Sparfel è pronto per esordire, pensando a quei 19”

Sparfel pronto per la strada, ma i 19” di Hulst bruciano ancora

01.03.2026
6 min
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Ci vorrà ancora qualche giorno per rivedere Aubin Sparfel (in apertura, foto Jolypics) in gara, per assistere al suo esordio su strada. Probabilmente alla Parigi-Roubaix per U23 del 12 aprile e la scelta non è casuale, considerando che parliamo, oltre che di uno stradista, di un ciclocrossista sopraffino, protagonista per tutto l’anno anche se il finale di stagione gli ha regalato lo smacco di un titolo mondiale di categoria sfuggito per soli 19”.

Sparfel in Italia è ben conosciuto, anche perché è da anni che è l’antitesi di Stefano Viezzi: rivali da juniores, con il friulano che lo vide trionfare nella sua Pontchateau agli europei 2023 per restituirgli la pariglia ai mondiali di Tabor. Rivali anche nella categoria superiore dove il ruolino di marcia privilegia il transalpino, anche per qualche colpo di sfortuna di troppo per l’alfiere dell’Alpecin. Ma il diciannovenne di Epinal è anche un ottimo stradista e lo ha già dimostrato lo scorso anno, tanto che non se la sente di dire quale delle due specialità preferisce.

Nel ciclocross Sparfel ha chiuso con 7 vittorie stagionali. Ora si prepara alla stagione su strada nel devo team Decathlon
Nel ciclocross Sparfel ha chiuso con 7 vittorie stagionali. Ora si prepara alla stagione su strada nel devo team Decathlon
Nel ciclocross Sparfel ha chiuso con 7 vittorie stagionali. Ora si prepara alla stagione su strada nel devo team Decathlon
Nel ciclocross Sparfel ha chiuso con 7 vittorie stagionali. Ora si prepara alla stagione su strada nel devo team Decathlon

«Ho sempre praticato entrambe le discipline – racconta dalla sua casa nel dipartimento dei Vosgi – ciclocross in inverno e ciclismo su strada in estate sin dagli inizi. Non mi sento di preferire l’una all’altra, le ritengo completamente complementari».

Qual è stata la vittoria che ti ha dato più soddisfazione e la maggior delusione vissuta nella stagione di ciclocross?

Penso che la mia migliore vittoria di questa stagione sia stata a Flamanville, nella prova di Coppa del mondo battendo Corsus (BEL) e Viezzi, è stata la prima nel circuito, per me ha un valore particolare anche se poi ne sono arrivate altre. La delusione, beh è facile arguirlo, l’esito finale del mondiale di Hulst.

La vittoria di Sparfel a Flamanville, davanti al pubblico amico. Replicherà il successo a Hoogerheide (foto SportPic Agency)
La vittoria di Sparfel a Flamanville, davanti al pubblico amico. Replicherà il successo a Hoogerheide (foto SportPic Agency)
La vittoria di Sparfel a Flamanville, davanti al pubblico amico. Replicherà il successo a Hoogerheide (foto SportPic Agency)
La vittoria di Sparfel a Flamanville, davanti al pubblico amico. Replicherà il successo a Hoogerheide (foto SportPic Agency)
Il mondiale perso per 19” lo vedi in maniera comunque positiva?

Penso di sì, è vero che ho avuto un problema meccanico, ma non è stato poi così grave da influire sull’esito finale. Certamente non sono stato troppo fortunato, ma è stata una gara dura dove ogni aspetto contava. E’ stato un peccato, ma dovevo dimostrare di essere in buona forma e diciamo che mi ha dato una nuova spinta per la stagione su strada.

Ti consideri più un corridore da classiche o da corse a tappe?

Non credo di riuscire ancora a definirmi davvero. Mi piacciono le corse a tappe, ma mi piacciono anche le classiche, quindi scoprirò i miei punti di forza a poco a poco. D’altro canto, ormai è una distinzione che nel ciclismo attuale sta venendo meno: se vai forte, vai forte dappertutto.

Il podio del mondiale vinto dal belga Dockx, un argento dal retrogusto amaro per Sparfel
Il podio del mondiale vinto dal belga Dockx, un argento dal retrogusto amaro per Sparfel
Il podio del mondiale vinto dal belga Dockx, un argento dal retrogusto amaro per Sparfel
Il podio del mondiale vinto dal belga Dockx, un argento dal retrogusto amaro per Sparfel
Hai vinto la classifica a punti al Giro Next Gen, era uno dei tuoi obiettivi l’anno scorso?

Sì, certo. Prima della partenza, pensavo che sarebbe stato fantastico vincere una maglia, competere per un risultato complessivo. Quel trofeo dimostra innanzitutto costanza nelle tappe, quindi penso che sia stata una cosa grandiosa e una grande opportunità. Sono riuscito a essere presente negli sprint intermedi, ma anche negli arrivi di tappa, dove ho ottenuto alcuni piazzamenti nella top 10. Un bilancio positivo, anche se in classifica sono finito a oltre mezz’ora da Ormzel.

In quale disciplina preferisci eccellere e in quale pensi sia più difficile distinguersi tra le due?

Penso di apprezzare il ciclismo su strada tanto quanto il ciclocross. E’ chiaro che il ciclismo su strada è più riconosciuto, a livello internazionale, e dà maggiori opportunità ma trovo che nel ciclocross ci siano più possibilità per farsi notare perché è uno sport più individuale.

Lo scorso anno Sparfel ha colto 4 vittorie in 38 giorni di gara, ultima quella al Tour Alsace (foto Joubert)
Lo scorso anno Sparfel ha colto 4 vittorie in 38 giorni di gara, ultima quella al Tour Alsace (foto Joubert)
Lo scorso anno Sparfel ha colto 4 vittorie in 38 giorni di gara, ultima quella al Tour Alsace (foto Joubert)
Lo scorso anno Sparfel ha colto 4 vittorie in 38 giorni di gara, ultima quella al Tour Alsace (foto Joubert)
Il tuo team, la Decathlon CMA CGM, è favorevole alla doppia attività?

Sì, mi supporta in entrambe le discipline. Questo mi dà molta fiducia per questa fase di crescita, mi sento approvato e seguito lungo tutti i dodici mesi, in una disciplina come nell’altra, oltretutto con uno standard molto alto. Quindi è fantastico per me.

Anche i tuoi fratelli corrono su strada: ti alleni spesso con loro (Louis, più grande di tre anni, è nel Team Marni-N’side, Batiste di 17 anni è al CC Etupes Junior, la giovanissima Anaelle è nell’Entente Cycliste Thaonnaise)?

Sì, tra l’altro anche loro abbinano ciclismo su strada e ciclocross, quindi ho l’opportunità di allenarmi un po’ con loro quando si può, quando sono a casa e abbiamo programmi compatibili. Potersi allenare insieme è sempre molto piacevole, poter condividere quelle emozioni che la bici sempre ti dà.

Da sinistra Batiste, Louis, Anaelle e Aubin, ognuno con la divisa del proprio club. Una famiglia di ciclisti promettenti
Da sinistra Batiste, Louis, Anaelle e Aubin, ognuno con la divisa del proprio club. Una famiglia di ciclisti promettenti
Aubin insieme a Louis e Anaelle. Manca Batiste, quarto componente di una famiglia di ciclisti
Sai che in Italia ci sono purtroppo molti incidenti mortali sulle strade che coinvolgono i ciclisti. Le strade nella tua zona, dove ti alleni, sono abbastanza sicure o molto trafficate?

So di quanti rischi si corrono, in Italia e non solo. Devo dire che nella mia regione non ci sono molte persone sulle strade, quindi è piuttosto bello potersi allenare. Oltretutto si tratta di paesaggi incantevoli e spesso capita di trovare altri ciclisti che si allenano, ma anche gente che gira sulle sue ruote, magari venendo dall’estero.

Quali sono le tue aspettative per la nuova stagione?

Spero di andare forte su strada e confermare quanto fatto l’anno scorso. E’ vero che ho fatto bene nel mio primo anno da under 23 e questo ha alzato notevolmente le aspettative, quindi spero di fare altrettanto e vincere molte gare.

All'ultimo Giro Next Gen, Sparfel ha conquistato la maglia rossa della classifica a punti e vuole ripetersi (foto Marie Vaning)
All’ultimo Giro Next Gen, Sparfel ha conquistato la maglia rossa della classifica a punti e vuole ripetersi (foto Marie Vaning)
All'ultimo Giro Next Gen, Sparfel ha conquistato la maglia rossa della classifica a punti e vuole ripetersi (foto Marie Vaning)
All’ultimo Giro Next Gen, Sparfel ha conquistato la maglia rossa della classifica a punti e vuole ripetersi (foto Marie Vaning)
Filippo Grigolini si unirà alla tua squadra, nella sua parte juniores quest’anno. Tu lo hai visto spesso durante la stagione del ciclocross, che consiglio puoi dargli in vista di questo passaggio così importante?

Penso che si sia già integrato bene nella squadra da quel che ho potuto vedere, quindi non ci sono molti consigli necessari. Credo che si adatterà bene al gruppo e che questo gli permetterà di crescere bene e di essere ancora migliore di quanto non fosse già, da quello che ho visto in questa stagione sui prati. E magari potrà seguire le mie orme anche su strada…

UAE Tour 2026, Mattia Gaffuri, 6a tappa, Jebel Hafeet, fuga

Il sogno si è avverato, ma ora Gaffuri si rimbocca le maniche

01.03.2026
7 min
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Tutto un inverno e poi sette giorni di gara al UAE Tour sono bastati a Mattia Gaffuri per capire che ci sarà tanto da fare, ma non è certo il lavoro a fargli paura. La favola del corridore di Erba, 26 anni, è giunta al livello più alto. Dopo i tre anni al VC Mendrisio, i due allo Swatt Club, il secondo posto alla Zwift Academy e gli svariati tentativi di farsi ascoltare dal mondo del professionismo, culminati con lo stage al Team Polti dello scorso anno, l’approdo al Team Picnic PostNL è la grande occasione: il punto di partenza che aspettava.

«C’è tanta strada da fare e ancora tanto da imparare – ammette Gaffuri prima di uscire per l’ennesimo allenamento che lo riporterà in corsa alla Strade Bianche – però il UAE Tour è stato una buona prima esperienza. Chiaramente rispetto allo scorso anno, devo stare maggiormente a quello che mi chiede la squadra e fare ad esempio da supporto ai velocisti, però direi che nel complesso è stata sicuramente un’esperienza utile».

Mattia Gaffuri, classe 1999, è alto 1,84 e pesa 76 chili. E' pro' da quest'anno dopo lo stage 2025 con la Polti
Mattia Gaffuri, classe 1999, è alto 1,84 e pesa 76 chili. E’ pro’ da quest’anno Al team Picnic PostNL, dopo lo stage 2025 con la Polti
Mattia Gaffuri, classe 1999, è alto 1,84 e pesa 76 chili. E' pro' da quest'anno Al team Picnic PostNL, dopo lo stage 2025 con la Polti
Mattia Gaffuri, classe 1999, è alto 1,84 e pesa 76 chili. E’ pro’ da quest’anno Al team Picnic PostNL, dopo lo stage 2025 con la Polti
A un certo punto, negli ultimi due anni, il mondo dei social e dei tifosi ha iniziato a spingere perché Gaffuri avesse una chance nel professionismo. Ora che ci sei dentro, ti aspettavi che fosse così?

Sicuramente avevo più o meno idea di quale fosse il livello necessario per starci – ragiona Gaffuri – e quello penso di averlo raggiunto. Un altro discorso invece è riuscire a fare il risultato, comunque a primeggiare. Per questo sicuramente ci sono altri step da fare. Però per il momento il fatto di riuscire a starci dentro, di partecipare, andare in fuga o comunque riuscire a dare una mano nei finali è tanto di guadagnato rispetto a quello che si diceva qualche anno fa.

Il primo impatto l’hai avuto lo scorso anno con il Team Polti, cambia molto ritrovarsi a livello WorldTour?

Direi che a livello di struttura della squadra, di sicuro qui c’è una quantità di personale enorme e di riflesso si possono curare meglio i dettagli. A livello di organizzazione comunque la Polti era già una realtà molto avanzata e organizzata, quindi da quel punto di vista lì non ho visto una grandissima differenza. 

Come ti trovi invece con la mentalità olandese?

Ci sono dei pro e dei contro, come avevo anche immaginato prima di firmare. Sicuramente c’è meno calore, è una dimensione forse più “professionale” rispetto alla Polti. Però ci sono anche degli aspetti positivi come appunto l’organizzazione, la mentalità in gara e il fatto di cercare sempre di imparare qualcosa. Non si va mai a una gara senza un obiettivo, anche se non è una giornata adatta alle tue caratteristiche. C’è sempre qualcosa da fare, quindi per la crescita personale vedo solo ricadute positive.

Prima del UAE Tour, blocco di lavoro sul Teide. Qui Gaffuri (a destra) con Poole, Martinez e Leemreize (immagine Team PicNic PostNL)
Prima del UAE Tour, blocco di lavoro sul Teide. Qui Gaffuri (a destra) con Poole, Martinez e Leemreize (immagine Team PicNic PostNL)
Prima del UAE Tour, blocco di lavoro sul Teide. Qui Gaffuri (a destra) con Poole, Martinez e Leemreize (immagine Team PicNic PostNL)
Prima del UAE Tour, blocco di lavoro sul Teide. Qui Gaffuri (a destra) con Poole, Martinez e Leemreize (immagine Team PicNic PostNL)
Oltre a correre, negli ultimi anni abbiamo conosciuto anche il Gaffuri preparatore: il fatto di avere questa formazione ti avvantaggia nell’inserimento?

Penso che sia sicuramente importante, perché mi permette di avere una visione d’insieme di quello che è necessario. Ad esempio nel rapporto con le figure professionali come il preparatore e il nutrizionista. So quali domande fare, quali aspetti sono più o meno importanti. Però la struttura di queste squadre è fatta in modo da dare un supporto completo anche a chi non ha alcuna formazione. C’è chi si prende cura di ogni aspetto e non ci sono cose lasciate al caso per cui si abbia necessità di fare da soli, come ad esempio mi capitava l’anno scorso.

E da preparatore ti rendi conto che il tuo modo di lavorare è cambiato?

Ci sono sicuramente delle differenze, anche di filosofia. Per esempio sulla quantità di alta intensità e anche il volume, che sono un po’ diversi rispetto a quello che avrei impostato da solo, però in linea di massima il sistema è lo stesso. Tra l’altro il grosso della preparazione è stato fatto, da adesso in poi si gareggia in continuazione e quando si fanno le corse a tappe lo stimolo allenante è talmente grande, che poi a casa devi principalmente recuperare. Quindi anche la filosofia della preparazione non è più così importante.

E’ stato difficile passare dal Gaffuri allenatore di se stesso al seguire i consigli di un altro?

Sicuramente non è facile. Soprattutto non è facile staccare la parte critica continua che devi avere quando ti alleni da solo, perché sei sempre in dubbio su tutto quello che fai. Invece quando hai un preparatore esterno, devi fidarti perché è l’unica cosa che puoi fare. E forse è la cosa migliore, per lavorare serenamente. Quindi forse questo aspetto è il più difficile, ma anche questa è una cosa che avevo messo in conto e che sto facendo.

Campionati europei gravel 2025, Avezzano, Mattia Gaffuri controlla l'inclinazione della sella
Campionati europei gravel 2025 ad Avezzano, maglia azzurra per Gaffuri (tricolore in carica) che chiuderà al quinto posto
Campionati europei gravel 2025, Avezzano, Mattia Gaffuri controlla l'inclinazione della sella
Campionati europei gravel 2025 ad Avezzano, maglia azzurra per Gaffuri (tricolore in carica) che chiuderà al quinto posto
Sei stato coinvolto nella scelta dei programmi?

Non più di tanto. Il programma è stato deciso quasi interamente dal team, però non posso certo lamentarmi, perché è di livello assoluto. Sono quasi tutte gare WorldTour e di sicuro questo è uno degli aspetti positivi del correre in una grande squadra. Si fa un calendario di gare importantissime e non è una squadra tanto strutturata per le classifiche generali, quindi potrei trovare qualche spazio. Pensando al futuro, se fra due o tre anni dovessi ritrovarmi competitivo, il fatto di aver già partecipato più volte a queste gare di sicuro sarà un plus. Se invece seguissi un calendario da professional, dovrei fare uno step ulteriore nel momento in cui fisicamente fossi effettivamente pronto.

C’è qualche gara del tuo calendario che ti intriga particolarmente?

In realtà finora il calendario è ufficiale solo fino alla Tirreno, poi dovrò vedere con la squadra. Però diciamo che c’è la possibilità di fare il Giro d’Italia. Nel caso fosse confermato, di sicuro quella sarebbe la gara principale: quella che sogniamo tutti da bambini.

C’è un Giro che ricordi particolarmente?

Sicuramente il primo vinto da Ivan Basso nel 2006 è stato la prima gara che ho seguito in televisione da tifoso, perché ero abbastanza grande da capire. Se devo individuare il momento in cui mi sono appassionato al ciclismo, quel Giro è stato il primo e poi da lì non ne ho più perso uno.

Gaffuri ha corso gli ultimi tre mesi del 2025 nella Polti VisitMalta emergendo nelle classiche di fine stagione
Gaffuri ha corso gli ultimi tre mesi del 2025 nella Polti VisitMalta emergendo nelle classiche di fine stagione
Gaffuri ha corso gli ultimi tre mesi del 2025 nella Polti VisitMalta emergendo nelle classiche di fine stagione
Gaffuri ha corso gli ultimi tre mesi del 2025 nella Polti VisitMalta emergendo nelle classiche di fine stagione
Quindi aver assaggiato il professionismo nella squadra di Ivan, il Team Polti, è stato la chiusura di un primo cerchio?

Sì, assolutamente. Ivan è stato fondamentale anche da un punto di vista psicologico, per darmi la motivazione ulteriore di provare a fare il professionista. Il fatto che questa spinta venisse da lui, che è stato sempre mio idolo, è stata una vera apoteosi.

Prossima gara la Strade Bianche?

Esatto, sì. In tutte queste corse, così come sarà poi con la Tirreno, non so tanto bene cosa aspettarmi, anche se è una corsa che sulla carta potrebbe essere adatta alle mie caratteristiche. Probabilmente avrò come compito quello di provare una fuga o di sacrificarmi nei primi chilometri. Di sicuro la squadra non sarà lì per proteggere me, perché giustamente ci sono capitani con più credenziali. Quindi cercherò di fare più esperienza possibile e in generale penso che sarà il modo in cui affronterò ogni corsa quest’anno e poi alla fine tireremo una riga e faremo un bilancio.

Che cosa ti preme capire soprattutto?

Quali sono le mie caratteristiche, i miei punti di forza, dove posso puntare a crescere come corridore, che poi è il discorso di tutti. Quando sei nelle categorie inferiori, se hai motore puoi andare bene su tutti i percorsi. Però poi quando entri nell’elite del professionismo, devi capire bene qual è il tuo spazio, perché non tutti possono fare classifica, non tutti possono fare le classiche, bisogna trovare la propria dimensione.

Nonostante sia anche un preparatore, Gaffuri ha dovuto affidarsi completamente alla struttura del team: il passo forse più complicato
Nonostante sia anche un preparatore, Gaffuri ha dovuto affidarsi completamente alla struttura del team: il passo forse più complicato
Nonostante sia anche un preparatore, Gaffuri ha dovuto affidarsi completamente alla struttura del team: il passo forse più complicato
Nonostante sia anche un preparatore, Gaffuri ha dovuto affidarsi completamente alla struttura del team: il passo forse più complicato
Dopo tanto correre e vincere nel gravel, fra titoli italiani e ottimi europei, la Strade Bianche magari potrà esserti amica?

C’è dell’affinità, ma la grossa differenza è che alla Strade Bianche la battaglia vera viene prima degli sterrati, per entrarci bene. Serve una diversa abilità, che sicuramente ancora non è il mio punto di forza. Probabilmente uno dei motivi per cui la squadra mi porterà è proprio quello di farmi lavorare su questi aspetti. Toccare con mano il nervosismo in gruppo in una classica di quel livello e cercare di iniziare ad apprendere il più possibile sin da subito.

Ultima domanda, poi ti lasciamo alla bici: per Gaffuri il professionismo è un nuovo lavoro appena iniziato oppure è un sogno che si è avverato?

Diciamo che sicuramente è un sogno che si è avverato, però penso che il segreto per affrontarlo al meglio sia viverlo come un lavoro. Quindi dare il massimo ogni giorno e cercare a ogni gara di spuntare le caselline dall’elenco delle cose da fare. Se si vuole essere competitivi, c’è tanto da imparare ed è giusto affrontarlo in modo analitico e razionale, sennò è facile lasciarsi trasportare. Qua vanno tutti forte, quindi bisogna analizzare quello che si può fare meglio e migliorare su ogni singolo aspetto.

Omloop 2026, Van der Poel

E’ già solo. VdP domina l’Omloop, apre il Nord e aspetta Pogacar

28.02.2026
6 min
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Tutto facile, tutto quasi secondo pronostico. O forse no. Alla fine una vittoria di Mathieu Van der Poel si poteva anche prevedere, ma certo non con questa superiorità, visto che c’era gente con già più di dieci giorni di gara nelle gambe. L’Omloop Nieuwsblad ha aperto la stagione delle classiche del Nord con il suo copione tradizionale: temperatura bassa, pioggia intermittente, pubblico assiepato e muri in rapida successione. E un campione: VdP.

L’attesa era alta e non ha deluso. Il Nord è iniziato e lo ha fatto alla grande con uno dei suoi protagonisti assoluti. Certo, mancava “quell’altro”, Pogacar, e tutto è sembrato più semplice del previsto. Ma le corse vanno fatte e concluse prima di poterle vincere. E questo, specie qui, non è mai scontato.

Dal piede a terra alla fuga

La corsa segue il canovaccio classico: fuga iniziale che non impensierisce troppo il gruppo. A circa 60 chilometri dall’arrivo, quando iniziano i muri in sequenza, si muove Kasper Asgreen. Da lì il ritmo si alza e, nel momento chiave, fa capolino Van der Poel.

E l’episodio decisivo arriva all’imbocco del Molenberg. Florian Vermeersch attacca. Rick Pluimers prova a seguirlo ma cade. VdP è incollato alla sua ruota. Anche lui è già in piega. Sterza all’interno, lo schiva. Sgancia il pedale e poggia il piede sull’asfalto. Vermeersch prosegue l’azione, ma nell’inquadratura successiva è già braccato dal capitano della Alpecin-Premier Tech, che risale feroce.

E infatti a fine gara l’olandese racconta: «Non so nemmeno io come abbia fatto a non cadere. Il corridore del Tudor Pro Cycling Team è caduto davanti a me e non sono riuscito a evitarlo. L’ho quasi investito. Ho perso il piede dal pedale, ma sono riuscito a riagganciarlo velocemente. Non ho visto cosa stava succedendo dietro, ma dev’essere stato il caos. In cima avevamo già un grande vantaggio. Quello è stato il momento decisivo».

La corsa, di fatto, finisce lì. Si apre immediatamente un gap consistente, costruito con un paio di trenate da oltre due minuti di potenza proprio di Van der Poel, nettamente il più generoso del drappello di testa.

Poi il pensiero per l’avversario: «Spero che le sue ferite (quelle di Pluimers, ndr) non siano troppo gravi». Il bollettino parla di due denti rotti.

Omloop 2026, Van der Poel
Molenberg, momento clou. Dietro la curva la caduta di Pluimers. Davanti Vermeersch scappa. Alle spalle spunta già VdP che poco prima aveva messo piede a terra
Omloop 2026, Van der Poel
Molenberg, momento clou. Dietro la curva la caduta di Pluimers. Davanti Vermeersch scappa. Alle spalle spunta già VdP che poco prima aveva messo piede a terra

Grammont umiliato?

I chilometri passano e tutto il Belgio, ma forse sarebbe meglio dire il popolo del ciclismo attende “il Muur” per eccellenza, il Grammont. Ma non c’è bisogno nemmeno del suo mitico tratto al 19 per cento. Già nella parte bassa Van der Poel scatta. Sembrava di rivedere Pogacar sul muro d’Huy alla Freccia Vallone dello scorso anno. Stavolta almeno sembra che il rivale della UAE Emirates, ed ex compagno, abbia avuto un problema al cambio. Mentre Tadej fece il vuoto senza intoppi altrui.

Sul Muur la pedalata di Van der Poel è quella di sempre, leggera ma potente, stabile sulla bici, come se per lui sotto le ruote non ci fosse il pavè, e tanti tanti watt che finiscono sulla catena della Canyon.
E’ stato disarmante vederlo salire sul Grammont, quasi umiliante per il Muur stesso. Ma questo è: prima gara dell’anno e prima vittoria per Mathieu Van Der Poel.

Le sue sensazioni erano buone già dal mattino: «Da qualche anno è sempre più difficile riprendere dopo il ciclocross. Ma avevo in mente la Omloop e per questa abbiamo lavorato. Oggi mi sentivo pronto e fresco».

Dalla Spagna a Van Avermaet

Fresco, parola affatto banale. Come ormai accade per i grandi campioni, il lavoro in altura o dal training camp precede direttamente l’esordio in gara. Lo abbiamo scritto giusto pochi giorni fa quando Almeida ha parlato del presunto vantaggio di Ayuso, appena sceso dall’altura.

Anche Van der Poel era in Spagna fino a 72 ore fa, forse qualcosa in più. Mentre due giorni fa è salito in Belgio e ha fatto la ricognizione del percorso. Tra l’altro in compagnia del campione olimpico di Rio 2016, Greg van Avermaet, ancora in ottima forma.

Ha provato tutti i muri, Grammont compreso. Il feeling era evidente, anche se le condizioni meteo erano ben diverse. Sole quel giorno, pioggia e pavè bagnato oggi. Colpisce, ancora una volta, la sua capacità di adattamento: guida fluida, affondo deciso anche sul bagnato. Tecnica pura.

«Non mi sono accorto del problema al cambio di Florian – ha detto VdP – cercavo di restare concentrato. Il pavé era molto scivoloso. Poi ho sentito mio padre gridare che avevo 15 secondi di vantaggio. È stato un momento chiave, perché non sapevo il distacco. Adoro correre sul Muur. Ho vinto gare fantastiche lì. Da quel punto in poi è andato tutto bene, anche grazie al vento favorevole».

Omloop 2026, Van der Poel
VdP conquista l’Omloop. Curiosità: era la sua prima partecipazione a questa gara
Omloop 2026, Van der Poel
VdP conquista l’Omloop. Curiosità: era la sua prima partecipazione a questa gara

In attesa di Pogacar

E ora? Eccoci già dentro le classiche di primavera e del Nord. E con queste ricomincia il balletto dei super big con le grandi corse. Per esempio domani lo stesso VdP non sarà alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne: lo rivedremo alla Milano-Sanremo, previa la Tirreno-Adriatico.

Tutti aspettano il ritorno di Tadej Pogacar, al momento l’unico che sembra poterlo contrastare su certi terreni. Lo sloveno sarà alla Strade Bianche, ma non alla Tirreno. Il primo vero scontro tra i due titani è fissato per la Classicissima.

Gli altri, a cominciare dalla Visma-Lease a Bike e dall’infortunato Mads Pedersen, sono avvertiti. La sensazione è che le stagioni passano, ma il copione resta lo stesso. Urge dunque inventarsi qualcosa di diverso. Ma cosa? Nell’attesa… applausi a Van der Poel.

UAE Tour 2026, Remco Evenepoel, 2a tappa cronometro, guarnitura da 68

Ancora su Evenepoel, il 68 e le salite: Malori spegne i fischi

28.02.2026
6 min
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Evenepoel divide e divide di brutto. Sono passati dieci giorni da quando, all’indomani della crono vinta dal belga al UAE Tour, Bartoli disse di riconoscergli più classe che a Pogacar e Van der Poel. E aggiunse che classe non significa che sia più forte, ma che abbia a suo avviso un modo di porsi più intrigante e spavaldo. Da lì, visti i due campioni presi a confronto, sono piovute critiche e facili ironie, rese ancora più facili dalle due figuracce rimediate dal belga sulle salite nel deserto. Per essere uno che nei primi otto giorni di corsa in Spagna ha ottenuto sei vittorie, in effetti, ci si poteva aspettare di più.

Per questo, colpiti dalla sua puntuale ricerca di spiegazioni, giusto ieri ci siamo chiesti (e lo abbiamo chiesto a Paola Pagani) se sia normale che nello sport ci sia qualcuno che cerca ogni volta la scusa più plausibile. E la mental coach ha subito sottolineato che sia fuorviante parlare di scuse e che anche a lei Remco piace tantissimo, perché è l’unico ad aver dichiarato di voler battere Pogacar al Tour. Ma questa sfrontatezza gli si rivolge spesso contro, perché lo mette davanti a un livello troppo alto.

Una delle argomentazioni usate da Evenepoel per spiegare il passo falso a Jebel Mobrah, nel giorno della vittoria di Tiberi, è stato l’affaticamento per aver vinto la crono del giorno prima spingendo una monocorona da 68 denti. A noi lo spunto è parso interessante e siamo andati al campanello del nostro guru delle crono: Adriano Malori, uno che di rapportoni se ne intende. E anche da Malori arriverà una lettura diversa dei giorni arabi di Evenepoel.

Tirreno-Adriatico 2014, Adriano Malori
Prima dell’incidente del 2016 che mise fine alla sua carriera, Malori è stato il più forte cronoman italiano. Qui vince la crono alla Tirreno 2014
Prima dell’incidente del 2016 che mise fine alla sua carriera, Malori è stato il più forte cronoman italiano. Qui vince la crono alla Tirreno 2014
Perché un corridore come Remco, che vince tutte le crono con una gamba sola, deve usare il 68 al UAE Tour? Prove tecniche per il futuro?

Era un percorso estremamente veloce e lui quest’anno ha cambiato tante cose, dalla preparazione ai i materiali. In Andalucia lo abbiamo visto correre con la monocorona. Abbiamo visto che ha lavorato molto sulla posizione per migliorare in galleria del vento. Secondo me ha voluto provarlo in una gara di cui, passatemi il termine, non gli interessava più di tanto.

Anche se poi è diventato l’alibi perché si è staccato in salita o almeno così ha detto…

Non ci credo! Guardate, a me ha dato l’idea che Evenepoel sia andato là per provare la cronometro e del resto della gara non gli importasse molto. Perché non è possibile che un corridore che la settimana prima abbiamo visto dominare in lungo e in largo, al UAE Tour si faccia staccare come l’ultimo della classe. Jebel Hafeet è più lunga e più dura, ma non è l’Alpe d’Huez e l’Evenepoel che abbiamo visto in Spagna quelle salite le divora. Secondo me lui era laggiù soltanto per provare la cronometro, l’ha vinta e poi ha tirato una riga.

Per spingere il 68 bisogna allenarsi a usarlo oppure si monta e si va?

Si monta e si usa, anche perché è un rapporto cui adesso sono abituati. Va provato in gara. Devi abituarti a lanciarlo, a partire, capire un po’ come lavorare con la catena nei rapporti dietro. Quindi per questo motivo è giusto provarlo in corsa prima dei grandi appuntamenti.

Per la seconda tappa a cronometro del UAE Tour, Evenepoel ha spinto una monocorona da 68 denti (immagine Sram)
Per la seconda tappa a cronometro del UAE Tour, Evenepoel ha spinto una monocorona da 68 denti (immagine Sram)
Per la seconda tappa a cronometro del UAE Tour, Evenepoel ha spinto una monocorona da 68 denti (immagine Sram)
Per la seconda tappa a cronometro del UAE Tour, Evenepoel ha spinto una monocorona da 68 denti (immagine Sram)
Quindi un test magari in vista del Tour? Perché in ogni caso gli sarebbe bastato il solito 58 per vincere quella crono, al limite il 62…

C’era anche Tarling che spingeva anche lui il 68 e sulla carta poteva essere un vero rivale. Anzi, se vogliamo, quella crono era più adatta a Tarling che a Evenepoel, perché era molto veloce. Negli ultimi anni a cronometro Evenepoel è stato una sentenza e questa volta ha voluto fare un test e ha provato il 68 in assetto da gara. Sinceramente però c’è altro che non ho capito…

Che cosa?

Non ho capito fino in fondo questo iniziare a correre a Mallorca, fare tante gare ravvicinate e poi stare fermo per un mese (il UAE Tour è finito il 22 febbraio, Evenepoel dovrebbe rientrare il 23 marzo al Catalunya, ndr). Me lo sono chiesto quando l’ho visto correre a Mallorca, poi l’Andalusia e subito dopo il UAE Tour. Una cosa così può farla Van Aert che punta alle classiche, non Evenepoel. Per cui secondo me ha fatto la crono per i suoi test e per vincerla, mentre ha usato il resto per fare fondo.

Ti dà la sensazione che Evenepoel stia seguendo un percorso ben preciso?

Esatto. Se guardate le foto, è ancora sovrappeso per il suo standard. Quindi ha fatto e dominato le prime gare, perché chiaramente se non c’è Pogacar, rispetto alla concorrenza che c’era a Mallorca e in Andalusia, lui è di un altro pianeta. Negli Emirati ha provato la cronometro con quel rapporto e adesso avrà tutto il tempo per affinare la condizione. Magari si è trovato in difficoltà con il 68 e ora proverà il 66. Ha tutto il tempo di modificare, prepararsi e poi al Catalunya lo rivedremo in condizione.

Secondo Malori è stato importante usare il 68 in gara per capire come rilanciarlo e come gestire i pignoni
Secondo Malori è stato importante usare il 68 in gara per capire ad esempio come rilanciarlo e come gestire i pignoni
Secondo Malori è stato importante usare il 68 in gara per capire come rilanciarlo e come gestire i pignoni
Secondo Malori è stato importante usare il 68 in gara per capire ad esempio come rilanciarlo e come gestire i pignoni
Secondo te in una corsa a tappe cui invece si punta, prendendo per buono quello che stiamo dicendo su Remco al UAE Tour, usare un rapporto così lungo nella crono può avere degli svantaggi?

No, no assolutamente, perché lavori un po’ più alto dietro e non c’è alcuno svantaggio. Sarebbe diverso se dovessi fare una crono di 50 chilometri, che tanto adesso non ne fanno più, e andassi a 78 pedalate come facevano Ullrich e Gontchar che usavano il rapportone. Allora sì che il giorno dopo avresti le gambe in croce. Però adesso i chilometri sono meno e si gira a 90-95 pedalate, quindi il problema non c’è.

Quindi se hai il 68 e dietro sei alto, il vero vantaggio è avere la pedalata più rotonda a parità di sviluppo metrico?

Esatto. Io ho corso 10 anni fa, ma per l’innovazione che c’è stata, sembra che ne siamo passati 40. Quando sono entrato in Movistar, ho fatto la prima crono con il 54. Poi, alla Tirreno del 2014, mi misero il 56 e vidi un altro mondo.

Andò bene, giusto?

Fu la famosa crono in cui ho battuto Tony Martin e Cancellara. Avevo una pedalata così rotonda che sembrava di usare un’altra bicicletta. Finché l’anno dopo, nel 2015, mi hanno montato subito il 58 e con quello mi sono trovato subito benissimo. Più sei grande davanti, più lavori con la catena dritta, per cui a parità di sviluppo metrico, hai meno attriti e distribuisci meglio la forza.

Secondo Malori non è credibile che l'Evenepoel vincente della settimana prima abbia ceduto a Jebel Hafeet perché in difficoltà
Secondo Malori non è credibile che l’Evenepoel vincente della settimana prima abbia ceduto a Jebel Hafeet perché in difficoltà
Secondo Malori non è credibile che l'Evenepoel vincente della settimana prima abbia ceduto a Jebel Hafeet perché in difficoltà
Secondo Malori non è credibile che l’Evenepoel vincente della settimana prima abbia ceduto a Jebel Hafeet perché in difficoltà
Dunque diamo per scontato che Remco in salita non ci abbia nemmeno provato?

Lui ha vinto le prime corse in Spagna, perché servivano a lui, alla squadra, al morale e per testare la condizione. Anche perché comunque, Evenepoel in quelle corse giocava. C’è stata una volta che ha staccato tutti senza neanche alzarsi sui pedali: si è messo in testa col suo ritmo e li ha cavati di ruota.

Perché non dichiarare di essere in UAE solo per la crono?

Bisogna dargli atto che è sempre stato molto deciso, di quelli che lavorano e non guardano in faccia nessuno. A lui non importa nulla, conosce il suo programma e ha fatto quello che doveva fare. L’importante è che lo sapessero la squadra e i compagni, il resto non conta. Tanto è vero che tuttora dice che il suo obiettivo è battere Pogacar al Tour.

Bortolami apre le porte del Nord, oggi si torna sul Grammont

Bortolami apre le porte del Nord, oggi si torna sul Grammont

28.02.2026
6 min
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E’ il weekend che in tutto il Belgio aspettano sin dall’inizio dell’inverno, perché con la Omloop Nieuwsblad si apre ufficialmente la stagione delle classiche del Nord. Il valore della gara è altissimo e non dipende solo dal fatto che la corsa è tappa del WorldTour, ma anche per il suo percorso, che acquisisce quest’anno un significato ancor più profondo. Per venirne a capo infatti bisognerà toccare muri storici, dove si è costruita l’epopea del Giro delle Fiandre, ossia Grammont e Bosberg in rapida sequenza.

Bortolami in forcing sul Grammont al Fiandre 2001, fu la sua azione vincente
Bortolami in forcing sul Grammont al Fiandre 2001, fu la sua azione vincente che ne fece uno dei grandi del Nord
Bortolami in forcing sul Grammont al Fiandre 2001, fu la sua azione vincente
Bortolami in forcing sul Grammont al Fiandre 2001, fu la sua azione vincente che ne fece uno dei grandi del Nord

Quegli strappi tagliagambe, Gianluca Bortolami li conosce bene. Al Nord costruì il suo straordinario trionfo al Fiandre 2001 e lì è spesso stato protagonista. Riparlare di quelle strade è un tuffo nei ricordi: «Quello che avevo fatto io era un percorso con un susseguirsi di strappi sempre diversi, non come negli ultimi anni che affrontano il circuito del Kwaremont più volte. Allora era tutto uno scendere e salire da una collina all’altra e spostarsi nel raggio di pochi chilometri in un’area diversa come tipologia di strappi».

Com’era andare al Nord e affrontare in sequenza Grammont e Bosberg nel finale del Fiandre, pensando anche alla corsa odierna?

Arrivavano in un momento che già nelle gambe hai parecchi chilometri, parecchi strappi e le energie iniziano a scarseggiare. A quel punto hai già metabolizzato da tempo che devi dare il tutto per tutto per essere tra i protagonisti nel finale di corsa, quindi devi aver già raggiunto un elevato picco di forma e lavorato nel migliore dei modi come gestione sia di gambe che di alimentazione, perché non puoi permetterti di arrivare in quel punto strategico della gara con mancanza di energie perché è lì che ci si gioca tutto.

Il Bosberg, rimosso dal Fiandre è stato inserito nella Brussels Classic cambiandone i connotati (foto Gerner)
Il Bosberg, altra salita di riferimento al Nord, rimosso dal Fiandre è stato inserito nella Brussels Classic cambiandone i connotati (foto Gerner)
Il Bosberg, rimosso dal Fiandre è stato inserito nella Brussels Classic cambiandone i connotati (foto Gerner)
Il Bosberg, altra salita di riferimento al Nord, rimosso dal Fiandre è stato inserito nella Brussels Classic cambiandone i connotati (foto Gerner)
Cosa avvenne quando l’hai fatta tu, proprio in quei punti specifici?

Fu “più semplice” – ricorda Bortolami – nel senso che andai in fuga dopo una caduta a inizio gara, inseguii e poi non avendo particolari ambizioni decisi di attaccare da lontano e rientrare su un’azione che era partita da poco. Rientrai da solo su questo gruppo di testa e non fummo più ripresi. Il gruppo era sempre lì, dai 30 ai 50 secondi, un minuto ma eravamo tutti di comune accordo per arrivare al traguardo. Abbiamo dato il tutto per tutto per non farci riprendere e poi ci siamo giocati la vittoria su questi muri con le ultime energie.

Quella successione di muri si ritrova nel finale dell’Omloop Nieuwsblad, nel weekend di apertura al Nord. E’ il modo di nobilitare il finale e dargli più spessore?

Se guardiamo la storia di quelle corse sì, ma per una ragione ben precisa. Se guardiamo l’avvenimento dal punto di vista dello spettacolo, entri come in un’arena, come in uno stadio, perché c’è sempre tantissima gente. E’ un effetto maggiore nel Fiandre ora che il Kwaremont è fulcro di un circuito e quell’effetto lo senti ancora di più, quasi gladiatoriale. Il percorso è sempre affascinante, sempre bello, perché il pubblico è tantissimo e il calore di quel giorno, di quell’evento è indescrivibile. L’effetto stadio lo avverti sempre nelle classiche del Nord…

Il muro di folla che accompagna la fatica dei corridori sul Grammont. Da qui nasce la sua epopea
Il muro di folla che accompagna la fatica dei corridori sul Grammont, vera icona del Nord fiammingo. Da qui nasce la sua epopea
Il muro di folla che accompagna la fatica dei corridori sul Grammont. Da qui nasce la sua epopea
Il muro di folla che accompagna la fatica dei corridori sul Grammont, vera icona del Nord fiammingo. Da qui nasce la sua epopea
Tra Grammont e Bosberg, che cosa è peggio?

Lì conta tanto che gambe hai. Poi una può essere più dura o più facile a seconda di come ci arrivi e come la affronti, tanto sta anche al tempo che trovi, se è asciutto o bagnato e questi sono principi validi anche se li affronti amatorialmente o per una semplice vacanza. La pendenza rimane quella, ma cambia completamente la tipologia di come si affronta in base alle energie che hai.

Nell’affrontare percorsi del genere, tu notavi una maggiore propensione da parte dei corridori del luogo, belgi e olandesi a percorrere quel tipo di tracciati?

Per loro è una routine normale, su quelle strade ci nascono e ci crescono – sottolinea Bortolami – per noi c’è da un lato la paura di affrontare questo tipo di percorso per le incognite che comporta, dall’altro il fattore clima che cambia nel giro di poco tempo e in certe giornate può influire tanto. Resta però il fascino di noi italiani che andavamo a farlo per vincere o essere competitivi in quelle gare, lì era un olimpo.

Lo sprint finale dell'ultima Omloop Nieuwsblad che ha premiato il norvegese Soren Waerenskjold su Magnier e Philipsen
Lo sprint finale dell’ultima Omloop Nieuwsblad che ha premiato il norvegese Soren Waerenskjold (foto Flanders Classic)
Lo sprint finale dell'ultima Omloop Nieuwsblad che ha premiato il norvegese Soren Waerenskjold su Magnier e Philipsen
Lo sprint finale dell’ultima Omloop Nieuwsblad che ha premiato il norvegese Soren Waerenskjold (foto Flanders Classic)
Che cosa ricordi delle tue prime volte?

Quando andai il primo anno da professionista – è il ricordo di Bortolami – a fare la gara di Harelbeke che era un piccolo Fiandre, mi ritrovai davanti e finii settimo. Scesi di bici e arrivai mortificato da Pietro Algeri che era il mio diesse: «Mi dispiace, ho fatto una brutta prova, nel finale ero scarico». Lui era raggiante, non credeva ai suoi occhi, un neoprofessionista che esordisce così. Era entusiasta del risultato che avevo fatto e mi disse che quelle erano le mie corse, dovevo tornare per vincerle. Un po’ per fortuna, un po’ perché ci aveva preso, insomma fu così.

Ma andare su quelle strade che sensazioni dava?

Per me era sempre motivo di tensione pensare che ogni volta dovevo tornare su a fare quelle gare così dure, così al freddo, ma a ben guardare è il fascino di quelle corse, alla fin fine mi sono sempre piaciute, ci ho costruito la mia carriera.

I cartelli sui muri ricordano costantemente il fascino e la storia ciclistica di quelle strade
I cartelli sui muri ricordano costantemente il fascino e la storia ciclistica di quelle strade
I cartelli sui muri ricordano costantemente il fascino e la storia ciclistica di quelle strade
I cartelli sui muri ricordano costantemente il fascino e la storia ciclistica di quelle strade
Pendenze, tipo di terreno, aria, che cos’è che è più diverso per noi, per il nostro modo di intendere il ciclismo?

Sono due tipologie di corse diverse. Se da noi metti una strada stretta come quelle o con un muro o un pavè, magari sospendono la corsa perché è troppo pericolosa. Là le strade sono quelle e quando vai a farle non stai a pensare a niente. E’ una mentalità diversa di fare ciclismo. Giuseppe Saronni la prima parte del Nord la detestava, la seconda parte, quella ardennese, l’accettava. Alcuni corridori non ci pensano neanche di misurarsi su quelle strade strette, con i tagli in mezzo alla strada per la formazione del ghiaccio, altri ci sguazzano in mezzo a quei rischi…

Giro di Sardegna 2026, 1a tappa Castelsardo-Bosa, Niccolò Garibbo

Le lacrime di Garibbo e una storia da ascoltare

28.02.2026
6 min
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Perché dopo aver vinto la prima tappa del Giro della Sardegna, Garibbo piangeva così tanto? L’emozione della prima vittoria ha radici più profonde e risale a quando il ligure aveva praticamente deciso di appendere la bici al chiodo. Forse non credeva abbastanza in se stesso, forse il passare degli anni lo aveva convinto che non valesse la pena insistere. Per questo si era concentrato sullo studio, senza sapere che il tutor che aveva scelto per il tirocinio di lì a qualche anno gli avrebbe cambiato la vita.

La storia ce la racconta Giovanni Stefanìa, il… colpevole della svolta, che avevamo già incontrato parlando di come avesse risolto i problemi alla schiena di Egan Bernal. Quando andò da lui nel novembre del 2020, Garibbo era un corridore della Maltinti che stava prendendo la laurea triennale di Scienze Motorie. Aveva avuto il contatto tramite Michele Bartoli, così aveva chiesto a Giovanni di diventare il suo tutor e anche di seguirlo come preparatore: un ultimo anno da atleta, poi avrebbe preso la laurea e trovato un lavoro nel mondo del ciclismo.

«Ma io – sorride Stefanìa – gli ho cambiato i piani. Il motivo per cui aveva fatto fatica a ingranare è che dagli juniores era passato subito in una continental, per cui già al primo anno aveva fatto un calendario impegnativo, anche gare con i professionisti, e questo gli aveva dato una bella botta. Poi era tornato in squadre minori, ma nel frattempo c’è stato il Covid che lui ha preso restando fermo per tre mesi, nella stagione in cui gli U23 praticamente non hanno corso. Per cui il primo anno è stato tutto una rincorsa».

Commosso quando viene chiamato sul podio, per Garibbo la prima vittoria tra i pro'
Commosso quando viene chiamato sul podio, per Garibbo la prima vittoria tra i pro’
Commosso quando viene chiamato sul podio, per Garibbo la prima vittoria tra i pro'
Commosso quando viene chiamato sul podio, per Garibbo la prima vittoria tra i pro’

Fra tirocinio e corse

La rincorsa si era conclusa con una leggera progressione. Garibbo aveva preso casa a Pescia perché gli piaceva l’idea di fare tirocinio lavorando in palestra e nel frattempo Stefanìa lo seguiva e continuava a dirgli che avrebbe dovuto provare seriamente a fare l’atleta.

«Senza provare davvero – racconta – non avrebbe saputo dove poteva arrivare. Infatti ha risolto un problema con la tiroide, sono arrivati i primi risultati e ha vinto la prima gara nel 2022 a Montegranaro, ma continuava a dire di aver vinto una garetta, perché ha l’approccio un po’ pessimista dei liguri. Io invece gli dicevo di andare un passo per volta e l’anno dopo è andato nel Gragnano per fare il capitano. Abitava a un chilometro dal centro di Lunata dove lavoro con Michele e così abbiamo avuto l’opportunità di lavorare insieme. Non si può dire che ci sia stato un momento di svolta, anzi forse uno c’è stato…».

La svolta al Memorial Tortoli

Dopo Montegranaro, è venuta infatti la vittoria al Memorial Tortoli del 2023 e dopo quella addirittura una trentina di piazzamenti nei 10. Il successo nella gara aretina ha spinto Garibbo a credere di più in se stesso.

«Col tempo – ricorda Stefanìa – Nicolò ha aumentato sempre di più l’intelligenza tattica. Assimilava qualsiasi cosa gli venisse detta, è sempre stato bravo ad ascoltare e soprattutto a imparare dagli errori. Il Memorial Tortoli a maggio del 2023 è stato la sua svolta, ha iniziato a vedere positivo, ma il pessimismo ligure di cui dicevano sopra è difficile da mandar via.

«Un esempio? Quando l’altro giorno mancavano 50 chilometri dall’arrivo della prima tappa in Sardegna, ho chiamato il babbo e gli ho detto che secondo me avrebbe vinto Nicolò. Lui ha risposto che aveva solo scollinato coi primi e andava bene anche se avesse fatto quarto. Io ero sicuro che avrebbe vinto, perché era il più veloce del gruppetto. Anche Nicolò è ligure nell’anima, per fortuna (ride, ndr) ha trovato casa e fidanzata in Toscana».

La vittoria del Memorial Tortoli 2023 è stata per Garibbo la prima svolta della carriera (immagine Instagram)
La vittoria del Memorial Tortoli 2023 è stata per Garibbo la prima svolta della carriera (immagine Instagram)
La vittoria del Memorial Tortoli 2023 è stata per Garibbo la prima svolta della carriera (immagine Instagram)
La vittoria del Memorial Tortoli 2023 è stata per Garibbo la prima svolta della carriera (immagine Instagram)

Un inverno perfetto

La vittoria di Bosa sarà un altro punto di svolta, su questo Giovanni non ha dubbi. E’ stata la prima vittoria fra i grandi che Garibbo inseguiva ininterrottamente da due anni, per di più davanti a grossi nomi.

«A 26 anni – dice ancora Stefanìa – Nicolò non si sentiva né carne né pesce, serviva che vincesse con i professionisti. E’ una cosa che voleva fortemente e quest’inverno ha fatto ancora di più rispetto agli altri anni. E’ riuscito a limare un chilo di peso, ha ripreso bene la palestra come gli avevo insegnato ai tempi del tirocinio e poi non ha avuto problemi.

«Invece lo scorso inverno l’aveva preso una macchina ed era stato fermo per 15 giorni a causa di una piccola frattura. Per questo dico che secondo me ha molti margini. Non ha mai fatto ritiri in altura, perché la nostra idea è sempre stata quella di arrivare al top e poi fare le altre cose che lo possono far migliorare ancora».

Un’ispirazione per tutti

Dalla sua storia e dalle lacrime sul traguardo di Bosa, spiega il suo allenatore, si può trarre una morale legata certamente a Garibbo, ma anche e soprattutto a questo momento così strano del ciclismo.

«La cosa che più mi piace di lui e che secondo me può essere un’ispirazione – dice Stefanìa – è che Nicolò non è assolutamente viziato. Lui prende le cose che gli dà la squadra, quello che può fare lo fa. Non aveva le ruote da 2.000 euro o tutto nuovo appena schioccava le dita. Questa cosa gli ha dato tanta forza mentale, mentre l’attività più qualificata che sta facendo lo farà crescere ancora. Non ha mai fatto un Grande Giro, è cresciuto tanto perché l’anno scorso per la prima volta non ha fatto un calendario da dilettante.

«Con il Team Ukyo ha fatto le corse a tappe in maniera continua, anche di una settimana come il Tour of the Alps. Lui non sapeva di avere queste qualità, perché ci sono ragazzi che iniziano a maturare a 21 anni e forse le squadre si devono rendere conto che i ragazzi devono imparare ad arrangiarsi. Ci sono diciottenni che hanno già il contratto per i prossimi cinque anni WorldTour. Ma arriveranno mai a fare ciclisti fino a 28 anni?».

Ecotek, Martinelli Juniores

Nel mondo degli juniores con “Martino” e la sua Ecotek

27.02.2026
7 min
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Passione. E’ la parola chiave per Giuseppe Martinelli che, a 71 anni, non smette di rimettersi in gioco. E’ lui che sente il bisogno di raccontare e, quando “Martino chiama”, è quasi un dovere morale rispondere per noi. Oltre che un piacere. Storico direttore sportivo di Astana, Mercatone Uno, Carrera…. oggi Martinelli guida una squadra juniores, la Ecotek, nella sua Rovato, in provincia di Brescia. La telefonata arriva mentre i ragazzi stanno per partire per il Belgio, direzione Kuurne-Bruxelles-Kuurne juniores. Fino a pochi giorni prima erano in Spagna, sulla costa valenciana, dove si allenano molti professionisti e dove, fino a poco tempo fa, Martinelli andava con la XDS Astana.

«Questa categoria – dice subito “Martino” – quella degli juniores, la stiamo facendo diventare più importante di quello che è. I ragazzi si sentono all’università, ma sono ancora alle medie. C’è la spinta del procuratore, quella della squadra che vuole sempre di più, dei ragazzi che hanno pressione… E a un certo punto qualcuno deve tirare le fila». Da qui parte una chiacchierata che abbraccia il mondo juniores ma al tempo stesso resta ancorata alla sua Ecotek.

Ecotek, Martinelli Juniores
Il Team Ecotek juniores, giovane realtà bresciana, ma con spirito già internazionale (foto Sws)
Ecotek, Martinelli Juniores
Il Team Ecotek juniores, giovane realtà bresciana, ma con spirito già internazionale (foto Sws)

«Avevo detto mai più…»

«Sapete – racconta Martinelli – che ho smesso con i professionisti dopo quindici anni nella stessa squadra. Staccare la spina dall’Astana è stata una sofferenza ma anche una liberazione. Mi sono detto: voglio fare una vita normale. Solo che il ciclismo continua a bussare. E’ dentro la mia anima. Però essere sempre in prima fila, tirato da tutti, a un certo punto pesava. Quando l’ho detto a Vinokourov, da ottobre 2024 in poi avevo davvero staccato».

Il destino però a pronto a metterci lo zampino e infatti nella sua Rovato, nasce la Ecotek degli juniores. Martinelli conosce bene il presidente Luigi Braghini. Senza contare che di questo team che sta per nascere fa parte anche suo nipote Claudio Martinelli.

«Mi chiamano a marzo e mi chiedono se posso dargli una mano? Ho risposto subito: “Neanche morto!” (ride, ndr). Poi però sono tornato a casa, gli ho detto di lasciarmi dieci giorni per rifletterci. E ho pensato: la domenica sono sempre alle corse di esordienti, allievi, juniores. E da sempre per me è stato così, anche quando seguivo i pro’. Forse mi manca qualcosa. Insomma, dopo qualche giorno gli ho detto: va bene, ditemi cosa devo fare».

Si butta dentro senza etichette. «Non volevo fare il direttore sportivo classico. Meglio un supervisore, un consigliere». E infatti alla prima stagione, il 2025, tutto sommato Martinelli ha avuto un ruolo meno centrale. Ma si sa come certe cose seguano poi il loro corso naturale e se hai un direttore sportivo con un passato così, quel che verrà è inevitabile.

Ecotek, Martinelli Juniores
In Spagna gli juniores, guidati da Martinelli, hanno potuto vivere dei giorni da pro’ (foto Sws)
Ecotek, Martinelli Juniores
In Spagna gli juniores, guidati da Martinelli, hanno potuto vivere dei giorni da pro’ (foto Sws)

Juniores: tra app e fragilità

E così succede che Giuseppe Martinelli torna in ammiraglia a tutti gli effetti. Anzi, nel furgone come dice lui!

«E’ una categoria internazionale, piena di regolamenti. Ma hai a che fare con ragazzi di 16-18 anni, gli anni più difficili. Ti arrivano a 16 e qualcuno lo lasci a 18. Oggi hanno TrainingPeaks, VeloViewer, nutrizionisti e preparatori. E’ come una piccola squadra professionistica. Però non sono professionisti. Devi prenderli per quello che sono e per quello che sognano. C’è chi corre per passione, chi per diventare pro’, chi si ferma lì. Devi fare una minestra e tirare fuori qualcosa da ognuno per darlo agli altri».

La sfida più grande e quello che vuole sottolineare Martinelli è il suo lavoro più umano che tecnico. Forse è questa la sua sfida maggiore: capire i ragazzi. E oggi non è affatto facile, tanto più che la forchetta di età è ampia. Giusto dirlo.

«Il primo passo – dice Martinelli – è capirli o provare a capirli. Studio il carattere prima ancora delle doti in bici, delle caratteristiche tecniche. Devo trovare un feeling, e non è facile quando sei nonno. Per farlo ho capito che devo parlare del presente e non del passato. Non è questo quello che gli interessa. Alcuni conoscono la mia storia, ma non gliela racconto. A meno che mi chiedano di Pantani, Simoni o Nibali. Però non gli interessa il ciclismo di una volta. Gli interessa il presente. Devi parlare di oggi. E nemmeno troppo del futuro, se non sono loro a volerlo.

«Ascolto i loro discorsi in furgone. Mi accorgo che sanno tutto per sentito dire. Ma la verità è difficile raccontarla: rischi di smontargli un sogno. A volte mi viene voglia di girarmi e dirgli: ma che cavolo state dicendo! Quando a sedici anni hai già un contratto o un procuratore, rischi di perdere il sogno del professionismo. Perché hai già la realtà in mano. Ammetto che questa situazione non si è ancora verificata nella mia squadra. Ma a 17 anni, per me, avere un contratto da pro’ significa anticipare troppo. A meno che il procuratore sia davvero bravo e spieghi bene quale strada c’è davanti. Non è tutto facile, non è tutto già arrivato».

Ecotek, Martinelli Juniores
I ragazzi in questi mesi hanno lavorato in palestra, con metodi moderni come il controllo delle accelerazioni degli stacchi (immagine Instagram)
Ecotek, Martinelli Juniores
I ragazzi in questi mesi hanno lavorato in palestra, con metodi moderni come il controllo delle accelerazioni degli stacchi (immagine Instagram)

Il ritiro in Spagna: metodo e libertà

Come si nota il discorso è ampio, profondo e Martinelli sta entrando in questa nuova dimensione per lui con grande circospezione, umiltà, ma tanta, tanta esperienza. Anche l’idea di portare gli juniores in ritiro in Spagna è qualcosa d’insolito per questa categoria. Però dà quel tocco di entusiasmo e professionalità in più. Ai ragazzi e allo staff del team stesso.

«L’idea del ritiro nasce in autunno – spiega Martinelli – ho detto al presidente che, per partire bene, dovevo avere i ragazzi per otto-dieci giorni. Per conoscerli davvero e impostare il programma. Anche perché non sono pro’, non hanno corse a tappe e non ho modo di passarci tanto tempo. Insomma volevo conoscerli meglio.

«Le gare juniores sono vere. Si parte da 90 chilometri e si arriva a 130. Servono basi solide. Avevo impostato una giornata tipo sulla falsariga di quella che ero solito fare con i pro’. Sveglia alle otto, alle nove giù alle bici. Alle dieci si partiva con la traccia sul computerino. Qualcuno aveva anche la radiolina per non sbagliare. Non gli ho fatto mai fare più di quattro ore, anche perché serve fino ad un certo punto.

«Il pomeriggio poi li lasciavo liberi il più possibile – prosegue – e allora notavo tante cose. Volevo lasciarli gestire il tempo. C’era chi restava in camera e chi socializzava in piscina con altri corridori e… cicliste, perché poi c’erano anche altre squadre in quell’hotel, il Cap Negret. Ma io scendevo solo per contarli, per vedere che ci fossero tutti. Anche così capisci la personalità».

Libertà che Martinelli lasciava anche a tavola: buffet libero, senza richiami. «Magari dicevo: “Bella quella fetta di torta… forse la cambierei con un’altra”. Ma li ho lasciati liberi. Ed è stata una prova anche per me».

Ecotek, Martinelli Juniores
Nonostante siano ancora juniores, Martinelli ha deciso di lasciare loro libertà e gestione del tempo… dopo la bici (foto Sws)
Ecotek, Martinelli Juniores
Nonostante siano ancora juniores, Martinelli ha deciso di lasciare loro libertà e gestione del tempo… dopo la bici (foto Sws)

Si riparte dalla passione

Gare all’estero, ritiri, preparatore, voglia di insegnare, trasmettere, lanciare ma al tempo stesso proteggere. Per Martinelli gli juniores, come abbiamo capito, sono qualcosa di molto complesso, ma forse anche semplice.

«Tutto questo è possibile – dice – grazie a Luigi e a Claudio e a Joe, senza che sto lì a fare i cognomi. Loro lo sanno. Sono le colonne di questo team. Ed è anche grazie alle persone più esperte che si regge questo team e gran parte del ciclismo dilettantistico. A volte sento critiche: c’è chi dice che ci sono troppi vecchi nel nostro ambiente. Ma andassero a trovarle persone con passione che hanno voglia di fare, di mettersi a disposizione, di stare fuori la domenica… Noi nel ritiro avevamo un tuttofare che ha fatto un lavoro gigantesco. Senza questa gente quante gare e quante squadre non ci sarebbero».

E a livello personale, come la sta vivendo Martinelli tutta questa storia? Una domanda che gli abbiamo posto in modo diretto e alla quale ha risposto con sincerità.

«E’ venuta fuori la passione che ho dentro – risponde – il ciclismo è dentro la mia anima, dentro il mio cuore. Devo solo farlo convivere con la mia famiglia. Mia moglie mi ha detto: “Pensavo fosse il mio turno, adesso che sei in pensione. Ma mi sa tanto che non sei andato davvero in pensione”. Forse questa intervista è dedicata a lei. Ma non si può fermare la passione (e la competenza) di un uomo».

Team Iperfinish, allievi, stagione 2026

Allievi e sviluppo: si va troppo veloci? Sguardo in casa Iperfinish

27.02.2026
6 min
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La sensazione generale, che poi si sta trasformando in qualcosa di più, è che i cambiamenti arrivati nel ciclismo professionistico nell’era post Covid si siano riversati a cascata anche nelle categorie giovanili. Prima è toccato agli under 23, e a farne le spese sono state le squadre che non hanno saputo o voluto tenere il ritmo. Ora l’onda del cambiamento sta travolgendo la categoria juniores e il destino sembra lo stesso. Il timore, per chi scrive quasi una certezza, è che tra poco lo scossone arriverà anche agli allievi.

Nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa si dice che tutto deve cambiare affinché le cose restino immutate. Adattarsi per resistere, senza aggrapparsi alle ideologie che hanno guidato il movimento fino ad adesso. Difficile da accettare, probabilmente, ma la via sembra tracciata. Tuttavia non si deve subire tutto passivamente, proporre e tentare di seguire un sentiero dettando però i passi da fare può essere una soluzione

Team Iperfinish, allievi
Il Team Iperfinish è una formazione toscana che lavora nella categoria allievi
Team Iperfinish, allievi
Il Team Iperfinish è una formazione toscana che lavora nella categoria allievi

Imparare

Una delle realtà che sta cercando di fare tutto ciò è il Team Iperfinish, squadra della categoria allievi con sede in Toscana e che ha nel suo staff Elia Favilli, ex professionista con alle spalle anni di esperienza (in apertura in piedi sulla destra). Prima in sella e poi da diesse. 

«Speriamo che i ragazzi possano avere una buona stagione – si augura mentre lo raggiungiamo al telefono – e con questo intendo che possano avere una progressione e un miglioramento sotto l’aspetto fisico, tattico e tecnico. In questi anni da diesse ho visto che tante scuole di ciclismo, nella categoria esordienti, sono indietro sotto questo punto di vista».

Team Iperfinish, allievi
L’approccio è insegnare ai ragazzi a correre: tattiche, allenamenti e tecnica, tutto con l’obiettivo di imparare
Team Iperfinish, allievi, stagione 2026
L’approccio è insegnare ai ragazzi a correre: tattiche, allenamenti e tecnica, tutto con l’obiettivo di imparare
Cosa vuol dire arrivare pronti nella categoria allievi?

Sono partito a fare il diesse dai giovanissimi e ho sempre insegnato loro tattica e cosa vuol dire allenarsi. Non parlo di zone di potenza o altro, ma già riconoscere che ci sono diverse intensità e imparare a gestirsi è qualcosa. Ora tra gli allievi mi trovo ragazzi che non scalano prima di una curva e quando devono rilanciare si piantano e perdono cinque metri. Che nell’arco di una gara sono tutte energie perse. 

Devono imparare…

Il ciclismo non è solamente uno sfogo fisico, c’è tanta tecnica e tattica. I ragazzi devono essere pronti a ricevere informazioni e farne buon uso. Ad esempio noi alla Iperfinish forniamo un misuratore di potenza a tutti i nostri atleti. 

Hai già toccato un tasto importante, gli strumenti…

Quello che conta è l’utilizzo che se ne fa. Noi non estremizziamo, ma insegniamo a utilizzare uno strumento che ormai è fondamentale nel ciclismo moderno. Conoscerlo permette loro di saperlo utilizzare e di imparare ad allenarsi. La nostra squadra fornisce il misuratore di potenza, ma credo che sia importante fare questo investimento anche privatamente.

Team Iperfinish, allievi
La categoria allievi sta acquisendo, con il passare del tempo, sempre più importanza nella crescita dei ragazzi
Team Iperfinish, allievi
La categoria allievi sta acquisendo, con il passare del tempo, sempre più importanza nella crescita dei ragazzi
Il rischio non è di gravare sempre più sulle famiglie e rendere questo sport elitario?

I costi sono abbastanza alti in ogni sport, noi come Iperfinish chiediamo una quota pari a quella di una scuola calcio per iscrivere gli atleti. Secondo me sono i direttori sportivi e le squadre a doversi adeguare al ciclismo. E siccome la categoria successiva, quella juniores, è già un riferimento a livello internazionale, si deve arrivare pronti. Almeno nei concetti. Magari un team non fornisce tutti gli strumenti, ma a livello tecnico lo staff deve saper spiegare ai ragazzi cosa stanno facendo e come, in modo da attutire il salto. 

La linea di demarcazione si abbassa verso i giovani…

E conta la qualità, non la quantità. Allenarsi bene e con l’impegno giusto. I miei ragazzi si allenano tredici ore a settimana, che in confronto ad altre società è meno. Eppure i risultati non mancano. Quando ho fatto il corso da direttore sportivo di secondo e terzo livello mi è rimasto impresso questo concetto: i ragazzi devono essere allenati in base allo sforzo che vanno a fare.

Cioé?

Se le gare durano due ore, allora noi dovremmo allenarli per quel tempo e quello sforzo. Per farlo, uno strumento come il misuratore di potenza aiuta tanto. Perché mettere in bici un allievo per quattro ore? Non serve, meno ore ma funzionali a quello che richiede questa categoria. 

Team Iperfinish, allievi
Imparare vuol dire anche avere un senso di squadra e di condivisione degli obiettivi
Team Iperfinish, allievi
Imparare vuol dire anche avere un senso di squadra e di condivisione degli obiettivi
Per fare questo serve preparazione da parte dei tecnici.

Non nascondiamoci, ora è importante avere dei concetti e trasmetterli ai ragazzi. Inoltre siamo in una categoria in cui da un mese all’altro un atleta può alzarsi di dieci centimetri e prendere tre o quattro chili. E’ chiaro che non si possono far fare gli stessi esercizi a tutti. 

Il rischio è di perdere quelli che maturano dopo?

Esiste. Ma dobbiamo essere bravi a tarare gli allenamenti e i carichi sugli ultimi, non sui primi. Ho dei ragazzi, passati juniores quest’anno, che ho volutamente tenuto con carichi ridotti. Non serve estremizzare, ma aumentare gradualmente. In questo modo possiamo permettere ai ragazzi di crescere e avere carriere lunghe. Altrimenti li bruciamo.

Quanto è concreto il rischio di vedere i team WorldTour mettere mano anche alla categoria allievi?

Secondo me si va in questa direzione. Anche sugli allievi si arriverà ad avere un ciclismo a doppio livello, con chi è già pronto che farà una certa attività e poi tutti gli altri. La cosa da fare è essere bravi e capire che si deve dare modo a tutti di crescere e maturare. Abbassando l’età di selezione, rischiamo di non far combaciare l’età anagrafica con quella biologica.

Team Iperfinish, allievi
Le vittorie non determinano il valore di un atleta, ma non fanno male al morale dei ragazzi
Team Iperfinish, allievi
Le vittorie non determinano il valore di un atleta, ma non fanno male al morale dei ragazzi
Spiegaci…

Se ho un ragazzo di quindici anni alto 170 centimetri e che pesa 60 chilogrammi è a un’età biologica superiore rispetto a uno alto 150 centimetri e che pesa 45 chilogrammi. Ma alla fine cos’è meglio, un corridore che mi guadagna 100 watt di FTP una volta o uno che ogni anno incrementa di 20 watt in maniera continuativa? La risposta mi sembra facile.  

Anche a noi, fatto sta che ora rischiamo di perdere questi ragazzi…

Vero, ma se fai ciclismo in maniera consapevole e insegni questo sport seguendo i giusti principi lo capisci. Non sono le vittorie da allievo o da juniores che determinano chi sei. Io ho corso contro Rafal Majka quando era junior in Toscana, e vincevo le gare contro di lui. Soltanto che Majka ha chiuso la sua carriera al Lombardia quest’anno, io nel 2016. 

Team Iperfinish, allievi
Dopo aver tolto il limite dei rapporti nella categoria juniores il passo successivo sarà toglierlo anche tra gli allievi?
Team Iperfinish, allievi
Dopo aver tolto il limite dei rapporti nella categoria juniores il passo successivo sarà toglierlo anche tra gli allievi?
Che rapporto hanno i ragazzi con tutto ciò che circonda il ciclismo?

A loro pesa tutto meno, hanno tante informazioni e sono predisposti, mentalizzati. Sono attenti a ciò che mangiano, non gli pesano i ritiri oppure allenarsi con strumenti diversi (ad esempio i rulli, ndr). Siamo arrivati a un punto in cui se un ragazzo è dotato abbiamo modo di vederlo grazie agli strumenti e ai dati. Ma questo non deve superare l’estro, la tattica e la tecnica. 

Il limite dei rapporti rischia di sparire anche tra gli allievi?

Non sarebbe una cosa così drastica, nel corso degli anni ho visto tanti ragazzi e posso dire che c’è un limite fisiologico piuttosto che di rapporti. Atleti giovani non possono spingere oltre certi valori, quindi il divario non sarebbe così grande. 

Mondiali 2028, dopo domenica Milan ci ha già fatto la bocca?

Mondiali 2028, dopo il UAE Tour Milan ci ha già fatto la bocca?

27.02.2026
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Delle tre vittorie che Jonathan Milan ha colto al UAE Tour, quella di domenica ha un sapore speciale, perché mentre il fuoriclasse della Lidl-Trek sfrecciava primo sotto il traguardo di Abu Dhabi, l’UCI garantiva che sono venute meno tutte le prospettive di costruire una montagna artificiale per i mondiali 2028 ospitati nella città araba e che si tratterà quindi di una rassegna iridata che vedrà i velocisti come protagonisti più attesi.

Ad Abu Dhabi si è disputata l'ultima tappa dell'UAE Tour, vinto dal messicano Isaac Del Toro
Ad Abu Dhabi si è disputata l’ultima tappa del UAE Tour, vinto dal messicano Isaac Del Toro
Ad Abu Dhabi si è disputata l'ultima tappa dell'UAE Tour, vinto dal messicano Isaac Del Toro
Ad Abu Dhabi si è disputata l’ultima tappa del UAE Tour, vinto dal messicano Isaac Del Toro

E’ chiaro che la prospettiva attrae, fa sognare il ritorno della maglia iridata dalle nostre parti da dove manca sin dal lontano 2008. E’ anche chiaro che la mente torna indietro ai mondiali che si svolsero nella vicina Doha, nel 2016. Di quella nazionale guidata da Davide Cassani faceva parte anche Daniele Bennati che ricorda bene tipologia ed evoluzione di quella corsa, sicuramente il metro di paragone più vicino a quel che sarà.

«Erano mondiali per velocisti – ricorda il toscano, che è stato ct azzurro per tre stagioni – lo dice innanzitutto l’ordine di arrivo: primo Sagan, secondo Cavendish, terzo Boonen. I corridori arrivati furono pochi, ma si può parlare di un mondiale senza dubbio per velocisti. E’ chiaro che lì influiscono moltissimo le condizioni del vento, è quella la variabile che movimenta una gara che altrimenti sarebbe alquanto monotona, sotto lo stretto controllo dei team con un velocista fra i favoriti».

Mondiali 2026, Sagan mette tutti in fila battendo Cavendish e Boonen, 5° Nizzolo
Mondiali 2016, Sagan mette tutti in fila battendo Cavendish e Boonen, 5° Nizzolo
Mondiali 2026, Sagan mette tutti in fila battendo Cavendish e Boonen, 5° Nizzolo
Mondiali 2016, Sagan mette tutti in fila battendo Cavendish e Boonen, 5° Nizzolo
Qual era la strategia alla vigilia?

In situazioni di vento laterale, come ai mondiali di Doha 2016, nel gruppo sapevamo che ad un certo punto si svoltava a destra e lì la corsa sarebbe esplosa. Il Belgio di Boonen si era presentato solo ed esclusivamente per fare quell’azione lì per rompere la corsa. Noi comunque ci siamo fatti trovare pronti, forse un po’ troppo pochi, ma sapevamo che quello era il mondiale che ci aspettava.

La corsa quindi ebbe un’evoluzione prevista…

Per molti versi sì, sapevamo che molto probabilmente si poteva arrivare in volata, con un gruppo sicuramente non compatto ma ristretto, però in quel caso il finale poteva essere aperto anche a soluzioni diverse. Molte squadre lavorarono con profitto per portare i loro velocisti all’atto finale.

Daniele Bennati a Doha nel 2016. Un mondiale per velocisti ma dove il vento giocò un ruolo primario
Daniele Bennati a Doha nel 2016: mondiali per velocisti, in cui il vento giocò un ruolo primario
Daniele Bennati a Doha nel 2016. Un mondiale per velocisti ma dove il vento giocò un ruolo primario
Daniele Bennati a Doha nel 2016: mondiali per velocisti, in cui il vento giocò un ruolo primario
Il percorso chiaramente non è definito, si può però ragionare sulle caratteristiche della zona, quali differenze richiederebbe rispetto alle corse pianeggianti che siamo abituati a vedere in Europa, in un grande giro?

Possiamo prendere come metro di paragone il mondiale di Copenaghen 2011, di cui io, tra l’altro, ero capitano della nazionale italiana che poi non andò bene dal punto di vista del risultato. Vinse Cavendish su Goss e Greipel, era un percorso quasi totalmente pianeggiante e lì veramente era quasi scontata una volata, perché comunque era un tracciato in cui era difficilissimo fare la differenza. Un percorso molto veloce e anche abbastanza tortuoso, ma le strade erano belle larghe e l’arrivo tirava leggermente in su. Sia l’Australia per Goss e la Gran Bretagna per Cavendish si presentarono solo per arrivare in volata.

Vedi delle attinenze?

No, è questo il punto. Io credo che gli organizzatori faranno qualcosa di diverso, pianeggiante ma non scontato. Sarei pronto a scommettere che andranno a scovare una situazione simile a quella di Doha 2016, per evitare che diventi un mondiale abbastanza monotono. In quelle zone, il vento la fa da padrone. Ma per farlo, devi andare un po’ fuori e cercarti la zona più congeniale per fare un ventaglio che possa distruggere il gruppo.

Uno scorcio dei mondiali 2026, con il gruppo spezzato dai ventagli. Succederà anche nel 2028?
Uno scorcio dei mondiali 2026, con il gruppo spezzato dai ventagli. Succederà anche nel 2028?
Uno scorcio dei mondiali 2026, con il gruppo spezzato dai ventagli. Succederà anche nel 2028?
Uno scorcio dei mondiali 2026, con il gruppo spezzato dai ventagli. Succederà anche nel 2028?
Mancano due anni. Chiaramente, rispetto alla tappa del UAE Tour, il percorso sarà diverso, ma il fatto che Jonathan abbia vinto gli lascerà qualcosa nella memoria, una particolare predisposizione?

Secondo me no, nel senso che non vedo correlazione tra l’aver vinto lì e il fatto che ci sarà il mondiale, perché sono due corse completamente diverse. Stiamo parlando di una corsa a tappe in cui ha vinto tre frazioni, ma dove c’erano pochi velocisti alla sua altezza rispetto a un campionato del mondo dove incontrerà e dovrà sfidare i suoi più diretti rivali a livello internazionale, che in questa gara non c’erano, per esempio Merlier e Philipsen. Quel che conta è che come italiani possiamo aspirare ad arrivare a questo grande appuntamento sapendo di avere un velocista di altissimo livello, almeno nei primi tre più forti al mondo. Per me c’è un’altra esperienza che potrebbe essergli utile…

Quale?

La brutta esperienza del campionato europeo di due anni fa, di cui con Jonathan ho parlato a lungo. Dalle più grandi sconfitte, pian piano si riescono a costruire le grandi vittorie e sono sicuro che gli errori che sono stati commessi in quel campionato europeo non si ripeteranno più. Lui è uscito da questo campionato europeo con le ossa rotte (e io pure…) ma consapevole che il bagaglio di esperienza che ha ricevuto da quella grande delusione e sconfitta gli servirà per costruire la vittoria in un campionato del mondo.

I mondiali 2028 avranno un percorso senza asperità artificiali, com'è stato garantito dall'UCI
I mondiali 2028 avranno un percorso senza asperità artificiali, com’è stato garantito dall’UCI
I mondiali 2028 avranno un percorso senza asperità artificiali, com'è stato garantito dall'UCI
I mondiali 2028 avranno un percorso senza asperità artificiali, com’è stato garantito dall’UCI
Costruire una squadra esclusivamente in funzione di una volata non è un rischio?

Il piano B devi sempre averlo e noi possiamo costruirlo. Non dimentichiamoci che Filippo Ganna in una corsa ipoteticamente dura, dove il gruppo viene assottigliato dal vento, e lunga più di 250 chilometri, può partire con i gradi di capitano. Con Consonni sono due vagoni imprescindibili. In quel campionato d’Europa che rammentavo precedentemente, Filippo avrebbe fatto veramente tanto, tanto comodo…