COMO – Il Lombardia, come tutto il mese di ottobre in generale, ha visto la conclusione di tante carriere. Storie diverse legate insieme dalla passione verso il ciclismo, uno sport che ha donato tanto a ognuno di loro. A Como, al via dell’ultima Classica della stagione, il saluto del gruppo e del pubblico ha abbracciato diversi protagonisti che negli anni si sono messi alla prova sulle strade di tutto il mondo. Tra di loro c’è anche Simone Petilli.
Per lui il Lombardia è stata una corsa speciale, l’ultima come per tanti altri, ma per un ragazzo che è nato sulla sponda lecchese del lago la Classica delle Foglie Morte acquista un significato differente. Profondo.
Petilli al Lombardia ha firmato gli ultimi autografi di una carriera lunga dieci anniTanti amici sono venuti a salutare il corridore lecchese alla partenza di ComoPetilli al Lombardia ha firmato gli ultimi autografi di una carriera lunga dieci anniTanti amici sono venuti a salutare il corridore lecchese alla partenza di Como
L’abbraccio di parenti e amici
Il pullman dell’Intermarché-Wanty è nascosto dietro gli altri, in una vietta chiusa dove il pubblico fatica ad arrivare. A qualche metro da loro ci sono i mezzi del UAE Team Emirates e la folla attende che Tadej Pogacar e il suo ciuffo scendano quei pochi gradini. Così davanti al pullman della formazione belga ci sono pochi appassionati, ma tutti aspettano l’arrivo di Simone Petilli. Il lombardo nel frattempo è al foglio firma a salutare parenti e amici.
«Insomma – ci racconta appena tornato – è l’ultima corsa della mia carriera. Fa uno strano effetto dirlo, però sono contento di terminare questo viaggio lungo dieci anni sulle strade di casa. Probabilmente me ne renderò conto con il passare dei giorni, però sono contento e soprattutto fiero di concludere la mia carriera dove tutto è nato».
Ecco Petilli al foglio firma del Lombardia, pronto per le foto di rito alla sua ultima corsa in carrieraEcco Petilli al foglio firma del Lombardia, pronto per le foto di rito alla sua ultima corsa in carriera
Che viaggio è stato?
Bello, non mi sono quasi reso conto di quello che ho fatto in questi dieci anni da professionista, però ne sono più che orgoglioso. Auguro tutto ciò a qualsiasi ragazzo che inizi a correre in bici, auguro anche di vincere tante corse. Ho avuto la fortuna di conoscere tanti campioni in carriera e ognuno di loro mi ha dato qualcosa.
Chi è quello che ti ha colpito maggiormente?
Tadej (Pogacar, ndr) avendo vinto insieme a lui la sua prima corsa alla Volta Ao Algarve nel 2019. Inoltre in questi anni siamo sempre rimasti in ottimi rapporti. Ma ce ne sono tantissimi altri, come Rui Costa, Diego Ulissi, Fabio Aru.
Petilli è stato uno dei due corridori dell’Intermarché a concludere il Lombardia, terminato all’87° postoPetilli è stato uno dei due corridori dell’Intermarché a concludere il Lombardia, terminato all’87° posto
Un aggettivo per ognuno di loro?
Dei campioni veri, direi: incredibili.
E per Simone che viaggio è stato?
Forse avrei augurato a me stesso sicuramente qualche risultato in più e qualcosa di meglio. Però se potessi tornare indietro non cambierei nulla perché grazie a questi dieci anni sono diventato quello che vedete oggi. Mi sono formato, ho accumulato tantissima esperienza e sono felice di questo.
Vuelta 2025, Simone Petilli insieme a Fabio Aru, i due hanno corso insieme al UAE Team Emirates nel 2018 e nel 2019Vuelta 2025, Simone Petilli insieme a Fabio Aru, i due hanno corso insieme al UAE Team Emirates nel 2018 e nel 2019
Cosa ti hanno donato questi dieci anni?
Tantissime persone, amici, campioni e soprattutto a non mollare mai. Non c’è un momento particolare, ho tantissimi ricordi piacevoli. Il ciclismo in questi anni è cambiato tanto, sono tutti più professionali e il livello medio si è alzato parecchio. D’altro canto devo ammettere che lo spettacolo che viene offerto agli spettatori sulle strade e a casa è aumentato parecchio. Ogni corridore merita dei sinceri complimenti, siamo tutti parte di questo progresso.
Hai già pensato al post carriera?
Vorrei rimanere nell’ambiente. Ho studiato Scienze motorie e Scienze tecniche dello sport all’università, quindi mi vedrei bene in un ruolo di preparatore o coach.
Volta ao Algarve 2019, Pogacar vince la sua prima corsa da pro’, l’abbraccio con Petilli è l’inizio della storiaVolta ao Algarve 2019, Pogacar vince la sua prima corsa da pro’, l’abbraccio con Petilli è l’inizio della storia
Qual è anche un po’ la filosofia che ti piacerebbe seguire?
Vorrei unire le mie esperienze da corridore a quello che ho studiato sui libri. Insomma, mettere insieme teoria e pratica, aspetto che nel ciclismo di oggi è fondamentale e che non tutti hanno.
Com’è stato correre e studiare insieme?
Ho capito cosa c’è dietro un allenamento, una performance e questo mi ha dato una mano nel corso degli anni. Pedalare e studiare mi ha permesso di capire e di riuscire a distrarmi nei momenti in cui ero maggiormente sotto pressione. Capire quello che stavo facendo mi ha permesso di avere una prospettiva differente.
Simone Petilli è stato un riferimento per i giovani italiani della Intermarché-Wanty, qui insieme a Francesco Busatto (foto cycling media agency)Simone Petilli è stato un riferimento per i giovani italiani della Intermarché-Wanty, qui insieme a Francesco Busatto (foto cycling media agency)
Quando hai annunciato il ritiro tanti tuoi compagni, soprattutto i giovani come Gualdi, Busatto e altri hanno avuto parole di stima per te, che rapporto hai creato con loro?
Bellissimo. Ho sempre tenuto a trasmettere la mia esperienza ai più giovani, quindi sono fiero di quello che ho fatto e mi è piaciuto il ruolo che ho ricoperto in questi anni. E voglio continuare a trasmettere ai questa conoscenza, magari in un’altra veste.
Una settimana dopo la Sanremo, torniamo con Paolo Bettini sulla volata che ha permesso a Pogacar di battere Pidcock. E il toscano ha trovato qualche sbavatura
Due cambi di bici e i crampi hanno eliminato dalla corsa Evenepoel nel momento dell'attacco. Quando si è ripreso, il belga ha sempre viaggiato come Pogacar
VICENZA – Cerca sempre di non mancare alle gare che ha vicino a casa, seppure non abbia una estrazione ciclistica di lunga data, a parte una normale passione per lo sport. Il ciclismo è arrivato nella vita del mental coach Moreno Biscaro da pochi anni e probabilmente questo suo essere “meno coinvolto” ha giocato e sta giocando a suo favore nel lavoro con i tanti atleti.
I giardini di Campo Marzo sono l’area deputata ad accogliere tutti i bus delle formazioni in gara al Giro del Veneto. Lungo i viali del parco vicentino incontriamo Biscaro intento a salutare alcuni corridori che segue o con cui ha lavorato. L’ottimo clima meteorologico autunnale sommato a quello tipico senza pressione di fine stagione sono il contesto migliore per scambiare impressioni, fare piccoli bilanci e fissare nuovi obiettivi. Intanto che attendiamo l’avanti-indietro delle squadre per il proprio turno di presentazione sul palco, approfondiamo il metodo del professionista trevigiano.
Biscaro assieme a Zana e De Marchi. Attraverso i ciclisti, ha visto il cambiamento e problematiche del movimentoBiscaro assieme a Zana e De Marchi. Attraverso i ciclisti, ha visto il cambiamento e problematiche del movimento
Prendiamo spunto da un tuo recente post instagram su Filippo Fontana che ci ha colpito. Su cosa avete lavorato?
Filippo è stato un grande. A giugno si è rotto tibia e perone in Austria in una prova di Coppa del mondo. Lui voleva tornare in bici in 26 giorni come fece Valentino Rossi dopo un suo infortunio. Ci siamo sentiti per telefono diverse volte e lui si era creato questa suggestione come ideale. Parte del mio lavoro è convincere le persone che possono perseguire quello che ci prefiggiamo. Filippo ed io abbiamo trovato fin da subito un linguaggio comune, ma in questo caso non è andato proprio così (dice sorridendo, ndr).
Per quale motivo?
Il paradosso è che quando ho visto Filippo dopo l’incidente l’ho trovato molto centrato sull’obiettivo di voler tornare entro quel termine che si era dato. Il mio ruolo è stato molto marginale e lo dico con un po’ di rammarico (sorride ancora, ndr). Non mi sono neanche sforzato di mettergli in testa certe cose. Significa che avevamo fatto un gran lavoro prima. Il segreto è stato solo di averlo aiutato ad allargare un po’ i suoi orizzonti e crederci ulteriormente. Mi prendo solo questo merito. Alla fine è tornato sulla bici a 28 giorni dalla frattura e ad inizio settembre ha portato a casa un ottavo posto al mondiale Mtb che se non somiglia ad un miracolo, non saprei come altro definirlo.
Dopo la frattura ad una gamba a giugno, Fontana chiude 8° ai mondiali Mtb grazie al lavoro con Biscaro (foto Radek Kasik)Dopo la frattura ad una gamba a giugno, Fontana chiude 8° ai mondiali Mtb grazie al lavoro con Biscaro (foto Radek Kasik)
La tua esperienza con i ciclisti quando inizia?
Ho sempre pedalato per tenermi in forma e mi piaceva il ciclismo, tuttavia senza essere appassionato di gare. Ho cominciato a lavorare con questi atleti nel 2021, quando dopo l’Olimpiade è stata sdoganata maggiormente la figura del mental coach nello sport. Io ad esempio ho sempre lavorato con gli imprenditori. La prima con cui ho iniziato è stata Soraya Paladin, che abita a pochissimi chilometri di distanza e tutto è nato in modo simpatico. Lei mi seguiva sui social ed io stavo cercando atleti non tanto per lavorarci, quanto per intervistarli e capire come utilizzavano la parte mentale nello sport.
Com’è proseguito il rapporto di lavoro?
Avevo scritto a Soraya proprio per farle alcune domande e abbiamo iniziato a collaborare. Lei nel 2021 aveva perso la motivazione per continuare a correre, anzi era quasi convinta a smettere. Nel frattempo era riuscita a passare dalla Liv Racing alla Canyon//Sram (dove corre tutt’ora, ndr) e ricordo che alle prime gare del 2022 mi raccontava di aver ritrovato fiducia, voglia e soprattutto il divertimento. E’ diventata una ragazza importantissima per la squadra ed anche per la nazionale. Non è una che vince, ma contribuisce con un grande lavoro ai successi della squadra in tutti i sensi. Dall’anno scorso non collaboriamo più, ma siamo in buoni rapporti. E’ normale che talvolta certi percorsi giungano alla fine.
Tanti giovani collaborano con Biscaro: qui con Luca Paletti, con cui c’è un bel rapportoTanti giovani collaborano con Biscaro: qui con Luca Paletti, con cui c’è un bel rapporto
Invece con Sacha Modolo com’è andata?
Ho un grande rapporto anche con lui, con cui è nato tutto per caso. Una dichiarazione di Vendrame dopo una sua vittoria al Giro d’Italia aveva fatto venire a Valentina, la moglie di Sacha, l’idea rivolgersi a me. Sacha era entrato in una spirale negativa nonostante fosse alla Alpecin e anche lui stava pensando di smettere ad inizio 2021. Ho “corteggiato” Sacha affinché si affidasse e fidasse del mio ruolo. Lo faccio sempre quando riconosco un talento con cui si possono fare cose interessanti. Alla fine del nostro lavoro, andò alla Vuelta e ne uscii con una gamba incredibile tanto da vincere una settimana dopo una tappa al Giro del Lussemburgo. Quella fu la sua ultima vittoria, ma riuscii a trovare un contratto con la Bardiani nel 2022. Furono grandi soddisfazioni anche per me.
La tua rete si è ampliata molto?
Ho avuto un bel movimento di atleti in questi anni. Con le donne collaboro con Vitillo, Silvestri, Basilico, mentre tra i giovani ho Paletti, Matteo Milan, Olivo e in passato anche con Borgo. Tra i pro’ ci sono Zana e De Marchi. Mi fermo con i nomi perché ne ho tanti altri e non vorrei dimenticarmi qualcuno. La cosa che mi piace è che sono tutte gran brave persone ed è facile quindi instaurare un rapporto di lavoro sia professionale, sia più leggero quando è necessario. Con tantissimi di loro parliamo la stessa lingua e ci troviamo subito in sintonia.
Che idea ti sei fatto del mondo ciclistico? Te lo aspettavi meglio o peggio?
Dal 2021 ad oggi il ciclismo è cambiato tantissimo. Sono stati tutti anni molto intensi e pieni. L’emblema di questo cambiamento è stato proprio il “Dema” (Alessandro De Marchi, ndr). Con lui ho percepito quanto il cambiamento stia diventando sempre più faticoso e difficile. Ho capito quanto ci sia da gestire oltre al correre in bicicletta. E’ una opinione mia, ma secondo me questi atleti dovrebbero prevalentemente pensare a pedalare e divertirsi.
Paladin è stata la prima atleta a collaborare con Biscaro. Era il 2021, lei voleva smettere, lui le ha dato nuove motivazioniPaladin è stata la prima atleta a collaborare con Biscaro. Era il 2021, lei voleva smettere, lui le ha dato nuove motivazioni
Gli altri aspetti sono difficili da arginare?
Adesso subentrano mille dinamiche a cui nessuno li introduce e che non sanno come gestire. Pressioni della squadra, degli sponsor, della famiglia, di altri fattori esterni. Sono un esperto di performance, anche nei rami di azienda, e so quanto queste influenze esterne incidano a performare meglio o peggio. Anzi, in alcuni casi se non si gestiscono in modo corretto, diventa tutto controproducente alla prestazione.
Per Moreno Biscaro è più facile lavorare con le donne o con gli uomini?
Non ci sono grandi differenze, ho sempre di fronte una persona in quanto tale. Non voglio nemmeno generalizzare, ma direi che le ragazze sono più emotive, si lasciano più trasportare. I ragazzi invece ascoltano meno le proprie emozioni e in molte situazioni sono bloccati da queste. A seconda dei casi, può essere un vantaggio, come uno svantaggio, l’importante è saper trovare il giusto punto d’incontro per le motivazioni necessarie per i propri obiettivi.
Tommaso Bosio ha 18 anni e dopo i due da junior alla Trevigliese, la prima stagione da under 23 l’ha corsa con la General Store. Di lui ha parlato alcuni giorni fa Marino Amadori dopo averlo visto arrivare davanti alla Coppa San Daniele e da quel momento, andando a ritroso nella stagione, alcuni piazzamenti in gare di salita hanno richiamato ulteriormente l’attenzione. L’ottavo posto alla Bassano-Montegrappa, come il sesto alla Zanè-Monte Cengio. L’ottimo comportamento alla Fleche Ardennaise e anche sul traguardo di Oropa alle spalle dei professionisti. Segnali che meritano uno sguardo più attento e la conferma che anche al di fuori dei devo team si possano coltivare talento e voglia di fare.
Ieri Bosio ha chiuso al tredicesimo posto i 151 chilometri della Serenissima Gravel, uno dei pochi ad averla finita. E mentre tornava verso casa, abbiamo provato a conoscerlo un po’ meglio, mentre la stagione è ormai alle ultime mosse e poi si potrà staccare e cominciare a pianificare la prossima.
«Devo dire che non posso lamentarmi più di tanto – dice facendo un primo bilancio – sono abbastanza soddisfatto di com’è andata la stagione finora. Credo di essere stato soprattutto molto costante. Sono mancati magari un paio di acuti eclatanti, però secondo me dove contava ho fatto vedere quello che valgo. Ho dimostrato di arrivare sempre a ridosso delle prime posizioni anche in gare di livello assoluto, quindi sono contento. Secondo me non bisogna vedere i devo team come qualcosa di appartenente ad un altro mondo. Bisogna lavorare in maniera ineccepibile e cercare di fare le cose nella migliore maniera possibile. Ovviamente è fondamentale avere una squadra che ti supporti in una certa maniera e io sono fortunato. Alla General Store ho un supporto di buon livello e poi lavorando nel modo giusto, anche a livello personale, si riesce a fare un buon lavoro. Non bisogna temere il confronto».
Nella General Store, la sua presenza ricorda quella del primo Francesco Busatto, con margini notevoliNella General Store, la sua presenza ricorda quella del primo Francesco Busatto, con margini notevoli
Quali sono i punti in cui il supporto della squadra è decisivo?
Sicuramente sui materiali, perché i devo team hanno gli stessi delle squadre WorldTour, quindi sicuramente questo può essere considerato il gap maggiore. E poi in termini di preparazione e gestione generale della squadra, a partire dal calendario. Aspetti che in generale, al giorno d’oggi, devono essere curati al meglio. Nelle devo lo sono, nelle altre squadre c’è chi prova a lavorare allo stesso modo. Si cerca sempre di fare il meglio.
Alla luce di questo, hai capito quali saranno i punti su cui lavorare perché il prossimo anno sia migliore di questo?
Credo di essere cresciuto molto nel corso dell’anno e i numeri migliori della stagione li ho fatti nella seconda parte. In generale la crescita è stata molto costante quest’anno e di questo sono contento. Sicuramente un aspetto su cui devo lavorare è l’esplosività. Quest’anno ho perso la possibilità di fare tanti piazzamenti nei primi 10 in corse internazionali proprio perché arrivavo in un gruppetto che si giocava ad esempio la quinta posizione e io chiudevo alle spalle di chi faceva il piazzamento. Questo sicuramente può fare una grossa differenza in termini di risultati. Un altro aspetto su cui mi piacerebbe lavorare in ottica del prossimo anno sono gli sforzi molto lunghi in salita. Alle fine è il mio terreno e per puntare alla classifica in gare come Giro Next Gen o il Giro della Valle d’Aosta serve essere performanti su quel tipo di prestazioni. Vorrei concentrarmi ancora di più su questo, che già è uno dei miei punti di forza.
Tommaso Bosio, tortonese classe 2006. Qui in azione sul muro di Capodarco: la classica marchigiana del 16 agosto chiusa in 13ª posizione (photors.it)Tommaso Bosio, tortonese classe 2006. Qui in azione sul muro di Capodarco: la classica marchigiana del 16 agosto chiusa in 13ª posizione (photors.it)
A proposito di salite, abbiamo notato un bel piazzamento a Oropa, la scorsa settimana, alle spalle di WorldTour e professional.
Diciamo che quando si corre con i professionisti e, guardando la classifica, se si vede un corridore continental che arriva davanti, a mio avviso vale tanto. Bisogna considerare le dinamiche che si vivono in gruppo. Le squadre WorldTour per diritto stanno schierate nella prima parte, poi via con le squadre professional e in ultimo le continental. A Oropa ad esempio, sotto questo punto di vista è stata una cosa eclatante. Eravamo due o tre continental ed eravamo tutti costretti a stare nelle ultime 30 posizioni del gruppo. Il percorso era molto nervoso con tante curve secche e rilanci praticamente da fermi, per cui abbiamo preso una quantità incredibile di frustrate. Mi ricordo un rettilineo in cui si rientrava sulla strada principale, dopo un tratto con tante curve strette.
Che cosa è successo?
Noi eravamo in fondo al gruppo e rilanciavamo a tutta per tenere le ruote di quelli davanti e quando ci siamo riaccodati, abbiamo visto quelli delle squadre WorldTour che ripartivano dopo essersi fermati per fare pipì. Questo per far capire quanto fossimo svantaggiati. Per cui secondo me la prestazione finale ha un valore anche superiore. Poi è ovvio che quando si corre con certi corridori, bisogna fare i conti anche col livello della corsa. Però sono fiducioso che con la crescita e il miglioramento, anno per anno si possa arrivare a competere anche a quei livelli.
Bosio e il ciclocross: qui agli europei di Namur al primo anno da juniorFino allo scorso anno, nella stagione di Bosio c’è stata anche la MTB con buoni risultati (immagine Instagram)Bosio e il ciclocross: qui agli europei di Namur al primo anno da juniorFino allo scorso anno, nella stagione di Bosio c’è stata anche la MTB con buoni risultati (immagine Instagram)
Continui ancora con il cross e la mountain bike?
Ho sempre fatto diverse specialità, poi negli anni ho seguito sempre di più l’attività su strada. Da quest’anno ho deciso di concentrarmici al 100 per cento, puramente per una questione di opportunità per il futuro. Nella passata stagione ho ottenuto tanti bei risultati nel mondo della mountain bike, ma le possibilità lavorative sono molto ridotte rispetto al mondo della strada, quindi ho voluto fare questa scelta. Forse un po’ anche audace, ma per ora sono contento di averla fatta e non ho grossi rimpianti.
Chi è il tuo allenatore?
Alla General Store abbiamo un preparatore comune a tutti i ragazzi. E’ Riccardo Bernabè, che io ritengo davvero molto bravo. Per questo dicevo di aver avuto una crescita importante nel corso dell’anno e sicuramente una grossa parte si deve anche a lui. Continuando a lavorare, spero di poter mettere fra gli obiettivi del prossimo anno il passaggio al professionismo, che è il principale per tutti quelli che fanno questo sport. Ma sul calendario ho adocchiato alcune gare su cui metterò dei cerchietti rossi. Corse che mi piacciono, vicine alle mie caratteristiche in cui spero di fare il meglio possibile. Voglio cercare di fare ancora un salto di qualità e secondo me nella prossima stagione si può fare davvero bene.
Il secondo posto nell’Eroica Juniores del 2024 è stato uno dei passaggi che ha fatto propendere Bosio verso la stradaIl secondo posto nell’Eroica Juniores del 2024 è stato uno dei passaggi che ha fatto propendere Bosio verso la strada
Cosa si può dire di Tommaso Bosio per chi non lo conosce?
Sono un ragazzo molto inquadrato, nel senso che mi piace concentrarmi su quello che faccio e ora nella mia vita il ciclismo viene prima di tutto il resto. Attualmente ho iniziato a fare la triennale in Scienze Motorie all’università, con l’idea di fare la magistrale in Scienza della nutrizione umana. Ho scelto questo percorso perché era l’unico, tra quelli che mi interessavano, che si potesse conciliare con l’attività ciclistica. La nutrizione è un aspetto fondamentale che riguarda tutti gli sportivi in generale e mi appassiona parecchio. Un domani potrebbe essere anche il piano di riserva o il modo di porre le basi per attività future. Per il resto ho interessi comuni, nel senso che esco ogni tanto con gli amici, anche se raramente.
Cosa pensano i tuoi coetanei di tanta dedizione?
Ho sempre la sensazione di essere parte di un altro mondo. Nel senso che ci sono le amicizie di sempre, però io sono comunque parte del mondo del ciclismo e gli altri non riescono a capirlo sino in fondo. Però devo dire che nella mia cerchia di amicizie questo non è un problema, non vengo tagliato fuori perché magari sono più impegnato di altri e questo dipende dagli amici che si hanno e io per questo sono fortunato. Poi ovviamente tanti amici li ho anche nel mondo del ciclismo, perché siamo via tantissimi giorni all’anno e alla fine le persone che vedo di più sono quelle che fanno la mia stessa vita.
La Fleche Ardennaise ha visto Tommaso Bosio difendersi molto bene in mezzo ai più forti devo team d’Euoropa (immagine Instagram)La Fleche Ardennaise ha visto Tommaso Bosio difendersi molto bene in mezzo ai più forti devo team d’Euoropa (immagine Instagram)
La bicicletta è anche un oggetto divertente oppure solo uno strumento di lavoro?
Attualmente l’unica bici di proprietà che ho è una mountain bike. Purtroppo nel corso della stagione non riesco ad utilizzarla spesso, però in inverno cercherò di uscirci di più, magari nella casa al mare in Liguria, dove c’è più varietà per quanto riguarda i percorsi. Tra l’altro a breve, appena finita la stagione, partirò per un piccolo bikepacking in Costa Azzurra con la gravel. Quindi direi che il ciclismo non è solo un lavoro, ma anche passione e un divertimento. Saremo un bel gruppo di amici, fra alcuni ragazzi che corrono e altri che sono amatori. Come gli amici: non tanti, ma buoni.
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Se si guardano i risultati nudi e crudi, c’è un Pogacar anche nel ciclismo femminile juniores e ha il nome di Paula Ostiz. Come lo sloveno ha collezionato i titoli europeo e mondiale (con l’aggiunta di quello continentale cronometro e l’argento iridato), come il vincitutto ha messo insieme classiche come il Giro delle Fiandre. Se ci fosse stato il ranking juniores avrebbe sbancato…
Non si può certo dire che l’iberica esca dal nulla visto che lo scorso anno aveva vinto l’oro europeo contro il tempo e ai mondiali le era sfuggito il titolo per colpa di Cat Ferguson, che ora è sua compagna di squadra alla Movistar. La sua stagione ha rispecchiato fedelmente quella passata con una caterva di vittorie e piazzamenti, quindi non è certo una meteora. Ce n’è abbastanza per conoscerla meglio, certi che la ritroveremo presto e ripetutamente ai vertici anche fra le “adulte”.
Lo sprint vincente di Kigali. Per la Ostiz è stata una rivincita, dopo la piazza d’onore del 2024Lo sprint vincente di Kigali. Per la Ostiz è stata una rivincita, dopo la piazza d’onore del 2024
Come hai iniziato a correre in bicicletta?
Avevo 6 anni, grazie a mio padre, perché era tifosissimo di Miguel Induráin e aveva portato i miei due fratelli, Raúl e Toni a correre. Da lì ho iniziato anch’io e sono ancora qui oggi, loro invece si sono dedicati ad altro.
Cosa è cambiato rispetto all’anno scorso?
Un certo progresso c’è stato. Ho vinto entrambi i campionati, ma è stato grazie al lavoro che ho fatto con l’allenatore che mi ha permesso di crescere e di vincere ovunque, soprattutto in ogni periodo dell’anno. Sono riuscita a mantenere una grande costanza di rendimento e questo sicuramente pesa nell’economia di una stagione.
Ostiz e Grossmann: una sfida che si è ripetuta per tutta la stagione, sempre a favore dell’ibericaOstiz e Grossmann: una sfida che si è ripetuta per tutta la stagione, sempre a favore dell’iberica
Tu vinci dappertutto, ma quali corse preferisci, tra quelle di un giorno e quelle a tappe?
Io non farei una distinzione. Conta come ti senti, come girano le gambe, poi vanno bene entrambe, a me piacciono tutte le corse. Le classiche di un giorno sono davvero adatte a me, ma direi che le corse di più giorni sono migliori perché il mio corpo le assimila meglio ogni giorno che passa, gestisco meglio la fatica. Per questo non mi pongo il problema…
Tra il campionato del mondo e l’europeo, qual è stata la gara più dura da disputare?
Se devo essere sincera nessuna delle due in particolar modo. Ero forte e avevo una buona squadra che mi ha aiutato in ogni momento, in quei due giorni stavo andando davvero bene. Non si vince mai da sole, questo posso dire di averlo già capito.
Il podio del Fiandre juniores, vinto dalla Ostiz staccando le olandesi Arens e KoopsIl podio del Fiandre juniores, vinto dalla Ostiz staccando le olandesi Arens e Koops
Ad agosto sei passata alla Movistar: perché hai voluto anticipare i tempi?
Intanto perché è la squadra di casa, un po’ come una nazionale e quando ti si pone l’eventualità non ci pensi due volte, non stai ad aspettare. Mi sono sentita subito ben accetta, preferisco stare in squadra e anticipare i tempi, stringere rapporti con le compagne di squadra, aiutare ed imparare. Se posso farlo prima, è tutto tempo guadagnato nel mio cammino di crescita. E’ importante essere trattati bene, accuditi e, soprattutto, essere supportati in ogni momento.
Quanto cambia correre con le più grandi?
Beh, la velocità non è più alta che nelle gare junior… direi che mi sto adattando molto bene perché so come muovermi nel gruppo. Quello che mi riesce difficile è che quando partono quelle davvero forti, sono ancora un po’ avanti, non sono in grado di reggere l’urto, ma so che devo avere pazienza, bisogna progredire a poco a poco.
La ciclista di Pamplona è entrata alla Movistar già ad agosto, prima dei suoi successi titolatiLa ciclista di Pamplona è entrata alla Movistar già ad agosto, prima dei suoi successi titolati
Alla Movistar c’è un’altra ragazza che da junior ha vinto tutto, Cat Ferguson che ti aveva battuta lo scorso anno: come ti trovi con lei, c’è rivalità?
No, assolutamente. Andiamo molto d’accordo. Siamo buone compagne di squadra e mi piace aiutarla. Lei è più avanti, ha già potuto fare mesi in prima squadra, io sono appena arrivata. Ma credo che nell’occasione nessuna delle due avrà problemi a mettersi a disposizione dell’altra.
C’è qualche ciclista che ammiri?
Sì, Demi Vollering e Marleen Reusser, che ho in squadra e che mi sta aiutando molto nell’inserirmi. Sono grandi stelle, avere Marleen in squadra, per esempio, è molto importante per me perché vedo che sto imparando molte cose. Rubo con gli occhi tutto il possibile per crescere al meglio.
La spagnola si allena spesso sulle alture alpine. Qui a St.Jean de Maurienne, la vetta della Croix de FerLa spagnola si allena spesso sulle alture alpine. Qui a St.Jean de Maurienne, la vetta della Croix de Fer
In Spagna che rilievo hanno avuto le tue vittorie?
Molto. Non hanno avuto un impatto come quello di altri campioni, ma è stato comunque dato molto risalto. Sono apparsa su molti media e penso che sia molto importante anche per spingere altre ragazze ad avvicinarsi a questo sport. Non posso lamentarmi, sono molto contenta di tutto quello che ho realizzato e ora non mi resta che godermela quando torno a casa e pensare alla prossima stagione per continuare a crescere.
Ora tutti guarderanno te il prossimo anno, ti attendono al varco: che cosa ti aspetti dalla prossima stagione?
Io mi dico sempre di non avere fretta e prenderla con calma, procedere gradualmente senza voler fare salti esagerati. Spero che mi lascino lavorare come voglio e, soprattutto, supportino la squadra in ogni momento. Penso che questa sia la chiave per me. Non mi pongo particolari obiettivi, sarebbe prematuro. Certo, passo pro’ con la maglia di campionessa del mondo, è chiaro che quello di Kigali è stato il momento più importante per me e mi dispiace non poter indossare la mia maglia ancora. So però che quelle vittorie rappresentano sì un biglietto da visita ma anche una grande responsabilità. Ora non mi resta che lavorare ancora di più per onorarle.
Ha fatto le ultime corse della stagione con la squadra dei grandi e ora si appresta a disputare il mondiale su pista… sempre tra i grandi. Parliamo di Luca Giaimi, talento della UAE Emirates Gen Z. Lo raggiungiamo mentre è indaffarato a fare le valigie per il Cile, dove appunto si terranno i mondiali dal 21 al 26 ottobre. Pensate che, dopo la Parigi-Tours, è andato direttamente a Montichiari per continuare il lavoro su pista (in apertura foto Instagram – UAE Emirates).
Giaimi è un classe 2005. Il ligure quest’anno ha vinto due corse ad inizio stagione, è salito sul podio tricolore a cronometro, si è distinto agli europei su pista e su strada ha saputo farsi valere. Spesso ha corso in appoggio e la sua attività è stata concertata proprio in funzione del lavoro sul parquet, sotto la guida del suo coach Giacomo Notari.
Potenza e grande feeling con la velocità e la bici con posizione da crono per GiaimiPotenza e grande feeling con la velocità e la bici con posizione da crono per Giaimi
Luca, vieni dalla Parigi-Tours e hai fatto questo finale di stagione con i grandi: te lo aspettavi?
Me lo aspettavo perché questo finale era stato stabilito fin da inizio stagione. Lo avevamo calendarizzato, dato che l’avevo fatto anche l’anno scorso… in parte. Si è aggiunto qualcosina nel finale, ma pressoché era quello previsto, con le due in Italia, Memorial Pantani e Trofeo Matteotti, poi le altre due in Belgio, la Wallonie e la Super 8 Classic. E infine le ultime due, appunto Binche e Parigi-Tours.
E com’è andata rispetto all’anno scorso?
Allora, dovessi essere sincero, le prime due in Italia sono state molto più dure rispetto all’anno scorso. Nel 2024 ho fatto tre corse: Giro della Toscana, Peccioli e Matteotti. Erano state gare più lineari: una partenza non tranquilla ma che si stabilizzava presto, con la fuga che andava via e poi tutte le squadre che si mettevano in fila per controllare. Quest’anno invece, sia al Pantani sia al Matteotti, le corse sono partite subito forti perché in entrambe c’era salita fin dai primi chilometri. E quindi c’è stata un’esplosione già nelle prime fasi. E la salita in avvio non mi agevola di certo. Ma se ho tenuto è perché stavo bene.
Quindi non hai potuto fare un reale confronto delle tue condizioni, tipo lo stare in gruppo o resistere alle accelerazioni?
A fare un paragone preciso tra le due stagioni non riuscirei, perché sono state diverse. Posso dire che quest’anno ero forse un po’ meno adatto come caratteristiche rispetto al tipo di corridore che sono ora. E con il lavoro su pista e le corse in Belgio nel finale ero forse un po’ meno preparato per le gare italiane.
Giaimi impegnato al Memorial Pantani… Fare queste corse è importantissimo per un classe 2005 come luiGiaimi impegnato al Memorial Pantani… Fare queste corse è importantissimo per un classe 2005 come lui
Mentre in quelle in Belgio ti sei trovato meglio?
Sì, in Belgio mi sono trovato meglio, anche se pure lì le corse sono state più dure, soprattutto la Parigi-Tours. L’anno scorso avevamo pioggia, ma niente vento, e la corsa si era sviluppata in modo più lineare, con selezione solo nei tratti di sterrato tra i vigneti francesi. Quest’anno invece fin dalla partenza era previsto vento, infatti la gara è stata molto più veloce e stressante. Pronti via, c’era subito uno stradone dritto che portava fuori dalla cittadina da cui siamo partiti. E si è corso tutto il giorno con vento laterale.
Subito stress e ventagli insomma?
Sì, perché bisogna stare sempre davanti. Anche il finale è stato velocissimo: per dare un’idea, l’anno scorso abbiamo impiegato 5 ore e 20, quest’anno in 4 ore e 45 la corsa era già finita.
A livello invece di posizione in gruppo?
Sinceramente cambia poco. Anzi, correre nel WorldTour per noi under 23 è più semplice da questo punto di vista. Nonostante qualcuno dica che si percepisce più stress, rispetto a una corsa U23 o di categoria inferiore è spesso minore, o comunque più gestibile.
Il ligure ha lavorato sodo anche in altura con l’obiettivo preciso di preparare il finale di stagione, anche su pista (foto Instagram)Il ligure ha lavorato sodo anche in altura con l’obiettivo preciso di preparare il finale di stagione, anche su pista (foto Instagram)
Però, Luca, indossavi una maglia importante come quella della UAE. Da quel che ci raccontano, in gruppo gli squadroni sono più “rispettati”…
Vero, ma al di là della maglia è anche una questione di rispetto generale. Nel gruppo WorldTour ci sono corridori di grande esperienza e caratura, che rischiano meno e hanno più consapevolezza. Nelle gare U23 o giovanili invece si tende a forzare di più, a prendere più rischi pur di ottenere un risultato, spesso senza badare troppo agli altri.
Iniziamo a guardare avanti. Il tuo contratto con la UAE Gen Z finisce: cosa farai?
Non c’è ancora nulla di delineato, sto aspettando una riunione con la squadra. Molto probabilmente la decisione definitiva sarà presa dopo i mondiali su pista, quando ci ritroveremo con la dirigenza per capire cosa sarà meglio per me nel 2026.
Da qualche indiscrezione abbiamo sentito che dovresti fare un altro anno alla Gen Z?
Potrebbe essere una scelta giusta, bisognerà vedere cosa si deciderà insieme alla squadra.
Ma l’idea è quella di restare in questo gruppo oppure se arrivano offerte valuterai anche di andare via?
No, sicuramente continuerò con la UAE Emirates a prescindere da un eventuale passaggio nel WorldTour. Sto bene in questo gruppo, mi trovo a mio agio.
Giaimi è una delle nostre speranze più concrete nell’inseguimento. Eccolo con Villa agli europei di Apeldoorn 2024Giaimi è una delle nostre speranze più concrete nell’inseguimento. Eccolo con Villa agli europei di Apeldoorn 2024
Sei in partenza per questi mondiali su pista: come ci arrivi?
Dato che corro sempre in inseguimento individuale e a squadre, quasi certamente farò entrambe le prove. E come ci arrivo? Direi bene. Vengo da un bel periodo, con diverse corse su strada e un blocco di lavoro intenso in pista. Adesso spero di recuperare al meglio per arrivare alla prossima settimana, quando inizieranno le gare, al cento per cento.
Chiusura?
Ho visto tutta la nazionale molto motivata. Anche gli altri ragazzi che ho incontrato nei ritiri li ho trovati pronti. E con un tecnico come Salvoldi, che sa farsi sentire, è difficile non arrivare preparati! Speriamo sia un Mondiale utile per imparare, crescere e guardare al futuro. Io sono pronto a dare il massimo.
Bilancio sontuoso per gli azzurri ai mondiali juniores di Apeldoorn. Tredici medaglie (sei ori) in un settore che funziona bene. Un modello da esportare
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La stagione di Michael Storer è appena finita, il corridore australiano arrivato in Europa qualche anno fa per diventare un professionista si è poi stabilito a Varese. Quando risponde al telefono il suo italiano perfetto ci fa dimenticare di aver davanti un atleta partito da così lontano. Anche l’addetta stampa della Tudor Pro Cycling ci ha guardato sorridendo quando nelle interviste al termine del Lombardia lo scalatore della terra dei canguri rispondeva alle domande in un italiano che farebbe invidia a molti che qui ci sono nati.
Il terzo gradino del podio al Giro di Lombardia è il premio finale per una stagione corsa sempre ad alti livelli. Accanto a lui c’erano Tadej Pogacar e Remco Evenepoel, i due protagonisti di questo mese di settembre. Storer. all’interno della zona mista camminava un po’ timidamente tra tutti i giornalisti e intanto rispondeva alle loro domande con la calma alla quale ci ha abituati da tempo.
«E’ stata una bella esperienza – racconta – e sapevo di stare bene. Quest’ultimo mese di gare ho raccolto parecchi risultati positivi, a partire dal podio al Giro della Toscana. Al quale è seguita la vittoria al Trofeo Pantani, la prima in carriera in una gara di un giorno».
Il terzo posto al Lombardia è il miglior piazzamento in una Classica Monumento per Michael StorerIl terzo posto al Lombardia è il miglior piazzamento in una Classica Monumento per Michael Storer
Pensavi di poter chiudere così bene la stagione, con un podio in una Monumento?
Sapevo che al Giro dell’Emilia e al Lombardia avrei avuto delle buone occasioni. Sinceramente avevo in testa di raggiungere la top 10 al Lombardia, al massimo la top 5. Poi il mio diesse, Matteo Tosatto, mi ha detto di guardare più in alto ancora, che il podio ha tre gradini e l’ultimo sarebbe stato in palio. Mi sembrava un po’ esagerato, però poi alla fine ci sono salito davvero.
E cosa ti ha detto Tosatto?
«Te l’avevo detto!». Lui certe cose le vede, è dura averlo come diesse perché non si accontenta mai (ride, ndr), mi spinge a dare sempre il massimo e a volte serve. Dice che mi accontento troppo ed è vero. Lui mi fa sognare di più, nelle corse si crea sempre l’occasione.
Una volta che Pogacar ha attaccato, Storer è stato l’unico capace di seguire il ritmo di Evenepoel in salitaUna volta che Pogacar ha attaccato, Storer è stato l’unico capace di seguire il ritmo di Evenepoel in salita
Che effetto ti ha fatto salire sul podio al Lombardia?
Ero emozionatissimo. Non pensavo di riuscire a raggiungere tale risultato in una Classica. Il Lombardia è l’unica Monumento che si avvicina alle mie caratteristiche e non è semplice centrare la giusta occasione quando corri una volta all’anno su certi palcoscenici.
Hai messo un altro mattoncino nella tua crescita?
Quest’anno ho avuto modo di migliorare molto anche nelle corse di un giorno e ho raccolto dei bei risultati che sono frutto del lavoro combinato tra allenamento e mentalità. Non rivelerò mai i miei segreti (ride ancora, ndr) ma ho trovato il modo di performare al massimo in queste corse. Posso dire che sono aspetti sui quali si cresce anno dopo anno, è da tanto tempo che mi alleno con lo stesso preparatore. Abbiamo iniziato nei miei tre anni alla DSM per poi ritrovarci ora alla Tudor.
Al Memorial Pantani per Storer è arrivata la prima vittoria in una corsa di un giornoAl Memorial Pantani per Storer è arrivata la prima vittoria in una corsa di un giorno
Hai parlato anche di mentalità…
In questi anni ho preso parte a più gare nelle quali posso lottare per vincere, prima non ero in grado di farlo. E’ un aspetto importante perché per imparare a vincere bisogna correre con quell’obiettivo in testa, ed è diverso dal fare il gregario e ogni tanto avere una chance. E’ una cosa che si impara da juniores, poi quando passi professionista è difficile continuare a farlo. Tutti guardano ai giovani che vincono subito, ma sono in due su duecento.
Pensi di aver avuto la giusta maturazione?
E’ interessante guardare i miei risultati al Lombardia, dal 2018 al 2025 l’ho corso per sei volte e ogni anno è andata sempre meglio. E’ stata una crescita lineare.
Nel 2025 Storer ha corso Giro e Tour, dimostrando di saper reggere lo sforzo fisico e mentale di due Grandi Giri ravvicinatiNel 2025 Storer ha corso Giro e Tour, dimostrando di saper reggere lo sforzo fisico e mentale di due Grandi Giri ravvicinati
Quest’anno hai anche corso, per la seconda volta in carriera, due Grandi Giri, pensi ti abbia dato un qualcosa in termini di crescita?
Ho corso al Giro d’Italia e poi al Tour de France, ho visto che il mio corpo risponde bene e ce la fa a preparare due corse così importanti in maniera ravvicinata. La parte più difficile è stata gestire la fatica, soprattutto al Tour dove sono andato con l’obiettivo di correre giorno per giorno. Sarebbe stato bello vincere una tappa, ma ho dimostrato di esserci.
L’inverno lo farai a Varese o torni in Australia?
Fino al ritiro di dicembre starò in Italia, in Australia spero di tornarci per i campionati nazionali che quest’anno si corrono nella mia città, a Perth. Sarebbe bello fare anche il Tour Down Under, però non so se la squadra lo farà. In caso potrei rimanere in Australia il mese di gennaio per poi andare direttamente al UAE Tour, non torno a casa dal febbraio del 2024, sarebbe bello riuscire a incastrare gli impegni. Ormai mi sono abituato agli inverni di Varese, che stanno diventando più caldi e asciutti.
Storer ha costruito il suo cammino passo dopo passo, diventando sempre più forte sotto ogni aspettoStorer ha costruito il suo cammino passo dopo passo, diventando sempre più forte sotto ogni aspetto
Pensi già agli obiettivi del 2026?
Ho finito la stagione contento ma non stanco e credo questo possa essere un vantaggio in vista della prossima. Mi concentrerò sulla preparazione, devo partire bene e lavorare nella maniera corretta. Sogno sempre di vincere una tappa al Giro o al Tour. Se vogliamo esagerare posso dire che mi piacerebbe ottenere un podio al Giro, ma non lo dico ad alta voce altrimenti Tosatto mi dice: «Perché non vincerlo?» (ride ancora, ndr).
Giornata intensa per la UAE Emirates: prima la ricognizione sotto la neve, poi la conferenza stampa. Pogacar leader e Trentin al suo fianco. Questi i piani a 48 ore dal via
Sarà pur vero che il ciclismo corre veloce, che cambia di continuo, che dimentica anche la sua storia. Ma non è così. Quelli che hanno scritto pagine importanti non vengono dimenticati e Tom Boonen è uno di questi. Molti sono dell’opinione che avrebbe anche potuto essere uno di quelli capaci di fare il Grande Slam delle classiche monumento, resta comunque un maestro nelle prove del Nord e proprio per questo potrebbe presto ritrovare spazio nel ciclismo di oggi.
Boonen con la sua compagna Wieneke, che negli ultimi giorni gli ha dato una bambinaBoonen con la sua compagna Wieneke, che negli ultimi giorni gli ha dato una bambina
Lontano dal ciclismo. Fino a ora?
Da quando ha chiuso la sua carriera nel 2017, lasciando un certo vuoto anche nel ciclismo belga che sforna talenti a getto continuo, Boonen si è tenuto abbastanza lontano dal ciclismo e anche le sue apparizioni alle gare come anche le sue interviste sui media sono state alquanto rare. Ma non ha mai smesso di seguire quel che avveniva sulle strade e ha seguito tutte le ultime vicissitudini. Una delle quali lo ha particolarmente interessato e potrebbe anche portarlo a rivedere il suo “ritiro sull’Aventino”: la nuova direzione che la Soudal Quick Step prenderà dopo l’addio a Remco Evenepoel.
E’ ormai noto che la formazione belga, tra le più antiche dell’intero WorldTour essendo diretta emanazione di quel che fu la gloriosa Mapei (e Boonen, quando vi approdò nel 2003, ne colse il momento di cambiamento) sta cambiando pelle. Non più una squadra votata al suo capitano, nelle classiche ma ancor di più nei Grandi Giri, ma un team che torna alle sue radici, che vuole riprendere quello spirito del Wolfpack che l’ha resa famosa nel mondo raccogliendo successi a più non posso. Quindi una squadra alla perenne ricerca di successi parziali, con obiettivo primario le classiche. Soprattutto quelle di casa. Soprattutto l’Inferno del Nord. Le “sue gare”…
Il belga, con tante vittorie nelle classiche del Nord è ancora amatissimo e ricercato dai mediaIl belga, con tante vittorie nelle classiche del Nord è ancora amatissimo e ricercato dai media
La figura del diesse “a tempo”
La ristrutturazione del team non passa solamente attraverso l’addio a Remco come ad altri corridori o l’ingaggio di “specialisti” come possono essere Jasper Stuyven e Dylan Van Baarle già ufficializzati. Coloro che sono stati confermati stanno già adeguandosi ai nuovi dettami, ma per procedere a un simile cambiamento strategico bisogna mettere mano anche allo staff. Il CEO Jurgen Foré, ha iniziato a rinnovarlo richiamando gente abituata proprio a quel tipo di gare. Con un rapporto particolare, perché ad esempio Niki Terpstra e Sep Vanmarcke saranno diesse del team inizialmente in maniera apposita per il periodo primaverile.
E’ proprio questa soluzione estemporanea che ha solleticato l’attenzione di Boonen che su Het Nieuwsblad ha aperto idealmente la porta: «Io non sono stato contattato, ma se Wilfried Peeters (diesse del team e anche lui con una lunghissima storia da corridore ai tempi Mapei, ndr) volesse farlo, è il benvenuto. Proprio l’idea di un incarico a tempo com’è stato presentato a Niki mi potrebbe interessare, soprattutto perché dedicato alle gare che meglio conosco».
Per il team belga si profila un ritorno alle sue radici, con specialisti del pavé che guidino i giovaniPer il team belga si profila un ritorno alle sue radici, con specialisti del pavé che guidino i giovani
Un vero esperto del pavé
Boonen in questi giorni è fortemente coinvolto nelle sue vicende famigliari, badando all’ultima arrivata Giséle, avuta dalla sua compagnia Wiebeke con cui ha condiviso sui social la prima foto della sua bambina. Anche questo ha contribuito a un nuovo approccio nei confronti del suo vecchio mondo. Tom ha implicitamente dato anche un giudizio sull’evoluzione che la squadra ha avuto: «Tante volte mi è stato chiesto se mi sarei fatto coinvolgere e ho sempre risposto di no, non lo sentivo nelle mie corde. Ora le cose sono cambiate. Se c’è mai stato un momento giusto per il mio ritorno, questo è ora. Un nuovo inizio è possibile».
Da parte della società l’interesse è palese e lo afferma direttamente Dirk De Wolf: «Un ragazzo come Tom si adatta a qualsiasi cosa e con la sua conoscenza, può offrire ai ragazzi consigli molto preziosi per quel tipo di gare dove è difficile trovare un elemento con più esperienza di lui».
Per Boonen, Paul Magnier è la carta giusta che la Soudal può giocare al tavolo delle classichePer Boonen, Paul Magnier è la carta giusta che la Soudal può giocare al tavolo delle classiche
Sfruttare le occasioni nonostante Pogacar
Boonen, da parte sua, si è già fatto un’idea sulle forze in campo e nella nuova Soudal si rispecchia molto meglio, respirando vecchi profumi, quelli della fatica sulle antiche pietre: «Finalmente la squadra ha ricominciato a tenere fede al suo DNA e ha gli elementi giusti per emergere, anche in questo ciclismo così complicato e contraddistinto da fuoriclasse assoluti che lasciano poco spazio. E’ difficile quando hai di fronte uno come Pogacar che può ottenere una lista di vittorie più ampia anche di quella di Merckx. Io ho corso contro tanti campioni, ma mai uno simile, che può vincere e soprattutto “vuole” vincere dappertutto. Anche la Parigi-Roubaix potrebbe tranquillamente essere nelle sue corde, l’ha dimostrato.
«Ma uno come Paul Magnier ha davvero tutto per poter vincere le Classiche del Nord. Io dico che si può tranquillamente tornare a essere la vecchia Quick Step, bisogna resuscitare l’antico spirito. Che cosa potrei fare per il team? E’ molto semplice: fare di tutto perché si arrivi al risultato, uno solo, la vittoria…».
Buoni risultati per Filippo Zana oltreAtlantico, dopo mesi difficili per la mononucleosi. Nel 2026 sarà alla Soudal, per rilanciare il team e se stesso
Mathieu Van der Poel è il grande assente di questo finale di stagione. Prima il Mondiale MTB, poi la polmonite e infine i percorsi troppo duri di mondiale ed europeo lo hanno portato a fermarsi anzitempo. Ed è mancato moltissimo, forse ancora di più, anche al Mondiale Gravel. VdP avrebbe corso in casa e da campione uscente.
Tempo fa, durante una diretta di Eurosport, Moreno Moser lo aveva chiamato in causa per analizzare il suo modo di correre. Abbiamo ripreso questo concetto proprio con lui, per approfondire gli aspetti tecnici e tattici che rendono unico l’asso della Alpecin-Deceuninck.
Moreno Moser, ex pro’ e oggi commentatore tecnico per Eurosport (foto Instagram)Moreno Moser, ex pro’ e oggi commentatore tecnico per Eurosport (foto Instagram)
Moreno, facciamo un’analisi del modo di correre di Van der Poel: errori e punti di forza.
In realtà non penso che Van der Poel faccia degli errori. Anzi, credo sia uno dei corridori che ottimizza al meglio le proprie caratteristiche e il proprio motore.
Spiegati meglio…
Nel senso che mi sembra evidente come il suo motore sia un po’ più “delicato” rispetto a quello di Pogacar, ad esempio, che va forte tutti i giorni e recupera ogni volta che deve essere in forma. Van der Poel mi dà l’impressione di avere un motore più fragile: se esagera, poi salta per aria. Nelle corse a tappe fa una giornata buona ma non due di fila. E in salita fa davvero tanta fatica. Quei watt in più li paga cari, si vede proprio.
Questione strutturale o solo di peso?
Di caratteristiche. Lui vorrebbe anche, ma spesso spreca e poi salta per aria. Se vai a vedere, anche nelle giornate in cui va in fuga, alla fine cala sempre se ci sono salite lunghe o se ha spinto già da un po’. Difficilmente riesce a fare un grande finale dopo una giornata intensa. Mathieu è il classico esempio di corridore glicolitico: non ha la stessa capacità aerobica di Pogacar o degli scalatori, ma ha tantissima intensità e tante fibre bianche. Quando cala la disponibilità di zuccheri “pregiati”, la sua efficienza scende di colpo.
Nelle corse a tappe, soprattutto i Grandi Giri, VdP non riesce a recuperare del tutto. Per lui giorni in coda al gruppo sono vitaliNelle corse a tappe, soprattutto i Grandi Giri, VdP non riesce a recuperare del tutto. Per lui giorni in coda al gruppo sono vitali
Hai parlato di salite: quali sono quelle limite per Van der Poel?
Quelle fino a 10 minuti. Oltre non lo vedi più. Ma se gli avversari sono Pogacar o Vingegaard, anche meno. Parliamo ovviamente di salite vere.
Tu dici che se tira o spreca tutto il giorno poi non fa grandi finali. Tuttavia abbiamo visto Fiandre o Roubaix vinte con una forza impressionante proprio nel finale. E quelle sono corse lunghe…
In una giornata secca sì, non ha problemi. Quando è in forma può fare quello che vuole. Io mi riferivo alle corse a tappe: lì è diverso. Nella giornata secca, invece, riesce a sfruttare al meglio il carico di carboidrati con cui parte. In quelle a tappe ha un deficit nel recupero.
Visto che parliamo di un corridore “massiccio”, quanto conta per lui oggi poter ingerire anche 120-130 grammi di carboidrati l’ora, rispetto magari a Pogacar?
Per lui è tanta roba. Conta moltissimo, ci guadagna più di uno scalatore come Tadej (che poi solo scalatore non è). Con i carboidrati i suoi muscoli riescono a esprimere un lavoro di alta qualità, perché la benzina che immette è di alta qualità. E con tutte quelle fibre bianche che ha lui… Attenzione però: parliamo di differenze minime, ma sono quelle che determinano un tipo di corridore o un altro.
Questa foto ci ricorda due cose: i tanti (troppi?) attacchi di VdP al Giro 2022. E la grande fatica che fa su salite lungheQuesta foto ci ricorda due cose: i tanti (troppi?) attacchi di VdP al Giro 2022. E la grande fatica che fa su salite lunghe
Con l’occhio dell’ex corridore, Moreno, come giudichi i suoi attacchi? A volte qualche errore lo ha commesso, pensiamo al Giro 2022. Era sempre in fuga ma alla fine ha vinto una tappa sola. Tra l’altro la prima…
E’ vero quello che dite: potrebbe centellinare di più le energie certe volte, ma questo è il suo modo di correre. E’ chiaro che, spendendo tanto tutti i giorni, nei finali paga sempre. Specie se c’è una salitella, come spesso accade al Giro d’Italia. Però nel complesso quando attacca è un killer, anche in salita. Parlo di quelle brevi, come ho detto prima.
Chiaro…
Per esempio Wout Van Aert è più pesante di lui, ma in salita è più forte. Ciononostante Van der Poel ha qualcosa in più. Van Aert è più “ibrido”, ma quando deve vincere Mathieu ha sempre quel quid in più. Alla fine della stagione non ha sbagliato niente: ha vinto la Milano-Sanremo e la Roubaix, ha conquistato tappe e maglia gialla al Tour de France.
Moser esalta la facilità di guida su strada di Van der Poel. La stessa cosa ce la disse Marco Aurelio FontanaMoser esalta la facilità di guida su strada di Van der Poel. La stessa cosa ce la disse Marco Aurelio Fontana
Stagione perfetta, ma con pochi giorni di corsa (41). Che ne pensi?
Forse sapeva che il mondiale era troppo duro e si è concentrato sulla mountain bike. Dopo ha fatto il Renewi Tour e poi ha avuto la polmonite che lo ha fermato. Condivido la frecciatina che ha lanciato di recente: «Mi fermo perché ho avuto una polmonite e devo recuperare, ma non so dove avrei potuto trovare motivazioni». In effetti, nella seconda parte di stagione, che corse c’erano per uno come lui? Io e “Greg” (Luca Gregorio di Eurosport, ndr) lo diciamo da tempo: com’è possibile che mondiale ed europeo siano così duri da escludere a priori corridori come Van der Poel, Pedersen e Van Aert?
Sin qui abbiamo cercato eventuali limiti di Van der Poel. C’è invece qualcosa che ti piace particolarmente di lui?
Mi piace che, quando sta bene, non ha paura e non prova timore reverenziale nei confronti di Pogacar. Va allo scontro muso a muso. Pensiamoci: l’unico che lo ha battuto su strada quest’anno è stato proprio Van der Poel. Mi piace che sappia essere così incisivo e deciso.
E dal punto di vista tecnico?
La cosa che mi impressiona di più è la facilità di guida. Chi è andato in bici lo capisce e lo nota subito. Neanche Pogacar ha quella scioltezza. Sa muoversi in gruppo, sa posizionarsi, sa imboccare le salite davanti. In questo Van der Poel è davvero unico.
Le cronometro possono diventare una prigione? Le parole di Michael Rogers e poi quelle di Pinotti hanno aperto uno squarcio interessante. Grandi campioni a lungo dominatori, costretti ad aumentare un lavoro già asfissiante per l’arrivo di nuovi avversari. Abbiamo pensato a Ganna, costretto da Evenepoel a cercare forza e ispirazione nei dettagli più estremi. Ma abbiamo pensato anche a Cancellara, protagonista 10 anni fa di un finale che pochi sarebbero stati in grado di pronosticare.
Due volte iridato a crono da junior. Poi un filotto impressionante dal 2006 al 2010. Salisburgo 2006, campione del mondo. Stoccarda 2007, campione del mondo. Pechino 2008, campione olimpico. Mendrisio 2009, campione del mondo. Melbourne 2010, campione del mondo. Poi iniziò l’inversione di tendenza. Bronzo nel 2011 e nel 2013, in entrambi i casi dietro Tony Martin e Bradley Wiggins. Nel mezzo, nel 2012, il deludente settimo posto alle Olimpiadi di Londra, staccato di 2’14” dallo stesso britannico, vincitore in quell’anno del Tour.
E quando si pensava ormai alla fine della storia, ecco il colpo di scena con l’oro nella crono alle Olimpiadi di Rio 2016: ultima gara della carriera. Un ritorno su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo. Nessuno, tranne Luca Guercilena, che aveva già allenato Michael Rogers e in quel fantastico viaggio del 2016 accompagnò Cancellara giorno dopo giorno.
Guercilena incontrò per la prima volta Cancellara nella Mapei Giovani e lo ha poi ritrovato nel 2011 a partire dalla Leopard-TrekGuercilena incontrò per la prima volta Cancellara nella Mapei Giovani e lo ha poi ritrovato nel 2011 a partire dalla Leopard-Trek
Si può dire davvero che dopo un po’ la crono ti svuota?
La differenza sostanziale è tra preparare la cronometro all’interno di una gara a tappe, rispetto a quelle di un solo giorno come il mondiale, in cui il volume di lavoro specifico che devi fare è altissimo e devi prepararle facendo salire la condizione al massimo. A un certo punto con Fabian saltammo dei mondiali perché si era deciso di non investire più nel preparare la gara di un giorno.
Quanto c’era di fatica fisica e quanto di fatica mentale?
L’intensità psicologica è altissima. Il volume di lavoro specifico che fai ogni giorno dietro motore è di alta intensità, quindi è veramente pesante. Quando preparavamo i vari appuntamenti con Rogers e anche con Cancellara, per 3-4 volte a settimana si facevano sedute dietro motore di tre ore con media/alta intensità. Con ripetute fuori scia, brevi e prolungate. Un lavoro veramente esaustivo, in cui devi essere sempre molto concentrato, perché lavori su blocchi di 30 secondi/un minuto e questo richiede un livello di attenzione elevatissimo. Lo stress psicologico aumenta al pari di quello fisico, perché devi sostenere tutto quel carico.
Come nacque l’idea di tornare alle Olimpiadi, visto tutto questo?
Tutti avevano dipinto la cronometro di Rio come durissima. Io ero andato a vederla l’anno prima con il test-event e sinceramente, nonostante ci fossero due strappi importanti, sul volume totale della cronometro che era lunga 54,6 chilometri, non raggiungevi neanche i 4 chilometri di salita. Quindi sebbene Fabian in quel momento pagasse dazio ai vari Dumoulin e Froome, dichiarammo un doppio obiettivo.
Il Tour non aveva dato grandi risposte, tutt’altro. Nella crono del 13° giorno, vinta da Dumoulin su Froome, Cancellara arrivò 23° a 3’15”Il Tour non aveva dato grandi risposte, tutt’altro. Nella crono del 13° giorno, vinta da Dumoulin su Froome, Cancellara arrivò 23° a 3’15”
Doppio?
Obiettivi paralleli. Il primo era il suo desiderio di finire la carriera con un bel risultato alle Olimpiadi, per non dover tenere duro per tutta la stagione. Dall’altro lato, ero io che insistevo, perché sebbene tutti dicessero che fosse durissima, secondo me c’era un volume di chilometri di discesa tecnica e di pianura che lo avrebbero favorito. Così ci dicemmo di andare e puntare al miglior risultato possibile. All’inizio pensavamo a una medaglia, poi col passare del tempo e degli allenamenti, i dati iniziarono a dirci che si potesse puntare al grande risultato.
Quanto è durata la preparazione per Rio?
Eravamo già stati in ritiro fra il Giro di Svizzera e il campionato nazionale. Ero andato da lui e avevamo fatto quasi 20 giorni sempre insieme. Poi andammo al Tour de France, ma non c’era una cronometro all’inizio, quindi preparare la prova secca era piuttosto complicato. Arrivammo alla vigilia del secondo giorno di riposo e ci fermammo. Quindi tornai da lui e iniziammo a lavorare per le Olimpiadi, diciamo dal 22-23 luglio per altri 10-15 giorni di lavoro specifico. Neanche più una distanza su strada, tutti i giorni dietro motore per 3-4 ore alla volta.
Più difficile del solito?
Gli ultimi lavori prima di partire per Rio furono veramente impegnativi. Allenamenti di 50 chilometri facendo un chilometro in scia della moto a 60 all’ora e poi 500 metri fuori scia. E’ pesantissimo per la testa eppure Fabian l’ha fatto e anche con la pioggia. Simulavamo anche le salite del percorso. Nel circuito che usavamo, c’era una strada in salita con il birillo in cima, lui arrivava su, ci girava intorno e poi io con la moto lo riportavo subito in velocità. Devi avere veramente gli attributi per fare una roba del genere, tanti altri avrebbero girato e sarebbero tornati a casa.
Fra il 2006 e il 2014, Cancellara vinse anche 3 Fiandre e 3 Roubaix: questa l’ultima nel 2013Fra il 2006 e il 2014, Cancellara vinse anche 3 Fiandre e 3 Roubaix: questa l’ultima nel 2013
Quindi subito con la motivazione al massimo?
All’inizio era dubbioso, perché Dumoulin e gli altri gli avevano dato delle belle batoste, per cui il morale non era dei migliori. Sapevamo che con il suo peso, nelle crono di un Grande Giro faceva fatica ad esprimersi. Ma tornato a casa e recuperato lo sforzo del Tour, con il lavoro specifico iniziammo a vedere i numeri salire in modo lineare e cominciò ad arrivare anche il morale. E’ stato anche un lavoro di convincimento, ripetendo che il percorso gli sarebbe piaciuto, ma gli ultimi dubbi se ne sono andati quando finalmente il percorso l’ha visto. Ha fatto un paio di giri un po’ brillanti e ha cambiato sguardo: una medaglia era possibile. E dopo, con gli ultimi allenamenti e vedendo anche le facce degli altri, abbiamo capito che si poteva giocare per l’obiettivo grosso.
Aver preso legnate da Dumoulin o Froome poteva incidere così tanto sulla preparazione?
In quel ciclismo si guardavano già tanto i numeri, più che altro la critical power. Però c’era ancora uno scontro abbastanza forte dell’uomo contro l’uomo. Contava anche il discorso di sfidare l’altro. Mi ricordo che il giorno prima stavamo facendo la sgambata dietro moto e Dumoulin, che probabilmente stava facendo una ripetuta per sbloccarsi, ci passò a doppia velocità e subito la reazione di Fabian fu quella di andargli a ruota. Forse adesso, con la miriade di numeri che riusciamo ad analizzare nel dettaglio, il discorso è più su se stessi e basta.
C’è meno agonismo?
Ci sono altri riferimenti. Un atleta può avere la giornata no, ma quando parte per una cronometro ha tutta una serie di informazioni su se stesso, sul tempo, la temperatura, il pacing e quant’altro, che se è in grado di seguire le indicazioni, al 99 per cento fa la massima prestazione possibile. Poi diventa importante la tecnica, perché se ci sono due o tre curve che ti mettono in difficoltà, vince quello più bravo a guidare la bici. Però se sei su un percorso dritto e piatto, si fa fatica a pensare che vinca uno non pronosticato.
A Rio cambiò tutto e dopo quei 54,6 chilometri (e con una posizione oggi improponibile) arrivò l’oro con 47″ su Dumoulin, 1’02” su Froome.A Rio cambiò tutto e dopo quei 54,6 chilometri (e con una posizione oggi improponibile) arrivò l’oro con 47″ su Dumoulin, 1’02” su Froome.
Come dire che battere Evenepoel nelle condizioni a lui favorevoli sia impossibile?
Esatto. Forse prima c’era un discreto livellamento. C’è stato Michael Rogers, poi Fabian, però c’erano anche Dumoulin, Wiggins, Tony Martin, Phinney… C’erano parecchi cronomen competitivi, poi gradualmente si è arrivati allo strapotere assoluto dei singoli. Per cui quando si va in partenza, è difficilissimo che ci siano sorprese, chiaramente in base al percorso.
Tutto il lavoro che ha fatto per la crono, ha inciso sulla carriera di stradista di Fabian?
Sì, per com’era lui, senza dubbio. Per vincere le Roubaix o le classiche del pavé, escludiamo Pogacar che ovviamente è un caso sui generis, è importante essere in grado di fare sforzi intensi e costanti per quasi un’ora. Poi ci sono le varie declinazioni. Boonen era più forte nelle volate, quindi molto esplosivo, ma per brevi tratti riusciva a tenere determinate intensità. Per cui Fabian doveva trovare l’occasione per attaccare e prendergli 10-15 secondi costringendolo a uno sforzo superiore per andarlo a prendere. Indubbiamente avere delle caratteristiche di quel tipo, è stato un vantaggio.
Perdona la domanda scomoda, perché riferita a un atleta non tuo. Visto lo strapotere di Evenepoel, di cui hai parlato, consiglieresti a Ganna di mollare per un po’ le crono per dedicarsi alle classiche?
Bè, considerando tutto quello che ha vinto Ganna a cronometro, potrebbe valerne la pena e forse poteva valerla anche prima. Dobbiamo tutti eterna gratitudine a Pippo per il lustro che ci ha dato, però è ovvio che per il ciclismo in senso assoluto, il Sagan che vince Fiandre e Roubaix ha un impatto maggiore delle tante crono che puoi aver vinto in carriera. Visto quanto Ganna è già andato vicino alla Sanremo, secondo me potrebbe rischiare e lavorare per migliorare nelle classiche o provare a farle un paio d’anni a tutta e basta.
La chiamata al podio ed esplode la gioia dopo quattro mesi di lavoro tiratissimo: secondo oro dopo 8 anniLa chiamata al podio ed esplode la gioia dopo quattro mesi di lavoro tiratissimo: secondo oro dopo 8 anni
E poi magari tornare a Los Angeles e vincere la crono come Cancellara a Rio?
Sì, senza dubbio. Comunque un cronoman di quel livello non perde le sue caratteristiche. Nel momento in cui ti rifocalizzi a fare un determinato tipo di lavoro, la memoria muscolare ce l’hai e quindi una volta che ci sono la condizione e la salute, riesci lo stesso a fare performance.
Quando capiste che era fatta?
Eravamo tutti sorpresi. Quando passò all’ultimo intertempo, che era a sette chilometri dall’arrivo, aveva 48 secondi di vantaggio e in quel momento capimmo che il bel risultato si stava concretizzando in una medaglia d’oro. Non era il favorito, nessuno lo dava neppure nei primi cinque. Non arrivava da una stagione brillantissima. Ma dimostrò una grande forza psicologica. E chiuse la carriera a Rio con l’oro al collo.
Ciccone lo tirano per la manica affinché corra per la classifica. Il manager Guercilena è d'accordo, ma la generale sarà conseguenza di tappe ben fatte