Renshaw di nuovo al fianco di Cav. Non solo per il record

16.11.2023
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E’ singolare il fatto che una delle più grandi scommesse della prossima stagione ciclistica sia legata a un corridore che compirà a maggio 39 anni. All’Astana Qazakstan Team i lavori per permettere a Mark Cavendish di stabilire l’agognato record di vittorie al Tour (il britannico ha già eguagliato il primato di Merckx) sono già cominciati, anche se il primo ritiro pre-stagionale deve ancora arrivare.

Intorno al corridore dell’Isola di Man si sta costruendo un’intelaiatura di prim’ordine: è arrivato Morkov, il re dei pesce-pilota e chi lo aveva preceduto in questo ruolo negli anni d’oro del britannico, ossia l’australiano Mark Renshaw è tornato al fianco del compagno di mille battaglie, questa volta come consulente per gli sprint.

Renshaw è stato un ottimo velocista, con 11 vittorie all’attivo. Vanta anche molti successi su pista
Renshaw è stato un ottimo velocista, con 11 vittorie all’attivo. Vanta anche molti successi su pista

Renshaw è ancora nella sua terra natia agli antipodi, ma sta già ragionando su quel che si potrà e si dovrà fare per regalare all’amico Mark l’ultima grande gioia: «Io ho smesso di pedalare professionalmente nel 2019. Sono tornato in Australia e ho aperto due negozi di biciclette dove vivo. Nel periodo del Covid l’impegno è stato molto intenso, ma ora c’è un po’ di calma e mi sono potuto rimettere in gioco. Per me è davvero un piacere tornare a lavorare nel ciclismo professionistico, è nel mio sangue».

Tu che lo conosci bene, è ancora il Cavendish in grado di lottare con i più forti sprinter?

Credo di sì. Credo che sia ancora in grado di lottare per la vittoria. Penso anche che quest’anno, al di là dello strapotere di Philipsen, con un po’ più di fortuna e alcune cose messe al punto giusto, una vittoria sarebbe stata possibile. L’anno prossimo sarà pronto, perché quando avremo superato questa offseason, mancheranno solo sei mesi al Tour, ma lui sa come preparare la sua formazione, e penso che la sua esperienza significherà molto.

Renshaw e Cavendish hanno corso insieme nel 2009-10 alla Columbia-Htc e nel 2016-19 alla Dimension Data
Renshaw e Cavendish hanno corso insieme nel 2009-10 alla Columbia-Htc e nel 2016-19 alla Dimension Data
Secondo te dovrà puntare tutto sul Tour o lo potremo vedere protagonista anche in primavera?

Penso che l’obiettivo della squadra sia partire forte e conquistare vittorie già da inizio stagione. Abbiamo una squadra che ha davvero esperienza, con Morkov e Ballerini insieme a Cav abbiamo un treno di grandi talenti, quindi non vedo alcun motivo per cui non dovremmo essere in grado di vincere le gare prima del Giro di Francia.

Come intendi lavorare con lui nella preparazione e nell’approccio alle volate, cambia qualcosa rispetto al passato?

Ci sono stati alcuni enormi sviluppi nel ciclismo, principalmente riguardo alla tecnologia che possiamo usare per analizzare i finali di gara. Poi ci sono tutti quei fattori fuori dalle corse, dall’allenamento alla nutrizione al recupero. Il mio lavoro sarà dare a Mark come a tutti i corridori la maggior quantità di informazioni possibili, la massima esperienza che posso trasmettere. Alla sua età c’è poco da cambiare, sa bene come si fa, come sfruttare ogni fattore. Io credo che avremo successo. Io potrò fare la mia parte, ma saranno i corridori a correre…

L’australiano è molto legato a Cav, anche fuori dalle corse. E’ stato scelto anche per questo
L’australiano è molto legato a Cav, anche fuori dalle corse. E’ stato scelto anche per questo
Quest’anno arriva Morkov come ultimo uomo: quali sono le differenze fra te e lui?

Non c’è una grande differenza tra noi quando eravamo entrambi nel fiore degli anni. Morkov è ancora lì, un vero professionista in grado di fare la differenza. Rispetto a quando correvo io, penso che il ciclismo sia cambiato, ci sono sicuramente più squadre di livello superiore e ci sono più velocisti di alto livello. Prima Cav forse aveva due o tre velocisti davvero forti, sempre difficili da battere, ma pochi del suo livello. Ora ce ne sono almeno cinque o sei che possono presentarsi ad una gara ed essere competitivi. Penso che davvero la profondità dei velocisti di vertice sia aumentata negli ultimi anni e questo rende tutto più difficile.

Tornando al passato, quali sono le più grandi soddisfazioni che hai vissuto con Mark, c’è una volata che ti è rimasta impressa?

Guarda, il più iconico è sempre lo sprint finale del Tour, è lì che si stappa lo champagne… E’ sempre la foto che resta nella storia del Tour de France. Ma dico sempre che alcuni dei migliori sprint sono stati in gare meno conosciute. Ad esempio, Giro della Turchia, Giro della California. Lì abbiamo fatto alcuni dei migliori sprint di sempre, la mia potenza era la massima della carriera, ma poiché non sono il Tour de France, non sono stati visti da così tante persone.

Il trionfo di Cavendish nella tappa finale del Tour 2009, dietro Renshaw, 2°, festeggia allo stesso modo… (foto Getty Images)
Il trionfo di Cavendish nella tappa finale del Tour 2009, dietro Renshaw, 2°, festeggia allo stesso modo…(foto Getty Images)
E’ difficile lavorare con Mark in corsa, che tipo è?

Non penso che sia difficile lavorare con lui: quando arrivavamo a una gara avevamo obiettivi chiari, avevamo un quadro chiaro di come dovevamo raggiungere l’obiettivo e abbiamo seguito tutti i passi necessari. Avevamo ottimi compagni di squadra su cui potevamo contare e la fiducia all’interno del team ha reso tutto facile. Mark sapeva bene che ero sempre in grado di metterlo nella posizione giusta, di pilotarlo verso il momento giusto nelle condizioni ideali. Non direi che sia stato difficile. Avevamo semplicemente grandi aspettative l’uno verso l’altro e penso che questo sia ciò che ha fatto la differenza più grande.

E come carattere?

Sì, siamo personaggi molto diversi, per alcuni lati opposti. Ma in gara eravamo la stessa cosa, concentrati e anche grintosi quando serviva. Nel finale ci trasformavamo. Al di fuori della gara siamo molto diversi. Io sono molto più calmo e ho un approccio molto più pianificato, lui a volte lascia che le cose lo influenzino in un modo o nell’altro, mentre io stesso cerco di concentrarmi su quel che posso fare.

A Morkov è affidato il compito di pilotare Cavendish verso il sogno delle 35 vittorie al Tour
A Morkov è affidato il compito di pilotare Cavendish verso il sogno delle 35 vittorie al Tour
Vedi nell’ambiente un altro Cavendish che sta crescendo?

Non credo che ci sia alcun velocista che abbia qualche possibilità di imitare Cav. Ewan sembrava aver intrapreso un percorso simile, ma in realtà gli ultimi due anni non sono stati eccezionali. Ma per quanto mi riguarda, non vedo nessun giovane sprinter che possa davvero raggiungere i limiti che Cav aveva quando era giovane. Mark è inimitabile…

Barale, nel 2024 il sogno di andare al Tour e al mondiale

16.11.2023
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A dispetto dei suoi vent’anni, Francesca Barale all’interno della DSM-Firmenich ha acquisito diversi gradi di esperienza e di considerazione da parte di compagne e tecnici. Nella stagione appena archiviata ha compiuto un altro step importante del suo processo di crescita, tanto che il rinnovo fino al 2025 ne è stato il naturale riscontro.

In questo periodo la ragazza di Domodossola sta approfittando del buon clima della Costa Azzurra per incamerare chilometri assieme ad un paio di compagne, prima di partire a metà dicembre per Calpe in ritiro con la sua squadra. Con Barale abbiamo voluto fare una panoramica sul prossimo anno, considerando anche il suo ruolo indiretto di trait d’union tra la DSM-Firmenich e la BFT Burzoni nell’accordo che ha visto la sua ex formazione junior diventare un devo team delle olandesi.

Francesca innanzitutto che 2023 è stato?

Sono contenta di come è andato. Alla fine è solo il mio secondo anno tra le elite, quindi è stata una stagione ancora di esperienza. Ho lavorato molto per le compagne e ho certamente raggiunto un livello superiore, più vicino a quello che voglio io e della squadra. Ho finito in crescendo di condizione. Infatti alla Tre Valli Varesine ho chiuso col botto (sorride, ndr). Quarta dietro atlete di grande valore (nell’ordine Lippert, Ludwig e Balsamo, ndr). Un bel piazzamento, il mio migliore finora, che mi ha permesso di andare in off-season col morale alto. Che non guasta mai…

Ogni volta che ti abbiamo incontrata alle gare ti abbiamo vista sempre più inserita. Questo possiamo definirlo anche il risultato che ha premiato il tuo farti trovare sempre pronta?

Alla DSM mi trovo davvero bene e lo ripeto con grande convinzione. In questi due anni di percorso mi sono guadagnata la fiducia della squadra nel fare bene la gregaria e per me è il risultato più importante. Alla Tre Valli, Juliette (Labous, la loro leader, ndr) non stava troppo bene e ad un certo punto mi ha detto di fare la mia corsa visto che ero ancora davanti nel finale. L’ho ringraziata perché alla fine è venuta a farmi i complimenti e, siccome ero inizialmente delusa, anche mi ha permesso di capire ciò che avevo appena fatto.

Barale ha chiuso il 2023 con un quarto posto alla Tre Valli, frutto anche della fiducia che la DSM ripone in lei
Barale ha chiuso il 2023 con un quarto posto alla Tre Valli, frutto anche della fiducia che la DSM ripone in lei
Sappiamo che Labous ha molta stima di te. Che effetto ti fa?

Juliette è davvero una ragazza splendida. Fra di noi il legame si è rafforzato molto, perché siamo state molto in camera assieme. La definisco la mia mentore (sorride con un mix di soddisfazione ed imbarazzo, ndr). Può sembrare paradossale perché ha solo 25 anni, ma lei ha una grande maturità. Nel ciclismo femminile, cinque anni di differenza sia anagrafica che di esperienza pesano tanto e si fanno sentire.

Ci elenchi gli aspetti positivi e negativi di questa tua stagione?

Di buono c’è il fatto che ho saputo restare con le migliori in alcune corse, non me lo aspettavo. Poi anche il fatto di poter assumere dei ruoli importanti. Alla DSM in ogni corsa c’è sempre una leader, Labous ad esempio, ed una capitana, ovvero colei che viene indicata dai diesse come regista. Ecco, spesso è toccato a me quel compito. Di negativo ho notato le crono, tutt’altra cosa rispetto a quelle da junior nelle quali andavo bene. Mi sono resa conto che se voglio essere competitiva in una piccola gara a tappe, devo migliorare tanto. Infatti nella seconda parte di stagione avevo iniziato a lavorare tanto su posizione ed aerodinamica facendo tante ore con la bici da crono.

Compagna di stanza. Labous è la leader della DSM ed ha stretto un bel legame con Barale in questi due anni (come con Ciabocco)
Compagna di stanza. Labous è la leader della DSM ed ha stretto un bel legame con Barale in questi due anni (come con Ciabocco)
Nella DSM avete atlete con cui contrastare la SD-Worx. Cosa dovete fare per ridurre il gap con loro con più regolarità?

Onestamente per quello che abbiamo visto quest’anno c’era poco da fare. Loro erano sempre in superiorità numerica, però sappiamo come batterle. E’ successo più di una volta con Charlotte e Pfeiffer (rispettivamente Kool e Georgi, ndr). Ad esempio, io credo che Charlotte nella volata pura sia più veloce di Wiebes, ma noi dobbiamo cercare di fare sempre un treno perfetto affinché ciò avvenga. Così come la stessa Juliette è una che nel testa a testa su una salita finale è in grado di vincere. Anche in quel caso bisogna saperla supportare in modo adeguato. Noi non abbiamo paura della SD-Worx e se nel 2024 sapremo restare unite nelle fasi cruciali della corsa, allora potremo toglierci tante soddisfazioni.

L’anno prossimo ci sarà anche Barbieri, che si sente già a suo agio…

Ho letto la vostra intervista a lei e mi hanno fatto tanto piacere le sue parole. Anche su Eleonora (Ciabocco, ndr) che ha fatto un bel primo anno. Con Rachele abbiamo fatto quattro ore assieme in auto per andare in ritiro in Austria e altrettante per tornare. Ne abbiamo dette tante di cose (ride, ndr). Siamo contente di avere un’atleta come lei, ci aiuterà in tante cose e darà un grande contributo.

Azzurra. Barale quest’anno ha disputato Avenir e Europeo U23. Nel 2024 vorrebbe guadagnarsi la chiamata per il mondiale di Zurigo
Azzurra. Barale quest’anno ha disputato Avenir e Europeo U23. Nel 2024 vorrebbe guadagnarsi la chiamata per il mondiale di Zurigo
Quali saranno programmi ed obiettivi di Francesca Barale per il 2024?

Prima di tutto devo capire ancora in quali gare spicco, se classiche o gare a tappe. Spero di avere un po’ di spazio per giocarmi le mie carte in alcune corse. Potrei iniziare a correre in Australia, ma ancora non abbiamo avuto bozze di calendario, quindi è tutto da vedere. Mi piacerebbe fare il Tour e non nascondo che vorrei correre il mondiale di Zurigo, che ha un percorso che mi si addice. Sono ancora U23 e naturalmente mi metterei al servizio della squadra, però vorrei arrivarci preparata per fare risultato nella mia categoria (elite e U23 corrono assieme, ndr). Con la nazionale ci sarà anche l’Avenir e se ci arriverò con la mentalità giusta, spero di avere un ruolo diverso da quello di quest’anno.

Dopo il tuo passaggio a fine 2021, DSM e BFT Burzoni collaboreranno ancora. Qualcuno ti aveva chiesto dei pareri?

No, nessuno, ma penso non ci fosse bisogno della mia opinione. Certo, prima dell’ufficializzazione avevo qualche anticipazione da Solari (il team manager della BFT Burzoni, ndr) e chiaramente mi aveva fatto molto piacere saperlo. So che la nostra rete di osservatori gestita da Hans Timmerman, il nostro capo scouting, è molto attiva e sa dove andare a pescare bene.

La prima collaborazione tra DSM e BFT Burzoni è avvenuta a fine 2021 col passaggio di Barale al team olandese
La prima collaborazione tra DSM e BFT Burzoni è avvenuta a fine 2021 col passaggio di Barale al team olandese
Cosa ne pensi di questi rapporti sempre più frequenti tra team stranieri ed il nostro tessuto giovanile?

Sono sempre a favore di accordi che coinvolgano le giovani italiane con l’estero, se strutturati in modo chiaro come questo. Posso dire di aver sdoganato un tabù ed io non mi sento minimamente pentita. Così come non la è nemmeno Eleonora (Ciabocco, sua compagna alla DSM, ndr). Le junior devono fare delle scelte ben precise visto che passano subito elite. Bisognerà capire cosa succederà con l’introduzione dei ProTeam dal 2025, però adesso purtroppo il ciclismo italiano femminile soffre del fatto che non ci sia un team WorldTeam, proprio come negli uomini. Ed è un peccato perché le nostre nazionali femminili sono tra le più forti in assoluto.

In Francia con Mas, poi briglia sciolta: nuovo Formolo in arrivo

16.11.2023
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Davide Formolo ha detto grazie al UAE Team Emirates e ha accettato un triennale al Movistar Team. Aiuterà Enric Mas, ma dato che lo spagnolo è meno… versatile di Pogacar, nel resto del tempo il veneto potrà avere il suo spazio. Le due vittorie di fine stagione (prima l’Agostoni e poi la Veneto Classic) hanno confermato la bontà della scelta. E quando gli dici che il suo mentore di un tempo – quel Daniele Tortoli che lo ha portato fino al professionismo e se ne è poi andato troppo presto – gli avrebbe suggerito di provarci prima, Roccia fa un sorriso grande e malinconico.

Per Formolo due vittorie nel 2023, come già nel 2019: la Coppa Agostoni (sopra) e la Veneto Classic
Per Formolo due vittorie nel 2023, come già nel 2019: la Coppa Agostoni (sopra) e la Veneto Classic

Lo zampino di Piepoli

Dietro l’offerta c’è lo zampino di Leonardo Piepoli, allenatore di Mas e da anni anche di Formolo. Il pugliese è per entrambi anche una sorta di consigliere e per il veronese il suo ruolo è ancora più prezioso, dopo la morte di Tortoli e quella di Mauro Battaglini, che era suo procuratore e anche consigliere.

«Il preparatore è qualcosa che va oltre la semplice tabella – riflette – dal mio punto di vista è l’unica persona con cui ti puoi confrontare quando hai dei dubbi. E’ un mondo che cambia velocemente e loro devono essere sempre pronti a supportarti o darti consigli».

Torneremo su questo punto, gli diciamo, meglio andare per gradi. Davide è tornato da poco dai circuiti del Tour de France a Singapore e Saitama. Dato che a causa della scuola, di vacanze esotiche non si parla, anche la famiglia è volata in Oriente. Dice che è stato divertente, che era già stato alla Japan Cup, però mai a queste kermesse piene di pubblico. Come pure Trentin, che ha lasciato la UAE per approdare alla Tudor Pro Cycling, anche Formolo che va alla Movistar fa pensare a una voglia di maggiore libertà.

Le vacanze di Formolo sono coincise con i Criterium in Oriente assieme a Pogacar
Le vacanze di Formolo sono coincise con i Criterium in Oriente assieme a Pogacar
Da quanto tempo avevi deciso di cambiare?

In realtà è una cosa non avevo mai considerato, perché alla UAE si sta bene. E’ un gruppo di ragazzi veramente forti e veramente affiatati. Invece a un certo punto si è creato questo spiraglio. Mi hanno cercato dalla Spagna e dopo un po’ mi sono autoconvinto e ho ceduto. Si è fatto tutto prima che vincessi le due corse, se ne parlava da un pezzo.

Qual è stato il vero ruolo di Piepoli?

Sicuramente avere lui è stato la spinta definitiva. In tutti gli sport, l’atleta deve avere un punto di riferimento e lui lo è per me sin dai primi anni da professionista. Mi ha seguito nell’allenamento e mi sa prendere meglio di tutti a livello psicologico. Andare alla Movistar mi fa pensare al figlio che torna dal padre, in un certo senso. Il suo continuo parlare della squadra come di un ambiente tranquillo mi ha convinto a valutare la proposta. Infine si è ragionato di vari scenari tattici legati al mio impiego.

Dal 2018 al 2023, Enric Mas è stato per tre volte secondo alla Vuelta. Formolo sarà al suo fianco al Tour
Dal 2018 al 2023, Enric Mas è stato per tre volte secondo alla Vuelta. Formolo sarà al suo fianco al Tour
Ti hanno già detto che, tolto il lavoro per Mas, avrai più spazio per te?

Sicuramente alla Movistar hanno meno leader che alla UAE Emirates, per cui qualche chance potrò ricavarmela. E poi sicuramente potrò essere la spalla per il capitano in un grande Giro e questo potrebbe chiudere il cerchio. Farò le mie corse di un giorno, dove comunque ho dimostrato di poter fare bene, e sarò importante per il leader nelle gare a tappe. Penso che questa sia la dimensione giusta per un corridore del mio profilo.

Perché non ti sei spostato prima, quando eri più giovane?

Non mi sono adagiato nel ruolo di gregario. Ho avuto le mie occasioni e qualche volta ho anche vinto. Vincere però porta la voglia di vincere, anche questo ha inciso nella scelta. Ma quando in squadra hai cinque fra i corridori più forti al mondo, gli spazi si restringono per forza.

Nel 2019, Formolo ha vinto il campionato italiano a Compiano, battendo Colbrelli, Bettiol e Ulissi
Nel 2019, Formolo ha vinto il campionato italiano a Compiano, battendo Colbrelli, Bettiol e Ulissi
Con Piepoli avete parlato di quale potrebbe essere il tuo ruolo?

Il fatto di lavorare per un corridore allenato da lui mi dà fiducia. Significa tornare a fare come una volta, quando il capitano aveva lo stesso preparatore e lo stesso direttore dei corridori che avrà attorno nell’appuntamento più importante. Faremo un avvicinamento simile alle gare, saremo un gruppo. Mas ha fatto tre secondi posti alla Vuelta e anche quest’anno, pur essendo arrivato sesto, era nel gruppetto dei quattro che si giocavano il podio alle spalle dei tre della Jumbo-Visma, che facevano un altro sport.

Trentin ha lasciato la squadra, attratto da un contratto di tre anni alla Tudor. Sono tre anche i tuoi anni alla Movistar: dopo i trenta, la lunghezza del contratto è un aspetto da considerare?

Passati i trenta, ogni anno è un po’ una guerra, tra virgolette. Siamo riusciti a firmare per tre anni, perché magari ho dimostrato che quando sono tranquillo, riesco a dare il meglio di me. In questo senso penso che la Movistar sia la squadra giusta per un corridore con la mia personalità. Ho conosciuto Unzue, ci siamo stretti la mano: è una persona super tranquilla. Avere per tre anni la fiducia di una squadra così non è cosa da tutti i giorni.

Giro delle Pesche Nettarine 2012, Formolo vince la classifica. Con lui Daniele Tortoli, scopritore ed estimatore
Giro delle Pesche Nettarine 2012, Formolo vince la classifica. Con lui Daniele Tortoli, scopritore ed estimatore
Sai già quale sarà il tuo programma?

Dovrei partire dal Saudi Tour e credo che farò il Tour, dovendo essere la spalla per Mas. Il Tour è più impegnativo del Giro, penso quindi che lui sceglierà di andare in Francia. L’ultima settimana è veramente durissima. In più il Tour che parte dall’Italia per un italiano è davvero un sogno. Anticipo la prossima domanda: so anche io che i primi 3-4 posti del Tour sono già quasi assegnati e forse venendo al Giro Mas potrebbe pensare di vincerlo. Ma lui è un capitale importante della squadra ed è prevedibile che ugualmente punterà tutto sul Tour.

Che cosa lasci nella vecchia squadra?

Il gruppo tra i corridoi è veramente affiatato. Nonostante sia la squadra più forte al mondo, resta comunque di matrice italiana e dobbiamo andarne orgogliosi.

A quale dei compagni hai detto per primo che saresti andato via?

Forse proprio a Pogacar. Un po’ si è sorpreso, poi ci ha ripensato e ha detto che tanto potremo ugualmente allenarci insieme. Magari più di adesso perché ci troveremo a fare un calendario simile.

Nella pancia e nella storia del Kuipke, il tempio delle Sei Giorni

16.11.2023
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GAND (Belgio) – Il Kuipke si trova nel centro della città, di preciso all’interno del Parco Cittadella, in questo momento un tappeto di foglie gialle a terra. Apparentemente sembra uno stabile come gli altri. Difficile dire che le sue alte vetrate custodiscano uno dei velodromi più prestigiosi e storici d’Europa.

Oltre 100 anni

Il Kuipke è stato costruito nel 1913, ma non era come adesso e neanche nello stesso punto. Si trattava di una pista ciclabile, un anello di 210 metri, ricavato all’interno del Palazzo Floreale, ma sempre nel Parco Cittadella. Nel 1922 viene realizzato il velodromo, smontabile, come oggi del resto. Quello definitivo risale agli ’60. La sua particolarità è di essere molto corto, 166,66 metri, e per questo è considerato super tecnico.

Sempre al 1922 risale la prima Sei Giorni di Gand, da allora è un vero monumento. Merito soprattutto delle mitiche edizioni in cui potevi vedere girare negli anni Buysse, Van Steenbergen, Ockers, Terruzzi, Merckx, De Vlaeminck, Sercu… fino ad arrivare a Villa, Martinello, Wiggins, Cavendish, Viviani.

Gand resiste

Oggi il Kuipke ospita quella che da molti è ritenuta l’ultima vera Sei Giorni. Non ci aspettavamo di vedere tanta gente e soprattutto tanto coinvolta. Una festa continua. Una gran voglia di partecipare a quello che, in qualche modo, diventa anche un evento mondano per la città.

Battiti alti: parola d’ordine sia per chi è sul parquet, sia per chi vive le emozioni della corsa sugli spalti e intorno.

Dal momento in cui si varcano le porte del Kuipke si entra in un altro mondo. Il mondo del ciclismo. S’inizia dal tardo pomeriggio con gli under 23 e si tira fino all’una di notte. Man mano che si svuotano gli uffici, si riempiono gli spalti e lo spazio al centro della pista. E’ qui che si fa “casino”. Sembra che stare lì senza una birra sia vietato!

Oltre la corsa

Ed è qui che stazionano anche i tifosi più caldi. Martinello ci aveva avvertito che il pubblico locale si sarebbe fatto sentire, specie con i propri beniamini: bè, ne abbiamo avuto la prova! Cori, balli e calici in alto soprattutto per Jules Hesters e Fabio Van den Bossche, entrambi di Gand.

Tutto è in movimento e in fermento. Gli atleti che girano in pista. I massaggiatori che sistemano le cabine all’interno del catino, preparano i sali o fanno il bucato. Sì, avete capito bene. I corridori si cambiano almeno un paio di volte in questa giostra continua e accanto alle cabine ci sono delle piccole lavatrici-asciugatrici.

Il pubblico intanto si muove. Le sedie sono occupate, ma intorno e nei tunnel per accedere al centro del velodromo è un brulicare continuo.

Il bar di Keisse

E la festa è anche fuori. A 200 metri dal Kuipke c’è un bar, che bisogna visitare. E’ il De Karper ed è della famiglia di Keisse. Lo gestisce il papà di Iljo. Lo scorso anno proprio sulla pista di casa il corridore della Deceuninck-Quick Step diede l’addio alla carriera. Fu omaggiato da città, tifosi e corridori. Un altro momento storico per il velodromo. 

Alle pareti e sul soffitto del bar ci sono foto e maglie. E c’è anche un pezzetto di Giro d’Italia. La bottiglia del 2015 quando Keisse vinse una tappa.

In molti passano lì per una birra (la scelta è immensa) prima di entrare al velodromo. Si respira ciclismo. Di solito ci sono gli irish pub, questo è un “belgian pub” e anziché i San Patrizio alle pareti, si venerano le bici!

Spirito invariato

Qualcuno ci ha detto che le Sei Giorni di una volta non ci sono più. Ma una cosa semplice quanto bella ce la dice Fabio Masotti, oggi tecnico della Fci ed ex pistard. «Vedete – ci spiega – oggi è cambiato tutto. Materiali, corse più brevi… ma lo spirito è lo stesso e certe cose come le cabine nella pista (foto di apertura, ndr) sono identiche a quelle di un tempo».

Intanto, mentre scriviamo, il velodromo si è riempito anche stasera. La musica è alta. L’interno della pista è pieno. Si fa festa. Il dj riesce persino a far fare la hola ai corridori mentre sono in corsa. E il Kuipke ti entra dentro.

UAE in trasferta: tra social ride, premiazioni e futuro

15.11.2023
5 min
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Il mese di ottobre è stato quello dedicato ai sempre più gettonati team building. Momenti dove le squadre si incontrano, ancora in maniera “informale”, lontane quindi da allenamenti e ritiri. Non si pensi però che queste occasioni siano meno impegnative lavorativamente parlando, soprattutto per quanto riguarda lo staff. E’ stato così anche per UAE Team Emirates e UAE Team ADQ che hanno passato una settimana negli Emirati Arabi per pianificare il prossimo futuro. 

Per il sociale

Tra i membri dello staff presenti al team building di Abu Dhabi c’era anche Simone Casonato, coach della UAE Team ADQ. Insieme a lui entriamo nella settimana di lavoro del team, piena di impegni anche lontani dalla bici. 

«E’ un’occasione che si è creata anche l’anno scorso – racconta – e permette allo staff e ai corridori di ricompattarsi. E’ un modo per incontrare anche quella parte del team che lavora ad Abu Dhabi e che solitamente non si incontra in corsa. Sul territorio emiratino lavora un team composto da 15 persone, i quali studiano anche dei modi per far crescere il ciclismo nel Paese. Un’iniziativa, svolta in quei giorni, e mirata proprio a questo, è stata una Social Ride partita dal Colnago Cafè di Abu Dhabi. La sera c’è stata una cena sempre al Colnago Cafè insieme allo staff dell’azienda che lavora negli Emirati.

«Si è trattata di una settimana intensa – prosegue – dove si è presentata la nuova struttura per il 2024. Molti corridori arrivavano direttamente dalle corse in Cina e c’erano anche quelli che l’anno prossimo faranno parte del team. I responsabili hanno dato un’introduzione generale all’organigramma. Una novità interessante sarà quella della nuova head of sport del team UAE Team ADQ: Cherie Pridham».

Alcuni atleti tornavano direttamente dalle corse in Cina, come Chiara Consonni
Alcuni atleti tornavano direttamente dalle corse in Cina, come Chiara Consonni

Visite e attività

La ripartenza, lontana ancora dalle solite località dove si costruisce la gamba in vista della stagione che verrà, ha riguardato anche attività diverse. 

«Chiaramente abbiamo avuto modo di visitare alcuni luoghi di interesse – prosegue Casonato – come la Gran Moschea dello Sceicco Zayed ed altri siti sul territorio. Si tratta di un modo per far scoprire e conoscere meglio ai corridori e allo staff la cultura e i valori del Paese che il team rappresenta e viceversa. Abbiamo iniziato a fare anche le prime attività, la mattina intervenivano degli ospiti per proporre attività di sviluppo.

«E’ una cosa che abbiamo fatto anche negli anni passati, questa volta gli ospiti erano due ed hanno parlato di come sviluppare le abilità motivazionali e relazionali. Aspetto importante per degli atleti che devono lavorare costantemente a contatto e dove il risultato di uno dipende molto anche dagli altri. Nel 2022, per esempio, era intervenuto un consulente irlandese che aveva parlato di creatività».

Celebrare il 2023

Il ritrovo ad Abu Dhabi è servito anche per rendere omaggio ai numerosi successi della stagione appena conclusa. Un 2023 che ha visto il team maschile aggiudicarsi il primo posto del ranking UCI. 

«C’è stata una cena – racconta ancora coach Casonato – per festeggiare il primato nel ranking UCI. Ha preso parte all’evento anche il presidente del team: Matar Al Yabhouni. E’ stato un bel momento che lo ha visto protagonista, ho avuto modo di parlarci e devo ammettere che ho trovato una persona molto simpatica e alla mano. Ha parlato molto con i corridori ed è un vero appassionato di ciclismo, anche di cavalli, è una persona davvero disponibile.

«E’ stata una settimana intensa – conclude – ma non abbiamo ancora affrontato i programmi di lavoro e di allenamento. Il 2024 sarà sicuramente un anno impegnativo, perché con le Olimpiadi ci saranno da calibrare bene i carichi di lavoro e gli obiettivi stagionali. Ma per questo avremo modo di parlarne al ritiro di dicembre».

Lappartient difende la “sua” Coppa o attacca il Belgio?

15.11.2023
4 min
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GAND (Belgio) – Da queste parti non si è ancora calmata la bufera lanciata lo scorso weekend dal presidente dell’UCI, David Lappartient. Il numero uno del ciclismo mondiale su DirectVélo aveva tuonato circa le assenze di diversi corridori di spicco nelle gare di Coppa del Mondo. Chi non farà la Coppa, non farà neanche i mondiali, né la Coppa stessa l’anno successivo: questa la summa del suo discorso.

Il che può anche starci, visto che Lappartient difende un prodotto gestito dell’UCI, ma il tutto ha preso altre pieghe quando all’interno di questa polemica ha inserito il nome di Thibau Nys, gioiellino rampante della Baloise-Trek-Lion e del cross belga.

Dendermonde, senza Van Empel e Pieterse era presumibile che Alvarado (in basso a destra) avrebbe vinto a mani basse
Dendermonde, senza Van Empel e Pieterse era presumibile che Alvarado (in basso a destra) avrebbe vinto a mani basse

La pietra dello scandalo

Il giovane Nys già da tempo aveva annunciato la sua assenza a Dendermonde, terza tappa della CdM, mentre era stato presente al Superprestige il giorno prima. Che poi è un po’ quel che avevano fatto altri big, in questo caso parliamo di due donne, Fem Van Empel e Puk Pieterse, solo che loro non avevano preferito un circuito “privato”, il Superprestige, a quello dell’UCI.

«E’ anche giusto che i ragazzi si riposino. Devono tirare il fiato. Non ci faremo mettere pressione. Serve un confronto con l’UCI», ha detto Sven Nys, papà di Thibau. In un amen suo figlio è diventato il simbolo di una lotta, quando altri ragazzi hanno fatto come lui.

E indirettamente le difese sono arrivate in suo soccorso. Bart Wellens, manager della Circus-ReUz-Technord non è stato leggerissimo con l’UCI. Di fatto ha detto che se si è arrivati a questa situazione è perché la stessa Federazione internazionale ha voluto espandere troppo il calendario della Coppa. 

«Sapevano – ha detto Wellens – che sarebbe successo questo con tante gare. Quest’anno tutto è stato amplificato dai lunghi trasferimenti (la CdM è partita dagli Usa, ndr). Una volta desideravi di correre in Coppa, adesso no». E ancora: «Un mondiale è qualcosa di speciale, senza i migliori non ha senso».

Bart Wellens, manager della Circus-ReUz-Technord
Bart Wellens, manager della Circus-ReUz-Technord

Nessuno tocchi quei tre

“Senza i migliori non ha senso”. E’ stata questa la domanda che a tutti e ad ogni latitudine è venuta spontanea: come la mettiamo allora con Wout Van Aert, Tom Pidcock e Mathieu Van der Poel? Loro non hanno fatto neanche una corsa dall’inizio della stagione del ciclocross. E con grandi probabilità saranno ancora loro a giocarsi la maglia iridata (non Van Aert, che ha già detto non ci sarà). Ma il concetto resta.

E qui ecco la levata di scudi: guai a toccare quei tre. Olandesi, ma soprattutto belgi, sono stati compatti: «Come si può fare un mondiale senza di loro?». Se questi atleti ci regalano tante emozioni durante l’anno – non solo nel cross – è anche perché fanno una certa programmazione. Lo hanno detto i tifosi, i giornalisti e persino i corridori, vedasi Lars Van der Haar.

Fatto sta che pochi giorni prima Van der Poel aveva presentato il suo calendario di gare e martedì, ma siamo certi sia stata una coincidenza, Van Aert, ha presentato il suo. 

In Belgio dall’8 ottobre al 21 febbraio sono previste 34 gare (dalle nazionali in su)
In Belgio dall’8 ottobre al 21 febbraio sono previste 34 gare (dalle nazionali in su)

Calendario e realtà

Alla fine forse il giudizio più importante è quello che il cittì belga della strada e del ciclocross, Sven Vanthourenhout, ha dato in tv a Sporza. Un quadro tecnico diretto e chiaro: «Certo che ci piacerebbe sempre vedere Van Aert all’opera nel cross, ma dobbiamo renderci conto che il ciclocross non è più la professione principale di corridori come Wout, Van der Poel o Pidcock. Sebbene la gente ami il ciclocross, non vede l’ora di vederlo competere al Fiandre, al Tour o ai mondiali su strada. Ma correre ovunque e sempre, non è più possibile. Questo fa parte del passato».

Le parole di Vanthourenhout, sono state rafforzate da quelle dello stesso Wout in seguito alla presentazione del suo calendario: «L’anno scorso ho trovato mentalmente difficile concentrarmi sulla stagione del ciclocross per poi passare subito alla primavera. Quest’anno non voglio lasciare nulla al caso per le classiche».

La polemica è in corso. Ora si aspetta il dibattito, ma appare chiaro che bisognerà rivedere soprattutto i numeri degli impegni. Tutti.

L’unica cosa che ci sentiamo di aggiungere, ma questa è una nostra sensazione, è che non sia stato un caso che Lappartient abbia tuonato proprio quando la “sua” Coppa faceva tappa in Belgio, a Dendermonde. E con il Superprestige di mezzo. Così come non è stato un caso mettere nel calderone un corridore belga, appunto Nys. Sappiamo infatti quanto sia importante il cross da queste parti e quanto sia “venerato” il Superprestige. E’ stato un colpo diretto a chi organizza troppe gare? Insomma le Federazioni che funzionano e “fanno cartello” infastidiscono l’UCI, che evidentemente ha meno controllo diretto.

La borraccia per le uscite invernali? Deve contenere energia

15.11.2023
5 min
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La borraccia è diventata un contenitore di carburante ed è fondamentale anche per gli allenamenti invernali. Se è cambiato il modo di interpretare il ciclismo, di pari passo è cambiata (e sta cambiando) anche la maniera in cui ci si alimenta e si integra.

Abbiamo posto alcuni quesiti alla dottoressa Annalisa Faé, nutrizionista e consulente tecnico per alcune aziende leader nella categoria dell’integrazione sportiva.

Annalisa Faé al fianco di Ivan Basso, allo stand Dinamo dell’ultimo Italian Bike Festival
Annalisa Faé con Tiziana Ardo e Luca Spada nello stand Dinamo all’ultimo Italian Bike Festival
Nell’epoca moderna di cosa hanno bisogno i professionisti e gli atleti agonisti in genere?

Energia, c’è una richiesta di energia e deve essere sempre disponibile. Non deve far sorgere problemi allo stomaco e alla digestione. Gli atleti vogliono essere “carichi” e leggeri. Stiamo studiando miscele di carboidrati dedicate per i pro’, in modo da farli arrivare ad assunzioni di grandi quantitativi di carboidrati, fino a 120/150 grammi ogni ora. Una quantità enorme che un amatore non può reggere, o meglio, che è molto complicato allenare.

Perché non può reggere?

Perché bisogna stare ad un regime alimentare strettamente controllato, altrimenti… I professionisti sono monitorati e seguiti in tutti i pasti, dalla colazione fino alla cena, con tutti gli spuntini pre e post allenamento. L’obiettivo principale è quello di non compromettere la performance con i cali di energia. Tutto è calcolato. Inoltre l’atleta non deve prendere peso, perché viene considerato anche il rapporto watt/kg. Sono tutti tasselli di un grande puzzle, che va dal pesare costantemente quello che si mangia, fino ad arrivare ai truck-cucina che i team hanno a disposizione.

La pasta al pesto incontra il gusto di molti (foto Giallo Zafferano)
La pasta al pesto incontra il gusto di molti (foto Giallo Zafferano)
Il cibo è “solo” carburante da mettere nel serbatoio, oppure anche il palato ha la sua parte?

Ormai le squadre investono moltissimo nella ricerca dell’alimentazione per gli atleti. La stessa alimentazione è il risultato di diversi fattori, tra questi c’è anche il gusto. Il ciclismo di oggi è uno sport globale, dove ci sono provenienze diverse ed abitudini altrettanto differenti, fattori importanti che meritano rispetto. Il cibo fa parte dell’allenamento ma a tavola c’è anche bisogno del gusto, altrimenti il rischio di disturbi dell’alimentazione è dietro l’angolo.

Rispetto al passato che cosa è cambiato per le aziende che fanno ricerca, producono e forniscono integratori?

Le aziende si stanno muovendo verso un approccio sempre più scientifico e in questo percorso dobbiamo includere anche la sostenibilità della ricerca. Vero è che rispetto al passato c’è un numero maggiore di studi e strumenti per monitorare l’atleta. E’ sufficiente pensare ai dispositivi per misurare la glicemia, la composizione del sudore e le capacità digestive. I test genetici per capire la capacità del corpo di metabolizzare alcune sostanze come ad esempio la caffeina e molto altro.

Laboratori Dinamo, all’avanguardia nella ricerca dell’integrazione naturale
Laboratori Dinamo, all’avanguardia nella ricerca dell’integrazione naturale
Sono acquisizioni recenti?

Sono tutti strumenti che fino a pochi anni fa erano poco accessibili o non esistevano. Diverse aziende puntano sulla naturalità dei prodotti. Si cerca la performance e la qualità togliendo ai loro prodotti/integratori gli eccipienti e i coloranti. Anche questa è una bella sfida, soprattutto per quanto concerne il corretto equilibrio tra l’essere naturale e l’efficacia.

I fattori principali che hanno contribuito al cambiamento?

La ricerca in ambito sportivo è il primo tassello che porta e porterà ad un’evoluzione del settore alimentare, che include anche l’integrazione. Grazie alle discipline professionistiche si effettuano, facendo un confronto con il passato, più test ed esiste un numero elevato di strumenti per monitorare l’atleta in tutte le fasi dello sforzo. E’ una sorta di cascata che dalle attività sportive professionistiche e talvolta estreme, va verso il quotidiano.

Il professionismo è un banco di prova per soluzioni e prodotti che poi troviamo sul mercato
Il professionismo è un banco di prova per soluzioni e prodotti che poi troviamo sul mercato
Torniamo al periodo invernale e a come influisce una corretta integrazione. Cosa si mette nella borraccia?

Più la temperatura esterna scende, più il nostro corpo consuma energia. Prima di performare, il nostro organismo attiva tutti quei meccanismi che servono per mantenere la corretta temperatura per il funzionamento degli organi. Questa situazione si traduce in un aumento del consumo energetico e un apparato digerente poco irrorato quindi più difficoltà nell’alimentazione e nell’assorbimento. Dobbiamo fornire all’organismo un apporto di calorie costante come in qualsiasi altro allenamento di altre stagioni.

Anche quando le intensità si abbassano?

La frase “metto solo acqua in borraccia, tanto l’uscita è di fondo lento” è un grande errore. Il corpo brucia zuccheri anche alle basse intensità. E poi, perdere massa in inverno, per uno stradista, può essere un errore. Si rischia di avere un picco di forma subito ad inizio stagione e consumarsi ancor prima di cominciare.

Nuove soluzioni di carboidrati, nelle borracce sono i protagonisti (foto Dankingphoto Lidl-Trek)
Nuove soluzioni di carboidrati, nelle borracce sono i protagonisti (foto Dankingphoto Lidl-Trek)
Integrazione liquida errata. Quali sono i sintomi e causa cali prestazionali?

Il sintomo principale è sicuramente il calo di performance. Se non assumo liquidi a sufficienza, rischio alterazioni della termoregolazione e anche svenimenti. Si può incappare anche in un eccesso di liquidi, tramite le borracce ed i gel e si rischia di stare male, anche in questi casi la resa atletica subisce un calo drastico. Se sbaglio la composizione di quello che metto in borraccia, posso creare delle miscele che richiamano acqua all’intestino e la diretta conseguenza sono i crampi.

Perché?

Il liquido che gira nel motore è sempre quello, se lo richiamo da una parte non va dall’altra. Per i professionisti la composizione della miscela da borraccia è diventata essenziale nell’integrazione in gara. Grazie ad una borraccia l’atleta assume anche 80/90 grammi di carboidrati, l’equivalente di 3 gel o 3 barrette.

Il modo di correre è cambiato e così anche l’alimentazione e l’integrazione
Il modo di correre è cambiato e così anche l’alimentazione e l’integrazione
Una soluzione del genere aiuta anche ad “alleggerire” le fasi di digestione e assimilazione?

Le miscele da mettere nella borraccia, anche nel corso della stagione invernale, aiutano parecchio nel conteggio dei carboidrati/ora. Contribuiscono a ridurre la problematica del discomfort intestinale, perché l’assunzione è diluita nel tempo. I professionisti “caricano” la borraccia, per poi rifinire l’integrazione con tortine di riso, barrette e gel. E’ la via più digeribile e comoda per avere energia sempre disponibile.

Guazzini verso Parigi, con lo sguardo fisso sul quartetto

15.11.2023
5 min
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MILANO – L’ultima volta che avevamo incontrato Vittoria Guazzini, si era ancora tutti in Cina e nella sera di gala organizzata dall’UCI si respirava il profumo delle vacanze e del rompete le righe. Di lì a poco, la toscana sarebbe partita per le Maldive con Lorenzo Milesi per mettere il punto a capo di una stagione parecchio faticosa. Non solo atleticamente, ma anche e soprattutto psicologicamente. La frattura del bacino del 6 aprile durante la ricognizione della Parigi-Roubaix l’ha condizionata pesantemente. Il mondiale ad agosto e il sogno di difendere l’oro della crono conquistato a Wollongong hanno trasformato l’estate in una rincorsa frenetica. Per lei come pure per Elisa Balsamo ed Elisa Longo Borghini, mentre un’altra azzurra di rilievo, Marta Cavalli, stentava a ritrovare il passo dopo l’incidente del 2022. Un’estate a dir poco problematica.

Il ritorno di Guazzini alle gare è avvenuto ai campionati italiani crono del 23 giugno, chiusi al quarto posto. Un mese dopo Vittoria è partita per il Tour de France Femmes, cogliendo l’ottavo posto nella crono finale: un buon segnale di crescita. Ma quando dieci giorni dopo ha corso il mondiale di Stirling, quella condizione costruita probabilmente troppo in fretta le ha presentato il conto e il verdetto è stato spietato, portando con sé il crollo dell’umore. Un po’ meglio è andata all’europeo, con il secondo posto azzurro nel Mixed Team Relay, ma a quel punto non restava che la trasferta cinese e il bisogno di fermarsi.

Le vacanze alle Maldive con Milesi e poi subito a Noto con la nazionale: l’inverno di Vittoria Guazzini (foto Instagram)
Le vacanze alle Maldive con Milesi e poi subito a Noto con la nazionale: l’inverno di Vittoria Guazzini (foto Instagram)
Le vacanze durano sempre troppo poco…

Vero, sono finite e già si ricomincia. Lunedi scorso ho fatto tre pedalate veramente blande, ma più per dire che le ho fatte. Prima ero stata per due giorni in Francia dalla squadra per la posizione e quella prima uscita è servita per riprendere dimestichezza con la pedalata. Solo che quando sono salita sulla bici, come al solito ho pensato: «Boh, qualcuno mi ha toccato la bici oppure non è la mia». Però adesso si va in ritiro con la nazionale (gli azzurri si ritrovano a Noto a partire da oggi, ndr), quindi la testa è al 2024.

Quanto è stato necessario staccare la spina?

Il 2023 è stato veramente pesante, mi serviva sia fisicamente ma soprattutto mentalmente. E’ stato bello staccare, però l’anno che viene è ricco di appuntamenti, per cui bisognerà cercare di essere pronti. Non c’è tempo da perdere.

Il podio del Trofeo Binda dietro Van Anrooij e Balsamo era la conferma che durante lo scorso inverno Guazzini avesse lavorato bene
Il podio del Trofeo Binda dietro Van Anrooij e Balsamo era la conferma che durante lo scorso inverno Guazzini avesse lavorato bene
Con la squadra avete fatto un’analisi di cosa potrebbe essere andato storto?

Diciamo che già prima di finire la stagione, prima di andare in Cina ci eravamo trovati per qualche giorno. Ho parlato con i preparatori della FDJ-Suez e abbiamo cercato di capire cosa magari non abbia funzionato. Io dico che dalla caduta in poi è stata una parabola discendente. Quella non ha aiutato. Poi c’è stata una serie di cose che, messe insieme, sono state un po’ troppo per me soprattutto dal punto di vista mentale. Però va bene così, non tutte le stagioni sono uguali. E se devo dirla tutta, meglio che sia andato storto quest’anno che il prossimo.

Come ti sei spiegata il passaggio a vuoto di Glasgow?

Ci tenevo tanto ai mondiali di Glasgow, quindi ho cercato di fare di tutto per recuperare, magari anche più di quello che avrei dovuto fare quando sono tornata in bici. Però qua si parla di ipotesi e se fosse andato tutto bene e avessi vinto una medaglia, sarebbe stata la storia dell’anno. Non è stato così, ma va bene. Ormai ho resettato tutto, mi sembra quasi che questa stagione non ci sia neanche stata, perché veramente ho una sorta di blackout (sorride, ndr).

Alzini, Fidanza, Guazzini, Paternoster: gruppo azzurro della pista al Giro d’Onore. Ora tutte in ritiro
Alzini, Fidanza, Guazzini, Paternoster: gruppo azzurro della pista al Giro d’Onore. Ora tutte in ritiro
Ganna dice che il suo primo obiettivo a Parigi sarà la crono e subito dopo penserà al quartetto.

Bè, sicuramente la crono è un obiettivo, una disciplina che mi piace tanto, a cui dedico tanto tempo anche con la squadra. In questi giorni sono stata in Francia per valutare la posizione. Come tenere la testa, come mettere le spalle in modo che siano aerodinamiche. Quindi sicuramente sarà un aspetto su cui lavorerò. Però mi sento di dire che la priorità del prossimo anno è il quartetto e penso che le mie colleghe concordino con me. Sappiamo che è una buona occasione. Anche se ci sono tante nazionali forti, noi cercheremo di fare il nostro e semmai batteremo le mani a chi vincerà. Speriamo però di battercele da sole.

A dicembre si torna in Spagna con la squadra?

Sì, andremo sempre ad Altea, ormai per il terzo anno. Sarà più che altro un’occasione per ritrovarsi e ovviamente mettere dei buoni chilometri in vista del prossimo anno. Intanto però a Noto cominciamo a lavorare su strada. La pista sono sforzi brevi, ma intensi: magari ricominciare in quarta con lavori fatti a tutta non è la cosa migliore. E poi mi fa piacere ritrovare anche le mie compagne, è bello condividere le fatiche con le altre. L’allenamento passa più in fretta e si sente un po’ meno la fatica.

Un giorno a casa De Lie. Tra mucche e trofei, scattano i racconti

15.11.2023
8 min
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LECHERET (Belgio) – Sulle colline del Lussemburgo Belga soffiano folate di vento decise. Il cielo è grigio così come le case col tetto a spiovente. Ogni tanto volano gocce di pioggia e foglie morte. Foreste si alternano ad ampie praterie che fanno sembrare gli spazi enormi. E’ qui che vive Arnaud De Lie, uno degli astri nascenti del ciclismo belga.

«Benvenuti – il corridore della Lotto-Dstny ci apre la porta con un sorriso – come avrete visto qui ci sono più mucche che persone!». Una battuta, mentre il cane Oscar corre dappertutto e il ghiaccio è già rotto.

Si apre la porta

Altre volte siamo stati a casa di corridori che vivono in campagna, ma per loro la vita agricola era lontana. Per De Lie invece è vera. «Questa mattina, sapendo del vostro arrivo, mi sono dovuto sbrigare con le mucche». Ci avevano detto che quello che pubblicava sui post e le sue dichiarazioni circa la vita di campagna erano vere: non possiamo far altro che confermare.

Entrando nel mondo privato di un corridore, partiamo dalle prime sue pedalate. «Mio padre Philippe andava in bici – racconta Arnaud – e anche noi (il riferimento è al fratello Axel, presto anche lui corridore a tempo pieno, ndr) spesso volevamo fare come lui. Io ho iniziato a sette anni con la mtb. Sono andato subito bene. Poi a undici anni sono passato alla strada. Nelle categorie giovanili ho vinto il titolo nazionale e poi tutto il resto. Ed ora eccomi qua, con questa passione che è anche una professione».

“Passione che è anche una professione”: tuttavia lo stesso Arnaud ammette che non ama del tutto definirlo un lavoro. «Se il ciclismo fosse un lavoro sarebbe un vincolo. Anche se di fatto è un mestiere io preferisco vederlo davvero come una passione. E’ così che lo vivo. Alzarmi la mattina per andare a pedalare non è qualcosa che mi pesa, al contrario».

La fama per ora non è un problema per De Lie, che ben si presta a partecipare agli eventi di contorno (foto Instagram)
La fama per ora non è un problema per De Lie, che ben si presta a partecipare agli eventi di contorno (foto Instagram)

Fama in crescita

Mentre parliamo scopriamo la casa della famiglia De Lie. Anche questa è grigia, ben rifinita, con una vettura elettrica nel cortile come moltissimi belgi. La stalla è dall’altra parte del cortile. Dietro e davanti i terreni dove pascolano le mucche.

In Belgio è molto sentito il rapporto dei corridori con i fans. Ora De Lie lo riconoscono per strada, specie quando va nelle Fiandre. Più che in Vallonia. In quelle terre il ciclismo è vissuto davvero in altro modo.

Qualcuno ha criticato Evenepoel per non essere sempre educato con i tifosi. Addirittura lo hanno additato per essersi trasferito in Spagna. Van Aert è assediato nella sua casa di Herentals. La pressione, insomma, da queste parti si sente se sei un ciclista forte.

«Io però la pressione non la sento – prosegue De Lie – so cosa voglio fare. Conosco i miei obiettivi, ciò di cui sono capace e non sono capace. Io poi ancora non sono all’altezza di Remco o Wout. Sì, sono cresciuto, ma loro hanno vinto molto di più. Remco ogni giorno saluta 251 persone e se ne salta una esce la critica. Ma le altre 250? Per me è molto più facile, anche perché da queste parti come avete visto non c’è molta gente!».

«Sono un finisseur»

Ma gli argomenti si fanno anche più tecnici. Molti dei suoi trionfi sono in volata. Guai però a dargli dello sprinter e basta. Questo era un argomento che avevamo preparato nella nostra scaletta, ma Arnaud ci ha preceduto.


«Per il momento – spiega – penso che sia Philipsen il più forte sprinter del gruppo. Lo abbiamo visto in Francia, dove c’è il livello più alto. Riesce a vincere quando è messo bene e anche quando è messo male. Se dovessi rubare una caratteristica da lui, ma anche da altri velocisti, direi quella di essere un po’ più pazzo in volata, perché per fare certi sprint devi essere un po’ folle. Non devi avere paura di prenderti certi rischi. O pensare che potresti finire la tua carriera se dovesse andare male.

«E poi io sono veloce, ma non sono un velocista. Sono un finissseur», sottolinea il “Toro di Lecheret”.

E qui il discorso si espande. De Lie stesso ci parla della sua vittoria al GP Quebec, un successo nel quale ha sì vinto in volata, ma regolando un gruppo ristretto di corridori che di certo non sono velocisti. Da qui il suo essere finisseur, le classiche e il fatto che vivere su queste colline dove di fatto passa la Liegi (siamo ad una manciata di chilometri da Bastogne) inciderà pure qualcosa.

Secondo lui il fatto di aver vinto le prime corse da pro’ in volate di gruppo lo ha etichettato come uno sprinter. La corsa in Canada invece ha dimostrato una volta per tutte che Arnaud è più di un velocista. In Belgio si dice che possa essere un Boonen.

«Posso passare le salite brevi e questo va bene per le classiche. Qui ci sono molte colline. Se vado verso il Lussemburgo posso trovare anche scalate di 15 minuti. Sono molto fortunato sotto questo punto di vista. Ho anche la pianura se serve. Ed è okay anche il traffico: ieri avrò incontrato tre macchine in due ore e mezza».

Arnaud ci mostra uno dei campi dove pascolano le sue mucche che, aguzzando la vista, si possono scorgere
Arnaud ci mostra uno dei campi dove pascolano le sue mucche

Campione tra i campioni

Dicevamo che queste sono le strade della Liegi: inevitabilmente i primi ricordi di De Lie sono legati  a questa corsa. Anche se lui mette nel calderone un po’ tutte le classiche. All’inizio non seguiva moltissimo il ciclismo. C’è voluto Gilbert per scuoterlo.

«Era il 2010, forse 2011 e c’era Gilbert: è con lui che ho iniziato ad appassionarmi alle corse. Ma ricordo bene anche la volta in cui rimasero in testa i fratelli Schleck e mi hanno colpito le vecchie immagini di quella Liegi del freddo che vinse il “Tasso”, Bernard Hinault».

Ora quel bambino non c’è più, anche se i lineamenti del viso e i suoi 21 anni direbbero il contrario, ma De Lie in gruppo non è più il giovane rampante. Adesso è un corridore importante e questa cosa l’ammette anche lui. Di conseguenza cambia il rapporto con i colleghi, specie i senatori.

«A tal proposito – racconta – ho un bell’aneddoto con Matteo Trentin. Lui è davvero un ragazzo che rispetto molto. Ricordo che una volta dopo una gara avevamo dibattuto un po’. Poi un giorno abbiamo parlato e mi ha detto: “Arnaud, devi avere più amicizie in gruppo”. Ora è un amico».

Il ragazzo sa bene che i senatori, soprattutto se sono compagni esperti, servono. Servono per vincere. Pensiamo a De Gent, a Campenaerts e a Jacopo Guarnieri. Specie se poi hai le classiche nel mirino.

Lo scorso anno Arnaud non è arrivato alla Sanremo al top, ma la Classicissima è una corsa nelle sue corde
Lo scorso anno Arnaud non è arrivato alla Sanremo al top, ma la Classicissima è una corsa nelle sue corde

Passione Italia

E una di queste classiche è la Sanremo, tra l’altro l’unica gara che De Lie ha disputato in Italia da quando è pro’.

«Eppure l’Italia mi piace – riprende De Lie – è lì che sono iniziate davvero le mie speranze con il Giro d’Italia U23… Ci sono tante gare che mi piacciono molto, ma stando in una squadra belga veniamo poco da voi, le opportunità non sono poi molte. Ci sarebbe anche il Lombardia, ma per me è un po’ complicato».

Lo scorso anno la Lotto-Dstny non ha fatto il Giro d’Italia. In teoria quest’anno dovrebbe esserci e De Lie ne sarebbe felice, ma è invece probabile che sarà dirottato sul Tour… suo malgrado.

«Magari farò la Tirreno-Adriatico. Anche perché in vista della Sanremo c’è stata un po’ di delusione l’anno scorso. Stavo bene, ma dopo la Parigi-Nizza mi sono ammalato. Ma ripeto, l’Italia mi piace molto. Ho dei bellissimi ricordi del “Baby Giro”. Mi piacciono l’atmosfera, il tifo».

Discorsi fra… tori! Questo è uno dei tori della fattoria De Lie, soprannominato a sua volta il Toro di Lecheret
Discorsi fra… tori! Questo è uno dei tori della fattoria De Lie, soprannominato a sua volta il Toro di Lecheret

Sanremo nel mirino? 

Arnaud ci mostra la stalla. L’altro pezzo di casa. Ci porta dalle sue mucche. Le tratta come fossero amiche… e forse lo sono. E la cosa deve essere reciproca, perché anche loro lo cercano e si fanno coccolare. C’è anche un toro di 800 chili. La foto con questo bestione è immancabile visto il suo soprannome! L’altro bestione è il trattore: «E’ lo stesso del modellino che ha Moscon! L’ho visto dai suoi post».

L’argomento tecnico prosegue. De Lie finisseur, tiene sulle salite brevi, è veloce: l’identikit perfetto proprio per la Sanremo. 

«Certamente – dice Arnaud – è una gara che mi piace. E’ lunga 300 chilometri ed ha un finale molto esplosivo… E’ molto difficile da conquistare. Sappiamo che è una gara che si vince con i dettagli. Non si arriva mai con un minuto di vantaggio, si lotta sempre sul filo, specie adesso che il livello è molto alto. Abbiamo visto quest’anno come si è rotto il gruppo appena sono usciti quei quattro.

«Penso che possa essere un obiettivo per l’anno prossimo, ma per vincerla credo sia ancora un po’ complicato. Già fare una top 10 sarebbe una performance molto buona alla mia età. Diciamo che se un giorno dovessi vincere la Sanremo, potrei dire che la mia carriera ha avuto successo».

E qui in qualche modo torna il discorso anche della squadra e dei corridori esperti, necessari in una prova come la Classicissima.

«Vi dico solo che con Jacopo (Guarnieri, ndr) lo scorso anno abbiamo imboccato per primi la Cipressa. C’è anche Jasper De Buyst che ha molta esperienza in questa gara. Lui aiutò Caleb Ewan quando fu secondo. E già loro non sono poco. In più ci sono molti giovani forti e abbiamo un corridore come Florian Vermeersch che è mostruoso. Credo che avremmo una grande squadra per la Sanremo».