I guanti di Scinto per la Freccia di Bartoli…

20.02.2024
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Un paio di guanti, Luca Scinto, Michele Bartoli e la Freccia Vallone: metti tutto insieme e ne esce un bell’aneddoto di ciclismo.

Qualche giorno fa Michele Bartoli ci ha parlato della classica delle Ardenne. Il campione toscano è intervenuto sugli effetti tecnico-tattici che potrebbe avere l’inserimento del quarto passaggio sul Muro d’Huy. Inevitabilmente si finì per parlare anche della sua Freccia Vallone, quella del 1999.

Un’edizione storica, sia perché fu l’ultima ad essere stata vinta con un attacco da lontano e non con la selezione sul muro finale, sia per il maltempo che imperversava ad Huy quel giorno. Vento, neve, pioggia… insomma tipico meteo da Belgio. Ma c’è dell’altro. 

Michele Bartoli e Luca Scinto ai tempi della Mapei
Michele Bartoli e Luca Scinto ai tempi della Mapei

Guanti oversize

C’è una storia di un guanto e del suo proprietario, Luca Scinto. Un guanto, anzi, un paio di guanti a dire il vero che iniziarono la corsa con Luca e la finirono con Michele. 

«Ricordo – racconta Scinto con grande passione – che cominciava il tempo brutto. Iniziava a nevischiare. Michele ci disse di andare avanti. Avevamo appena superato il penultimo passaggio sul Muro d’Huy. E lì il gioco si faceva duro. Si scendeva decisi. C’erano curve e controcurve, per di più la strada era bagnata. Poi ad un tratto si girava secchi e con questa curva a 90 gradi iniziava la salita».

Scinto è una fonte di particolari. Ancora una volta fa impressione ascoltare certi racconti. I corridori rammentano tutto. A momenti il direttore sportivo toscano ricorda il rapporto che aveva in canna! Parla della salita, al 5-7 per cento di pendenza che fece da antipasto allo scatto di Bartoli.

«Era una salita stretta – prosegue Scinto – Bartoli ci disse di farla forte e che poi ci avrebbe pensato lui. La feci come se il mio arrivo fosse in cima. Quando dovevo fare un lavoro lo facevo al massimo. Ci si mise a tirare. Il gruppo si allungò. Già dopo il Muro d’Huy era bello allungato, figuriamoci in fondo alla discesa. Anche per questo iniziammo la salita forte. Chi era in coda, dopo quella curva a 90 gradi, ancora doveva finire la discesa e chi era davanti invece era già in piena salita. Così io e Coppolillo facemmo a tutta questi cinque chilometri di salita. In cima eravamo rimasti in venti o poco più. Dietro c’era uno sparpaglio della miseria».

La corsa va come vuole Bartoli. Grande ritmo, grande selezione, davanti solo i migliori. E proprio in quel frangente, con il grosso della selezione ormai fatta e il gruppo esploso, Bartoli fa a Scinto: «Luca, mi vai a prendere i guanti lunghi in ammiraglia? Qui comincia a nevicare e fa freddo».

«Come i guanti, Michele? L’ammiraglia sarà chissà dove – racconta Luca – così gli diedi i mei. Infatti se osservate bene, all’arrivo, quando Michele alza le mani, indossa dei guanti troppo grossi. Le miei mani sono il doppio delle sue!».

Bartoli festeggia sul muro… con i guanti giganteschi di Scinto
Bartoli festeggia sul muro… con i guanti giganteschi di Scinto

Mani nude nella neve

Poco dopo lo scambio dei guanti Bartoli attaccò. Andò via portandosi dietro Den Bakker e Camenzind. Li cucinò per bene strada facendo. Mentre Scinto, Bettini e Coppolillo erano dietro che remavano. Nonostante tutto, Luca concluse la sua Freccia al 15° posto.

«Arrivai per la disperazione, faceva un freddo cane a quel punto. Ricordo che a Bettini si girò un dito dal gelo. E infatti si ritirò. Salii sull’ammiraglia di Damiani, mentre Parsani era davanti con Bartoli. Io avevo le mani scoperte e in certe situazioni è la peggior cosa. Non riuscivo più a cambiare. Per togliere il 53, sul Muro d’Huy usai il palmo della mano. All’epoca la leva Shimano dovevi spostarla tutta. E lo stesso per mettere il 28 dietro, ammesso sia stato un 28!».

Mani congelate, ma sorriso in volto, o almeno interiore, per Scinto. Dalla radiolina, ricorda il toscano, arrivò la notizia che Michele, circa 4′ prima di lui, aveva tagliato il traguardo per primo.

Sul bus della Mapei scattarono i racconti, più che la festa. «Quando Bartoli puntava le Ardenne – aggiunge Scinto – di festa se ne faceva poca». La Liegi era lì che lo chiamava e Michele non l’avrebbe mai buttata all’aria per un bicchiere di troppo. Né lui, né i suoi compagni. Compagni che erano amici oltre che gregari. Per di più alcuni di loro erano toscani come lui.

«Ognuno – va avanti Scinto – raccontava la sua. Io dissi che nell’ultima discesa, prima di prendere il Muro, scesi con una mano sul manubrio e con l’altra a riparare gli occhi dalla neve che arrivava forte di traverso. Avevo gli occhiali giù, ormai appannati, quindi con una mano guidavo e con l’altra appunto mi riparavo dalla neve. Per 15 giorni ho avuto i polpastrelli gelati e non sentivo nulla».

Den Bakker, Bartoli e Camenzind in fuga alla Freccia del 1999. L’ultimo a cedere fu il corridore della Rabobank (Bridgeman Images)
Den Bakker, Bartoli e (dietro ma nascosto) Camenzind in fuga in quella Freccia del 1999 (Bridgeman Images)

Bartoli l’inventore

Scinto spiega che il percorso lo conoscevano, ma non lo avevano provato e riprovato come si fa ai tempi attuali: «Avevamo fatto una ricognizione, ma Michele improvvisava. 

«Non era come oggi che i ragazzi si dice di ogni curva, di ogni tombino prima di partire. Poi montano in bici, vanno alla partenza e si sono già scordati tutto. Michele si ricordava quello che serviva. Sapeva quali erano i punti decisivi e su quelli si concentrava. Era un inventore. Quello che gli veniva in mente in corsa, lo faceva. Io credo che se Michele Bartoli avesse corso oggi sarebbe stato un Van der Poel della situazione».

E i guanti che fine hanno fatto?

«Michele – conclude Scinto – me li restituì. Ma fra la trasferta, gli anni e tutto il resto… me ne è rimasto uno solo. La gente non ci crede, ma quel guanto ha vinto una Freccia! Michele fece un numero quel giorno e mi ringraziò. Senza i miei guanti forse si sarebbe congelato e addio Freccia».

Una vittoria per ripartire. O’Connor mette il Giro nel mirino

19.02.2024
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Prima uscita stagionale e subito una vittoria per Ben O’Connor. Per l’australiano il successo alla Vuelta a Murcia ha avuto un sapore particolare. Intanto perché considerando le sue caratteristiche, non è cosa frequente vederlo primeggiare in una corsa d’un giorno. Poi perché questa vittoria ha chiuso una lunga parentesi, nella quale O’Connor si è messo in discussione, seguendo anche alcuni giudizi non certo teneri da parte di addetti ai lavori.

Molti si sono chiesti infatti che fine avesse fatto il corridore che aveva sorpreso tutti quando nel 2021 colse il quarto posto nella classifica del Tour. Un risultato che aveva un valore speciale per il corridore arrivato al professionismo non senza difficoltà e attraversando momenti davvero complicati, sfiorando l’oblio. Una vittoria che quindi non poteva passare sotto silenzio e da lì abbiamo preso lo spunto per un’intervista esclusiva con il leader del team Decathlon AG2R La Mondiale, già negli Emirati Arabi per partecipare al Uae Tour.

Per l’australiano l’esordio vittorioso a Murcia è stata una salutare iniezione di fiducia
Per l’australiano l’esordio vittorioso a Murcia è stata una salutare iniezione di fiducia
Che significato ha avuto per te vincere alla tua prima gara dell’anno?

Mi ha dato fiducia. E’ importante sapere che quando la mia salute va bene, posso confrontarmi, qualunque cosa accada, con i migliori al mondo, essendo all’altezza. So che era una piccola gara, ma penso che meriti rispetto quello che ho fatto. Un inizio così non poteva che farmi felice e darmi coraggio per il prosieguo della stagione.

Come giudichi la tua scorsa annata?

Diciamo che è stata interessante. Mi ero posto molti obiettivi, soprattutto legati ad alcune tappe del Tour de France. Poi il bottino è stato magro, lo so, ma ho imparato molto, anche se le cose non sono andate come speravo.

Il corridore dell’AG2R a Murcia nella fuga decisiva con Wellens, poi staccato per arrivare tutto solo
Il corridore dell’AG2R a Murcia nella fuga decisiva con Wellens, poi staccato per arrivare tutto solo
Dopo il quarto posto al Tour 2021 che cosa hai pensato, ti vedi come possibile vincitore di un grande Giro?

Diciamo che più concretamente mi vedo come un possibile contendente al podio. Penso che vincere adesso con ragazzi come Vingegaard e Pogacar al loro meglio sia davvero difficile, ma nel ciclismo niente è scritto in anticipo e non va scartato nulla. Se fai questo mestiere con convinzione, sai che devi continuare a lavorare per raggiungere i tuoi obiettivi e continuare a migliorare e concentrarti su te stesso e su quale sarà il passo successivo. Quindi per me il prossimo passo è finire sul podio di un grande Giro. Sono stato quarto prima di entrare nella top 10, vivo bene oggi e penso che dovrei farne anche di più, e ottenere più risultati dove sono vicino al podio, non solo per i grandi giri ma anche per le corse a tappe. L’importante è essere pronti, come al Uae Tour dove ci sono molti big ed è davvero un bel test per confermare che sono quel tipo di corridore.

Dopo quel risultato hai sentito molta pressione su di te, da parte del team e non solo?

La pressione c’è, ma è anche giusto così. Il risultato lo meritavo e il risultato ha poi cambiato il modo in cui venivo visto come corridore. Se hai la capacità di essere tra i primi cinque del Tour una volta, sai che potrai rifarlo. Poi ci sono molti fattori che si frappongono fra le tue speranze e la realtà: il tempo, la sfortuna, gli avversari. Tutto deve filare liscio, ma vale per tutti, per chi vince il giro, per chi vince una tappa, per chi vince e basta. Per questo penso che la pressione per ripetersi sia giustificata.

L’australiano al Tour 2021, chiuso al 4° posto a 10’02” da Pogacar, con il successo a Tignes
L’australiano al Tour 2021, chiuso al 4° posto a 10’02” da Pogacar, con il successo a Tignes
Quest’anno sarai al Giro d’Italia dove tutti puntano su Pogacar. Pensi che in quel contesto sia battibile?

Dipende da quanto è in forma in quel momento, ma sapendo quel che può fare è chiaro che sarà il catalizzatore della corsa, tutti saranno contro di lui. E’ un grandissimo, ma Vingegaard ha dimostrato che è battibile, quindi non si può mai dire. Alla fine, a me poi non interessa davvero. Devo solo andare lì e fare la mia gara. Qualunque cosa accada, io devo guardare a me stesso, chiunque sia il mio avversario.

Tu sei stato al Giro nel 2020, lo ritieni più facile o difficile del Tour?

E’ diverso. Penso che il Tour comporti un certo stress per tutto il gruppo, soprattutto nei primi due giorni. Il Tour ti porta una crescente stanchezza mentale a cui pochi danno credito. Poi molto dipende dal tempo, io il Giro l’ho corso in quell’anno così particolare come il 2020, a fine estate. Sai che il clima può essere un fattore difficile da interpretare, puoi trovare il grande caldo come il freddo in alta montagna. Non sono paragonabili come corse.

O’Connor torna al giro dopo il 2020, quando trionfò all’arrivo di Madonna di Campiglio, finendo poi 20° in classifica
O’Connor torna al giro dopo il 2020, quando trionfò all’arrivo di Madonna di Campiglio, finendo poi 20° in classifica
Che cosa ricordi della tua vittoria al Giro a Madonna di Campiglio?

Ricordo solo sollievo. E’ stata una giornata molto lunga. Bellissima, tra quelle montagne e quegli ultimi chilometri in cui ero in solitudine, l’ho adorato davvero e sapevo che avrei vinto. E’ stato un momento davvero speciale, in un anno difficile per molte ragioni, sia a livello generale, sia per me personalmente. Quindi vincere è stato un sollievo assoluto e mi ha davvero aiutato a mettere piede nella porta principale di questo mondo. All’epoca non ero sicuro se il ciclismo sarebbe stato sempre il mio futuro.

Nelle corse a tappe di 5 giorni o una settimana, pensi ci sia più spazio per puntare alla vittoria rispetto a un grande giro?

Sicuramente. Essendoci meno giorni, ci sono meno variabili. Meno possibilità che le cose vadano storte. Ciò non significa che sia più facile ottenere il risultato, ma non è come correre una prova di tre settimane dove devi essere bravo sempre, non avere defaillance. Questa è una storia diversa.

Per O’Connor uno degli obiettivi è dire la sua a Parigi 2024 e ai successivi mondiali
Per O’Connor uno degli obiettivi è dire la sua a Parigi 2024 e ai successivi mondiali
I tuoi primi anni nel ciclismo professionistico non sono stati facili. Ora come ti trovi, lo vedi diverso?

Sì, mi sento a mio agio adesso. Questa ora è la mia vita, il mio lavoro e ho obiettivi e aspettative molto chiari e so di essere in una struttura ideale per ottenerli. Il mio obiettivo lo voglio raggiungere entro la fine della mia carriera e sono solo a metà.

E che obiettivo ti sei posto per questa stagione?

Penso che alla fine sia necessario tornare nella mia top 5 costante in tutte le mie gare, non pensando solo ai grandi Giri, ma anche alle gare a tappe semplici. In particolare quelle del WorldTour, magari cominciando proprio dall’Uae Tour. E’ la mia strada per la felicità.

Crono e pista per Parigi: Tarling segue Ganna e punta Remco

19.02.2024
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«Pippo ancora deve innamorarsi completamente delle classiche – dice Cioni, di ritorno dalla Volta ao Algarve – mentre “Josh” ha il giusto approccio mentale. L’anno scorso ha fatto la Roubaix, era andato anche a fare la ricognizione sul percorso. Ha una buona conoscenza dei percorsi del Nord, perché da junior ha corso in una squadra belga, quindi ha vissuto lassù a lungo. Il primo obiettivo è fargli fare esperienza in quelle gare. L’anno scorso ha fatto prima quelle del pavé, poi anche Amstel e Freccia Vallone. Per tutto il mese era rimasto ad allenarsi in Belgio. Non si sa ancora quale sarà il programma di Ganna, soprattutto in rapporto alla Roubaix, visto che vuole fare bene al Giro. Invece a Tarling le classiche piacciono, quindi adesso anche lui mollerà la pista e si dedicherà alla strada».

La Volta ao Algarve è finita nelle mani di Remco Evenepoel, che nella cronometro di Albufeira ha travolto i rivali. Al secondo posto, Sheffield ha fatto meglio di tutti gli altri specialisti, con passivo di appena 16 secondi. Anche meglio di Ganna, arrivato sesto a 47 secondi. Il piemontese è ancora indietro di condizione: durante l’inverno non è stato benissimo, incappando in un malanno di stagione, per cui non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Ai campionati europei del 2023 a Drenthe, Tarling ha vinto l’oro, battendo Bissegger e Van Aert
Ai campionati europei del 2023 a Drenthe, Tarling ha vinto l’oro, battendo Bissegger e Van Aert

Da Ganna a Tarling

Dario Cioni è volato in Portogallo per seguire i corridori del Team Ineos Grenadiers nella crono e lo intercettiamo sulla via del ritorno. La sua prossima destinazione è il Gran Camino, che inizierà giovedì e dove troverà Tarling.

Di lui ci aveva parlato nel finale della scorsa stagione, dopo la vittoria nella Crono delle Nazioni e ancor prima dopo il sorprendente bronzo mondiale a 19 anni e il titolo europeo sempre nella sfida contro il tempo. Ci aveva segnalato fra le righe, che la federazione britannica lo avrebbe riportato in pista con un occhio alle Olimpiadi. Sebbene il ragazzone del Team Ineos Grenadiers avesse dei buoni trascorsi in pista da juniores, vederlo vincere l’inseguimento a squadre nella Nations Cup di Adelaide ha fatto sollevare il sopracciglio. Davvero Tarling è un altro Ganna in arrivo?

«Ha fatto vedere di poter dire la sua anche in pista – dice Cioni, parlando dell’atleta che allena personalmente – anche se finora non aveva fatto esperienza in campo elite. In Gran Bretagna hanno un metodo di lavoro un po’ diverso rispetto all’Italia. Parliamo e ci confrontiamo, però con Marco (Villa, ndr) c’è maggior allineamento rispetto a quello che fanno loro. Non si può dargli torto, perché i risultati arrivano. Diciamo che di base quando sono in pista fanno meno volume di lavoro rispetto a noi. Quando sono a Manchester fanno solo qualità. Quindi la grossa base s’è fatta in ritiro e poi, come Pippo, al Tour Down Under. Ma Tarling rispetto a Pippo ha corso di più in pista».

Nella Nations Cup di Adelaide, la Gran Bretagna (Tarling compreso) ha conquistato l’oro battendo l’Australia (foto British Cycling)
Nella Nations Cup di Adelaide, la Gran Bretagna (Tarling compreso) ha conquistato l’oro battendo l’Australia (foto British Cycling)
Come mai?

In Australia ha fatto anche la corsa a punti. Ma siccome volevano che avesse anche i punti per fare la madison, ha dovuto fare due corse 2.1 prima di andare ad Adelaide. Quindi se non ricordo male ha corso a Ginevra a metà novembre, appena rientrato dalle vacanze quindi con pochissima preparazione. Poi ha continuato a lavorare in pista e di seguito è venuto con noi in ritiro. Da lì ha corso a Aigle dove ha finito di fare punti e ha fatto un blocco in pista prima di Natale e un altro prima di partire per l’Australia. Ma da ora in poi dovrebbe smettere con la pista, appunto per concentrarsi sulle classiche.

Il lavoro fatto al Down Under era finalizzato alla pista?

No. Sia Tarling sia Ganna sono andati al Tour Down Under con l’idea di puntare al risultato con la squadra. Magari con Pippo non era possibile proprio perché la preparazione invernale non è filata del tutto liscia e anche con Joshua dato il tanto lavoro su pista. Però avevamo Narvaez leader per la generale e Viviani per le volate e hanno lavorato per loro.

Cosa si può dire della gestione di Tarling fra pista e strada: ben definita come in apparenza quella di Ganna?

No, è stata un po’ più complicata perché abbiamo dovuto convincerlo a investire in queste giornate. A lui non piace stare a Manchester, che poi è il primo problema. Deve stare in un hotel e non gli piace il contesto in generale. E poi c’era l’idea stessa di fare la pista che all’inizio non lo convinceva troppo, perché ora l’investimento principale per lui è la strada, quindi aveva paura che facendo pista avrebbe perso su strada.

Al Renewi Tour 2023 Tarling ha vinto la crono e preso la maglia di leader, persa il giorno dopo all’arrivo sul Grammont
Al Renewi Tour 2023 Tarling ha vinto la crono e preso la maglia di leader, persa il giorno dopo all’arrivo sul Grammont
Il contrario di quello che avete sempre detto su Ganna, no?

Esattamente. Per la nostra filosofia di lavoro, la pista ci serve per migliorare su strada. Sia se vuole andare alle classiche, dove ha bisogno della pista per trovare lo spunto veloce e un po’ più di esplosività. Sia nella crono, dove gli serve comunque il lavoro che fa con il quartetto. Il programma che ha seguito negli ultimi tempi è stato completo, ma la scelta è dipesa dalla sua federazione. Per capirci, ha fatto anche l’omnium e l’eliminazione, noi non abbiamo avuto voce in capitolo.

Adesso si è convinto della bontà della scelta?

Ha capito che può tornargli utile, si impegna, ma non è che faccia i salti di gioia. Per cui è contento di tornare alla strada. Adesso farà O Gran Camino, poi la Parigi-Nizza, le classiche compresa la Roubaix. Poi andremo al Romandia, quindi farà uno stacco. Invece l’avvicinamento olimpico passerà per il Giro di Norvegia prima dei campionati nazionali, quindi il Giro d’Austria e le Olimpiadi.

Ci sarà qualche altura nel frattempo?

Ancora non abbiamo deciso. Tarling abita ad Andorra, che sono 1.400 metri. Non è altura, ma un minimo condizionamento c’è. Non ha mai fatto altura in passato e non sappiamo se valga la pena rischiare proprio nell’anno olimpico. Forse si farà una prova per valutare se ha buone sensazioni, ma non si è ancora definito.

L’anno scorso è arrivato terzo al mondiale, battuto da Evenepoel, poi lo ha battuto alla Crono delle Nazioni. Secondo te lo considera il suo avversario numero uno?

Chiaramente c’è l’ambizione di batterlo. Si vede che rispetto al 2023, un po’ è cambiato. L’anno scorso tutto quello che veniva era guadagnato, ovviamente adesso anche lui si aspetta più da se stesso. Quindi abbiamo avuto delle discussioni nell’inverno sui cambiamenti che vorrebbe apportare. Fosse per lui inizierebbe da domani a intervenire su tutti gli aspetti e magari fatica a capire che non otterrebbe miglioramenti. Quindi si lavora sui singoli aspetti. Lavoriamo sul peso, poi lavoriamo su un altro aspetto. Facciamo le basi e piano piano, una volta imparate le basi, si costruisce altro. Ha dei margini molto ampi, anche perché viaggia ancora a volumi di allenamento bassissimi. C’è spazio per migliorare l’esecuzione tecnica, ma ad esempio nelle crono al momento è sempre molto preciso, già inquadrato.

Lo scorso anno Tarling svolse con Ganna il sopralluogo della Roubaix (foto Instagram)
Lo scorso anno Tarling svolse con Ganna il sopralluogo della Roubaix (foto Instagram)
Mentre su strada?

Per quello che abbiamo visto al Down Under, mi sembra che anche lì abbia fatto un passo avanti rispetto allo scorso anno.

Ci sarà un momento di verifica per la crono oppure ogni crono sarà buona?

Ogni crono è buona, dal mio punto di vista. Buona per imparare qualcosa, provare qualcosa di nuovo. Anche perché non c’è un calendario di prove a cronometro, per cui prenderà quelle che trova nelle varie corse. Forse è presto per fare un grande Giro, forse no. Semmai potrebbe essere la Vuelta, ma certo non prima delle Olimpiadi.

Invece Ganna e la pista si vedranno ancora?

Non per fare gare. Adesso anche per Filippo è arrivato il momento della strada. Il programma è da definire. La Sanremo è un punto fisso, poi le classiche e poi dritti sul Giro.

EDITORIALE / Cinque euro di troppo che spaccano il gruppo

19.02.2024
5 min
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A un anno circa dalle prossime elezioni federali, tutto tace. Cordiano Dagnoni va avanti per la sua strada e lo si vede a tutti gli eventi cui un presidente federale è chiamato a partecipare e magari (e anche giustamente) se ne serve per rafforzare la sua candidatura. Sul fronte delle opposizioni c’è solo un gran silenzio. L’unico che ha continuato a parlare, moderno grillo parlante del web, s’è beccato 20 anni di squalifica per non aver pagato una multa di 1.500 euro, che equivalgono all’ergastolo sportivo (*). Altri per un motivo o per l’altro (a volte anche legittimo) sono stati disinnescati.

La Aspiratori Otelli Alchem CWC farà correre esordienti, allievi e juniores: è fra i team più attivi
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La tassa di iscrizione

Sui social qualche segno di malumore serpeggia, soprattutto per l’introduzione di regole senza il coinvolgimento delle parti interessate. C’è da un lato il cambiamento relativo alle visite di idoneità dei corridori stranieri. Tuttavia quella di cui si discute di più è relativa alla tassa di iscrizione per le corse regionali.

Cinque euro per corridore, come sostegno per gli organizzatori. In una gara regionale con 180 partenti, si tratterebbe di circa 900 euro per l’organizzatore della corsa: serviranno a cambiare il bilancio della sua gestione? E serviranno per sanare il movimento giovanile in Italia?

Vedendola infatti dal punto di vista delle grandi società giovanili che hanno le categorie dagli esordienti agli juniores, l’esborso potrebbe essere critico. La decisione è stata presa nelle ultime settimane e comunicata a metà febbraio, quindi a poche settimane dall’inizio della stagione: l’unico sistema probabilmente è adeguarsi. A quanto risulta, parecchi comitati regionali l’avrebbero rigettata, ma la regola rimane.

La sensazione, del tutto ipotetica, è che si stia cercando di portare sulla strada le abitudini tipiche della mountain bike (settore sempre più importante in ambito federale), dove l’iscrizione effettivamente si paga.

Al Sud poche gare e ancor meno soldi: i 5 euro saranno un vantaggio per qualcuno? (foto Team Nial Nizzoli Almo)
Al Sud poche gare e ancor meno soldi: i 5 euro saranno un vantaggio per qualcuno? (foto Team Nial Nizzoli Almo)

Lo sport gratuito

Imporla oppure no è facoltativo, discutere con le parti prima di varare una riforma dovrebbe essere la base. Anche l’UCI ha sempre avuto il vizietto di riscrivere il regolamento tecnico senza sentire aziende e corridori. Ora però ha capito la necessità del confronto e adesso prima di deliberare fa i suoi passaggi. L’anno prima per l’anno dopo: basta leggere quello che ci ha spiegato nei giorni scorsi Claudio Marra.

Per i cinque euro non è successo o almeno pare. Se infatti le parti sono state invitate e non si sono presentate, allora il discorso decade. Quelli che abbiamo sentito, dicono di averlo scoperto dalle varie delibere e di non averne saputo nulla in precedenza. Il discorso alla fine verte più sul modo che sul merito.

Intendiamoci: chiunque abbia figli che praticano sport anche a livello agonistico è ben consapevole dei costi che deve sostenere. Per l’attrezzatura, le trasferte e le quote mensili. Il ciclismo è l’unico sport in cui ancora non si paga, salvo in certi casi per essere professionisti, ma quella è una deviazione su cui nessuno ha mai voluto vederci chiaro. Non si commette peccato se si vuole che il ciclismo si allinei al resto dello sport, ma trattandosi di una rivoluzione copernicana, indire un tavolo di lavoro fra tutte le parti sarebbe davvero il minimo.

La Coppa d’Oro ha dichiarato di non voler far pagare tasse di iscrizione (foto Mosna)
La Coppa d’Oro ha dichiarato di non voler far pagare tasse di iscrizione (foto Mosna)

I costi fissi

Una società di juniores che debba pagare 5 euro per corridore in ogni gara regionale, si ritrova a spendere non meno di 2.000 euro all’anno. Considerando che alle corse non ci sono quasi più rimborsi per vitto e alloggio, salvo qualche gara particolarmente importante, alla fine dell’anno i soldi da spendere per trasferte e attività si aggirano attorno ai 7-8.00 euro. Poi ci sono i 40 euro per la tessera federale. Quindi le biciclette, che ormai quasi tutti comprano e sono botte da 40-60.000 euro. Gli integratori, gli pneumatici di scorta, l’abbigliamento aggiuntivo per altri 5.000 euro. La differenza si fa spesso con le conoscenze che ti permettono di risparmiare su qualche voce, tipo il casco e gli occhiali che di solito si trovano in amicizia. Aggiungiamo al mazzo anche i costi di un’assicurazione integrativa, dato che quella federale non è fra le più brillanti (probabilmente anche in rapporto ai costi).

Insomma, le spese crescono e i budget si riducono. A volte ci sembra di infierire quando invochiamo le squadre perché vadano all’estero per fare attività internazionale. Sono attività che costano e la FCI lo sa bene, dato che i costi di gestione delle nazionali e la preparazione olimpica sono una bella gatta da pelare. Se ad essi si aggiunge il consistente esborso per la produzione televisiva del Giro d’Italia Donne, si ha la conferma che far quadrare i conti sia impegnativo in ogni ambito e che il segno meno sia una presenza possibile. Se è così lassù in cima, è facile comprendere la preoccupazione di chi in questi anni lavora per far quadrare i conti delle società di base.

(*) Andrea Fin aveva ricevuto un’inibizione di 3 mesi e la sanzione pecuniaria: non avendola pagata, è scattata la sospensione più lunga, che si interromperà nel momento in cui regolarizzerà la sua posizione amministrativa.

Masetti: «Attenzione alla mia amica Ally Wollaston»

19.02.2024
8 min
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Nella sua lista dei desideri ci sono quello di affermarsi come atleta e di diventare una campionessa olimpica. Leggendo i risultati di inizio 2024, possiamo dire serenamente che Ally Wollaston è sulla strada giusta per realizzare i propri sogni.

In questo scorcio di stagione la 23enne neozelandese – già terza all’ultima tappa del Giro Donne dell’anno scorso – ha centrato al Tour Down Under la settima vittoria in carriera ed una serie incredibile di successi in pista. Le premesse ci sono tutte per vedere Wollaston come una sicura protagonista a Parigi. Una cliente molto scomoda per tutte, secondo anche l’opinione di Gaia Masetti, sua compagna di squadra alla AG Insurance-Soudal Team, cui abbiamo chiesto di presentarcela. Sfruttando il loro profondo rapporto di amicizia, la modenese della formazione belga è stata al gioco e ci ha raccontato qualche aneddoto.

Lo sprint vincente alla prima tappa del Tour Down Under. Wollaston ha aperto il suo 2024 in questo modo
Lo sprint vincente alla prima tappa del Tour Down Under. Wollaston ha aperto il suo 2024 in questo modo

Scorpacciata di medaglie

Ally Wollaston è in netta ascesa e rispetto alla scorsa stagione appare quasi un’altra atleta. Quello con la pista è un vero un colpo di fulmine quando quattordicenne inizia a gareggiare nel velodromo Manukau di Auckland. Avverte e gradisce subito il brivido dell’alta velocità tanto da farla diventare quasi la prima attività.

Nel 2019 da junior la neozelandese vince la maglia iridata nell’inseguimento individuale, aggiungendo l’argento in quello a squadre. Dodici mesi dopo, da elite, conquista altri titoli nazionali e l’anno successivo il primo continentale nell’omnium. La scuola della Nuova Zelanda è riconosciuta e rispettata da tutti – quante volte lo abbiamo sentito dire a ragion veduta dal cittì azzurro Villa – ed Ally inizia ad essere una pedina fondamentale e versatile nelle discipline endurance.

Nel 2021 un incidente in bici, in cui riporta una commozione cerebrale che la obbliga a due mesi di stop, la priva della partecipazione a Tokyo, ma stavolta Wollaston a Parigi non vuole mancare e la rincorsa è iniziata già l’anno scorso. Nella Nations Cup della scorsa stagione ha raccolto quattro vittorie totali mentre al mondiale di Glasgow ha vinto l’argento nel quartetto.

E mandando avanti il nastro fino all’avvio di 2024, la neozelandese è praticamente dominante. Nella prova di Adelaide di Nations Cup ad inizio febbraio ha conquistato tre ori nell’eliminazione, omnium e inseguimento a squadre. La settimana scorsa ha raccolto sei medaglie ai campionati continentali dell’Oceania. Oro nell’eliminazione, quartetto, omnium, scratch, corsa a punti e argento nella madison. Il suo tassametro è pronto a salire ancora ad Hong Kong e Milton tra marzo e aprile.

Vista dall’amica Gaia

L’amicizia tra Masetti e Wollaston nasce nel 2022 quando l’italiana passa nell’allora NXTG by Experza, team continental olandese poi diventato quello WorldTour attuale. Ally è lì dall’agosto della stagione prima, contattata dai tecnici della squadra dopo che aveva rischiato di restare a piedi e smettere a seguito dell’incidente. Vivere e correre in Belgio è uno shock culturale per lei. La gara la vive come un caos al quale si adatta poco per volta, provando emozioni.

«Ally ed io siamo coetanee – racconta Masetti con più di un sorriso – e siamo andate subito d’accordo, anche giù dalla bici. Inizialmente non capivo il suo inglese, troppo stretto. Ricordo che le avevo detto immediatamente di parlare più lentamente. Lei si era messa a ridere perché pensava che la vedessi davvero come una di un altro mondo visto da dove arriva. Ora mi parla usando anche il suo “slang”. Caratterialmente siamo simili. Abbiamo la stessa ironia, infatti quando siamo in gruppo con le altre compagne ed io faccio una battuta sottile o sarcastica, lei ride e gliela spiega.

Wollaston e Masetti sono spesso compagne di stanza. Sul loro affiatamento punta forte la diesse Jolien D’Hoore
Wollaston e Masetti sono spesso compagne di stanza. Sul loro affiatamento ci punta forte la diesse Jolien D’Hoore

«Sicuramente – prosegue – ha fortificato il nostro rapporto il fatto di aver trascorso un mese assieme a Brakel, un paese fiammingo posizionato però proprio sul confine della Vallonia. In quel periodo abbiamo avuto il prezioso supporto di Jolien D’Hoore, che è da sempre la nostra diesse. Tutte e tre abbiamo un bel rapporto. Lei ci ha messo spesso in camera assieme in quasi tutte le corse che abbiamo fatto.

Ally velocista da classiche

Giovedì scorso c’è stata la presentazione del team WorldTour a Bruxelles nella sede della AG Insurance, ma Wollaston non c’era perché impegnata in pista e arriverà in Europa verso fine aprile. Masetti nel frattempo farà il suo bel calendario riprendendo con Strade Bianche, Drenthe, Gand-Wevelgem, Dwars door Vlaanderen, Amstel, Freccia Vallone e forse il Fiandre. Poi a maggio se si correrà la Vuelta – potrebbe essere posticipata a settembre poiché non si conoscono ancora le tappe – Gaia lavorerà per la neozelandese nelle volate, così come è successso al Tour Down Under.

«Giù in Australia – spiega Masetti – Ally ha vinto bene la prima tappa, ma non è stato così semplice perché si era messa pressione da sola. Nonostante vada forte nelle gare di gruppo in pista, è una velocista che talvolta ti fa arrabbiare perché non segue sempre le ruote del nostro treno. Ricordo che già nel 2022 in una frazione della RideLondon si era persa nelle retrovie ed eravamo andate a prenderla per portarla davanti, dove poi chiuse nona. Da allora la nostra intesa è decisamente migliorata. Io sono una che si intrufola un po’ dappertutto, ma ho capito che lei aveva un po’ paura, così abbiamo fatto in modo di sbloccarla sul lato mentale cercando di fare come si sentisse più sicura lei.

«Nello sprint al Tour Down Under – va avanti – invece di volermi come leadout, ha chiesto che mi mettessi dietro di lei per proteggerle la ruota. Dopo il cerimoniale, mi ha raggiunto in camera dicendosi divertita che era la prima volta che faceva una volata senza temere che la superassero o le sfruttassero la scia. Per forza, le ho risposto io. Ho fatto a spallate con tutte per tenerla al sicuro (sorride, ndr).

«Sono stata quasi sempre presente – continua Masetti – nelle vittorie di Ally. Abbiamo caratteristiche molto vicine, quindi per me è più facile lavorare. Lei è molto più veloce di me, io invece tengo di più su alcune salite. Ad esempio, l’arrivo di Cittiglio, che tira all’insù, è perfetto per lei, però il percorso forse è ancora un po’ troppo duro. Tuttavia quando lei è in forma, ha dei numeri e riesce a superare anche salite di 4-5 chilometri. Al Fiandre o all’Amstel specialmente non la vedrei male. Sicuramente fra qualche anno può puntare seriamente a tante classiche. Facendo le debite proporzioni, ricorda un po’ la Vos».

Coppia da seguire

Fra i tanti nomi usciti dall’intervista doppia Lazzaro-Borgato, quelli di Wollaston e Masetti sono stati tra i più citati. Non sono più U23, ma sono da considerare ancora come giovani in rampa di lancio e da seguire per le prossime stagioni.

«Mi fa molto piacere – termina Masetti – che i nostri due nomi siano saltati fuori e ci vedano come possibili sorprese per questa stagione. Personalmente mi sento completamente diversa ogni anno che passa. Mi accorgo che non sto saltando le tappe e sono riuscita a prendermi le mie soddisfazioni. Ad esempio Moolman ci dà tanti consigli. A me dice che bisogna lavorare per le compagne, ma anche sapersi giocare le proprie carte ed essere pronte quando capita. Mi alleno e faccio sacrifici ogni giorno per migliorare.

Gaia ed Ally si sono conosciute nel 2022, trascorrendo un mese assieme in una casa della squadra tra Fiandre e Vallonia
Gaia ed Ally si sono conosciute nel 2022, trascorrendo un mese assieme in una casa della squadra tra Fiandre e Vallonia

«Anche Ally è fatta così e vale lo stesso discorso. In Australia era contenta di poter lavorare per Sarah (Gigante, ndr) nella tappa di Willunga Hill, che poi ha vinto, conquistando anche la generale. Anche quel giorno abbiamo dato una bella dimostrazione di squadra. Sarah era rimasta dietro in un principio di ventagli. Metà di noi è rimasta davanti a spezzare i cambi, l’altra è andata a riportarla su. Ed Ally ha sfruttato la sua gran condizione in queste azioni. Ecco, spero che potremo confermare le parole di Lazzaro e Borgato».

Boaro e l’ammiraglia: la somma di tante esperienze diverse

19.02.2024
5 min
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Una volta scesi dalla bici ci si accorge che la vita e il mondo del ciclismo sono diversi da come li si è sempre visti. Anzi, assume sfumature differenti: ci si accorge di cose che magari prima erano solamente un contorno sfocato. Manuele Boaro ha terminato la sua carriera a ottobre e un mese dopo era già nei panni del diesse (foto di apertura JCL Team UKYO). La squadra è la continental giapponese JCL Team UKYO della quale vi abbiamo raccontato obiettivi e i progetti. Ma com’è cambiata la vita di Boaro?

«Dalla macchina – ci dice subito – è un’altra prospettiva, qui da noi ci sono atleti che hanno tanta voglia, chiedono e imparano in fretta. In Oman stavamo anche per vincere, peccato abbiano ripreso Earle negli ultimi 150 metri. Devo ammettere che dietro il traguardo avevo il cuore a mille, pensare di vincere alla prima corsa dove ero da solo come diesse mi ha emozionato parecchio. Se mi fermo ancora, mi sale l’adrenalina del momento». 

La prima gara della stagione Volpi e Boaro, a destra dei corridori, l’hanno fatta insieme (foto team JCL UKYO)
La prima gara della stagione Volpi e Boaro, a destra dei corridori, l’hanno fatta insieme (foto team JCL UKYO)
Com’è andata la prima gara?

Bene, per fortuna all’AlUla Tour c’era Volpi che con la sua enorme esperienza mi ha aiutato tanto. Poi io ho fatto del mio meglio, cercando di assimilare il più possibile, ma è un modo completamente nuovo.

Cosa ti ha insegnato Volpi?

Nelle prime gare mi ha aiutato a capire l’ordine delle ammiraglie, come comportarsi con la giuria, le regole… Ci sono da imparare tante cose e molte sono dei dettagli. Alberto è bravo a spiegare sia prima che dopo la corsa. Ho tanta esperienza in gara, ma la mia più grande fortuna è quella di aver avuto diesse e manager che mi hanno passato qualcosa. Questo l’ho notato anche in Volpi.

Al Tour of Oman Boaro si è ritrovato da solo a gestire le dinamiche di corsa: test superato (foto team JCL UKYO)
Al Tour of Oman Boaro si è ritrovato da solo a gestire le dinamiche di corsa: test superato (foto team JCL UKYO)
In che senso?

Alberto ha la sua impronta, come tutti, però ha molte cose che gli sono state passate da Ferretti.

Tu hai qualche diesse che ti ha trasmesso più di altri? 

Bjarne Riis, lui come diesse aveva una marcia in più che mi ha lasciato. Ha trasmesso tanto: il modo di lavorare, di fare squadra e altro ancora. I ragazzi devi cercare di conoscerli anche al di fuori della bici, così diventa facile fare gruppo e costruire qualcosa. 

Hai qualche ricordo particolare di Bjarne Riis?

Aveva la passione, se così possiamo dire (fa una risatina, ndr) di fare dei ritiri particolari e stravaganti. Una scelta che poi tornava utile, perché con certe esperienze la squadra si unisce, si fortifica. Io non sono ancora riuscito a proporre dei ritiri diversi, ma ci penseremo, bisogna chiedere a Volpi (ride, ndr).

Creare un gruppo coeso si sta rivelando semplice, grazie alla curiosità dei nuovi (foto team JCL UKYO)
Creare un gruppo coeso si sta rivelando semplice, grazie alla curiosità dei nuovi (foto team JCL UKYO)
La prima gara da solo è stata in Oman, com’è andata?

Bene, ero un po’ teso ma ho cercato di rimanere sereno e trasmettere tranquillità alla squadra. Ho seguito i consigli di Volpi, ma ho messo anche del mio, soprattutto nelle piccole cose, nei dettagli.

Ad esempio?

Cercavo di non stressare troppo i corridori via radio, oppure nelle riunioni la sera dicevo le cose essenziali, così da tenerli concentrati. Poi ho commesso i miei errori, ma è giusto così, fa parte della crescita come diesse.

Gli insegnamenti passano da tutte le fasi di gara: dallo scegliere la fuga giusta al rifornimento
Gli insegnamenti passano da tutte le fasi di gara: dallo scegliere la fuga giusta al rifornimento
Quali errori hai commesso?

Magari nel passare qualche borraccia o nel dare indicazioni via radio. Ad una tappa ho sbagliato a dare un’indicazione per una curva. Oppure a una delle prime frazioni sono partito con i fogli sul cruscotto, la radio appoggiata e alla prima curva è volato tutto in giro. Cose piccole, ma che si imparano con l’esperienza. 

Com’è approcciarsi alle corse da diesse?

Diverso. Devi preparare tutto a casa: piani, slide e tutto il resto. Così una volta che si è alle corse devi pensare solo alle cose piccole, ai dettagli. Volpi dice sempre che prevenire è meglio che curare. Alle corse devi pensare a tutti: massaggiatori, meccanici, corridori. 

Il gruppo dei giapponesi si dimostra curioso e ha tanta voglia di imparare
Il gruppo dei giapponesi si dimostra curioso e ha tanta voglia di imparare
E’ stato facile creare il gruppo squadra?

In realtà sì. La parte di corridori giapponesi è davvero molto curiosa. Averli insieme e parlarci è un piacere, hanno tanta voglia di fare e imparare. A volte avevano anche troppa fretta di andare in fuga, ho spiegato loro che dovevano avere pazienza. Ci sono tappe dove non ha senso spingere per uscire dal gruppo, meglio risparmiare e provare a quella successiva, che magari è più favorevole. 

Cosa hai capito da corridore che ti porti in ammiraglia?

Che gli atleti sbagliano, è giusto rimproverarli e far vedere dove si può migliorare, ma non si deve creare l’assillo. I miei 13 anni di carriera sono volati, bisogna fare in modo di preservarli e viverli con serenità.

Caneva in Sicilia: un’esperienza di vita, non solo allenamenti

18.02.2024
7 min
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Dalla pianura di Pordenone alle coste agrigentine di Licata, il Gottardo Giochi Caneva ha attraversato tutto lo Stivale italiano per svolgere il proprio ritiro. Una trasferta in Sicilia per la formazione juniores che non è servita solo per incamerare centinaia di chilometri nelle gambe in vista dell’imminente inizio di stagione, ma anche per far vivere ai propri ragazzi una esperienza di vita.

La scelta della destinazione, il viaggio fatto in due gruppi ed in due modi differenti, la giornata tra bici, studio ed escursioni. Il Caneva ha sfruttato appieno la settimana di Carnevale per scoprire qualcosa in più del proprio gruppo ed anche farsi conoscere. Ne abbiamo parlato con Michele Biz, presidente del team giallonero e figlio dello storico patron Gianni, ed Ivan Ravaioli, nuovo diesse ed ex pro’ di Mercatone Uno, Barloworld e Saunier Duval.

Il Caneva è stato ricevuto dall’amministrazione comunale di Licata. Qui l’assessore allo sport Maria Sitibondo e il diesse Ivan Ravaioli alla sua sinistra
Il Caneva è stato ricevuto dall’amministrazione comunale di Licata. Qui l’assessore allo sport Maria Sitibondo e il diesse Ivan Ravaioli alla sua sinistra

“Gemellaggio” siciliano

Dopo la morte del padre nel 2012, Michele ha assunto la guida della società mantenendo la stessa filosofia che aveva accompagnato i trionfi del Caneva negli anni Novanta e Duemila. L’anno scorso hanno celebrato i sessant’anni di attività e quest’anno si sono concessi un ritiro “stellato” in Sicilia (e capirete perché), quasi fosse un gemellaggio tra il loro Comune e quello che li ha ospitati.

«Avevamo già messo in programma di fare un ritiro durante il periodo di Carnevale – racconta Michele Biz – visto che le scuole osservavano diversi giorni di chiusura. Siamo stati via da venerdì 9 a mercoledì 14 febbraio, quindi i nostri ragazzi alla fine hanno fatto solo due giorni di assenza. E’ stato un ritiro a metà tra il turistico e l’agonistico, se così possiamo dire. Abbiamo trovato un’ospitalità che solo in Sicilia si può trovare, venendo ricevuti addirittura dall’Amministrazione locale. Per noi è stato un motivo di orgoglio e chissà che non sia nato qualcosa per il futuro».

I tredici juniores del Caneva ogni giorno facevano tra le tre e le cinque ore di allenamento
I tredici juniores del Caneva ogni giorno facevano tra le tre e le cinque ore di allenamento

«La scelta di andare a Licata – prosegue – è stata quasi un caso. Il nostro vicepresidente ha un collega di lavoro di quella zona che gli aveva suggerito che una struttura alberghiera con prezzi davvero vantaggiosi, dato anche il periodo di bassa stagione. Ci abbiamo riflettuto e così abbiamo prenotato quasi tutti gli appartamenti che avevano a disposizione.

«Una volta laggiù – continua – abbiamo poi voluto godere della loro cultura al di fuori degli allenamenti. Non siamo solo andati alla scoperta della zona, ma abbiamo voluto anche assaggiare la loro cucina. E chi meglio di Pino Cuttaia, chef stellato, poteva farcela provare? Lui ci ha preparato la tipica colazione siciliana, raccontandocene la tradizione. E pensate che Pino è un grande appassionato di ciclismo. Ci raccontava che quando lavorava negli hotel in Piemonte negli anni Novanta, durante i Giri d’Italia aveva avuto come clienti Bugno, Indurain ed altri corridori di quel periodo. Infatti le domande che ha fatto ai ragazzi o sulle nostre bici erano molto mirate. E’ stato davvero un piacere conoscerlo e i ragazzi si sono divertiti».

Il Caneva è stato ospite per colazione all’Uovo di Seppia, il locale gestito dallo chef stellato Pino Cuttaia, appassionato di ciclismo
Il Caneva è stato ospite per colazione all’Uovo di Seppia, il locale gestito dallo chef stellato Pino Cuttaia, appassionato di ciclismo

Caneva-Licata andata e ritorno

Uno degli aspetti più belli e curiosi di una trasferta è il viaggio. Per abbattere la distanza tra Friuli e Sicilia c’è l’aereo, però non è l’unico modo per farlo. La squadra giallonera si è attrezzata con dovizia di particolari.

«Tra Caneva e Licata – va avanti Michele Biz – ci sono 1.600 chilometri e quindici ore di auto. Ci siamo organizzati bene per fare tutta una tirata in giornata. Due furgoni con tre persone a bordo, che si davano il cambio alla guida, hanno raggiunto i tredici ragazzi e i tre diesse che avevano preso il volo Bologna-Catania. All’andata hanno rischiato di non partire per uno sciopero del personale di terra. Poi grazie alla nostra agente viaggi e ad una serie di telefonate per sincerarci che tutto fosse sicuro, la squadra è partita. Questo episodio fa parte della tradizione Caneva e l’ho preso da esempio per insegnare ai ragazzi che bisogna lavorare perché le cose vadano bene. Proprio come si deve fare in bici».

Il Caneva in Sicilia a parte il primo giorno di pioggia, ha sempre trovato una clima buono per allenarsi
Il Caneva in Sicilia a parte il primo giorno di pioggia, ha sempre trovato una clima buono per allenarsi

«Questo viaggio – aggiunge Ivan Ravaioli – è stato davvero un’esperienza di vita per i ragazzi. Alcuni di loro non avevano mai preso l’aereo e farlo con i propri amici e compagni è stato ancora più bello. Ma non è finita lì. Una volta atterrati a Catania, abbiamo preso un mezzo pubblico per arrivare a destinazione. All’uscita dell’aeroporto c’è proprio un pullman di linea che va diretto a Licata. E’ stato un modo per immergerci già nel clima siciliano e vedere fuori dal finestrino dove saremmo stati per sei giorni».

La giornata dei gialloneri

Le gare sono all’orizzonte e il Caneva ha macinato chilometri attorno a Licata. Quest’anno a guidare la squadra è arrivato Ivan Ravaioli, che ha preso il patentino da diesse proprio negli ultimi mesi. Per sua stessa ammissione, lui vuole improntare sul dialogo il rapporto con i suoi ragazzi. Parlare con ognuno di loro sugli obiettivi da raggiungere e poi studiare la strategia per centrarlo. Certo, poi c’è il passato da pro’ che tornerà utile da trasmettere.

«Abbiamo fatto una buona settimana di bici – spiega Ravaioli – grazie al clima. Solo il primo giorno abbiamo preso la pioggia, rientrando un po’ sporchi perché avevamo scelto strade sconosciute. Nei giorni successivi invece abbiamo programmato percorsi più precisi. A seconda dei lavori, facevamo sempre dalle tre alle cinque ore di allenamento a cavallo del mezzogiorno. Questo ritiro lo abbiamo dedicato all’intensità per cercare il ritmo-gara. Quando tornavamo nei nostri appartamenti, i ragazzi avevano qualche ora libera per studiare e poi di nuovo tutti assieme per andare a visitare la città. Altri due passi dopo cena e tutti a dormire. Questa era la nostra giornata tipo».

Il ritiro siciliano è servito al Caneva per fare intensità e trovare il ritmo gara in vista dell’inizio della stagione
Il ritiro siciliano è servito al Caneva per fare intensità e trovare il ritmo gara in vista dell’inizio della stagione

Gli obiettivi

Il soggiorno del Caneva in Sicilia è servito anche per mettere nel mirino qualche obiettivo, sia individuale sia come filosofia di squadra. La qualità per essere protagonisti non manca. De Longhi, azzurro ed argento ai tricolori di ciclocross, e Stella, quattro medaglie in pista tra europei e mondiali, sono i nomi più in vista.

«Abbiamo assemblato un gruppo – conclude Michele Biz – in modo eterogeneo, tra primi e secondi anni, tra velocisti, scalatori e passisti. Amalgameremo tutto contando anche sulla voglia di riscatto di alcuni ragazzi. Abbiamo il vantaggio che il gruppo, tra nuovi e confermati, si conosce comunque da tanto tempo, quindi sarà più facile far capire le nostre direttive. Il ritiro in Sicilia ha avuto sicuramente più aspetti positivi che negativi. Ho visto che ha fatto bene al gruppo e penso che lo ripeteremo l’anno prossimo».

«Personalmente – chiude la sua analisi Ivan Ravaioli – vorrei preparare mentalmente questi ragazzi a ciò che li attende. Metodo e programmazione dell’obiettivo sono alla base del ciclismo, specialmente quello attuale. La categoria juniores è l’anticamera del professionismo e loro devono essere pronti con la testa a fare un eventuale salto in una devo team, come succede ormai per tantissimi ragazzi.

«Naturalmente c’è anche l’aspetto tecnico da curare. Vorrei far migliorare le caratteristiche in cui sono carenti. Uno scalatore ad esempio lo porterei in pista per insegnargli come affrontare una volata ristretta. Un’altra mia idea è quella di pianificare il calendario delle gare con un mese d’anticipo tenendo conto delle prerogative fisiche dei ragazzi. Siamo tutti fiduciosi di fare bene».

Tour de Tietema: tre youtuber e il loro team

18.02.2024
10 min
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Un documentario di un’ora e mezza per capire la loro storia. Poi la video intervista e la sensazione di essere ancora nel film, dialogando con Bas Tietema, olandese di 29 anni. Avevamo incrociato il fondatore del TDT-Unibet Cycling Team negli anni scorsi al Tour con due amici, realizzando video dal seguito pazzesco. Nonostante fossero soltanto in olandese, i contenuti su YouTube del Tour de Tietema (TDT) superavano regolarmente quelli del Team Ineos Grenadiers che deteneva ogni record. Il passaggio alla creazione di una continental nel 2023 e quest’anno della professional che ha vinto l’ultima tappa del Tour of Antalya era stato un vago sentire. 

La storia di Bas

Bas Tietema è un corridore di cui si ha traccia a partire dal 2014, quando corre con il BMC Development Team, assieme a Ignazio Moser e Stefan Kung. Nel 2022, dopo altri cambi, passa alla Bingoal, in cui militano anche Tizza e Viviani, ma si limita a 14 giorni di corsa: la più prestigiosa è la Roubaix in cui finisce fuori tempo massimo.

Ama raccontare lo sport, così convince altri due olandesi (Devin van der Wiel e Josse Wester) a seguirlo nell’avventura sulle strade francesi. Comincia tutto così. Non hanno soldi, dormono in tenda o dove capita. Fanno interviste ai corridori e offrono loro la pizza. Sorridono e fanno sorridere. Entrano e vengono riconosciuti dal gruppo. Mostrano storie che gli altri trascurano. E dopo tre Tour vissuti così, creano una continental.

Ad agosto 2023 si corre la Ronde van de Achterhoek, squadra in testa (foto TDT-Unibet)
Ad agosto 2023 si corre la Ronde van de Achterhoek, squadra in testa (foto TDT-Unibet)

Da youtuber a manager

Pochi soldi. Pochi sponsor. La struttura da costruire. Il magazzino. Le bici. Il reclutamento dei corridori e fra loro lo stesso Bas. Tutto quello che potete immaginare, fra le mani di tre ragazzi completamente digiuni di esperienza, che si affidano pertanto a un manager e a un vero direttore sportivo.

La stagione parte male con l’infortunio del corridore più esperto (Hartthijs De Vries), travolto da un’auto in Spagna durante il ritiro. Fra ospedale e dolore, il momento è duro, ma il ragazzo torna e lo fa vincendo in Olanda. Il 2023 si chiude con tre vittorie e una grande notizia.

I tre nel frattempo sono tornati in Francia con la formula del Tour de Tietema e questa volta l’ambiente li riconosce diversamente, anche perché proprio durante il Tour esce la notizia che dal 2024 la loro squadra sarà professional. Perciò scherzano con Prudhomme e Van der Spiegel  (organizzatori del Tour e delle corse fiamminghe) sui possibili inviti per l’anno successivo e si capisce che da abili narratori stiano diventando parte del sistema.

Il resto ve lo racconteremo con le parole di Bas Tietema, che nel frattempo ha smesso di correre. Aggiungiamo soltanto che il vincitore dell’ultima tappa del Tour of Antalya è proprio il De Vries finito all’ospedale l’anno prima. Letta da questo punto di vista, la tappa che lo ha visto precedere Van den Bossche e Fancellu, prende immediatamente un altro sapore.

Sembra davvero di essere ancora in quel film…

Sono contento che il documentario ti sia piaciuto e che abbia trasmesso emozioni. Ognuno nel gruppo ha la sua storia, ma non tutte vengono mostrate. Con i nostri media saremo in grado di farlo e penso che sia qualcosa di unico. La gente parla molto di ciclismo, ma si tratta sempre di strategia, tattica o analisi di gara. Difficilmente si va a conoscere la persona o si parla dei problemi che sta attraversando.

Come sei passato da youtuber a ciclista e poi a team manager di una squadra?

Se mi guardo indietro, smettere di correre è una delle scelte migliori che ho fatto l’anno scorso. Ovviamente mi è piaciuto molto essere un corridore, ma mi piaceva molto soprattutto la parte tattica dietro alle corse. Non sono mai stato uno avventuroso da vento in faccia, non mi piaceva allenarmi per 30 ore a settimana. Perciò ho deciso di smettere, ma mi sto divertendo ugualmente tanto.

Un progetto creato da zero, quasi un colpo di genio a sentire i tuoi amici…

Provo ancora l’eccitazione di prima della gara, perché è il nostro progetto e lo stiamo realizzando in modo abbastanza diverso. Perciò, rispondendo alla domanda precedente, posso fare di più ora per il ciclismo, rispetto a quando ero un corridore. In più l’anno scorso ho seguito il corso UCI, quindi farò anche alcune gare come direttore sportivo. Mi piace molto il ruolo che ho in questo momento e mi sento molto valorizzato.

Sta diventando una cosa seria?

Abbiamo cominciato realizzando video sul mondo del ciclismo con l’atteggiamento scanzonato di sempre. Abbiamo creato contenuti divertenti e lo stiamo facendo ancora. Anche nei primi Tour de France siamo stati molto professionali, come anche oggi, ma ugualmente non siamo mai riusciti a prenderci troppo sul serio.

Bas Tietema ha smesso di correre e ha superato l’esame UCi per direttore sportivo (foto TDT-Unibet)
Bas Tietema ha smesso di correre e ha superato l’esame UCi per direttore sportivo (foto TDT-Unibet)
Dal documentario emerge che con Devin e Joss non vi conoscevate davvero.

Li ho incontrati per la prima volta a maggio del 2019 e a fine giugno partimmo per la Francia. Avevo sempre visto YouTube come una piattaforma in cui convivevano cose interessanti e più in generale l’intrattenimento. Così ho pensato che se avessi combinato il Tour de France con quel tipo di contenuti, avrei potuto creare qualcosa di eccezionale. Ma io non avevo mai fatto video in tutta la mia vita, perciò avevo bisogno di persone che fossero capaci. Devin era perfetto.

Nel documentario si racconta il modo divertente con cui lo hai contattato…

Avevo letto di lui su Wielerfits, la piattaforma che si occupa di ciclismo. Avevo sentito che era come uno stagista e stava facendo dei bei video e così ho cercato il suo numero e ho preso informazioni. Gli mandai lo stesso messaggio al telefono, su Facebook, su Instagram e su Linkedin (ride, ndr). Non avevo molti soldi e chiesi a due sconosciuti di trascorrere 21 giorni in Francia, sapendo che non avremmo dormito negli hotel. Serviva qualcuno con grande passione e penso che abbia funzionato perché eravamo tre ragazzi giovani che volevano cogliere un’opportunità unica nella vita. Avevamo appena finito la scuola, iniziavamo a fare qualcosa di simile a un lavoro normale e tutto il resto è arrivato lungo il percorso. Ora abbiamo un’attività nostra e alla fine una squadra di ciclismo.

Perché fare video in olandese e non in inglese?

Questa è una bella domanda. Il primo anno abbiamo iniziato in olandese, perché è la nostra lingua ed è uno dei motivi per cui siamo cresciuti così velocemente in Olanda e nelle Fiandre. E’ stata una buona decisione. Quando parli la tua lingua madre, puoi avere più umorismo o sarcasmo. E’ più interattivo e divertente, più naturale. Ora che è passato qualche anno, consolidata la base in Olanda e creata una squadra internazionale con corridori di diverse lingue, abbiamo iniziato a sottotitolare i video. Quest’anno avremo anche molti contenuti in inglese. E’ il momento giusto, una transizione graduale senza perdere la nostra base di fan e crearne una nuova.

Avete abbigliamento italiano e in Santini dicono di aver scelto voi in quanto portatori di originalità.

Penso che molti team abbiano qualcosa di originale. Per quel che riguarda noi, forse la particolarità sta nel fatto che non siamo partiti da una squadra ciclistica, ma dal punto di vista dei media. Ciò non significa che non ci preoccupiamo del lato prestazionale, ma crediamo ad esempio di aver fatto la differenza mostrando al mondo la gara di Antalya, che altrimenti nessuno avrebbe visto fuori dalla Turchia. Questo è un approccio diverso e penso che ci renda unici. A suo modo è originale anche la collaborazione con Santini

La collaborazione fra Santini e il Tour de Tietema unisce la tradizione del marchio all’originalità del team (foto TDT-Unibet)
La collaborazione fra Santini e il Tour de Tietema unisce la tradizione del marchio all’originalità del team (foto TDT-Unibet)
In che senso?

Santini è davvero un marchio che esiste da tantissimo tempo, noi siamo nuovi. Se guardi indietro alla loro storia, è qualcosa di incredibile. Insomma, loro sono quelli che hanno realizzato anche la maglia Mapei, che era piuttosto colorata e lontana dai canoni della tradizione. La stessa cosa con le bici che stiamo usando. Vogliamo avere standard di alta professionalità, ma con un’immagine non omologata. Ed è davvero bello che anche loro credano in questo e soprattutto che credano in noi.

C’è una grande differenza tra mostrare la vita agli altri e quella del proprio team?

Abbiamo iniziato mostrando tutto e mi piacerebbe che possiamo ancora guardare all’intera comunità ciclistica. E’ qualcosa che in altri sport come la Formula Uno si tende a fare, c’è molta interazione tra le squadre. Nel ciclismo invece ci si concentra principalmente su se stessi e non si guarda agli altri. Per questo penso che sarebbe grandioso riuscire a coinvolgersi con le altre squadre. A volte anche avere una piccola discussione su un argomento crea interazione. Dal nostro punto di vista, non penso che cambierà molto, ma forse le altre squadre adesso ci vedranno più come concorrenti. 

E’ stato difficile convincere i corridori a venire nella tua squadra l’anno scorso?

Il primo anno sì. Conoscevo alcuni ciclisti dato che ancora correvo, ma dovevo convincerli. Okay, sapevano che c’era un canale YouTube, ma come sarebbe stata la squadra? Quelli che hanno accettato sono gli ambasciatori di ciò che stiamo facendo. Alcuni erano sul punto di smettere e ora rischiano di partecipare all’Amstel Gold Race. In quel momento è stato davvero difficile, ma sapevamo che oltre alle capacità fisiche serviva la convinzione di entrare in una squadra diversa. Oggi che siamo un po’ più conosciuti, dobbiamo filtrare le richieste, perché vogliamo anche corridori di talento.

Quali Wild Card sono arrivate?

L’Amstel Gold Race, la Freccia del Brabante e Scheldeprijs. Verremo anche in Italia, anche se lì ci sono pochi posti. Però faremo il Tour of the Alps, per cui la sera dell’Amstel partirò io stesso in macchina per andare alla partenza da Egna. Continuo a credere che siamo sulla strada giusta e che ogni anno potremo aggiungere gare davvero belle al calendario.

La proiezione del documentario sulla loro storia all’AFAS Circustheater all’Aja (foto TDT-Unibet)
La proiezione del documentario sulla loro storia all’AFAS Circustheater all’Aja (foto TDT-Unibet)
Il sogno è davvero il Tour del 2026?

Il Tour è l’obiettivo più grande, ma non vogliamo che il tempo passi troppo in fretta. Se facessimo già quest’anno la Sanremo, il Fiandre, la Roubaix e un grande Giro, cosa ci resterebbe l’anno prossimo? Vogliamo procedere passo dopo passo. Per il prossimo anno vogliamo i soldi giusti, correre una Monumento e magari la prima grande corsa a tappe, che potrebbe essere il Giro. In modo che nel 2026 si possa puntare a un invito per il Tour. Non lo so se accadrà, ma questo è il modo in cui lo immaginiamo e proviamo a realizzarlo.

E’ vero che il tuo motore è la passione per il ciclismo?

Non solo quella. C’è la passione per il ciclismo, quella di sviluppare un progetto e anche la passione per i media. Lo stiamo facendo con il ciclismo, ma penso che si tratti di una passione in generale per lo sport, per la narrazione e mostrare alla gente le storie che più possono toccare i cuori.

Milan sprinta, vince in Spagna e punta al Nord

18.02.2024
4 min
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Jonathan Milan ci ha abituati bene, nelle ultime due stagioni lo abbiamo visto vincere e piazzarsi spesso. Il canovaccio, anche in questo primo assaggio di 2024, non è cambiato, nonostante il gigante friulano abbia cambiato la maglia. Le prime volate con la Lidl-Trek si sono trasformate in una vittoria e in un secondo posto, tutte raccolte alla Volta a Valenciana. L’antipasto è stato servito, ora Milan si appresta a partire di nuovo, ma questa volta il volo non punta al caldo della Spagna, ma al freddo del Belgio.

«Per il momento sono a casa – ci dice un contento Milan da dietro il telefono – parto il 21 febbraio per l’opening weekend. Sono gare che mi piacciono molto, l’anno scorso ero in buona condizione, quest’anno stiamo cercando di fare le cose nel modo giusto per arrivare pronti. Mi sento bene, anche la Valenciana ha confermato queste mie sensazioni».

La vittoria a Orihuela, con alle spalle di Milan un Consonni sorridente
La vittoria a Orihuela, con alle spalle di Milan un Consonni sorridente

Subito in testa

Vincere aiuta a vincere. Non perdere il feeling con il successo è importante, per il morale, per le gambe e per iniziare bene la stagione. Muovere i primi passi nella giusta direzione aiuta a lanciarsi verso gli obiettivi che contano con il giusto entusiasmo.

«In Spagna – prosegue Milan – mi sentivo bene, ma era normale, ecco forse non mi sentivo pronto per vincere. Avevo qualche punto di domanda, come giusto che sia a inizio stagione. Le tappe erano impegnative e le altimetrie lo hanno dimostrato, ma gli allenamenti in inverno sono stati buoni. L’ho visto proprio sulle salite, sulle quali ho tenuto molto bene per essere un velocista.

«Le prime volate le ho fatte insieme a Simone (Consonni, ndr), ci conosciamo da tanti anni e abbiamo lavorato molto in pista. Su strada è un’altra cosa, anche in questo campo avevo dei dubbi, ma sono stati spazzati via al primo successo. La volata che mi hanno tirato quando ho vinto è stata perfetta, anche in gara è andato tutto per il verso giusto. Ora faremo altre gare e affineremo la tecnica ancora di più».

In salita Milan ha avuto ottime sensazioni, segno che il lavoro invernale è andato nel verso giusto
In salita Milan ha avuto ottime sensazioni, segno che il lavoro invernale è andato nel verso giusto
In Belgio il weekend del 25 e 26 lancerai la stagione delle Classiche?

Sì, è un punto di partenza per le gare che arriveranno. Sono corse importanti, impegnative e che mi piacciono molto. La squadra è forte, da questo punto di vista sono molto fiducioso. Oltre a me ci sono tanti corridori che possono fare bene: Pedersen e Stuyven ad esempio. 

Più frecce allo stesso arco…

Ognuno ha i propri obiettivi, siamo più capitani. Di conseguenza ci sono diverse persone che potranno fare bene quando arriverà il momento di giocarsela. I ragazzi sono pronti e lo sono anche io, ammetto di essere molto carico. 

L’ultimo appuntamento della prima parte di stagione sarà il Giro, dove dovrà difendere la maglia ciclamino conquistata nel 2023
Dopo la Roubaix arriverà il Giro, dove Milan dovrà difendere la maglia ciclamino conquistata nel 2023
Uno dei tuoi obiettivi, a proposito di Classiche, sarà la Roubaix?

Quest’anno farò due Classiche Monumento: Milano-Sanremo e Roubaix. Pedersen ed io, un mesetto fa, siamo stati a fare delle prove dei materiali per la Roubaix

Tanto dipenderà dalle gare prima, come la Tirreno-Adriatico.

Sarà una bella prova in preparazione alla Milano-Sanremo, con tante tappe importanti. Tra l’altro la Corsa dei due Mari sarà la prossima che correrò insieme a Consonni. La Sanremo è una gara bella, veloce e che mi piace. E’ difficile da interpretare, ma con il tempo spero di prenderci sempre più dimestichezza. 

Agli europei di Apeldoorn, a gennaio, prime prove di quartetto: l’appuntamento di Parigi si avvicina
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Ci saranno tanti impegni importanti nel 2024, come li avete programmati?

La stagione è piena e va pianificata bene, ci sono diversi obiettivi: su strada con la squadra e in pista con la nazionale. Su strada i miei impegni maggiori saranno le Classiche e il Giro. Per quanto riguarda la pista il focus sarà sulle Olimpiadi. Sono due grandi obiettivi e tutto va organizzato per il meglio.

Immaginiamo che il cammino sia già praticamente delineato, no?

Direi di sì, mancano dei piccoli dettagli che vedremo dopo la prima parte di stagione. Intanto sono contento dell’equilibrio che hanno trovato la squadra e la nazionale. Alternare bene gli allenamenti tra pista e strada è fondamentale. Dopo il Giro dovrei fermarmi, riposare e preparare l’Olimpiade. In quest’ottica probabilmente farò un ritiro in altura prima di agosto. 

Insomma, la stagione è lanciata, in bocca al lupo!

Crepi e ci vediamo sulle strade!