Matej Mohoric, gravel mondiale Maastricht

Un pro’ si diverte quando corre? Lo chiediamo a Mohoric

20.10.2025
6 min
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Un pro’ corre sempre per il risultato. E’ vero, è ovvio, è pagato per questo. Ma è anche vero che può correre per divertirsi e quando ci riesce tutto assume un altro aspetto. E’ quel che ci ha raccontato, e che abbiamo visto dal vivo con Matej Mohoric reduce dal campionato del mondo gravel UCI.

Lo sloveno ama il suo mestiere ed ama anche il gravel. E’ la bici che più lo riporta a quando era bambino, ci racconta. E’ la bici con cui spingere, ma avere quelle sensazioni che vanno oltre. Quando ti senti tutt’uno con la bici. Mohoric ci racconta così com’è andato il suo mondiale, che lo ha visto salire sul terzo gradino del podio. Ma anche quel che significa, specie dopo tanti anni, riuscire ancora a divertirsi in bici. Ricorderete la sua discesa del Ventoux filmata da noi questa estate al Tour. Ma anche lo show di Maastricht.

Curve in appoggio, derapate, entrare killer in curva: Mohoric a Maastricht ha dato spettacolo (foto Instagram – Tornanti)
Curve in appoggio, derapate, entrare killer in curva: Mohoric a Maastricht ha dato spettacolo (foto Instagram – Tornanti)
Matej, come giudichi questo tuo bronzo? Sei soddisfatto?

Diciamo che se uno me lo chiedeva prima di partire avrei messo la firma. Perché il percorso quest’anno era ancora più facile rispetto all’anno scorso. C’erano meno tratti dove con le gambe potevi fare la differenza. Meno tratti tecnici, dove il gruppo si allunga. Quindi c’era più strategia, più tattica, dal punto di vista delle squadre.

Come è andata?

Dopo un’ora è andata via una fuga abbastanza pericolosa, con 6-7 corridori, dove c’erano anche tanti belgi e tanti compagni di squadra. In realtà sono andato a chiudere io, e poi sono partiti al contropiede quei quattro che hanno poi determinato la corsa, tra cui Florian Vermeersch. Lì ho capito che era il momento chiave. Ma, come ho detto, il percorso non era facile da gestire da quel punto di vista.

E dopo?

E’ successo come quando sono andato via con Tom Pidcock. Lui ha fatto il ritmo e io sono partito in contropiede: è difficile andare a chiudere su tutti. Alla fine, quando ero davanti, ho trovato il mio ritmo e le gambe, che comunque erano buone. Anche se ero tanto stanco dopo la stagione, dopo le ultime settimane davvero impegnative.

Nessun rammarico insomma…

Mi è dispiaciuto un po’ che il mio compagno di fuga, lo svizzero Stelhi, non ne avesse molta. Ma so che ha dato il suo massimo: quando tirava lui si vedeva che era stanco. Poteva anche stare a ruota e non dare i cambi, invece ha contribuito. Magari se al suo posto ci fosse stato Pidcock potevamo anche rientrare, anche se non era per niente facile. Florian è stato fortissimo e secondo me era il favorito numero uno. Se la merita tutta questa maglia. In questa disciplina è veramente forte. Già in Rwanda, ai mondiali, non potete capire che lavoro ha fatto per Remco Evenepoel. Si vedeva che stava davvero bene.

Matej Mohoric ha lottato come un leone. Alla sua ruota lo svizzero Stelhi
Matej Mohoric ha lottato come un leone
Matej, voi pro’ ormai siete quasi dei robot. I carboidrati all’ora, il casco aerodinamico, il guantino… Però grazie a te abbiamo visto che il professionista sa anche divertirsi. La discesa dal Ventoux questa estate, la guida show al mondiale gravel… Ti diverti?

Guardate, io ho iniziato ad andare in bici per questo. Perché è bello, perché ti diverti, perché mi piace guidare così. Quando uno ha la possibilità di farne il suo lavoro, e di conseguenza ha anche tanto tempo per fare pratica, diventa sempre più bravo. Magari non più veloce, ma più sicuro in quello che fa. In queste corse su gravel è anche più facile sfruttare, far emergere queste doti. Anche su strada è sempre importante sapere guidare la bici, ma nel gravel c’è ancora più differenza.

Quante volte hai usato la bici da gravel durante l’anno o prima del Mondiale?

Purtroppo noi professionisti non abbiamo tantissimo tempo: è uno dei problemi del nostro lavoro, che comincia a essere pesante dopo un po’ di anni. Siamo sempre di fretta. Tra allenamenti, gare e routine da pro’ non è facile trovare il tempo per le uscite con la bici gravel. Uno pensa che ci si potrebbe allenare ogni tanto…

Invece?

C’è sempre la tabella da rispettare ed è più comodo andare su strada: hai i tuoi parametri, i tuoi valori, puoi gestire lo sforzo. L’ho usata qualche volta per fare distanza, perché è un’uscita più semplice, senza lavori specifici. Quindi tornando alla domanda: credo di aver usato la bici gravel una decina di volte quest’anno.

In bici, anzi in gara, col sorriso… in pochi ci riescono (foto Instagram – Tornanti)
In bici, anzi in gara, col sorriso… in pochi ci riescono (foto Instagram – Tornanti)
Come concepisce Matej Mohoric la bici gravel?

Mi piace proprio perché non la considero come il mezzo di lavoro, come invece è la bici di allenamento su strada. E’ la bici del divertimento. Mi dà un senso di libertà. Mi fa sentire più connesso con la natura. Magari ci esco e faccio un giro non abituale, qualcosa di diverso per cambiare un po’. E anche per ricordarmi perché ho iniziato ad andare in bici, come quando ero piccolo. In generale vedi posti più belli, più selvaggi.

Con che gomme hai gareggiato al mondiale in Olanda?

Con un prototipo di Continental. Quest’anno devo dire che siamo migliorati tantissimo sotto questo aspetto. Negli scorsi anni devo dire di aver avuto fortuna, specie quando vinsi il mondiale in Italia: andò tutto bene e non eravamo così preparati tecnicamente. Nel gravel gli pneumatici e le ruote sono forse la cosa più importante della bici. Abbiamo studiato tanto e migliorato tanto. Oggi c’è tanta tecnologia e le gomme, anche se sembra assurdo, fanno davvero la differenza.

Beh, vediamo quanto ci investono i marchi…

Chiaro, soprattutto nel gravel devi trovare il giusto equilibrio tra velocità, grip e protezione. Se ti devi fermare per una foratura o perché usavi una pressione troppo bassa e rompi un cerchio su una pietra, è un problema. Ora esistono anche vari tipi di inserti da mettere all’interno del cerchio.

Tu l’avevi l’inserto?

Sì, e l’avevo montato su un cerchio particolare di Vision. La misura era 40, ma alla fine su quel cerchio era come fosse un 43 millimetri. A me piace andare forte nei tratti tecnici, sentire la velocità, controllare la bici che scappa…

Quest’anno la stagione su strada di Matej è stata a dir poco tormentata
Quest’anno la stagione su strada di Matej è stata a dir poco tormentata
Usciamo dal discorso gravel, Matej. La tua non è stata una stagione brillante come al solito. Come mai?

Nelle primissime gare stavo molto bene, quasi troppo. Avevo iniziato la preparazione presto e credo di essere andato oltre il limite del mio corpo. Dopo la prima corsa mi sono ammalato una prima volta, prendendo un’infezione batterica. Poi una seconda, una forte otite che mi ha costretto a prendere antibiotici. Subito dopo, il giorno prima della Strade Bianche, ho preso un’altra infezione, stavolta gastrointestinale, che mi ha distrutto. Da lì in poi non mi sono più ripreso.

E sappiamo che non è facile riprendersi in questo ciclismo…

Non andavo più avanti. Ho tenuto duro pensando di riprendermi nel periodo delle classiche, ma col senno di poi mi sarei dovuto fermare subito. Correndo da malato ho compromesso anche la seconda parte di stagione. Ho sbagliato anch’io a non fare uno stop totale e cercare di resettare tutto. Ho chiuso un po’ gli occhi e ho detto: sì dai, ce la faremo, e invece…

L’ultima domanda, Matej: Pidcock ti ha detto qualcosa sul fatto che guidi meglio di lui sul gravel?

Non penso che guidi meglio di lui – ride Matej – credo solo che quel giorno a Maastricht Tom fosse molto stanco dopo il Lombardia del giorno prima. Di certo in MTB non posso andare con lui… nel gravel, magari, me la gioco un po’ meglio.

Sullo Zoncolan emerge Fontana, l’uomo dei 28 giorni

20.10.2025
5 min
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C’era molta attesa per la penultima prova del Giro delle Regioni di ciclocross, che lo staff di Fausto Scotti ha portato per la prima volta sulla cima dello Zoncolan con la collaborazione di Carnia Bike. Una tappa per alcuni versi temuta, considerando anche che si pedalava a 1.300 metri di quota con una temperatura già frizzante. Per l’occasione tutti i big si sono presentati al via, a cominciare dagli ex iridati junior Agostinacchio e Viezzi, ma alla fine è emersa la classe di Filippo Fontana, l’ex campione italiano che ha messo la sua firma alla sua prima uscita sui prati.

Prima gara e prima vittoria per Fontana, con 16" su Agostinacchio e 24" su Viezzi
Prima gara e prima vittoria per Fontana, con 16″ su Agostinacchio e 24″ su Viezzi
Prima gara e prima vittoria per Fontana, con 16" su Agostinacchio e 24" su Viezzi
Prima gara e prima vittoria per Fontana, con 16″ su Agostinacchio e 24″ su Viezzi

Un percorso decisamente per bikers

La sua voce dopo la gara è brillante, esattamente come la sua prestazione andata forse anche oltre le sue aspettative: «Sono partito con una gara abbastanza dura, percorso bellissimo con delle belle salite e non troppo tecnico, quindi neanche troppo veloce. Per noi che arrivavamo della mountain bike si adattava bene, un percorso troppo veloce sarebbe stato più impattante. Mi sono accorto dal primo giro che i due ragazzi erano partiti un po’ dietro di me, quindi ho approfittato per andarmene via subito e poi ho gestito il vantaggio. Ma loro sono andati molto forte considerando la loro età».

Quanto ha influito l’altitudine e il fatto che il percorso era più adatto ai biker? Ormai Agostinacchio e Viezzi li possiamo considerare stradisti a tutti gli effetti…: «Sicuramente avvantaggiava un biker perché c’è più salita rispetto a una gara normale, che poi in realtà non è neanche vero perché in Belgio e Olanda probabilmente di gare così se ne trovano più di quanto pensiamo. Probabilmente avrebbero preferito un percorso un po’ più veloce. Per quanto riguarda l’altezza, secondo me fino ai 1.500-1.600 metri non si sente tanto, ha più influito il fatto che era abbastanza freddo e siamo ancora abituati a un clima abbastanza caldo».

Fianco a fianco Agostinacchio e Viezzi, i due ragazzi italiani inseriti nei devo team del WorldTour
Fianco a fianco Agostinacchio e Viezzi, i due ragazzi italiani inseriti nei devo team del WorldTour
Fianco a fianco Agostinacchio e Viezzi, i due ragazzi italiani inseriti nei devo team del WorldTour
Fianco a fianco Agostinacchio e Viezzi, i due ragazzi italiani inseriti nei devo team del WorldTour

Il miracolo della ripresa dalla doppia frattura

Questa era la prima uscita di Fontana dopo un’estate sulle montagne russe, contraddistinta da un bruttissimo incidente in Coppa del mondo mtb con rottura di tibia e perone e da soli 28 giorni per la ripresa prima di tornare in sella. Un autentico miracolo: «Sin dal giorno dopo che sono tornato a casa ho pensato subito a quella che poteva essere la riabilitazione, a quello che potevo fare, senza in realtà avere mai idea di quando tornare alle competizioni. Mi interessava guarire bene. Sono stato fortunato ad aver avuto una un’ottima operazione, ma ancora più fortunato ad avere uno staff dietro che mi ha seguito in maniera eccellente, a partire dal mio fisioterapista e dal mio mental coach. Poi sicuramente ci ho messo del mio, è stato un periodo molto impegnativo, ma ne è valsa la pena».

Come hai fatto a trovare in così breve tempo una forma tale da portarti nella Top 10 dei mondiali di mountain bike? «Non lo so neanche io – ammette Fontana – per me già andare ai Mondiali era un obiettivo incredibile, un raggiungimento spettacolare, considerato appunto l’infortunio che era successo. E’ stato il risultato di tante cose, di una giornata, una giornata in stato di grazia, dell’averci creduto tanto ed essere stato ripagato di tante cose».

Per il corridore dei Carabinieri quella sullo Zoncolan era la prima uscita stagionale nel ciclocross
Per il corridore dei Carabinieri-Olympia quella sullo Zoncolan era la prima uscita stagionale nel ciclocross
Per il corridore dei Carabinieri quella sullo Zoncolan era la prima uscita stagionale nel ciclocross
Per il corridore dei Carabinieri quella sullo Zoncolan era la prima uscita stagionale nel ciclocross

Il mondiale delle rivincite

Tante volte avevi detto che cercavi un risultato importante per certificare il fatto che sei un biker prima di tutto…: «Sì, sicuramente è stato il risultato più appagante, nonostante in realtà non sia stato l’unico, considerando che avevo fatto già un paio di Top 10 in Coppa. Ho chiuso la stagione di mountain bike felice di quello che è stato fatto. Io ci ho sempre creduto, volevo questa risposta e finalmente è arrivata, convincendo anche chi la pensava in maniera diversa».

Ora punterai agli europei? «Sì, adesso sfrutto questo periodo per fare altre gare in Italia e poi correre l’europeo il 9 novembre, poi mi prenderò un po’ di riposo, ma neanche troppo, perché alla fine correrò anche in Belgio quest’inverno e sotto Natale, poi fine stagione di cross e si riparte con la mountain bike».

Per la tricolore Borello la conquista del Giro delle Regioni è pressoché assicurata
Per la tricolore Borello la conquista del Giro delle Regioni è pressoché assicurata
Per la tricolore Borello la conquista del Giro delle Regioni è pressoché assicurata
Per la tricolore Borello la conquista del Giro delle Regioni è pressoché assicurata

Scappini e Borello verso la vittoria finale

Il Giro ora si prende una pausa in vista della tappa finale del 22 novembre a Cantoira. In campo Open maschile appare difficile che la maglia rosa sfugga a Samuele Scappini, sesto sullo Zoncolan ma forte delle vittorie di Corridonia e Osoppo mentre fra le ragazze il successo ottenuto da Carlotta Borello la mette praticamente al sicuro, solo la matematica non le permette di festeggiare anzitempo. Ma forse è meglio così, visto che potrà festeggiare in casa… Fra gli juniores nuovo centro per Filippo Grigolini, forse la migliore carta azzurra per gli europei di Middelkerke e prima vittoria al suo esordio per Elisa Bianchi, che ha regalato anche la prima gioia al neonato team Alé Colnago.

Trofeo Piva 2025, Under 23, gruppo, devo team (photors.it)

EDITORIALE / Gli under 23 che nessuno vuole più

20.10.2025
5 min
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Il divieto di partecipazione per i corridori professional under 23 alle gare internazionali della loro categoria, di cui ci ha parlato ieri Roberto Reverberi, è stato salutato con enfasi da un paio di gruppi sportivi di casa nostra che ravvedono in questo più spazio e maggiori possibilità di prendere corridori. Il punto è capire quale sarà il destino di questi ragazzi… finalmente liberi sul mercato e quali margini di carriera sarà possibile offrirgli. Se l’obiettivo è quello a medio termine per cui la piccola squadra possa fare una bella stagione nel calendario nazionale, allora ne comprendiamo la soddisfazione. Se l’obiettivo è quello a lungo termine di creare potenziali professionisti, allora l’ottimismo viene meno, dato che le squadre italiane in grado di fare formazione per i giovani atleti (per adeguatezza dei loro tecnici e mezzi a disposizione) sono sempre meno. Non si può chiedere alle professional di avere anche il devo team, si potrebbe convincerle dell’utilità di avviare collaborazioni con squadre U23 già esistenti. Il fatto di farle correre nelle internazionali era un compromesso probabilmente accettabile.

Filippo Turconi ha conquistato il Trofeo Piva under 23: dal prossimo anno non potrà parteciparvi (foto Alessio Pederiva)
Filippo Turconi ha conquistato il Trofeo Piva under 23: dal prossimo anno non potrà parteciparvi (foto Alessio Pederiva)

Cercasi squadre under 23

La situazione attuale del mercato giovanile vede i procuratori armati di setaccio, che opzionano corridori anche fra gli allievi e poi li propongono ai devo team e ai team di sviluppo U19, il più delle volte non italiani. Si parla certamente di atleti dotati di cuore, muscoli e polmoni, dato che la selezione avviene sulla base dei test. Poco si riesce a valutare, in questa fase, della maturità, dell’intelligenza tattica, della scaltrezza. I numeri comunque sono bassi: togliamo dal mazzo i grandi motori, che cosa accade a tutti gli altri?

Una delle migliori continental di casa nostra ha ricevuto 40 richieste da parte di juniores in cerca di squadra. Tanti di loro ovviamente smetteranno, anche perché nel frattempo non si registra un aumento delle società under 23, tutt’altro. Basti semplicemente annotare, un anno dopo la chiusura della Zalf Desirée Fior, che a causa della trasformazione in professional, anche il vecchio Team Colpack – dallo scorso anno Team MBH Bank-Ballannon sarà più nella categoria under 23. Mentre il CT Friuli, diventato devo team della Bahrain Victorious, quest’anno aveva solo 8 italiani sui 15 atleti dell’organico.

La MBH Bank-Ballan-CSB diventa un team professional: i suoi under 23 potranno correre soltanto tra i pro’
La MBH Bank-Ballan-CSB diventa un team professional: i suoi under 23 potranno correre soltanto tra i pro’

Motorini spinti al limite

Qualche giorno fa, Daniele Fiorin ha raccontato la difficoltà di fare formazione anche negli allievi. Ormai i ragazzi e le ragazze scelgono di investire tutto sulla strada, perché è qui che si può concretizzare il sogno di farne un lavoro. Ci si trova quindi con società e famiglie che investono (non solo tempo, anche parecchi soldi) su ragazzi di 16-17 anni, perché abbiano il livello necessario per essere notati dai procuratori e di conseguenza dagli squadroni. Ragazzi che magari avrebbero bisogno di fare due stagioni nella casetta di una squadra in cui imparare a diventare adulti e atleti, invece rincorrono il risultato e la prestazione assoluta nel momento in cui dovrebbero soprattutto maturare. Ne deriva una generazione di motori ancora da sviluppare ma spinti al limite che, qualora non trovassero lo sbocco desiderato, si ritroverebbero alle prese con i pochi posti disponibili fra gli juniores. Ha chiuso la Aspiratori Otelli e ha chiuso il Team Giorgi, le squadre che resistono sono ormai piene fino al collo.

Qualcuno dice sorridendo amaramente che se non ci fosse mai stato Remco Evenepoel, tutto questo non accadrebbe. Forse è vero. Le WorldTour sono ancora vittime della ricerca del talento in erba e hanno innescato il meccanismo di una ricerca spasmodica e autodistruttiva. Che fine fanno i diciottenni, dotati di grande motore, che non dovessero risultare appetibili per il WorldTour? Potrebbero diventare interessanti per le squadre professional, che sfrutterebbero la formazione ricevuta nei devo team e potrebbero portarli in un professionismo meno estremo.

Belletta non è arrivato nel WorldTour con la Visma-Lease a Bike e dopo un passaggio alla Solme Olmo diventa pro’ con il Team Polti
Belletta non è arrivato nel WorldTour con la Visma-Lease a Bike e dopo un passaggio alla Solme Olmo diventa pro’ con il Team Polti

Il ciclismo di una volta

La ricerca del talento passa necessariamente dai grandi numeri: se si riduce il campione, è probabile che si riduca anche la probabilità di trovare atleti su cui investire. Quante delle 10 continental italiane del 2025 possono dire di aver proposto ai loro atleti un’attività internazionale qualificata? Quanti giorni di gara all’estero sono riuscite a fare? Quante di loro dal prossimo anno pensano di poter fronteggiare i devo team nel calendario internazionale? Quante si sono date una tabella di investimenti perché i talenti scelgano di restare in Italia anziché andare all’estero?

Fa notizia per questo la scelta del toscano Del Cucina, che dopo aver svolto lo stage con la Tudor Development, ha scelto per gli U23 la SC Padovani 1909 di Ongarato e Petacchi. La sua gestione sarà la cartina al tornasole della possibilità di fare ciclismo giovanile di buon livello anche in Italia. Ma questo evidentemente non passa più per le squadre che arrivano al Giro Next Gen senza aver ancora partecipato a una corsa a tappe e si accontentano di dare ai corridori la dotazione di 10 anni fa, accompagnandola col vecchio motto: «Zitti e menare!». Il mondo è cambiato, in ogni ambito. Il ciclismo di una volta non basta più.

Lombardia 2025, Leo Bisiaux, Decathlon AG2R La Mondiale

Bisiaux e i Petite Diables alla scuola della Decathlon AG2R

20.10.2025
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COMO – Il talento di Paul Seixas è solamente la punta scintillante di un iceberg che da anni si muove silenzioso sotto il pelo dell’acqua, pronto ad emergere. La Decathlon AG2R La Mondiale lavora da anni per coltivare e far sviluppare una catena di enfant prodige. Giovani talenti scovati in maniera capillare sul territorio, che vengono portati all’interno della formazione juniores (Decathlon AG2R U19) e poi fatti passare nel devo team per una maturazione definitiva che avviene con l’approdo nel WorldTour. 

In questo modo la Francia fa crescere e preserva i suoi talenti, forte delle sue quattro formazioni che militano nel massimo livello del ciclismo mondiale: Decathlon AG2R La Mondiale, Groupama FDJ, Arkea B&B Hotels e Cofidis. Il prossimo anno rischiano di scendere a due, visto l’annunciata chiusura della Arkea B&B Hotels e la probabile retrocessione della Cofidis allo stato di professional. 

Lombardia 2025, Decathlon AG2R La Mondiale
Lombardia 2025, la Decathlon AG2R La Mondiale al foglio firma
Lombardia 2025, Decathlon AG2R La Mondiale
Lombardia 2025, la Decathlon AG2R La Mondiale al foglio firma

Sistema verticale

Tuttavia il sistema messo in piedi dalle due potenze del ciclismo francese, Decathlon AG2R La Mondiale e Groupama FDJ è ben chiaro: scovare i migliori talenti e portarli fin da giovani all’interno di un sistema che permetta di monitorarne la crescita. Non a caso tre delle ultime cinque edizioni del Giro della Lunigiana, la corsa a tappe di massimo livello per gli juniores, sono state vinte da atleti che arrivavano dalla formazione di sviluppo della Decathlon AG2R: Leo Bisiaux, Paul Seixas e Seff Van Kerckhove. Ai quali si aggiunge Lenny Martinez, atleta francese uscito dalla formazione juniores della Groupama FDJ.

Nella mattina del Lombardia siamo andati a curiosare nel mondo della Decathlon AG2R La Mondiale, per capire come lavorano e in che modo si vanno a scovare i talenti che andranno poi a creare una solida base in vista del futuro. Le domande le giriamo direttamente a Leo Bisiaux, 20 anni, uno dei primi talenti entrato nell’infornata della formazione francese, il quale ha vissuto da dentro la rapida e vertiginosa crescita del team. 

«E’ fantastico avere tanti corridori che entrano a far parte del progetto quando sono under 19 – dice – per poi passare nella formazione U23 e infine nel WorldTour. Possiamo crescere a gran velocità come lo si è potuto vedere con Paul (Seixas, ndr) ma anche con Jordan Labrosse, Noa Isidore e me».  

Come avviene la selezione?

Il team ha già tutti i nostri dati, quindi la selezione dei corridori avviene attraverso questi strumenti. Quando la squadra mi ha selezionato aveva a disposizione tutto su di me, oltre ad avermi visto in azione nelle varie gare. Ora non so come lavorano, perché il ciclismo è cambiato parecchio negli ultimi due anni, però credo che la base di lavoro sia la stessa. 

Com’è entrare in un devo team juniores?

Allenarsi e correre con i migliori atleti della categoria aiuta sicuramente dal punto di vista della crescita. Stare insieme, confrontarci e condividere questo cammino ci ha permesso di avvicinarci e unirci. Aspetto che è risultato importante anche una volta passati nel team U23, e lo è stato ancora di più nel WorldTour. Forse il segreto è proprio questo, creare un gruppo solido e capace di lavorare al meglio, fin da subito. 

Lombardia 2025, Paul Seixas, Decathlon AG2R La Mondiale
Lombardia 2025, al via anche Paul Seixas, rivelazione delle ultime stagioni
Lombardia 2025, Paul Seixas, Decathlon AG2R La Mondiale
Lombardia 2025, al via anche Paul Seixas, rivelazione delle ultime stagioni
Da juniores hai corso anche con selezioni regionali o miste…

In alcune corse sì, così come ho corso con la nazionale francese. Correre con le rappresentative regionali o miste all’estero è stato un passaggio importante in termini di esperienza. Ti ritrovi in gara contro i migliori atleti e cresci molto. 

Parlavi di un ciclismo che è cambiato parecchio in soli due anni.

Penso sia evidente. Ora ci sono mezzi ancora più efficienti anche nella categoria juniores, soprattutto rispetto a quelli che avevo io. Inoltre gli allenamenti sono più duri, o comunque efficienti, si vedono ragazzi junior che arrivano ai mondiali tra i professionisti e corrono davanti. Paul Seixas e Albert Whiten Philipsen sono un esempio

Vuelta a Burgos 2025, Leo Bisiaux, Decathlon AG2R La Mondiale
Leo Bisiaux, 20 anni, in azione alla Vuelta Burgos con la maglia Decathlon AG2R La Mondiale
Vuelta a Burgos 2025, Leo Bisiaux, Decathlon AG2R La Mondiale
Leo Bisiaux, 20 anni, in azione alla Vuelta Burgos con la maglia Decathlon AG2R La Mondiale
Per questo credi che alcuni passino direttamente da juniores a professionisti?

Siamo davanti a un nuovo ciclismo. Non so dove porterà ma ci sono tanti giovani che sono pronti. Io stesso ho corso solamente un anno da U23 e poi sono passato nella WorldTour. Ne ho parlato con la squadra e c’è un piano per vedere come posso crescere anno dopo anno. Avere un cammino lineare e continuo attraverso tutte le categorie, da quella juniores al WorldTour aiuta tanto. 

Quanto è importante per te che altri ragazzi francesi abbiano un gruppo solido e una squadra solida in cui poter crescere?

Importante ma non fondamentale, non ci sono solamente atleti francesi all’interno della formazione juniores. Ci sono tantissime nazionalità differenti, non saprei dire quante ma sono molte (l’unico atleta non francese passato nel WorldTour è l’australiano Oscar Chamberlain, ndr). 

Bastien Trochon, Tro Bro Leon 2025, Decathlon AG2R La Mondiale (foto Ronan Caroff/DirectVelo)
Tra i nomi usciti dal vivaio Decathlon c’è quello di Bastien Trochon, classe 2002 che ha vinto la Tro Bro Leon 2025 (foto Ronan Caroff/DirectVelo)
Bastien Trochon, Tro Bro Leon 2025, Decathlon AG2R La Mondiale (foto Ronan Caroff/DirectVelo)
Tra i nomi usciti dal vivaio Decathlon c’è quello di Bastien Trochon, classe 2002 che ha vinto la Tro Bro Leon 2025 (foto Ronan Caroff/DirectVelo)
La squadra vi permette anche di mantenere la doppia attività, molti di voi fanno strada e ciclocross. 

Sì, per me e anche per altri ragazzi entrambe le discipline sono molto importanti. Per il momento continuiamo così e lo staff ci ha sempre dato il massimo supporto, soprattutto da junior o under 23 dove è importante la multidisciplina. Anche se l’obiettivo principale è sulla strada, ovviamente. 

Tsarenko torna a casa con un nuovo successo e il contratto in tasca

20.10.2025
5 min
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La Japan Cup di ieri ha messo fine alla lunga stagione di Kyrylo Tsarenko. Una stagione foriera di belle soddisfazioni, ultima la conquista del Tour de Kyushu, una delle tante prove a tappe del calendario asiatico. Una di quelle corse che fanno da ossatura per una squadra come la Solution Tech-Vini Fantini, alla quale il corridore ucraino quest’anno ha portato un gran numero di punti, risultando decisivo per il suo ranking.

Gli ultimi giorni in terra asiatica, complice anche la lunghezza della trasferta erano stati un po’ pesanti, anche perché per quanto i moderni device siano un aiuto, è anche vero che la lontananza dalla “sua” Emilia la sente fortemente. Anche per colpa del clima: «So che in Italia è autunno, ma qui abbiamo incontrato molti cambiamenti: a sud era caldo, qua già verso nord, a Utsunomiya era già più freddo, ma molto cambiava in base alle giornate».

Il successo nella prima tappa è stato decisivo per Tsarenko, trovatosi solo con l'estone Taaramae a insidiarlo in classifica
Il successo nella prima tappa è stato decisivo per Tsarenko, trovatosi solo con l’estone Taaramae a insidiarlo in classifica
Il successo nella prima tappa è stato decisivo per Tsarenko, trovatosi solo con l'estone Taaramae a insidiarlo in classifica
Il successo nella prima tappa è stato decisivo per Tsarenko, trovatosi solo con l’estone Taaramae a insidiarlo in classifica
A Kyushu ti aspettavi di vincere la classifica generale?

Diciamo che sapevamo bene come tutto si giocasse nella prima frazione. Abbiamo corso per il risultato pieno e mi sono ritrovato alla fine a giocarmi la vittoria con una vecchia volpe come l’estone Taaramae, ma avendo vinto poi dovevo puntare a mantenere la leadership nelle due frazioni successive, più semplici ma solo in apparenza. E’ sempre una bella impresa quando riesci a portare a casa una classifica generale.

Non è la prima quest’anno per te, perché tu avevi già vinto il Tour di Hainan. Ti stai trovando a tuo agio in questo tipo di corse, di pochi giorni?

Sì, soprattutto quando sono percorsi non facili, ma neanche durissimi, percorsi abbastanza impegnativi. Mi sto trovando abbastanza bene. Non posso dire di essere diventato un corridore da corse a tappe, ma penso di essere cresciuto da questo punto di vista e poter dire la mia in certi contesti.

In classifica il 25enne ucraino ha preceduto Taaramae di 4", terzo Garibbo a 49"
In classifica il 25enne ucraino ha preceduto Taaramae di 4″, terzo Garibbo a 49″
In classifica il 25enne ucraino ha preceduto Taaramae di 4", terzo Garibbo a 49"
In classifica il 25enne ucraino ha preceduto Taaramae di 4″, terzo Garibbo a 49″
Rispetto all’altra vittoria, questa aveva poi una partecipazione abbastanza importante. C’erano anche squadre del World Tour…

Non solo, c’era la TotalEnergies che comunque a tutte le corse che partecipa porta sempre una bella squadra ed è particolarmente specializzata in questo tipo di corse. Aver vinto con una concorrenza del genere mi ha dato molta soddisfazione, più che nel caso precedente, ma posso dire che è stato la ciliegina sulla torta di un’ottima stagione.

E’ stato difficile poi, nelle due tappe successive, difendere il primato? Hai corso in difesa o all’attacco?

In difesa, perché c’erano troppe squadre che erano vicine. Soprattutto mi aspettavo qualche colpo proprio dalle formazioni del WorldTour, anche con gente specializzata per questo tipo di corse. E’ stata abbastanza dura, soprattutto l’ultima tappa: dall’altimetria se guardi non sembrava niente di che, ma la gara dura la fanno sempre i corridori, quindi è stata bella impegnativa e devo dire grazie alla squadra, a come ha lavorato per riuscire a portarmi al traguardo e difendere quei 4 secondi che avevo.

Fondamentale per la sua vittoria è stato il supporto del team nel controllare la corsa nelle 2 tappe restanti
Fondamentale per la sua vittoria è stato il supporto del team nel controllare la corsa nelle 2 tappe restanti
Fondamentale per la sua vittoria è stato il supporto del team nel controllare la corsa nelle 2 tappe restanti
Fondamentale per la sua vittoria è stato il supporto del team nel controllare la corsa nelle 2 tappe restanti
Un corridore come te che vince corse a tappe diventa interessante anche per le squadre del World Tour. Qualche offerta ti è arrivata?

Durante tutto l’anno ho visto che tanti si sono interessati, ma è rimasto tutto nel vago. Arrivano a un certo punto, guardano i valori, vedono che non sono un fenomeno e il discorso si chiude quasi subito. Ormai neanche i risultati bastano più, è tutta questione di numeri. A dir la verità anch’io non ero poi così ossessionato: mi trovo bene nel team, ho già firmato per la prossima stagione, quindi non mi pongo il problema.

Ti trovi meglio nelle corse all’estero rispetto a quelle italiane? Perché anche nelle gare europee tu riesci a ottenere tanti ottimi risultati.

Non direi, non dipende tanto da dove le corse si fanno. Ci sono periodi quando magari vado più concentrato o magari ho la forma un pelino meglio ed emergo, ma anche alle classiche italiane che ho fatto sono andato bene, ad esempio la top 10 centrata al Memorial Pantani, che quest’anno è venuta durissima, abbiamo finito la gara in 30 corridori. Oppure la Coppa Sabatini. C’è un aspetto del quale si parla troppo poco: il problema del ciclismo d’oggi è che arrivare nei primi 10 o al sessantesimo c’è talmente poca differenza che spesso è solamente questione di testa. Non bisogna mollare neanche per un secondo…

Per il corridore ucraino sono arrivate 6 vittorie in stagione, con altrettante Top 10
Per il corridore ucraino sono arrivate 6 vittorie in stagione, con altrettante Top 10
Per il corridore ucraino sono arrivate 6 vittorie in stagione, con altrettante Top 10
Per il corridore ucraino sono arrivate 6 vittorie in stagione, con altrettante Top 10
Ora dove vai in vacanza?

Non ci vado, non è cosa per me, piuttosto vado a trovare i miei amici.

Da quanto tempo è che non torni a casa in Ucraina?

Io sono andato via da casa il 5 di gennaio 2022. La mia città è nel centro dello stato, geograficamente. Molti mi chiedono se è zona di guerra, ma è chiaro che ormai da anni tutto il mio Paese vive addosso la guerra. La mia città non è proprio teatro di battaglia, ma le incursioni non mancano, non manca la paura, la situazione è uguale ovunque…

Giro del Veneto 2025, partenza da Vicenza, foto del team VF Group-Bardiani

L’UCI cambia le carte e Reverberi chiude il gruppo giovani

19.10.2025
5 min
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Si fa fatica a capire se il ciclismo mondiale sia amministrato da gente inadeguata o se siamo piuttosto noi italiani a essere costantemente in equilibrio instabile. Fuori tempo e allineati a standard superati. L’ultima in tema di partecipazione alle corse è la norma che dispone il divieto per le squadre professional di partecipare alle corse internazionali U23. Una doccia fredda per la VF Group-Bardiani-Faizanè, che con il suo gruppo dei giovani ha conquistato quasi 500 punti anche nelle corse U23. Una doccia molto più fredda per la MBH Bank-Ballan, che nel passare da continental a professional ha ingaggiato fior di U23, immaginando di poter fare il calendario di sempre. E doccia fredda anche per il Team Polti che per seguire le impronte di Reverberi, ha ingaggiato a sua volta corridori molto giovani.

Pertanto, quando contattiamo Roberto Reverberi perché dia un voto ai suoi quattro anni di attività con gli U23, il tono non è dei più entusiasti e presto il motivo è spiegato. Nel fare le regole, qualcuno si è preoccupato di verificare i contratti in essere?

«In un primo tempo avevano detto che non potevano più andare in nazionale quelli delle professional e anche del WorldTour – dice Reverberi – dalla settimana scorsa è uscita questa nuova regola. Ho provato a sentire Brent Copeland (i team manager della Jayco-AlUla è presidente dell’associazione dei gruppi sportivi, ndr) e mi ha detto che la settimana prossima facciamo una riunione per vedere se si riesce a sbloccare la situazione. L’UCI  ti deve avvisare almeno un anno prima quando cambia un regolamento del genere, perché noi abbiamo tutti i contratti con i corridori e adesso dove li portiamo a correre?».

Per Reverberi, Pellizzari è il risultato più fulgido del gruppo giovani creato dal team reggiano (foto Filippo Mazzullo)
Per Reverberi, Pellizzari è il risultato più fulgido del gruppo giovani creato dal team reggiano (foto Filippo Mazzullo)
Che cosa succederà secondo te?

Va a cadere tutto il discorso che portiamo avanti da quattro anni. In pratica gli juniores andranno nelle devo e quelli un po’ peggio andranno nelle squadre dei dilettanti italiani. E alla fine noi non li prenderemo neanche più, come facciamo? Dovremmo portare ragazzi di 18 anni a fare subito le gare professionistiche? La nostra esperienza è stata positiva. Nella prima covata che abbiamo preso c’erano Pellizzari, Pinarello che va nel WorldTour con la Israel. Scalco va con la XDS-Astana. E vedrete che anche Paletti e qualcun altro nel giro di due anni faranno il salto. 

Una volta ci dicesti che due anni bastano per vedere tutto.

Pinarello ci ha messo un pelino di più e Scalco anche. Non è mica detto che tutti quanti siano come Finn, che arriva e va subito forte. E poi anche lui dovrà misurarsi con i professionisti e vedrà che la musica è diversa. Anche Turconi ad esempio è fortissimo, ha un motore incredibile, però gli serve un po’ più tempo. C’è chi ci mette un anno, chi ce ne mette due, chi ce ne mette tre. Come quando nei dilettanti, qualcuno passava a 21 anni e altri aspettavano i 24. Sapete piuttosto che cosa dovremmo fare forse? Me lo ha detto un amico preparatore…

Turconi quest’anno ha vinto il Trofeo Piva (foto Pederiva) e il Medio Brenta, arrivando 5° al Giro. Reverberi aspetta che cresca ancora
Turconi quest’anno ha vinto il Trofeo Piva (foto Pederiva) e il Medio Brenta, arrivando 5° al Giro. Reverberi aspetta che cresca ancora
Che cosa?

Dovremmo andare a ripescare tutti i corridori italiani che vanno nelle devo e che poi ritornano indietro, perché tanto tornano indietro e dopo fanno fatica a trovare una squadra. Non li portano tutti nel WorldTour, non è credibile. Per ora, guardando fra i giovani, abbiamo preso il fratello di Turconi, che si chiama Matteo. E poi Manenti dalla Hopplà. Adesso siamo a 20, vediamo se salta fuori qualcos’altro anche come sponsor. Stiamo facendo un po’ di ricerche, così vediamo se nel giro di 15-20 giorni cambia qualcosa. In giro ci sono elementi buoni, soprattutto dopo le varie fusioni.

La storia insegna che anche gli elite di valore possono avere un futuro. Chi si sarebbe aspettato Fiorelli alla Visma?

Filippo ha iniziato a correre tardi. E’ un caso un po’ anomalo, perché prima correva con gli amatori. Poi lo ha preso Massini che lo ha tirato su, ma ha perso un sacco di tempo. Aveva sempre problemi con il peso, ha preso tante parole. Quando arriva a 67 chili va come una moto, se sale a 69-70 chili la caratteristica di andare bene in salita viene un po’ meno. Nel senso che se ha il peso giusto, riesce a scollinare con i migliori, altrimenti perde i 10-15 secondi che gli impediscono di arrivare alla volata. Ha vinto pochissimo solo per questo, invece quest’anno che si è messo in riga, ha fatto una stagione più costante, almeno fino al Giro.

Tarozzi al Giro d’Italia ha vinto il Red Bull KM, trofeo dedicato a chi è rimasto in fuga per più chilometri
Tarozzi al Giro d’Italia ha vinto il Red Bull KM, trofeo dedicato a chi è rimasto in fuga per più chilometri
Nella testa di Roberto Reverberi, chi prenderà il posto di Scalco e Pinarello?

Probabilmente Turconi e Paletti, i giovani da cui ci aspettiamo un po’ più continuità. Invece i corridori da cui vorremmo anche qualche risultato in più sono Marcellusi, Magli e quelli più esperti. Lo stesso Zanoncello, che deve un po’ migliorare. Tarozzi, che è un corridore particolare perché è un uomo da fuga e ne abbiamo bisogno. Quest’anno al Giro ha vinto il Premio Red Bull per i chilometri di fuga e a noi uno così fa gioco.

Non avendo più il gruppo dei giovani, la struttura tecnica rimane la stessa?

Sì, avremo ancora i soliti quattro direttori sportivi, cioè Rossato, Donati, Amoriello ed io. Gli stessi preparatori, cioè Borja e Andrea Giorgi. Sempre lo stesso medico. Qualcuno del personale si sposta, chi va alla UAE e chi alla Visma. Come vedete forniamo talenti al WorldTour anche per lo staff. Ce ne sono tanti sparsi nel gruppo. E poi avremo ancora le bici De Rosa, avevamo già prolungato il contratto.

Visite Jayco AlUla all’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torin, Michael Matthews

Matthews e lo stop che gli ha allungato la carriera

19.10.2025
6 min
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TORINO – Dal buio dell’estate alla rinascita nella classica d’autunno per eccellenza. Il sorriso è tornato a splendere sulle labbra di Michael Matthews, dopo momenti in cui non solo la bici ma la stessa vita sembravano sfuggirgli dalle mani. 

All’immediata vigilia dello scorso Tour de France, tutte le certezze si sono sgretolate e un’embolia polmonare ha costretto la colonna portante della Jayco-AlUla a ripartire da zero e interrogarsi su tutto. Non sapeva quando e se sarebbe tornato, ma Bling, abituato a risplendere in sella proprio come ricorda il suo soprannome in gruppo, non ne voleva proprio sapere di scomparire in un tunnel. Col sostegno del team e della famiglia, l’estroso australiano si è ripreso la vita di prima e anzi, ammette di aver ancor più motivazione. La fuga al Lombardia, non proprio la sua classica prediletta, ne è la testimonianza e il sogno di lasciare ancora il segno alla Milano-Sanremo l’anno venturo è di nuovo vivido. 

Che cosa vuol dire essere tornato così competitivo come hai dimostrato al Lombardia?

Attaccare era il nostro piano sin dalla partenza. Sapevo che la miglior opzione per ottenere un buon risultato al Lombardia per me era di avvantaggiarmi subito e mi è andata bene perché mi sono trovato in una fuga davvero interessante. Bisognava avere buone gambe per far parte di quel gruppo, ma anche per rimanerci: per fortuna le mie erano ottime. A pensarci ora, sarebbe stato interessante anche usare una tattica più attendista e vedere come avrei potuto reggere se non fossi andato in fuga, ma sono felicissimo del piazzamento e delle sensazioni che ho provato. Sono sulla strada giusta per tornare al mio livello dopo i problemi di salute che ho avuto. Peccato che la stagione stia già volgendo al termine.

Ci racconti quanto è stato difficile superare il momento che hai attraversato e puoi ripercorrere quei giorni?

E’ stata una montagna russa di emozioni. Avevo appena finito il camp di tre settimane ed ero tecnicamente pronto per il Tour de France, quando è sopraggiunto questo problema. Aver lavorato così tanto per un obiettivo ed essere fermato da una diagnosi medica è stato complesso, anche perché non sapevo quali sarebbero stati gli strascichi di questo problema. Non avevo idea se sarei tornato in bicicletta e nemmeno se sarei sopravvissuto o sarei morto. Nessuno sapeva dirmi quali sarebbero stati i passi successivi sia nella mia carriera sia nella mia vita.

Quale è stato il passo successivo?

Una volta trovato il problema e la procedura per risolverlo, è cambiato tutto. Ho capito che sarei stato meglio e che non sarei morto, dopodiché ho voluto subito capire che cosa avrei dovuto fare per tornare al mio livello di prima in bici. Ho realizzato in quei momenti quanto amo questo sport e quanto mi piace il mio lavoro come ciclista professionista.

Visite Jayco AlUla all’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torin, Michael Matthews, Alberto Dolfin
L’incontro con Matthews si è svolto all’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino (foto Matteo Secci)
Visite Jayco AlUla all’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torin, Michael Matthews, Alberto Dolfin
L’incontro con Matthews si è svolto all’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino (foto Matteo Secci)
Come hai svoltato strada?

L’idea di perdere tutto per i problemi di salute mi ha motivato ancora di più a tornare più forte, con la fame di vincere ancora. Ci sono state giornate in cui ero smarrito, in cui non sapevo in che condizioni mi trovavo, ma grazie a mia moglie e alla mia famiglia sono riuscito a restare lucido mentalmente.

Ci sono stati tanti momenti difficili?

Ero depresso, mi chiedevo se la vita fosse finita. Sono stati quattro mesi della mia vita molto tumultuosi, ma sono qui ora e, grazie alla forma attuale e agli ultimi risultati, sono orgoglioso di quello che sto facendo. Cerco di vedere il lato positivo e penso di esser riuscito a superare una situazione molto difficile e ne sono uscito col sorriso sulle labbra e con gambe che mi permettono ancora di battagliare coi più forti al mondo.

Come hai capito che saresti tornato al tuo livello?

Difficile da dire perché ci sono stati tanti alti e bassi. Non riuscivo a essere costante, avendo perso molte corse. A Plouay era già andata molto bene visto che non gareggiavo da mesi e sono riuscito subito a cogliere il podio in una corsa così sfiancante. Ho capito che ce l’avrei fatta, ma poi mentalmente non è stato facile accettare le controprestazioni delle uscite successive. Per fortuna, dopo i mondiali, nelle corse italiane ho trovato continuità e sono riuscito a recuperare meglio tra una e l’altra.

La costanza è la parola che meglio ti descrive guardando i numeri della tua carriera: che cosa ti porti delle ultime settimane per la prossima stagione?

Il sogno si chiama sempre Milano-Sanremo, ma ora sono dieci volte più motivato di prima. La mia carriera poteva finire quest’anno per colpa della salute o dei problemi mentali che ho avuto in seguito allo stop, per cui il fatto di aver superato quegli ostacoli così insidiosi mi spinge a credere ancora in me stesso. Nelle corse italiane avevo la testa sgombra come non mai e anche i dottori dicono che ho il corpo di un venticinquenne. Il fatto che me lo dicano ora che ne ho dieci in più non è così male.

Quanto è cambiato il ciclismo?

La mia carriera è molto lunga e passa attraverso diverse generazioni. Ho cominciato ai tempi di Boonen, ho sfidato Sagan nel mezzo e ora sono nell’era di Tadej. Sfortunatamente, ho incrociato sulla mia strada questi alieni che in bicicletta sanno fare cose stellari. Io cerco di fare il mio meglio e sono orgoglioso di come nel corso del tempo mi sono adattata a diversi modi di correre. Mi manca ancora il sigillo in una Monumento o in una grande classica che ho sfiorato più volte. Poi, l’anno prossimo il Tour de France comincerà con una cronosquadre, per cui la mia esperienza può essere utile anche in quell’occasione. Per il momento, mi godo ogni secondo e il fatto di essere tornato il Michael di sempre. Voglio soltanto continuare a divertirmi.

Si può dire che quello che ti è successo ti ha allungato la carriera?

Penso proprio di sì. Mi ha fatto realizzare quello che ho e apprezzare ogni singola opportunità che mi sta capitando.

Elena Cecchini, Elia Viviani

Cecchini e Viviani: nuovi equilibri e vita un po’ diversa

19.10.2025
6 min
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Nemmeno il tempo di tornare dal Giro del Veneto che Elia Viviani ed Elena Cecchini hanno dovuto rifare le valigie per andare a Santiago del Cile. I mondiali su pista saranno l’ultimo appuntamento per Viviani, da lì la sua vita cambierà, così come quella di Elena Cecchini. Per l’atleta della SD Worx-Protime, fresca di rinnovo, il 2026 sarà l’ultimo anno in gruppo e il primo che dovrà preparare come unica ciclista di casa. Dopo dodici anni passati a condividere le fatiche della preparazione invernale e della stagione intera Elia ed Elena dovranno trovare un nuovo equilibrio

«Prima però – ci racconta la friulana – c’è tempo per l’ultimo viaggione della stagione. Domani (giovedì per chi legge, ndr) Elia ed io andremo a Santiago del Cile per i mondiali su pista. Mi farà piacere essere lì accanto ad Elia come supporto in quest’ultimo appuntamento della sua carriera, poi però non rientreremo in Italia. Ci fermeremo in Colombia perché ci sarà il matrimonio di Fernando Gaviria, oltre a essere un collega è un grande amico di Elia e ci teniamo a partecipare. 

Bredene Koksijde Classic 2025, Elia Viviani in curva
Viviani ha concluso la sua carriera dopo 15 stagioni da professionista
Bredene Koksijde Classic 2025, Elia Viviani in curva
Viviani ha concluso la sua carriera dopo 15 stagioni da professionista
Che effetto fa a fare le valigie per l’ultima trasferta?

Devo dire che di solito sono una che si emoziona facilmente, però questa volta no. Prima di tutto perché vedo Elia molto sereno della scelta che ha fatto, e poi perché secondo me non ho ancora realizzato totalmente. E’ come se fosse un normale fine stagione. Sarà più strano a metà novembre quando ripartirò in bici e ci saranno dei giorni in cui Elia non uscirà con me, come ha fatto negli ultimi dodici anni. 

Al Giro del Veneto c’è stato un primo grande assaggio di fine carriera…

E’ stato bello, un momento molto speciale. Firmerei anche io per avere l’ultima corsa della mia carriera sulle strade di casa. Si è trattato di un momento speciale, sia per l’affetto ricevuto dai colleghi ma anche per il saluto della squadra. Gli hanno fatto una sorpresa con questa bici dalla livrea speciale. E’ bello vedere come sia stato un esempio e un riferimento anche alla Lotto, nonostante ci abbia trascorso pochi mesi. Vuol dire che Elia è riuscito a lasciare il segno, ed è bello vederlo perché a volte nell’arco di una carriera non si ha il tempo di fermarsi e vedere cosa ci si lascia alle spalle. 

Elia Viviani, Giro del Veneto 2025
Viviani ha corso la sua ultima corsa su strada al Giro del Veneto lo scorso 15 ottobre
Elia Viviani, Giro del Veneto 2025
Viviani ha corso la sua ultima corsa su strada al Giro del Veneto lo scorso 15 ottobre
Secondo te cos’è che ha lasciato Elia?

Non perché sia mio marito, però ha un palmares invidiabile. Nello sport si tende a ricordare quello che si è fatto nell’ultimo anno o gara, ma credo che Elia possa essere davvero felice della carriera che ha fatto: tre medaglie olimpiche, innumerevoli corse su strada, mondiali su pista, gli europei e il titolo italiano su strada. Però secondo me ha lasciato tanto soprattutto alla pista.

Certo.

Ci siamo fidanzati nel 2012 e mi ricordo benissimo le Olimpiadi di Londra dove era l’unico rappresentate della nazionale italiana su pista. Da lì poi si è creato un gruppo, in questi dodici anni, che è diventato uno dei più forti a livello mondiale. Sicuramente non è solamente merito di Elia, ma credo sia stata quella persona capace di far scattare la scintilla dalla quale è nato un fuoco vivo

Elia Viviani, Giro del Veneto 2025
Il team Lotto gli ha riservato una livrea speciale della sua Orbea
Elia Viviani, Giro del Veneto 2025
Il team Lotto gli ha riservato una livrea speciale della sua Orbea
E’ bello che finisca su pista…

Penso che sia la chiusura perfetta con il mondiale che, dopo le Olimpiadi è la gara più importante. Correrà anche alla Sei Giorni di Gent, che è la corsa più importante legata a quel circuito. 

Cambieranno un po’ gli equilibri e le cose nella dinamica di coppia, ci hai già pensato?

Sì. Devo dire che uno dei motivi, non il principale, che mi ha spinto a continuare è stato proprio questo. Il cambiamento è una cosa che mi destabilizza sempre un pochino, soprattutto inizialmente. Penso che continuare un altro anno mi possa e ci possa dare una mano nel sistemarci, così da trovare l’equilibrio per iniziare un nuovo capitolo insieme quando anch’io avrò smesso. Non fraintendetemi, la convivenza in casa non mi spaventa, anzi Elia ed io siamo due persone che amano godere della vita. Anche nei pochi giorni che riuscivamo a passare insieme durante la stagione ci piaceva fare cose normali.

Elia Viviani, pista, mondiali 2012
Viviani è stato il precursore della pista azzurra, qui nel 2012 ai mondiali di Melbourne
Elia Viviani, pista, mondiali 2012
Viviani è stato il precursore della pista azzurra, qui nel 2012 ai mondiali di Melbourne
Quali?

Andare al ristorante, oppure una sera facevamo allenamento per avere la mattina libera, svegliarci con calma e avere quei trenta minuti in più per fare colazione. Anche fare una telefonata ai nostri amici, o fare un giro in città, andare al cinema. 

Pensare di iniziare la stagione e di andare ai training camp con Elia a casa come sarà?

Mi sembrerà strano però d’altra parte quest’anno sono serena perché la decisione di smettere è arrivata da Elia stesso. Mentre l’inverno passato era in quel limbo in cui cercava squadra ma non trovava il contesto giusto. Lì l’ho vissuta malissimo, il fatto di andare a dicembre al training camp mi pesava, dicevo: «No, voglio stare a casa con te ed essere in queste settimane al tuo fianco». Quelle sono state settimane e mesi difficili.

In Cile si chiuderà la carriera di Elia Viviani che punta a un ultimo sigillo nell'eliminazione
In Cile si chiuderà la carriera di Elia Viviani che punta a un ultimo sigillo nell’eliminazione
In Cile si chiuderà la carriera di Elia Viviani che punta a un ultimo sigillo nell'eliminazione
In Cile si chiuderà la carriera di Elia Viviani che punta a un ultimo sigillo nell’eliminazione
Avrete modo di stare più tempo insieme…

Quando ho deciso di continuare sapevo che ci sarebbero stati i ritiri e le settimane via da casa. Spesso negli anni facevamo fatica a incrociarci perché quando io ero a correre lui era a casa e viceversa. Queste sono le cose, come vi avevo detto anche nell’altra intervista, che più mi pesano negli ultimi anni. Invece la prossima stagione sarà più semplice gestire queste dinamiche. Posso dire una cosa?

Certamente…

Ho sempre pensato che avrei smesso prima io, perché tra i due è Elia quello a cui piace andare in bici. E’ appassionato dell’allenamento, dello stare in sella. A me piace il resto: il gruppo, stare in squadra, condividere. Elia è l’atleta che ama svegliarsi al mattino, vestirsi e uscire. Quindi ho sempre pensato che mi sarei stancata prima io. Chiaramente ci sono anche altri fattori, non ultimo il fatto che nel ciclismo maschile si guarda tanto ai giovani, al contrario nel ciclismo femminile siamo nel momento in cui le squadre hanno bisogno della veterana o comunque di quella con più esperienza. 

Elia Viviani si godrà ancora qualche allenamento insieme a Elena Cecchini durante la preparazione invernale
Elia Viviani si godrà ancora qualche allenamento insieme a Elena Cecchini durante la preparazione invernale
Questa sua passione della bici, dell’allenamento, ti sarà anche un po’ di supporto in questo anno un po’ diverso?

Sicuramente. Alla fine Elia mi è sempre stato di supporto nella mia carriera. Spesso uscivamo insieme, poi ognuno faceva i suoi giri e i suoi allenamenti. Però lui mi è sempre stato di supporto quando avevo bisogno di un consiglio per la scelta dei materiali, piuttosto che quando ero ai training camp avevo bisogno che mi controllasse le misure della bici. L’altro giorno parlavamo e gli ho detto che deve tenersi in forma, lui ha già detto che mi farà compagnia negli allenamenti questo inverno

Adesso potrete condividere un allenamento per intero…

Vero. Adesso si potrà adattare a me, ad esempio io odio gli allenamenti con le volate, magari in quest’ultimo anno mi potrà stimolare a fare qualche sprint in più (ride, ndr).

Non resta che augurarvi buon viaggio e in bocca al lupo.

Crepi. Ora ci concentriamo sul mondiale pista e poi ci godremo il matrimonio di Gaviria e una meritata vacanza. Alla bici abbiamo detto che ci penseremo da metà novembre. Anzi, ci penserò, non è più un suo problema, l’avevo detto che devo ancora farci l’abitudine

Arnaud Demare, ritiro

Guarnieri saluta Demare: «Leader silenzioso, pro’ fino al midollo»

19.10.2025
7 min
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E’ questo il periodo degli addii. Finisce la stagione e tanti salutano. Quest’anno, più di altre volte, sembrano essere numerosi gli atleti, anche importanti, che lasciano il gruppo. Sembra quasi esserci un cambio generazionale netto. E tra questi c’è anche Arnaud Demare, classe 1991, originario di Beauvais, nel Nord della Francia.

Il francese è stato un velocista particolare: capace di alti e bassi, spesso discusso sia all’esterno sia all’interno del suo team – basti ricordare il “non idillio” con Thibaut Pinot – ma resta il fatto che è stato un grande. Ben 97 vittorie, tra cui una Milano-Sanremo, una Classica di Amburgo, due Parigi-Tours, tappe al Giro d’Italia, al Tour de France e alla Vuelta, oltre a tre titoli nazionali. E se è stato così grande, una parte importante del merito va a Jacopo Guarnieri, il suo ultimo uomo per gli sprint.
Proprio attraverso i ricordi di Jacopo salutiamo Demare.

Arnaud Demare e Jacopo Guarnieri: i due hanno corso insieme per sei stagioni dal 2017 al 2002
Demare, Guarnieri,
Arnaud Demare e Jacopo Guarnieri: i due hanno corso insieme per sei stagioni dal 2017 al 2002
Jacopo, tu con Demare ci hai corso un bel po’. Avete condiviso insieme una parte importante delle vostre carriere…

Sei anni che, se ci pensi, su una carriera di sedici non sono neanche tantissimi. Però, come dici tu, sono stati anni fondamentali. Arrivavo da due stagioni piene di soddisfazioni con Kristoff, perché avevamo vinto 35 gare in due anni. Con lui avevo vissuto solo momenti positivi, ma è nelle difficoltà che si crea il legame più forte. Con Arnaud abbiamo affrontato momenti complicati e proprio quelli ci hanno uniti ancora di più.

Demare era un grande velocista anche dal punto di vista fisico. Aveva bisogno di un treno solido, di cui tu eri il macchinista. Come avete costruito quel treno negli anni?

Abbiamo avuto un triennio molto buono, poi dopo il 2020 le cose sono un po’ cambiate. Ma tra il 2017 e il 2020 siamo stati davvero un punto di riferimento. Arnaud con me è sempre stato molto aperto: mi lasciava carta bianca nell’organizzazione. Ma soprattutto mi portava quasi su un piedistallo. Quando Madiot mi prese, io avevo firmato prima del Tour, non ci credava. Ricordo un episodio curioso…

Racconta…

Al Tour del 2016 una sera noi della Katusha capitammo in hotel insieme all’allora FDJ. Marc Madiot, il team manager della FDJ, mi chiese di incontrarlo. Eravamo io, lui e il fratello di Pinot, che lo aiutava con l’inglese. Madiot mi fece una foto e la mandò ad Arnaud, scrivendogli: “Vedi che non ti sto prendendo in giro. Ho preso Guarnieri”. Démare non ci credeva, pensava fosse impossibile che fossi davvero io ad arrivare nel team. All’epoca, per un corridore non francese entrare in una squadra francese non era affatto comune. Rimase sorpreso, ma mi stimava molto. Da lì nacque la fiducia: mi lasciò organizzare tutto. Il primo anno c’era anche Cimolai, che conoscevo da bambino, e questo rese tutto più semplice. Già in Katusha mi occupavo del treno, quindi portai lo stesso metodo nella nuova squadra. E la prima gara insieme fu… memorabile.

Demare, Guarnieri, treno
Demare diede carta bianca a Guarnieri circa l’organizzazione del treno. Dagli allenamenti alla gara
Demare, Guarnieri, treno
Demare diede carta bianca a Guarnieri circa l’organizzazione del treno. Dagli allenamenti alla gara
In che senso?

Prima tappa dell’Etoile de Bessèges 2017: primo Démare, secondo Kristoff. Avevo lasciato la Katusha perché c’erano dubbi sugli sponsor e mi avevano fatto un’offerta minima, quasi a dirmi “puoi andare”. Kristoff era un ragazzo semplice, anche troppo per certi aspetti, e non disse nulla. Io ero il suo ultimo uomo, quindi la situazione era un po’ assurda. Poteva metterci lui la differenza, come avviene in alcuni casi… Ma non andò così. Al tempo stesso l’idea di lavorare con Demare mi piaceva. Aveva già vinto la Sanremo, un titolo nazionale e corse importanti. Gli mancavano solo le tappe nei grandi Giri e un po’ di continuità.

Che è quella che fa davvero la differenza per uno sprinter…

E’ fondamentale. Anche vincere solo due o tre gare in più cambia la stagione. Nel 2017 il treno si mostrò subito competitivo e nel 2018, con Sinkeldam, facemmo un ulteriore salto di qualità. Poi arrivarono Konovalovas e Scottson, e diventammo praticamente perfetti. Ognuno compensava le caratteristiche dell’altro, e questo ci rendeva molto efficaci. Non vincevamo sempre, ma eravamo sempre lì. E quella consapevolezza ci dava una forza incredibile.

Demare, vince Sanremo 2016
Nel 2016 Demare vince la Sanremo tra le proteste. Dopo una caduta sui Capi, fu accusato da alcuni corridori di essere rientrato attaccato all’ammiraglia. Tuttavia non ci furono proteste ufficiali
Demare, vince Sanremo 2016
Nel 2016 Demare vince la Sanremo tra le proteste. Dopo una caduta sui Capi, fu accusato da alcuni corridori di essere rientrato attaccato all’ammiraglia. Tuttavia non ci furono proteste ufficiali
Qual è stata la vittoria più bella?

La tappa del Tour de France 2018. Arrivammo a quel Tour carichi e motivati. Avevamo vinto al Giro di Svizzera, stavamo bene… ma i primi giorni furono durissimi. Faticavamo più del previsto. Arnaud non riusciva d essere veloce. E la seconda settimana fu ancora peggio: un calvario. Molti sprinter andarono a casa: Greipel, Cavendish, Kittel, Groenewegen, Gaviria… Arnaud spesso arrivava appena dentro il tempo massimo, da solo, senza aiuti.

A dir poco insolito. Vai avanti…

Poi arrivò la tappa numero 18, l’ultima vera occasione prima di Parigi. Ci credemmo fino in fondo. Su un ultimo strappo attaccarono addirittura Simon Clarke e Daniel Martin, e chiudemmo il buco io e un giovanissimo Gaudu. Quel giorno avevo una condizione eccezionale. Konovalovas mi lasciò ai 3 chilometri e condussi lo sprint fino alla volata: lo portai in posizione perfetta. Poteva solo vincere. E vinse. Dopo tanta fatica, fu una liberazione. Quel giorno ero intoccabile, avevo una gamba e una fame…

Anche gli anni successivi furono importanti. Al Giro ha vinto molto, ben otto tappe. E anche due maglie ciclamino…

Il periodo migliore è stato il 2020, ma non solo per il Giro. Quell’anno vincevamo ovunque. Era l’anno del Covid, e noi italiani e francesi in particolare fummo tra i pochi costretti a fermarci davvero. Paradossalmente fu un vantaggio: quando la stagione riprese, eravamo più freschi e motivati rispetto a tanti altri che invece si erano “brasati” a forza di allenarsi a tutta. Avevamo più energie.

Demare, Tour 2018, Pau vittoria
La vittoria di Pau al Tour 2018 raccontata da Guarnieri (che già festeggiava). Demare precedette Laporte
E come persona? Che tipo di leader era Démare?

Quello che si percepiva da fuori corrispondeva alla realtà. Non era il classico leader rumoroso, ma un punto di riferimento silenzioso. Non aveva bisogno di alzare la voce per farsi rispettare. Anche se poi a volte si arrabbiava eccome. Quando serviva, sapeva farsi valere, ma la sua forza era l’esempio. Credeva nel lavoro e nella costanza. Era un professionista impeccabile, fino al midollo. Io scherzavo sempre con lui dicendogli: «Tu sei un atleta, io sono solo uno che va forte in bici». Perché lui lo era davvero, nel senso più completo del termine. Aveva talento, certo, ma anche una grande etica del lavoro. E questo gli ha dato tanto.

A livello tecnico invece? Oggi per i velocisti la ricerca del dettaglio conta sempre di più…

All’epoca eravamo direttamente coinvolti nello sviluppo con Lapierre, e Démare partecipava molto attivamente. La Groupama-FDJ però è sempre stata una squadra molto attenta agli sponsor: tutto doveva essere fatto con i materiali ufficiali, senza scorciatoie. Per esempio: un trattamento alla catena si poteva fare sì, ma solo con i prodotti ufficiali. Non si usciva mai dal seminato… ed era così per tutti. Erano molto rigidi su questo: tutti avevano lo stesso equipaggiamento. Al massimo c’era qualche colorazione speciale per Arnaud o Pinot.

Demare, Guarnieri
Demare lascia dopo 15 stagioni: 12 e mezzo nel gruppo di Madiot e due e mezzo all’Arkea
Demare, Guarnieri, treno
Demare lascia dopo 15 stagioni: 12 e mezzo nel gruppo di Madiot e due e mezzo all’Arkea
Sappiamo che Démare testava direttamente i nuovi telai, specie quelli aero. Confermi?

Esatto. Se usciva un nuovo telaio, Lapierre gli forniva tre versioni con differenti tipi di carbonio. Lui li provava e sceglieva quello che preferiva. Quella diventava poi la bici definitiva per il team. Era un approccio molto professionale e Arnaud lo prendeva davvero sul serio.

La prima volta che vi siete visti da nuovi compagni di squadra, in ritiro, come andò?

In realtà avvenne prima, ad agosto 2016. La prima volta l’ho incrociato all’Arctic Race, quando ero ancora in Katusha. Avevo appena iniziato a studiare francese, quindi non sapevo dire quasi nulla. E lui non parlava inglese. Si avvicinò ma fu molto imbarazzante. Eravamo entrambi a disagio. Quel giorno era anche il mio compleanno e la sera c’era una cena con tutta la corsa. Arriviamo per primi e vedo che i posti erano già assegnati, c’erano i nomi sui tavoli. Penso tra me e me: «Speriamo di non averlo vicino a tavola, non saprei cosa dirgli». Ci ritroviamo uno accanto all’altro! Per fortuna eravamo di spalle. All’inizio silenzio totale, poi grazie anche a un paio di brindisi la conversazione si è sciolta. Da lì è iniziata un’amicizia vera, oltre al rapporto professionale. Ho un bellissimo ricordo di quegli anni e l’onore di aver corso accanto a un campione come lui.