Florian Lipowitz

Lipowitz, profilo basso ma grande sostanza in vista del Tour

27.12.2025
5 min
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PALMA DE MAIORCA (Spagna) – Florian Lipowitz appare (ed effettivamente è) quello più timido. Questione di carattere? Probabile. Questione di abitudine? Sicuramente. Se al tuo fianco ci sono corridori come Primoz Roglic e Remco Evenepoel, ci sta essere il meno avvezzo ai riflettori, ai microfoni, alle telecamere o agli ombrellini delle luci.

E non ultimo, per farlo “arrossire” ancora di più non è mancata l’investitura del grande connazionale Jan Ullrich. Il Kaiser ha detto sostanzialmente che il futuro è dalla sua parte. Che gli altri, uno su tutti Tadej Pogacar, sono destinati prima o poi a calare, mentre lui è in piena fase di crescita. E poi i complimenti sul grande motore, sulla testa e su tutto il resto. Unico appunto ad Ullrich: sì, Pogacar potrebbe calare, ma è un classe 1998. Lipowitz è un 2000, proprio come Remco…

Lipowitz ha chiuso l’ultimo Tour in terza posizione dietro Pogacar e Vingegaard
Lipowitz ha chiuso l’ultimo Tour in terza posizione dietro Pogacar e Vingegaard

Il futuro passa da Florian

E come già vi avevamo accennato quando scrivemmo di Pellizzari, se si parla di futuro, Ralph Denk nomina sempre Florian Lipowitz, Giulio Pellizzari e Lorenzo Finn come gli uomini su cui costruire il domani della sua squadra. Non a caso sono quelli che la Red Bull-Boraha fatto prolungare prima ancora dell’inizio della nuova stagione.

«L’asticella – ha detto Denk – per Lipo e per la squadra è sempre più alta, ma se Florian il prossimo anno non dovesse ripetere quanto fatto quest’anno, o addirittura calare un po’, non sarebbe la fine del mondo. Vorrei che percepisse davvero questa calma, questa tutela nei suoi confronti. E’ un talento e i suoi anni migliori devono ancora venire».

Un tedesco leader in un team tedesco: il sogno è grande e il rimando a Ullrich è inevitabile. Il Tour de France è al centro di questo progetto e con esso le pressioni. La sensazione è che Florian la pressione la avverta eccome. Rispetto ad altri leader è parso meno sorridente, ma anche più consapevole… almeno queste sono state le nostre sensazioni.

Molti dicono: «Pressione? No, non la sento». Poi, nel momento clou, vacillano o crollano. Lipowitz non sembra essere così. E in parte lo ha dimostrato proprio quest’anno al Tour de France. Nei momenti di difficoltà non ha ceduto. Ricordiamo, per esempio, il giorno del Col de La Loze.

«So – dice Lipowitz – che dovrò affrontare maggiori pressioni e che attorno a me ci saranno aspettative più elevate. So che le cose sono cambiate e che ci sono più pressioni. Cercherò di bloccarle in qualche modo».

Florian Lipowitz
Remco e Florian: i due gioielli della Red Bull-Bora. Sapranno convivere al Tour?
Florian Lipowitz
Remco e Florian: i due gioielli della Red Bull-Bora. Sapranno convivere al Tour?

Lipowitz e Remco

L’altro grande argomento messo sul piatto a Palma ha riguardato la convivenza con il nuovo arrivato, la stella: Remco Evenepoel. Lui è il leader assoluto.

«La convivenza con Remco non mi preoccupa – ha dichiarato Lipowitz – avere due punte in gare come il Tour può essere solo un vantaggio. Anche perché contro corridori come Vingegaard e Pogacar, che corrono a un livello completamente diverso, non è facile. Li ho sempre visti in televisione, non mi sarei mai aspettato di correre un giorno insieme a loro e di raggiungere quel livello. Penso che dopo quest’anno avrò una posizione diversa nella squadra e il piano è una doppia leadership paritaria. Una cosa è certa: se io sarò fuori dai giochi sarò pronto ad aiutarlo, e lui farà lo stesso. L’importante è che la Red Bull-Bora salga sul podio a Parigi».

Dicevamo della differenza di carattere e di approccio mediatico fra Lipowitz ed Evenepoel. E’ lo stesso tedesco a chiarire: «A Remco piace l’attenzione, ama essere al centro dell’attenzione. Per me non è proprio così. Ma magari ci completiamo a vicenda».

Florian Lipowitz
Lipowitz in allenamento sulle strade maiorchine (foto Red Bull – @georgemarshallphoto)
Florian Lipowitz
Lipowitz in allenamento sulle strade maiorchine (foto Red Bull – @georgemarshallphoto)

Gestione oculata

Altro aspetto da non sottovalutare è come la Red Bull-Bora-hansgrohe ha gestito Lipowitz. Dopo il podio al Tour de France tutti lo aspettavano. Era richiestissimo da media e organizzatori. Invece lo hanno fermato. Lo hanno protetto. Ha trascorso le vacanze di agosto in Italia, per dire, ed è rientrato in gara nel Giro di Germania, il Deutschland Tour. Poi è volato in Canada. Lì però la gamba non era quella della Francia: due ritiri. Le fatiche non erano scomparse e allora stop: stagione finita in anticipo e tempi di recupero allungati.

«Al Deutschland Tour – racconta Florian – ho trascorso ore a firmare autografi e a fare foto. Il mio corpo era esausto. Avevo decisamente bisogno di una pausa più lunga».

A Palma Lipowitz ha dunque ripreso a pedalare. E’ parso in ottima condizione, sempre molto attento anche alla crono e alla parte a secco. Forse sono eredità del biathlon, disciplina che richiede grande attenzione all’equilibrio, sia in senso stretto, sia nella gestione del corpo, pensando alla distribuzione della forza fra arti superiori e inferiori.

Non solo podio nella generale per Lipowitz al Tour 2025, ma anche la maglia bianca di miglior giovane
Non solo podio nella generale per Lipowitz al Tour 2025, ma anche la maglia bianca di miglior giovane

Calendario ridotto

Tolto il Trofeo Ses Salines, corsa di un giorno a fine gennaio proprio a Palma de Mallorca, Lipowitz, allo stato attuale, dovrebbe partecipare solo a due gare in vista del Tour de France: la Volta a Catalunya a fine marzo e il Tour de Romandie tra aprile e maggio, con in mezzo molta altura.

«Le ragioni di questa scelta – ha concluso Lipowitz – sono dovute alla mia predisposizione alle infezioni durante i mesi più freddi e al fatto che voglio esplorare nuove strade (probabilmente intendeva anche fare delle ricognizioni, ndr) con più ritiri di allenamento in altura».

In realtà il tedesco dovrebbe disputare anche il Tour Auvergne-Rhone-Alpes, il Delfinato in pratica. Anche perché, e questa sì che è una curiosità, sarebbe la prima corsa affrontata al fianco di Remco Evenepoel. Debuttare con questa convivenza direttamente al Tour de France, forse, non sarebbe l’ideale.

Speriamo solo non lo facciano diventare come quei campioni dei primi anni 2000 che si vedevano solo alla Grande Boucle. Stonerebbe con questo ciclismo.

Lorenzo Mark Finn, Giro del Belvedere 2025

Giro del Belvedere, cosa c’è dietro le quinte?

26.12.2025
6 min
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Quanto è cambiata la vita di un organizzatore di corse U23 negli anni dei devo team? In che modo avviene la selezione delle squadre? Come si valutano le continental italiane? Abbiamo posto queste e altre domande a Efren Chies, motore del Giro del Belvedere, che si correrà il 6 aprile del 2026, all’indomani del Trofeo Piva e il giorno prima del Palio del Recioto.

Nell’ultima edizione prima del Covid, la corsa di Villa di Villa di Cordignano era stata vinta da Battistella, davanti ad Aleotti e Sobrero. A partire dal 2021, la vittoria è andata ad Ayuso in maglia Colpack, poi Gregoire, Staune Mittet, Glivar e Lorenzo Finn (in apertura alla firma di partenza, immagine photors.it). Quattro devo team e fortunatamente in extremis un vincitore italiano.

«E’ stato un progredire di anno in anno – spiega Chies – perché da noi la partecipazione delle squadre straniere è sempre stata molto marcata. Con i devo team le cose sono cambiate, per cui devi ricercare l’equilibrio. E’ difficile rifiutare una devo, credo che il prossimo anno ne avremo una decina. Per ora non arrivano tutte, neppure al Giro Next Gen. Si vede che alcune fanno un calendario fitto e bello organizzato, mentre altre si limitano all’attività nazionale. Credo che il sistema non si sia ancora stabilizzato».

Il Giro del Belvedere fu organizzato per la prima volta nel 1923 e ha festeggiato i 100 anni. A sinistra Efren Chies, accanto al presidente Carlet
La prima edizione del Belvedere è datata 1923, per cui nel 2023 si sono festeggiati i 100 anni. A sinistra Efren Chies, accanto al presidente Carlet
Il Giro del Belvedere fu organizzato per la prima volta nel 1923 e ha festeggiato i 100 anni. A sinistra Efren Chies, accanto al presidente Carlet
La prima edizione del Belvedere è datata 1923, per cui nel 2023 si sono festeggiati i 100 anni. A sinistra Efren Chies, accanto al presidente Carlet
E’ importante per voi organizzatori che vincano atleti di queste grandi squadre?

Negli ultimi quattro anni ci sono stati vincitori con quattro maglie diverse e tutte del WorldTour, è chiaro che non ti dispiace. Poi se vince un italiano come Finn, è meglio ancora. Io sento comunque la responsabilità di offrire una chance ai team italiani, che possono così fare un’esperienza di alto livello a pochi chilometri da casa, quindi con meno costi.

La presenza di tanti stranieri ha cambiato la competenza del pubblico del Belvedere che notoriamente conosceva vita, morte e miracoli di ogni corridore italiano in gara?

Sta venendo fuori un pubblico giovane che cerca il corridore emergente. Anche i ragazzi si appassionano alla ricerca del nuovo campioncino, dopodiché il pubblico medio viene comunque perché li vede, perché è tradizione, perché si corre a Pasquetta. Però devi dargli anche altro, non è solo un evento ciclistico. Ci sono la gastronomia, la musica, devi curare ogni dettaglio.

Sul fronte della sicurezza, quindi transenne e palchi, le cose sono cambiate di molto?

Sempre di più. Prima andava bene comunque, oggi non puoi più rischiare. Devi essere sempre a posto, soprattutto perché siamo volontari, quindi non è proprio il caso di rischiare penalmente. Lo sport è pericoloso, arriva tanto pubblico, succede sempre qualcosa. Nell’ultima edizione abbiamo aggiunto un’altra ambulanza e c’erano tre medici, casomai succedesse qualcosa anche fra la gente. Si deve sempre aumentare, quindi crescono i costi di organizzazione e quelli della comunicazione. Se vuoi che rimanga una manifestazione di alto livello, devi continuamente investire. Poi arrivano questi grandi pullman e devi farli parcheggiare…

Finn è il vincitore uscente del Giro del Belvedere e corre nel devo team della Red Bull-Bora-Hansgrohe (photors.it)
Finn è il vincitore uscente del Giro del Belvedere e corre nel devo team della Red Bull-Bora-Hansgrohe (photors.it)
E’ cambiata anche la logistica, avete dovuto individuare altri parcheggi?

Ne abbiamo aggiunti. Prima del Covid, ognuno andava dove voleva. Dopo la pandemia abbiamo dovuto prevedere delle aree chiuse, quindi abbiamo dovuto organizzare ciascun team con i suoi spazi. In quel momento è cambiata la mentalità e da lì non si è tornati più indietro. Solo che adesso c’è bisogno di più spazi, quindi un parcheggio in più, cercando di dividere i team. Chi va da una parte chi va dall’altra, poi arrivano gli italiani che vanno dove vogliono.

Da organizzatori come vivete la lotta delle squadre italiane contro i devo team?

Sono consapevoli di essere in difficoltà. A parte pochi team che magari hanno in casa l’atleta forte e in condizione, sono coscienti dal mattino che piazzarne uno nei primi 15 sia un bel traguardo. Al Giro del Belvedere si corre in cinque, l’obiettivo per le più piccole diventa non più il podio o la vittoria, ma una top 10 che comunque ha un significato. E’ un motivo di visibilità, forse si riduce un po’ l’ambizione però vengono volentieri.

Sono già arrivate le richieste per il 2026?

Ne abbiamo già fra 50 e 60, per cui a qualcuno devi dire necessariamente di no. Ed è una delle cose più brutte, soprattutto se si tratta di lasciare fuori qualcuno che lo chiede da anni.

Come funziona la selezione?

Mi ricordo che un anno il Palio del Recioto provò a regolamentarla, ma non funzionò molto. Quindi facciamo da noi, con chi nel team organizzativo è più aggiornato sugli atleti. Dai un’occhiata ai risultati dell’anno prima. Prendi le devo e prendi le locali, perlomeno le trevigiane, avendo un occhio di riguardo per tutte le squadre venete. Poi prendi le maggiori italiane e non è che ti rimanga così tanto.

Nel 2019 il Belvedere va a Samuele Battistella, che poi vincerà il mondiale U23, al pari di Lorenzo Finn nel 2025
Nel 2019 il Belvedere va a Samuele Battistella, che poi vincerà il mondiale U23, al pari di Lorenzo Finn nel 2025 (foto Giro del Belvedere)
Nel 2019 il Belvedere va a Samuele Battistella, che poi vincerà il mondiale U23, al pari di Lorenzo Finn nel 2025
Nel 2019 il Belvedere va a Samuele Battistella, che poi vincerà il mondiale U23, al pari di Lorenzo Finn nel 2025 (foto Giro del Belvedere)
L’obiettivo è tenere la corsa al livello più alto?

Non siamo una corsetta di paese e non siamo una corsa di professionisti, ma abbiamo un ruolo: fare una gara al top, per far emergere atleti che l’anno dopo andranno nel professionismo. Dobbiamo gestirci in quest’ottica, per cui dobbiamo creare un equilibrio tra il livello top e il resto.

Il Giro del Belvedere è stato organizzato per anni da Ezio Piccoli. Poi quella Record Cucine Caneva chiuse e di recente ha chiuso anche la Zalf. Come avete vissuto quest’ultimo passaggio?

Era nell’aria, perché la loro sede era qua vicino, quindi le cose si sanno. Ugualmente ci è dispiaciuto. Luciano Rui è un amico, noi già soffrivamo della scomparsa della Record Cucine di Stecca (il soprannome di Ezio Piccoli, ndr), che era proprio di Villa di Villa. La fece lui internazionale e in quegli anni il Giro del Belvedere era la grande sfida Caneva e Zalf. Per questo la loro scomparsa ci ha fatto male, ma bisogna essere realisti.

In che senso?

Dobbiamo prendere atto che una volta il mondo del ciclismo era più piccolo. Oggi ha diffusione mondiale, per cui il numero dei corridori italiani che c’era prima oggi non è più possibile.

E' l'edizione 1984, vinta da Renato Piccolo. Primo a sinistra Ezio Piccoli, vincitore nel 1965 e organizzatore
E’ l’edizione 1984, vinta da Piccolo. Primo a sinistra Ezio Piccoli, vincitore nel 1965 e organizzatore, scomparso nel 2017 (foto Giro del Belvedere)
E' l'edizione 1984, vinta da Renato Piccolo. Primo a sinistra Ezio Piccoli, vincitore nel 1965 e organizzatore
E’ l’edizione 1984, vinta da Piccolo. Primo a sinistra Ezio Piccoli, vincitore nel 1965 e organizzatore, scomparso nel 2017 (foto Giro del Belvedere)
Cambia qualcosa per voi il fatto che le professional non potranno portare i loro U23 alla vostra gara?

Il valore aggiunto di avere certe squadre sta nel valore degli atleti. Neppure questa notizia è stata così sorprendente, però mi metto nei loro panni e mi rendo conto che è antipatico stravolgere il proprio progetto in così breve tempo. Qualche corridore probabilmente sarebbe venuto volentieri, per cui credo che sarebbe stato opportuno quantomeno un tempismo migliore.

Si è portati a dire che la corsa dell’anno successivo si inizi a preparare l’indomani: qual è la realtà?

Potremmo dire che non finisce mai, in realtà sono quattro mesi tosti, direi dal primo dicembre (il Giro del Belvedere si correrà il 6 aprile 2026, ndr). Il giorno dopo di solito si riposa e si sta al telefono, poi si va al Recioto ben rilassati a vedere gli amici di Negrar che lavorano. Quindi quattro mesi, ma un periodo che ogni anno si allunga di un po’…

Jakob Omrzel, Bahrain Victorious, Giro di Slovenia 2025

Omrzel e il WorldTour: passaggio inevitabile, ma con moderazione

26.12.2025
4 min
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Jakob Omrzel non vuole essere paragonato a Tadej Pogacar,e da questo punto di vista ha anche ragione. Il talento dello sloveno che nel 2025 ha conquistato il Giro Next Gen e Capodarco non si discute. Quando però il metro di paragone diventa l’altro sloveno, il rischio è di essere oscurati dalla sua ombra, così è bene discostarsi e proseguire il proprio cammino in autonomia. Dopo un solo anno tra gli under 23, con il devo team della Bahrain Victorious, eccolo entrare nel WorldTour. Al pari dell’altro talento uscito dal lavoro di Alessio Mattiussi e il suo staff – Alessandro Borgo – il futuro prossimo è dedicato all’apprendimento. 

«E’ iniziata una nuova stagione – racconta Omrzel con l’entusiasmo dei suoi 19 anni – e mi sento benissimo. Nuove persone, modi di fare e tante altre novità. Sto lavorando bene e ho tanta voglia di imparare. Rispetto allo scorso anno, ci sono dei piccoli cambiamenti che fanno la differenza, tutto è più controllato e preciso. E’ normale sia così, entrare nel WorldTour deve prevedere un passo in avanti».

Jakob Omrzel ha dimostrato il proprio talento e l’attitudine per le corse a tappe vincendo il Giro Next Gen 2025 (foto La Presse)
Jakob Omrzel ha dimostrato il proprio talento e l’attitudine per le corse a tappe vincendo il Giro Next Gen 2025 (foto La Presse)
Qual è stato il primo passo?

Il modo di allenarsi e di pensare. Ci saranno gare diverse con corridori più esperti e penso che questo sia un vantaggio per me. Anche lo scorso anno ho visto che tra i professionisti mi trovo bene, il modo di correre mi si addice di più. 

Il tuo percorso di crescita che cosa prevede quest’anno?

Per essere un buon ciclista a lungo termine ci si deve concentrare sul miglioramento continuo, ma si tratta di un processo graduale che avviene con il tempo. Ad esempio quest’anno mi concentrerò sulle corse a tappe, ma non sui Grandi Giri. Alla mia età è un po’ troppo presto, soprattutto se voglio imparare bene e avere una carriera lunga e di successo. Insieme al team ci concentreremo sulle gare professionistiche e su alcune gare WorldTour, ma non sappiamo ancora quali.

A Capodarco, classica d’estate riservata agli U23, Ormzel si è definitivamente consacrato (photors.it)
A Capodarco, classica d’estate riservata agli U23, Ormzel si è definitivamente consacrato (photors.it)
Tecnicamente senti di essere uno scalatore? E’ questa la tua strada?

Non si può mai essere sicuri al 100 per cento, il futuro può sempre riservare delle sorprese. Di sicuro mi allenerò duramente e cercherò di crescere anche dal punto di vista fisico. Questo (essere uno scalatore, ndr) sarà il mio percorso principale, ma non sto guardando solamente a ciò. Vorrei essere un ciclista completo. 

Hai vinto il Giro Next Gen, poi Capodarco, ci sono percorsi che preferisci? 

Sono forte in salita, vanno bene tutte, basta che la strada guardi all’insù. Anche le tappe pianeggianti o percorsi misti fanno al caso mio (Omrzel ha riaperto il Giro Next Gen a Gavi in una tappa non per scalatori puri, ndr). Non importa quale sia il percorso, voglio solamente migliorare.

Jakob Omrzel, Bahrain Victorious Development, Giro Next Gen 2025, Prato Nevoso (foto La Presse)
Omrzel è uno scalatore regolare, preferisce leggere la corsa e reagire di conseguenza (foto La Presse)
Jakob Omrzel, Bahrain Victorious Development, Giro Next Gen 2025, Prato Nevoso (foto La Presse)
Omrzel è uno scalatore regolare, preferisce leggere la corsa e reagire di conseguenza (foto La Presse)
C’è un metodo di correre che ti si addice di più?

Mi piace guardare cosa succede in gara e reagire di conseguenza. Sembra facile ma non lo è, mantenere la calma e rimanere concentrati è un passo importante da fare anche nelle situazioni più complicate. 

Senti la pressione di dover dimostrare? 

No. L’unica pressione che sento è quella che mi metto io stesso, ma non è una cosa negativa. Voglio progredire, divertirmi e cercare di ottenere risultati. Fino a quando rimango concentrato sul mio lavoro va bene.

Jakob Omrzel, Bahrain Victorious, Giro di Slovenia 2025
Al Giro di Slovenia, corsa di casa di livello 2.Pro, Omrzel ha vinto la maglia bianca riservata al miglior giovane
Jakob Omrzel, Bahrain Victorious, Giro di Slovenia 2025
Al Giro di Slovenia, corsa di casa di livello 2.Pro, Omrzel ha vinto la maglia bianca riservata al miglior giovane
In una corsa a tappe capitano delle giornate difficili, come le riconosci e in che modo le gestisci?

Le giornate “no” ci sono per tutti, anche per un campione come Pogacar. Fanno parte della vita e del ciclismo e se vuoi avere una carriera lunga bisogna imparare a mantenere la calma, tutto qui. 

Non pensi sia troppo presto passare professionista dopo un solo anno da under 23?

Si tratta di progredire e farlo con costanza. Quello che ho visto lo scorso anno è che posso diventare un corridore forte, ma servono i giusti passi. Uno di questi è diventare professionista, era il momento giusto per me. Ognuno fa quel che ritiene giusto, penso che in breve tempo sarò compatibile con il WorldTour.

Federica Venturelli

Venturelli, la favola continua. E ora il WorldTour

26.12.2025
5 min
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BENIDORM (Spagna) – Ricordate qualche giorno fa quando chiedemmo a Elisa Longo Borghini chi potesse essere la sorpresa del 2026 tra le professioniste? E ricordate anche che cosa rispose la campionessa italiana? «Punto deciso su Federica Venturelli», la sua compagna di squadra nella UAE ADQ. Venturelli che sta facendo passi da gigante. E’ arrivata terza ai mondiali under 23 a crono e poi ha vinto la prova degli europei. In pista fa faville col quartetto femminile. La velocità e la potenza sul passo sono il suo DNA. Ma visto come va su strada più che l’erede tecnica di Vittoria Guazzini, è una Ganna al femminile.

La giovane lombarda è approdata quest’anno al WorldTour, anzi… tecnicamente lo farà fra cinque giorni, quando scatterà il nuovo anno. Quello che ci ha colpito, osservandola nei giorni del training camp, è la considerazione che preparatori e atlete hanno nei suoi confronti. Ne parlano tutti un gran bene. Il perché? Scopriamolo insieme.

Federica Venturelli
Federica Venturelli (classe 2005), qui con Denis Favretto di Sidi, ha già debuttato nel WT. Ora passerà ufficialmente dal devo team alla prima squadra della UAE Adq
Federica Venturelli
Federica Venturelli (classe 2005), qui con Denis Favretto di Sidi, passa ufficialmente dal devo team alla prima squadra della UAE Adq
Come sta andando questo ritiro, Federica? Ti senti più padrona della situazione rispetto a un anno fa?

Sicuramente mi sento più a mio agio. Man mano che si va avanti conosco sempre di più le ragazze e lo staff. E’ molto bello stare qui in ritiro tutti insieme, ci si gode un po’ di tempo perché poi, durante la stagione, ognuna ha calendari diversi. Con tante ragazze, anche per caratteristiche differenti, non è sempre facile incrociarsi tra allenamenti e calendari diversi. Per cui sta andando tutto bene, ci stiamo divertendo.

Quali saranno i tuoi obiettivi nel prossimo anno?

Per quanto riguarda le gare specifiche non so ancora bene cosa mi aspetterà, perché i programmi ci arriveranno proprio in questi giorni.

E più in generale?

L’obiettivo principale sarà riuscire ad abituarmi al livello più alto che mi aspetta, perché il salto nel WorldTour è importante. Passerò dal giocarmela in prima persona al supportare maggiormente le altre ragazze, soprattutto nel finale, e magari a lavorare di più nelle fasi iniziali. Per me però la motivazione non cambierà: cercherò di aiutare il più possibile, di imparare e di migliorare in ottica futura.

Venturelli
Federica è rimasta colpita dalla grandezza del team, dello staff, dei mezzi. Questa è una parte del locale dove si cambiavano le ragazze prima di uscire in bici
Venturelli
Federica è rimasta colpita dalla grandezza del team, dello staff, dei mezzi. Questa è una parte del locale dove si cambiavano le ragazze prima di uscire in bici
Vi abbiamo visto uscire in gruppi diversi: su che basi vengono divisi?

Prima di tutto i gruppi sono pensati per evitare uscite troppo numerose, che diventerebbero un problema per traffico e ammiraglie. Poi vengono divisi in base alle caratteristiche: c’è il gruppo delle sprinter e delle passiste e quello delle scalatrici.

Tu eri tra le scalatrici… ovviamente!

Possiamo fare finta di sì, ma solo finta! Scherzi a parte, c’è anche il gruppo delle ragazze che correrà in Australia, che saranno le prime ad attaccare il numero sulla schiena. Loro fanno già lavori diversi perché dovranno iniziare a correre prima. In sostanza questi sono i tre gruppi, a cui poi si aggiunge quello delle Devo.

Stai aumentando le ore di lavoro? Ti stai allenando di più o in modo diverso?

In ritiro si fanno sempre tante ore, anche più dell’anno scorso rispetto a quando poi sarò a casa. Qui si punta molto sul volume, anche perché allenarsi insieme è più facile rispetto a farlo da sole. Cinque ore qui passano bene, a casa un po’ meno. So di avere grandi margini di miglioramento, perché negli anni scorsi ho lavorato con volumi piuttosto bassi. Qui stiamo iniziando a mettere delle belle ore, ma sarà un percorso graduale nei prossimi anni.

Passista dalle doti importanti, dopo il bronzo iridato e l’oro europeo tra le U23, Venturelli punta ancora a migliorarsi a cronometro
Passista dalle doti importanti, dopo il bronzo iridato e l’oro europeo tra le U23, Venturelli punta ancora a migliorarsi a cronometro
Hai detto che ti trovi bene in ritiro: chi ti sta aiutando di più a inserirti nel gruppo?

Direi il tempo. Più tempo si passa insieme, più tutto diventa naturale. Le ragazze del WorldTour erano già molto aperte anche quando ero Devo, eravamo già abbastanza legate. Ragazze come Lara Gillespie e Paula Blasi, che sono passate prima di me, mi stanno aiutando a fare le cose in modo graduale. Inoltre il fatto che ci siano tante italiane rende tutto più facile: la barriera linguistica non c’è e, anche se non ho problemi con l’inglese, parlare la stessa lingua è sempre diverso.

C’è qualcosa che senti di dover migliorare in particolare? Penso alla potenza breve, ai cinque minuti…

Punto molto a migliorarmi a cronometro. E’ un percorso che ho già iniziato e che voglio continuare, perché penso possa essere uno dei miei punti di forza. In questi giorni avremmo dovuto lavorarci un po’ di più, ma il maltempo ci ha costretto a modificare i programmi. Avevamo in programma due uscite: una easy e una con lavori specifici per la crono.

Il supporto di una struttura così importante si avverte?

Assolutamente sì. Con una struttura del genere è tutto più facile. Tra WorldTour e devo siamo in tantissime come atlete e anche lo staff è molto numeroso. Pensate che abbiamo fatto un incontro di presentazione della squadra e dei ruoli, proprio perché per le ragazze nuove può essere complicato riuscire a muoversi con così tante persone. Sapere che c’è un supporto così ampio è un onore e facilita molto il lavoro quotidiano, perché tutti cercano sempre di metterci nelle migliori condizioni possibili.

Matteo Scalco, VF Group-Bardiani CSF-Faizanè, Giro Next Gen 2025

La crescita di Scalco: graduale, costante e rivolta al futuro

25.12.2025
5 min
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Quando in XDS Astana c’è stato da valutare su quali atleti puntare per costruire la squadra del futuro, sono stati visti diversi profili e dati. Nel momento in cui tra le mani dello staff della formazione WorldTour è passato quello di Matteo Scalco l’indice ha smesso di correre lungo il foglio. Quando si valutano i corridori si passa anche sotto la lente d’ingrandimento dei preparatori, i quali valutano numeri e tabelle dando un riscontro oggettivo alle sensazioni e alle idee dei tecnici. Claudio Cucinotta, preparatore della XDS Astana, di materiale su Matteo Scalco ne aveva parecchio visto che con il ragazzo veneto lavora da un anno. 

«Quando mi è stato chiesto un parere su di lui – dice Cucinotta – ho detto loro che a mio avviso è un atleta valido. Alla fine la squadra ha deciso di prenderlo. Sicuramente mi fa piacere, anche perché è un bravo ragazzo con ottimi valori. Poi il fatto di averlo seguito direttamente nella passata stagione mi fa ancora più piacere».

Claudio Cucinotta è uno dei preparatori della XDS Astana e lavora con Scalco dal 2025
Claudio Cucinotta è uno dei preparatori della XDS Astana e lavora con Scalco dal 2025
Come avete iniziato a lavorare insieme?

Mi ha contattato Scalco stesso, sapeva chi fossi e voleva essere seguito da me. Io gli ho dato la mia disponibilità e abbiamo cominciato il nostro percorso insieme. Ho trovato un buon corridore, di buon livello. Nel 2025 è migliorato tanto, ha avuto un’ulteriore maturazione fisica e ancora più solidità. 

Che corridore hai trovato?

Ho cercato di esaltare le sue caratteristiche. Scalco è un un ottimo scalatore, ha da migliorare sull’esplosività e su questo abbiamo lavorato, ma non in maniera eccessiva. A livello di allenamenti non abbiamo stravolto nulla rispetto ai due anni precedenti da under 23. Inoltre è maturato ancora fisicamente e non è un dettaglio da poco. 

Matteo Scalco, VF Group-Bardiani CSF-Faizanè, Giro Next Gen 2025
Scalco ha dimostrato una costanza importante, una qualità sulla quale lavorare e da valorizzare in futuro
Matteo Scalco, VF Group-Bardiani CSF-Faizanè, Giro Next Gen 2025
Scalco ha dimostrato una costanza importante, una qualità sulla quale lavorare e da valorizzare in futuro
Era in linea con gli altri ragazzi under 23?

Possiamo dire che l’ho trovato un pochino più indietro rispetto ai suoi coetanei a livello di maturazione fisica. E’ una cosa che si percepisce a livello di muscolatura, infatti nel corso della stagione è cambiato. Diciamo che ha ancora margine. 

Quanto avete spinto sull’acceleratore?

Non sono uno che esagera a livello di carico sui giovani, magari anche a discapito di un risultato a breve termine. L’idea è di lavorare in prospettiva futura, soprattutto con i ragazzi che possono raggiungere il professionismo e magari fare anche una bella carriera. L’obiettivo non deve essere quello di farli migliorare oggi per domani, ma di costruire a lungo termine.

Matteo Scalco, VF Group-Bardiani CSF-Faizanè, Giro Next Gen 2025
Con il passaggio nel devo team della XDS Astana Scalco potrà correre le gare under 23 sfruttando il quarto anno nella categoria
Matteo Scalco, VF Group-Bardiani CSF-Faizanè, Giro Next Gen 2025
Con il passaggio nel devo team della XDS Astana Scalco potrà correre le gare under 23 sfruttando il quarto anno nella categoria
Scalco è stato uno dei ragazzi under 23 più costanti…

Si tratta dell’unico corridore capace di fare una top 10 sia al Giro Next Gen che al Giro della Valle d’Aosta. Erano le due corse a tappe più importanti nel suo calendario da under 23, questo è sinonimo di grande costanza e solidità nelle prestazioni. 

Quanto può fare conto su queste caratteristiche e quanto si deve un po’ lavorare per migliorare sul risultato finale?

L’essere costante va a suo vantaggio, magari non è un corridore che raggiunge grandi picchi durante la stagione. Questa è anche la mia filosofia, puntare su obiettivi tanto specifici durante l’anno non è sempre il massimo per un under 23. C’è sempre il rischio di perdere delle esperienze diverse o certe gare che possono rivelarsi alla tua portata. Chiaramente è impossibile andare forte tutto l’anno, ma per un under 23 si possono evidenziare le classiche di aprile in Italia e poi il periodo con Ronde de l’Isard, Giro Next Gen e Giro della Valle d’Aosta

Quando arriverà il momento di specializzarsi?

Con questo percorso di crescita Scalco avrà modo di arrivare al professionismo (ha già contratto per le stagioni 2026-2027 nel WorldTour, sempre con XDS Astana, ndr) con un bagaglio di esperienze ampio e una solidità di performance importante. Specializzarsi ora la vedo una scelta precoce, non ci interessa il numero di vittorie ma la crescita dell’atleta. 

Matteo Scalco, VF Group-Bardiani CSF-Faizanè, Trofeo Valdengo-Oropa 2025
Scalco ha fatto vedere anche buone prestazioni tra i professionisti, qui alla Valdengo-Oropa chiusa al decimo posto
Matteo Scalco, VF Group-Bardiani CSF-Faizanè, Trofeo Valdengo-Oropa 2025
Scalco ha fatto vedere anche buone prestazioni tra i professionisti, qui alla Valdengo-Oropa chiusa al decimo posto
Da qui la scelta di fare un anno nel devo team?

Non c’è fretta di passare professionisti e soprattutto un anno ancora da under 23 con la possibilità di fare altre esperienze con la formazione WolrdTour gli permetterà di capire che corridore potrà essere. E’ presto per dirlo, sicuramente è uno scalatore ma non sappiamo se da corse a tappe di una settimana o da Grandi Giri. Tanti under 23 sembravano poter diventare atleti da tre settimane, per poi non diventarlo mai. Inoltre con il cambio di regolamento i corridori di squadre WorldTour e professional non possono correre le gare under 23. 

Senza fretta quindi?

Ultimamente la ricerca del fenomeno ci porta a pensare che se un ragazzo di 20 anni non passa professionista è da buttare. Non è così, qualcuno è pronto ma tanti altri devono fare esperienza e farsi tutta la gavetta nella categoria under 23. Quattro anni permettono di fare un cammino progressivo e lineare e far emergere gradualmente le qualità dell’atleta. In questo modo rischiamo di perdere tanti talenti per strada. A cosa servono i devo team allora se comunque ci troviamo a far bruciare le tappe ai ragazzi?

Giro d'Onore 2025, Roma, atleti paralimpici,

2025, l’anno record: i “para” e il bilancio di Addesi

25.12.2025
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ROMA – Pierpaolo Addesi ha visto sfilare i suoi medagliati sul palco del Giro d’Onore. Il 2025 del settore paralimpico ha avuto del prodigioso. E come dice lo stesso cittì, dei 21 titoli mondiali del ciclismo, 11 sono del paralimpico. E il suo è l’unico settore che non abbia avuto i campionati europei: con quelli la FCI avrebbe superato le 120 medaglie totali.

Un bilancio così buono nell’anno post olimpico fa capire che il capitale umano a disposizione del cittì Addesi sia di prima qualità. E che le basi gettate per rifondare il movimento sono già solide e larghe abbastanza da sostenere lo sforzo di tutti.

Il cittì Addesi con Luca Mazzone ai mondiali del 2023 a Glasgow: l’anno della ripartenza del settore paralimpico sotto la sua conduzione
Il cittì Addesi con Luca Mazzone ai mondiali del 2023 a Glasgow: l’anno della ripartenza del settore paralimpico sotto la sua conduzione
Pierpaolo Addesi, ti aspettavi un anno così buono?

Dico la verità: su pista avevo il punto interrogativo. Però immaginavo che potesse succedere qualcosa di buono, semplicemente perché gli atleti sono pressoché gli stessi, a parte quelli del tandem della velocità, e sono riuscito a gestirli bene fra strada e pista. Non mi limito al mio modo di pensare oppure alle mie esperienze. Mi piace spaziare e dare voce a chi può saperne anche più di me e la prima richiesta che ho fatto lo scorso anno è stato poter lavorare con il team performance. Dopo quello che hanno fatto con gli atleti normodotati, avrebbero potuto aiutare anche noi.

Ha funzionato?

Ho avuto ragione, perché con loro c’è stato proprio un cambio di marcia. Sulla preparazione, sui vantaggi nel seguire gli atleti, sulla metodologia di allenamento. Poi avevo chiesto di essere affiancato da un tecnico della pista. Conoscevo Fabio Masotti da tanti anni, perché ha gareggiato a Pechino da normo, mentre io c’ero come para. Sapevo che sarebbe stato un grosso aiuto e così è stato. Mi piace anche come lavora, è uno quadrato. E poi la Federazione ci ha aiutato tanto con il discorso dell’inclusione.

Masotti Villa 2018
Fabio Masotti, friulano classe 1974 (tesserato Fiamme Azzurre), è stato azzurro della pista, poi collaboratore di Villa e ora di Addesi
Masotti Villa 2018
Fabio Masotti, friulano classe 1974 (tesserato Fiamme Azzurre), è stato azzurro della pista, poi collaboratore di Villa e ora di Addesi
In che modo?

Ne avevamo bisogno e ho scoperto che quando la metti in atto, smetti anche di parlarne perché diventa la normalità. Siamo andati in pista ad allenarci con la nazionale elite, con gli juniores. Ci siamo scambiati le entrate in base alle necessità, ci siamo aiutati a vicenda. Ho trovato colleghi disponibilissimi: questo ci ha fatto fare un altro salto e secondo me andrà sempre meglio. Perché intanto arrivano le nuove leve e i ragazzi, vedendo tutto questo coinvolgimento, si sono sentiti più motivati.

Un bel segnale da parte delle altre categorie…

Ho ringraziato proprio per questo. Quando entri in una pista e ti senti diverso, ti accorgi di essere trattato in un altro modo. Invece vedendo la moto che girava e dietro gli atleti paralimpici che si agganciavano insieme ai normodotati, ho avuto la sensazione di appartenere alla stessa famiglia.

Cretti è stata una delle rivelazioni del 2025: potenzialmente vincitrice in ogni specialità
Claudia Cretti è stata una delle rivelazioni del 2025: secondo Addesi, è potenzialmente vincitrice in ogni specialità
Cretti è stata una delle rivelazioni del 2025: potenzialmente vincitrice in ogni specialità
Claudia Cretti è stata una delle rivelazioni del 2025: secondo Addesi, è potenzialmente vincitrice in ogni specialità
Claudia Cretti è stata la star dei mondiali su pista.

Sono già tre anni che le dico: «Se vuoi, tu puoi vincere tutto». Sono sempre convinto di questa cosa e del fatto che questo sia solo l’inizio. Sono riuscito a gestirla dallo scorso anno anche sotto il profilo degli allenamenti. E’ riuscita a perdere peso da sola e gradualmente, si è mentalizzata e adesso è una macchina da guerra. Io ho un obiettivo 2026 con lei, gliene parlavo poco fa: «Dobbiamo vincere il mondiale su strada». Dal mio punto di vista è una corsa adatta a lei. Forse deve migliorare ancora a crono, ma tutto il resto è alla sua portata: è un atleta che può darci veramente tanto. E poi stanno arrivando tanti ragazzi nuovi.

Il ringiovanimento è uno dei punti su cui Addesi insiste da tempo.

C’è stato anche un bel cambio generazionale. Vanno bene Mazzone e Cornegliani, che sono dei perni, però quello che c’era prima non si vede più. Un’altra cosa importante è stato bilanciare le varie categorie. Mi ricordo che alla prima trasferta in Belgio del 2023 andammo con 18 handbike, più due biciclette e due o tre tandem. Mi sono reso conto che era troppo ed era anche un problema, perché muoversi con tante handbike e atleti in carrozzina era difficile anche sul piano logistico.

A Roma c'era anche Marco De Sanctis, presidente del Comitato Olimpico Paralimpico, che ha lodato i risultati del gruppo di Addesi
A Roma c’era anche Marco De Sanctis, presidente del Comitato Italiano Paralimpico, che ha lodato i risultati del gruppo di Addesi
A Roma c'era anche Marco De Sanctis, presidente del Comitato Olimpico Paralimpico, che ha lodato i risultati del gruppo di Addesi
A Roma c’era anche Marco De Sanctis, presidente del Comitato Italiano Paralimpico, che ha lodato i risultati del gruppo di Addesi
Invece adesso?

Non si è trattato di tagliare le handbike, ma ho voluto bilanciare la squadra. Adesso vediamo 5-6 ciclisti, 7-8 handbike, 4-5 tandem. E poi alle Olimpiadi le specialità per le handbike sono poche, se invece vado con un ciclista, può fare la strada e la crono, ma anche lo scratch, l’eliminazione e la velocità olimpica in pista. La Francia ci insegna.

La pista è potenzialmente un nuovo terreno di caccia?

Puntiamo a Los Angeles per vincere anche le medaglie su pista, una cosa che prima non c’era. Chi mi ha preceduto ci ha puntato poco, non capisco se per mancanza di atleti o perché hanno preferito legarsi alle specialità che davano risultati più sicuri. Io oggi ho Cretti e solo lei ho tre medaglie garantite a Los Angeles. Ci sono altri ragazze e ragazzi con cui stiamo trattando, ma di cui preferisco non fare i nomi. E poi c’è Stacchiotti, che quest’anno è molto più motivato. Sta per diventerà papà quindi non sarà coinvolto nella prima trasferta in Thailandia, però anche lui è un uomo di punta, un uomo che potrebbe fare bene anche al mondiale.

I tandem della velocità: Ceci e Meroni, poi i presidenti De Sanctis e Dagnoni, quindi Colombo e Bissolati
I tandem della velocità: Ceci e Meroni, poi i presidenti De Sanctis (CIP) e Dagnoni (FCI), quindi Colombo e Bissolati
Come va invece con lo sviluppo dei materiali?

Con l’handbike siamo già a buon punto, c‘è un’evoluzione già importante e sta arrivando una sorpresa importante. Abbiamo chiesto un supporto a Dallara che già produce handbike e potrebbe sostenerci anche con i tandem. Magari nel 2026 avremo gli stessi materiali, ma in prospettiva ne avremo di altissimo livello. I ciclisti hanno Pinarello, le biciclette dei normo, siamo a posto, il tandem no e la mia richiesta è che Dallara possa studiare anche quelli. La Federazione si è mossa, loro si sono resi disponibili e ci hanno permesso di andare in galleria del vento con i tandem. Sono sicuro che in questo modo arriveremmo al livello degli altri. Con i materiali giusti, si può ragionare sulla composizione degli equipaggi.

Vale a dire?

Se prendo l’argento del tandem con uno stradista come Totò per guida, significa che se metto un inseguitore di livello com’era Plebani e come sicuramente ce ne sono tanti altri, allora l’oro non è vietato. Abbiamo conquistato Scartezzini, che però ha 34-35 anni, quindi in una prospettiva un po’ lunga, devo iniziare a valutare i ragazzi giovani. Devo parlare con i miei colleghi e arrivare al punto che se un atleta non è la loro prima scelta mentre per noi è importante, si può chiedergli di passarcelo.

Mazzone e Cornegliani sono ancora i due perni della nazionale, ma Addesi sta lavorando a un ringiovanimento
Mazzone e Cornegliani sono ancora i due perni della nazionale, ma Addesi sta lavorando a un ringiovanimento
Hai già qualche nome?

Ci sono inseguitori forti di 23-24 anni e a me serve uno di loro. Con i test che ha, oggi Bernard è forse l’inseguitore più forte al mondo. Se posso dargli un vero inseguitore per guidare il tandem, perché non pensare che a Los Angeles andremo per vincere la medaglia d’oro?

Sogno o progetto?

Sogno, ma ci credo. E devo dire grazie ai miei collaboratori. Mi piace ascoltare i consigli, le decisioni spesso si prendono insieme. L’ultima parola è di Addesi, ma non è mai la scelta di uno solo. So prendere le decisioni, ma se hai accanto le persone giuste, devi sapertene giovare. Questo secondo ha fatto nascere un gruppo forte, persone che si vogliono bene tra di loro. Ho creato un gruppo di amici, è già il secondo anno che ci troviamo per la cena di fine anno. Questo mi fa capire che stanno bene anche loro e io li ringrazio perché il merito non è solo del commissario tecnico.

Mattias Skjelmose

Skjelmose: Giro rimandato e colpi di fioretto con Ayuso

25.12.2025
5 min
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DENIA (Spagna) – Se giusto ieri avevamo parlato di Mads Pedersen come leader della Lidl-Trek, oggi apriamo così questo articolo che riguarda Mattias Skjelmose. Sentite qua. Il danese arriva in conferenza e dopo poche domande si finisce a parlare inevitabilmente del suo rapporto con Juan Ayuso. Noi giornalisti gli chiediamo come condivideranno la leadership, anche nelle classiche delle Ardenne. A quel punto il biondino fa una faccia con stampato sopra un punto interrogativo che si potrebbe toccare con mano. Si ferma e si lascia andare: «Ah, Ayuso fa le Ardenne? Mi avevano detto che sarei stato io l’unico leader».

Si inizia col botto, insomma. L’arrivo dello spagnolo non era stato accolto benissimo da Skjelmose, che credeva, in ottica futura, di essere il faro del team. Adesso le cose sembrano non partire nel migliore dei modi. Ma per onestà va detto che il resto della conferenza è andato bene. Mano tese da entrambe le parti e condivisione di spazi e programmi leggermente differenti. E che le cose tra la Lidl-Trek e Skjelmose vadano bene lo conferma anche il fatto che Mattias ha prolungato il suo contratto fino al 2028.

Mattias Skjelmose
Mattias Skjelmose (classe 2002) durante il media day a Denia. Il danese ha prolungato con la Lidl-Trek fino al 2028
Mattias Skjelmose
Mattias Skjelmose (classe 2002) durante il media day a Denia. Il danese ha prolungato con la Lidl-Trek fino al 2028

Il rapporto con Ayuso

A parte quello “screzio”, Mattias ha espresso belle parole nei confronti di Ayuso. «Ci stiamo conoscendo in questi giorni – ha detto Skjelmose – ci ho parlato poche volte. E’ un bravo ragazzo e, se ci sarà bisogno, sarò pronto ad aiutarlo». Qui tornano in mente le parole che lo stesso Mattias aveva detto questa estate: «Se non ha aiutato Pogacar, la vedo dura che possa aiutare me o altri».

I due avranno da lavorare sul loro rapporto. D’altra parte faranno gran parte del calendario insieme e avranno modo di conoscersi e imparare reciprocamente come correre fianco a fianco.

«Juan – ha proseguito il danese – mi sembra essere un nerd come me per quanto riguarda l’attrezzatura, i dettagli e la preparazione. Sono contento e penso che possiamo rispecchiarci l’uno nell’altro e aiutarci molto a vicenda. E per farlo dobbiamo conoscere i punti deboli e quelli di forza l’uno dell’altro. Penso che il modo migliore per impararli sia gareggiare insieme. Essere compagni di squadra significa anche essere più onesti. Con Juan condivideremo la leadership alla Parigi-Nizza e ai Paesi Baschi. Poi vedremo…». Frase sibilina quest’ultima. Vera, ma che suona quasi come un avvertimento.

Il fatto è che sin qui, senza un vero “rivale” per caratteristiche tecniche, Skjelmose si era sentito leader e soprattutto uomo su cui investire. In qualche modo era coccolato e sicuro. Ora gli equilibri cambiano. Anche in seno al team dove nei suoi confronti si era sempre lavorato in un certo modo.

Mattias Skjelmose
Faun Ardeche, febbraio 2025, Ayuso e Skjelmose sul podio: ancora non sapevano che sarebbero diventati compagni di squadra
Mattias Skjelmose
Faun Ardeche, febbraio 2025, Ayuso e Skjelmose sul podio: ancora non sapevano che sarebbero diventati compagni di squadra

Idea Giro d’Italia

Una delle cose che ci ha piacevolmente colpito di Skjelmose, e che dice molto delle sue ambizioni, ha riguardato il Giro d’Italia. «Avrei voluto fare il Giro – ha detto Matias – ma la squadra ha deciso diversamente. Per me poteva essere un obiettivo importante e mi sarebbe piaciuto essere il leader, ma capisco anche la decisione del team. Mi hanno dato una spiegazione. Loro mi sostengono, quindi io sostengo loro. Finora hanno preso decisioni davvero ottime per me e credo che continueranno a farlo anche in futuro».

Skjelmose è uno che cresce piano. Non è il talento che spunta e vince subito. E’ un ottimo corridore che deve arrivarci per gradi. Un po’ come Joao Almeida, per intenderci. Insomma, non è Remco, non è Pogacar e forse neanche Ayuso.

Uno così al Giro d’Italia ci sarebbe stato bene, ma evidentemente nella corsa rosa la squadra punta tutto sugli sprint di Jonathan Milan e sugli assalti alle tappe. Giustamente, Skjelmose avrebbe comportato ben altra formazione. In ogni caso, per lui c’è la Vuelta da leader.

Amstel 2025: al colpo di reni Skjelmose (a destra) batte Pogacar ed Evenepoel
Amstel 2025: al colpo di reni Skjelmose batte Pogacar ed Evenepoel (fuori campo sulla sinistra)

Quell’Amstel…

Si è parlato anche della sua vittoria all’Amstel Gold Race, con un ordine d’arrivo che un ragazzo che corre in bici probabilmente non riuscirebbe a concepire neanche nei sogni: primo davanti a Tadej Pogacar e Remco Evenepoel.

«E’ stato un momento importantissimo per me – ha detto Skjelmose – che mi ha dato carica e fiducia. E’ stata una vittoria speciale e inaspettata, senza dubbio il risultato più importante della mia carriera. Questo dimostra che questi campioni si possono battere, ma certo devo fare la gara perfetta nel giorno perfetto e loro devono commettere qualche errore. In caso contrario è molto difficile».

Una consapevolezza importante quella del danese che sa bene che non sarà facile bissare quel successo o che uno come Pogacar sbagli due volte. Ma l’importante è esserci. Molto vicini gli saranno in tal senso il suo diesse, Kim Andersen, e il nuovo arrivato nello staff Andy Schleck, uno che di lotte con grandi campioni ne sa qualcosa.

Mattias Skjelmose
Skjelmose in allenamento sulle strade di Andorra (foto Instagram)
Mattias Skjelmose
Skjelmose in allenamento sulle strade di Andorra (foto Instagram)

Lavoratore nato

Personaggio particolare, questo Skjelmose. Era la prima volta che ci parlavamo dal vivo. Attento, anche simpatico, uno con le idee chiare in testa e metodi moderni. Un meticoloso all’inverosimile. Tra i tanti incontrati nel nostro raid spagnolo è quello che ci è parso essere il più in forma, il più tirato. Anche Matteo Sobrero, a dire il vero, ma lui andrà in Australia, quindi ci sta che sia già avanti.

Mattias è un ragazzo spigliato, anche se può sembrare timido ad un primo impatto. E’ un lavoratore puro. Dopo le varie cadute ha riportato diversi problemi, tra cui un’ernia alla schiena. Ogni giorno deve fare esercizi specifici e non sgarra davvero mai. Preferisce evitare l’operazione: troppi rischi e tempi di recupero incerti.

Ha lasciato la Danimarca e si è trasferito ad Andorra. Lì dice di trovarsi bene: ha percorsi ideali per allenarsi, salite e di fatto è sempre in quota. Dopo la Parigi-Nizza farà l’altura in casa. Larrazzabal ci riferisce di un atleta super meticoloso, preciso, che segue alla lettera quello che deve fare. E lui non fa altro che confermarci tutto ciò prima di uscire dalla stanza e concedere altre interviste.

Giro d'Italia 2025, Napoli, Mauro Vegni, Vincenzo Nibali

Un altro esame per i 4 nuovi direttori: quello di Nibali

24.12.2025
6 min
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Con quanti direttori sportivi ha dovuto confrontarsi Vincenzo Nibali in carriera? Da Franceschi a Ferretti, Cenghialta, Zanatta e Amadio, da Mariuzzo a Volpi, poi Martinelli, Zanini, Baffi, Andersen, De Jongh e chissà con quanti altri ancora nella sua lunga carriera di corse nel WorldTour. Per questo gli abbiamo proposto un divertente esercizio: cercare di capire che direttori sportivi saranno alcuni ex pro’ appena passati sull’ammiraglia. Brambilla, Visconti, Gavazzi e De Marchi: compagni di squadra e di nazionale, che ha conosciuto come atleti e che ora si stanno calando nel nuovo ruolo.

Nibali ascolta, capisce lo spirito dell’intervista e comincia a ragionare mettendo insieme i ricordi e le considerazioni su un ruolo che da davvero poco da spartire con quello del corridore. Ma che in qualche modo potrebbe esserne condizionato.

«Penso a De Marchi – dice Nibali – che era uno di quelli che andava in fuga tutto il giorno. Uno stakanovista, ma da un certo punto di vista anche un visionario. Da corridore aveva tanta tenacia, un combattente nato. A volte non parlava molto, altre volte si faceva sentire con voce ferma, decisa e parole che fanno riflettere. Passava da un estremo all’altro, quindi ci sarà da vedere se da direttore sportivo questa differenza si noterà. E lo stesso vale per gli altri. Ci sarà da vedere se riusciranno a essere più freddi per prendere rapidamente le decisioni. Come Brambilla, per esempio».

Brambilla e Nibali hanno corso insieme alla Trek-Segafredo e anche in nazionale
Brambilla e Nibali hanno corso insieme alla Trek-Segafredo e anche in nazionale
Racconta…

Brambilla l’ho avuto come compagno di squadra e compagno di camera, so come ragiona. E’ uno riflessivo, ma non troppo, e ha sempre trovato velocemente la soluzione. Potrebbe essere un direttore che in ammiraglia dà l’input molto veloce e legge subito quello che sta succedendo in gara. Lo stesso Gavazzi, che ha dalla sua il fatto di essere anche abbastanza veloce, per cui quando andava in fuga, poche volte sbagliava. Secondo me ha la capacità di essere un ottimo direttore sportivo. Visconti invece è un po’ più sanguigno.

Meno freddo e calcolatore?

E’ sanguigno come me, viene dal Sud, quindi è più impulsivo, però molto ascoltatore. Secondo me, se Giovanni si mette lì e ascolta quello che dicono i suoi corridori, riesce a farne un ottimo strumento per essere un grande direttore sportivo (anche se al momento il palermitano sta investendo sul suo ruolo di talent scout, ndr). E’ vero che oggi non si tratta di fare soltanto questo, di salire in ammiraglia e parlare alla radio. Ci sono tante altre cose cui essere attenti.

De Marchi è sempre stato l’uomo in fuga: secondo Nibali saprà trasmettere la stessa grinta ai suoi corridori
De Marchi è sempre stato l’uomo in fuga: secondo Nibali saprà trasmettere la stessa grinta ai suoi corridori
Quali?

L’aspetto organizzativo, ma anche leggere le mappe, saper usare Veloviewer, spiegare la tappa, fare il planning. Il direttore sportivo vecchio stampo, che faceva il giro delle camere, negli ultimi anni è andato sparendo. Le comunicazioni ultimamente arrivavano con le mail, quindi è un ruolo differente. Però i quattro hanno quel che serve per essere molto bravi.

Il direttore sportivo deve essere bravo a fare gruppo, a tenere unita la squadra. Sono quattro che legavano bene con i compagni oppure dovranno lavorare sul carattere?

Visconti alla fine è uno che nel gruppo sa stare bene. Siamo stati anche nella stessa squadra. Era uno che legava tantissimo, poi aveva il giorno che era in off, però quello ci può stare, è normale. Brambilla è uno che nel gruppo ci sa stare. Sa lavorare in team, ha una buona padronanza delle lingue e anche questo lo conta. Oggi le squadre sono internazionali, quindi non è più un gruppo solo, ma di tante nazionalità diverse. De Marchi ad esempio ha un’ottima padronanza dell’inglese.

Galibier al Giro del 2013, a Visconti la tappa, Nibali consolida la rosa: i due saranno poi compagni di squadra alla Bahrain-Merida
Galibier al Giro del 2013, a Visconti la tappa, Nibali consolida la rosa: i due saranno poi compagni di squadra alla Bahrain-Merida
E Brambilla?

“Brambi” era uno che si metteva al servizio della squadra come regista, ma sapeva fare anche il capitano. Era veloce, ma anche scalatore e sapeva interpretare bene anche le classiche. Non per caso è arrivato a un passo dal vincere la Strade Bianche dietro Cancellara. Ha vestito la maglia rosa, come pure Visconti. Sono stati due corridori polivalenti, però Visconti era più capitano, aveva un ruolo diverso. Però sono tutti corridori che sapevano soffrire maledettamente prima di mollare e gettare la spugna. Davano l’anima, quindi immagino che saranno capaci di dare motivazioni alle loro squadre. E sanno capire la squadra e la gara, valutando anche come stanno gli avversari. Io probabilmente non sarei capace di fare il direttore sportivo.

Perché?

Perché io ragionavo con quello che sentivo nelle gambe. Avevo motore, acceleravo e andavo. Si potrebbe dire che la facessi facile, però è vero che se non hai il motore, devi gestire la fatica in un modo diverso. Devi leggere la corsa e attaccare in momenti ben precisi, io invece potevo permettermi di attaccare anche da lontano. Ero un precursore di quelli che ci sono oggi e attaccano da lontano. Ho vinto un Giro dell’Appennino partendo a 70 chilometri dall’arrivo. Qualche attacco andava a buon fine, qualcuno no. Poi ho preso le misure della corsa, anche perché quando correvo, non mangiavamo così tanti carboidrati, per cui dovevamo regolarci.

Nibali e Gavazzi hanno corso insieme all’Astana. Il suo essere lucido nei finali potrebbe essere un’arma in più nel ruolo di direttore sportivo
Nibali e Gavazzi hanno corso insieme all’Astana. Il suo essere lucido nei finali potrebbe essere un’arma in più nel ruolo di direttore sportivo
Hai mai pensato di poter diventare direttore sportivo?

Ho fatto il corso di primo livello, volevo fare anche il secondo, ma più per formazione mia, poi sono entrato nel loop della famiglia e mi sono fermato. Qualcuno ha pensato che potessi fare il cittì della nazionale e magari potrà accadere in un futuro molto lontano, non adesso. Però non ho mai pensato di diventare direttore sportivo, perché stai sempre in giro. Non è tanto un fatto di voglia ma di tipo di lavoro. Ad ora non è una mia priorità. Ho fatto il corso perché è altamente formativo, mi è piaciuto molto per capire il perché di tante cose, capire l’importanza dell’aspetto psicologico, l’approccio alle gare, i regolamenti, la composizione del convoglio…

In realtà si era pensato a Nibali come erede di Vegni al Giro d’Italia.

Quel ruolo non c’è più (Nibali è con Mauro Vegni nella foto di apertura, ndr), ma non è quello che vorrei fare. Standoci dentro, ho capito che la responsabilità del direttore del Giro d’Italia è molto importante anche per cose di una certa gravità. Se per qualunque motivo ci scappa il morto, ne rispondi in Procura. Anche se entra il pazzo di turno nel percorso e provoca un incidente, ne rispondi sempre tu.

Nibali ha ottenuto le sue vittorie più belle con Martinelli all’Astana, fra il 2013 e il 2016
Nibali ha ottenuto le sue vittorie più belle con Martinelli all’Astana, fra il 2013 e il 2016
Torniamo ai nuovi direttori, c’è corrispondenza fra come erano da corridori e come potrebbero essere in ammiraglia?

Visconti e Brambilla quando puntavano, sbagliavano poco. Sono stati tutti corridori più o meno dello stesso calibro, diciamo che quello fuori misura, il più fugaiolo, era De Marchi. Lui in questo ciclismo di grandi fughe ci può stare bene, ma non è vero secondo me che non si attacchi più come faceva lui, quando c’erano i fuggitivi delle prime ore e poi la corsa che esplodeva nel finale. Prima c’era un altro approccio e in corsa c’erano livelli diversi.

Lui sostiene che ci sia un certo appiattimento.

Il gruppo adesso ha un livello altissimo e poi ci sono quelli fuori misura. Una volta facevamo i 42 di media, oggi fai 47. Cinque chilometri di differenza che non sono legati solo alla preparazione, ma anche al pacchetto gara. Alla bici, il manubrio, la sella, il reggisella, le ruote, le scarpe, il calzino, il pantaloncino. E’ tutto più performante. E per attaccare quando si va a 45 di media, serve andare a 50 all’ora. Si alza l’asticella e devi tenere la velocità per più tempo, perché il gruppo non lascia andare. Ecco perché oggi è diventato più difficile andare in fuga e tanti rinunciano.

General Store-Essegibi-F.lli Curia, Trofeo Laigueglia 2025

Le continental si reinventano: l’esperienza della General Store

24.12.2025
5 min
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Il ciclismo sta riscrivendo le sue regole, o per meglio dire il percorso intrapreso dal ciclismo sta riscrivendo le regole di questo sport e degli attori che lo vivono e interpretano. Abbiamo visto diversi aspetti, partendo dall’evoluzione italiana a quella data dalla continua ricerca dei talenti. Tutte situazioni che in qualche modo costringono tutti a prendere delle decisioni e a cambiare strada. Tra tutte le realtà quelle maggiormente coinvolte sembrano essere le continental, un tempo terreno di approdo dei giovani talenti e che ora invece devono ricalibrare tutto. I devo team portano via le risorse migliori e per restare in piedi serve trovare nuovo equilibrio. 

General Store-Essegibi-F.lli Curia, Giro d'Abruzzo 2025
Il maggior numero di gare professionistiche a livello nazionale ha permesso alle continental di confrontarsi con squadre di maggior spessore
General Store-Essegibi-F.lli Curia, Giro d'Abruzzo 2025
Il maggior numero di gare professionistiche a livello nazionale ha permesso alle continental di confrontarsi con squadre di maggior spessore

Come i pro’

La General Store-Essegibi-F.lli Curia è una delle squadre che nel tempo si è adattata e ha cambiato pelle. Dopo un anno di esperienza nella continental bresciana, e tanti altri con la Rime Drali, Daniele Calosso sembra aver trovato una via da percorrere

Le vacanze di Natale sono un modo per staccare e godersi le feste in famiglia, un respiro tra il primo ritiro di stagione e il secondo che arriverà a gennaio. 

«Quest’anno abbiamo deciso di fare un blocco di lavoro unico a gennaio – spiega Calosso – per avere i ragazzi pronti e in modo di lavorare tutti insieme. Siamo stati, e torneremo, a Benidorm in un hotel nuovo che ha trovato nel ciclismo un mercato florido per occupare la stagione invernale. In Spagna tante strutture stanno facendo così. Il nostro team manager è stato da loro a settembre e ha detto di quali servizi avremmo avuto bisogno e loro ce li hanno fatti trovare: bike room, postazioni per il lavaggio e tanto altro».

Per la General Store le gare internazionali under 23 e quelle nazionali sono utili per far crescere i giovani
Per la General Store le gare internazionali under 23 e quelle nazionali sono utili per far crescere i giovani
La stagione quando parte?

A metà febbraio con la Coppa San Geo, poi andremo in Sardegna a fare una delle prime gare che la Lega Ciclismo Professionistico ha inserito a calendario. Il lavoro fatto è davvero incredibile e utile per realtà come la nostra. Avremo modo, come continental, di aumentare le corse di livello professionistico alle quali partecipare, questo si traduce in un impegno diverso e una possibilità in più per i nostri ragazzi. 

Che fine faranno le gare nazionali?

Ne faremo meno, una quindicina direi e saranno utili per i corridori più giovani. Così da fare esperienza e correre con continuità. A mio avviso una continental ora è chiamata a fare questo, diversificare. La direzione deve essere quella dell’inizio e poi mai concretizzata di portare i ragazzi a fare esperienze di alto livello e farli crescere. 

Dennis Lock, General Store-Essegibi-Fratelli Curia (Photors.it)
Gli elite, in foto Dennis Lock, possono essere una risorsa importante per le formazioni continental (Photors.it)
Gli elite, in foto Dennis Lock, possono essere una risorsa importante per le formazioni continental (Photors.it)
Le continental come possono tornare appetibili?

Lo si può fare con il tipo di attività, un calendario importante. Ora c’è tanta richiesta da parte degli organizzatori esteri e di gare professionistiche di avere squadre continental, lo abbiamo visto con i nostri occhi. Delle 240 mail inviate per chiedere di partecipare a corse sono arrivate 60 risposte, con una quarantina di inviti già certi. 

Come è cambiato il vostro ruolo con l’arrivo dei devo team?

Non è da nascondere che le squadre di sviluppo delle formazioni WorldTour portano via tanti ragazzi, ma non riescono a intercettarli tutti (molti U23 e tanti juniores rimangono liberi e faticano a trovare squadra, ndr). Inoltre ci sono tutti i corridori esperti che escono dal giro dei devo team o del professionismo, gli elite.

Gran Premio Capodarco 2025, Tommaso Bosio, General Store, in azione sul muro (photors.it)
Si deve trovare il giusto equilibrio tra under 23 e professionisti, la General Store ha lavorato in quest’ottica, in foto Bosio classe 2006 (photors.it)
Gran Premio Capodarco 2025, Tommaso Bosio, General Store, in azione sul muro (photors.it)
Si deve trovare il giusto equilibrio tra under 23 e professionisti, la General Store ha lavorato in quest’ottica, in foto Bosio classe 2006 (photors.it)
Voi ne avete integrati tanti in rosa, l’ultimo è De Cassan. 

Per noi avere un corridore del genere in squadra è importante e anche motivo di orgoglio. Così come lo è stato avere Dennis Lock. Una continental può essere motivo di rilancio, concreto, per ragazzi del genere. Perché grazie a questo nuovo calendario (complici anche le nuove corse inserite nel programma italiano, ndr) arriviamo a garantire un programma da sessanta gare all’anno, e tutte con i professionisti. 

Le stesse messe insieme dallo stesso De Cassan lo scorso anno alla Polti-VisitMalta…

Non mancano le possibilità, questo è da sottolineare. Inoltre con il discorso del ranking UCI, secondo il quale se si esce dalle prime trenta squadre al mondo non si possono ottenere le wild card per i Grandi Giri, la differenza tra una continental e una professional si assottiglia

Le corse all'estero sono una fonte di esperienza che permette di arricchire il calendario, qui la General Store alla Fleche du Sud (foto Instagram)
Le corse all’estero sono una fonte di esperienza per le continental, qui la General Store alla Fleche du Sud (foto Instagram)
Le corse all'estero sono una fonte di esperienza che permette di arricchire il calendario, qui la General Store alla Fleche du Sud (foto Instagram)
Le corse all’estero sono una fonte di esperienza per le continental, qui la General Store alla Fleche du Sud (foto Instagram)
Anche la regola UCI che non permette alle squadre professional di correre le gare internazionali under 23 vi ha dato una mano?

Direi proprio di sì, perché in qualche modo i ragazzi vengono sempre attratti dai devo team ma noi arriviamo in seconda battuta. Il nostro lavoro sugli under 23 è partito un anno fa con un investimento sui primi anni che ha portato una base solida. Ora abbiamo un decina di under e il resto è composto da elite. 

Avete paura che un devo team li possa portare via?

C’è sempre quel “timore”, ma abbiamo visto che i ragazzi arrivano a capire che non è sempre un bene. Quelle squadre funzionano se sei uno davvero forte, un campione. Ma già chi ha buone qualità rischia di restare nell’ombra. Da noi questo stesso ragazzo, invece, può giocarsi le sue chance e diventare un riferimento per il team. 

Le continental possono riacquistare importanza?

L’hanno sempre avuta, ora però c’è una demarcazione maggiore delle varie attività e dei ruoli. Una cosa non da poco che permette di lavorare a progetti sempre più concreti.