Paul Seixas

Giovanissimi al Tour: Seixas come Sagan? Sentiamo Amadio

09.05.2026
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E’ notizia ufficiale che Paul Seixas farà il Tour de France. In Francia sono letteralmente impazziti. Eppure un sondaggio proposto da CyclismeActu, noto media d’Oltralpe, tra i suoi lettori, raccontava altro: quasi due terzi degli utenti erano contrari alla partecipazione del giovanissimo talento della Decathlon-CMA.

Ma poi c’erano le voci. Christian Prudhomme, direttore della Grand Boucle, era equilibrato nelle sue dichiarazioni, ma sotto sotto lo voleva eccome. Mentre Tadej Pogacar era già sicuro che ci sarebbe stato. E che ci sarebbe anche dovuto essere. Solo Bernard Hinault si era detto contrario. Qualche malalingua ha detto perché avrebbe perso il record di essere stato l’ultimo francese ad aver vinto il Tour de France. Ma non è assolutamente così. Hinault era il primo a tifare i vari Pinot e Bardet ai tempi.

Un tema che noi abbiamo voluto girare a Roberto Amadio, oggi commissario tecnico della nazionale, un tempo team manager dell’ultima grandissima squadra italiana, la Liquigas. All’epoca Amadio si ritrovò in parte nella stessa situazione dei dirigenti Decathlon.

Un giovane Sagan con Roberto Amadio. Al suo arrivo nessuno immaginava che Peter avrebbe inciso tanto sul valore del team stesso
Nonostante le sue doti Amadio portò Sagan al Tour al terzo anno da pro’
Un giovane Sagan con Roberto Amadio. Al suo arrivo nessuno immaginava che Peter avrebbe inciso tanto sul valore del team stesso
Nonostante le sue doti Amadio portò Sagan al Tour al terzo anno da pro’
Roberto, dunque come andò con Peter Sagan?

Sicuramente all’epoca avevamo meno pressioni, primo perché Sagan non era uomo da classifica e poi neanche era francese. Ma lo stesso Sagan, Nibali, Moser e tutti i giovani che sono stati con noi hanno avuto un percorso alla vecchia maniera. Quindi più regolare, progressivo. Nei primi due anni nessuna grande corsa a tappe. Poi la Vuelta al terzo anno e quindi gli altri grandi Giri. Ecco, proprio Peter esordì al termine del secondo anno alla Vuelta. Ma perché era Sagan. Vinse tre tappe e la maglia verde. Seixas si propone come uomo da classifica. Sono due concetti estremamente diversi.

E la cosa si fa ancora più dura per il giovane francese…

Tre settimane di corsa sono ben diverse da quello che abbiamo visto ai Paesi Baschi o comunque nelle corse di una settimana che ha disputato sin qui. E anche il livello è differente.

Cosa cambia?

Tutto: come approcciare i grandi Giri, gestire il recupero, la squadra, la fatica… la corsa. Avrà una squadra forte suppongo. Loro sono migliorati molto, ma non so se potrà avere qualcuno che possa fare la corsa parallela. Insomma un altro leader. L’esempio più classico fu con Nibali vicino al più maturo Basso. Per carità, alla fine ci vogliono le gambe ma anche l’esperienza conta. L’esperienza per gestire i momenti più difficili.

La grandeur del Tour (e anche gli sforzi fisici di tre settimane) potrebbero essere troppo anche per Seixas (foto ASO/Aurélien Vialatte)
La grandeur del Tour (e anche gli sforzi fisici di tre settimane) potrebbero essere troppo anche per Seixas (foto ASO/Aurélien Vialatte)
Tu porteresti un co-leader insomma?

Io adesso non conosco bene l’obiettivo della Decathlon-CMA e se davvero vorranno fare classifica con Seixas, ma si sta dimostrando una delle migliori squadre assieme alla Red Bull-Bora e alla UAE Emirates. E’ un po’ la squadra rivelazione. Hanno fatto un grande cambio di mentalità, a prescindere da Seixas. E questo aspetto, anche nella gestione e nello sviluppo dei materiali, è una cosa nuova per le squadre francesi. Senza dubbio è un elemento positivo per Seixas.

Quindi è un rischio…

Dipende dagli obiettivi. Se non vado per la classifica si può anche tentare. Altrimenti se vado per vincere la cosa si complica. Se vado per fare esperienza, punto a vincere una o due tappe simboliche o anche a una top 10 nella generale dico di sì. Si può provare anche con un ragazzo così giovane. Ma se davvero lo portano per vincere qualche perplessità mi viene. A 19 anni, anche se fortissimo, troverà squadre e atleti agguerriti. E’ il Tour de France.

Questo è un ciclismo che non aspetta. Hanno uno forte, forte: lo buttano dentro…

Un percorso di crescita graduale per me ci vuole sempre. Di contro, Seixas ha detto che ci sarà, ma non ha specificato cosa vuole fare…

I francesi adoravano Peter Sagan, anche quando non andava più fortissimo. Figuriamoci cosa può accadere con un loro connazionale
I francesi adoravano Peter Sagan, anche quando non andava più fortissimo. Figuriamoci cosa può accadere con un loro connazionale
L’ambizione non gli manca (sembra che sia stato proprio lui ad imporsi per fare il Tour). I francesi vogliono che vinca, parliamoci chiaro.

Quello è il problema. Se non va bene vi immaginate le critiche… anche se è giovanissimo? Non è solo il risultato finale che conta. Mi sembra che questo ciclismo bruci le tappe. Dopo tre anni, se un ragazzo non ha fatto bene, via col giovane successivo. Un risultato negativo può influire negativamente sul resto della sua carriera. Per questo un co-leader gli farebbe comodo.

Okay, ma oggettivamente chi potrebbe essere un co-leader di quello spessore? Il migliore che hanno è Felix Gall ed è qui al Giro d’Italia

Gall può fare l’accoppiata Giro e Tour e così può stare vicino a Seixas. Portarlo o non portarlo: servono idee chiare. La prima: conoscere bene l’obiettivo. La seconda: che squadra da mettergli attorno. Terzo: la consapevolezza dell’approccio mediatico. Quest’ultimo aspetto sarà importantissimo, sarà devastante per lui. Seixas il Tour non lo ha mai fatto e non può sapere cosa lo attende. Anche da questo punto di vista la squadra lo deve tutelare. Un altro capitano, anche se marginalmente, dividerebbe la pressione… che per Seixas sarà altissima.

Con Peter come andò in tal senso? Vi ritrovaste a fare i conti con più attenzione mediatica di quanta ve ne aspettavate?

Va detto che Peter era bravissimo su queste cose. Al di là del ciclista lui era un personaggio. Personaggio vero, autentico. E lo è stato sin da subito. Aveva una naturalezza incredibile. Non pensava quello che diceva… ma lo diceva correttamente. Era spontaneo. Penso ai suoi gesti teatrali quando vinceva. Alle impennate. E poi era forte, veramente un gran corridore. Però torno a ripetere, perché il nocciolo della questione è questo: è diverso combattere per la maglia verde, anche se al primo anno come fece Peter, che per la generale. E’ una gestione di squadra completamente diversa. Anche se poi, a quei tempi, in Liquigas correvamo sia per la classifica sia per le tappe.

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Tadej Pogacar, Paul Seixas
Seixas a tutta dietro Pogacar: Amadio apprezza questa spregiudicatezza sportiva del francese
Il forcing atteso sulla Redoute non ha spaventato Seixas, che ha tenuto la sfuriata di Pogacar
Seixas a tutta dietro Pogacar: Amadio apprezza questa spregiudicatezza sportiva del francese
Cosa ti piace di questo ragazzo, Roberto?

Che è entusiasmante, non ha paura… Al primo anno da professionista uno così è tanta roba.

Da ex team manager e visti i tempi attuali, te lo saresti aspettato questo debutto così precoce?

Sì, perché è in una squadra francese. Se fosse stato in un’altra squadra probabilmente avrebbe fatto un altro percorso. Almeno per questo primo anno da professionista.

Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL

Gaffuri: bilancio dei primi 30 giorni di corsa nel WorldTour

09.05.2026
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La prima parte della stagione che ha rappresentato l’esordio nel WordTour per Mattia Gaffuri si è conclusa anzitempo, alla terza tappa del Giro di Romandia. I postumi della caduta rimediati al Tour of the Alps hanno costretto il corridore lombardo a dire stop. Una pausa era comunque prevista, anche perché l’atleta della Picnic PostNL ha attaccato il numero sulla schiena al UAE Tour il 16 febbraio. Nel frattempo sono passati quasi tre mesi e tanti chilometri sotto le ruote. 

«E’ stato un esordio intenso – racconta Mattia Gaffuri da casa – nel quale ho preso parte a corse di altissimo livello, praticamente tutte di categoria WorldTour (a parte Gran Premio Miguel Indurain e Tour of the Alps, ndr). Di gara in gara ho sentito parecchi miglioramenti, ci vorrà comunque del tempo per misurare il tutto in maniera dettagliata».

UAE Tour 2026, Mattia Gaffuri, 6a tappa, Jebel Hafeet, fuga
La stagione di Mattia Gaffuri, la prima nel WorldTour, è iniziata con il UAE Tour a metà febbraio
UAE Tour 2026, Mattia Gaffuri, 6a tappa, Jebel Hafeet, fuga
La stagione di Mattia Gaffuri, la prima nel WorldTour, è iniziata con il UAE Tour a metà febbraio
Al Tour of the Alps ti sei trovato per la prima volta a curare la classifica in una corsa a tappe, com’è andata?

E’ stata un’emozione molto forte, essere davanti insieme ai corridori più quotati del gruppo fa un certo effetto. Anche avere tanto sostegno dai tifosi lungo le strade è bello. Ho imparato tante cose, la principale è che se si vuole fare classifica a certi livelli bisogna partire con in testa quell’obiettivo. 

Spiegaci meglio, per favore…

A differenza degli scorsi anni il livello è sicuramente più alto, in corsa non si può sprecare neanche l’1 per cento di energie. Si deve fare attenzione a tutto. Sicuramente la caduta della quarta tappa non mi ha aiutato, ma l’ultimo giorno mi sono trovato proprio a corto di forze. 

Tour of the Alps 2026, seconda tappa, Giulio Pellizzari, Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL
Seconda tappa del Tour of the Alps, Gaffuri rimane l’unico corridore della fuga a resistere al rientro dei migliori
Tour of the Alps 2026, seconda tappa, Giulio Pellizzari, Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL
Seconda tappa del Tour of the Alps, Gaffuri rimane l’unico corridore della fuga a resistere al rientro dei migliori
Tu non partivi con in testa l’idea di curare la classifica generale?

No, ero partito con l’obiettivo di cercare un risultato di tappa. Anche per questo nella seconda frazione, quella con arrivo in Val Martello, ero in fuga. Se fossi partito per fare classifica non avrei fatto quell’azione. Al primo arrivo in salita si sa che solitamente il gruppo non lascia spazio alle azioni di giornata.

Eppure lo hai trovato, terminando la tappa al terzo posto, un bel segnale…

Una volta lì davanti ci speravo, poi nulla è mai scontato a questi livelli. Quando mi sono trovato con un minuto di vantaggio ho capito di poter fare qualcosa. Non ho la fiammata per reggere il cambio di ritmo degli scalatori più forti, sono un regolarista. Per questo nel momento in cui mi ha raggiunto Pellizzari ho capito di avere una chance

Tour of the Alps 2026, Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL
Nella quarta tappa del TotA una caduta compromette il finale di Gaffuri
Tour of the Alps 2026, Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL
Nella quarta tappa del TotA una caduta compromette il finale di Gaffuri
Cosa ti manca per cercare di fare classifica?

Tanti piccoli aspetti, ad esempio risparmiare le giuste energie tappa per tappa. Ed è una cosa che impari con l’esperienza: ad esempio come e quando rilanciare, oppure il momento o il modo in cui risalire in gruppo. Tutti trucchetti per non finirsi. Sono aspetti che devo imparare, anche perché non sarò il più giovane del gruppo ma sicuramente ho ancora tanto da apprendere.

Conquistato il WorldTour qual è la sfida di quest’anno?

Dimostrare che posso correre a questi livelli. Già il fatto di essere andato contro il parere di molti mi ha dato forza. Ora ho tante persone che mi sostengono, ma quattro o cinque anni fa in pochi credevano nelle mie possibilità di entrare nel WorldTour. Avevo in testa l’obiettivo di fare dei buoni risultati, e il podio di tappa al Tour of the Alps è qualcosa di estremamente positivo. 

Tour de Romandie 2026, Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL
Il Tour de Romandie di Gaffuri dura solamente due tappe, i postumi della caduta rimediata al TotA si fanno ancora sentire
Tour de Romandie 2026, Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL
Il Tour de Romandie di Gaffuri dura solamente due tappe, i postumi della caduta rimediata al TotA si fanno ancora sentire
In quali aspetti senti di poter ancora migliorare?

Ci sono dei punti sui quali è difficile progredire, perché sono legati a un aspetto di talento o genetica. Snaturarsi per inseguirli sarebbe sbagliato, a questo livello si deve cercare di progredire e rimanere in linea con le proprie qualità.

Quali sono le tue?

Non ho i numeri per restare con chi entra nei top 5 o top 10 nelle corse a tappe, ma riesco ad emergere quando la corsa diventa dura e i chilometri passano. Tanto di un risultato passa da ciò che succede prima del finale di gara, quindi credo che migliorare in piccoli aspetti può portare ad emergere. 

Tour of the Alps 2026, Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL
Il percorso di crescita di Gaffuri continua, i miglioramenti arrivano gara dopo gara
Tour of the Alps 2026, Mattia Gaffuri, Team Picnic PostNL
Il percorso di crescita di Gaffuri continua, i miglioramenti arrivano gara dopo gara
Se guardiamo alla seconda parte di stagione, a cosa aspiri?

A chiudere il gap imparando e migliorando ancora, il resto arriverà di conseguenza. Il trend al momento è positivo. Il mio calendario ad ora prevede il Tour de Suisse e i campionati italiani sia in linea che a cronometro. Poi mi fermerò e andrò in altura, la mia prima corsa ad agosto sarà San Sebastian. 

E’ pensabile inserire un Grande Giro già quest’anno?

Lo spero, ma vedremo. C’era l’idea di fare il Giro d’Italia ma la squadra ha optato per portare una rosa diversa. Vorrei guadagnarmi questa occasione, direi che si deve guardare alla Vuelta.

Paul Magnier, Burgas 2026 Giro

La rosa di Magnier, la profezia di Bramati. Il Giro inizia così

08.05.2026
6 min
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BURGAS (Bulgaria) – Sarà pure facile dirlo dopo, ma stamattina a Nessebar dopo aver incrociato Davide Bramati, eravamo quasi certi che avrebbe vinto Paul Magnier. Il Brama aveva un sorrisetto… E appena gli abbiamo chiesto come stesse il suo pupillo, lui ci ha detto: «Vedrete – pausa – vedrete oggi», e ancora un sorrisetto malizioso di chi la sapeva già lunga. «Sarà Dries Van Gestel a fargli da leadout».

La Soudal-Quick Step ha provato più di altri il finale. Due volte solo ieri. E già un giorno prima era sul tracciato. Ci credevano eccome a questo progetto rosa. In fin dei conti Bramati non poteva restare a bocca asciutta dopo che lo scorso anno non aveva riportato a casa neanche una tappa. Una rarità per questo team e per questo diesse.

Il 109° Giro d'Italia è scattato dalla bellissima Nessebar, il cui centro storico è una vera perla
Il 109° Giro d’Italia è scattato sul Mar Nero, da Nessebar, il cui centro storico è una vera perla
Il 109° Giro d'Italia è scattato dalla bellissima Nessebar, il cui centro storico è una vera perla
Il 109° Giro d’Italia è scattato sul Mar Nero, da Nessebar, il cui centro storico è una vera perla

Bramati profeta

Dal sole di Nessabr il gruppo va incontro alla piccola perturbazione che risale da sud. Porta nuvole, umidità e anche qualche goccia di pioggia a un certo punto. Ma poca roba. Il grande assente è invece il vento. O almeno è molto più basso rispetto alle attese.

Tutto fila tranquillo, tutto sommato. La fuga delle due squadre italiane, con Tarozzi e Roja rispettivamente di Bardiani-CSF e Polti-Visit Malta, e il plotone sornione dietro. Ma poi ai meno 15 si accendono i motori. Tutti i ragazzi ci hanno parlato di velocità folli e ritmi che improvvisamente sono diventati stellari.

«Si andava sempre sul filo dei 70 all’ora – ci racconta sorridente Andrea Raccagni Noviero – incredibile. Abbiamo vinto. Io dovevo lasciare i miei compagni ai meno tre e così ho fatto. Poi non ho visto un granché. Ma sono contento. Davvero un bel debutto al Giro d’Italia».

Qualche minuto ed ecco scendere dall’ammiraglia Bramati. Inizia il lungo carosello di abbracci e pacche sulle spalle. E il primo tocca proprio a Raccagni Noviero.

«Devo fare i complimenti alla squadra, chapeau – attacca il Brama – tutti hanno svolto il loro lavoro alla perfezione. Ci tenevamo moltissimo a questa tappa. E anche alla maglia rosa. Sapevamo che poteva essere una grande opportunità e siamo riusciti a catturarla. E’ anche la nostra vittoria più importante da inizio anno. Sapevo che stava bene e insisto ancora sull’ottimo lavoro di squadra.

«Sono due giorni che ne parliamo. Tutti sapevano di questi chilometri finali pericolosi, con la strada che si restringeva. C’è stata una caduta. Però questo è il ciclismo. Paul sapeva che aveva anche una grande responsabilità e ha chiuso il lavoro di una squadra che ha lavorato per lui in modo importante: abbiamo tirato tutto il giorno per questo».

In qualche modo Bramati tira in ballo il discorso della pressione. Stamattina ci diceva che Magnier era tranquillo. Invece ci hanno riferito che alla fine un po’ di pressione il giovane francese la sentiva eccome. Ma si diventa grandi anche così.

Ancora Bramati: «Se la difenderemo domani? Domani è un altro giorno, la tappa è molto lunga (e il finale piuttosto duro, ndr). Intanto ci godiamo il successo di oggi».

Milan, che succede?

Ma per chi festeggia, c’è anche chi ride meno. Il Milan solare del mattino è chiaramente più mogio al pomeriggio. Ci sta, altrimenti non sarebbe il campione che è. La prima volata, specie dopo una tappa breve e facile, è sempre molto insidiosa.

«Cosa è successo? – spiega Milan – E’ successo che nel finale ci siamo un po’ persi. Ma è difficile come tutte le volate. Non è facile mettere il gruppo in fila a 70 all’ora. Io ai meno tre, dove ci siamo disuniti, mi sono fatto un chilometro e mezzo tutto fuori al vento per risalire e lì ho speso veramente tanto. Ai trecento metri ho trovato poi la ruota di un corridore, che neanche ricordo chi fosse, ma non era un mio compagno. Ai 280-250 metri poi non so cosa stessi aspettando a partire, ma quando mi sono alzato… è andata così. Le gambe erano un po’ in croce. Hanno fatto un bellissimo lavoro quelli della Soudal-Quick Step: onore a loro».

Parlare in queste situazioni non è facile, specie quando sei il favorito e non vinci. Onore dunque al friulano. Ma guardando il bicchiere mezzo pieno, visto che era rimasto dietro, c’è di buono che non sia stato coinvolto nella caduta.

«Non so cosa sia successo, ero davanti. Ho sentito qualcosa, non so a quanti metri fosse. Spero solo che nessuno si sia fatto male. Ora analizzeremo il tutto e chiuderemo la pagina di questa giornata».

Paul Magnier (classe 2004) è al secondo Giro d'Italia. Stasera dormirà in maglia rosa
Paul Magnier (classe 2004) è al secondo Giro d’Italia. Stasera dormirà in maglia rosa
Paul Magnier (classe 2004) è al secondo Giro d'Italia. Stasera dormirà in maglia rosa
Paul Magnier (classe 2004) è al secondo Giro d’Italia. Stasera dormirà in maglia rosa

Magnier e una rosa di peso

Infine chiudiamo con il vincitore. Paul Magnier è il ritratto della felicità. E’ maglia rosa. E anche bianca e ciclamino. I colleghi francesi se lo godono con un certo orgoglio. Sul podio continua a ridere. Ma è un sorriso consapevole del fatto che oggi ha cambiato qualcosa nella sua carriera. E non è un caso che la prima cosa che ha detto e ripetuto sia stata: «E’ la mia prima vittoria contro i grandi. Quest’anno il mio obiettivo è quello di crescere. Magari ottenere meno vittorie del 2025 ma più prestigiose». Non si può dire che non sia sulla strada giusta.

«Sono emozionato e orgoglioso della mia prestazione e di quella della mia squadra. Jasper Stuyven ha fatto un lavoro incredibile quando mancavano quattro chilometri e in tutta la fase di preparazione dello sprint».

Anche secondo Magnier la sua Soudal-Quick Step è stata un’orchestra che ha suonato una sinfonia perfetta. I ragazzi di Bramati si sono trovati al posto giusto, al momento giusto: come avevano programmato. Sono riusciti sempre a prendere e a tenere il lato sinistro della carreggiata, quello più stretto, e non l’hanno mollato. Se non quando da dietro è partito lo sprint che invece si è svolto sulla destra.

«Ayco Bastiaens ha tirato tutta la giornata – ha detto ancora con lucidità Magnier – per controllare la fuga. Poi ai cinque chilometri dalla fine siamo andati tutti in testa (l’esatto contrario di quanto accaduto ai Lidl-Trek, ndr). E nel chilometro finale Jasper Stuyven e Dries Van Gestel hanno fatto un lavoro straordinario. Perfetto».

«Sono arrivato al Giro d’Italia con l’ambizione di vincere e conquistare la maglia rosa, un obiettivo in cui credevo fin dal ritiro in altura. Sono felicissimo di esserci riuscito. Questa è una delle volate più ambite della stagione. Per la ciclamino c’è tempo. Intanto non vedo l’ora di partire domani con questa maglia addosso… che è una leggenda».

Seixas, un giovanissimo al Tour. L’esempio di Saronni

Seixas, un giovanissimo al Tour. L’esempio di Saronni

08.05.2026
5 min
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I tifosi francesi stanno già sognando. Paul Seixas parteciperà al suo primo Tour de France e quando sarà alla partenza avrà già siglato un record storico, essendo il più giovane partecipante dal 1937. Il talento della Decathlon si dice già pronto alla contesa con i vari Pogacar, Vingegaard, Evenepoel ma intanto la sua decisione ha destato una vasta eco non solo in Francia e non sono pochi coloro che ritengono la sua partecipazione e soprattutto le sue modalità troppo in anticipo rispetto a una giusta crescita.

Nel 1977 Saronni esordì con risultati subito sensazionali che lo convinsero a pensare al Giro
Nel 1977 Saronni esordì con risultati subito sensazionali che lo convinsero a pensare al Giro
Nel 1977 Saronni esordì con risultati subito sensazionali che lo convinsero a pensare al Giro
Nel 1977 Saronni esordì con risultati subito sensazionali che lo convinsero a pensare al Giro

Una caduta “risolse” la questione

Discussioni che abbiamo conosciuto anche in Italia, ma dobbiamo fare un salto indietro di quasi mezzo secolo, al 1977. Giuseppe Saronni era appena passato di categoria attraverso una deroga, aveva 19 anni e mezzo. Alla prima gara, il Trofeo Laigueglia, fu secondo battuto solo dall’iridato Freddy Maertens, poi vinse il Trofeo Pantalica, una tappa e classifica finale al Giro di Sicilia e tutto l’ambiente parlava di lui e del suo talento precocissimo. Beppe voleva fare il Giro, in squadra erano combattuti e sulle pagine dei giornali le discussioni riempivano le cronache.

Come andò a finire? Lo racconta lui stesso: «Quando hai 19 anni, vuoi correre, quindi non stai tanto a ragionare sul fatto che sei giovane e magari hai poca esperienza. La mia situazione si è risolta facilmente perché sono caduto al Giro di Romagna e ho rotto la clavicola, quindi è stata una scelta obbligata. Probabilmente mi avrebbero convinto a non fare il Giro perché il mio diesse Carletto Chiappano era una persona di grande esperienza, un amico importante, ma dentro di me la voglia di confrontarmi e di fare il Giro c’era».

Il primo Giro d'Italia di Saronni sarebbe stato nel 1978, la vittoria arrivò però nel 1979 e 1983
Il primo Giro d’Italia di Saronni sarebbe stato nel 1978, la vittoria arrivò però nel 1979 e 1983
Il primo Giro d'Italia di Saronni sarebbe stato nel 1978, la vittoria arrivò però nel 1979 e 1983
Il primo Giro d’Italia di Saronni sarebbe stato nel 1978, la vittoria arrivò però nel 1979 e 1983
C’è una relazione tra le due vicende separate da quasi cinquant’anni?

Sono due epoche diverse. Allora non avevi un supporto tecnologico, tutto quello che oggi hanno le squadre e i corridori per capire a che punto sei, qual è la tua maturazione. Oggi è più facile prendere certe decisioni, sai tutto di tutti, mentre noi andavamo un po’ allo sbaraglio, ci si basava solo sull’esperienza personale, mancavano tante conoscenze. Quindi era più facile sbagliare.

Che opinione ti sei fatto della decisione di Seixas?

Difficile a dirsi. Bisogna fare attenzione quando un ragazzo è giovane a non bruciarlo, a non fargli fare delle cose che potrebbero condizionare la sua crescita, ma dall’altra parte bisogna anche capire che non si può neanche bloccare la volontà di un corridore. Il motore c’è perché altrimenti non stai a ruota di Tadej sulla Redoute, dove anche Pogacar ha dato il massimo. Non gli rimani a ruota abbastanza agevolmente se non hai un motore già pronto, quindi come fai a bloccare le volontà di un corridore che secondo me potrebbe già essere pronto?

Seixas ha tenuto il passo di Pogacar sulla Redoute, facendo impazzire i tifosi francesi
Seixas ha tenuto il passo di Pogacar sulla Redoute, facendo impazzire i tifosi francesi
Seixas ha tenuto il passo di Pogacar sulla Redoute, facendo impazzire i tifosi francesi
Seixas ha tenuto il passo di Pogacar sulla Redoute, facendo impazzire i tifosi francesi
Trovi dei parallelismi tra Seixas che vuole andare al Tour, alla sua prima corsa di tre settimane e il Tadej della Vuelta?

L’età è pressoché la stessa, Pogacar aveva un anno in più. Anche allora è stato motivo di discussione, che tipo di attività fargli fare perché era un ragazzo giovanissimo. D’altronde questi ragazzi sono dei talenti, se lo sentono loro quello che possono fare, la loro programmazione, poi dipende molto dalle loro sensazioni e dalle loro convinzioni. Con Tadej non c’era tanto da programmare, lui sapeva dove poteva e dove voleva arrivare e quindi è stato abbastanza facile perché è stato lasciato fare, poi l’ha fatto ed è andato bene così perché ha dimostrato che era comunque già pronto.

In questa scelta di Seixas, quanto c’è di suo e quanto c’è di pressione da parte dell’ambiente per vederlo al via al Tour, sperando che possa colmare quel quarantennio di attesa di un vincitore di casa?

Questa è un’altra valutazione da fare. Sicuramente attorno a questo ragazzo c’è una pressione enorme perché la Francia è da una vita che non ha protagonisti, soprattutto in una corsa come il Tour. Questo ragazzo sta diventando la figura nuova del ciclismo mondiale, quindi anche la squadra ci tiene a valorizzarlo. I tifosi si aspettano sempre tanto, quindi attorno a questo ragazzo sicuramente c’è tanta pressione. Ma se il corridore è capace, ha carattere, è intelligente, sa anche cosa vuol fare. Spero che decida soprattutto lui.

Il transalpino, primo all'Avenir 2025, vuole subito provare il Tour, che un francese non vince dal 1985
Seixas, primo all’Avenir 2025, vuole subito provare il Tour, che un francese non vince dal 1985
Il transalpino, primo all'Avenir 2025, vuole subito provare il Tour, che un francese non vince dal 1985
Seixas, primo all’Avenir 2025, vuole subito provare il Tour, che un francese non vince dal 1985
Tornando alla tua esperienza di allora, tu poi il Giro d’Italia l’hai vinto, ma il Beppe Saronni diciannovenne che voleva correre il Giro, lo voleva fare per ottenere il massimo o per fare esperienza?

Avrei dato qualsiasi cosa pur di fare il Giro, a prescindere da ogni motivazione. Allora il Giro d’Italia era se non pari, di poco inferiore al Tour quindi era importantissimo per un italiano. Per poter fare il Giro avrei anche detto una piccola bugia, dicendo «no ma faccio il Giro per fare esperienza con attenzione, senza spendere troppo…». Perché quando sei in corsa, soprattutto a quell’età lì, dai tutto quello che puoi per fare il risultato E’ l’agonismo che ti porta a fare questo. Probabilmente avrei vinto qualcosa, ma non sarei stato in condizione di vincere la classifica. Ripeto, per Seixas è diverso, se lo fa è perché in squadra sanno che può e che sarà competitivo al massimo livello.

Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Damien)

Magagnotti e le vittorie bretoni: arrivate con gambe e testa

08.05.2026
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Domenica Alessio Magagnotti sarà impegnato nella Gand-Wevelgem U23 con i suoi compagni di squadra della Red Bull-BORA-hansgrohe. Una corsa importante che arriva dopo le fatiche e i successi (due di tappa) ottenuti al Tour de Bretagne (in apertura foto Damien). Per il ragazzone trentino c’è stato giusto il tempo di tornare a casa, disfare le valigie e riposare un po’. 

«In questi giorni mi sono riposato – racconta Magagnotti – e mi sono goduto del tempo in famiglia. Il preparatore, dopo il Tour de Bretagne mi aveva detto di non toccare la bici per un paio di giorni, e così ho fatto. In Francia mi sono sentito subito bene, ma ho pagato un po’ di inesperienza. Nella prima tappa ho corso come se fossimo in una corsa di un giorno. Dopo quattro tappe ero finito, più di testa che di gambe, anche perché non ero abituato a tutto questo stress per sette giorni consecutivi».

Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, vittoria prima tappa, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Gus Sev)
Prima tappa del Tour de Bratagne e Alessio Magagnotti trova subito la vittoria (foto Gus Sev)
Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, vittoria prima tappa, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Gus Sev)
Prima tappa del Tour de Bratagne e Alessio Magagnotti trova subito la vittoria (foto Gus Sev)
Rispetto alle altre corse a tappe questa è stata di un livello superiore?

In un certo senso sì, alla Coppi e Bartali non mi sentivo bene fisicamente, ero abbastanza stanco. Mentre in Croazia, all’Istrian Spring Tour, di tappe ne avevamo fatte quattro (di cui uno era un prologo, ndr), un numero che ancora riesco a reggere. 

Com’è stato vincere due delle prime tre tappe e poi dover resistere per tutti gli altri giorni?

Non è stato semplice, anche perché erano tutte frazioni lunghe e impegnative, con tanto dislivello e davvero poca pianura. Farle ogni giorno in maniera consecutiva non è facile come sembra, perché sono comunque gare under e non c’è l’organizzazione di una gara di professionisti. 

Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Gus Sev)
Fondamentale per il successo è stato il lavoro dei compagni di squadra (foto Gus Sev)
Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Gus Sev)
Fondamentale per il successo è stato il lavoro dei compagni di squadra (foto Gus Sev)
Ci fai un esempio?

Nella prima tappa, che ho vinto, la fuga è andata via dopo due ore corse a tutta. E già da quel primo giorno ho imparato che devo gestirmi meglio sia di gambe che di testa. Volevo vincere a tutti i costi, quindi ho provato tantissime azioni e ho chiuso diversi buchi. Per fortuna stavo molto bene e mi sono rimaste le forze per fare la volata…

Cosa c’è di diverso tra le due vittorie di tappa che hai ottenuto? 

Sicuramente nel secondo successo (quello della terza tappa, ndr) ho gestito di più le energie. Sapevo che sarebbe stata dura, nel finale c’era da fare un circuito di otto chilometri per quattro volte, con all’interno uno strappo di quasi due chilometri molto impegnativo. Lì mi sono reso conto di aver tenuto duro di testa, perché volevo vincere. 

Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, vittoria tappa 3, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Gus Sev)
Terza tappa e altra vittoria per Magagnotti, che questa volta ha corso risparmiando le energie per la volata finale (foto Gus Sev)
Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, vittoria tappa 3, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Gus Sev)
Terza tappa e altra vittoria per Magagnotti, che questa volta ha corso risparmiando le energie per la volata finale (foto Gus Sev)
Hai detto che la mente ha giocato un ruolo chiave, ci spieghi in che modo?

Oltre che per le vittorie è stato importante tenere duro e finire la corsa. Quelle sette tappe erano importanti anche in vista di una crescita fisica e atletica. Nelle giornate conclusive non mi sono mai staccato perché ero al limite, ma proprio perché pensavo di non avere le forze per restare davanti. Fortunatamente mi sono trovato spesso con Baruzzi e scherzando insieme la fatica si sentiva meno (ride, ndr)

La squadra contava su di te per le volate?

Sì, ma allo stesso tempo non mi hanno messo pressione. Nelle riunioni prima della tappa, se era adatta alle mie caratteristiche, mi dicevano di provare a giocarmi le mie possibilità. Devo dire che in alcune situazioni un po’ di pressione, o di aspettative, mi aiutano a tirare fuori il massimo.

Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Gus Sev)
Per Alessio Magagnotti i sette giorni di gara del Tour de Bretagne sono serviti per mettere tanti chilometri e fatica nelle gambe (foto Gus Sev)
Tour de Bratagne 2026, Alessio Magagnotti, Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies (foto Gus Sev)
Per Alessio Magagnotti i sette giorni di gara del Tour de Bretagne sono serviti per mettere tanti chilometri e fatica nelle gambe (foto Gus Sev)
Tornare a vincere dopo un periodo più complicato quanto è importante?

Dopo la Coppi e Bartali mi sono riposato e ripreso bene, tanto che ho corso con i professionisti alla Scheldeprijs che abbiamo vinto con Merlier. Lì mi sono messo a disposizione e ho aiutato a fare il treno per la volata. Poi sono andato alla Roubaix U23, (anche la Red BUll-BORA ha vinto con Davide Donati, ndr) e sapevo di stare bene. Avevo buoni numeri che volevo trasformare in vittorie

Successi che ti danno morale?

Partire tra gli under 23 con tre vittorie nella prima parte di stagione è qualcosa di bello. Se me lo avessero detto l’anno scorso avrei formato. Sicuramente fanno bene al morale, perché ho visto di essere già a un buon livello per essere al primo anno nella categoria.

Prossimi impegni?

Dopo la Gent-Wevelgem di domenica correrò alla Rund um Koln e alla Classique Dunkerque con i professionisti. Alternare corse under 23 a quelle dei pro’ mi dà qualcosa in più in termini di ritmo e di chilometraggi lunghi.

Giro d'Italia 2026, Burgas, XDS Astana, Matteo Malucelli

Primo Giro e subito volata: inizia così il viaggio di Malucelli

08.05.2026
5 min
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Per uno come Simone Gualdi che debutta al Giro al primo anno da professionista, avendone appena 21, c’è il meno giovane Matteo Malucelli che esordisce nel primo Grande Giro della carriera a 32. La parabola del romagnolo è un manifesto della tenacia, del lavoro e della cocciutaggine. E così, dopo aver rischiato di smettere per la vicenda Gazprom, Malu si è trovato un posto nel WorldTour e in extremis la convocazione per il Giro, avendo lavorato ogni giorno come quelli che del Giro sapevano da inizio stagione.

Il volo che l’ha portato in Bulgaria non è stato dei più comodi. Partenza da casa martedì alle tre del mattino, poi il volo e altre sei ore di macchina fino all’hotel di Burgas. A quel punto, presa la stanza e aperta la valigia, c’è stato anche il tempo per la prima uscita fino al tardo pomeriggio. Mercoledì la presentazione delle squadre e oggi il via della prima tappa alle 13,40 (le 12,40 in Italia).

Con Malucelli avevamo parlato a febbraio dei suoi studi sulla posizione e di come al UAE Tour si sarebbe dovuto guadagnare un posto per il Giro. E anche se i risultati di laggiù e poi quelli al Tour of Hainan non lo hanno premiato, alla fine la XDS Astana gli ha dato fiducia in un Giro che proporrà non tantissimi arrivi in volata. E Matteo non si è fatto pregare, in attesa che il primo impatto gli faccia scoprire la vera emozione.

La XDS Astana del Giro schiera Ballerini, Bettiol, Livyns, Lopez, Malucelli, Scaroni, Silva e Ulissi
La XDS Astana del Giro schiera Ballerini, Bettiol, Livyns, Lopez, Malucelli, Scaroni, Silva e Ulissi
La XDS Astana del Giro schiera Ballerini, Bettiol, Livyns, Lopez, Malucelli, Scaroni, Silva e Ulissi
La XDS Astana del Giro schiera Ballerini, Bettiol, Livyns, Lopez, Malucelli, Scaroni, Silva e Ulissi
Avevi chiesto di fare il Giro dall’inverno, ma quando l’hai saputo effettivamente?

L’ufficialità è arrivata la settimana scorsa. L’idea nell’aria c’era, anche se finché non lo vedi bianco su nero, è sempre in dubbio. Evidentemente ho convinto al di là dei risultati e quindi sono qua. Sinceramente ancora non mi sono reso conto di quello che mi aspetta, lo capirò quando inizierà la corsa, però sicuramente sono soddisfatto. E’ il traguardo che volevo raggiungere prima di smettere e quindi ci sono arrivato. Adesso abbiamo altri traguardi…

Quale può essere l’obiettivo di Matteo Malucelli in questo Giro?

Sicuramente mi piacerebbe finirlo, più che altro per una questione di crescita personale. E’ chiaro però che non sono venuto qua per questo, ma per fare risultato nelle volate. Non dico che sono venuto per vincere, perché suonerebbe un po’ troppo ambizioso, però non nascondo che si potrebbe anche riuscirci.

Averlo saputo così in extremis ti ha permesso di prepararti nel modo giusto?

Ho fatto l’avvicinamento di chi deve fare il Giro d’Italia, poi è arrivata la conferma e quindi è andata bene… Ho fatto la giusta altura in due tempi, prima sull’Etna e poi a Livigno. In Sicilia abbiamo fatto tre settimane di grosso lavoro prima di andare in Cina, invece i dieci giorni fatti a Livigno prima del Giro sono serviti a recuperare.

Tre settimane sull'Etna  (immagine Instagram) e poi 10 giorni a Livigno prima del Giro: il lavoro ès tato fatto
Tre settimane sull’Etna (immagine Instagram) e poi 10 giorni a Livigno prima del Giro: il lavoro è stato fatto
Tre settimane sull'Etna  (immagine Instagram) e poi 10 giorni a Livigno prima del Giro: il lavoro è stato fatto
Tre settimane sull’Etna (immagine Instagram) e poi 10 giorni a Livigno prima del Giro: il lavoro è stato fatto
Dopo il Tour of Hainan?

La gara è venuta più dura di quello che ci aspettavamo e quindi fondamentalmente mi serviva solo recuperare. In altura anche il velocista fa salite lunghe e quindi è costretto a stare per tanto tempo con la gamba in tiro e non può andare troppo forte. Se fai un allenamento di salita non puoi andare in soglia, quindi fai una grande base e poi devi essere bravo con la palestra o con gli allenamenti. Se parliamo di Livigno, magari nelle gallerie fai allenamenti più brevi e richiami l’aspetto della forza e della volata. In altura il velocista allena i due estremi della piramide.

Un lavoro che però non rende subito brillanti…

Infatti in Cina non ero al meglio, perché il lavoro di tre settimane fatto sull’Etna, di cui due veramente importanti come dislivello, si è fatto sentire. Se vuoi fare un Grande Giro devi lavorare in salita, non ci sono tante alternative.

Si è parlato di un treno per Malucelli?

Sono in camera con il Ballero (Davide Ballerini, ndr) e farà tutto lui, sono nelle sue mani. Di certo sta bene, perché ha vinto al Giro di Turchia. Il treno siamo noi.

AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli, Jonathan Milan
AlUla Tour 2026, nella 4ª tappa Malucelli batte Milan: al Giro la sfida sarà ben più impegnativa
AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli, Jonathan Milan
AlUla Tour 2026, nella 4ª tappa Malucelli batte Milan: al Giro la sfida sarà ben più impegnativa
Hai segnato qualche tappa più adatta di altre all’arrivo in volata?

Ce ne sono quattro o cinque, anche se non proprio scontate. La prima (oggi da Nessebar a Burgas ndr), poi quelle di Napoli, Milano e Roma. E’ chiaro però che si correrà un giorno alla volta e sicuramente non sarà facile. Sono da tanti anni in gruppo, ma non ho l’esperienza di un Grande Giro, per cui dovrò guardare chi ne ha più di me. In squadra abbiamo un ragazzo (Diego Ulissi, ndr) che ha fatto 12 Giri, un Tour e una Vuelta, cercherò di farmi spiegare tutto.

Come va a livello di emozioni?

Ve lo dico venerdì sera (stasera, ndr), al momento sono abbastanza tranquillo, però è chiaro che quando sei abituato a correre in certi contesti e ti ritrovi in un Grande Giro, la differenza la cogli. Nella gente che sta attorno, nelle squadre. Già erano cambiate molte cose passando dalla continental alla WorldTour, ma adesso che sono arrivato a fare un Grande Giro, l’atteggiamento di tante persone è cambiato nuovamente. Tante volte è il contesto che ti cambia e ti emoziona, più della gara in sé. Me l’avevano detto tutti che il Giro d’Italia ti mette su un altro livello, sul piano tecnico, ma anche a livello mediatico. Però davvero sono molto curioso di cominciare…

Jonathan Milan, Burgas Giro 2026

Milan mira alla rosa, Consonni racconta. Una notte al via

07.05.2026
6 min
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NESSEBAR (Bulgaria) – Anche oggi soffia il vento. Non è forte, ma è costante. Fresco. E’ da qui che domani scatterà il Giro d’Italia 2026. Nessebar, anch’essa affacciata sul Mar Nero, è una sorta di Rimini della Bulgaria. Ci sono locali e hotel uno dietro l’altro. E’ la giornata di vigilia del Giro e l’attesa sale sempre di più. Specie fra i velocisti. Specie per quello più atteso: Jonathan Milan. Ieri è bastata un’occhiata, un rapido saluto, per vederlo carico e sereno. E sorridente…

L’hotel della Lidl-Trek di Milan, ma anche di tantissime altre squadre, è un mega resort lussuosissimo. Fuori i meccanici lavorano sulle belve che domani si sfideranno sul filo dei 70 all’ora e dentro c’è un viavai di tecnici, sponsor, procuratori, atleti. E domani una volata che vale la maglia rosa: quanti sprinter dormiranno sereni?

Simone Consonni si gode gli ultimi momenti di relax. Da domani si entra in corsa e lui sarà l'ultimo uomo di Milan
Simone Consonni si gode gli ultimi momenti di relax. Da domani si entra in corsa e lui sarà l’ultimo uomo di Milan
Simone Consonni si gode gli ultimi momenti di relax. Da domani si entra in corsa e lui sarà l'ultimo uomo di Milan
Simone Consonni si gode gli ultimi momenti di relax. Da domani si entra in corsa e lui sarà l’ultimo uomo di Milan

Un caffè con Consonni

Uno di questi è Simone Consonni. Lo troviamo che sta prendendo un caffè. Gli ultimi momenti di relax prima della grande e gioiosa battaglia rosa. Ma più che ultimi momenti di relax, forse sembrano i primi.

«In effetti sono stati giorni intensi – racconta Simone – da quando siamo arrivati alla sgambata di stamattina è stato tutto un susseguirsi di eventi, riunioni. Persino i controlli alle 7 del mattino, che per noi erano come se fossero le sei. Ma ci siamo dai…

«Poi in un hotel così grande è anche bello starci. Vedi tanti corridori e in qualche modo senti che, man mano che passano le ore e si avvicina il via, inizia a salire quel pizzico di piacevole tensione. E allora anche incontrarsi in hotel diventa un gioco di sguardi. Quasi di sfida».

Simone racconta come sia rimasto piacevolmente colpito dalla Bulgaria. Che tutto sommato si sta bene. E le strade non sono male. Che il clima è buono. Stamattina, nella pausa caffè, hanno anche incontrato Jonas Vingegaard ed è stato cordiale come sempre.

Tutti a Burgas

Stamattina erano a Burgas. E abbiamo visto passare molte squadre. Infatti hanno provato la parte cittadina del circuito che domani assegnerà la tappa e, di conseguenza, la prima maglia rosa del Giro 2026. C’erano operai al lavoro che ripulivano le strade dal ghiaino con la vecchia scopa di paglia… e lo smartphone in mano, le transenne montate. Il tutto mentre il traffico di Burgas che scorreva quasi ignaro di quello che sta per succedere. Quasi. Perché i cartelli del Giro sono ovunque e perché ieri la popolazione ha risposto presente alla grande.

«Abbiamo provato il finale oggi perché, come dicevo, è stato tutto un corri, corri – ci racconta Consonni – e devo dire che almeno facendolo in allenamento sembra impegnativo. Ci sono tutti lunghi strappi dolci. E’ un saliscendi che può far male. In corsa non si dovrebbero sentire o fare la differenza, ma certo è che se capiti in qualche intoppo, se devi frenare e ripartire, allora il discorso cambia. E possono diventare duri per davvero.

Milan ha vinto la maglia ciclamino nel 2023 e nel 2024. Va a caccia della terza
Milan ha vinto la maglia ciclamino nel 2023 e nel 2024. Va a caccia della terza
Milan ha vinto la maglia ciclamino nel 2023 e nel 2024. Va a caccia della terza

La tempesta perfetta

«Anche il finale, con l’ultima curva che tira, non è male per Milan. E non lo è perché serve potenza: se si è dietro si fa più difficoltà a risalire. Mentre se fosse stato il contrario, anche se si era davanti, poi poteva piombare qualcuno all’improvviso da dietro. No, bene dai. Jonathan sta bene. Anche lui inizia a sentire la corsa. Vediamo un po’. Ma non sarà facile perché ci sono tanti corridori che possono fare bene. Almeno una quindicina».

Almeno una quindicina, dice Consonni. E in effetti non ha tutti i torti. I presupposti per la tempesta perfetta ci sono tutti. Il vento non manca, anche se domani è dato in attenuazione. La tappa è breve, 147 chilometri e piatta. E’ la prima frazione e oltre alla tappa c’è in palio la maglia rosa. E’ un arrivo per sprinter, ma non è iper veloce. Le energie sono fresche per tutti e la voglia di mettersi in mostra non manca di certo. «Il fatto che ci sia una speranza, anche piccola, per tanti atleti, renderà la corsa molto nervosa. Imprevedibile. Per questo domani bisognerà interpretare la tappa come una classica», ha aggiunto Consonni.

Milan, il treno e la bici

Intanto fuori i meccanici stanno preparando la Trek di Milan. L’hanno tenuta per ultima. Giulio Ciccone sistemava la sua, che sarà tutta nera e con lo stemma del Pirata sull’orizzontale. Jonathan userà una monocorona molto grande. Sta bene e non lo ha nascosto. Ha lavorato tanto per questo Giro d’Italia. In fin dei conti è la maglia verde uscente del Tour de France e può puntare alla terza maglia ciclamino. E’ senza dubbio lui il faro degli sprinter.

Anche se il livello, ci dicono gli esperti, è molto più alto di quello che sembra in fatto di ruote veloci. «Ci sono nomi molto validi e corridori in forma. Vedrete che le tappe in volata saranno bellissime», ci aveva detto en passant Jacopo Guarnieri. Non bisogna farsi ingannare dal fatto che non ci siano Tim Merlier e Jasper Philipsen.

«E’ un giorno molto importante per me – ha detto ieri tra le varie interviste in mixed zone Milan – ma non sarà facile. Il percorso lungo la costa ci espone al vento trasversale e si potrebbe frazionare il gruppo. L’anno scorso ho vinto al Tour, ma anche in quel caso i ventagli avevano già smembrato il gruppo. Anche questa volta mi aspetto che tutti i miei avversari siano in forma smagliante e dovrò dare il massimo.

«Dopo la Roubaix ho lasciato la bici ferma per tre giorni, cosa di cui avevo davvero bisogno. Poi ho ripreso gradualmente e ho persino fatto degli allenamenti in pista. Nel complesso la preparazione è stata davvero ottima. La primavera è andata bene».

Milan però si presenta con un treno un po’ rivisto. Non c’è Edward Theuns che era un po’ il road captain e, da uomo esperto in casa Lidl-Trek, hanno inserito al suo posto un giovane: Tim Torn Teutenberg. Tuttavia saranno soprattutto Max Walscheid e appunto Simone Consonni a scortare Jonathan negli ultimi mille metri. Simone in particolare sarà il lead out.

Ma il friulano non si spaventa: «La cosa più importante è che ho sempre avuto un treno forte in questa squadra, e così è ancora adesso».

Alle radici di Pogacar, quando ancora non era “vincitutto”

Alle radici di Tadej, quando ancora non era “vincitutto”

07.05.2026
7 min
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Chi era Tadej Pogacar prima di diventare… Tadej Pogacar? Il campionissimo sloveno sta riscrivendo la storia del ciclismo, ha davanti a sé una serie clamorosa di record, continua soprattutto a vincere quasi tutte le corse a cui partecipa e quel “quasi” arricchisce di temi il mondo delle due ruote, come si è visto con il successo e soprattutto la reazione emotiva di Wout Van Aert a Roubaix. Ma Pogacar era così anche da giovanissimo, prima di diventare professionista?

Nel suo primo anno da junior, il 2015, lo sloveno ha affrontato 24 giorni di corsa a livello internazionale, con 7 top 10, ma nessuna vittoria. Ben diverso il rendimento l’anno successivo, 27 giorni con 4 successi e 12 piazzamenti, tra cui il bronzo agli europei juniores. Era un corridore tra i migliori della categoria, ma pochi avrebbero riconosciuto in quel ragazzino il Cannibale 2.0. Chi gli era vicino tuttavia aveva già capito…

La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23
La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23
La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23
La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23

Il primo approccio alla Radenska

Tra loro c’era Lucio Caldo, un appassionato friulano che è stato tra i primissimi in Italia a prendere il patentino di direttore sportivo di terzo livello e per 10 anni al lavoro in Slovenia. Caldo era diesse proprio alla ROG Ljubliana, dove Pogacar approdò come U23 dopo i due anni alla Radenska (team poi evolutisi e incorporati nell’attuale Pogi Team) e ricorda bene quel ragazzino che gli venne presentato come un vero talento.

«Mi aveva chiamato il papà di Ian Polanc – racconta – anche lui a lungo in nazionale. In quella squadra erano passati molti dei campioni sloveni di questi anni, lo stesso Ian, Tratnik, quel Pibernik oggi diesse del Pogi Team. Giravamo l’Europa perché in Slovenia ci sono pochissime gare, quindi siamo sempre venuti molto in Italia, ma anche in Austria, Ungheria, Croazia…

Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23
Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23
Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23
Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23

Un ragazzino che staccava tutti

«Ho cominciato a vedere Tadej da quando aveva 14 anni. Ricordo come fosse oggi: è il campionato sloveno di categoria che si teneva vicino Novo Mesto. Arrivo alla gara un po’ in ritardo, io seguivo la Continental in gara tre ore dopo. Vedo questo ragazzino che dopo 30 chilometri ha quattro minuti su tutti. Chiedo quindi a Marco Polanc e gli altri del team chi sia e mi fa: “Questo è un talento vero, fa poche corse ma stacca sempre tutti…”. Ho capito subito che avevano in mano qualcosa di straordinario».

Caldo tiene subito a sottolineare che non vuole arrogarsi alcun merito nella crescita di Pogacar: «In quegli anni lo allenava Miha Koncilija, che tutt’ora è nel Pogi Team, è laureato in scienze motorie specializzato in ciclismo, ma già allora gli dava una mano Hauptman che è sempre stato al fianco di Pogacar, lo ha seguito passo passo. Io lo seguivo indirettamente, ci ritrovavamo nei mini ritiri invernali, poi da junior, quando correva in Italia, andavo a vederlo e mi sono reso conto subito che gli veniva tutto naturale perché non era tanto allenato, non come i nostri…

Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Mikavec)
Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Milavec-Rouleur)
Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Mikavec-Rouleur)
Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Milavec-Rouleur)

Centellinato sin da giovanissimo

«In Slovenia nelle categorie giovanili non spingono molto sulla preparazione, cercano di far crescere i ragazzi con i loro tempi. Per questo può sembrare che il Pogacar da junior non spiccasse sugli altri, era una scelta voluta, ma guardando bene c’erano tutti i prodromi del campionissimo di oggi. Consideriamo anche che in Slovenia fanno tutti da sempre la multidisciplina, non si concentrano subito sulla strada: Tadej correva molto nel ciclocross, poi andava a sciare, giocava a hockey. E’ importante notare che Hauptman avesse capito subito che gioiello aveva tra le mani e l’ha lasciato tranquillissimo, centellinando corse e imprese.

«Io dicevo ad Andrej di fare qualcosina in più proprio perché gli veniva tutto naturale, ma lui m’invitava sempre alla calma: “Quello lì vien fuori con il tempo, quando cresce vedrai che avremo…”».

La crescita di Pogacar è lenta ma costante e vive su passaggi importanti: la vittoria da dominatore al Lunigiana 2016 per esempio, con due podi e successo nella tappa finale. Tanti piazzamenti al suo primo anno U23, ma Caldo identifica il primo vero segnale di quel che sarebbe stato nello spazio di 36 ore speciali.

Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida
Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida
Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida
Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida

Il Recioto 2018, quasi senza dormire…

«In aprile da noi c’è il Belvedere e il Recioto, che sono delle corse importantissime e tra l’altro tra le più impegnative in Europa. E’ il 2018 e al Belvedere vince l’australiano Stannard davanti a Scaroni e Sobrero, oggi tutti pro’ affermati. Tadej è 8° a 15”. Partiamo dal Belvedere per andare a Negrar per fare il Recioto, ma becchiamo un incidente. Arriviamo in albergo alle 23,30, siamo stati 5 ore bloccati in autostrada, riusciamo dopo mille preghiere e qualche rimbrotto a farci fare una pasta in bianco perché le cucine sono chiuse. Niente massaggi, niente.

«Eravamo convinti che il giorno dopo non si sarebbe fatto nulla, invece Tadej è scatenato, fa dannare gli italiani che al tempo erano forti e finisce secondo, perdendo solo dal sudafricano De Bod della Qhubeka. All’arrivo vedo Hauptman e gli dico: “Questo vincerà il Tour de France”. Andrej si mette a ridere, ma io gli dico che ho visto ciclismo fin da bambino, ho visto correre Merckx, ma non ho mai visto nessuno far dei numeri del genere, senza il minimo bisogno di recupero.

L'Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto
L’Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto
L'Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto
L’Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto

Il primo Slovenia contro i grandi

«A giugno andiamo al Giro di Slovenia, ci sono i team del WorldTour, pensiamo che per i ragazzi sia una buona esperienza, ma Tadej aveva altre idee e a neanche 20 anni si mette a battagliare con Roglic, Uran, gente che già allora emergeva al Tour. Vinse Roglic su Uran e Mohoric ma Tadej fu quarto a 2’16”».

A quel punto il bruco è diventato farfalla. Pogacar va all’Avenir (in apertura, foto Getty Images), quasi un passaggio obbligato per chi punta alla maglia gialla della Grande Boucle e vince con 1’28 su Arensman e 1’35” sul compianto Mader, non contento si presenta dopo 10 giorni al Giro del Friuli e mette tutti in fila. E’ tempo di fare il salto, passa alla UAE, già a a febbraio porta a casa la Volta ao Algarve, a maggio il Giro della California, a settembre esplode alla Vuelta sfiorando il successo e il resto è storia e l’inizio di una collezione inimitabile.

Prima medaglia per Tadej, all'europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière
Prima medaglia per Tadej, all’europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière
Prima medaglia per Tadej, all'europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière
Prima medaglia per Tadej, all’europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière

La sua forza? Nella testa…

Già allora Tadej aveva questa fame inestinguibile di vittorie, proprio come era un tempo Merckx? «Quello che posso dire avendolo avuto in quei due anni è che la sua testa è sempre stata assolutamente più avanti di tutti, una determinazione, un’attenzione maniacale per ogni aspetto. Era un meticoloso esattamente come è adesso. Correva sempre davanti, incurante di quanto si spende in energie. Chi va in bici sa cosa significa correre davanti, devi avere il doppio per correre sempre come corre lui. Ricordo che io temevo fosse troppo grosso e loro mi continuavano a dire “lascialo stare, nel professionismo si asciugherà”.

«C’è un episodio che dice molto di chi era Pogacar: 12 agosto 2018, siamo al GP Sportivi di Poggiana. Caldo infernale. Dico che non mangi pane e lui come niente manda giù due piatti di pasta giganteschi e due panini. Penso tra me che ai box col caldo verrà meno, invece in corsa li fa impazzire, gli corrono tutti contro. Finisce 11°, ma si è divertito. Ora per divertirsi vince…».

Tour de Romandie, Giro di Romandia 2026, Tadej Pogacar, tifosi, pubblico, gent, colore

Pogacar e il Romandia: numeri e colori della… Pogifollia

07.05.2026
7 min
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Tadej Pogacar ha spettinato il Romandia con la grazia di un tornado. Ha vinto quattro tappe su sei. Ha richiamato tifosi e giornalisti che non c’erano mai stati. Riempito le strade quasi come al Tour de France. Generato dati di ascolto che la corsa non era più abituata ad avere. E quando se ne è andato, ha lasciato dietro di sé l’entusiasmo dei più e il malcontento (già visto) di chi avrebbe preferito qualcosa più delle briciole.

Giovanni Sammali è da anni il capo ufficio stampa del Tour de Romandie e gli abbiamo chiesto di raccontarci l’effetto Pogacar sulla corsa svizzera, sin da quando si seppe che il campione del mondo vi avrebbe preso parte.

«Mauro Gianetti è ticinese – racconta – ha fatto il Romandia ed è molto affezionato. L’anno scorso al pranzo di gala del Romandia ci disse che prima o poi Tadej sarebbe venuto a farlo. Finché a dicembre, mancava poco per Natale, ci disse che avevano fatto il programma e il Romandia ne faceva parte. Mi chiese se avessimo piacere a dare noi la notizia per primi. Io dissi subito di sì e mi accorsi che l’eco della notizia fu già fuori dal comune, in un verso e anche nell’altro».

Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Che cosa significa?

Che forse uno dei fattori, sottolineo forse, per cui quattro squadre non sono venute al Romandia sfruttando la nuova regola UCI che permette di non fare tutte le gare WorldTour, è stata la sua presenza. Riferisco quello che ho sentito e cioè che certe squadre hanno pensato che Tadej si sarebbe preso tutta la luce e così lo hanno escluso dal programma. Secondo Richard Chassot (direttore del Tour de Romandie dal 2007, ndr) si può pensare che da una parte sia stato fantastico per il pubblico e per la notorietà della gara, ma per certe squadre la sua presenza ha fatto un po’ di ombra e questa è una cosa su cui riflettere.

Un aspetto che però non riduce l’impatto positivo della sua presenza, giusto?

Nei giorni della gara ho fatto un’intervista a Fabian Cancellara e lui ha detto che il Romandia quest’anno è certamente Tadej Pogacar. E ha aggiunto che con il meteo bellissimo, il panorama delle Alpi con la neve, i campi colorati di giallo e la tanta gente, è stato il quadro perfetto. A Martigny, dove Cipollini ha trionfato per 11 volte, avevano già vinto quattro campioni del mondo. E’ arrivato Pogacar, che sapeva di questo dato, e ha vinto anche lui: il quinto. C’è stata molta gente nelle città, ma molto di più nelle campagne.

Un richiamo quasi irresistibile?

Ha detto ancora Cancellara che non erano solo giovani e adulti, ma anche bambini e anziani. Tutti a voler dire: “Forza Pogi, ci siamo anche noi”. E questo è stato un fenomeno. L’anno scorso era venuto Evenepoel e avevamo parlato di Remcomania. Ma la Remcomania è stata una cosa, la Pogifollia è stato ben altro.

Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia  è esplosa la Pogifollia
Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia è esplosa la Pogifollia
Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia  è esplosa la Pogifollia
Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia è esplosa la Pogifollia
Ecco, soprattutto la presenza di pubblico non è passata inosservata…

A fine corsa, domenica, tanti corridori fra cui Voisard e Gaudu hanno detto che magari non era la stessa gente del Tour de France o del Giro d’Italia, ma di certo neppure quella del piccolo Romandia. E’ stato un grande tour con un sacco di gente. Abbiamo fatto l’ultima salita con un drone, non so se avete visto le immagini: sono su Instagram. Vedi due file di spettatori a destra e a sinistra per due chilometri. E al Romandia due chilometri di gente non li avevamo mai visti. E’ successo qualche altra volta, sulla salita a Thyon 2000 c’è sempre un sacco di gente, ma non così tanta. E poi…

Che cosa?

Un’altra cosa da dire è che Bernard Bärtschi, che è il nostro direttore tecnico, quest’anno ha disegnato quattro tappe con il finale in circuito. Per cui in sei giorni i corridori sono passati per 17 volte sulla linea d’arrivo o di partenza. Quattro volte a Orbe, quattro volte a Martigny, tre volte a Charvet: vuol dire che la gente è stata ancora più numerosa perché sapeva che avrebbe visto i corridori più del solito passaggio che dura pochi minuti. A questo aggiungiamo Pogacar e il meteo bellissimo ed ecco il risultato.

Hai parlato di qualcuno che ha storto il naso.

Alla conferenza stampa finale, un giornalista ha chiesto a Yannis Voisard che cosa provasse ad aver dato battaglia per tutto il tempo e aver chiuso tredicesimo, senza la possibilità di fare di più. E lui ha detto che da una parte si è sentito un po’ a disagio, ma dall’altra correre con tanta gente e un ambiente così gli ha dato tanta grinta e visibilità. Abbiamo ricevuto un messaggio sulla mail ufficiale di un appassionato cui la corsa non è piaciuta e che si è annoiato: si sapeva che avrebbe vinto tutto Pogacar e così è stato. E’ solo una voce, ma c’è stata.

Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Per uno che si è lamentato, il ritorno mediatico è stato però importante.

Negli ultimi anni, con il fatto dei social e dei costi che sono aumentati, avevamo meno giornalisti: un numero stabile, che non cresceva. Quest’anno con Pogacar siamo passati dai 112 del 2025 a 150 accreditati: 40 in più, è un balzo incredibile. Tanto che le sale stampa delle ultime due tappe, che avevamo calcolato per 70-80 giornalisti, sono risultate un po’ strette.

Una sorpresa anche per voi?

Sono venute la televisione e la radio dalla Slovenia e hanno fatto ogni giorno l’intervista a Pogacar in sloveno. Dalla Francia è arrivato L’Equipe, che negli ultimi anni aveva fatto i suoi articoli a distanza. Sono venute le tre televisioni svizzere: la tedesca, l’italiana e la francese. La presenza mediatica è tornata come ai vecchi tempi in cui c’erano tante testate.

E Pogacar è stato disponibile?

A noi non hanno chiesto nulla di speciale, salvo avere qualcuno che lo accompagnasse al foglio firma per evitare l’impatto con la folla. Allora abbiamo messo due persone con la pettorina arancione che camminavano davanti a lui. I primi giorni ci sembrava un caos incredibile: gente, bambini, tutti a gridare quando si fermava. Dopo due giorni invece, Luke Maguire che si occupa della sua comunicazione mi ha detto: “Giovanni, state calmi perché a noi va benissimo, siamo proprio molto tranquilli”.

Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Eravate più agitati voi di loro, insomma…

In un’intervista Pogacar ha detto: “Mi piace molto questa gara perché il pubblico è gentile, c’è più calma”. A noi sembrava un caos assoluto, ma lui evidentemente è abituato a ben altro. Nella conferenza stampa della vigilia, è rimasto per mezz’ora e poi è venuto in sala stampa ogni giorno perché vinceva le tappe e perché aveva la maglia di leader.

Quindi diciamo che dal punto di vista dell’organizzazione è stato un esperimento ben riuscito?

Decisamente sì. Alla fine ha detto che gli sono piaciute tante cose. Il fatto di essere rimasto per tutta la settimana nello stesso albergo, molto centrale, a mezz’ora, 40 minuti di pullman per andare alle partenze e tornare. La tranquillità perché gli svizzeri sono meno aggressivi di altri tifosi. Ha vissuto una settimana per lui tranquilla, per noi affollata (ride, ndr). Conosceva già un po’ queste zone, perché l’anno scorso era venuto a seguire la gara femminile. Abbiamo fatto le foto con lui sulle strade e si era accorto che la gente stava a distanza. Lo salutavano, facevano un cenno, ma nessuno è mai andato a fermarlo come può succedere in Italia, in Francia e anche in Spagna.

Dici che tornerà?

Questa è la domanda che hanno fatto in tanti. Ha vinto quattro tappe, ha pareggiato il record di Kubler delle quattro vittorie nella stessa edizione, chissà se tornerà. Però intanto farà il Giro di Svizzera, diciamo che quest’anno ha scelto di stare con noi, in futuro chissà…

Dopo l'arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire, con il pubblico a distanza
Dopo l’arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire e seguito dal fotografo Lorenzo Fizza, con il pubblico a distanza
Dopo l'arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire, con il pubblico a distanza
Dopo l’arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire e seguito dal fotografo Lorenzo Fizza, con il pubblico a distanza
Gli indici di ascolto televisivi sono andati bene?

Sono cresciuti, anche malgrado il tempo bellissimo, quando la gente va sulle strade e non guarda la televisione. C’è un aneddoto carino che mi riguarda. Io faccio il Romandia da capo ufficio stampa da almeno venti anni, ho lasciato solo quando c’è stato il periodo dell’organizzazione di Marc Biver. Questo è stato il primo anno in cui cinque, sei, sette persone mi hanno detto: “Ti ho visto al Romandia, ti ho visto alla televisione, ti ho visto nella foto”. La gente ha seguito tanto. Non c’è stata una copertura televisiva superiore, però c’è stata più gente a guardare. Tanto che Richard Chassot ha detto che il Romandia di quest’anno è stato un piccolo Grande Giro.

E adesso?

Adesso recuperiamo. Quando passa un tornado come questo, poi c’è bisogno di rimettersi in sesto.

Ride, intervista finita, il messaggio è arrivato. Ancora una volta l’effetto Pogacar è stato portentoso e inatteso. La Pogifollia ha scompigliato la Svizzera Romanda e siamo certi che si continuerò a parlarne ancora a lungo.