenta e gli stessi esercizi generano più battiti, allora potrebbe esserci uno stato di sovrallenamento. Il cuore fatica a rispondere e al contrario non si riescono a raggiungere i picchi massimali desiderati.

Il cardiofrequenzimetro è utilissimo specie per il lavoro aerobico
Il cardiofrequenzimetro è utilissimo specie per il lavoro aerobico
Dopo una corsa, i dati del cardiofrequenzimetro vengono analizzati?

Certo, servono per confrontare sensazioni, potenza e frequenza. Si guarda la dissociazione tra frequenza cardiaca e potenza durante allenamento: power heart rate ratio. O anche se dovesse presentarsi una frequenza irregolare. In questo caso si accende un campanello d’allarme. E l’atleta può rivolgersi al medico del team ed iniziano ulteriori accertamenti.

I corridori oggi in gara guardano il cardio?

Qualcuno sì, dipende dalle abitudini. In genere lo fanno quando sentono che qualcosa non va e allora la frase più ricorrente è: «Non mi si alzano i battiti». Lo usano più che altro per capire se sono stanchi. Ma spesso prevale il potenziometro e in certe situazioni non si guarda nemmeno quello: si spinge e basta.

Nell’allenamento invece, conta ancora o si guarda solo il potenziometro?

La risposta è doppia. Primo: per i lavori submassimali il cardio resta fondamentale. Se un preparatore chiede di fare una Z2, la frequenza aiuta a capire come risponde il corpo, se si sta adattando, se si è efficienti. Secondo: c’è la durability, di cui in Italia si parla sempre poco, che è la capacità di mantenere una determinata intensità dopo un lungo periodo di esercizio.

Si nota la fascia cardio sotto la maglia di Piganzoli
Si nota la fascia cardio sotto la maglia di Piganzoli
Puoi spiegarci meglio?

Un atleta può sostenere gli stessi watt dopo tre ore di lavoro, ma quanto sono più alti i battiti? Quanta fatica in più ha fatto? Il mio collega Borja ha condotto uno studio confrontando valori submassimali a riposo e dopo un lungo allenamento: a parità di watt, la frequenza era più alta e la fatica percepita maggiore. Quindi il cardio serve anche per queste valutazioni.

E nei lavori massimali il cardiofrequenzimetro serve?

No o meglio, serve meno. La frequenza cardiaca ha un ritardo fisiologico nella risposta allo sforzo. Se fai ad esempio ripetute 40″-20″, il cuore non fa in tempo a seguire l’andamento dell’intensità. Lo capisci dopo 5-6 minuti di interval training, quando puoi osservare quanto sale (e anche quanto scende il battito al termine dell’esercizio). Ma in questi casi di lavori ad alte intensità si guarda il potenziometro, perché è più immediato. Però anche qui poter conoscere i dati del cuore, i battiti, è sempre importante.

In conclusione, dottor Giorgi, il caro vecchio cardio è ancora utile, ma forse serve più al preparatore che all’atleta. E’ così?

No, serve ad entrambi. All’atleta per capire come sta e per svolgere al meglio determinati lavori. Al preparatore per analizzare i dati e avere un quadro completo. Poi ovviamente ci sono variabili come l’altura, il caldo, lo stress, l’attrezzatura… tutti elementi che influenzano la frequenza. Ma questo è un altro discorso.

Un chilo farà davvero la differenza fra Tadej e Mathieu sui Muri?

05.04.2025
5 min
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Quest’unione di chili, anzi grammi… Quando si ha a che fare con campionissimi assoluti quali Mathieu Van der Poel e Tadej Pogacar su tutti, per segnare delle differenze in certe corse si va sui dettagli. E uno di questi indirettamente è il peso. Indirettamente perché lo hanno chiamato in causa entrambi. Pogacar dopo la Sanremo ha detto che deve mettere su un po’ di massa muscolare per la Classicissima. A Van der Poel, al contrario, è stato detto che per il Fiandre contro questo Pogacar dovrebbe limare un chilo. Lui ha replicato di non volerlo più fare. «Ho perso dei chili per il mondiale di Zurigo e non voglio più rischiare di perdere potenza».

Quanto dovranno dunque “modificarsi” per poter vincere le classiche desiderate? Ammesso che debbano farlo. Di tutto questo ne abbiamo parlato con il dottor Andrea Giorgi, medico e preparatore della VF Group-Bardiani.

Il dottor Andrea Giorgi, da tre stagioni in forza alla VF Group – Bardiani
Il dottor Andrea Giorgi, da tre stagioni in forza alla VF Group – Bardiani
Dottor Giorgi, siamo proprio al limite, qual è il punto d’incontro?

Il discorso è ampio, perché la prestazione dipende dal costo energetico e da diversi fattori e non solo dal peso: un chilo in più o in meno. Il peso, come è noto, influisce soprattutto in salita, mentre in pianura o su strappi brevi l’incidenza è minore, ma va considerata la struttura antropometrica.

Cioè?

Pogacar è più longilineo, mentre Van der Poel è più massiccio. Sono due “macchine” differenti con motori differenti. Di conseguenza, la loro efficienza varia in base alla corsa e al tipo di sforzo richiesto.

In vista del Fiandre, se dovessimo trovare un punto d’incontro in base al peso, Pogacar dovrebbe aumentare un chilo e mezzo e Van der Poel calarne uno: è davvero così?

Difficilissimo dirlo. L’importante è mantenere la massa grassa al minimo e la massa muscolare nella misura ottimale. Non esiste un numero preciso, non è come un motore con cilindrata fissa. Per assurdo in corse come il Fiandre, una maggiore resistenza muscolare e quindi più massa, può essere utile. Mentre su salite lunghe, magari come alla Liegi o al Lombardia, il peso incide maggiormente. Tuttavia, una variazione di un solo chilo non trasforma la struttura fisica di un atleta, quindi gli effetti sulla prestazione possono essere relativi.

In effetti al mondiale 2024 VdP era molto magro. Confrontate le sue braccia tra questa foto e quella di apertura, relativa all’ultima Sanremo
In effetti al mondiale 2024 VdP era molto magro. Confrontate le sue braccia tra questa foto e quella di apertura, relativa all’ultima Sanremo
Pogacar ha detto che dovrà mettere su massa per affrontare al meglio la Sanremo e poi magari tenere quel peso fino alla Roubaix (ragioniamo per ipotesi). Ma poi per il Tour avrà tempo di togliere quella massa in più?

Sì, il suo staff pianifica tutto. Se prendiamo questa stagione, il suo picco di forma è stato studiato per le classiche primaverili, con una strategia nutrizionale adeguata in questi mesi. Dopo la Liegi avrà un periodo di recupero di due mesi abbondanti per prepararsi al Tour. In questo lasso di tempo può lavorare per riequilibrare la sua composizione corporea. Certo, non esiste un dimagrimento localizzato: si perde sia grasso, sia muscolo, ma con un lavoro mirato si può minimizzare la perdita muscolare. E questo è quello che dicevo prima sull’ottimizzare la massa magra.

“Strategia nutrizionale adeguata per questi mesi”: cosa intendevi?

Che una classica monumento ha una certa intensità, richiede un certo dispendio energetico… Rispetto ad una tappa del Tour di certo è più costosa. E’ un altro modo di correre e si sarà preparato anche dal punto di vista energetico-metabolico per quel tipo di sforzo e di durata. Le classiche, specie le Monumento, sono molto più lunghe di tutte le altre gare.

Per le classiche Pogacar ha peso un po’ più alto? Probabilmente sì, vista che anche all’UAE Tour era più “robusto”
Per le classiche Pogacar ha peso un po’ più alto? Probabilmente sì, vista che anche all’UAE Tour era più “robusto”
Van der Poel potrebbe essere competitivo alla Liegi se perdesse, che so, due chili?

La Liegi è una corsa molto diversa da Fiandre e Roubaix. Van der Poel, per caratteristiche morfologiche e metaboliche, tende a mantenere più muscolo e più grasso rispetto a Pogacar. Non è facile per lui perdere quel peso senza intaccare le sue prestazioni e in pieno periodo di gare. Tra i due ballano 9 chili di differenza e vanno a scontarsi su terreni differenti, pensando alla Sanremo o al Fiandre. Se si parla di salite, per assurdo, quelle della Sanremo sono più adatte a Pogacar di quelle del Fiandre, visto che durano di più…

Chiaro…

Per questo, pensando ad una Liegi, ma anche ad un Fiandre dimagrire di due chili potrebbe aiutare un Van der Poel, ma non è l’unico fattore. La resistenza e la capacità di ripetere lo sforzo sono più importanti della pura leggerezza in una corsa come quella. Bisogna vedere il vantaggio prestativo in relazione alla gara da affrontare.

Ti riferisci al dislivello in totale o alla lunghezza delle salite?

Alla lunghezza delle salite. La maggior parte di quelle alla Liegi e del Fiandre ancora di più hanno durate da Vo2 Max, quindi entro i 4′-6′ al massimo. In quei frangenti la componente del peso in senso assoluto conta “un po’ meno”, rispetto ad una salita molto lunga. Su salite brevi e intense come quelle del Fiandre, il peso incide meno rispetto a una salita lunga e regolare. Un chilo in più o in meno ha un’influenza ridotta su sforzi di due-tre minuti. Ciò che conta di più è la capacità di ripetere quegli sforzi nel tempo. Su una salita lunga, invece, il peso diventa un fattore più determinante perché il costo energetico della gara aumenta con la durata dello sforzo. E inoltre…

Sul pavè i chili in più dovrebbero dare maggior vantaggio a VdP, ma Giorgi non sottovaluta anche l’efficienza e la durability di Pogacar
Sul pavè i chili in più dovrebbero dare maggior vantaggio a VdP, ma Giorgi non sottovaluta anche l’efficienza e la durability di Pogacar
Inoltre…

Inoltre, bisogna considerare l’impatto della programmazione e della gestione della stagione. Perdere o mettere chili non è così facile senza le giuste pause. I giusti tempi.

Dottor Giorgi, il peso è davvero un fattore decisivo nelle performance dei campioni, oggi come un tempo, magari 20-30 anni fa?

Conta sempre moltissimo, ma non è l’unico aspetto. Il miglior rapporto tra massa grassa e massa muscolare è essenziale, ma la performance dipende anche dall’efficienza metabolica e dalla capacità di gestire lo sforzo. Un atleta non si valuta solo in base al peso, ma come una macchina complessa in cui ogni componente deve essere ottimizzato. La capacità di mantenere la performance dopo molte ore di corsa è ancora un aspetto non completamente prevedibile, ma è uno dei fattori chiave del successo.

La prima gara: aspettative, incognite e informazioni preziose

09.01.2025
5 min
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Con il nuovo anno arriva anche il debutto agonistico del ciclismo professionistico, che tradizionalmente avviene dall’altra parte del mondo, in Australia o in Sud America, dove è piena estate e le temperature sono ben lontane da quelle invernali dell’Europa. Una sfida non solo per il chilometraggio, ma anche per il corpo, che deve adattarsi rapidamente quindi non solo al ritmo e alle fatiche della prima gara, ma anche al clima caldo. La prima gara rappresenta un mix di aspettative, curiosità e incognite. Alcuni corridori arrivano ben rodati, altri ancora devono trovare il ritmo.

Il dottor Andrea Giorgi, medico e preparatore della VF Group-Bardiani CSF-Faizanè, ci ha fornito una prospettiva sul significato della prima competizione stagionale e sugli aspetti che gli atleti e il team monitorano per ottimizzare le performance: che informazioni emergono? Va detto che la sua squadra non sarà presente al Tour Down Under (dal 21 gennaio per gli uomini, dal 17 per donne. In apertura un’immagine del 2024, ndr), ma Giorgi resta un valido interlocutore per questo argomento, tanto più che oltre ad essere dottore è anche preparatore.

Andrea Giorgi è medico e preparatore in forza alla VF Group-Bardiani
Andrea Giorgi è medico e preparatore in forza alla VF Group-Bardiani
Dottor Giorgi, inizia la stagione, come sempre dall’Australia, dove fa caldo. Come finisce il corridore la prima gara dell’anno?

I corridori devono adattarsi al nuovo clima e per farlo si adottano strategie di allenamento, nutrizione e abitudini di vita che favoriscano l’attività al caldo. Anche se poi oggi in tanti di loro partono almeno una decina di giorni prima per adattarsi. Oltre a queste strategie, c’è l’incognita della prima gara, con chi è più esperto e chi è al debutto.

Cioè?

Gli aspetti psicologici e fisici si intrecciano, così come le strategie nuove che possono emergere da un inverno di sperimentazione. Si arriva alla prima competizione con un misto di curiosità e attesa, sia da parte dell’atleta che dello staff.

Quali dati si raccolgono per valutare la risposta del corridore: numeri? Sensazioni? Risultati?

Mettiamo sempre l’atleta al centro. Il primo dato è come si è sentito il corridore: la percezione personale è fondamentale. Poi analizziamo i dati oggettivi, come la frequenza cardiaca e il carico interno, che ci dicono come il corpo ha risposto alla gara. Usiamo anche parametri come l’HRV (Heart Rate Variability) e la bioimpedenza per valutare l’idoneità e il recupero. Dal lato esterno, invece, ci sono i dati del misuratore di potenza che ci danno un quadro sul lavoro svolto in gara. Ogni informazione viene poi integrata per avere una visione completa delle condizioni dell’atleta.

Qualche giorno prima dell’Australia, il 12 gennaio si inizia in Venezuela (Vuelta al Tachira), quest’anno senza team europei
Qualche giorno prima dell’Australia, il 12 gennaio si inizia in Venezuela (Vuelta al Tachira), quest’anno senza team europei
Ci sono differenze tra la fine della prima gara e quelle successive, dal tuo punto di vista?

Non vedo grandi differenze. Le sensazioni di un atleta sono spesso simili: si è stati bene o male? Questo emerge indipendentemente dalla gara. Tuttavia, ciò che cambia è il livello di preparazione generale del gruppo. Nelle prime competizioni è normale trovare atleti in diverse fasi di forma, con chi punta a essere subito competitivo e chi usa queste gare per costruire la condizione.

Chiaro, magari il ritmo non è super. O più corridori possono staccarsi…

La strategia della squadra e l’obiettivo individuale incidono molto sulle sensazioni finali. Come si deve muovere un certo corridore? Che compito ha?

Cosa è cambiato oggi rispetto al passato nella preparazione alla prima gara? Per esempio, magari una volta si aveva più fame in gara perché non si era più abituati a spendere tanto. E’ ancora così?

Oggi i ciclisti sono già pronti fin dalle prime corse. Il concetto di “train the gut” (allenare l’intestino, ndr), ad esempio, è diventato fondamentale. Durante gli allenamenti si sperimentano carichi alimentari simili a quelli di gara, quindi i 120 e più grammi di carboidrati l’ora, riducendo il rischio di fame o problemi gastrointestinali. Non esiste più lo stacco netto di una volta, con atleti che arrivavano con molti chili in più. Questo è evidente soprattutto nei giovani professionisti, che entrano subito in un sistema ben strutturato.

Oltre ai dati e alle sensazioni, vengono annotati anche dati sull’idratazione e il reintegro dei liquidi
Oltre ai dati e alle sensazioni, vengono annotati anche dati sull’idratazione e il reintegro dei liquidi
E invece, dottor Giorgi, a livello emozionale, cosa rappresenta la prima gara?

La prima gara è sempre speciale. Per me è un vero test, dove posso verificare se le aspettative sui miei atleti sono state rispettate. Okay test e allenamenti, ma la gara è il banco di prova finale: ciò che succede in corsa può confermare o ribaltare le previsioni. Mi piace capire come gli atleti hanno vissuto questa esperienza, non solo fisicamente ma anche mentalmente, perché è qui che si inizia a costruire il resto della stagione. Ed è per questo che mi piace ascoltarli.

Gli atleti tendono a finire meglio o peggio la prima gara rispetto al passato?

Dipende dal singolo atleta. Non c’è una regola universale: alcuni faticano a smaltire i carichi di allenamento del ritiro, altri invece vanno forte da subito. Oggi le differenze sono meno marcate rispetto al passato, grazie alla preparazione sempre più mirata. La soggettività resta comunque un fattore determinante, e per questo è importante un monitoraggio attento e personalizzato.

Chiaro…

Poi, un po’ come dicevo prima, dipende anche dal ruolo che avevano in gara, se dovevano puntare subito e quindi erano super pronti, o se invece dovevano rifinire la gamba. Dipende dall’andamento tattico, dal livello generale del gruppo…