Lo scorso gennaio la Chiesa di Palù di Giovo ha inaugurato la Via Crucis e Via Lucis intitolata a Sara Piffer (foto sarapiffer.com)

Renato Pirrone e quelle morti di ragazzi che ti mettono alla prova

24.02.2026
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La mente di Renato Pirrone era concentrata a pianificare l’avvio di stagione e guardare il resto del calendario agonistico del 2026 tra un invito e l’altro. Gli ultimi collegiali delle sue ragazze prima di esordire in Croazia il 4 marzo e poi dirigersi nelle settimane successive verso Strade Bianche, Trofeo Oro in Euro, Trofeo Binda, Giro dell’Appennino. E poi ancora gare in Belgio, Francia, Lussemburgo, Tour de Pologne Women. Un bel programma per la sua Mendelspeck E-Work, quando il 15 febbraio scorso, alla morte in allenamento di Francesco Mazzoleni per mano di un automobilista, il team manager della continental italiana ha avuto un sussulto. Il pensiero è tornato indietro di tredici mesi.

Ammesso che si possano assorbire colpi morali del genere, Pirrone nella tragedia del giovane bergamasco ha rivissuto il dramma patito con l’incidente mortale della sua atleta Sara Piffer. Per entrambi i casi, così come per altri simili in passato, anche noi su queste colonne stiamo rischiando di dedicare editoriali e approfondimenti per capire come sia ancora possibile perdere la vita in bici senza che alcuna istituzione riesca ad intervenire e dare risposte soddisfacenti. Così, mettendo da parte questi interrogativi, abbiamo chiesto a lui quale sia stata la sua prima reazione alla notizia.

Dopo la morte di Sara Piffer a gennaio 2025, Renato Pirrone ha meditato se proseguire o meno con l’attività della squadra (immagine Instagram)
Dopo la morte di Sara Piffer a gennaio 2025, Renato Pirrone ha meditato se proseguire o meno con l’attività della squadra (immagine Instagram)

Una ferita aperta che condiziona

Strada provinciale tra Mezzocorona e Mezzolombardo, un automobilista azzarda un sorpasso che trasforma in disgrazia centrando la diciannovenne Sara Piffer che si stava allenando con suo fratello Christian. E’ poco prima di mezzogiorno del 24 gennaio di un anno fa, la notizia si sparge nell’ambiente qualche ora dopo nell’incredulità generale.

«E’ passato più di un anno – racconta Pirrone seguendo il suo sentimento – e la ferita è sempre aperta, viva. Per quanto passi il tempo, non si metabolizzano vicende simili. Per me è cambiato l’approccio col ciclismo e con la bici. Perdi quell’entusiasmo che si ha nel gestire una squadra, andare alle corse e voler far crescere le ragazze.

«Sono cambiate tante cose da quel giorno – continua – soprattutto per gli allenamenti. Al netto dei programmi di preparazione da seguire, abbiamo iniziato a scegliere zone, strade ed orari diversi per allenarci ed evitare il traffico o per cercare di non incappare in circostanze di insicurezza. Ho iniziato a fare ancora più attenzione a come, dove e quando cala il sole, che in inverno con le nostre montagne attorno a Bolzano, è ancora più basso. Queste sono le conseguenze di una disgrazia che ti tocca da vicino. E’ dura».

Frenesia e raccomandazioni

Il discorso si apre a tante diramazioni, tutte importanti che ti portano ad un’altra serie di considerazioni. Basta un attimo perché anche gli addetti ai lavori si possano perdere in questo labirinto, figuriamoci una famiglia rovinata da un evento così.

«Quando ho saputo della morte di Francesco Mazzoleni – spiega Renato Pirrone – ho pensato subito ai suoi genitori, tutti i famigliari e i suoi conoscenti più stretti. Ti scorre nelle vene nuovamente quel dramma che hai vissuto. E mi sento di abbracciare non solo loro, ma anche dirigenti e compagni della sua squadra.

«Dopo la morte di Sara – va avanti nella sua analisi – mi sono chiesto se valesse la pena ancora andare avanti a fare attività, tenendo conto che ho due figlie che corrono in bici nella mia squadra (Elena tra le elite e Silvia tra le juniores, ndr). Anche se ormai sono grandi e vanno in bici da tanto tempo e sono state toccate dall’incidente di Sara, mi sento di dare ancora a loro mille raccomandazioni. E uguale per le altre mie atlete. Non è più come una volta, quando ho iniziato ad avere una squadra giovanile.

«Forse – prosegue – hanno ragione quelle persone che dicono che bisogna andare avanti perché purtroppo non possiamo controllare tutto. E allora ti adegui, ma non stai sereno perché per i ciclisti in strada, che siano ragazzi in allenamento o persone normali a passeggio, non vedo soluzioni applicabili nell’immediato».

Nelle quattordici stazioni, tutte illuminate autonomamente, ci sono anche i disegni fatti da giovane da Sara (foto sarapiffer.com)
Una via crucis per Sara. Nelle 14 stazioni, tutte illuminate autonomamente, ci sono anche i disegni fatti da giovane da Sara (foto sarapiffer.com)
Nelle quattordici stazioni, tutte illuminate autonomamente, ci sono anche i disegni fatti da giovane da Sara (foto sarapiffer.com)
Una via crucis per Sara. Nelle 14 stazioni, tutte illuminate autonomamente, ci sono anche i disegni fatti da giovane da Sara (foto sarapiffer.com)

Promuovere nelle scuole

Ora per strada tra auto, moto e camion c’è tanta frenesia, molto egoismo, zero rispetto e tante distrazioni tra cellulari e i cosiddetti “infotainment” – sistemi multimediali – delle auto. Nessuno sa più aspettare pochissimi secondi, senza contare lo stato pietoso dei fondi di quasi tutte le strade.

«Recentemente – dice Pirrone – sono stato in alcune province della Lombardia per lavoro e mi sono chiesto come facciano i giovani ciclisti della zona ad allenarsi con quella mole di traffico. Ora in tanti parlano di bike lane che può tutelare il ciclista, ma se manca la cultura di base di rispettare distanze e limiti, siamo daccapo.

«Penso – sottolinea – che bisognerebbe lavorare nelle scuole. Dalle nostre parti, c’è Max Sorci, un insegnante delle elementari, che dopo la morte di Sara ha inserito educazione stradale nel suo programma didattico. Vuole sensibilizzare i bambini anche verso i loro genitori che magari spesso e volentieri non rispettano la velocità o la segnaletica. Per la verità anche in alcune scuole guida che conosco stanno facendo un po’ di teoria dal punto di vista del ciclista. La speranza è che tutti questi giovani si ricordino poi da grandi di questi insegnamenti e diventino dei guidatori responsabili».

Il percorso votivo di Palu di Giovo sale fino alla Madonna del Vascon, completamente restaurata da Sara Piffer nel 2022 (foto sarapiffer.com)
Il percorso votivo di Palu di Giovo sale fino alla Madonna del Vascon, completamente restaurata da Sara Piffer nel 2022 (foto sarapiffer.com)
Il percorso votivo di Palu di Giovo sale fino alla Madonna del Vascon, completamente restaurata da Sara Piffer nel 2022 (foto sarapiffer.com)
Il percorso votivo di Palu di Giovo sale fino alla Madonna del Vascon, completamente restaurata da Sara Piffer nel 2022 (foto sarapiffer.com)

Nel ricordo di Sara

Mentre siamo costretti ad incassare l’immobilismo delle istituzioni – chi governa il ciclismo e il nostro Paese – sulla mattanza dei ciclisti ammazzati dagli automobilisti, fortunatamente c’è chi onora la figura di Sara Piffer in tanti bellissimi modi.

Lo scorso 14 settembre a Dozza, in provincia di Bologna, alla presenza dei suoi genitori Marianna e Lorenzo le è stata dedicata una struttura polivalente ricavata dalla ristrutturazione di un vecchio bocciodromo. A decidere l’intitolazione è stata la Consulta locale dei giovani che l’ha scelta come simbolo dei valori dello sport. Sempre nell’area della centro sportivo del Comune bolognese, le hanno dedicato anche un murales realizzato con la supervisione dell’Università delle Belle Arti di Bologna.

Il centro polivalente di Dozza, in provincia di Bologna, è stato intitolato a Sara, come "simbolo dei valori dello sport" (foto sarapiffer.com)
Il centro polivalente di Dozza, in provincia di Bologna, è stato intitolato a Sara, come “simbolo dei valori dello sport” (foto sarapiffer.com)
Il centro polivalente di Dozza, in provincia di Bologna, è stato intitolato a Sara, come "simbolo dei valori dello sport" (foto sarapiffer.com)
Il centro polivalente di Dozza, in provincia di Bologna, è stato intitolato a Sara, come “simbolo dei valori dello sport” (foto sarapiffer.com)

L’omaggio dei francesi

A fine ottobre a Canezza di Pergine, in Trentino, è stata affissa una targa in memoria di Sara su un paracarro all’interno del “Museo del Paracarro”. Più recentemente in occasione invece dell’anniversario della sua scomparsa, la Chiesa di Palù di Giovo (il suo paese) ha inaugurato la Via Crucis e Via Lucis, un percorso votivo di circa trecento metri con le 14 stazioni dotate di illuminazione propria che sale fino al capitello della Madonna del Vascon, la cui statua venne interamente restaurata da Sara nel 2022.

«La figura di Sara – conclude Renato Pirrone – è arrivata fino in Francia. L’anno scorso al Tour Féminin International des Pyrénées gli organizzatori si sono ricordati che lei nel 2024 aveva disputato la loro gara e così avevano preparato un trofeo molto simile a quello della vincitrice della generale da portare alla famiglia. Un gran bel gesto che conferma che non bisogna dimenticarsi dei corridori vittime di incidenti».

Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)

Dati e il Team Ukyo: «Qui per fare un salto a livello internazionale»

24.02.2026
5 min
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La stagione di Tommaso Dati al Team Ukyo si è aperta con l’esordio all’AlUla Tour (in apertura foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo). Mentre da domani, mercoledì 25 febbraio, sarà impegnato al Giro di Sardegna. In un mese due corse a tappe, la prima di categoria 2.Pro, mentre la seconda di categoria 2.1. Tra i paesaggi desertici dell’Arabia Saudita, il corridore di Camaiore ha messo insieme in primi chilometri di una stagione che assume un ruolo importante all’interno della sua carriera. Lasciata la Biesse-Carrera-Premac di Nicoletti e Milesi, è giunto il momento di far vedere il suo valore in ambito internazionale. 

A luglio per Tommaso Dati gli anni saranno 24, in un ciclismo che è alla costante ricerca di giovani da buttare nella centrifuga del professionismo, serviranno risultati più convincenti per vedersi aprire le porte del professionismo. Nel 2025 le sei vittorie e i tre podi ottenuti hanno catturato l’attenzione del team Cofidis, tuttavia il periodo da stagista di Dati non ha convinto la formazione francese a prenderlo tra le sue fila.

Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati ha fatto il suo esordio con il Team Ukyo all’AlUla Tour (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati ha fatto il suo esordio con il Team Ukyo all’AlUla Tour (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)

Dal deserto alla Sardegna 

Poco meno di un mese tra l’AlUla Tour e il Giro di Sardegna, periodo che a Tommaso Dati è servito per allenarsi e mettere nelle gambe chilometri importanti. Da domani sarà di nuovo battaglia, con percorsi che possono accendere la sua fantasia e sorridere di più alle sue caratteristiche. 

«Il periodo tra l’AlUla e il Giro di Sardegna – racconta Dati – è trascorso al meglio, ho recuperato bene e mi sono allenato nel migliore dei modi. C’è stato qualche giorno di pioggia, ma nessun intoppo. Quello all’AlUla Tour è stato un esordio diverso rispetto agli anni scorsi, sono partito subito con una gara di alto livello con velocità e ritmi superiori rispetto alle gare del calendario italiano che ho sempre fatto in passato. Aver messo nelle gambe un giro a tappe aiuta dal punto di vista della condizione e dà continuità al lavoro fatto in inverno».

Manuele Boaro, Team Ukyo, AlUla Tour 2026
Manuele Boaro, diesse del team giapponese e punto di riferimento per i corridori (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Manuele Boaro, Team Ukyo, AlUla Tour 2026
Manuele Boaro, diesse del team giapponese e punto di riferimento per i corridori (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Da una continetal, la Biesse Carrera, a un’altra, il Team Ukyo, il passaggio si sente?

E’ un livello diverso, soprattutto per il panorama di gare che abbiamo la possibilità di fare. Dopo la scorsa stagione sentivo di aver bisogno di cambiare aria per cercare stimoli diversi. Non nascondo che ho sperato fino all’ultimo di entrare alla Cofidis, dove avevo corso da stagista nei mesi di agosto e settembre. 

Hai lavorato in maniera diversa?

La preparazione durante questo inverno è stata differente, per forza di cose. Un po’ perché siamo partiti a correre a fine gennaio, cosa che non avevo mai fatto, ma anche perché ero alla ricerca di un ulteriore step. Ho messo insieme un maggior numero di ore, nel 2025 ho visto che mi mancava una parte di fondo. Così insieme al mio preparatore, Michele Bartoli, ci siamo concentrati sulla parte di durability

Tommaso Dati, Biesse-Carrera-Premac, Firenze-Viareggio 2025 (foto Camilla Santaromita)
Tommaso Dati nel 2025 ha collezionato sei vittorie, qui alla Firenze-Viareggio (foto Camilla Santaromita)
Tommaso Dati, Biesse-Carrera-Premac, Firenze-Viareggio 2025 (foto Camilla Santaromita)
Tommaso Dati nel 2025 ha collezionato sei vittorie, qui alla Firenze-Viareggio (foto Camilla Santaromita)
Da quanto tempo ti segue?

Dal 2025, lo avevo cercato affinché mi seguisse come preparatore esterno quando ero alla Biesse Carrera. 

Come ti trovi con lui?

Bene, si può parlare apertamente delle sensazioni durante gli allenamenti oppure nei diversi periodi di lavoro. Infatti a fine 2025 ci siamo incontrati e abbiamo parlato faccia a faccia di quelli che sarebbero potuti essere i cambiamenti in vista di questa stagione

Il primo approccio al Team Ukyo è andato bene?

Sì, abbiamo un calendario di livello internazionale e questo credo sia un bene. In Italia le corse aperte anche agli elite sono spesso caotiche, mentre nelle gare professionistiche c’è maggior costanza. In generale l’approccio con la squadra è stato facile, anche con la parte giapponese. Tutti sono pronti ad ascoltarti e c’è una grande attenzione al dettaglio

Tommaso Dati, Cofidis, stage 2025, Tour de l'Ain 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
I risultati ottenuti nella passata stagione gli sono valsi uno stage con il Team Cofidis dove ha potuto fare esperienza tra i pro’ (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Tommaso Dati, Cofidis, stage 2025, Tour de l'Ain 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
I risultati ottenuti nella passata stagione gli sono valsi uno stage con il Team Cofidis dove ha potuto fare esperienza tra i pro’ (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Quando ti hanno cercato?

I primi contatti sono arrivati tra fine aprile e inizio maggio, dopo il Giro d’Abruzzo. Volpi e Boaro mi hanno cercato e quando si è trattato di scegliere ho voluto dare fiducia a questo progetto. La visione mi piace e avrò lo spazio per farmi vedere e provare a emergere. 

Rispetto al periodo di stage in Cofidis come ti senti ora?

Credo di essere già uno step avanti, oltre che sotto l’aspetto fisico anche dal punto di vista mentale. Quella esperienza mi ha permesso di prendere un certo ritmo e di capire come si corre in certe gare. All’inizio con la tensione e il fatto di essere stagista ho fatto fatica a capire quale potesse essere il mio ruolo. Ora mi sento più tranquillo e consapevole

Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati in questa stagione è alla ricerca di un salto importante a livello internazionale (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati in questa stagione è alla ricerca di un salto importante a livello internazionale (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tra una continental di alto livello come il Team Ukyo e una realtà come la Cofidis vedi tanta differenza?

In termini economici probabilmente il divario è grande, ma se guardiamo all’aspetto tecnico direi di no. Il programma che abbiamo qui aiuta, questo è certo. Inoltre l’ambiente è super professionale e non ci manca nulla anche in termini di materiali. 

Che anno deve essere il 2026?

Importante, l’età inizia a farsi sentire. In un ciclismo alla caccia di atleti sempre più giovani devo trovare il modo di emergere e per farlo serve fare uno step in campo internazionale. Sarà difficile ma fisicamente non mi manca nulla, quello che farà la differenza sarà la testa. Devo essere ancora più convinto e farmi trovare pronto.

Il ritiro di Colleoni, con parole forti sul mondo che lascia

Il ritiro di Colleoni, con parole forti sul mondo che lascia

24.02.2026
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A soli 26 anni, Kevin Colleoni ha detto basta. Dopo 5 anni di WorldTour, fra Jayco AlUla e Intermarché, il corridore di Ponte San Pietro ha chiuso la sua carriera ciclistica in maniera netta, senza ripensamenti. Un epilogo per molti versi inatteso, considerando che Colleoni era passato professionista con tante aspettative, determinate da una carriera giovanile di primo piano, condita dal podio al Giro U23 del 2020, punta di tutta una serie di risultati di rilievo sia nelle classiche d’un giorno che nelle prove a tappe. Ma poi la realtà ha presentato il conto.

La decisione di Colleoni arriva non su un impulso. Il fatto di non aver trovato un ingaggio dopo che era rimasto a piedi dalla fusione fra Intermarché e Lotto era solo il motivo ultimo: «L’andavo già maturando col passare dei mesi. A fine anno non avevo ancora un contratto, ma sono sempre rimasto in contatto con un po’ di squadre, ho continuato ad allenarmi, ma vedevo che non avevo più quella spinta, quella voglia imprescindibile di emergere, quello spirito di sacrificio e ho capito che in fin dei conti era cambiato qualcosa in me».

Colleoni chiude a 26 anni. Come migliori risultati il 3° posto al Sazka Tour e il 7° nell'Oman nel 2022
Colleoni chiude a 26 anni. Come migliori risultati il 3° posto al Sazka Tour e il 7° nell’Oman nel 2022
Colleoni chiude a 26 anni. Come migliori risultati il 3° posto al Sazka Tour e il 7° nell'Oman nel 2022
Colleoni chiude a 26 anni. Come migliori risultati il 3° posto al Sazka Tour e il 7° nell’Oman nel 2022
Che ti lascia questa lunga esperienza tra i pro’?

Sicuramente tantissimo. Sono passato molto presto direi quasi che ero un bambino, anche se ho fatto solo 5 anni, ma in questo frattempo, dal punto di vista umano sono cresciuto tantissimo, ho fatto tante esperienze, ho conosciuto moltissima gente e penso di essere un’altra persona. E’ stata la mia scuola di vita.

Tu sei passato sull’onda di una serie notevole di risultati nelle categorie giovanili, risultati molto importanti. C’erano forse troppe aspettative nei tuoi confronti?

In realtà io sono passato con l’idea che quello che ho fatto negli anni precedenti non contava nulla. Tanti ragazzi passano anche adesso avendo vinto un fiume di corse e si credono già chissà chi… A me hanno sempre insegnato che bisogna ripartire da zero e non ho da recriminare molto, perché comunque ho fatto un bel percorso, ero cresciuto tanto nel secondo anno, porto a casa bei risultati alla fine e bei ricordi. Poi c’è stato un inghippo, una caduta che mi ha causato un po’ di problemi alla schiena che mi hanno influenzato per un anno e mezzo. Quello è stato il mio tallone d’Achille.

Giro dell'Emilia 2022, i segni della caduta dell'Agostoni sono ancora visibili e lasceranno problemi a lungo
Giro dell’Emilia 2022, i segni della caduta dell’Agostoni sono ancora visibili e lasceranno problemi a lungo
Giro dell'Emilia 2022, i segni della caduta dell'Agostoni sono ancora visibili e lasceranno problemi a lungo
Giro dell’Emilia 2022, i segni della caduta dell’Agostoni sono ancora visibili e lasceranno problemi a lungo
E’ stata quella la causa del tuo ritiro?

No, perché ormai nell’ultimo anno il problema l’avevo risolto. In realtà per tante motivazioni la voglia era venuta meno, avevo perso divertimento e questo mi ha portato a smettere.

Dopo l’infortunio c’è voluto almeno un anno per ritrovare certe sensazioni. Il ciclismo di adesso ti dà tutto questo tempo?

E’ quello il problema, non te lo consente perché consuma tutto. Questo ciclismo non aspetta più e vi dico che negli ultimi 2-3 anni la situazione è peggiorata perché io vedo ragazzi giovani che passano a 19 anni e se non fanno determinate prestazioni o risultati subito, sono quasi scartati. E’ brutto da dire, ma questa è l’idea che c’è nel gruppo. Siamo dei numeri perché adesso contano solo i punti ranking: tu fai 50 o 100 punti, ma magari ce ne sono altri 100 o 150 come te. Quindi se uno non performa bene, diventa un peso e ti cambiano perché c’è il giovane che possono pagare meno e fa gli stessi punti.

Colleoni al Giro d'Italia giovani 2020, dove fu l'unico a contrastare il vincitore Pidcock
Colleoni al Giro d’Italia Giovani 2020, dove fu l’unico a contrastare il vincitore Pidcock
Colleoni al Giro d'Italia giovani 2020, dove fu l'unico a contrastare il vincitore Pidcock
Colleoni al Giro d’Italia Giovani 2020, dove fu l’unico a contrastare il vincitore Pidcock
Un’immagine molto negativa…

Secondo me, se non cambia qualcosa sarà sempre più difficile per chi incappa in qualche infortunio, perché esci dalla routine e poi non riesci a rientrare se non hai una squadra che crede in te al 100 per cento, ti supporta, ti segue. Adesso passare professionista secondo me è molto difficile, i primi anni sono molto delicati.

Tu dici che non recrimini nulla, ma ripensandoci a mente fredda, c’è qualcosa che magari avresti potuto fare in maniera diversa?

Consapevole del fatto che io nell’ultimo anno sono tornato comunque ai miei livelli, penso che avrei dovuto essere un po’ più egoista. Io sono sempre stato il primo a dire che se qualcuno in squadra era più forte, ero il primo ad aiutarlo. Avrei dovuto invece pensare a me, a farmi vedere, a cogliere le occasioni personali, costruirmele. Ma certo non posso recriminare per la caduta, quello che ho fatto dopo per rientrare, perché sono sempre stato più che professionale, non ho mai saltato allenamenti perché non avevo voglia. Quando mi sono accorto che facevo fatica, che era diventato un peso, ho deciso di smettere.

Il bergamasco sta già frequentando i corsi per diventare direttore sportivo, vuole lavorare con i più giovani
Il bergamasco sta già frequentando i corsi per diventare direttore sportivo, vuole lavorare con i più giovani
Il bergamasco sta già frequentando i corsi per diventare direttore sportivo, vuole lavorare con i più giovani
Il bergamasco sta già frequentando i corsi per diventare direttore sportivo, vuole lavorare con i più giovani
E adesso Kevin Colleoni che cosa farà?

Mi si sono aperte un po’ di strade, ho già idee in mente. Questo sarà un anno di transizione, non voglio prendere decisioni affrettate. Vorrei rimanere nell’ambiente. Sto facendo tutti i corsi per direttore sportivo e vorrei finirli entro l’anno, poi ho altre due o tre piste che mi sono aperte, vedremo. Quello che non sono riuscito ad avere io come corridore, vorrei provare a darlo io in futuro a chi ne avrà bisogno, perché tanto lo sappiamo tutti, i corridori sono più preparati del 90 per cento dei direttori sportivi che ci sono, con tutte le tecnologie non scappa più niente.

Hai preso anche in considerazione l’idea di rimanere corridore, magari in altre specialità?

No, perché al livello dove sono arrivato io è agonismo allo stato puro e voglio un po’ staccare da questo, dalla pressione che l’agonismo porta sempre con sé, sempre.

UAE Tour, 6a tappa a Jebel Hafeet, Antonio Tiberi

Tiberi a Jebel Hafeet, un minuto fuori giri di troppo

24.02.2026
6 min
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Il primo giorno di Pellizotti dopo il UAE Tour è trascorso in ammiraglia. Atterrato a Milano, il direttore sportivo friulano del Team Bahrain Victorious è andato fino a Pila per una recon della 14ª tappa del Giro d’Italia e poi ha ripreso la via di casa. Il ricordo della salita di Jebel Hafeet e della resa di Tiberi agli attacchi di Del Toro è ancora nell’aria.

«Sapevamo che la UAE ci avrebbe provato in tutti i modi – racconta Pellizotti – infatti siamo riusciti a mandare via una fuga per il discorso degli abbuoni e per non lavorare tutto il giorno. Nella tappa vinta da Antonio, anche Del Toro aveva fatto la salita molto forte. Se a questo si aggiunge che per la UAE Emirates quella corsa è importantissima, era scontato che avrebbero attaccato a tutta».

Nei 69 secondi dell’attacco di Del Toro, Tiberi ha espresso una potenza media di 610 watt, con una punta di 1.000 watt. Stando ai dati diffusi da Velon, l’attacco di Del Toro è durato 4’30” durante i quali Antonio ha pedalato alla media di 22,4 km/h e punte di velocità di 32,1.

Giro 2025, Pellizotti e Tiberi: l'avvicinamento con tanta altura è stato probabilmente un errore
Giro 2025, Pellizotti e Tiberi: secondo il tecnico, il livello visto lo scorso anno non rispecchia il valore dell’atleta
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Giro 2025, Pellizotti e Tiberi: secondo il tecnico, il livello visto lo scorso anno non rispecchia il valore dell’atleta
Avreste dovuto correre in difesa?

Eravamo in una posizione di vantaggio, quindi dovevamo giocarci quei 21 secondi. Dato che era la quinta volta che facevo quella salita, la mattina ho cercato di spiegare ad Antonio che la parte più importante erano gli ultimi tre chilometri. Non doveva arrivarci in affanno eccessivo.

Quello che però è successo…

A un certo punto in radio gli ho detto: «Occhio che adesso sicuramente ti darà l’ultima accelerata» e sappiamo che le accelerate di Del Toro fanno tanto male. Per Antonio era la prima esperienze in maglia da leader in una corsa così importante. Aveva gamba, sensazioni e numeri eccezionali. L’unico problema è che quando Del Toro ha fatto l’ultimo attacco, gli ha fatto fare un minuto fuori giri e lui è arrivato ai tre chilometri senza riuscire a fare il cambio di ritmo che gli avrebbe permesso di conservare la maglia.

Un fatto di esperienza, quindi?

Sappiamo che Tiberi è un ragazzo orgoglioso, secondo me ha le stigmate del campione. Per cui sei lì a lottare per una maglia, è chiaro che non ti stacchi volutamente. Aver gestito la pressione del leader quel giorno e in quelli precedenti, dover andare al podio e all’antidoping, è stato un’esperienza importantissima. L’ho visto molto cambiato anche in corsa con i compagni alla radio.

Corridori come Del Toro sono irresistibili nei primi minuti dopo l'attacco: rispoondergli per Tiberi è stato un errore
Corridori come Del Toro sono irresistibili nei primi minuti dopo l’attacco: rispondergli per Tiberi è stato un errore
Corridori come Del Toro sono irresistibili nei primi minuti dopo l'attacco: rispoondergli per Tiberi è stato un errore
Corridori come Del Toro sono irresistibili nei primi minuti dopo l’attacco: rispondergli per Tiberi è stato un errore
In che senso?

Solitamente ha sempre parlato molto poco, invece l’ho visto molto più presente e anche i compagni se ne sono accorti. Quando il leader parla, fa i complimenti e li sprona, ascoltano più le sue parole che le mie dalla macchina. E quindi in questo Antonio secondo me ha fatto uno step ulteriore nel modo di imporsi, non solo fisicamente ma anche mentalmente.

Impossibile pretendere che in quel momento trovasse la freddezza di non rispondere allo scatto?

Seduti sul divano è facile dirlo, però mi metto anche nei suoi panni. Sono due ragazzi giovani, si conoscono bene e secondo me gli è venuto fuori l’orgoglio di non voler farsi staccare. Ripeto: da una parte va bene così. Antonio è ancora giovane, deve fare ancora esperienza e con questa secondo me ha salito un altro scalino.

Questa nuova sicurezza si deve alla vittoria di Jebrel Mobrah oppure si era iniziata a vedere prima?

Già nei ritiri si vedeva che stava bene. Quando facevamo i test, vedevi che la gamba girava bene. Gli veniva tutto più facile e questo secondo me gli ha dato più convinzione. Perciò la vittoria è servita tanto, ma anche il piazzamento della prima tappa. Fare terzo in un arrivo allo sprint su uno strappo così difficile vuol dire che il fisico risponde bene e questo gli ha permesso di guadagnare convinzione.

Pellizotti ha notato ik cambio di passo di Tiberi come leader e nei rapporti con la squadra
Pellizotti ha notato il cambio di passo di Tiberi come leader e nei rapporti con la squadra
Pellizotti ha notato ik cambio di passo di Tiberi come leader e nei rapporti con la squadra
Pellizotti ha notato il cambio di passo di Tiberi come leader e nei rapporti con la squadra
Antonio dice di aver lavorato particolarmente bene nell’inverno…

Diciamo che l’inverno dello scorso anno e poi il resto della stagione non sono stati come volevamo. Ha avuto mille problemi e questo significa non aver potuto creare la base su cui fare i lavori specifici. Poi abbiamo fatto anche noi lo sbaglio di voler fare più ritiri in altura e meno gare per portarlo al Giro più preparato. Invece abbiamo capito che Antonio ha bisogno di correre, ha voglia di correre. Quando si mette il numero sulla schiena, si diverte e quest’anno abbiamo visto un Tiberi veramente cambiato.

In cosa era così evidente?

Era quasi sempre in orario se non in anticipo agli appuntamenti. Quando il venerdì sera siamo arrivati ad Abu Dhabi, ha chiesto se l’indomani prima di colazione potesse fare mezz’ora con il fisioterapista lavorando con gli elastici. Detto da lui, questo ti fa capire tanto e sono convinto che quello del 2025 non fosse il Tiberi che conoscevamo. E sicuramente anche a lui ha dato fastidio, perché è giovane, ma ha carattere, ne ha passate tante e ha anche dimostrato di poter fare tanto.

Anche lui ha ammesso di volersi riscattare.

A volte può sembrare indifferente, però ci eravamo accorti che veder vincere i ragazzi della sua età mentre lui faticava lo stava disturbando. Gli mancava la sensazione di vincere, di alzare le braccia al cielo. Per cui ha iniziato bene la stagione, si è visto un crescendo gara dopo gara e in UAE ha dimostrato veramente il suo valore.

Diciamo che dovendo correre il Tour, dovrà imparare una tattica più attendista, come quella di Indurain, per fare un esempio…

Antonio è un ragazzo intelligente, uno molto silenzioso, che parla poco, ma quando parla va diritto al punto. E sono convinto che questa per lui sia stata una lezione. Il primo arrivo in salita lo ha gestito dalla testa, quindi non ha dovuto inseguire. Ha fatto quel che gli dicevamo ed è stato più semplice, tra virgolette. Sabato sapevo che sarebbe stato più difficile.

UAE Tour perso per 10": Tiberi arriva a Jebel Hafeet 31" dopo Del Toro. Il suo margine al via era di 21"
UAE Tour perso per 10″: Tiberi arriva a Jebel Hafeet 31″ dopo Del Toro. Il suo margine al via era di 21″
UAE Tour perso per 10": Tiberi arriva a Jebel Hafeet 31" dopo Del Toro. Il suo pargine al via era di 21"
UAE Tour perso per 10″: Tiberi arriva a Jebel Hafeet 31″ dopo Del Toro. Il suo margine al via era di 21″
Come mai?

Perché era la prima volta che lottava per qualcosa di veramente grosso e questo sicuramente gli farà capire anche la necessità di studiare le doti dei suoi avversari. Del Toro o Pogacar fanno la differenza nel primo minuto e dopo mantengono. In questo caso è bene che Tiberi non li segua sullo scatto, ma che provi a recuperare il gap sulla distanza. E’ un buon cronoman che riesce a tenere più a lungo certi wattaggi, mentre nel breve non riesce a tenergli testa.

Ne avete parlato il giorno dopo?

Abbiamo guardato assieme il file della salita e abbiamo visto dove si poteva fare meglio. Sono convinto che se queste cose non le provi e non sbagli, difficilmente capisci come migliorare.

Se rifacesse la tappa oggi sarebbe diverso?

Ne sono certissimo. Come per i bambini, tante volte è giusto che sbaglino e provino sulla propria pelle. Perché è vero che poteva fare diversamente, ma ha provato a modo suo ed è stato giusto così. Non è stato Del Toro a perdere il Giro sul Colle delle Finestre perché non sapeva come difendere la maglia? Difficilmente ti riesce di fare la corsa perfetta, però se Tiberi inizia a capire le sue doti e come gestirle nel modo migliore, è chiaro che riesce ad ottenere di più.

Isaac Del Toro

Del Toro e quel rapportone a Jebel Hafeet. Una riflessione tecnica

23.02.2026
5 min
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Forse qualche lettore più esperto ricorderà quando Jan Ullrich, al Giro dell’Emilia 2001, al penultimo passaggio sul San Luca si presentò con un rapportone lunghissimo, quasi da cronometro in pianura. Quel giorno il “Panzer tedesco” stava palesemente allenando la forza in vista del Giro di Lombardia. Ebbene, l’azione di Isaac Del Toro a Jebel Hafeet di qualche giorno fa, per certi versi, ce lo ha ricordato.

Anche il messicano, infatti, mulinava un rapporto a dir poco lungo. E lo ha fatto per tutta la scalata e in particolar modo nell’ultimo chilometro e mezzo, la cui pendenza media era attorno al 4 per cento. Scelta tattica? Caratteristica del corridore? Errore (ammesso che chi vince sbaglia)? Fatto sta che Del Toro, con una potenza impressionante, ha staccato Antonio Tiberi. Anzi, lo ha proprio mandato fuori giri. Si è preso tappa e maglia. E di conseguenza la classifica generale.

Isaac Del Toro
Del Toro sistema il computerino prima di partire per i suoi allenamenti, che quest’anno sono stati molto improntati sulla forza
Isaac Del Toro
Del Toro sistema il computerino prima di partire per i suoi allenamenti, che quest’anno sono stati molto improntati sulla forza

Il primo affondo

Ma andiamo con ordine e analizziamo la scalata di Del Toro a Jebel Hafeet. Innanzitutto si tratta di una salita che misura 9,2 chilometri al 7,2 per cento, stando ai dati di Veloviewer. Poco più di 10 chilometri al 6,8 per cento se invece si considera anche il falsopiano introduttivo. Strada larga e pendenze non eccessive invitano a spingere rapporti lunghi, anche per avere quella sensazione di “fare velocità”.

Non a caso il ritmo imposto dalla Decathlon-CMA è stato subito fortissimo. E sin dalle prime battute si notava la bella agilità di Tiberi e la cadenza più bassa di Del Toro, ma anche di Adam Yates e Kevin Vermaerke, in pratica i tre della UAE Emirates. E questa cosa subito ci ha fatto riflettere.

Scelta tattica? Preparazione impostata in un certo modo? E’ noto che Yates vada “duro”: è uno scalatore puro e non ha problemi a tenere un certo rapporto. Anche Del Toro sta spesso in piedi con il rapporto lungo, ma altre volte, da seduto, lo abbiamo visto con rpm ben più alte.

Il messicano, invece, ha scelto di fare tutta la scalata con la corona grande: evidentemente si sentiva bene così. “Raccoglieva il rapporto” e, tutto sommato, lo sforzo più intenso era inferiore ai 20’. In pratica poteva permettersi di spendere tanto.

Altra considerazione. Su quella salita, a ruota, si stava benone. I primi salivano ad oltre 20 chilometri orari e, addirittura, al momento dell’attacco Del Toro, per oltre 600 metri, quelli fatti tutti in piedi, ha superato i 30 all’ora, con una punta di 32,6 (dati Velon).

La sua tattica era quella di scattare secco per far prendere aria a Tiberi. E già sul primo attacco ci era quasi riuscito. Antonio, però, bravo, si era accucciato bene alla sua ruota: quando si va oltre i 30 orari, la scia si sente eccome.

Isaac Del Toro
Il momento dell’attacco decisivo ai 2,6 km dall’arrivo. Del Toro spinge forte un rapporto lunghissimo e Tiberi è costretto a cedere
Isaac Del Toro
Il momento dell’attacco decisivo ai 2,6 km dall’arrivo. Del Toro spinge forte un rapporto lunghissimo e Tiberi è costretto a cedere

Il secondo affondo

Nella seconda bordata, però, Del Toro non ha perdonato. Stavolta Tiberi lo ha tenuto per 15”-20”. Poi il laziale ha perso un paio di metri, ha preso un filo d’aria e per lui quei 2,5 chilometri finali si sono trasformati in un piccolo Calvario. Mentre l’altro scappava.

Del Toro intanto era sempre con la moltiplica grande. E quando si è seduto non ha alleggerito il rapporto. E’ rimasto su quello che aveva, segno di una grande forza nelle sue gambe e, dopo la brevissima discesa, ha addirittura buttato giù un dente. Ora noi non conosciamo l’esatta cadenza del messicano, ma certamente era al di sotto delle 70 rpm. A Jebel Mobrah, nel giorno di Tiberi per intenderci, Isaac non era agile, ma neanche così basso di cadenza.

L’imperativo, in quei frangenti così esplosivi, è fare la differenza. Fare velocità, come dicevamo. E per farlo serve potenza, tanta forza. Serviva un’azione violenta. In fin dei conti Del Toro doveva guadagnare circa 20” su Tiberi. Non tanti, ma neanche pochi visto il tipo di salita. Tanto è vero che poi Luke Plapp, salendo più di passo e di certo più avanti di condizione avendo fatto il Tour Down Under al top, ha perso solo 12” da Del Toro. I suoi scatti e lo stare all’aria per gran parte della salita lo hanno fatto spendere di più.

Da nostre fonti sappiamo che Isaac, durante questo inverno, ha lavorato molto sulla forza e sul torque in particolare: quindi forza esplosiva e massima. Probabilmente alla prima gara dell’anno aveva ancora addosso questo imprinting motorio. Prova ne è la vittoria in volata verso Liwa Palace, quando sul falsopiano che portava al traguardo era riuscito a precedere i velocisti. Se ricordate bene, anche Tadej Pogacar lo scorso anno ci provò, ma non ci riuscì.

Isaac Del Toro
Sull’arrivo di Jebel Hafeet Del Toro mette a segno anche il record della scalata
Isaac Del Toro
Sull’arrivo di Jebel Hafeet Del Toro mette a segno anche il record della scalata

Meglio di Pogacar

Quello che resta è la prova di forza di Del Toro. In ogni senso. Oltre alla forza impressa sui pedali, Isaac ha siglato il record sulla scalata di Jebel Hafeet. Record che apparteneva al compagno Yates, siglato nel 2023, e che il messicano ha migliorato di 38”. Ma il dato ancor più interessante è il confronto con la prima di Pogacar a Jebel Hafeet. Isaac ci ha messo quasi un minuto in meno rispetto allo sloveno. Va anche detto, però, che parliamo del 2020 e sappiamo quanto tecnologia e nutrizione nel frattempo siano migliorate.

Tatticamente Del Toro è stato sempre molto lucido. Dopo quegli 800 metri di attacco, ha recuperato per circa un chilometro. Da dietro erano rientrati anche Gall e Plapp e lui stesso ha detto: «Ho attaccato un istante prima che si riaccodassero perché non volevo che potessero rifiatare e attaccare anche loro». Questo denota anche una certa esperienza o, quantomeno, padronanza della situazione.

Sul finale è stato forte, ma non fortissimo. E infatti lo stesso Del Toro ha detto: «Non è stato il mio giorno migliore. Lo sforzo è stato intenso, ma come mi aveva detto anche Pogacar non mi sono voltato indietro. Ora è il momento di capire che sto lavorando. Sono in una fase di preparazione. E devo capire anche che devo credere sempre di più in me stesso».

Insomma, qui sembra proprio che ci siano ancora margini di miglioramento. Ora però sarà curioso vedere il messicano sulle salite delle prossime gare per capire con che cadenza sceglierà di pedalare e portare l’attacco. Va bene la forza, ma certi rapporti nei Grandi Giri potrebbero non essere sostenibili alla lunga.

Il primo devo team italiano. Fuochi, come funzionerà?

Il primo devo team italiano. Fuochi, come funzionerà?

23.02.2026
4 min
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La novità non è di poco conto. Non tanto il fatto che una squadra italiana abbia una propria filiera, in fin dei conti anche VF Group Bardiani e Team Polti Polti Visit Malta hanno delle propaggini da cui attingono i nuovi talenti, ma la nuova conformazione societaria della Solution Tech Nippo Rali prevede un vero e proprio devo team, anche come denominazione e rappresenta il primo di questo tipo nella storia del ciclismo italiano.

Filippo Fuochi ha preso in mano la gestione del devo team, composto da 10 ragazzi
Filippo Fuochi ha preso in mano la gestione del devo team, composto da 10 ragazzi
Filippo Fuochi ha preso in mano la gestione del devo team, composto da 10 ragazzi
Filippo Fuochi ha preso in mano la gestione del devo team, composto da 10 ragazzi

La società ha formato la squadra con 10 corridori guidati da uno specifico staff, di cui fa parte Filippo Fuochi come diesse dei ragazzi e la sua presenza non è per nulla casuale: «A me personalmente è sempre piaciuto lavorare coi giovani perché ho fatto per tanti anni la categoria e quindi quando l’anno scorso in estate venne fuori l’idea, dissi subito che mi volevo occupare dei giovani per farli crescere nei giusti tempi».

Da quanto ti occupi di ciclismo e come sei arrivato al team Nippo?

Da quando ero praticamente bambino, ho la tessera da diesse dal 2008. Ho fatto un po’ tutte le categorie, gli juniores, gli under 23 per tanti anni e poi dal 2023 sono stato due anni all’MG K-VIS. Lo scorso anno sono arrivato alla Professional.

Per Giuseppe Sciarra, 18 anni, subito un bel piazzamento al Trofeo Campioni Mugellani
Per Giuseppe Sciarra, 18 anni, subito un bel piazzamento al Trofeo Campioni Mugellani
Per Giuseppe Sciarra, 18 anni, subito un bel piazzamento al Trofeo Campioni Mugellani
Per Giuseppe Sciarra, 18 anni, subito un bel piazzamento al Trofeo Campioni Mugellani
10 corridori nel team è il numero giusto?

Per il momento si è deciso di rimanere con questi e di fare fargli fare comunque un’attività giusta, senza esagerare più di tanto, anche perché la maggior parte sono dei primi anni, quindi alcuni hanno anche la scuola e giustamente hanno bisogno di un’attività mirata che ne tenga conto. Si dovrebbe rimanere con questi 10, fra cui tre giapponesi.

A proposito di loro, come sono stati scelti e sono stati “imposti” dallo sponsor?

E’ chiaro che vengono da Nippo. Diciamo che ci ha consigliato questi tre ragazzi giovani per inserirli nel devo team, in modo da crescere gradualmente e poi magari fargli fare anche qualche gara con la professional, in maniera progressiva. Ma attenzione, non sono raccomandati, sono tre talenti, perché uno dei tre correva già l’anno scorso qua in Italia da juniores con la Ballerini con Scinto, fra l’altro aveva vinto e aveva fatto bene anche al Lunigiana.

Koki Kamada per due anni è stato al Team Ukyo. E' campione asiatico U23
Koki Kamada per due anni è stato al Team Ukyo. E’ campione asiatico U23
Koki Kamada per due anni è stato al Team Ukyo. E' campione asiatico U23
Koki Kamada per due anni è stato al Team Ukyo. E’ campione asiatico U23
Come avete scelto gli italiani?

Provengono in stragrande maggioranza dalla squadra juniores che è collegata, il Team Franco Ballerini. Tutti ragazzi che anche lo scorso anno avevano fatto bene e quindi è stato deciso anche su suggerimento di Scinto di portarli nella devo e con lo stesso concetto, di farli crescere gradualmente e fargli fare un’attività giusta e corretta.

Considerando le loro caratteristiche, che elementi sono e chi sono i più promettenti?

Da quello che ho visto finora c’è Pascarella, un bel talento. E’ uno scalatore, ma comunque abbastanza completo. L’anno scorso ha vinto quattro gare, è entrato anche in nazionale, può crescere moltissimo. Poi c’è Bertolli che ha già fatto lo stagista con noi lo scorso anno. E’ un terzo anno, quindi ha un pochino più di esperienza. Anche lui secondo me è un bello scalatore e anche lui aveva già fatto qualche risultato l’anno scorso. Secondo me in prospettiva possono essere i primi a emergere, ma ho fiducia anche negli altri.

Niccolò Iacchi è al primo anno. Nel 2025 ben 10 Top 10, compreso il Giro d'Abruzzo
Niccolò Iacchi è al primo anno. Nel 2025 ben 10 Top 10, compreso il Giro d’Abruzzo
Niccolò Iacchi è al primo anno. Nel 2025 ben 10 Top 10, compreso il Giro d'Abruzzo
Niccolò Iacchi è al primo anno. Nel 2025 ben 10 Top 10, compreso il Giro d’Abruzzo
Cosa ti aspetti dalla stagione in corso?

Le aspettative sono sempre tante, perché è chiaro che quando si va alle gare c’è sempre la voglia di ottenere il massimo e abbiamo tutte le qualità per poterlo fare. Io da parte mia sono anche cosciente che la squadra è giovane, nuova, con tanti ragazzi del primo anno, quindi bisogna sempre stare con i piedi per terra e scoprire anche un po’ gradualmente che cosa potrà venir fuori. Si è fatto un ritiro dove si è cercato di fare un bel gruppo abbastanza affiatato. Ora iniziano le gare un pochino più toste e sono curioso anch’io di scoprire come potrà andare.

Funzionerà come gli altri devo team, quelli del WorldTour, ossia i ragazzi avranno anche occasione per correre con i più grandi?

L’idea è quella, che vale un po’ per tutti, ovviamente. Quando capiterà l’occasione, sempre in maniera tranquilla, faremo provare alcuni di loro, quelli più meritevoli, quando ci sarà la gara più adatta per loro.

Funerale Francesco Mazzoleni, Palazzago, 18 febbraio 2026 (foto Colleoni/L'Eco di Bergam0)

EDITORIALE / La sicurezza è una medaglia da condividere

23.02.2026
7 min
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Erano in 1.500 al funerale di Francesco Mazzoleni a Palazzago (in apertura, immagine Colleoni/L’Eco di Bergamo), ma già adesso, cinque giorni dopo, si è smesso di parlarne. Le notizie sono finite dietro quelle che incalzano e siamo tutti qui a scongiurare il prossimo incidente, quando ci batteremo nuovamente il petto e ripeteremo le solite frasi. Che cosa si sta facendo nel concreto perché la sicurezza sulle strade sia più di un luogo comune?

Ognuno ha la sua ricetta. La cultura nelle scuole è un bel punto di partenza, ma forse la paura di sanzioni ineluttabili è ben più efficace per chi è già adulto e si fa beffe di limiti e divieti. Detto questo, vogliamo evidenziare un altro capitolo nella disputa fra i due soggetti che guidano il ciclismo italiano e che, anziché collaborare come in una madison, preferiscono scattarsi in faccia: la Federazione ciclistica italiana e la Lega del ciclismo professionistico.

Nel nome della sicurezza, entrambe hanno lavorato a una proposta di riforma del Codice della strada. La prima lo ha fatto valendosi del contributo di esperienza di Federico Balconi e della sua Zerosbatti. La seconda con il supporto degli ex campioni di cui si è circondato il presidente Pella. 

Giro d'Onore 2024, Milano, Cordiano Dagnoni
«La nostra priorità – ha detto il presidente FCI Dagnoni – è ridurre drasticamente gli incidenti che coinvolgono chi va in bicicletta. E’ una battaglia di civiltà»
Giro d'Onore 2024, Milano, Cordiano Dagnoni
«La nostra priorità – ha detto il presidente FCI Dagnoni – è ridurre drasticamente gli incidenti che coinvolgono chi va in bicicletta. E’ una battaglia di civiltà»

FCI: fra obblighi e divieti

Uno dei punti di partenza nell’impianto della FCI in tema di sicurezza è quello di dotare le strade di una cartellonistica che indichi la presenza di ciclisti e il rispetto a loro dovuto. La serie di indicazioni successive è frutto di buon senso ed esperienza.

I velocipedi possono percorrere la strada purché dotati delle luci anteriori e posteriori, che di giorno devono essere accese sempre ad intermittenza. Da mezz’ora prima del tramonto e fino a mezz’ora prima del sorgere del sole la luminosità deve essere fissa. Casco obbligatorio per tutti coloro che percorrono strade aperte al traffico: obbligatorio fino a 14 anni anche su piste ciclabili.

Divieto di sorpasso se non è possibile rispettare la distanza di 1,5 metri fra auto e bici. Divieto di sorpasso nelle zone 30. Divieto di sorpasso con presenza di ciclisti che percorrono la carreggiata opposta. Divieto di sorpasso a velocità superiore a quella di percorrenza della strada, ridotta di 20-30 chilometri orari (fanno eccezione le strade con limite di 50 orari, nelle quali è considerato valido tale limite). Durante il sorpasso il veicolo deve mantenere la distanza di sicurezza dal velocipede.

E’ consentito ai velocipedi la percorrenza parallela in coppia per aumentarne la visibilità. La percorrenza delle strade vede la possibilità di utilizzo di auto al seguito con funzione di assistenza nel pieno rispetto delle norme del Codice della Strada (ad ora infatti un’ammiraglia che segua un gruppo di ciclisti è passibile di sanzione).

Fra le richieste della FCI in tema sicurezza, la previsione di bike lane ovunque sia possibile, purché non inferiori agli 80 cm (depositphotos.com)
Fra le richieste della FCI, la previsione di bike lane ovunque sia possibile, purché non inferiori agli 80 cm di larghezza (depositphotos.com)
Fra le richieste della FCI in tema sicurezza, la previsione di bike lane ovunque sia possibile, purché non inferiori agli 80 cm (depositphotos.com)
Fra le richieste della FCI, la previsione di bike lane ovunque sia possibile, purché non inferiori agli 80 cm di larghezza (depositphotos.com)

Bike lane e motostaffette

Andando oltre e in riferimento al Codice della Strada, la Federazione chiede l’obbligo di realizzazione, in occasione del rifacimento delle strade o della costruzione di nuove, di spazi di ciclabili delimitati da strisce (come le bike lane in Trentino). Tali spazi ricavati dalla sede stradale, volendo raggiungere l’obiettivo della sicurezza e non restare imbrigliati in tecnicismi, possono essere realizzati al di fuori delle dimensioni previste per le piste ciclabili, ma non possono essere larghe meno di 80 cm-1 metro.

Tenendo un occhio alle gare, la Federazione propone anche la modifica dell’articolo 12 del Codice della Strada, quello che stabilisce quali sono i soggetti preposti a far rispettare l’ordine sulle strade. Si propone che le scorte tecniche, opportunamente formate, siano autorizzate a operare nell’ambito della gara in relazione a necessità strettamente funzionali e aggiuntive per la sicurezza. Se una motostaffetta impone a un’auto esterna alla corsa di fermarsi, quella si deve fermare: oggi spesso non accade.

Tra le proposte della FCI c'è l'obbligo di dotazioni per guadagnare in visibilità negli angoli morti (depositphotos.com)
Tra le proposte della FCI c’è anche l’obbligo di dotazioni per guadagnare sicurezza negli angoli morti dei mezzi pesanti (depositphotos.com)
Tra le proposte della FCI c'è l'obbligo di dotazioni per guadagnare in visibilità negli angoli morti (depositphotos.com)
Tra le proposte della FCI c’è anche l’obbligo di dotazioni per guadagnare sicurezza negli angoli morti dei mezzi pesanti (depositphotos.com)

Dispositivi di sicurezza

Infine, ugualmente restando fra le proposte della FCI, viene rivolto uno sguardo alle dotazioni degli automezzi, affinché non si senta più dire che il conducente non avesse visto la vittima.

Si chiede pertanto l’obbligo per i camion, autoarticolati, pullman, furgoni e per tutti i mezzi di lunghezza superiore a 5,5 metri di strumenti di rilevamento di velocipedi e pedoni sui lati, dietro e negli angoli morti. Si chiede anche che tali veicoli siano dotati di protezioni per gli spigoli e gli angoli che possano risultare pericolosi in caso di impatto.

Infine, la richiesta della FCI è che a partire dal 2028 tutti i nuovi veicoli a motore a tre o quattro ruote siano dotati di strumenti di rilevamento dei pedoni e dei velocipedi e prevedere l’adozione di sistemi automatici di frenata o correzione della guida che dovranno essere oggetto di omologazione da parte del Ministero.

Ferma restando la necessità che i ciclisti osservino le regole della strada e non si rendano protagonisti di manovre incaute, come le improvvise variazioni di linea quando ci si mette a leggere nel cellulare o a farsi una foto, quella della FCI suona come una proposta sensata e potenzialmente molto utile.

Roberto Pella ha fatto gli onori di casa: la Lega Ciclismo con lui ha cambiato marcia
Roberto Pella, presidente della Lega ciclismo, ha presentato una proposta di legge sulla sicurezza dei ciclisti il 30 giugno 2025
Roberto Pella ha fatto gli onori di casa: la Lega Ciclismo con lui ha cambiato marcia
Roberto Pella, presidente della Lega ciclismo, ha presentato una proposta di legge sulla sicurezza dei ciclisti il 30 giugno 2025

Lega, scorta e numero di telaio

E la Lega? Il presidente Pella ha già presentato una proposta di legge assieme ai deputati Deidda, Maccanti, Caroppo, Tirelli, Raimondo, Barbagallo, Iaria, Pastorella, Pastorino, Gadda e Manes.

In modifica all’articolo 9 del Codice della strada, che regolamenta lo svolgimento delle gare su strada, la proposta prevede la presenza di una scorta che possa garantire la sicurezza degli atleti in allenamento su strade aperte al traffico.

In modifica all’articolo 50 del Codice della strada, che descrive le caratteristiche dei velocipedi, si propone che dal primo gennaio 2026 essi siano dotati di un numero di identificazione sul telaio, annotato presso i registri della Direzione generale per la motorizzazione, con riferimento alle generalità dell’acquirente e degli eventuali successivi proprietari.

La luce latrale si nota tantissimo all'imbrunire
Anche fra le prescrizioni della proposta della Lega c’è l’utilizzo di luci anteriori e posteriori
Anche fra le prescrizioni della proposta della Lega c’è l’utilizzo di luci anteriori e posteriori

Doppia fila, casco e luci

Una seconda parte interviene sulla circolazione, prevista dall’articolo 182 del Codice della strada. Si propone che se la strada è larga abbastanza da consentire il sorpasso nel rispetto della distanza di 1,5 metri fra veicolo e bicicletta, i ciclisti possono procedere anche affiancati, in numero non superiore a due e in gruppi non superiori alle 10 unità.

Si richiede inoltre che i ciclisti che utilizzano pedali a sgancio siano obbligati a fare uso di un casco omologato, obbligatorio invece a prescindere per i minori di 14 anni. Inoltre deve essere sempre obbligatorio tenere accesa una luce di colore rosso – continua o intermittente – nella parte posteriore della bicicletta e una bianca nella parte anteriore.

Infine, si richiede che nelle prove di esame per il rilascio delle patenti di guida vengano inserita la conoscenza delle regole conduzione dei velocipedi, degli obblighi degli altri utenti della strada verso questi e verso le segnalazioni imposte dai soggetti abilitati al servizio di scorta tecnica.

La FCI ha anche l’obbligo di garantire la sicurezza in corsa. La morte di Iannelli e le sue cause meritano più considerazione (foto La Provincia Pavese)
La FCI ha anche l’obbligo di garantire la sicurezza in corsa. La morte di Iannelli e le sue cause meritano più considerazione (foto La Provincia Pavese)

Il lavoro condiviso

Perché due impianti diversi, se l’obiettivo è lo stesso? Lo scopo è risolvere il problema oppure suonare per primi la campanella? Pensiamo che ci sia un solo modo per fare le cose nel modo giusto e passa per il rispetto dei ruoli.

A nostro avviso, nonostante le criticità che annotiamo e che continueremo ad annotare, la titolarità per questo genere di proposte appartiene alla Federazione ciclistica italiana. Anche se questa alla serie di proposte dovrebbe aggiungere quella della sicurezza in gara: la morte di Giovanni Iannelli è stata archiviata con troppa disinvoltura. Si diventa credibili accertando le responsabilità in sede giudiziale e non imponendo l’oblio sperando che si smetta di parlarne.

La Lega può e deve collaborare, senza lanciarsi in fughe estemporanee. L’onorevole Pella potrebbe essere il portavoce di un lavoro condiviso, invece preferisce spesso recitare da solista. Peccato che nel frattempo i ciclisti continuino a morire e a chi li uccide – automobilisti, organizzatori e giudici – si consentano scappatoie al limite dell’indecenza.

Clasica de Almeria 2026, Federica Venturelli

Venturelli ad Almeria, volata di forza e buona la prima

23.02.2026
4 min
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Federica Venturelli non vinceva una corsa in linea dal 2024, quando si aggiudicò il Giro del Mediterraneo in Rosa, conquistando due tappe. Se poi vogliamo trovare l’ultima vittoria di una corsa in linea, allora bisogna risalire fino al 2023, quando vinse il campionato italiano juniores, battendo Eleonora La Bella. Per questo fa notizia la vittoria di ieri nella Clasica de Almeria, alla prima gara di stagione su strada, regolando nel finale le sei compagne sopravvissute alla selezione del finale.

«Sono molto contenta – ha detto subito dopo – è la prima gara della mia stagione, quindi iniziare in questo modo è sicuramente molto bello, soddisfacente. E’ stato tutto grazie alle mie compagne di squadra, che hanno fatto una gara fantastica e mi hanno permesso di concludere in questo modo. Diciamo che non sono arrivata a questa gara al massimo della forma, ho avuto qualche piccolo problema fisico nelle ultime due settimane, al ginocchio e alla schiena, però spero si possano risolvere alla svelta. Per questo vincere mi dà molta motivazione».

Una squadra fortissima

Fin qui la sua stagione si era concentrata sugli europei della pista a Konya, conclusi con l’argento nell’inseguimento individuale e il bronzo in quello a squadre e la madison in coppia con Elisa Balsamo, di cui vi abbiamo raccontato pochi giorni fa. E volendo così dare un riscontro immediato a Villa che ci ha detto di aspettarsi da lei dei buoni risultati anche su strada, Venturelli si è presentata ad Almeria con motivazioni al massimo. Sempre calma, anche quando Espinola Agua Martin sembrava imprendibile con il suo minuto di vantaggio ed è stata riacciuffata all’ingresso nell’ultimo chilometro grazie a un’azione di sei atlete dalla testa nel gruppo.

«Ero molto tranquilla – ha commentato Venturelli – perché sapevo che le mie compagne erano molto forti. Potevano sia giocarsi le loro carte e fare una mossa per cercare di recuperare la fuga e vincere, oppure concentrarsi sullo sprint e aiutare me. Alla fine, visto che il distacco era così alto, abbiamo preso questa decisione dopo aver provato qualche volta. Ero super tranquilla, perché sapevo che le mie compagne avrebbero dato tutto per aiutarmi alla fine. Sono ragazze fortissime e essere in una squadra così mi dà davvero tanta calma. Se una non è al top, le altre possono prendere il suo posto o assumersi un ruolo importante nella gara e questo aiuta tanto mentalmente quando ci sono delle difficoltà».

Sul podio di Tabernas, oltre  Venturelli, seconda è arrivata Arlenis Sierra e poi Liechte
Sul podio di Tabernas, oltre Venturelli, seconda è arrivata Arlenis Sierra e poi Liechte
Sul podio di Tabernas, oltre  Venturelli, seconda è arrivata Arlenis Sierra e poi Liechte
Sul podio di Tabernas, oltre Venturelli, seconda è arrivata Arlenis Sierra e poi Liechte

Fra esperienza e vittorie

La prossima tappa della sua stagione appena iniziata, sarà la Omloop Nieuwsblad, corsa dei muri in salsa fiamminga, ed è un gran bell’andare arrivarci con una vittoria nelle gambe. Anche se quel giorno forse ci saranno da aiutare Longo Borghini e Persico, una Venturelli in questo spolvero sarà un’altra freccia appuntita per il UAE Team Adq.

«Questo successo è molto importante – ha confermato Venturelli – perché l’ultima volta che ho vinto una gara in linea su strada era due anni fa. Adesso sono nel WorldTour e inizierò a correre gare importanti, però anche farne alcune di livello inferiore e continuare a vincere o comunque fare il risultato (la Clasica de Almeria è una gara di categoria 1.Pro, ndr) mi aiuta a credere in me stessa e non solo ad aiutare le altre. Questa sarà una stagione per fare esperienza. Avrò sicuramente tanto da imparare dalle mie compagne nelle gare importanti, ma so che sono nel migliore ambiente per farlo e quindi sono molto rilassata».

Luca Cretti, Orlando Maini, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, Vuelta Andalucia 2026

Maini riparte dall’Andalucia: «Un’emozione che mi era mancata»

22.02.2026
6 min
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Orlando Maini è uno dei volti nuovi della MBH Bank-Csb-Telecom Fort, il diesse bolognese è tornato in ammiraglia dopo alcune stagioni vissute ai margini. Antonio Bevilacqua lo ha voluto fortemente all’interno dello staff del suo team e Maini, che del ciclismo è innamorato, non ha resistito al richiamo delle corse. In questi giorni si trova, insieme al collega Davide Martinelli, alla Vuelta Andalucia. In Spagna, nella prima tappa corsa mercoledì 18 febbraio, è arrivato un sesto posto con Nicolò Buratti. Maini, che abbiamo raggiunto telefonicamente al termine di questa prima giornata di corsa, si è detto soddisfatto. 

«I ragazzi durante l’inverno – ci dice mentre si dirige verso l’hotel – hanno lavorato bene insieme al nostro preparatore Dario Giovine. Stiamo raccogliendo i frutti di questo lavoro, trovando anche risultati interessanti. Il salto di categoria (passare da continental a professional, ndr) mette la squadra davanti a nuove esperienze stimolanti. La bravura della MBH Bank, data da chi c’era prima, è di aver costruito un team eccellente».

Vuelta Andalucia 2026, prima tappa, Nicolò Buratti, MBH Bank-Cab-Telecom Fort
Maini è tornato in corsa alla Vuelta Andalucia, dove nella prima tappa Buratti ha trovato un buon sesto posto
Vuelta Andalucia 2026, prima tappa, Nicolò Buratti, MBH Bank-Cab-Telecom Fort
Maini è tornato in corsa alla Vuelta Andalucia, dove nella prima tappa Buratti ha trovato un buon sesto posto
Emozionato per questo ritorno in ammiraglia?

Ho sempre detto che per me questo più che un lavoro è una malattia sportiva, ho avuto la fortuna di essere accanto a dei signori campioni e mi piace pensare di poter portare la mia esperienza in questa nuova avventura. 

Hai già trovato un feeling con i tuoi nuovi atleti?

Mi sono trovato subito bene, purtroppo per loro vedono un vecchio (ride, ndr) ma battute a parte sono qui per aiutare e mettermi a loro disposizione. In tanti anni in ammiraglia ho imparato che l’ascolto e il confronto sono fondamentali. Non sono solamente i ragazzi a dover ascoltare, anche io devo farlo. Nel ciclismo non è importante che tu sia giovane o vecchio, la cosa fondamentale è saper ascoltare. 

Presentazione MBH Bank-Csb-Telecom Fort, Budapest, Museo Etnografico (foto Think Bold)
Orlando Maini, a destra, è entrato a far parte dello staff della MBH Bank-Csb-Telecom Fort dal 2026 (foto Think Bold)
Che impressione hai avuto in questa nuova avventura?

Ho visto un ciclismo cambiato, questi ragazzi devono essere sempre nella loro miglior condizione quando vanno in gara. E questo comporta una marea di sacrifici, ora anche di più rispetto al passato. Ogni stagione che passa tutto diventa più mirato, è giusto così. Detto questo torniamo a parlare di figure come quella di Dario Giovine che diventano sempre più importanti. 

Come ti sei inserito in questa nuova realtà?

La MBH Bank-Csb-Telecom Fort è una squadra strutturata con ottime figure: Valoti, Martinelli, Miozzo, Zamparella, ma anche Rossella e Giuseppe Di Leo, senza dimenticare Antonio Bevilacqua. Io sono nuovo, e come tale sto cercando di inserirmi nel modo migliore in questa struttura.

Vuelta Andalucia 2026, seconda tappa, Alessandro Fancellu, MBH Bank-Cab-Telecom Fort
Intanto la Vuelta Andalucia prosegue e nella seconda tappa è arrivato un altro sesto posto, questa volta con Fancellu
Vuelta Andalucia 2026, seconda tappa, Alessandro Fancellu, MBH Bank-Cab-Telecom Fort
Intanto la Vuelta Andalucia prosegue e nella seconda tappa è arrivato un altro sesto posto, questa volta con Fancellu
Hai trovato il modo?

Io mi definisco poco dedito al computer e tanto all’umore. Il ciclismo è cambiato ma rimango saldo alle mie anziane abitudini. Lo staff del team è formato da un giusto mix di persone ed esperienza, che attraversano tanti decenni del ciclismo. Ora il computer e l’analisi dei dati sono fondamentali, ma io credo ancora in certi valori umani, come un giro per le stanze la sera per parlare con i ragazzi. 

Anche durante i due giorni di presentazione in Ungheria ti abbiamo visto spesso a colloquio con i ragazzi…

Questa squadra è forte di un gruppo di atleti davvero di livello. Non sto parlando dei nuovi fenomeni, ma di ragazzi che possono ritagliarsi uno spazio nel mondo del ciclismo professionistico

Come hanno reagito i ragazzi a questo tuo approccio “umorale”?

Il ciclismo è uno sport in cui la fatica è uguale per tutti, bisogna fare una vita adeguata e nei decenni ci sono regole che non cambieranno mai. La bici non perdona, quindi la serietà dell’atleta è determinante. Tuttavia non bisogna caricare eccessivamente i corridori, sono uno che quando lo si può fare usa la battuta. Creare un clima più disteso, a volte, aiuta. 

Alessandro Verre, MBH Bank-Cab-Telecom Fort, Tour de la Provence 2026
Alessandro Verre è uno dei profili da seguire in questa stagione, un diesse come Maini può aiutarlo a tirare fuori il massimo dalle sue potenzialità
Alessandro Verre, MBH Bank-Cab-Telecom Fort, Tour de la Provence 2026
Alessandro Verre è uno dei profili da seguire in questa stagione, un diesse come Maini può aiutarlo a tirare fuori il massimo dalle sue potenzialità
In un mondo sempre più difficile ed esigente…

Cerco sempre di trasmettere qualcosa a questi ragazzi, ho avuto la fortuna di fare della mia passione il mio lavoro per quarant’anni. Ma non mi sono mai sentito un sapiente, voglio ascoltare anche quello che i ragazzi hanno da dire, le loro emozioni e considerazioni sono importanti. Non è facile per un ragazzo correre in bici. 

Quale aspetto credi sia importante evidenziare?

I primi a crederci devono essere i ragazzi, vanno convinti. Ora sono avvantaggiati e appoggiati dai numeri, ma questi sono un contorno del tutto. Il ciclismo adesso è cambiato, così come l’approccio alle corse. Comandano i punti e i piazzamenti, se metti tre corridori nei primi dieci senza vincere hai fatto comunque un’ottima gara. Si corre meno per vincere, ma i ragazzi sanno qual è il valore di un primo posto. 

Orlando Maini, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, Vuelta Andalucia 2026
Orlando Maini è tornato stabilmente in ammiraglia con la MBH Bank-Csb-Telecom Fort che da quest’anno l’ha voluto fortemente nel suo staff
Orlando Maini, MBH Bank-Csb-Telecom Fort, Vuelta Andalucia 2026
Orlando Maini è tornato stabilmente in ammiraglia con la MBH Bank-Csb-Telecom Fort che da quest’anno l’ha voluto fortemente nel suo staff
Com’è stato risalire in macchina e tornare in corsa?

Bellissimo, dormire poco la notte pensando alle tattiche di gara e a come affrontare la corsa è qualcosa di indescrivibile per me. Ho avuto una carriera lunga e devo esserne soddisfatto, soprattutto ora che posso andare avanti grazie al supporto della mia famiglia. 

Perdonaci la domanda, ma in Spagna sei con Davide Martinelli, il diesse più giovane e quello più esperto del team…

Sono tanto legato a Davide, “Martino” (Giuseppe Martinelli e padre di Davide, ndr) ed io abbiamo passato una vita insieme tra bici e ammiraglia. I suoi figli, Davide e Francesca, sono come nipoti per me. Essere in gara accanto a Davide Martinelli è spettacolare, ci ascoltiamo e supportiamo. Lui è avvantaggiato con l’inglese, io invece me la cavo con lo spagnolo e il francese. Davide e la sua generazione sono il nuovo che avanza e cui va dato spazio. Io sono felice di essere qui e dirò sempre grazie alla dirigenza e al team MBH Bank-Csb. Mi era mancato tutto questo