Evenepoel UAE Tour

Quelli con la scusa sempre pronta: sentiamo la mental coach

27.02.2026
6 min
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Lo spunto è arrivato guardando gli ultimi chilometri della terza tappa del UAE Tour. Remco Evenepoel, uno dei grandi attesi assieme a Del Toro, si stacca sulle prime, durissime, pendenze di Jebel Mobrah, finendo la tappa ad oltre due minuti dal vincitore Antonio Tiberi. Nel post gara il capitano della RedBull-Bora ha attribuito la brutta giornata allo sforzo della cronometro del giorno precedente (vinta, ma pedalando con una dispendiosa corona da 68) e all’aver dormito male a causa del malfunzionamento del condizionatore. Ha comunque terminato le sue dichiarazioni dopo l’arrivo dicendo: «Non posso nascondermi dietro a una scusa».

Abbiamo preso questo spunto del campione belga per approfondire proprio questo tema: la scusa che a volte si cerca nello sport (ma non solo). Assieme alla mental coach Paola Pagani abbiamo cercato di capire come funzioni questo meccanismo mentale, da cosa è generato e i pericoli che gli si annidano attorno.

«Usare la parola scusa è un po’ fuorviante – ci spiega subito Pagani – semplicemente un atleta cade in un bias cognitivo, la sua mente cerca un meccanismo di protezione che sposta il problema all’esterno. Se uso la parola “scusa” devo trovare un colpevole, se invece lo immagino come meccanismo cerco più facilmente una soluzione, che è quello che faccio come mental coach».

Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Perché alcuni cercano una scusa per spiegare la sconfitta? Risponde Paola Pagani, mental coach, secondo cui la parola “scusa” è però fuorviante
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Perché alcuni cercano una scusa per spiegare la sconfitta? Risponde Paola Pagani, mental coach, secondo cui la parola “scusa” è però fuorviante
Cosa succede in quei momenti?

La persona, atleta o non, attribuisce il problema a qualcosa al di fuori del suo controllo, come forse è capitato ad Evenepoel in questo caso, a fattori che dipendono dall’esterno. Il problema è che questo meccanismo deresponsabilizza l’atleta, gli fa pensare: “Non dipende da me”. Brutta cosa perché fa cadere in un autosabotaggio che non permette di analizzare davvero quello che è successo. Quindi non si riesce nemmeno a capire dove poter migliorare. 

Trovare una scusa capita a tutti, ma a qualcuno di più?

Gli studi hanno dimostrato che succede soprattutto in persone che si danno altissimi standard. A me piace molto Evenepoel perché è l’unico che dice chiaramente: «Voglio battere Pogacar», che è una cosa bellissima perché è propositiva, stimolante. Il rovescio della medaglia è che spesso a standard troppo elevati si accompagna anche tanta paura di fallire. Si rimugina e a volte si costruiscono scuse, come si diceva prima. Non so se è quello che è successo nella sua testa, ma è una cosa che in generale ho visto accadere.

Evenepoel UAE Tour cronometro
La monocorona da 68 usata da Evenepoel al UAE Tour: crono vinta, ma con tante tossine accumulate nelle gambe. Scusa o verità?
Evenepoel UAE Tour cronometro
La monocorona da 68 usata da Evenepoel al UAE Tour: crono vinta, ma con tante tossine accumulate nelle gambe. Scusa o verità?
Infatti, nella tua esperienza cosa puoi dirci a riguardo?

Ho lavorato con tanti sportivi di alto livello e posso dire che nessuno parte mai per essere battuto. Ma il nostro cervello primordiale, l’amigdala, ci fa vivere la competizione come una possibile minaccia per la nostra autostima e quindi va in protezione. Una cosa che dico spesso è che il cervello non è fatto per farci vincere, ma per farci sopravvivere. Quindi bisogna allenarlo a cambiare schemi, anche perché è un organo plastico, capace di rigenerarsi ed adattarsi sempre, ma perché questo accade dobbiamo fare qualcosa di nuovo. Proprio come il fisico, anche il cervello ha bisogno di costante allenamento.

Un possibile allenamento a non dover ricorrere a una scusa quale potrebbe essere? 

Per prima cosa direi di escludere il paragone con altri. Già voler battere Pogacar è problematico in questo senso, perché è qualcosa fuori dal mio controllo: non dipende solo da me, ma anche da lui. Fare paragoni ci mette sempre in una situazione di debolezza, perché ci porta a vedere negli altri tutto il meglio e in noi tutto il peggio. Quindi si instaura un meccanismo perverso che ci fa pensare per esempio che gli altri non facciano fatica quando invece non è vero, non è detto. Ma già il pensarlo ti indebolisce e allora magari cadi nella tentazione della scusa.

Evenepoel Lombardia 2025
Al belga non manca la determinazione. Come dice Pagani, è l’unico che dice apertamente di voler battere Pogacar
Evenepoel Lombardia 2025
Al belga non manca la determinazione. Come dice Pagani, è l’unico che dice apertamente di voler battere Pogacar
Quindi qual è il lavoro da fare?

Concentrarsi su quello di cui ho il controllo, i miei pensieri e le mie azioni. Per esempio, davanti allo scatto di un avversario posso bloccarmi, oppure pensare al fatto che sono pronto, che ho lavorato bene e che farò tutto il mio massimo. A seconda di quello che penso creo un’energia diversa e questo fa tutta la differenza del mondo. Dico sempre ai corridori che seguo: «Volete la bici più leggera possibile, ma poi vi portate sulla schiena una zavorra di pensieri». Il lavoro da fare è ristrutturare quei pensieri, come si farebbe con una casa. Togliere la potenza distruttiva e metterne una generativa E’ forse il lavoro più impegnativo da fare.

Prima hai detto che è importante non paragonarsi agli altri. Molto complicato in un mondo come il ciclismo professionistico…

Per questo occorre costruire un’identità forte. E’ vero che i corridori hanno un fardello di aspettative da parte della squadra, dei tifosi, a volta anche dalla stampa. Ma proprio per questo occorre costruire un’identità così forte che non venga scalfita dall’esterno. Non performi bene perché fai quello che devi, ma perché sai chi sei e quanto vali. Sii il tuo meglio, trasforma il tuo lavoro nel meglio che puoi fare, e ricordati chi sei, perché l’identità è la convinzione più potente di un essere umano. Se so di essere un corridore che dà sempre il mio meglio lo darò, se invece penso che dipenda da agenti esterni c’è il pericolo di autosabotaggi e, appunto, cercare scuse.

Pogacar Mondiale Ruanda
Pogacar è uno che sembra prendere le sconfitte nel modo giusto: dopo il secondo posto al Tour del 2023 ha inanellato due stagioni eccezionali
Pogacar Mondiale Ruanda
Pogacar è uno che sembra prendere le sconfitte nel modo giusto: dopo il secondo posto al Tour del 2023 ha inanellato due stagioni eccezionali
Un esempio di questa mentalità?

Lindsey Vonn. Lei sa esattamente chi è. Ha smesso 4 anni e poi ha voluto tornare. Si è allenata per avere i punteggi per tornare in Coppa del mondo, ce l’ha fatta e adesso, nonostante non possa più gareggiare per l’infortunio, farà comunque un grande risultato per le prestazioni fatte prima delle Olimpiadi. Lei sa che è una vincente, che è una regina ed è riuscita a tornare a quei livelli per questo. Come la Brignone, lei è la tigre, sa di esserlo e poi il resto viene quasi di conseguenza.

Ma c’è il pericolo, in certi casi, che questa consapevolezza diventi eccessiva, controproducente? 

Più che troppa consapevolezza può esserci un disallineamento, cioè una non accettazione di una sconfitta. Invece bisogna accettarla e anche usarla, perché la sconfitta è sempre utile. Se fossi la mental coach di Evenepoel come prima cosa avrei valutato con lui quello che in quella tappa ha funzionato. Poi quello che non è andato bene, ma solo per capire come migliorare, proprio perché il fallimento è un feedback, importantissimo. Mi deve fare male perdere, è giusto, ma quella sconfitta non deve essere qualcosa per cui cercare scuse, mi deve insegnare qualcosa. Allora sì che faccio un passo verso un livello successivo.

Giovanni De Carlo, juniores

Juniores: l’esperienza di De Carlo e i consigli ai più giovani

26.02.2026
6 min
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Le giornate di Giovanni De Carlo non sono più scandite dal ritmo di pedalate e allenamenti. Il primo anno lontano dalle gare per l’ex corridore veneto ha avuto un sapore differente, di quotidianità e di routine. Casa, ufficio, amici e una vita “normale”, se così la si può definire. La bicicletta non fa più parte della sua quotidianità dal giorno dopo la sua ultima corsa, era il mese di ottobre del 2024

«Due settimane dopo l’ultima gara – racconta ritornato a casa dall’ufficio in cui lavora come programmatore software – ho fatto i primi colloqui di lavoro e ho iniziato poco dopo. Nel mio campo c’era tanta richiesta, quindi la ricerca di un impiego è stata veramente breve. Quando sono entrato nella Zalf a inizio 2024 avevo già deciso che quella sarebbe stata la mia ultima stagione da dilettante, quindi a fine stagione mi stavo già guardando intorno. Se fossi riuscito a passare professionista bene, altrimenti basta».

Il Piccolo Giro dell’Emilia, De Carlo vince davanti a Iacomoni, ora in forza al Team Ukyo (Photors)
Il Piccolo Giro dell’Emilia, De Carlo vince davanti a Iacomoni, ora in forza al Team Ukyo (Photors)

Il rammarico

Eppure Giovanni De Carlo in quella sua ultima stagione aveva raccolto undici top 10 e una vittoria al Piccolo Giro dell’Emilia. Risultati che gli avrebbero potuto aprire le porte di altre squadre, per attaccare il numero sul telaio della bici e provarci di nuovo. La chiamata con De Carlo arriva il giorno in cui Nicolò Garibbo vince la sua prima corsa da professionista al Giro di Sardegna, mettendo nel sacco corridori WorldTour come Zana e Garofoli. 

A poche ore dal successo di Garibbo con la maglia del Team Ukyo, la domanda se sia dispiaciuto di aver lasciato perdere sorge quasi spontanea: i due sono coetanei e con un cammino simile. Lui ci pensa e risponde.

«Quel finale di 2024 ricco di risultati – racconta De Carlo – è stata la mia condanna, perché mi ha fatto smettere a malincuore. Lasciare quando vinci da un lato è gratificante, d’altro canto rimane sempre l’amaro in bocca. Mi sono detto che sarebbe stato bello provare a correre tra i professionisti, io ero già al secondo anno da elite e mi ero dato un termine. A volte nella vita serve, ma il rischio è di entrare in un circolo in cui ogni anno ti dici di riprovare e che quello sarà l’ultimo. Io avevo deciso, e per quanto doloroso ho rispettato il mio pensiero. La vita va avanti».

Giovanni De Carlo, juniores
Giovanni De Carlo da junior ha corso con il VC Orsago, la squadra del suo paese (foto Alessandro Billani)
Giovanni De Carlo, juniores
Giovanni De Carlo da junior ha corso con il VC Orsago, la squadra del suo paese (foto Alessandro Billani)
Come va avanti la vita adesso, la bici c’è ancora?

Non ho nemmeno una bicicletta per uscire a fare un allenamento o un giro, l’ultimo giro di pedale l’ho dato alla Coppa Città di San Daniele. Non sento nemmeno il bisogno e la voglia di pedalare. Mi mancano le gare, quello sì. L’aspetto agonistico è ciò che mi ha sempre affascinato e spinto ad andare avanti.

Il passaggio dal ciclismo al lavoro d’ufficio, è stato facile?

Per nulla. Passare dall’essere sempre in giro per correre e avere una vita piena di stimoli, al sedermi a un scrivania non è stato semplice. Ma ci si abitua anche a stare davanti al computer per tante ore. 

Che rapporto hai con le gare?

Guardo tutto, forse anche più di quando ero corridore. Sono ancora in contatto con tutti, ex compagni e altri del gruppo. Ci sentiamo, vado alle gare. Quelle under 23 delle mie parti non me le perdo, sono quasi più belle di quelle professionistiche. A volte, lo ammetto, rosicavo. Vedere qualche corridore con cui me la giocavo che ora vince tra i pro’ mi faceva scattare la domanda: «E se non avessi mollato?». Ma è uno pensiero scherzoso. Ora quando in autostrada vedo un’ammiraglia della UAE, ad esempio, mi rendo conto di aver vissuto in una bolla dorata. 

De Carlo da under 23 ed è arrivato a correre anche in formazioni continental, come la Rime Drali, qui vittorioso al Giro del Piave
De Carlo da under 23 ed è arrivato a correre anche in formazioni continental, come la Rime Drali, qui vittorioso al Giro del Piave
Hai vissuto un ciclismo che ha cambiato marcia, sei passato under 23 dopo aver corso in un team juniores locale, c’è qualcosa su cui hai riflettuto?

C’è da fare una premessa, negli anni da junior ho corso sempre per gioco, mai per davvero. Non avevo tabelle, lavori o allenamenti specifici. Quando sono passato junior l’ho fatto scegliendo la squadra del mio paese, il VC Orsago. Non avevo alternative, perché andavo piano, tanto che ho fatto il terzo anno juniores.  

Cosa ora impensabile…

Una follia pura, ma già solo vivere la categoria allievi come ho fatto io ora è impossibile. Stavo tanto dietro allo studio e non ero informato sul ciclismo e tutti gli aspetti tecnici. 

Credi sia possibile per un ragazzo fare un percorso simile?

No, siamo davanti a un ciclismo tecnico, dove essere preparati è importante e lo è ancora di più conoscere gli strumenti. Io ho fatto un periodo in altura in estate, al mio terzo anno da junior, per allenarmi al fresco. Una volta sceso, nel periodo in cui hai il massimo picco di condizione, ero andato in viaggio di maturità con i miei amici. Adesso tutti lavorano in un ottica di sfruttare il momento e allenarsi con obiettivi chiari, è anche giusto che sia così.

Eppure sei riuscito a passare under 23.

Dopo i tre anni da junior avevo deciso di smettere, non avevo trovato squadra e mi ero iscritto a ingegneria informatica a Trento. La chiamata di Giacomo Gava dalla Bibanese mi è arrivata quando ero a lezione, era dicembre del 2019. Da quel momento è cambiato tutto, ho preso un preparatore e ho iniziato a lavorare con metodo. Mi sono comprato il primo potenziometro e mi sono concentrato anche sull’alimentazione. 

Giovanni De Carlo, Italia, under 23
Giovanni De Carlo ha anche vestito la maglia della nazionale under 23
Giovanni De Carlo, Italia, under 23
Giovanni De Carlo ha anche vestito la maglia della nazionale under 23
Fare la categoria juniores in una squadra piccola ti ha limitato?

Non direi proprio. Ero anche io a non voler vivere il ciclismo come unica via, mi allenavo poco. Prima del Covid c’era un ciclismo diverso e una conoscenza tecnica inferiore. Chiudevo l’anno con 10.000 chilometri, numeri che ora fa un allievo o anche un esordiente. 

Con la tua esperienza c’è un consiglio che ti senti di dare?

Il mio pensiero è che le squadre di club, che siano under 23 o juniores, devono cambiare mentalità. Aggiornarsi e affidarsi a gente che ha delle competenze tecniche. Le squadre non devono esasperare i ragazzi, ma fornire i mezzi giusti e insegnare loro ad usarli. Il problema, sotto gli occhi di tutti, è che sta fallendo il movimento.

Giovanni De Carlo, laurea
De Carlo non ha mai abbandonato gli studi, conseguendo la laurea in Ingegneria Informatica
Giovanni De Carlo, laurea
De Carlo non ha mai abbandonato gli studi, conseguendo la laurea in Ingegneria Informatica
E’ possibile quindi passare under 23 correndo in squadre piccole in un ciclismo sempre più selettivo?

Si può tranquillamente. Se un ragazzo si allena bene, non quantità ma qualità, e fa la vita d’atleta secondo me da junior può passare under 23 e fare risultati. Magari le cose si complicano nella categoria successiva, ma penso che da under 23 o da elite chi merita passa. E ci saranno sempre più casi di questo genere, di atleti giovani entrati troppo presto in certi meccanismi e che tornano indietro. Ma ciò non vuol dire che non meritino una chance. 

Tu hai detto di non aver mai tolto tempo allo studio, aspetto delicato ora…

Studiare e andare in bici, fin quando sei junior, è possibile. Arrivare a ottenere la maturità (che in Italia arriva al primo anno da U23, ndr) è un traguardo fattibile e da non trascurare. A mio avviso il livello di istruzione in gruppo si è alzato parecchio. E arrivare a chiudere il percorso scolastico per poi provare a fare il ciclista è possibile. Alla fine sono gli anni da under 23 quelli che contano davvero.

Ripartono gli juniores, sotto lo sguardo di Salvoldi

Ripartono gli juniores, sotto lo sguardo di Salvoldi

26.02.2026
6 min
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La stagione juniores è alle porte, domenica con il GP Baronti prenderà il via la serie di classiche nazionali e internazionali che andrà avanti fino a fine settembre. Ma oltre a queste, ci sono tutti gli impegni esteri, con una Nations Cup che, a differenza degli under 23, è ancora nel programma dell’UCI sempre più convinta a investire su questa categoria.

Il tecnico azzurro Dino Salvoldi è pronto con il suo taccuino per annotarsi i nomi più in vista, conscio che per la maggior parte saranno sue vecchie conoscenze perché frequentatori (anche) dell’anello di Montichiari.

Dino Salvoldi, pronto a un'altra annata alla guida degli juniores su strada come su pista
Dino Salvoldi, pronto a un’altra annata alla guida degli juniores su strada come su pista
Dino Salvoldi, pronto a un'altra annata alla guida degli juniores su strada come su pista
Dino Salvoldi, pronto a un’altra annata alla guida degli juniores su strada come su pista

Ogni inizio stagione ha sempre il suo carico di incognite, di domande che attendono risposta. Salvoldi si affida alle esperienze finora maturate su pista: «Dopo le valutazioni abituali che facciamo a ottobre, abbiamo già iniziato da dicembre con gli allenamenti settimanali e quindi ho avuto modo di vedere già i primi anni che abbiamo ritenuto di preselezionare. Inoltre mi sono relazionato con i direttori sportivi, sono stato a seguire qualche allenamento di squadra nei ritiri che sono stati fatti e inizio a farmi un’idea della situazione generale».

Come hai impostato l’inizio del lavoro?

Non abbiamo fatto ancora raduni e inizieremo come primo evento della squadra nazionale con una Nations Cup in Belgio il 27 di marzo, quindi quello sarà il primo appuntamento e di conseguenza, dovendo fare le iscrizioni con largo anticipo, è chiaro che per questa prima gara ho privilegiato gli atleti di secondo anno, mentre per il resto dell’attività avrò modo di vedere già la prima parte di stagione, come si comporteranno anche i primi anni tra quelli più esperti.

Domenica il GP Giuliano Baronti aprirà la stagione fatta di 43 prove. Qui Sambinello 1° nel 2024 (foto Fruzzetti)
Domenica il GP Giuliano Baronti juniores aprirà la stagione fatta di 43 prove. Qui Sambinello 1° nel 2024 (foto Fruzzetti)
Domenica il GP Giuliano Baronti aprirà la stagione fatta di 43 prove. Qui Sambinello 1° nel 2024 (foto Fruzzetti)
Domenica il GP Giuliano Baronti juniores aprirà la stagione fatta di 43 prove. Qui Sambinello 1° nel 2024 (foto Fruzzetti)
Da chi ti attendi di più dopo averli visti all’opera l’anno scorso? Quelli cresciuti all’ombra dei Magagnotti, tanto per fare un nome…

La stagione del ciclocross mi ha già indicato dei buoni profili e faccio riferimento soprattutto a Pezzo Rosola, che già aveva fatto molto bene l’anno scorso su strada soprattutto da fine giugno in avanti, e Grigolini che invece l’anno scorso non aveva avuto un gran rendimento e quindi c’è curiosità nei suoi confronti di vedere come affronterà la stagione su strada.

Al di fuori dell’attività invernale?

Gli altri nomi sono quelli che già nel 2025 hanno fatto vedere delle buone qualità come ad esempio Fedrizzi e Pierotto, Campagnolo che ha avuto qualche problemino e quelli che sono stati con me in pista, ma che hanno anche vinto molto su strada. Come Vendramin ad esempio che è molto veloce e il campione italiano Carosi, Ferrari della GB e anche Solavaggione che è andato a correre per un devo team e che per problemi fisici non ho mai avuto in nazionale. Questo anche per dire che non guardo solo a quanto fatto, ci sono tanti nomi che al primo anno non si sono riusciti ad affermarsi ma aspetto fiducioso.

Dopo i successi nel cicloross, Patrik Pezzo Rosola è attesissimo su strada per fare passi avanti
Dopo i successi nel ciclocross juniores, Patrik Pezzo Rosola è attesissimo su strada per fare passi avanti
Dopo i successi nel cicloross, Patrik Pezzo Rosola è attesissimo su strada per fare passi avanti
Dopo i successi nel ciclocross juniores, Patrik Pezzo Rosola è attesissimo su strada per fare passi avanti
Accennavi al discorso devo team. Amadori, ad esempio, raccontava che è cambiato il modo di lavorare, avendo tanti corridori che sono inseriti nei devo team delle WorldTour, quindi ha meno contatti diretti, soprattutto nelle gare italiane. E’ un problema al quale anche tu cominci a dover far fronte. Come ti relazioni?

Diciamo che dopo l’esperienza di Finn, siamo al terzo anno di questa nuova situazione, ogni stagione ce n’è qualcuno che si propone attraverso queste nuove prospettive. Mi muovo come faccio con il gruppo pista, quindi li contatto il prima possibile perché bisogna giocare di anticipo.

In anticipo rispetto ai loro piani?

I programmi in queste squadre vengono fatti nella prima metà di dicembre e non hanno una grande flessibilità. Di conseguenza bisogna inserirsi e programmare da subito quali potrebbero essere i momenti di condivisione se si parla di allenamento e di partecipazione alle gare, se possono farlo con la squadra nazionale. E poi i momenti di verifica, laddove invece c’è da confrontarsi con gli altri e quindi selezionare gli atleti.

Il Cannibal Team, vera multinazionale ha quest'anno nelle sue file anche Pietro Solavaggione
Il Cannibal Team, vera multinazionale juniores ha quest’anno nelle sue file anche Pietro Solavaggione
Il Cannibal Team, vera multinazionale ha quest'anno nelle sue file anche Pietro Solavaggione
Il Cannibal Team, vera multinazionale juniores ha quest’anno nelle sue file anche Pietro Solavaggione
Per te e per i ragazzi che si trovano in questa situazione c’è però una difficoltà in più rispetto agli under 23 perché c’è anche il fattore scuola…

Meno di quanto si possa pensare. Perché non è molto diverso dalla realtà di un ragazzo che corre per una squadra italiana. Ho avuto Finn due anni fa, Capello l’anno scorso e loro hanno frequentato regolarmente la scuola nei loro istituti in Italia, poiché non fanno un’attività continuativa, come invece nella nostra tradizione. Corrono più programmati, con periodi a scadenze prolungate. Devo dire che talvolta la scuola viene anche usata come pretesto, perché con i mezzi e i metodi di allenamento che ci sono oggi, si può ovviare bene quando c’è brutto tempo o fa buio prima. Gli strumenti per allenarsi anche senza uscire su strada ci sono.

La crescita delle corse a tappe la vedi positivamente?

Sì, ma vorrei che ce ne fossero di più, invece già sappiamo che il Giro Giovani Juniores è sparito dal calendario. Abbiamo Abruzzo, Friuli, Valdera, Lunigiana e la prova di Nations Cup di Baron, che però è riservata per le squadre nazionali. C’è stato un miglioramento, ma ci sono evidenti difficoltà da parte degli organizzatori a ottenere permessi infrasettimanali, Poi un problema grosso è che nelle gare a tappe in Italia mancano le cronometro. Ma è un lavoro da fare insieme agli organizzatori, assecondando anche quelle che sono le loro esigenze e problematiche locali. Io ho un’idea di come dovrebbero essere corse a tappe più utili per i nostri bisogni…

Capello all'ultimo europeo chiuso con l'argento, perla di una stagione ottima per tutto il movimento
Capello all’ultimo europeo juniores chiuso con l’argento, perla di una stagione ottima per tutto il movimento
Capello all'ultimo europeo chiuso con l'argento, perla di una stagione ottima per tutto il movimento
Capello all’ultimo europeo juniores chiuso con l’argento, perla di una stagione ottima per tutto il movimento
Qual è?

Sarebbe bello che ci fossero una cronometro e una tappa con dislivello importante, che non deve essere mai l’ultima, in modo che ogni ragazzo, sapendo di dover andare ad affrontare una gara simile, con magari l’ultima tappa molto più aperta, si possa preparare nella maniera più consona.

Veniamo da due anni importanti, con l’oro mondiale di Finn il primo e l’argento europeo di Capello il secondo. Temi un rimbalzo, temi che ci siano troppe aspettative?

No, perché abbiamo comunque un movimento competitivo. Vorrei ricordare che l’anno scorso siamo arrivati primi nella classifica di Nations Cup Juniores, vinto tante gare estere con diversi corridori. Abbiamo mancato solo il mondiale, ma poteva anche andare bene, perché abbiamo attaccato. Credo che la categoria sarà competitiva a livello internazionale anche quest’anno, poi se l’evento singolo è quello con cui si identifica unicamente il valore di un movimento di una categoria, secondo me è limitativo perché una gara ha molte variabili.

Sonia Rossetti della Vini Fantini-BePink in gara al UAE Tour Women

Vini Fantini-BePink, l’investimento di Sciotti che mancava

26.02.2026
5 min
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Per il marchio Fantini Wines c’era una casella da riempire in quel mondo del ciclismo che conosce da tanto tempo, anche solo per avere la sede sulla Costa dei Trabocchi, probabilmente la pista ciclabile più “DOC” d’Italia.

Dopo gli investimenti, limitandoci solo a questa stagione, con la NSN Cycling Team (formazione del WorldTour maschile sorta dalle ceneri della vecchia Israel) e con la Solution Tech NIPPO Rali (squadra professional italiana), ne mancava uno nel femminile. Eccoci accontentati quindi con la Vini Fantini-BePink, dove l’azienda abruzzese diventa il primo nome della storica formazione continental italiana. Come e quando è nata questa nuova collaborazione che si preannuncia così importante? Ne abbiamo parlato con Valentino Sciotti, amministratore delegato di Fantini Wines e profondo appassionato di ciclismo.

Valentino Sciotti e la figlia Giulia, rispettivamente a.d. e marketing manager di Fantini Wines, azienda nata nel 1994
Valentino Sciotti e la figlia Giulia, rispettivamente a.d. e marketing manager di Fantini Wines, azienda nata nel 1994

Il contatto iniziale

Nella sua vita da imprenditore Sciotti certamente ha conosciuto molte storie, le stesse che raccontano le terre sulle quali ha aperto la propria attività nel 1994. Qualche mese fa ha scoperto una storia che gli è piaciuta subito e lo ha incuriosito.

«Premetto – spiega – che non vedevo una gara femminile dal vivo da tanti anni. Tra le trasferte di lavoro e gli impegni con le formazioni maschili, non ci sono mai riuscito e mi è sempre dispiaciuto. Poi nel 2024 ne ho seguita una e per caso ho conosciuto Linda Laporta, che corre la BePink da due stagioni, ma che all’epoca era nella BTC City Ljubljana Zhiraf Ambedo. Abbiamo mantenuto un contatto e da quel giorno ho iniziato a seguire di più il femminile.

«Lo scorso autunno – va avanti Sciotti – ho rivisto Linda e tra una chiacchiera e l’altra mi ha raccontato meglio la sua storia di ex ginnasta che ha sfiorato la partecipazione ai Giochi Olimpici e che negli ultimi tre anni si era rimessa in gioco nel ciclismo. Sono rimasto colpito. Per curiosità sono andato a vedere i suoi risultati e sono rimasto colpito nuovamente perché ho notato che aveva inanellato una serie importante di piazzamenti nel finale dell’anno scorso».

La decisione economica

Da cosa nasce cosa, si dice, e così è stato per formare il binomio tra Vini Fantini e BePink. Non c’è voluto tanto perché Valentino Sciotti si convincesse di compiere un passo che sa bene come fare.

«In effetti – racconta – è venuto tutto per caso all’inizio. Linda mi diceva che la sua squadra stava cercando uno sponsor importante e mi ha chiesto se fossi interessato visto che il femminile sta crescendo tanto. Ci ho riflettuto seriamente e mi sono sentito con Walter Zini, il team manager. Ci siamo trovati subito in sintonia e ho visto che la nostra azienda poteva fare lo sforzo economico per diventare main sponsor.

«La BePink è una realtà consolidata nel ciclismo femminile italiano – sottolinea Sciotti – che ha saputo farsi valere anche a livello internazionale. Zini lavora molto bene con le sue atlete e dà anche l’opportunità a tante ragazze che arrivano da altri sport. Fa un ciclismo molto inclusivo, se penso che quest’anno ha ingaggiato Fariba Hashimi, una ciclista afgana.

«Molte cicliste afgane nel 2022 si rifugiarono a L’Aquila scappando dai talebani, una storia che avevo visto da vicino. La nostra azienda ha fatto tutte le categorie maschili dai giovanissimi ai pro’ ed ora abbiamo completato tutto entrando nel femminile. Siamo davvero molto felici di averlo fatto».

Uno sguardo al futuro

La livrea dell’abbigliamento della BePink ha subito un leggero restyling in corso d’opera con l’arrivo di Vini Fantini. L’accordo al momento è di una stagione, ma ci sono tutti i presupposti per proseguire la collaborazione anche in futuro e magari pensare a prendere una licenza ProTeam.

«Non ci siamo posti degli obiettivi – conclude la sua analisi Valentino Sciotti – perché per noi il movimento femminile è nuovo e vogliamo scoprirlo bene, il meglio possibile. Considerate che abbiamo chiuso il contratto mentre stavo andando in Australia per lavoro. Anche se siamo nel ciclismo da tanti anni, siamo inesperti per questa categoria che tuttavia ci piace già tanto.

«Non possiamo basare le sponsorizzazioni solo per passione, ma dobbiamo guardare anche alla visibilità e capire come possiamo essere d’aiuto. Ora pensiamo a questa stagione. Certamente posso dire che se dovessimo rinnovare il nostro impegno nel femminile, lo faremmo ancora con BePink, perché la nostra azienda non è abituata a cambiare tanto e in fretta le società con cui collaboriamo».

Camerino, presentazione tappa Tirreno Adriatico 2026, Giulio Pellizzari

Camerino chiama, Pellizzari risponde. E Scarponi che sorride…

26.02.2026
5 min
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Il 16 marzo del 2009 era di lunedì e fra i tifosi assiepati sullo strappo di Camerino, un giovanissimo Pellizzari aveva appena assistito alla vittoria di Scarponi nella sesta tappa della Tirreno-Adriatico, probabilmente senza rendersi conto della scena. Giulio aveva sei anni, Michele ne avrebbe compiuti 30 di lì a pochi mesi e si stava rilanciando verso la seconda parte della carriera. Piazza Cavour era un ribollire di tifosi al cospetto del campione che si era lasciato dietro Garzelli, Basso e Di Luca: il giorno perfetto nel posto perfetto.

Dieci anni dopo, di quella bellezza non c’era più niente. Scarponi era stato ucciso nella primavera del 2017 e il terremoto si era portato via la bellezza di Camerino. Ritrovarsi a Piazza Cavour per scoprire una targa dedicata a Michele, fra impalcature e puntelli, sembrò un magro risarcimento per la memoria. Era il 16 marzo del 2019, Pellizzari aveva sedici anni e per un insolito gioco del destino quest’anno quel traguardo lo vedrà impegnato in prima persona. Accadrà il 14 marzo, di sabato. E sarà inevitabile, per chi c’era e ha vissuto gli altri capitoli di questa storia, non tornare a quei giorni.

Il debutto della Tirreno

Il 21 febbraio, sabato scorso, la San Severino-Camerino (sesta tappa della Tirreno-Adriatico) è stata presentata nell’Auditorium Benedetto XIII di Camerino, lo stesso in cui due anni fa Pellizzari fu accolto dopo il Giro d’Italia (in apertura, immagine del Comune di Camerino). Quando lo chiamiamo, Giulio è a casa e parlare della tappa di qui lo emoziona e anche per questo cerca di starne alla larga. Sa che le attese sono alte e anche che i suoi obiettivi più importanti arriveranno dopo: meglio tenere i piedi per terra ed evitare i voli pindarici.

«Non ho mai corso la Tirreno-Adriatico – racconta – ma l’ho sempre vista fin da quando ero piccolo. Partecipare sarà bello e sarà anche meglio farlo nella tappa regina, che arriva a casa mia. Non sento tanto le attese, non ancora. So che alla fine sarà una corsa importante, ovvio che voglio fare bene, però i miei obiettivi sono più avanti. Per questo ho predicato di tenere la calma. Verrà una tappa durissima, però per le mie caratteristiche non è il massimo. Sono i classici muri marchigiani, alla fine vincerà un corridore forte, però diciamo che io sono più per le salite più lunghe. Anche per questo, cerco di vivermela bene».

Per Pellizzari, la presentazone della tappa di Camerino è stata occasione per un bagno di folla
Per Pellizzari, la presentazone della tappa di Camerino è stata occasione per un bagno di folla
Per Pellizzari, la presentazone della tappa di Camerino è stata occasione per un bagno di folla
Per Pellizzari, la presentazone della tappa di Camerino è stata occasione per un bagno di folla

Il primo Sassotetto

La salita lunga quel giorno ci sarà e anche quella ricorderà Scarponi, vista la stele a lui dedicata sulla cima. Arrivato a Sarnano infatti il gruppo prenderà la via di Sassotetto: 13,1 chilometri con dislivello di 965 metri fino a quota 1.465. Il Giro d’Italia c’è passato davanti lo scorso anno e quel giorno in gruppo c’era anche Pellizzari. Anche se il ricordo che più incuriosisce in un ragazzo nato all’ombra dei Monti Sibillini è quello della prima volta.

«Credo che sia stato il 4 maggio del 2020 – al ricordo sorride – quando ci permisero di riprendere le bici dopo il lockdown. Lo feci pure da Sarnano ed è stato bello, soprattutto perché uscivamo dal periodo del Covid. C’era una giornata splendida di sole e mandai una foto a Massimiliano Gentili, con sopra scritto Sassotetto. Fu liberazione e insieme anche una conquista».

Questa la stele per Scarponi inaugurata da Nibali sul Sassotetto nel 2021
Questa la stele per Scarponi inaugurata da Nibali sul Sassotetto nel 2021

Camerino che rinasce

La tappa non gli si addice, però intanto la scorsa settimana Pellizzari è andato a provare l’arrivo nel cuore di Camerino. E per la gente di lì vederlo spuntare fra vicoli e cantieri è stato un grido di guerra e insieme il segno della rinascita.

«Mi ha fatto un bel effetto tornare in centro – racconta Pellizzari – vedere i lavori che stanno andando avanti e rivedere le strade dove sono cresciuto. La città sta cambiando. Ogni volta che torno, trovo nuove gru ed è un bel segno, anche perché stavolta ne ho viste davvero tante, mai viste così tante, che a contarle perdi il conto. Piano piano, Camerino sta tornando. Ai miei tifosi ho cercato fino all’ultimo di impedire di fondare un fan club, ma ormai è arrivato il momento di averlo. Non ho niente contro (sorride, ndr), sono le cerimonie e le feste di fine stagione che mi mettono in difficoltà».

Alla serata di Camerino c'erano anche Eleonora Ciabocco e il Commissario strordinario Castelli
Alla serata di Camerino c’erano anche Eleonora Ciabocco e il Commissario straordinario alla ricostruzione Castelli (immagine Comune di Camerino)
Alla serata di Camerino c'erano anche Eleonora Ciabocco e il Commissario strordinario Castelli
Alla serata di Camerino c’erano anche Eleonora Ciabocco e il Commissario straordinario alla ricostruzione Castelli (immagine Comune di Camerino)

Il senso di famiglia

L’ultimo pensiero per la tappa di Camerino porta con sé sorrisi e scaramanzia. «Non ricordo quel giorno di sedici anni fa, ma la foto di Scarponi con le braccia alzate a Camerino l’ho vista ovunque. Tra l’altro vinse davanti a nomi importanti, mi sembra Garzelli e Basso. E’ un po’ come vincessi io davanti a Del Toro e Jorgenson. Nomi importanti, quindi quell’arrivo fa un certo effetto. Se mi farebbe schifo un arrivo del genere? Bè, proprio no (ride, ndr)».

La preparazione procede bene. Alla Valenciana si è sentito bene, poi ha recuperato un po’ e adesso fa rotta sulla Strade Bianche e poi la Tirreno. «Mi sto allenando – dice – la gamba è buona. Alla Strade Bianche si farà corsa per me, avremmo avuto Van Gils, ma è caduto, quindi dovrò fare il massimo per la squadra. Lo faccio volentieri, siamo molto legati tra noi corridori e lo staff e questo per me fa la differenza. L’ambiente familiare è importante, allo stesso modo in cui ogni due o tre giorni continuo a sentirmi con Massimiliano Gentili. Ogni volta che torno usciamo insieme in bicicletta. Credo che quello con lui sia un rapporto che resterà per sempre».

Tour of Oman 2026 Pablo Torres, UAE Team Emirates

Il giovane Torres e la pressione del predestinato

25.02.2026
4 min
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Il Tour de l’Avenir del 2024 si infiammò di colpo sul Colle delle Finestre. Lo spagnolo Pablo Torres, che il giorno prima aveva perso la maglia e viaggiava a 3’55” dal nuovo leader Blackmore, sapeva di avere quella sola occasione per riaprire la corsa. Dall’inizio dell’anno era passato al UAE Team Emirates Gen Z, dove lo aveva portato Matxin prelevandolo dalla Sanse di San Sebastian con cui la squadra emiratina aveva una collaborazione.

Torres non era il più forte e non si vergogna di ammettere che da junior viaggiava con qualche chilo di troppo. Andava ancora a scuola e si allenava al massimo due ore nel pomeriggio. Eppure Matxin aveva visto bene, ma neppure lui si aspettata quel che Torres avrebbe fatto di lì a poco sul Colle dominato nel 2018 da Froome nell’attacco con cui vinse il Giro d’Italia. Il suo record resisteva da allora: 64’19. Un’ora, 4 minuti, 19 secondi.

Torres attaccò a testa bassa. Fece il vuoto. Blackmore si oppose gestendo i quasi quattro minuti di vantaggio. E sulla cima lo spagnolo stabilì il nuovo record di scalata in 60’45”: un’ora e 45 secondi. Non riuscì a riprendere la maglia per appena 12″, che il leader riuscì a mantenere. C’è voluta l’impresa di Simon Yates al Giro del 2025 per battere il record del giovane spagnolo: 59’23” che gli permisero di respingere e poi affondare il giovanissimo Del Toro.

Lo spagnolo in azione sul Finestre nel Tour de l’Avenir 2024, quando tentò l’impresa più grande
Lo spagnolo in azione sul Finestre nel Tour de l’Avenir 2024, quando tentò l’impresa più grande

Cinque anni di WorldTour

A Matxin bastò quello che aveva visto e dal devo team, l’anno successivo Torres venne portato nel WorldTour: contratto fino al 2030. Rischio o calcolo ben ragionato?

«Ancora oggi – ha raccontato Torres all’olandese Wielerfits – quella è stata la mia migliore prestazione di sempre. Mi ha dato l’opportunità di fare il salto di qualità nel WorldTour. Un’esperienza super positiva, certo, ma forse anche un dono avvelenato. Da quel momento in poi, la pressione ha iniziato ad accumularsi. La gente mi faceva credere che sarei diventato il prossimo corridore di punta, il nuovo Tadej Pogacar. Quando tutti te lo dicono, segretamente vuoi essere all’altezza. Ma se poi non riesci a dare ciò che ci si aspetta da te, questo provoca una battuta d’arresto ancora più grande e crea brutte sensazioni mentali».

Miglior giovane e terzo il classifica: il Giro d'Abruzzo 2025 è stato tra i momenti migliori di Torres
Miglior giovane e terzo il classifica: il Giro d’Abruzzo 2025 è stato tra i momenti migliori di Torres
Miglior giovane e terzo il classifica: il Giro d'Abruzzo 2025 è stato tra i momenti migliori di Torres
Miglior giovane e terzo il classifica: il Giro d’Abruzzo 2025 è stato tra i momenti migliori di Torres

La pressione dell’ambiente

Le attese sono alte, i 19 anni non sono garanzia di solidità. Il professionismo è una strada costellata di sacrifici che devi aver accettato tu per primo. L’adolescenza, perché fino a 25 anni si è tali, è un momento duro e fondamentale per lo sviluppo. L’insuccesso colpisce l’autostima, con il rischio che il ragazzo non creda più in se stesso.

«C’è molta pressione sui giovani corridori – ha raccontato Torres – la sento anch’io. Tutti pensano che diventerò un corridore forte ed è un loro diritto. Ma pensano anche che vincerò subito le mie prime gare e non funziona così. Ognuno ha il suo percorso di crescita e la sua carriera. Devo concentrarmi su me stesso e non ascoltare quello che dice la gente. Ma è difficile, perché questa pressione sta influenzando le mie prestazioni. Se non vinci, non significa che tu stia andando male. Invece inizi a pensare di non essere abbastanza bravo ed è davvero difficile. Per fortuna ho trovato supporto all’interno del team, che mi sta aiutando a concentrarmi su me stesso».

Una sola volta finora Torres ha corso con Pogacar: alla Tre Valli Varesine, che vinse. Dopo il lavoro, lo spagnolo si fermò
Una sola volta finora Torres ha corso con Pogacar: alla Tre Valli Varesine 2025, che Tadej vinse. Dopo il lavoro, lo spagnolo si fermò
Una sola volta finora Torres ha corso con Pogacar: alla Tre Valli Varesine, che vinse. Dopo il lavoro, lo spagnolo si fermò
Una sola volta finora Torres ha corso con Pogacar: alla Tre Valli Varesine 2025, che Tadej vinse. Dopo il lavoro, lo spagnolo si fermò

Uno sviluppo costante

Quel contratto fino al 2030 è una sorta di assicurazione a lungo termine. Tolti Van Aert e Pedersen, che hanno firmato dei contratti a vita, quello di Torres con la UAE Emirates è l’impegno più lungo del gruppo, al pari di quello di Pogacar. Non avrebbe avuto più senso permettergli di proseguire il suo cammino nel devo team, mantenendo le certezze raggiunte l’anno precedente con quel numero sul Colle delle Finestre?

«Matxin mi ha offerto un contratto così lungo – ha detto Torres – proprio per evitare che cerchi risultati immediati e possa lavorare costantemente sul mio sviluppo. Sono pienamente d’accordo con lui. Mi viene data molta fiducia. Matxin mi dice sempre di non saltare i passaggi, di non aspettarmi troppo. Mi sono allenato bene per tutto l’inverno e mi sento già più forte e a mio agio. Ho avuto problemi al ginocchio fin dalle prime gare. Ho riposato, ma in Oman il problema si è ripresentato. La chiave ora è riposare ancora e raggiungere un livello in cui posso ottenere la mia prima vittoria. Sarà difficile, ma se anche non ci riuscissi, continuerò a provarci l’anno prossimo. Passo dopo passo».

Ayuso batte Almeida grazie all’altura? Ecco il perché…

Ayuso batte Almeida grazie all’altura? Ecco il perché…

25.02.2026
5 min
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Coda polemica domenica alla Volta ao Algarve dove il campione di casa Joao Almeida, terzo, ha attribuito la sua sconfitta al fatto che i primi due, rispettivamente Juan Ayuso e Paul Seixas avevano avuto ragione di lui solo perché appena scesi dall’altura. Una correlazione certamente acclarata nel mondo del ciclismo odierno, ma che sia una conseguenza così immediata ha un fondo di verità?

Partiamo da questo nella disamina del tema con il preparatore Paolo Artuso: «In fondo Almeida non è andato a cercare scuse. Appena scesi dall’altura c’è subito un favorevole effetto. L’esposizione all’altitudine è uno strumento utilizzato per aumentare la capacità di resistenza. Di conseguenza, l’esposizione all’ipossia induce un aumento del rilascio dell’eritopoiettina e l’eritropoiettina di conseguenza aumenta la produzione di globuli rossi, cioè l’eritropoiesi. Questo, come noto, si traduce in un massimo consumo di ossigeno più elevato, quindi si va più forte immediatamente».

Almeida al fianco di Ayuso, primo alla Volta ao Algarve davanti a Seixas e al lusitano
Almeida al fianco di Ayuso, primo alla Volta ao Algarve davanti a Seixas e al lusitano
Almeida al fianco di Ayuso, primo alla Volta ao Algarve davanti a Seixas e al lusitano
Almeida al fianco di Ayuso, primo alla Volta ao Algarve davanti a Seixas e al lusitano
Ci sono però esperienze ad esempio in atletica di corridori che scendevano dall’altura, ma gli effetti cominciavano a vederli dopo un breve periodo di tempo, una settimana, forse anche due…

Ci può essere una situazione che viene chiamata “bad window”, che può capitare non con tutti i corridori e non sempre, con l’effetto che varia da due a 8 giorni dopo il rientro a livello del mare e in quel lasso di tempo può anche succedere la classica brutta giornata. Ma ormai l’altura è fatta talmente spesso che questa bad window è sempre più rara.

Tornando giù dall’altura, il picco di forma quando arriva?

Praticamente subito. Adesso si tende a tardare al massimo l’altura rispetto alla gara, nel senso che vengo giù e vado a correre direttamente. Questo perché l’obiettivo è avere più globuli rossi possibili, cioè più ossigeno possibile ai distretti muscolari. Di conseguenza, più tardi arrivo giù, più ho beneficio. Adesso se guardi tanti vanno direttamente alla gara dall’altura, magari passano per casa per una questione più mentale che fisica. Una volta invece si metteva sempre una gara di mezzo per fare la rifinitura dell’allenamento. Come può essere un Tour of the Alps prima del Giro d’Italia. Il top rider non aspetta, va direttamente alla partenza dell’obiettivo che ha.

Artuso ha lavorato alla Red Bull-Bora-Hansgrohe fino allo scorso anno
Paolo Artuso ha lavorato come preparazione alla Bahrain e alla Bora Hansgrohe
Artuso ha lavorato alla Red Bull-Bora-Hansgrohe fino allo scorso anno
Cambia il discorso in base alla disciplina sportiva di resistenza?

No, più o meno la fisiologia è uguale, sia che sei un runner o un ciclista. Vale per tutti gli sport di resistenza.

Parliamo della durata dell’altura, tra due e tre settimane, qual è la differenza?

E’ più che altro una scelta individuale. Ora si è iniziato ad utilizzare delle strategie per mantenere più a lungo gli effetti dell’altitudine, attraverso l’allenamento al caldo, il famoso heat training. Oppure attraverso le camere ipobariche ora ammesse anche in Italia. Quindi si va a prolungare l’effetto dell’altura il più possibile. E’ una scelta diversa: se voglio fare il Tour of the Alps, vado su 2-3 settimane (meglio 3…) e torno, vado a fare la corsa per fare un po’ di ritmo. Tra il TOTA e il Giro ho ancora 10-12 giorni e lì in mezzo ci metto o la camera ipobarica o l’allenamento al caldo. Alla fine la massa emoglobinica rimane abbastanza stabile con queste accortezze.

Non solo Teide, anche Sierra Nevada è una sede abituale per i ritiri frequenti in altura
Non solo Teide, anche Sierra Nevada è una sede abituale per i ritiri frequenti in altura
Non solo Teide, anche Sierra Nevada è una sede abituale per i ritiri frequenti in altura
Non solo Teide, anche Sierra Nevada è una sede abituale per i ritiri frequenti in altura
Fino a quanto può durare un periodo in altura?

Anche fino a un mese, ma lì subentra anche un po’ il discorso mentale. Un mese sul Teide (nella foto di apertura, ndr) o a Sierra Nevada, a livello psicologico non è facile. Ormai se uno riesce a fare 21 giorni è perfetto. Ultimamente si tende a stare leggermente più alti, 2.300-2.400 metri, anche quello incide molto perché il fisico si abitua e quindi gli effetti dell’altura sono un poco più bassi, quindi dobbiamo trovare gli stratagemmi per dare una scossa al corpo.

Quali possono essere?

Faccio un esempio: se una volta erano sufficienti 15 giorni sull’Etna, adesso per avere un incremento di massa emoglobinica non bastano più, quindi si tende a stare un po’ più alti.

La camera ipobarica è stata ammessa anche in Italia. Utile per prolungare gli effetti dell'altura
La camera ipobarica è stata ammessa anche in Italia. Utile per prolungare gli effetti dell’altura
La camera ipobarica è stata ammessa anche in Italia. Utile per prolungare gli effetti dell'altura
La camera ipobarica è stata ammessa anche in Italia. Utile per prolungare gli effetti dell’altura
Uno sarebbe quasi portato a pensare: faccio continuamente avanti e indietro, così ho continuamente l’effetto dell’altura…

Non è così. Partiamo dal presupposto che gli effetti dell’altitudine hanno risvolti differenti tra atleti e atleti. C’è quello che è più sensibile e quello meno. Tre settimane è il periodo migliore, ma si sa anche che in quelle settimane bisogna dare multipli stimoli all’altitudine per avere effetti maggiori. Ha senso andare in altura a febbraio per il Giro d’Italia sapendo che ci vai anche in aprile. Quindi faccio due blocchi di lavoro. Ma se inizio a fare due blocchi per la prima parte di stagione, due blocchi per la seconda, per uno, due, tre anni di seguito, il fisico si abitua, quindi bisogna trovare anche degli escamotage.

Che sono?

Faccio un po’ meno altura, quindi ho un obiettivo predominante durante l’anno e l’altro meno, oppure devo stare su di più, un’esposizione maggiore, un’altitudine maggiore. Ma tutti questi cambiamenti comportano anche delle conseguenze. Ad esempio sul sonno. Poi c’è il discorso mentale che dicevamo. Non è un equilibrio semplice da raggiungere.

In atletica i ritiri in altura sono strutturati diversamente, con un ritorno anticipato rispetto alla gara di riferimento
In atletica i ritiri in altura sono strutturati diversamente, con un ritorno anticipato rispetto alla gara di riferimento
In atletica i ritiri in altura sono strutturati diversamente, con un ritorno anticipato rispetto alla gara di riferimento
In atletica i ritiri in altura sono strutturati diversamente, con un ritorno anticipato rispetto alla gara di riferimento
Ci sono corridori quasi refrattari all’altura, che non hanno effetti positivi e alla fine rinunciano a farla. E’ un problema fisiologico o mentale?

C’è una risposta individuale all’altura: c’è quello che la sente di più, quello che la sente di meno. Dipende anche da come la fai. Ci sono tre tipologie di vivere l’altura, ma quella che funziona in più è “living high and training low”: vivo alto ma mi alleno più in basso, cosa che ad esempio si fa nel ciclismo e meno in atletica. Se vai al Teide in 45 minuti di discesa sei al mare, quindi riesci a replicare le potenze del livello del mare, ma con gli adattamenti di un’esposizione di 16-18 ore al giorno all’altura. E allora cambia tutto…

Michael Matthews, Alessandro Covi, Jayco AlUla 2026 (foto Giant)

Covi e la novità del Teide a febbraio: 10 domande a Pinotti

25.02.2026
5 min
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Mancano ancora pochi giorni e poi Alessandro Covi, Michael Matthews e Jasha Sutterlin avranno terminato il loro periodo di altura a Tenerife, in cima al Teide (in apertura Covi e Matthews mentre si allenano a livello del mare). Come ci aveva raccontato lo stesso Covi questo tipo di approccio è una novità per lui, corridore abituato a partire forte fin dalle prime gare stagionali. Una scelta arrivata con l’approdo alla Jayco AlUla, team che da quest’anno ha accolto il corridore di Taino e nel quale Covi cerca il salto di qualità definitivo. 

Alessandro Covi, Jayco AlUla, Trofeo Serra Tramuntana 2026
Alessandro Covi ha fatto il suo esordio con la Jayco AlUla nelle corse in Spagna di fine gennaio
Alessandro Covi, Jayco AlUla, Trofeo Serra Tramuntana 2026
Alessandro Covi ha fatto il suo esordio con la Jayco AlUla nelle corse in Spagna di fine gennaio

Partenza posticipata

A monte di questa scelta, coadiuvata dal team e dallo stesso corridore, c’è Marco Pinotti che da quest’anno sarà il preparatore di Alessandro Covi

«I motivi che ci hanno spinti a scegliere di fare altura a febbraio sono due – racconta Pinotti – e il primo è legato al passato. Covi ci ha detto di essere un corridore capace di partire forte fin da subito, ma con l’arrivo della primavera subiva un calo. Per questo abbiamo deciso di aspettare e ritardare il carico di lavoro, dandogli una base ancora più ampia. Il ritiro in altura serve per arrivare al massimo della condizione proprio tra marzo e aprile».

Alessandro Covi, Jayco AlUla, ritiro Teide febbraio 2026
I primi di febbraio Covi è partito per Tenerife per un blocco di lavoro importante in vista di marzo e aprile
Alessandro Covi, Jayco AlUla, ritiro Teide febbraio 2026
I primi di febbraio Covi è partito per Tenerife per un blocco di lavoro importante in vista di marzo e aprile
La seconda motivazione?

Sviluppare un bel rapporto e un’ottima intesa con Michael Matthews, loro due correranno spesso l’uno accanto all’altro nel periodo delle Classiche. Hanno già passato tanto tempo insieme sia a dicembre che a gennaio, ora però sono in tre e hanno modo di conoscersi meglio. Ci sarebbe anche un terzo motivo…

Quale?

Che nel caso si dovesse decidere di fare un secondo blocco di altura, in previsione della seconda parte di stagione, avremmo modo di costruire su quanto già fatto ora a febbraio. 

Com’è stato l’approccio con Covi, che corridore hai trovato?

Abbastanza forte dal punto di vista aerobico e con caratteristiche di esplosività non indifferenti. Messo nelle giuste condizioni può essere un atleta importante per noi, capace di emergere nei finali di gara. Mi sono reso conto che assorbe bene i carichi di lavoro, sia in termini di volume che di qualità.

Jayco AlUla, Michael Matthews a destra, ritiro Teide febbraio 2026
Sul vulcano ha lavorato insieme a Matthews (a destra) e Sutterlin (a sinistra)
Si nota fiducia, tanto da indirizzarlo subito verso le Classiche…

La squadra ha voluto dargli fiducia e concedergli un’opportunità in corse importanti, soprattutto con un focus sul mese di aprile. Per fare ciò abbiamo sacrificato le corse di febbraio, come l’Algarve o altre. 

Qual è stato il focus di questo mese di altura?

Nella prima settimana tanto volume, con intensità controllata. Per quanto riguarda la seconda parte del ritiro abbiamo ridotto leggermente il volume a favore di lavori con lo scopo di migliorare l’intensità. Quindi ripetute in Z5 e sul massimo consumo di ossigeno. Allungare il periodo in cui ci siamo concentrati sul volume ci permette di costruire una base solida. 

Michael Matthews, Alessandro Covi, Jayco AlUla 2026
Michael Matthews e Alessandro Covi hanno lavorato tanto insieme anche durante i ritiri di dicembre e gennaio (foto Giant)
Michael Matthews, Alessandro Covi, Jayco AlUla 2026
Michael Matthews e Alessandro Covi hanno lavorato tanto insieme anche durante i ritiri di dicembre e gennaio (foto Giant)
Quanto è importante il confronto con l’atleta nel momento in cui si cambia qualcosa?

Tanto, in particolare in questa situazione. Oltre a cambiare metodo è il primo anno in cui lavoriamo insieme. Ci sentiamo quotidianamente e calibriamo tutto giorno per giorno. Abbiamo cercato di modificare qualcosa ma senza stravolgere tutto, già non correre a febbraio ed essere in altura è un bel passo. 

Una volta sceso quale sarà il suo programma?

Laigueglia, Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, poi qualche gara in mezzo e infine Sanremo. E’ riserva per le Classiche in Belgio e poi correrà Amstel, Freccia Vallone e Liegi-Bastogne-Liegi. Con la Tirreno avrà modo di avere il suo spazio, insieme a Vendrame, poi alla Sanremo sarà in supporto a Matthews. 

Cosa ti aspetti da lui nelle Ardenne?

E’ la prima volta che lo vedremo all’opera in quelle gare, a mio modo di vedere l’Amstel Gold Race è la corsa che più si adatta alle sue caratteristiche. La Liegi è un’incognita, ormai si tratta di un appuntamento sempre più per scalatori, ma Covi ha dimostrato di avere una grande resistenza e di andare bene sulle lunghe distanze. E’ un corridore che riesce a esprimersi al massimo in sforzi da cinque minuti. Penso che Covi sia nel momento giusto della sua carriera per mettersi alla prova con un ruolo importante in certi appuntamenti. 

Classica Morvedre 2026, Jayco AlUla, Alessandro Covi
Lo stato di forma di Covi era inferiore rispetto agli anni passati nelle prime corse di stagione, ma fa tutto parte del piano di Pinotti e della Jayco AlUla
Classica Morvedre 2026, Jayco AlUla, Alessandro Covi
Lo stato di forma di Covi era inferiore rispetto agli anni passati nelle prime corse di stagione, ma fa tutto parte del piano di Pinotti e della Jayco AlUla
Come lo hai visto e sentito a proposito?

Convinto, a partire da questo inverno quando gli abbiamo proposto il programma. Anche lui è desideroso di mettersi alla prova. Secondo me ha anche trovato un bel rapporto con Matthews, un aspetto importante. Infatti i due faranno praticamente lo stesso programma, a parte qualche piccola variazione. Matthews correrà alla Parigi-Nizza e non alla Tirreno. 

Che indizi hai avuto dopo le prime gare in Spagna?

Era leggermente indietro di condizione, però nell’ottica di quanto detto era giusto fosse così. Si è messo a disposizione dei compagni, lavorando soprattutto nelle prime fasi di gara. Con il ritiro di febbraio abbiamo voluto spostare il focus sul finale di gara, inserendo allenamenti e lavori dalla quarta ora in sù. Manca poco per scoprire le carte, si partirà con il Laigueglia.

Jasper Philipsen

Philipsen, partenza in sordina. E’ allarme o tutto sotto controllo?

25.02.2026
4 min
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E’ un inizio di stagione meno scintillante del previsto quello di Jasper Philipsen. Il campione belga ha scelto di saltare il primo appuntamento WorldTour, il UAE Tour, preferendo la più “morbida” Volta ao Algarve. Una decisione ponderata con un parterre meno profondo e, almeno sulla carta, maggiori chance di vittoria. Eppure lo sprinter della Alpecin-Premier Tech non ha alzato le braccia e ha disputato un solo sprint vero.

Legittimo allora chiedersi a che punto sia la sua condizione e se gli appelli alla calma della squadra rispecchino davvero la situazione. In Belgio in tanti si sono posti la stessa domanda. Tanto più che da sabato si entra nel vivo con le classiche del Nord e poi diretti fino alla Sanremo.

Jasper Philipsen
Jasper Philipsen (classe 1998) ha svolto un buon blocco invernale, lavorando spesso in Spagna (foto Instagram)
Jasper Philipsen
Jasper Philipsen (classe 1998) ha svolto un buon blocco invernale, lavorando spesso in Spagna (foto Instagram)

Partenza in sordina

E’ stato lo stesso Philipsen a indicare nell’Omloop Nieuwsblad il primo vero banco di prova della stagione. Come riportato dalla stampa belga, il fiammingo non ha nascosto di considerare l’Omloop una “prima misurazione” della propria condizione, con l’auspicio di trovare il picco di forma solo in seguito. Un approccio graduale, coerente con la sua storia recente: anche in passato Philipsen ha impiegato qualche settimana per carburare, salvo poi esplodere nelle Classiche e nei Grandi Giri.

La scelta di evitare il UAE Tour e di orientarsi verso l’Algarve rientra in questa logica. Meno pressione, chilometraggio controllato, lavoro specifico con il treno e soprattutto un clima più adatto ai belgi, rispetto ai 30 e passa gradi della prova emiratina. Tuttavia in Portogallo le occasioni sono state limitate: tra frazioni mosse e situazioni tattiche complesse, Philipsen ha disputato un solo sprint in condizioni ideali e lo ha chiuso al quarto posto. Non abbastanza per trarre indicazioni definitive, ma sufficiente per alimentare interrogativi. E’ evidente che il belga stia ancora costruendo la condizione, più che finalizzando.

Jasper Philipsen, Paul Magnier
Prima tappa dell’Algarve. Vince Magnier. Sulla sinistra si notano Philipsen (4°) e Groves (7°) della Alpecin. E’ evidente che qualcosa non ha funzionato nel treno
Jasper Philipsen, Paul Magnier
Prima tappa dell’Algarve. Vince Magnier. Sulla sinistra si notano Philipsen (4°) e Groves (7°) della Alpecin. E’ evidente che qualcosa non ha funzionato nel treno

Acqua sul fuoco

Il dibattito si è acceso nel dopo Algarve. Dalla squadra hanno invitato a non trarre conclusioni affrettate: le volate mancate non sarebbero il segnale di una crisi, bensì il risultato di dinamiche di corsa poco favorevoli. Il diesse Frederik Willems ha spiegato a Wielerflits: «Non sono preoccupato, questa prima settimana di gare è andata come doveva andare. Jasper è dove doveva essere con la condizione. L’obiettivo non è il risultato immediato ma una crescita verso le Classiche».

In Algarve il belga non ha forzato oltre misura. Nessuna rincorsa disperata, nessun azzardo tattico. Un atteggiamento che può essere letto in due modi: prudenza programmata oppure mancanza di brillantezza. La verità, probabilmente, sta nel mezzo. E’ noto che Philipsen renda al meglio quando la velocità di base è già elevata e il suo treno riesce a impostare uno sprint lungo e regolare. Ma in Portogallo questo scenario non si è visto, anche perché il treno formidabile guidato da VdP non c’era e anche questo va considerato. Lo stesso Willems ha rimarcato come ci siano stati degli intoppi proprio in relazione al treno, al lavoro condiviso con Kaden Groves.

Insomma è anche difficile valutare davvero lo spunto attuale di Jasper Philipsen. La squadra resta serena. Il lavoro invernale non è stato stravolto e i carichi sono calibrati per arrivare competitivi a marzo. E’ un calendario costruito con precisione, senza picchi anticipati. Ma si sa: questo ciclismo non aspetta nessuno, soprattutto se si è dei campioni e se riveli che non avevi gambe (come è successo nel secondo sprint in Portogallo). In qualche modo certi atleti sono “condannati a vincere”.

Jasper Philipsen
Kuurne 2025: Jasper Philipsen porta a casa il successo con una volata di forza
Jasper Philipsen
Kuurne 2025: Jasper Philipsen porta a casa il successo con una volata di forza

Niente Fiandre

Il momento della verità è già all’orizzonte. Sabato Philipsen sarà al via della Omloop Nieuwsblad, dove nel 2025 fu terzo, e domenica alla Kuurne-Brussel-Kuurne, corsa di cui è campione uscente. Due gare che offriranno indicazioni più attendibili: muri, vento, selezione naturale. La cosa che pone una riflessione in più però è il fatto che Philipsen neanche quest’anno disputerà il Fiandre. E magari proprio per questo ci si aspettava qualcosa in più. Non solo, ma a dicembre aveva rilanciato sulla Roubaix, ribadendo il sogno di vincerla e i grandi stimoli che gli dà questa corsa.

Il suo calendario fino alla Milano-Sanremo, da qui in poi, ricalca fedelmente quello dell’anno passato. La speranza è ritrovare il Philipsen versione Sanremo 2024, capace di coniugare resistenza e sprint dopo quasi 300 chilometri. Il 2025 fu segnato dalla caduta alla Nokere Koerse, incidente che compromise la preparazione della Classicissima, oltre agli strascichi dell’infortunio al Tour.

Le pressioni crescono. La Alpecin poggia gran parte delle proprie ambizioni su Philipsen e su Mathieu Van der Poel. Se il primo deve ancora accendersi, il secondo resta il faro tecnico e mediatico del team, ma non è ancora sceso in pista dopo il ciclocross. E’ tutto su di loro.

Le prossime due gare diranno se l’avvio in sordina era parte del piano o il preludio a una rincorsa più complessa del previsto. Pensando anche che Milan, Groenewegen, Girmay e Magnier hanno già mostrato i muscoli.