Alleghe

Alleghe si prepara al Giro, nel segno di Pantani 

29.12.2025
6 min
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Il 29 maggio prossimo prenderà il via la tappa regina del Giro d’Italia, la Feltre-Alleghe. 151 chilometri con 5.000 metri di dislivello, al termine dei quali avremo un’idea quasi certamente definitiva di chi indosserà, due giorni dopo, la maglia rosa a Roma.

Per Alleghe – un paese di poco più di mille abitanti nelle Dolomiti Bellunesi, all’ombra del Monte Civetta – si tratta del primo arrivo di una tappa del Giro d’Italia.

Anche se dei precedenti, e anche illustri, con il ciclismo ci sono stati eccome. Nel 1992 Alleghe ha infatti ospitato il traguardo di una frazione del Giro dilettanti, e quel giorno a vincere fu nientemeno che Marco Pantani, allora ventiduenne. Abbiamo contattato il sindaco del paese bellunese, Danilo De Toni, per farci raccontare come il territorio si sta preparando per il grande evento.

Sindaco, cosa vuol dire per un paese come Alleghe ospitare un arrivo del Giro?

E’ l’evento sportivo più importante che abbiamo in Italia, se non sbaglio verrà trasmesso in circa 200 Paesi in giro per il mondo. Certamente darà grande visibilità al nostro territorio, le Dolomiti, le cui bellezze potranno essere ammirate da ancora più persone. In più la tappa si svolgerà interamente in provincia di Belluno, con la partenza da Feltre. Certamente è un’occasione eccezionale. 

L’arrivo sarà ai Piani di Pezzè, sopra il paese, un luogo tutt’altro che casuale.

Ci tenevo ad avere il Giro ad Alleghe, era un mio sogno, ma non in centro, era importante che arrivasse lassù. Perché il 26 giugno 1992 su quella salita Pantani vinse una tappa del Giro dei dilettanti, una giornata a suo modo storica, perché il Pirata si rivelò al mondo. Tutti lo ricordano negli anni successivi, quelli delle grandi vittorie, ma è qui che fece vedere per la prima volta le sue eccezionali doti da scalatore

Giro d'Italia dilettanti 1992, Marco Pantani, Cavalese-Pian di Pezzè
Marco Pantani vince in solitaria la Cavalese-Pian di Pezzè al Giro d’Italia dilettanti del 1992
Giro d'Italia dilettanti 1992, Marco Pantani, Cavalese-Pian di Pezzè
Marco Pantani vince in solitaria la Cavalese-Pian di Pezzè al Giro d’Italia dilettanti del 1992
Ci racconta qualcosa della salita? 

Parte dal centro del paese, i corridori la prenderanno dopo una svolta a sinistra, arrivando da Caprile. La salita non è uno scherzo, sono 4,7 chilometri con 480 metri di dislivello, quindi una media del 10%. Ma in due punti si arriva anche al 15-17%, verso la fine, nell’ultimo chilometro. Un finale che ti taglia le gambe, specie dopo tutto il dislivello che avranno già affrontato quel giorno. 

Com’è l’atmosfera in paese? 

E’ una tappa cha ha già creato molte aspettative, anche perché è la tappa regina del Giro. Tutti me ne parlano, c’è grande attesa, anche perché molti vengono qui in bici. Per il turismo è già importante questo, vedo già ricadute positive. E noi stiamo già iniziando a lavorarci con le varie associazioni locali che si sono messe tutte a disposizione. Se la giornata sarà bella, sarà un’esplosione di entusiasmo, ma naturalmente non ci fermeremo nemmeno con il brutto tempo. 

Alleghe cabinovia
Alleghe è una famosa meta sciistica, e il traguardo della tappa sarà a fianco dell’arrivo della cabinovia (foto Agordino Dolomiti)
Alleghe cabinovia
Alleghe è una famosa meta sciistica, e il traguardo della tappa sarà a fianco dell’arrivo della cabinovia (foto Agordino Dolomiti)
Come amministrazione cosa state preparando?

Da RCS ci è già stato inviato il piano logistico, dove verranno posizionate le varie aree. Nei prossimi giorni avremo una nuova riunione con il comitato di tappa per discutere di altri aspetti pratici come la gestione dei parcheggi, per esempio. La nostra è una valle stretta con un’unica direttrice, quindi è importante gestire al meglio la logistica, anche pensando all’esodo di fine tappa. Come dicevo tutte le associazioni hanno molta voglia di mettersi a disposizione, la Pro Loco, la squadra di hockey, gli alpini. Faremo certamente la Notte Rosa, la sera prima dell’arrivo, una grande festa per tutti quelli che saranno qui. Abbiamo 5 mesi davanti, sembrano tanti ma in realtà volano. 

Ora in effetti siete nel pieno della stagione sciistica, come si coniugano le due cose? 

Sono strettamente collegate. Proprio pochi giorni fa abbiamo inaugurato l’headwall che promuove Alleghe città di tappa alla partenza della cabinovia, in centro al paese. Tutti gli sciatori lo vedono, e anche chi passa in macchina, e questa è già promozione dell’evento. C’è una sinergia tra il comune e Alleghe Funivie, non a caso nel comitato di tappa è presente anche il responsabile del marketing di Alleghe Funivie. Questo anche perché il traguardo di Piani di Pezzè sarà giusto a fianco dell’arrivo della cabinovia che termina proprio lassù. 

Alleghe città di tappa
L’headwall appena installato in paese, che celebra l’arrivo di tappa il prossimo 29 maggio
Alleghe città di tappa
L’headwall appena installato in paese, che celebra l’arrivo di tappa il prossimo 29 maggio
Una domanda un po’ provocatoria, ma forse necessaria. In un periodo in cui le Dolomiti soffrono sempre più spesso di overtourism, ha ancora senso organizzare grandi eventi in questo territorio?  

Il Giro d’Italia è prima di tutto sport, e con l’accoglienza della tappa si fa promozione del territorio in questo senso. Ora che le Dolomiti sono patrimonio Unesco vediamo già un grande incremento dei numeri, anche molta gente con gli zaini, che fa l’alta via numero 1 a piedi. Dobbiamo sempre ricordarci che abbiamo dei paesi a fondovalle che sono dei gioielli e non dobbiamo deturparli. Per esempio un problema sono le centinaia di moto che passano sulle strade come fossero autodromi, anche di notte. Ci sono stati concittadini che si sono lamentati di questo aspetto. Dobbiamo far capire che solo con la lentezza si apprezza la montagna, che sia a piedi che in bici. E in questo senso il Giro sarà una buona vetrina per un turismo lento, perché sono sicuro che dopo la tappa in tantissimi verranno qui per affrontare la salita Pantani, come potremmo iniziare a chiamarla.

Sindaco, ultima domanda. Ci svela qualcosa sulle sorprese che state preparando per fine maggio? 

Diversi anni fa all’inizio della salita verso Piani di Pezzè c’era un totem che permetteva a chiunque di cronometrare la propria scalata. Una volta arrivati in cima un altro totem ti stampava una sorta scontrino con il tuo tempo, e così potevi confrontarlo con quello degli amici e tenerlo come souvenir. Mi sto adoperando per rimetterlo in funzione in occasione del Giro, o subito dopo, in modo che tutti i cicloamatori che verranno qui possano avere questo servizio aggiuntivo e portarsi a casa un ricordo della nostra “salita Pantani“. 

Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna

EDITORIALE / L’importanza di avere un piano B

29.12.2025
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Prepararsi un piano B. Le parole pronunciate un paio di giorni fa da Rossella Di Leo si possono estendere a tutto il mondo del ciclismo, non soltanto ai corridori che devono smettere di correre. Nulla è per sempre. E se la carriera di un atleta è legata al suo rendimento e al riscontro che questo può avere agli occhi di manager e sponsor, per il movimento ciclistico mondiale il discorso è più complesso, ma tutto sommato identico.

Bryan Olivo, 22 anni, ha lasciato il ciclocross da tricolore juniores, per dedicarsi alla strada. Il fuoristrada poteva essere il suo piano B? (foto Alessio Pederiva)
Olivo, 22 anni, ha lasciato il ciclocross da tricolore juniores, per dedicarsi alla strada. Il fuoristrada poteva essere il suo piano B? (foto Alessio Pederiva)

Il piano B di Olivo

In questi ultimi giorni del 2025 si succedono riflessioni e spunti. Mattia Agostinacchio, folletto fortissimo del cross, è approdato grazie a questo nel WorldTour con la maglia della Ef Education-Easypost. Correrà su strada, ma ha preteso di andare avanti con l’attività offroad. In questi stessi giorni, Bryan Olivo si è accasato con lo Swatt Club, dopo essere stato lasciato a piedi dalla Bahrain Victorious nella quale aveva messo da parte il cross per puntare sulla strada. Il piano B alla fine è arrivato, ma ha il sapore del ripiego.

Poteva essercene un altro mantenendo il cross? Può darsi, ma la voglia o la necessità di portare al professionismo ragazzi poco più grandi che bambini costringe a rinunce che impediscono lo sviluppo dell’atleta nella sua completezza. I devo team sembrano sempre più una catena di montaggio e sempre meno una scuola di sport. Per i signori del WorldTour, a 22 anni sei da buttare.

UCI Cyclocross World Cup 2024-2025, Mathieu Van der Poel
Mathieu Van der Poel, dominatore nel cross, ha lasciato capire che questa potrebbe essere la sua ultima stagione
UCI Cyclocross World Cup 2024-2025, Mathieu Van der Poel
Mathieu Van der Poel, dominatore nel cross, ha lasciato capire che questa potrebbe essere la sua ultima stagione

Il piano B del ciclocross

La necessità di avere un piano B si impone allo stesso ciclocross, dopo che Van der Poel ha annunciato che questa potrebbe essere la sua ultima stagione. L’olandese ha incassato la solidarietà dell’eterno rivale Van Aert, che già da un po’, complici varie vicissitudini, è parso puntarci molto meno. Di fatto però la prospettiva di perdere il duello fra i giganti sta mettendo in crisi lo sport (invernale) preferito dai belgi.

In un interessante punto della situazione su Het Nieuwsblad, il giornalista belga Guy Van Langenbergh ha delineato prospettive traballanti. Le vittorie scontate di Lucinda Brand e dello stesso Van der Poel non generano entusiasmo, avendo reso ormai prevedibile il risultato. Se ne sono accorti gli investitori, rassegnati probabilmente al fatto che non vinceranno (quasi) mai. Il Ridley Racing Team non è riuscito a trovare uno sponsor principale e presto cesserà di esistere. Amandine Fouquenet, rivelazione della stagione tra le donne, sarà senza sponsor dal primo gennaio per la chiusura di Arkéa B&B. Stesso discorso per Ryan Kamp, senza sponsor dopo che negli ultimi due anni ha corso per i fratelli Roodhooft.

Dopo i 17.600 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l'indomani a ZOlder senza l'iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram: mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l’indomani a Zolder senza l’iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram/mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l'indomani a ZOlder senza l'iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram: mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l’indomani a Zolder senza l’iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram/mat_book)

Organizzatori e pubblico scontento

Non va meglio per gli organizzatori, prosegue l’analisi di Van Langenbergh. Allestire le grandi gare in Belgio è redditizio, ma soprattutto costoso e non tutti gli eventi ormai fanno il tutto esaurito. Al record dei 17.000 spettatori di Hofstade alla presenza di Van der Poel e Van Aert hanno fatto da contraltare i 5.000 di Zolder dove però VdP non c’era. Il pubblico nel frattempo inizia a lamentarsi, perché le dirette stanno diventando a pagamento e il biglietto di ingresso alla Coppa del mondo di Gavere è salito a 25 euro. Se far pagare il biglietto è la via per risollevare il ciclismo, forse anche in questo caso si potrebbe cercare un piano B.

A tutto ciò si aggiunga che gli atleti che si dedicano alla doppia attività – fra loro Van der Poel, Van Aert, Nys, Toon Aerts, Verstrynge, Del Grosso, Puck Pieterse e Shirin Van Anrooij – si fermeranno dopo i mondiali di fine gennaio a Hulst, per prepararsi al debutto su strada. La platea tornerà a disposizione degli specialisti che però in apparenza non destano l’interesse dei tifosi e degli investitori. Il ciclocross ha un piano B per quando i giganti avranno smesso di sfidarsi?

Pogacar domina i Giri e le classiche: anche nei giorni storti, la sua superiorità è schiacciante. Il suo contratto arriva al 2030
Pogacar domina i Giri e le classiche: anche nei giorni storti, la sua superiorità è schiacciante. Il suo contratto arriva al 2030

Il ciclismo dei dominatori

Proviamo a fare lo stesso discorso per la strada. Le vittorie spettacolari di Van der Poel nel cross sono prevedibili e questo provoca un calo non tanto dei tifosi quanto piuttosto degli sponsor. Si può pensare che potrebbe essere così anche per quelle di Pogacar, una volta che ad esempio lo sloveno avrà conquistato la Sanremo e la Roubaix? Su strada ci sono più avversari e anche giovani emergenti, ma intanto è lecito pensare che gli sponsor continueranno a masticare amaro. Ne avranno voglia ancora a lungo?

Certo il calendario estivo è ben più consistente e il bacino del pubblico è più grande, ma ricordiamo quel che accadde quando si ritirò l’ultimo dominatore e ci accingemmo al primo Tour senza di lui. L’edizione del 2006 fu un disastro, in un ciclismo diverso (fortunatamente) dall’attuale. Il tempo che Armstrong si togliesse dalla scena e l’Operacion Puerto causò il ritiro dalla corsa dei principali sfidanti degli anni precedenti. Mentre Floyd Landis, che sembrava destinato a conquistare la maglia gialla, fu eliminato a sua volta dagli ordini di arrivo, con la maglia gialla consegnata in un secondo momento a Oscar Pereiro Sio.

Alla presentazione del  Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell’anno precedente a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell'anno precedente a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell’anno precedente a Oscar Pereiro Sio

Il piano B della strada

Per seguire Armstrong tanti avevano imboccato la stessa strada, oggi per raggiungere il livello stellare di Pogacar si sta innalzando il livello della performance. Si cercano ragazzini che possano seguirne le orme (o quelle di Evenepoel) e poco importa quanti se ne bruceranno durante la ricerca. Tadej e il suo immenso talento, che nulla hanno a che vedere con le abitudini dell’americano, hanno portato il gruppo a ricercare guadagni in dettagli di cui si ignorava persino l’esistenza. E a gettare dalla rupe gli atleti poco meno che eccellenti. Un valido piano B potrebbe essere la ricerca della normalità, capire che stiamo vivendo un’epoca irripetibile e sarebbe sbagliato pensare che il ciclismo continuerà per sempre allo stesso modo.

Che cosa succederà quando anche Pogacar smetterà? Da chi sarà composto il gruppo (proviamo a pensare anche a quello italiano) se nel frattempo tanti giovani vengono sacrificati senza neppure dargli la possibilità di emergere? Il ciclismo ha pronto un piano B o arriveremo a quel punto e poi si vedrà?

Jan Tratnik

Non solo campioni. Ecco Tratnik, gregario top… che ama la pasta

29.12.2025
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PALMA DE MAIORCA (Spagna) – Ti giri da una parte e ti passa vicino Remco Evenepoel. Guardi da un’altra e vedi Primoz Roglic e alle tue spalle c’è Jai Hindley. Il giorno dopo sai che dovrai incontrare Mads Pedersen e Jonathan Milan e quello dopo ancora Tadej Pogacar ed Elisa Longo Borghini. Tutti campioni con una “C” grossa così. Ma poi ci sono anche loro, i gregari, come Jan Tratnik.

E se quei campioni sono tali, il merito, una grossa fetta del merito, è anche loro. Tratnik è un tipo di una simpatia disarmante. Sorridente, solare. Capisce anche un po’ d’italiano e prova persino a parlarlo. Vi raccontiamo questa.

I ragazzi della Red Bull-Bora-Hansgrohe stavano per andare via e nel pullmino che li avrebbe riportati in hotel, rispetto al luogo dove stavamo facendo le interviste, ci doveva salire anche Giulio Pellizzari. Giulio non arrivava. Allora Jan gli fa: «Cciulio andamo và», un mix d’italiano e romanesco che chissà da dove viene, semplicemente fantastico.

Jan Tratnik
Jan Tratnik (classe 1990) è uno di quei gregari su cui puoi fare affidamento totale. Esperto e molto forte su più terreni
Jan Tratnik
Jan Tratnik (classe 1990) è uno di quei gregari su cui puoi fare affidamento totale. Esperto e molto forte su più terreni
Roglic, Remco, Lipowitz, Pellizzari… ma quanti leader devi aiutare quest’anno, Jan?

Tanti. Penso che ci saranno molti capitani diversi in tante gare diverse. Io sarò disponibile per tutti i leader e spero di essere in grado di aiutarli. Non so ancora nel dettaglio il programma della mia stagione, ma sarà un mix di classiche, corse a tappe e un Grande Giro. Sicuramente, purtroppo, non il Giro d’Italia. Poi vedremo se andrò al Tour de France o alla Vuelta.

C’è però un capitano che più di altri è il tuo capitano, ma anche un amico: Primoz Roglic. Come funziona il lavoro con lui?

Alla fine il lavoro è lo stesso che svolgo con tutti. Roglic, Pellizzari, Lipowitz… è chiaro che c’è lavoro, ma anche amicizia, e questo sentimento con Primoz è maggiore. Ma questo non significa che il mio impegno sia più grande con lui. No, sono un ciclista professionista e do il massimo per tutti allo stesso modo.

E ci sono differenze tecniche? Per esempio c’è chi ama stare più davanti, chi vuole essere più coperto o lasciato tranquillo?

Questo è qualcosa che ricade molto su di me. Sono io che controllo. Per esempio capita che Pellizzari a volte sia troppo indietro e allora vado da lui e gli dico di portarsi più avanti. Tutto questo è anche una mia responsabilità. Gli spiego cosa succederà, che è importante non stare dietro quando di colpo accelerano. Primoz è molto più esperto di Giulio e magari anche con lui cerchiamo di insegnare ai ragazzi affinché non facciano errori. Ma in generale tutti vogliono stare davanti e correre in modo tranquillo. Tecnicamente non ci sono grosse differenze.

Jan Tratnik
Con Roglic una grande amicizia. Entrambi sloveni, Primoz se l’è prima portato in Visma e poi in Red Bull
Jan Tratnik
Con Roglic una grande amicizia. Entrambi sloveni, Primoz se l’è prima portato in Visma e poi in Red Bull
Chi sente più pressione?

Dovreste chiederlo ai capitani! Personalmente non sento nessuna pressione. Ho solo bisogno di sapere che sono preparato al meglio, che sto bene. Se mi alleno in modo corretto, allora sono consapevole di poter fare il mio lavoro al meglio.

Cosa ne pensi di Evenepoel? Che impressione ti ha fatto in questi primi giorni?

Non sapevo davvero che sarebbe arrivato. Sentivo i rumors, ma da lì a vederlo arrivare davvero ce ne passa. Per me è stata una grande notizia. Remco è un combattente ed è sicuramente un grande campione. Un cronoman incredibile. Per me è fortissimo anche nelle gare di un giorno. E ha già vinto un Grande Giro. Sarà una bella cosa averlo in squadra. In molte gare è stato un grande avversario, ora è con noi e possiamo vincere ancora di più.

Si dice sempre che le grandi vittorie arrivino anche grazie a grandi gregari: qual è la vittoria più bella di un tuo capitano, quella che senti più tua?

Mi è piaciuta molto la Volta a Catalunya appena passata, quando Primoz ha vinto. C’era una bellissima atmosfera. Ci siamo ritrovati nella stessa squadra, io venivo dalla Visma – Lease a Bike, ed è stata di fatto la prima corsa in cui Roglic puntava davvero a fare bene da quando c’ero anche io in Red Bull. L’ultimo giorno abbiamo fatto esattamente tutto quello che avevamo pianificato. E quando le cose vanno così sei soddisfatto, sai di aver svolto bene il tuo lavoro. Ma c’è anche un altro momento che ricordo con grande piacere.

A Zurigo 2024 Tratnik svolse un grande lavoro per Pogacar e la sua gioia era palpabile (foto Vid Ponikvar)
A Zurigo 2024 Tratnik svolse un grande lavoro per Pogacar e la sua gioia era palpabile (foto Vid Ponikvar)
Quale?

Quando Tadej Pogacar ha vinto il campionato del mondo a Zurigo. Vincere con la maglia della tua nazionale vuol dire molto. Facemmo una corsa molto intesa e coraggiosa.

E invece la cosa più strana che ti sia successa nella tua vita da gregario?

Buona domanda. Quando ho vinto l’Omloop Het Nieuwsblad. Ero gregario e ho vinto: più strano di così. Quel giorno stavo lavorando per Van Aert e Laporte, mi hanno fatto scattare e poi è andata come è andata.

Ti piace l’Italia?

Sì, è un Paese bellissimo, con cibi buonissimi. Mi piacciono un po’ tutti, soprattutto la pasta alla carbonara. E anche la cacio e pepe.

Gregario con licenza di vincere. Ecco Jan prendersi l’Omloop Het Nieuwsblad 2024 quando per coprire Van Aert se ne andò con Politt
Gregario con licenza di vincere. Ecco Jan prendersi l’Omloop Het Nieuwsblad 2024 quando per coprire Van Aert se ne andò con Politt

Di nuovo emerge la simpatia e l’italiano di Tratnik. “Cacio e pepe” lo dice benissimo. Allora gli spieghiamo che è un peccato che non sarà al Giro. Con il finale a Roma avrebbe potuto assaggiare questo piatto tipico… e non solo. Gli diciamo anche che deve provare la gricia. A quel punto il suo sguardo si fa interessato. E’ lui a farci domande: l’origine del piatto, gli ingredienti… di certo non se la farà sfuggire.

Pasta a parte, lo sloveno nei giorni di Palma si è allenato sodo, ma come sempre con il sorriso. Tante volte il ruolo di un gregario è anche quello: far ridere il capitano, trasmettergli serenità. E in questo ci hanno riferito anche gli altri corridori della Red Bull Jan è un numero uno

Madiot passa la mano, si chiude un trentennio di storia

Madiot passa la mano, si chiude un trentennio di storia

28.12.2025
5 min
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Diciamolo subito: quello di Marc Madiot alla carica di general manager della Groupama FDJ non è un addio come gli altri. Perché quella squadra l’ha creata, plasmata dal nulla, fatta crescere fino a diventare una colonna del WorldTour, una culla dei talenti del ciclismo francese. Madiot le diede vita nel 1997, tre anni dopo aver chiuso la sua carriera professionistica costellata di successi, ma soprattutto da quelle due vittorie alla Paris-Roubaix che ne hanno fatto una delle ultime icone del ciclismo transalpino.

Madiot insieme a Thierry Cornec, arrivato dalla Lapierre a giugno 2024 come direttore aggiunto
Madiot insieme a Thierry Cornec, arrivato dalla Lapierre a giugno 2024 come direttore aggiunto (foto L’Equipe)
Madiot insieme a Thierry Cornec, arrivato dalla Lapierre a giugno 2024 come direttore aggiunto
Madiot insieme a Thierry Cornec, arrivato dalla Lapierre a giugno 2024 come direttore aggiunto (foto L’Equipe)

Essere manager, una vocazione da sempre

«Se mi guardo indietro – ha raccontato nei giorni dell’annuncio del suo addio – mi rendo conto che la mia non è stata una scelta di carriera, ma semplicemente tener fede a una vocazione, esattamente come quella di correre in bici. Essere un manager era quasi un dovere, lo sentivo nel mio DNA come era essere un corridore. Ma dovevo farlo con un progetto mio. Ai miei tempi essere un corridore era uno stile di vita, oggi è una professione e ho capito molto presto che avrei dovuto saper fondere arte e professionalità per dare vita a qualcosa di duraturo».

Di momenti chiave nel corso della sua carriera di manager, Madiot ne ha vissuti tanti e tutti sono stampati nella sua memoria. A cominciare dalla vittoria di Frederic Guesdon alla Roubaix 1997, una sorpresa autentica ma per lui, che per due volte aveva domato l’Inferno del Nord in sella alla bici, fu quasi un segno che la strada intrapresa era quella giusta.

Mengin dopo la caduta costatagli la tappa al Tour. Un dolore per il manager della FDJ
Mengin dopo la caduta costatagli la tappa al Tour. Un dolore per il manager della FDJ (foto RTVE.es)
Mengin dopo la caduta costatagli la tappa al Tour. Un dolore per il manager della FDJ
Mengin dopo la caduta costatagli la tappa al Tour. Un dolore per il manager della FDJ (foto RTVE.es)

La delusione del Tour 2005

Vennero altri successi, anche da parte di corridori non francesi (compresi quelli del compianto Rebellin) poi il primo titolo nazionale con Vogondy (ne vincerà altri 8), ma come spesso succede la maggiore risonanza arriva dalle sconfitte, dai momenti di sfortuna. Come quello nel 2005. Tappa del Tour, Christophe Mengin è in fuga e lui dall’ammiraglia dietro lo incita: «Vai Totof, il mio ragazzo. E’ il tuo giorno, è oggi! Pensa a tua moglie, alle tue figlie, non mollare, non voltarti. E’ ora!». Poi l’ultima curva, la caduta, le sue imprecazioni, quel «Siamo maledetti» ripetuto tre volte e le lacrime amare. Tra le tante versate in questi quasi trent’anni, a volte di gioia, come in questo caso, di delusione.

Una storia fatta anche di corridori di spicco passati per le sue mani, praticamente il meglio del ciclismo francese dell’ultimo ventennio: Da Démare a Pinot, a Gaudu. Con alcuni instaurando un rapporto quasi tra padre e figlio, con altri vivendo anche momenti difficili, affrontando crisi come quella fra gli stessi Démare e Gaudu che hanno portato a una separazione in casa e all’addio anticipato del primo. Probabilmente è già in quei frangenti che Madiot vedeva come il giocattolo stesse un po’ sfuggendo di mano, come il mondo del ciclismo al quale era abituato stava cambiando, anche troppo velocemente.

La vittoria di Marc Madiot alla Roubaix 1991. Aveva già vinto sei anni prima
La vittoria di Marc Madiot alla Roubaix 1991. Aveva già vinto sei anni prima
La vittoria di Marc Madiot alla Roubaix 1991. Aveva già vinto sei anni prima
La vittoria di Marc Madiot alla Roubaix 1991. Aveva già vinto sei anni prima

Un ciclismo sempre meno al suo passo

«Fino a poco tempo fa – raccontava il manager a L’Equipe – quando incontravo un giovane corridore, vedevo l’orgoglio nei suoi occhi perché gli parlavo e lo incoraggiavo a unirsi a noi. Non molto tempo fa, mi sono ritrovato di fronte a ragazzi che mi dicevano: “Parli con il mio agente, signore”. E’ l’evoluzione del ciclismo, ma siamo sicuri che sia giusto percorrerla a occhi chiusi? Con i procuratori ci parlo, ma i corridori devono capire che la vita è loro, sono loro che devono decidere, non gli agenti.

«Quando ingaggiai Philippe Gilbert, presi la macchina e andai a parlare con i suoi genitori in Belgio, era il 2002, tornai a casa che il ragazzo aveva firmato. Il giorno dopo incontrai l’australiano Bradley McGee al Nations Open a Bercy e sei mesi dopo andai a prenderlo alle 6 del mattino all’aeroporto. Le squadre le costruivo così, oggi è tutto diverso».

Arnaud Démare, un sodalizio durato 12 stagioni e chiuso non senza polemiche
Il manager con Arnaud Démare, un sodalizio durato 12 stagioni e chiuso non senza polemiche (foto Garnier)
Arnaud Démare, un sodalizio durato 12 stagioni e chiuso non senza polemiche
Il manager con Arnaud Démare, un sodalizio durato 12 stagioni e chiuso non senza polemiche (foto Garnier)

Tante battaglie per il futuro del movimento

Madiot, nella sua evoluzione esistenziale si è trovato davanti a due strade: una era il ciclismo che aveva conosciuto, affrontato da corridore, fatto di valori umani. L’altro quello del ciclismo attuale, tutto numeri e prestazioni. «Il futuro è una continua integrazione di tecnologie, ma non dobbiamo perdere di vista da dove veniamo».

Spesso il manager transalpino, anche nella sua figura di presidente della Lega Ciclistica Francese, si è prodigato per mantenere una rotta consona alla tradizione, battendosi per avere mezzi all’altezza per combattere il doping tecnologico. Lottando perché l’attività potesse riprendere nel difficile anno del Covid. Chiedendo un tetto agli ingaggi per equilibrare maggiormente il WorldTour. Mettendo in guardia contro un’eccessiva dipendenza dai mezzi meccanici. Identificando in auricolari, sensori di potenza, GPS elementi che accrescono i pericoli del mestiere.

Con Thibaut Pinot sono arrivate soddisfazioni ma soprattutto la condivisione di tante emozioni
Con Thibaut Pinot sono arrivate soddisfazioni ma soprattutto la condivisione di tante emozioni (foto De Marchi)
Con Thibaut Pinot sono arrivate soddisfazioni ma soprattutto la condivisione di tante emozioni
Con Thibaut Pinot sono arrivate soddisfazioni ma soprattutto la condivisione di tante emozioni (foto De Marchi)

Resterà come presidente

Forse non è più il suo ciclismo. Madiot non se ne va del tutto, resta come presidente per seguire la struttura nel suo complesso e cercare nuove fonti di introito, accogliendo le parole di qualche settimana fa di Cavendish che metteva in guardia dall’eccessiva dipendenza dagli sponsor dei team. «La mia ambizione è che il team sopravviva a me, dobbiamo guardare al futuro e io non lo sono». Eppure in certi aspetti i suoi concetti restano quanto mai attuali.

Federica Venturelli

Viaggio nel motore di Venturelli con coach Dario Giovine

28.12.2025
6 min
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BENIDORM (Spagna) – Federica Venturelli continua a tenere banco. Dopo aver ascoltato la diretta interessata e gli elogi di Elisa Longo Borghini, non potevamo non parlare anche con colui che la allena ogni giorno: il suo coach Dario Giovine.

Con il preparatore della  UAE ADQ facciamo dunque un viaggio tecnico dentro al motore di Venturelli. Un motore davvero importante. Ma che, a quanto pare – ed è questa la notizia più bella – non ha ancora smesso di crescere. Il potenziale è tanto: in chiave futura, ma anche a stretto giro. Non tra cinque o sei anni: qui si può già parlare di cronometro iridate e di grandi, anzi grandissime classiche.

Dario Giovine
Il preparatore Dario Giovine, che segue Venturelli da tre stagioni
Dario Giovine
Il preparatore Dario Giovine, che segue Venturelli da tre stagioni
Dario, innanzitutto da quanto segui Federica Venturelli?

Questo che inizia sarà il terzo anno. Ha già passato due stagioni in devo e questo sarà il primo anno WorldTour, quindi da quando è arrivata nel team.

Quindi la seguivi anche quando faceva cross?

Il primo anno che l’ho seguita è stato quello di transizione, quando ha smesso con il ciclocross. Aveva ancora fatto la Coppa del mondo, se non ricordo male proprio qui a Benidorm, e qualche uscita. Stavamo però già decidendo il percorso che l’avrebbe portata sempre più verso strada e pista.

In questi giorni si parla spesso del suo “motore grande”. Oltre ai numeri, cosa ti dice che è davvero così?

L’attitudine e l’approccio. Quando parlo di motore non mi riferisco solo ai numeri. Il motore grande di Federica è anche l’attitudine al lavoro, la precisione con cui si allena, che poi porta alle performance che abbiamo visto. E’ sempre stata una grande professionista per l’attenzione che mette in tutto, e questo si riflette anche fuori dalla bici. Per esempio nello studio ha un rendimento altissimo, come nello sport. E’ proprio la sua etica del lavoro, come persona, a fare la differenza.

La cronometro è forse la specialità che più piace a Federica Venturelli
La cronometro è forse la specialità che più piace a Federica Venturelli
Entriamo più nel tecnico: va forte su strada e va forte in pista nell’inseguimento, uno sforzo da circa quattro minuti. Come si allenano qualità così diverse?

E’ fondamentale dire che c’è una grandissima sinergia con il settore tecnico della nazionale pista. Con Diego Bragato ho un ottimo rapporto e una comunicazione continua, che secondo me è la base dei risultati. C’è chiarezza sui calendari, sugli impegni, sulle fasi di recupero e sugli allenamenti specifici. A volte seguo anche personalmente gli allenamenti in pista. Poi Federica è molto professionale nel fornire feedback. Quello che abbiamo capito è che bisogna interpretare bene le richieste fisiologiche e metaboliche della pista senza creare sovrapposizioni inutili.

Cioè?

Evitare di riproporre su strada lavori che ha già sviluppato in pista. Le qualità le ha già stimolate lì, quindi su strada cerchiamo di completare il profilo fisiologico e metabolico. Sappiamo che non è solo una pistard e non è solo una cronoman. Io, rispetto a Bragato, mi concentro più sullo sviluppo delle sue caratteristiche aerobiche, bilanciando il lavoro in base a quello che fa in pista e ai necessari recuperi.

Quindi il lavoro di endurance?

Ma non solo. Ci sono anche lavori specifici da cronometro, molto vicini alla soglia. Lavoriamo su soglia aerobica e anaerobica, sempre dopo aver lasciato il giusto recupero rispetto a un lavoro in pista che è estremamente tassante. L’obiettivo è non creare doppioni: la forza e le partenze da fermo le fa in pista, non ha senso riproporle due giorni dopo su strada.

Federica Venturelli
Secondo Giovine, Federica (prima a sinistra) ha un approccio molto serio agli impegni, siano essi sportivi o di altro genere (foto UAE ADQ)
Federica Venturelli
Secondo Giovine, Federica (prima a sinistra) ha un approccio molto serio agli impegni, siano essi sportivi o di altro genere (foto UAE ADQ)
Oggi in cosa eccelle di più: un minuto, quattro minuti, dieci minuti?

Federica ha un profilo molto completo. E’ fortissima sulle potenze critiche brevi: il minuto e i 30 secondi sono eccellenti. Ha anche un buon picco di potenza, grazie alla sua struttura fisica. E non è affatto “ferma” allo sprint. Allo stesso tempo, dai test della curva del lattato emerge un profilo aerobico molto efficiente. Questo le permette di andare forte anche in fuga da lontano, con wattaggi elevati nella parte bassa della curva.

Insomma, un motore completo?

Esatto. Il nostro lavoro è portare avanti tutti gli aspetti della performance, perché è un’atleta eclettica. Riesce a esprimersi bene anche in una cronometro da 35 minuti.

In un ciclismo sempre più specifico, non c’è il rischio che sia troppo eclettica?

Secondo me no, soprattutto vista la sua giovane età. E’ una scelta vincente sviluppare ancora un motore di base completo. Sono i primi approcci con il WorldTour e stiamo ancora scoprendo Federica. Parliamo di una classe 2005, quindi anche a livello di calendario dobbiamo sperimentare. Quando avremo chiari al 100 per cento i suoi punti di forza, potremo indirizzarla verso un certo tipo di gare. In prospettiva, una corsa a tappe con cronometro e dislivelli non estremi potrebbe anche vederla in classifica generale.

Federica Venturelli
Vista la sua altezza (180 cm), Venturelli può sfruttare leve lunghe che le garantiscono grande potenza
Federica Venturelli
Vista la sua altezza (180 cm), Venturelli può sfruttare leve lunghe che le garantiscono grande potenza
Classiche come Fiandre o Sanremo potrebbero essere adatte a lei?

Sicuramente sì. Ha potenze critiche per superare muri da cinque fino a otto minuti. Inoltre guida molto bene e in gruppo si muove con grande intelligenza.

Il passato nel cross torna utile a Venturelli…

Assolutamente sì, così come la pista. Anche se non ha ancora fatto grandi eventi di gruppo in pista, sa muoversi ed è abituata ad allenarsi insieme alle altre. In queste corse il posizionamento vale l’80 per cento del risultato finale. Per questo, vista la giovane età, è giusto non forzare una specializzazione troppo precoce.

Che ruolo può avere a livello tecnico-tattico nella squadra?

Dipende molto da chi sarà la capitana. E’ il suo primo anno WorldTour, quindi il ruolo potrà variare. Non sarà capitana in corse come Fiandre o Roubaix, ma potrà avere un ruolo di supporto molto importante, anche decisivo nei momenti in cui la corsa esplode. Se la capitana non dovesse avere le gambe giuste, Federica può diventare una soluzione. Supporto sì, ma non solo da gregaria e non solo nella prima parte di gara.

Secondo Giovine per adesso è bene far crescere l’intero motore di Venturelli e solo in un secondo momento “specializzarlo” (foto UAE ADQ)
Federica Venturelli
Secondo Giovine per adesso è bene far crescere l’intero motore di Venturelli e solo in un secondo momento “specializzarlo” (foto UAE ADQ)
Che tipo di corse farà nel corso della stagione?

La prima parte di stagione sarà più orientata sulle pietre. Per la seconda parte, quella dei Grandi Giri, stiamo valutando. Una cosa è certa: non ne farà più di uno, vogliamo preservarla. Anche noi tecnici dobbiamo capire bene le sue fasi di recupero. Con Bragato abbiamo individuato alcuni momenti per inserire l’attività su pista: ci saranno gli europei (Turchia, 1-5 febbraio), almeno una prova di Coppa del mondo e il mondiale (Cina, 14-18 ottobre).

Su quante ore di allenamento lavora mediamente?

Non è una ragazza spremuta. Ha anche l’impegno dell’Università, con laboratori che le impongono rientri al pomeriggio. Tolti i ritiri, in cui fa di più chiaramente, in una settimana fa circa 20 ore di lavoro. Questo significa che c’è ancora un grande margine di lavoro. Finché risponde così e cresce anno dopo anno senza esagerare con il carico, perché aggiungere volume “gratis” e stancarla? E’ il concetto di dose minima efficace e in questo momento per lei è ideale. Funziona. Se ottiene risultati con 20 ore, non ha senso portarla a 30. Quel margine le servirà in futuro, quando ne avrà davvero bisogno per fare un ulteriore salto.

Jova Beach Party, Fabrizio Borra, Luca Borra, Daniele Borra

Fratelli Borra, scienza e cuore nel nome del padre

28.12.2025
8 min
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Nella prima intervista dopo la caduta al Polonia, Filippo Baroncini ha raccontato di aver svolto la riabilitazione presso il Fisiology Center di Forlì, il centro di Fabrizio Borra. Attimo di silenzio, mente locale. Il rieducatore romagnolo, conosciuto trent’anni fa quando rimise in bici Marco Pantani e poi coinvolto in decine di approfondimenti, è scomparso prematuramente nello scorso mese di maggio e in tutta onestà non sapevamo chi mandasse avanti il centro.

E’ stato Fred Morini a spiegarci che al timone ci sono i suoi due figli. Luca, classe 1988, preparatore. Daniele, classe 1992, fisioterapista. Ci è perciò venuta voglia di conoscerli e farci raccontare quale sia l’eredità professionale e umana di Fabrizio, con il piacere di sapere che la sua capacità non è andata perduta, assieme all’arte di resettare corpi feriti e rimettere in sesto anche la mente

Il primo incontro con Borra nel 1995, l’obiettivo era tutto per Marco Pantani. Fabrizio dietro lavorava con discrezione
Il primo incontro con Borra nel 1995, l’obiettivo era tutto per Marco Pantani. Fabrizio dietro lavorava con discrezione

Luca e Daniele, i fratelli Borra

Metterli insieme è stata un’impresa, hanno calendari fittissimi. E così, aspettando Daniele, ci presentiamo e raccontiamo a Luca di aver conosciuto suo padre nel vecchio centro, ben prima che nascesse quello attuale.

«Ai tempi di Pantani – racconta lui – noi eravamo ancora piccoli. Io un po’ l’ho vissuto e in parte mi rivedo in mio figlio quando viene qui. Ero un bambino, avevo otto anni. Vedevo Pantani, ci facevo due risate, due scherzate. Papà ha aperto qua nel 2007 e qui abbiamo cominciato anche noi qualche anno dopo. Io mi sono laureato in Scienze Motorie e Daniele in Fisioterapia e adesso siamo qua e andiamo avanti».

Nel frattempo è arrivato Daniele. Ci conferma che Baroncini ha subito un brutto trauma, ma che la ripresa è stata efficace e anche rapida, come accade agli atleti molto motivati. E poi si comincia, mettendo insieme i ricordi con il presente.

Nel 2023, Fabrizio Borra è stato presente al ventennale della Mercatone Uno a Imola
Nel 2023, Fabrizio Borra è stato presente al ventennale della Mercatone Uno a Imola
Quando avete preso coscienza che oltre ad essere vostro padre, Fabrizio Borra era così stimato nel suo ambiente?

LUCA: «Quando ho cominciato a girare con lui, comunque dopo Pantani. Piano piano ho capito quanto avesse dato e stesse ancora dando, sia a livello rieducativo sia anche a livello sportivo. Diciamo che rispetto a Daniele, vengo più dal mondo dello sport. Ho fatto Scienze Motorie perché mi piaceva, senza alcun obbligo. Poi ho iniziato ad appassionarmi di basket e di motori, dato che era tutto in casa. E ora il mio ruolo di allenatore serve per la fase della riabilitazione in cui l’atleta inizia a curare il gesto, dopo aver recuperato dall’infortunio».

DANIELE: «Il nostro lavoro è sempre focalizzato sull’aspetto riabilitativo. Una volta ci si fermava alla guarigione e poi toccava agli allenatori. Invece la forza di papà è stato dimostrare quanto sia importante la fase ibrida tra l’aspetto della fisioterapia e della normalizzazione e la ripresa del gesto sportivo. Quindi l’obiettivo è collegare i due mondi in maniera collaborativa, in modo che il lavoro di Luca come preparatore possa iniziare precocemente, anziché limitarsi alla fisioterapia».

Il Fisiology Center di Forlì, creato da Fabrizio Borra nel 2007, si trova presso il casello della A14
Il Fisiology Center, creato da Fabrizio Borra nel 2007, si trova a Forlì vicino all’ingresso della A14
Il Fisiology Center di Forlì, creato da Fabrizio Borra nel 2007, si trova presso il casello della A14
Il Fisiology Center, creato da Fabrizio Borra nel 2007, si trova a Forlì vicino all’ingresso della A14
Fabrizio ha sempre avuto grande pragmatismo. In una delle ultime interviste sull’incidente di Bernal, aveva anticipato con grande precisione l’iter della ripresa.

DANIELE: «E’ quello che ci ha insegnato e che ha portato avanti, soprattutto il concetto di guardare la biologia e andare dietro al tempo biologico senza costruire troppo. Seguire la risposta del corpo, senza anticipare cose quando non è intelligente farlo. E senza neanche andare a complicare il quadro quando tutto fila liscio».

Il fatto di lavorare con atleti di alto livello vi porta un’esperienza utile nel lavorare con i pazienti di tutti i giorni?

LUCA: «Sì, secondo me aiuta. L’atleta ha risposte veloci perché fa solo quello. L’idraulico invece lavora tutto il giorno in piedi e arriva da noi più affaticato. L’approccio che abbiamo con l’atleta e con la vecchietta è lo stesso, cambiano ovviamente le intensità».

DANIELE: «E’ normale che non puoi attuare le stesse intensità e gli stessi percorsi. I fattori da considerare sono l’aspetto bio-socio-ambientale e l’aspetto psicologico di un atleta, che comunque è molto delicato quando subisce un infortunio. Non esclusivamente l’aspetto dell’esercizio, ma la globalità della riabilitazione e tutte le sfere che essa coinvolge».

Bennati iniziò a collaborare con Borra dopo la caduta alla Sanremo 2016 che gli provocò la frattura di due vertebre
Tra gli atleti più vicini a Borra, Bennati iniziò a frequentare il centro dal 2003. Qui la caduta alla Sanremo 2016 che gli provocò la frattura di due vertebre
Bennati iniziò a collaborare con Borra dopo la caduta alla Sanremo 2016 che gli provocò la frattura di due vertebre
Tra gli atleti più vicini a Borra, Bennati iniziò a frequentare il centro dal 2003. Qui la caduta alla Sanremo 2016 che gli provocò la frattura di due vertebre
Che papà è stato Fabrizio Borra? 

LUCA: «La cosa più bella bella è stato condividere oltre alla vita, anche il lavoro. Ci vedevamo quasi più qui che a casa. Lui era sempre in giro, per cui potresti dire che sia stato un padre assente, invece no. Non c’era, ma era presente per la qualità del tempo. Ritrovarsi senza è molto duro, al di là del lavoro, anche per la vita. Io ho due figli, quindi era appena diventato nonno e da quel punto di vista ha lasciato un bel vuoto. Però è sempre stato presente in tutto».

Era sempre presente anche per i suoi atleti.

LUCA: «Quelli che hanno lavorato con lui ormai sono arrivati a fine carriera, però i rapporti continuano. Bennati e Basso, anche Viviani. Sanno che noi ci siamo e ci sono stati vicino anche nei momenti in cui il papà è stato male. I suoi amici non hanno mai smesso di venire, per farsi trattare e sapere come stava. Tamberi veniva una volta al mese, anche se non ne aveva bisogno. Elia Viviani e Dovizioso la stessa cosa. Quando si è ammalato, hanno continuato a venire. E Jovanotti ugualmente l’ha voluto nel suo tour».

DANIELE: «Anche quelli che non erano più atleti. Uno degli ultimi è stato Paolo Bettini, venuto per stare un po’ insieme. Papà aveva la capacità di creare un bel rapporto, ma stando sempre un passo dietro. Lo hai mai sentito dire: io sono il fisioterapista di Marco Pantani oppure il fisioterapista di Alonso? Ha sempre lavorato senza farsi vedere. Se erano loro a parlarne, allora bene. Ma lui ha sempre messo l’atleta davanti e questo è stato probabilmente il motivo per cui ha avuto un bellissimo rapporto con tutti. Ma tornando alla domanda di prima…».

Ospiti speciali al Gran Premio: Alonso e Borra accolgono Elia Viviani ed Elena Cecchini
Ospiti speciali al Gran Premio: Alonso e Borra accolgono Elia Viviani ed Elena Cecchini
Quale?

DANIELE: «Quando ho capito quanto ha fatto il papà in questo mondo. Sin da subito percepivo certe cose, perché venivano atleti di grande livello direttamente da lui e si affidavano totalmente. Però poteva anche essere una visione distorta, non vedendo altro di quel mondo. Invece ho avuto una conferma incredibile nell’ultimo anno. Soprattutto dopo quello che è successo, davanti alle testimonianze di chi l’ha conosciuto. Anche a livello professionale, tutti quelli con cui ha collaborato lo hanno ricordato senza le classiche frasi di circostanza».

LUCA: «Alonso poteva anche non portarlo più alle gare. Invece quando è stato male e purtroppo stava peggiorando, Fernando lo ha voluto comunque. Gli ha fatto fare due Gran Premi, anche senza fare nulla. E papà ha fatto fatica, ma lo ha accompagnato. Anche dopo, anche adesso continuano a scrivere, per ricordarsi di lui».

Avete parlato di livello professionale, anche se spesso è un ambito di grandi gelosie…

DANIELE: «Quando sono stato all’ultimo International Congress Sport Traumatology che organizza il professor Porcellini, con tutte le eccellenze italiane di ortopedia e fisioterapia, non ce n’è stato uno che non abbia provato emozione nel ricordarlo. Tutta gente che col carattere di mio papà a volte ha anche discusso, eppure ho percepito che abbia lasciato un segno nel mondo del lavoro».

Daniele e Luca Borra, in un'immagine del 2015 di Massimo Nazzaro
Daniele e Luca Borra, in un’immagine del 2015 di Massimo Nazzaro, con l’hashtag che celebra la squadra di basket Forlì 2.015
Daniele e Luca Borra, in un'immagine del 2015 di Massimo Nazzaro
Daniele e Luca Borra, in un’immagine del 2015 di Massimo Nazzaro, con l’hashtag che celebra la squadra di basket Forlì 2.015
Fabrizio Borra sistemò Pantani facendolo lavorare in acqua e parve un marziano. Quanto si è evoluto il vostro mondo?

LUCA: «Tanto ed è ancora in evoluzione, non ti puoi mai fermare, devi sempre stare al passo. E’ un progresso che ti aiuta, perché se pensi ai tempi di recupero di una volta, magari adesso sono un po’ diminuiti. Una volta ti ingessavano per qualunque cosa ed è chiaro che recuperare era più lungo».

DANIELE: «Non è tanto sui tempi quanto sull’approccio. Dal punto di vista ortopedico è cambiato tantissimo, dal come gestivi certe situazioni negli anni 90 a come le gestisci adesso. Ed è cambiato anche il rispetto del corpo, me lo raccontavano il papà e i ragazzi che lavorano qui e hanno condiviso con lui quel percorso. Una volta c’era la gara per far rientrare l’atleta nel tempo più rapido, poi però non si spiegavano tanti altri problemi che venivano fuori. Adesso c’è l’intelligenza di capire che non c’è bisogno di avere fretta e bisogna fare le cose per bene. Poi, se fatte bene sono anche veloci, meglio ancora».

Non c’è più pressione da parte dei team e degli stessi atleti?

DANIELE: «Se per fare tutto bene ci vogliono due settimane in più, meglio prendersi il tempo necessario che avere fretta, soffermandosi solo sui problemi di oggi. Meglio ragionare a lungo termine, per questo l’approccio è cambiato tanto. Perché l’aspetto di questo ritmo sfrenato della vita si sente molto di più oggi rispetto a 30 anni fa».

Pantani, Borra e Jovanotti: quando il cantante non era ancora star e si avvicinava al campione in punta dei piedi (immagine Facebook/Fisiology)
Pantani, Borra e Jovanotti: Fabrizio è stato il punto di contatto fra i due talenti (immagine Facebook/Fisiology Center)
Pantani, Borra e Jovanotti: quando il cantante non era ancora star e si avvicinava al campione in punta dei piedi (immagine Facebook/Fisiology)
Pantani, Borra e Jovanotti: Fabrizio è stato il punto di contatto fra i due talenti (immagine Facebook/Fisiology Center)
A Fabrizio tanti corridori riconoscevano il fatto di essere anche un sottile psicologo…

DANIELE: «Forse è la cosa più importante che ci ha lasciato. Quando l’atleta entra nella dimensione dell’infortunio, l’idea di tornare come prima o anche meglio è il tarlo che gli scava dentro e che è difficile gestire. Ha bisogno di aggrapparsi a certe figure che devono pensare anche e soprattutto a quell’aspetto. Farlo come lo faceva Fabrizio è difficile, perché l’atleta si affidava al 100 per cento. Qualsiasi cosa facesse, anche le meno canoniche, riusciva a ottenere quella fiducia. C’era qualcosa che li legava anche al di fuori dell’aspetto tecnico. Questa forse resta l’eredità più difficile da raccogliere».

UAE Team Emirates 2017, Filippo Ganna, SImone Consonni

Under 23, quattro storie Colpack su cui riflettere

27.12.2025
7 min
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Sembra passato un secolo, era appena l’alba del 2017 quando all’Hotel Fiordaliso di Terracina, sede storica di ritiri quando la Spagna non era ancora così ricercata, incontrammo quattro neoprofessionisti del neonato UAE Team Emirates. Ganna, Consonni, Troìa e Ravasi erano approdati alla corte di Saronni e Gianetti dal Team Colpack che fino all’anno precedente era stato il vivaio della Lampre con cui divideva le bici Merida. Quattro ragazzi diversissimi fra loro che negli under 23 si erano guadagnati la chance del WorldTour.

Ganna, arrivato alla Colpack dalla Viris, aveva partecipato alle Olimpiadi di Rio, aveva vinto il primo mondiale dell’inseguimento, una lunga serie di crono e la Parigi-Roubaix Espoirs 2016. Consonni era campione italiano in carica e, siccome era quello veloce e teneva in salita, aveva fatto incetta di classiche (l’argento ai mondiali di Richmond 2015 però gli bruciava ancora sulla pelle). Ravasi era lo scalatore, secondo al Tour de l’Avenir 2016 dietro Gaudu e vincitore di tappe al Giro delle Valli Cuneesi e al Valle d’Aosta. Infine Troìa, il passistone e l’uomo squadra, che in quella Roubaix U23 del 2016 aiutò Ganna a centrare il successo.

Campionati del mondo 2015, Richmond, Simone Consonni, Kevin Ledanois, Anthony Turgis
Richmond 2015, Consonni beffato in volata da Ledanois. Terzo Turgis. Farà un altro anno con la Colpack e poi passerà
Campionati del mondo 2015, Richmond, Simone Consonni, Kevin LEdanois, Anthony Turgis
Richmond 2015, Consonni beffato in volata da Ledanois. Terzo Turgis. Farà un altro anno con la Colpack e poi passerà

Quattro storie diverse

A distanza di sette anni, Ganna e Consonni sono ancora in gruppo, Ravasi e Troìa non più. Non è scontato fare carriera e meno si è strutturati e più diventa difficile. Questo viaggio, fatto in compagnia di Rossella Di Leo che li fece crescere nel Team Colpack, può essere un’utile lettura per chi si accinge a passare professionista senza avere nelle tasche le cartucce necessarie.

«Per Ganna e Consonni – riflette Rossella – non ci sono problemi, sono ancora lì e stanno dimostrando quel che valgono. Troìa è passato perché era pronto per fare il suo lavoro e mi sembra che negli anni in cui ha avuto il contratto abbia anche dimostrato di lavorare bene. Poi Pippo e Simone hanno cambiato squadra, forse se fossero rimasti, “Olly” avrebbe potuto continuare a fare per loro il lavoro che faceva da sempre alla Colpack. Poi si è felicemente sposato, ha fatto un bimbo e adesso ne ha fatto un altro. Ha scelto un’altra strada e la sta facendo in modo egregio con il lavoro di suo padre».

UAE Team Emirates 2017, Oliviero Troìa
Fra i neopro’ del 2017 alla UAE Emirates, ecco Oliviero Troìa. Anche alla Colpack correva da uomo squadra
UAE Team Emirates 2017, Oliviero Troìa
Fra i neopro’ del 2017 alla UAE Emirates, ecco Oliviero Troìa. Anche alla Colpack correva da uomo squadra
Tutto bello, ma proprio lui è rimasto senza squadra a 28 anni, dopo aver lavorato bene e a lungo…

Quando vedo i corridori per la prima volta, dico sempre che è molto più difficile smettere di correre che iniziare. Puoi avere 25 anni, puoi averne 30, ma se non ti sei preparato ad un piano B, è la cosa più difficile del mondo. L’ho vissuto anche con Felice Gimondi, che ha finito la sua carriera, però non era ancora pronto. In effetti nel primo anno neanche lui riusciva a capire cosa dovesse fare. Non è una questione di età. A meno che tu faccia come Davide Martinelli e un anno prima ti prepari il piano B, restando sempre nel mondo del ciclismo.

Ravasi è stato molto sfortunato, ha avuto problemi fisici ed è uscito di scena in silenzio…

Edward è sempre stato un po’ cagionevole, però aveva fatto secondo al Tour de l’Avenir. Qualcosa aveva dimostrato, quindi era pronto anche lui. Però è vero che ha sempre avuto problemi anche quando era alla Colpack, la fortuna non è stata dalla sua parte.

Tutti e quattro alla UAE: non poteva essere che proprio Ravasi avrebbe avuto bisogno di una squadra più piccola, viste le sue fragilità?

Quando parlo di queste cose, penso a Ciccone. Quando era al terzo anno da dilettante e magari si pensava di fare come con Consonni che ne ha fatti quattro, Giulio disse che sarebbe voluto passare. Che suo padre faceva l’operaio, il treno stava passando e non se la sentiva di lasciarlo andare. Quando si è trattato di Ravasi, il treno che è passato era un Italo, un Freccia Rossa e come fai a non prenderlo?

Non c’era altro?

Quello c’era e quello ha preso, non c’erano così tante squadre. Anche Consonni sarebbe stato pronto a passare dopo il terzo anno da U23, ma non c’erano squadre e aspettammo che facesse il quarto. Ravasi si è giocato la sua chance, non è questione di intelligenza, è soprattutto questione di scelta. Lo fareste anche voi, no? Non avreste scelto la squadra più importante?

Ravasi neopro' nella UAE di Saronni e Gianetti, che porta in ammiraglia anche Marzano
Ravasi neopro’ nella UAE di Saronni e Gianetti, che porta in ammiraglia anche Marzano. Veniva dalla Colpack, vivaio della Lampre
Ravasi neopro' nella UAE di Saronni e Gianetti, che porta in ammiraglia anche Marzano
Ravasi neopro’ nella UAE di Saronni e Gianetti, che porta in ammiraglia anche Marzano. Veniva dalla Colpack, vivaio della Lampre
Consonni negli anni è stato la spalla di Viviani e ora di Milan: ha trovato il suo ruolo e lì si è fermato. Potrebbe ambire a di più?

Anche con noi alla Colpack è sempre stato versatile, nel senso che ha vinto ma è sempre stato a disposizione di tutti. E’ sempre stato un uomo squadra, fin da quando era piccolino. Vinceva, però era contento di far vincere gli altri: una capacità che ha sempre avuto. Se poi davanti ne hai uno più forte, come ad esempio Viviani in pista, devi anche essere intelligente. E sono anche certa che alle spalle di Simone ci siano dei ragazzi che aspettino che lui molli per prendergli il posto. In pista puoi durare tanti anni, ma è un grosso sacrificio.

Che però Consonni fa molto volentieri…

Io tante volte non lo capisco, perché è davvero un grosso impegno. La pista è casa loro, capito? Anche quando erano dilettanti, partivano, stavano ore e ore in pista e quando tornavano ti raccontavano di aver mangiato una piadina e di aver continuato a girare. Oggi con tutti i nutrizionisti che ci sono, a qualcuno verrebbe un colpo.

Parliamo di Ganna. Perché uno che vince la Roubaix da U23 e ha doti da passista come lui, non è stato messo subito al centro di un progetto sulle classiche?

Su questo potrei essere anche d’accordo, perché Pippo è straforte. Però alla Ineos forse non l’hanno valorizzato sempre per quello che vale. E’ un atleta ormai maturo, che avrà fatto le sue scelte, come Simone ha fatto le sue. Anche Pippo è un ragazzo modesto, si fida tanto delle persone che lo stanno gestendo e quindi non sta lì a pensare che potrebbe fare diversamente. Sia lui sia Consonni sono sempre stati così e quindi se la vivono bene.

Ai mondiali pista del 2016, Filippo Ganna conquista il primo iride nell'inseguimento
Ai mondiali pista del 2016, Filippo Ganna conquista il primo iride nell’inseguimento. Memorabili i festeggiamenti della Colpack
Ai mondiali pista del 2016, Filippo Ganna conquista il primo iride nell'inseguimento
Ai mondiali pista del 2016, Filippo Ganna conquista il primo iride nell’inseguimento. Memorabili i festeggiamenti della Colpack
Quando li avete affidati alla UAE, vi aspettavate quello che è venuto o pensavate qualcosa di diverso?

Hanno sempre dato il massimo, quindi quel che è venuto va bene. Il fatto che non gli abbiano costruito attorno una squadra per le classiche rientra anche nelle scelte di Pippo. Sei adulto e ti pagano, giusto? A fine devi fare quello che ti chiedono. Consonni lo dice tante volte: devo lavorare, però mi pagano per fare quello, quindi io quello faccio. Secondo me nelle rispettive squadre sono considerati positivamente anche per questo aspetto. Perché non si lamentano e stanno al loro posto.

Forse ai tifosi questa correttezza a volte può stare un po’ stretta?

Se hai uno come Evenepoel, che sgomita e parla dalla mattina alla sera, è un conto. Ma qui non ragioniamo di Remco, ma di ragazzi prima di tutto di una generazione diversa. Adesso ci sono loro, c’è Pogacar. Invece secondo me Pippo e Simo sono ragazzi con un’altra umiltà.

Capita ancora di sentirsi dopo che passano professionisti?

Ci sentiamo o ci vediamo per delle occasioni, come feste o corse, ma non siamo gente che rompe le scatole. Quando Ganna ha fatto il record dell’Ora, siamo andati a vederlo. Ci sono momenti come le feste dei fans club o quando hanno un bambino. Mi sento più con la mamma di Ganna che con Pippo stesso. Però una volta che eravamo a Livigno, c’era su anche lui e per due o tre sere abbiamo mangiato insieme.

Alla Vuelta 2019, quella della rivelazione di Pogacar, Troìa faceva parte della sua guardia
Alla Vuelta 2019, quella della rivelazione di Pogacar, Troìa faceva parte della sua guardia, come alla Colpack con i compagni
Alla Vuelta 2019, quella della rivelazione di Pogacar, Troìa faceva parte della sua guardia
Alla Vuelta 2019, quella della rivelazione di Pogacar, Troìa faceva parte della sua guardia, come alla Colpack con i compagni
E’ così anche con Ravasi e Troìa?

Con Troìa sì, perché ha sempre fatto parte del gruppo e capita che ci troviamo. Ravasi invece è sempre stato un po’ più isolato, ma posso dire che dopo quella generazione le cose sono cambiate. Con Masnada, Ciccone e Consonni i rapporti sono rimasti. Se fanno qualcosa di bello e gli mandi un messaggio, ti rispondono. Però da loro in avanti, il rapporto è cambiato. Adesso teniamo i corridori per un massimo di due anni, un periodo troppo breve, per cui quando se ne vanno, capita raramente di avere contatti. I quattro anni di Consonni sono stati quattro anni di vita.

Non c’era la fretta di adesso?

Per dire, la sera di Natale siamo stati da mia figlia e c’era anche Celestino, che ha lasciato Andora ed è tornato qui. Fra dilettanti e professionisti, Mirko è stato con noi per otto anni. Ormai è uno di famiglia.

Nazionale, Enervit, integrazione (foto Enervit)

Integrazione: la scala delle priorità nello sportivo

27.12.2025
4 min
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Nel mondo del ciclismo e dello sport in generale si parla sempre più spesso di integratori. Basta scorrere i social per rendersi conto di quanto l’attenzione sia spesso focalizzata su polveri, capsule e bevande funzionali, presentate come la chiave per fare un salto di qualità. Il rischio, però, è quello di attribuire all’integrazione un ruolo che la scienza dello sport non le riconosce, alimentando aspettative sproporzionate rispetto ai reali benefici.

La performance degli atleti nasce da un mix ben bilanciato di fattori: l’integrazione è una parte
La performance degli atleti nasce da un mix ben bilanciato di fattori: l’integrazione è una parte

L’integrazione non basta

La performance di un atleta non nasce da un singolo fattore, ma dall’interazione di più elementi che si costruiscono nel tempo. Alla base c’è l’allenamento, inteso come stimolo metodico e progressivo capace di indurre adattamenti cardiovascolari, metabolici e neuromuscolari. Subito dopo troviamo la nutrizione quotidiana, che fornisce l’energia e i nutrienti necessari per sostenere quei carichi di lavoro e per recuperare. Senza una dieta adeguata per quantità, qualità e distribuzione dei pasti, nessun integratore può compensare le carenze.

Il riposo e il sonno rappresentano un altro pilastro spesso sottovalutato, ma fondamentale per consolidare gli adattamenti all’allenamento. A questi si aggiungono le doti fisiche individuali, che determinano il potenziale di partenza di ciascun atleta, e la componente mentale, ovvero la capacità di tollerare la fatica, di gestire lo sforzo e controllare le emozioni.

Gli effetti dell’integrazione sulla performance sono tangibili a condizione che si realizzino tutte le altre condizioni
Gli effetti dell’integrazione sulla performance sono tangibili a condizione che si realizzino tutte le altre condizioni

Fra agonisti e amatori

Solo alla punta di questa piramide si colloca l’integrazione. Non perché sia inutile, ma perché il suo impatto è marginale rispetto a tutto ciò che viene prima. Questo concetto è ribadito con chiarezza anche nei documenti ufficiali di enti come il Comitato Olimpico Internazionale, che nella sua dichiarazione di consenso del 2018, ha sottolineato come pochissimi integratori abbiano reali evidenze sulla performance e come il loro effetto sia comunque limitato.

Un altro aspetto cruciale riguarda l’interpretazione degli studi scientifici. Molti sono condotti su soggetti poco allenati e quasi mai atlete o giovani sportivi. Spesso si leggono titoli che parlano di miglioramenti della performance, ma raramente si riflette su cosa significhi concretamente quel dato. Un aumento dell’1–2% può fare la differenza tra un podio e un quarto posto nel professionismo, ma per un ciclista amatoriale è poco rilevante, soprattutto se allenamento, alimentazione o recupero non sono costantemente ottimizzati. Inoltre, i miglioramenti più evidenti che si osservano nei soggetti studiati si riducono drasticamente negli atleti agonisti. 

Juniores a tavola: imparare a mangiare nel modo corretto fa sì che l’integrazione si sommi a una nutrizione efficace per performance e recupero
Juniores a tavola: imparare a mangiare nel modo corretto fa sì che l’integrazione si sommi a una nutrizione efficace per performance e recupero

L’effetto placebo

Il problema nasce quando l’integrazione viene utilizzata come scorciatoia. Se l’alimentazione quotidiana è sbilanciata, il carico di allenamento è mal gestito o il sonno è insufficiente, l’integratore diventa al massimo un palliativo. In alcuni casi, può persino creare più problemi che benefici, soprattutto se assunto senza criterio o in combinazione con farmaci.

Questo non significa demonizzare l’integrazione, ma ricondurla al suo reale significato: un supplemento che può avere senso in presenza di carenze documentate, in periodi di carichi elevati o in situazioni specifiche, ma non può rivoluzionare la performance di un atleta. Il vero miglioramento nasce dalla fatica, dal sacrificio e dalla nostra quotidianità. Negli altri casi, spesso, è più l’inganno della nostra mente a farci percepire il miglioramento dato da un integratore, per il cosiddetto “effetto placebo”, che comunque può essere sfruttato con strategia.

Prima di chiedersi quale integratore assumere, vale la pena chiedersi se si sta mangiando abbastanza, se si recupera adeguatamente, se l’allenamento è strutturato e se si dorme a sufficienza. Solo quando queste basi sono solide, l’integrazione può diventare uno strumento utile, e non un’illusione. Diverso è ovviamente il caso di conclamate carenze nutrizionali specifiche, che nonostante una dieta adeguata non riusciamo a colmare. In questi casi, è sempre opportuna un’attenta valutazione medica, per impostare un corretto piano di supplementazione.

Fortunato è pronto a ripetersi, ma abbiamo scoperto un suo sogno

Fortunato è pronto a ripetersi, ma svela un sogno

27.12.2025
5 min
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E’ un Lorenzo Fortunato profondamente entusiasta quello che si avvicina al 2026. Raramente lo avevamo sentito con uno spirito così positivo, logica conseguenza di un’annata davvero importante, che ha ridisegnato il suo ruolo nel panorama internazionale e che ha avuto un peso specifico importante in tutta la stagione dell’XDS Astana, salvatasi a vele spiegate nel WorldTour.

Una stagione positiva quella di Fortunato, con 83 giorni di gara per una vittoria e 16 Top 10
Una stagione positiva quella di Fortunato, con 83 giorni di gara per una vittoria e 16 top 10
Una stagione positiva quella di Fortunato, con 83 giorni di gara per una vittoria e 16 Top 10
Una stagione positiva quella di Fortunato, con 83 giorni di gara per una vittoria e 16 top 10

L’annata migliore

Il corridore nato a Bologna 29 anni fa non può che partire da quanto fatto: «Sicuramente è stata la mia annata migliore da quando sono professionista. Avevo per obiettivo la maglia azzurra al Giro d’Italia – prosegue Fortunato – e ho conquistato il simbolo di miglior scalatore, poi avevamo l’obiettivo di salvarci come squadra e ci siamo salvati, con un buon apporto mio anche in termini di punti. L’unico rammarico è il fine stagione dove non sono andato come volevo, colpa di malanni fisici che hanno vanificato il lavoro e le speranze. Non sono riuscito a finire la stagione come avrei voluto, ma resta comunque positiva».

Quali benefici hai tratto dall’Astana? Il tuo arrivo lo scorso anno è coinciso con una sorta di rivoluzione del team…

Sapevamo di essere a rischio come squadra, quindi ci siamo rimboccati le maniche. C’è un grande gruppo di italiani, e non parlo solo di corridori, ma anche di staff, preparatori e massaggiatori, insomma tutti quanti. Facciamo un bel gruppo e riusciamo a rendere piacevole anche lo stare via da casa, visto che i giorni lontani sono tanti, credo che questo sia la ricetta che ha reso vincente il nostro gruppo.

Qui con Ballerini. Fortunato ha contribuito attivamente all'ottima stagione dell'XDS Astana
Qui con Ballerini. Fortunato ha contribuito attivamente all’ottima stagione dell’XDS Astana
Qui con Ballerini. Fortunato ha contribuito attivamente all'ottima stagione dell'XDS Astana
Qui con Ballerini. Fortunato ha contribuito attivamente all’ottima stagione dell’XDS Astana
Di risultati buoni quest’anno ne hai fatti tanti, hai riallacciato il discorso con le premesse di quando sei passato professionista e c’erano tante attese nei tuoi confronti. Cominci adesso a capire che corridore sei?

Alla fine sai, non tutti crescono subito, ci sono tanti giovani che appena passano professionisti vanno forte, invece altri fanno un po’ più fatica. Io alla fine ci ho messo un po’ di più a venire fuori come tanti della mia annata, vedi Ciccone, ma alla fine abbiamo trovato il nostro spazio ed è uno spazio importante.

Fortunato adesso lo possiamo ritenere un corridore per le tappe o anche per la classifica dei grandi giri?

No, direi più per le tappe. Se si parla di classifica, vado bene nelle corse di una settimana, ma non mi sono mai messo davvero alla prova sul fare classifica bene. Quest’anno c’era l’obiettivo delle tappe e dei punti e quindi era la mia dimensione ideale. So che magari in classifica posso dire la mia, ma non sarò mai competitivo per i primi 5 e quindi preferisco puntare alle tappe.

Il momento più bello del suo 2025: la conquista della maglia di miglior scalatore al Giro d'Italia
Il momento più bello del 2025: Fortunato conquista la maglia di miglior scalatore al Giro d’Italia
Il momento più bello del suo 2025: la conquista della maglia di miglior scalatore al Giro d'Italia
Il momento più bello del 2025: Fortunato conquista la maglia di miglior scalatore al Giro d’Italia
Tu quest’anno sei andato molto bene in certe corse di 5 tappe come il Giro di Romandia, la Vuelta Burgos. Che cosa serve per allargare il discorso e cominciare anche a puntare alla classifica per i grandi giri, che cos’è che ti manca?

Per puntare ai Grandi Giri devi fare un calendario puntando solo a quelli, quindi avere meno distrazioni e sperare che vada tutto bene, non ci siano intoppi e arrivare fresco. Nel ciclismo di adesso non puoi dire «Faccio questa per preparare quest’altra». Devi essere sempre pronto. E’ chiaro che è un’arma a doppio taglio, perché tu sacrifichi i tre mesi della stagione per un Grande Giro e se quello non va bene, hai perso tre mesi della stagione. E per noi era troppo importante andare sempre bene, non dovevamo sbagliare niente. Non potevamo permettercelo.

Il tuo Giro d’Italia è stato davvero molto bello, la conquista della maglia è stata la ciliegina sulla torta, potrebbe essere anche la caccia alle maglie di leader della montagna nei Grandi Giri un tuo obiettivo futuro?

Sì, non nascondo che ci ho pensato, ma non lo avevo mai detto. Uno dei miei obiettivi è anche quello di continuare ad andare forte e crescere, magari ripetermi o migliorare la stagione che ho fatto. Se potrò essere al via anche a Tour e Vuelta, non nascondo che mi piacerebbe mettermi alla prova contro i migliori scalatori e provare ad allargare la mia collezione di maglie.

Alla Vuelta l'emiliano ha colto un podio nella tappa con arrivo ad Andorra
Alla Vuelta, Fortunato ha colto un podio nella tappa con arrivo ad Andorra
Alla Vuelta l'emiliano ha colto un podio nella tappa con arrivo ad Andorra
Alla Vuelta, Fortunato ha colto un podio nella tappa con arrivo ad Andorra
Adesso all’Astana c’è sicuramente più tranquillità rispetto a 12 mesi fa. Non c’è il rischio che ci si adagi un po’ sugli allori?

Il rischio c’è, ma già nel primo ritiro ho visto motivazione e voglia da parte di tutti quanti, come l’anno scorso che eravamo in pericolo, quindi penso che noi continueremo come abbiamo fatto e non ci siederemo sugli allori. Abbiamo già tutti quanti programmato l’anno e ci stiamo allenando bene. A novembre abbiamo festeggiato, ma poi abbiamo girato pagina e siamo pronti per fare la prossima stagione forte.

Il tuo programma che cosa prevedrà per il 2026?

A me fare le corse in Italia piace sempre. Dobbiamo valutare i percorsi dei tre grandi giri e la Tirreno Adriatico, ma più o meno farò lo stesso calendario. Mi piace il Giro d’Italia, quindi penso che questo sia uno dei punti fondamentali della mia stagione.