Il guizzo, il genio, l’istinto e l’oro. Ritorno a Parigi con Guazzini

02.10.2024
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GOSSAU (Svizzera) – Un colpo di genio. Forse meno dell’attacco con cui Pogacar ha conquistato il mondiale, ma comunque un colpo imprevisto che ha portato all’Italia l’oro olimpico della madison. Roba seria, insomma. Il colpo di genio è l’attacco con cui in la sera del 9 agosto alle porte di Versailles, Vittoria Guazzini ha guadagnato il giro, gettando la base per la vittoria. L’ha fatto con l’istinto e in barba alle raccomandazioni con cui Chiara Consonni le aveva appena raccomandato una tattica meno aggressiva.

La crono di Zurigo è stata per Guazzini uno degli ultimi impegni 2024. Mancano i mondiali pista di Copenhagen
La crono di Zurigo è stata per Guazzini uno degli ultimi impegni 2024. Mancano i mondiali pista di Copenhagen

Tutti stanchi

Perciò, approfittando di un momento di attesa prima della cronometro di Zurigo 2024, abbiamo intercettato Vittoria, cercando di capire come nasca effettivamente un colpo di genio. Da quale combinazione di istinto e calcolo. Soprattutto avendo di fronte una cronoman e un’inseguitrice di valore internazionale, abituata a scandire le sue prestazioni con il ritmo del cronometro. Lei ascolta e sorride, è raro che la “Vitto” non sorrida. E forse questa leggerezza di spirito è stata la molla per l’attacco.

«Sicuramente la madison è una gara diversa dal quartetto e dalle crono – dice – perché lì è tutto un po’ più matematico, numeri, watt. Serve tanta intesa con la compagna e poi un po’ di estro, mettiamola così. Quella di Parigi è stata una gara tirata dall’inizio e già da un po’ mi ero accorta che quasi tutte facessero fatica. Non potevamo essere stanche solo noi. Avevo visto che le altre nazioni avevano fatto tutti gli sprint quindi a un certo punto ho pensato che fosse arrivato il momento. E mi sono detta: “Adesso attacco. E se va male, ricomincio come prima”».

Un attacco improvviso di Guazzini e l’Italia prende il Giro: la madison svolta all’improvviso
Un attacco improvviso di Guazzini e l’Italia prende il Giro: la madison svolta all’improvviso

Una trappola per Chiara

Sembra facile, non lo è affatto. La madison è un girare frenetico e per cogliere l’attimo giusto serve avere le gambe e la capacità di leggere nei movimenti degli avversari. Serve l’istinto del velocista e la rapidità d’esecuzione del chitarrista rock. Vittoria è più quella che improvvisa o quella dei secondi e dei millesimi?

«Dipende – ride – Vittoria si trasforma in base a quello che la gara richiede. Sicuramente in una crono come qui in Svizzera, non so quanta improvvisazione ci sia, soprattutto se il percorso è impegnativo e c’è da spingere. E’ stato bello vivere quelle emozioni a Parigi. Ed è vero che Chiara mi avesse detto di non fare colpi di testa, infatti io non le ho detto niente. Ho pensato: “Vedrai, quando sono lì, il cambio me lo deve dare!”. Però sapevo che aveva la gamba, quindi non l’ho detto solo per non turbarla mentalmente. Non avevo dubbi che ce l’avremmo fatta».

Ultimo cambio, sarà Guazzini a chiudere la madison di Parigi, quando la vittoria diventerà matematica
Ultimo cambio, sarà Guazzini a chiudere la madison di Parigi, quando la vittoria diventerà matematica

Tornare a mani vuote

Alla fine Consonni ha apprezzato, inevitabile che fosse così. Anche lei si era accorta dei movimenti delle altre coppie ed è stata ben contenta alla fine di assecondare il gioco della compagna, che intanto continua il suo racconto.

«Erano tante volate che le altre nazioni continuavano a buttarsi dentro – ricorda – e si era sempre tutti al limite, quindi era da un po’ già che ci pensavo. Dicevo fra me e me: “Sto qui, sto qui, sto qui e quando vedo, parto!”. E quando siamo arrivati che mancava una quarantina di giri, ho ritenuto che fosse il momento giusto e sono andata. Venivamo dal quartetto, una grande delusione per tutti, perché ci speravamo. Sono tanti anni che lavoriamo insieme, inutile dire che ce lo meritassimo perché penso che tutti i quartetti se lo meritassero. Nessuno arriva lì per caso. Però mi sembrava che non ci meritassimo di tornare a casa a mani vuote. Diciamo che quella delusione è stata una motivazione in più per dare tutto».

Fra Balsamo e Consonni

Il fuori programma, oltre l’attacco, è che l’abitudine della madison azzurra negli ultimi anni ha visto Guazzini in coppia con Balsamo più che con Consonni. Il rammarico di Tokyo forse fu proprio aver smontato la coppia che aveva appena vinto i campionati europei della specialità. Ma qui il discorso si innesta sui trascorsi comuni in maglia Valcar e gli anni nella nazionale sin dagli juniores, che hanno fatto di questo gruppo una banda molto affiatata.

«Diciamo che Elisa e Chiara – dice – sono molto veloci rispetto a me, che magari sul passo ho qualcosa in più. Quindi come caratteristiche ci completiamo. E’ vero che forse ho corso più con Elisa, soprattutto nell’ultimo periodo. Però con Chiara c’è una grande intesa sia su che giù dalla bici, quindi poi alla fine non è stato così difficile adattarci. Sono molto diverse anche per il carattere, Chiara è più estroversa. Però poi sulla bici, si tira tutti fuori la giusta cattiveria agonistica.

«Ho capito che avevamo vinto le Olimpiadi quando ho preso l’ultimo cambio. Eravamo lì con le olandesi, mentre le inglesi erano avanti e avrebbero preso gli ultimi dieci punti, ma ne avevano più di dieci di distacco, quindi a quel punto era fatta. Mi sono goduta veramente a pieno gli ultimi giri. Ho capito che avevamo vinto la gara, però da lì a realizzare di aver vinto le Olimpiadi è stato qualcosa di incredibile. Guardavo sugli spalti le ragazze, i ragazzi, i miei genitori che erano lì e pensavo che questa volta l’avevamo combinata grossa».

Olimpiadi di Parigi 2024, 9 agosto: Chiara Consonni e Vittoria Guazzini sono campionesse olimpiche della madison
Olimpiadi di Parigi 2024, 9 agosto: Chiara Consonni e Vittoria Guazzini sono campionesse olimpiche della madison

Ha rivisto la gara una sola volta, almeno finora. «La mattina con Chiara – ammette – perché siamo rientrate in hotel che era mattina. Abbiamo fatto una doccia e poi ci siamo dette: “Dai, guardiamo la gara, che non ci abbiamo capito niente”. Poi è capitato di vedere qualche spezzone che hanno mandato qua e là. Adesso per finire la stagione su pista mancano i mondiali di Copenhagen. Ma non saranno quelli che ci permetteranno di rifarci della delusione del quartetto. Quello potremo farlo solo a Los Angeles, ma è presto parlarne adesso».

Langkawi: sparisce l’umidità e spunta Pesenti. Tappa a Poole

01.10.2024
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CAMERON HIGLANDS (Malesia) – Dallo zoo alle fragole. Dalla foresta equatoriale alle montagne. E finalmente l’umidità molla la presa. Questo è probabilmente il fattore che ha messo le ali a Thomas Pesenti, bravo ad inserirsi tra gli atleti del WorldTour.

La differenza tra la pianura e questa montagna a 1.620 metri di quota è tutta qui. E non è poco. Per il resto palme e foresta fittissima come in basso, ma anche tante coltivazioni di fiori e fragole. Salendo quassù abbiamo visto ettari di serre puntinare di bianco la foresta stessa. E intorno a queste serre villaggi remoti.

Il tappone del Tour de Langkawi va a Max Poole, inglese classe 2003, che ha vinto da favorito. E non era facile perché la salita era davvero velocissima, pertanto più di qualcuno in forma, anche se non scalatore avrebbe potuto dire la sua. L’abbiamo percorsa anche noi con i pullmini riservati alla stampa e, a parte un paio di dentelli, era roba da 54 fisso.

Ancora JCL 

Il Tour de Langkawi sta consacrando i ragazzi di Manuele Boaro. Ieri primo Malucelli, oggi terzo Pesenti. JCL Team UKYO in grande spolvero insomma.

«Cose che succedono quando si lavora bene e con serenità – spiega il giovane direttore sportivo – e poi i ragazzi sono contenti, motivati… Sono soddisfatti dei materiali, alcuni dei quali li compriamo noi e non li prendiamo perché magari quello sponsor ci dà qualche soldo in più. Nel ciclismo di oggi questo aspetto è molto importante».

Oltre a Pesenti infatti ha fatto bene anche Giovanni Carboni, il quale nonostante la caduta di ieri è arrivato sesto, nel duello con Max Poole, Harold Lopez e Anthon Charmig. Insomma i migliori corridori della corsa. Guarda caso gente del WorldTour.

Colori stupendi in Malesia… e anche una certa curiosità a bordo strada
Colori stupendi in Malesia… e anche una certa curiosità a bordo strada

Pesenti da podio

Dopo l’arrivo le consuete scene che vediamo ad ogni latitudine con i corridori che cercano subito il recupero dal massaggiatore. L’unica differenza rispetto ai giorni precedenti è che stavolta nessuno passa sotto al getto d’acqua dei pompieri. Qui a Cameron Highlands si sta freschi.

«Non mi aspettavo una prestazione così – racconta Pesenti mentre sorseggia dalla borraccia – specie dopo il primo giorno quando sono andato in fuga e le sensazioni erano pessime. Forse perché io pago molto l’umidità. E infatti anche stamattina nei primi 100 chilometri non mi sentivo proprio brillante, col caldo ho patito ancora. Non si andava forte e c’è stata anche un po’ di noia a dire il vero. Si parlottava.

«Negli ultimi 40 chilometri le cose sono cambiate e complice anche una maggiore concentrazione il tempo è passato più in fretta. La Dsm-Firmenich e la EF Education si sono messe a tirare forte. E quando abbiamo iniziato a prendere quota, ho percepito un po’ di fresco, è calata l’umidità e mi sono trovato subito bene».

Quando ci sono queste situazioni il corridore cambia la sua testa da una pedalata all’altra. In un secondo prende fiducia e si convince che può stare davanti.
«L’ultima salita – prosegue l’emiliano – l’abbiamo fatta con un ritmo veramente esagerato. Negli ultimi 8 chilometri Dsm ed EF l’hanno presa ancora più di petto. Io ero sul filo, al limite tra lo staccarmi e il tenere. Credevo che rimanessimo in 20-30 corridori e invece siamo arrivati una dozzina allo sprint».

Pesenti in fuga nella prima frazione del Langkawi. Che sofferenza l’umidità della pianura
Pesenti in fuga nella prima frazione del Langkawi. Che sofferenza l’umidità della pianura

Thomas attaccante

E qui forse un minimo di rammarico c’è. Quando dopo le premiazioni gli chiediamo delle sue caratteristiche, Pesenti dice di essere un limatore. Malucelli, che è alle nostre spalle, sente la domanda e replica: «Lui lima più di me!».

«Davvero – riprende Pesenti – sono un corridore che ama attaccare, che sa stare coperto, che va bene su percorsi vallonati e che è anche abbastanza veloce e infatti – fa una breve pausa – questa volata forse l’ho persa. L’ho presa un po’ troppo davanti e alla fine mi hanno saltato. Da dietro sono riusciti ad anticiparmi… però va benissimo. Un terzo posto qui non è poco».

Sempre meglio aver perso per essere stati sin troppo propositivi che per essere stati rinunciatari. 

«No, no… ho osato. Adesso ci sono altre tappe per cercare di guadagnare alcuni secondi: credo che da qui in avanti la classifica generale si giocherà un po’ sugli sprint intermedi. Sprint che ora diventano importanti. Immagino che cambierà anche un po’ la corsa. La mia tattica del primo giorno era quella di anticipare e prendere dei secondi di abbuono nei traguardi intermedi, però ne ho preso solo uno, complice un po’ la mia situazione con l’umidità».

Thomas Pesenti (classe 1999) al termine della tappa di Cameron Highlands
Thomas Pesenti (classe 1999) al termine della tappa di Cameron Highlands

Un passato complicato

Thomas Pesenti è un classe 1999: è giovane ma non giovanissimo. In carriera ne ha già vissute di cotte e di crude.

Quando doveva passare con l’Androni, la squadra di Savio fallì. E’ rimasto nei dilettanti e ha vissuto per un paio di anni sulle promesse di chi doveva prenderlo e poi lo ha lasciato a piedi. E in qualche altro caso, ci ha detto Pesenti stesso, ci ha messo del suo. Non sempre ha fatto alla perfezione la vita da corridore, come si dice in gergo. Ma è anche normale in certe situazioni.

Poi l’approdo in un team, appunto la JCL Ukyo, il cui ambiente è positivo ed eccolo rifiorire.

«Questa appena vissuta è stata una stagione abbastanza positiva – racconta Pesenti – ho fatto delle belle gare e per questo ringrazio il mio team perché mi ha fatto fare delle bellissime esperienze. Esperienze che rimanendo in Italia non avrei potuto fare. Dopo il Langkawi avrò ancora un paio di corse in Giappone, tra cui la Japan Cup».

Ora la classifica dice: 1° Max Poole (in foto) con 6″ su Harold Lopez e 10″ su Pesenti
Ora la classifica dice: 1° Max Poole (in foto) con 6″ su Harold Lopez e 10″ su Pesenti

Presente e futuro

La sensazione, visto anche la stima che abbiamo potuto raccogliere tra i vari diesse nei suoi confronti, è che questo ragazzo abbia ancora dei margini e mire importanti davanti. 

«Il progetto di questa squadra – dice Pesenti – è chiaro: vuole andare al Tour, diventando man  mano sempre più grande. Il punto di partenza mi sembra più che ottimo. Bici, staff, gare di buon livello: abbiamo tutto a disposizione. Fare trasferte di questo genere non è da tutte le squadre continental». 

Pesenti ha ambizioni importanti: «Da parte mia voglio continuare a crescere e migliorare. Facendo il massimo, magari arriverà l’occasione della vita».

E chissà che l’occasione non arrivi proprio qui. Visto che la gara d’ora in poi si deciderà sugli abbuoni, cosa che ha detto anche il neoleader Max Pool, e visto che Pesenti è veloce e limatore, magari ne potrà approfittare. E perché no, potrebbe essere proprio Malucelli ad aiutarlo. E’ tutto da vedere. Il futuro passa, anche, da qui.

Reusser fermata dal long covid. Quanto è diffuso?

01.10.2024
4 min
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Ai mondiali di Zurigo c’era un’assenza che ha fatto rumore. E’ quella di Marlen Reusser, la specialista della cronometro che sarebbe stata una delle più chiare speranze di podio per i padroni di casa. Sarebbe, perché l’elvetica non gareggia da maggio. Anzi, non si allena e non perché non ne abbia più voglia.

Per la Reusser l’ultima gara risale a metà maggio in Spagna. Il suo futuro è nebuloso
Per la Reusser l’ultima gara risale a metà maggio in Spagna. Il suo futuro è nebuloso

In un’intervista a SRF, la Reusser ha raccontato il suo calvario: «A fine primavera ho avuto un mal di gola trasformatosi in bronchite. Nonostante le cure continuavo a peggiorare. A giugno ho provato a riprendere ma con la febbre che saliva e scendeva non aveva senso. Ad agosto ho avuto la diagnosi di sindrome da Long Covid che mi ha trasformato in una malata cronica, con momenti buoni alternati ad altri molto brutti. E ho paura che non passerà».

Una diagnosi che dà da pensare e per questo abbiamo voluto allargare il discorso parlando con Carlo Guardascione, medico della Jayco AlUla per capire quanto il virus che quattro anni fa ha congelato non solo l’attività ciclistica ma la vita quotidiana di buona parte del mondo sia ora impattante nei suoi effetti: «Premesso che del caso in questione non possiamo saperne a sufficienza, se non quello che la ragazza ha detto, oggi con il Covid si viaggia a vista, ma mi sento di dire, anche in virtù della mia esperienza di medico di base, che i casi di long covid sono strettamente legati alla mancata vaccinazione. Chi ha fatto almeno parte delle dosi prescritte, è molto più garantito».

I sintomi principali manifestati in età adulta dalla sindrome del Long Covid
I sintomi principali manifestati in età adulta dalla sindrome del Long Covid
Quanto incide su chi fa attività ciclistica?

L’allenamento intenso influisce sulle difese immunitarie, le fa diminuire e quindi chi fa sport, senza un’adeguata protezione data dal vaccino, è più esposto. Che cosa è cambiato rispetto ai primi tempi? Ora il Covid è stato quasi sdoganato, quando si avvertono i sintomi come raffreddore e mal di gola, si pensa che siano solo questi, invece se si tratta di sintomi Covid, è importante che si stia fermi, si dia uno stop alla propria attività.

Per la sua esperienza sul campo, i casi sono molti?

Ce ne sono, e per quel che vedo nella stragrande maggioranza colpiscono chi non si è vaccinato. In base a quel che sappiamo, noi possiamo usare una terapia sintomatica, in presenza in particolare di quei segnali tipici del long covid: astenia, problemi a gusto e olfatto che persistono, turbe del sonno. E’ importante però che si agisca nei primissimi momenti, con integratori e farmaci per alzare le difese immunitarie, un po’ come avviene nella mononucleosi, per questo è importante fermarsi e riprendere solo quando il fisico tornerà a rispondere adeguatamente.

In caso di sintomi da covid è importante consultare subito il medico riinunciando al “fai da te”
In caso di sintomi da covid è importante consultare subito il medico riinunciando al “fai da te”
Nei team i controlli vengono fatti?

Noi prima di ogni corsa a tappe e di ogni serie di corse d’un giorno ravvicinate nel tempo e quindi riservate agli stessi atleti, facciamo una serie di tamponi a tappeto, a tutti i componenti della squadra, corridori e staff. Chi presenta sintomi viene fermato preventivamente. Anche noi vediamo che le maglie regolamentari sono diventate più larghe, che chi è positivo ma asintomatico viene fatto gareggiare, ma d’altronde abbiamo ormai acclarato che la risposta di ogni individuo al virus è diversa, anche in base a che cosa si è fatto come vaccinazione. Chi le ha fatte resta più protetto.

Di vaccini oggi si parla abbastanza poco. Quelli disponibili sono aggiornati alle ultime varianti del virus?

Sì, assolutamente. Il vaccino è consigliabile per bambini, anziani e persone fragili per malattie pregresse, per questi è bene fare il richiamo. Per gli altri, compresi i nostri atleti, è importante che facciano il vaccino antinfluenzale che agisce sui virus stagionali esponendo molto meno i soggetti. Anche il vaccino antinfluenzale è aggiornato alle variazioni dei virus e dà un’ottima protezione. Nel nostro team oltre l’80 per cento dei tesserati si vaccina contro l’influenza.

La vaccinazione è la principale difesa, a cominciare da quella antinfluenzale
La vaccinazione è la principale difesa, a cominciare da quella antinfluenzale
Il covid è ancora diffuso?

Sì, molto. Anche nell’ambiente ciclistico, abbiamo visto come al Giro di Francia siano stati tanti i casi e molti corridori presentando sintomi siano stati fermati. Io riscontro casi tutti i giorni di mia presenza a studio. L’unica differenza con il passato è che sono molti meno i casi che necessitano di ricovero e questo è frutto della campagna di vaccinazione.

Cronoman e statura. Remco resta una particolarità

01.10.2024
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Remco Evenepoel ci ha anche scherzato su qualche giorno fa dopo aver rivisto il titolo iridato contro il tempo: «Per fortuna che ero sul gradino più alto del podio altrimenti con questi due spilungoni ai miei lati neanche sarei entrato nelle foto». I due spilungoni erano Filippo Ganna ed Edoardo Affini, entrambi più alti di un metro e 90. Ma questa frase ha sollevato una questione interessante: l’altezza è sempre sinonimo di forza?

Pensiamoci. L’ultimo cronoman di bassa statura di un certo livello fu Chris Boardman e forse Levi Leiphemer, il quale però prima di altri aveva intuito determinate posizioni, altrimenti il gesto della crono è sempre stato a favore dei passistoni alti. Gente che può sfruttare tanti muscoli e leve lunghe.

E tutto sommato anche a Zurigo tra gli juniores e gli under 23 hanno vinto corridori di statura elevata. E prima dell’era Remco bisogna scorrere appunto a Boardman, Catania 1994, per trovare un iridato contro il tempo più basso di un metro e 75 centimetri. Ricordiamo che Remco Evenepoel è alto 171 centimetri.

Boardman è stato uno degli iridati a crono più bassi: era alto 174 cm (foto Getty Images)
Boardman è stato uno degli iridati a crono più bassi: era alto 174 cm (foto Getty Images)

Sentiamo Malori

La stazza quindi conta? E fino a che punto? Ne abbiamo parlato con i due italiani forse più esperti in materia: Adriano Malori e Marco Pinotti.

«Remco è piccolo, è vero – spiega Malori, 1,82 di statura – ma quel che conta è la muscolatura. Torniamo indietro di qualche anno. C’era Cancellara che vinceva poi venne Tony Martin. Lui era due spanne più alto, ma al tempo stessa aveva quadricipiti enormi e spalle strettissime. E per questo guadagnava: era super aerodinamico. O al contrario, prendiamo Enric Mas: anche lui è alto, ha leve lunghe e potrebbe andare forte a crono, ma non ha la stessa muscolatura di Remco. E ancora Castroviejo, che è alto 1,71. Lui è forse in assoluto il corridore più aerodinamico come posizione che abbia visto. E’ molto schiacciato, grazie anche alla sua elasticità, ma non ha la stessa potenza e spalle tanto strette, quindi perde qualcosa rispetto a Remco e agli specialisti».

La scena che più ha fatto sorridere dopo i mondiali crono di Zurigo, con “il piccoletto” in mezzo ai due giganti
La scena che più ha fatto sorridere dopo i mondiali crono di Zurigo, con “il piccoletto” in mezzo ai due giganti

Il fisico di Remco

Malori entra nel dettaglio dell’analisi della fisionomia di Evenepoel. Remco è un brevilineo: «Ma anche le braccia relativamente lunghe e questo unito alle spalle più piccole rispetto ai cronoman puri gli consente di distendersi e chiudersi bene. Ecco quindi che ha il fisico perfetto per andare forte a crono. Non solo, ma questa sua caratteristiche si riscontra anche su strada. Perché quando attacca a 60 chilometri dall’arrivo fanno fatica riprenderlo? Perché è potente e super aerodinamico».

Facendo un passo indietro e ipotizzando un paragone con gli specialisti degli anni ’90, per Malori gli sviluppi aerodinamici e le nuove posizioni lo hanno agevolato.

«Consentite infine un commento alla crono iridata. Ganna ha perso il mondiale per 6”, io sono convinto che sia andata così perché il percorso non era del tutto per specialisti. C’era una salita piuttosto impegnativa. E lì Pippo ha pagato non solo in termini di tempo, ma anche di dispendio energetico. Pensateci, l’ultimo vero percorso a crono per specialisti tra mondiali ed olimpiadi qual è stato? Quello delle Fiandre 2021 e chi ha vinto?». La risposta è implicita e dice proprio Ganna.

Anche Castroveijo secondo Malori è super aerodinamico, ma ha spalle più larghe e meno forza rispetto a Remco
Anche Castroveijo secondo Malori è super aerodinamico, ma ha spalle più larghe e meno forza rispetto a Remco

Parola a Pinotti

Da Malori passiamo a coach Marco Pinotti. Una brevilineo tra gli spilungoni.  «Parlo dei mio caso – dice Pinotti, alto 1,76 – e nel contesto dei miei tempi. Io non avevo una grande potenza assoluta, ma avevo una buona posizione, una posizione stabile che mi consentiva di spingere bene. Remco oltre ad avere un cda (coefficiente aerodinamico, ndr) ottimo, ha anche un grande motore, una grande potenza, che unito ad un’ottima posizione ne fa un grande cronoman».

La sua abilità in questa disciplina quindi da dove viene? E’ un fattore di watt, di aerodinamica, di posizione…

«Per me è di posizione e di conseguenza di aerodinamica. Certamente Evenepoel è un cronoman atipico. Ha il busto corto, una gabbia toracica importante e quadricipiti possenti: tutto ciò lo rende particolarmente adatto al tipo di sforzo che richiede una prova contro il tempo. Chiaro che i watt assoluti contano: un cronoman di alta statura ha più muscoli, più forza, più leva… Remco non avrà mai gli stessi watt di Ganna. Il fatto è che lui ha i watt di un atleta di 65-67 chili, pure essendo più leggero (60-61 chili, ndr). E poi pensiamo a come va in pianura anche su strada».

Sia Malori che Pinotti hanno preso a esempio anche la posizione d’attacco di Evenepoel su strada: anche questa potente e aero
Sia Malori che Pinotti hanno preso a esempio anche la posizione d’attacco di Evenepoel su strada: anche questa potente e aero

Punti di vista

E qui Pinotti ripete esattamente quel che ha detto Malori prima: Remco è aerodinamico “per natura” e per questo riesce ad andare via quando è in fuga. Mentre va in disaccordo con Malori quando si parla di regole.

Secondo Malori le quote fisse, come la distanza fra linea del movimento centrale e punta delle appendici, svantaggiano gli atleti più alti: «In alcuni casi si vede che Ganna è sacrificato in certe posizioni – spiega Adriano – e tutti questi studi sull’aerodinamica, l’evoluzione dei materiali lo hanno aiutato ad ottimizzare la sua potenza». Mentre per Pinotti il ritocco ai regolamenti ha ridato vantaggio anche a questi ultimi e che tutto sommato Remco sarebbe stato Remco anche con materiali e posizioni meno aero.

«Io penso – conclude Pinotti – che la forza di Remco a crono dipenda molto dalla sua posizione. Fate caso a quanto è stabile. Se non fosse per le curve, sulla sua schiena potresti mettere un bicchiere d’acqua e quello non si muoverebbe, questo perché è riuscito a riportare i test in galleria su strada. Tanti in galleria del vento ottengono buone posizioni, ma poi su strada si muovono e molto di quel lavoro decade. Io credo che questa sua stabilità dipenda anche da una buona forza nella parte alta del corpo: spalle, braccia… che gli consentono di sostenersi bene».

Insomma, la regola che il cronoman debba essere alto e potente resta valida: leve lunghe e watt assoluti hanno ancora il loro perché. Poi la cura dell’aerodinamica può aiutare, certamente, ma è Remco Evenepoel la vera eccezione.  

Europeo gravel, la data contestata. Risponde Della Casa

01.10.2024
4 min
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Le discussioni sulla concomitanza del 13 ottobre tra gli europei gravel e la prova finale dell’importante circuito Gravel Earth Series in Spagna, sottolineate da Mattia De Marchi (che ha rinunciato alla convocazione azzurra per non perdere l’occasione iberica) tengono ancora banco nell’ambiente. Tanto è vero che è stato un tema discusso in maniera anche più ampia, inerente tutti gli influssi che l’attività e lo sviluppo della nuova disciplina devono avere, proprio negli ultimi giorni iridati a Zurigo.

La concomitanza di europei e finale del Gravel Earth Series ha scatenato forti polemiche
La concomitanza di europei e finale del Gravel Earth Series ha scatenato forti polemiche

Tra una riunione e l’altra, il presidente della Uec Enrico Della Casa non si è tirato indietro ed anzi ha voluto dire la sua sull’argomento, sottoponendosi di buon grado a una serie di domande.

De Marchi nella sua intervista afferma che la data dell’europeo è stata scelta in funzione del Lombardia…

E’ vero, non ho difficoltà ad ammetterlo. Siamo alla seconda edizione e trovare una buona collocazione non era facile. Abbiamo pensato che posizionarlo il giorno dopo la Classica Monumento, per contiguità territoriale, potesse essere una buona scelta, ma non solo pensando ai corridori, a chi se la sentisse di doppiare. E’ anche una scelta pensata per il pubblico, per convogliare tanti appassionati da una parte all’altra del Nord Italia e favorire afflusso di pubblico ad Asiago.

Mattia De Marchi è stato molto critico sulla scelta della data per Asiago, rinunciando all’azzurro
Mattia De Marchi è stato molto critico sulla scelta della data per Asiago, rinunciando all’azzurro
Una scelta che ha destato non poche polemiche…

Ne siamo consci – ammette Della Casa – sapevamo che avremmo scontentato qualcuno, ma è un prezzo da pagare per l’affermazione di questa disciplina, che per ora resta molto legata alla strada, sicuramente più di quanto lo sia alla mountain bike. Le discussioni sulla data non ci hanno lasciato indifferenti, teniamo presente che siamo solo alla seconda edizione. Il prossimo anno valuteremo con molto anticipo la data e la posizioneremo magari anche in un periodo diverso, riguardando tutto il calendario del gravel nel suo insieme.

Il gravel guarda alla strada, ma sta anche seguendo una propria via autonoma?

E’ un processo ancora agli inizi, i numeri di specialisti puri sono ridotti, anche se è indubbio che si stia avanzando in tal senso. Per questo dico che la vicinanza alla strada è ancora una necessità, più che alla mountain bike dove le differenze sono più marcate. Bisogna capire che per noi è ancora un evento nuovo, dobbiamo capire come arrivare a soddisfare tutte le esigenze, a cominciare da quella della partecipazione elevata dal punto di vista numerico che è un “must” per il prossimo appuntamento di Asiago. Sappiamo che commettiamo errori, è un prezzo da pagare al noviziato.

L’appuntamento continentale di Asiago verrà il giorno dopo del Lombardia. Quanti atleti doppieranno?
L’appuntamento continentale di Asiago verrà il giorno dopo del Lombardia. Quanti atleti doppieranno?
Da parte dei vari Paesi c’è una maggiore attenzione?

Sì, indubbiamente e noi dobbiamo spingere perché ci sia una buona attività nazionale – sentenzia Della Casa – facendo le cose per gradi. Organizzare è difficile, ma è solo facendo, sbagliando che si impara. Capisco che intorno all’europeo siano sorte tante critiche, ma spesso prima di parlare bisognerebbe mettersi dalla parte di chi organizza, conoscendo le difficoltà a cui si va incontro…

Avete pensato in futuro di allestire una challenge di appuntamenti continentali, sull’esempio delle World Series?

No e non tanto perché il movimento sia ancora composto da numeri troppo esigui. Noi come UEC abbiamo risorse ridotte, non solo dal punto di vista economico ma anche di forze effettive da impiegare. Vogliamo fare poche cose ma fatte bene. Stiamo spingendo sui nuovi circuiti di mtb, la Coppa Europa per cross country e downhill, non possiamo disperdere risorse e concentrazione. Fra 3-4 anni vedremo a che punto sarà l’evoluzione del gravel e riesamineremo l’idea. In questo momento è importante che ci si muova a livello locale, che sorgano piccole challenge nazionali che possano attrarre il maggior numero di praticanti, che possano soprattutto contribuire alla crescita numerica del movimento. E’ questo il nostro obiettivo comune.

Della Casa garantisce che il prossimo anno il calendario dovrebbe essere rivisto nelle sue date principali
Della Casa garantisce che il prossimo anno il calendario dovrebbe essere rivisto nelle sue date principali
In definitiva a che punto è il gravel?

In una fase di crescita molto forte, lo confermano anche le aziende e lo testimoniano i dati di vendita. Noi dobbiamo andare incontro a questo flusso, che possiamo vedere girando ogni domenica e accorgendoci di quanti modelli ci siano sulle strade e sui sentieri, ogni settimana più della precedente. Su un aspetto però voglio porre l’accento: è importante che ogni singola federazione spinga sulla crescita attraverso l’organizzazione di sempre nuovi appuntamenti, ma tenendo sempre come primo punto discriminante la sicurezza, sulla quale non si deve transigere…

Evenepoel ha deluso? Sì, no, forse. In Belgio si discute

01.10.2024
5 min
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ZURIGO (Svizzera) – Inutile dire che la folla di giornalisti arrivati in massa dal Belgio si aspettasse il duello tra il Remco baldanzolo della vigilia e il Pogacar venuto per conquistare la maglia che sognava da bambino. Il mondiale di Zurigo prometteva di essere il primo vero scontro al vertice in una grande classica, dopo la caduta di Pogacar nella Liegi vinta da Evenepoel nel 2023 e quella di Remco ai Baschi prima della Liegi vinta lo scorso aprile dallo sloveno.

Invece qualcosa non ha funzionato. E come pure lo scorso anno, vinta la cronometro su Ganna e Affini, Remco ha corso un mondiale sotto tono. Difficile dire se il motivo sia legato al recupero dopo gli sforzi della prova contro il tempo. Alle Olimpiadi, fra strada e pista c’erano comunque sette giorni e la cosa non gli ha creato troppi problemi. Oppure si potrebbe pensare semplicemente che nella prova su strada delle Olimpiadi non ci fosse Pogacar. Di certo però, Evenepoel visto a Parigi aveva un’altra sostanza rispetto a quello del mondiale.

Evenepoel e Alaphilippe, ritirato dopo 15 chilometri con la slogatura della spalla: Julian sarebbe stato un bell’ago della bilancia
Evenepoel e Alaphilippe, ritirato dopo 15 chilometri con la slogatura della spalla: Julian sarebbe stato un bell’ago della bilancia

L’attacco temuto

Sven Vanthourenhout, commissario tecnico uscente della nazionale belga, ha ammesso in un’intervista a Het Nieuwsblad di non essere rimasto troppo sorpreso per l’attacco di Pogacar al mondiale.

«L’ultima volta che Stuyven è venuto da me mentre la fuga con Laurens De Plus si stava allontanando – ha detto ripensando al mondiale – mi ha chiesto se avrebbero dovuto tirare. Gli ho detto di no, ma di stare attenti al tentativo successivo. Avevo visto che nella fuga non c’erano alcuni Paesi, soprattutto Olanda, Svizzera e Spagna. In teoria avrebbero dovuto tirare loro, invece non si muovevano. Allora ho pensato che avrebbero provato a scattare. E Tadej, con Tratnik là davanti, avrebbe potuto muoversi da solo. Infatti quindici minuti dopo ha attaccato e la sua mossa ci ha isolato. A quel punto infatti toccava a noi tirare, essendo dietro con Evenepoel. Eppure non pensavo che la gara fosse già chiusa e di fatto non lo è stata sino alla fine. Tadej non ha staccato il gruppo per due minuti. Ma quel momento è stato decisivo».

Quinten Hermans tira il gruppo alle spalle di Pogacar. Dietro ha Tjesi Benoot, ma il vantaggio non decresce
Quinten Hermans tira il gruppo alle spalle di Pogacar. Dietro ha Tjesi Benoot, ma il vantaggio non decresce

Un tentato suicidio

Evenepoel ha deluso? Fra coloro che avrebbero potuto fare di più, il belga era annunciato come l’unica possibile alternativa a Pogacar. Invece alla resa dei conti è mancato, facendo capire sin dal momento dello scatto di Pogacar di non avere le gambe e di conseguenza l’ardire per seguirlo. Volete che il miglior Evenepoel non si sarebbe divertito ad accettare quella sfida?

«Forse è così – ha spiegato il campione olimpico di Parigi – forse anche no. A 100 chilometri dal traguardo bisogna essere onesti… Ho pensato che fosse un tentativo di suicidio. Ovviamente l’ho visto andarsene. Ero accanto a Van der Poel e abbiamo avuto entrambi la sensazione che fosse una mossa folle. Sicuramente avevo le gambe per scattare e l’ho dimostrato più avanti nella gara. Ma pensavamo che fosse ancora troppo lontano. Finirà che l’anno prossimo attaccheremo a 200 chilometri dal traguardo. Sono deluso? No, sono campione olimpico. L’argento o il bronzo sarebbero stati una bella medaglia, ma alla fine non sarebbe cambiato molto per la mia carriera. Tadej è stato eccezionale, ma un mondiale l’ho già vinto e l’anno prossimo ci sarà un’altra possibilità».

Evenepoel ha provato qualche scatto, ma non incisivo come quello di Pogacar. Tanto che non ha staccato nessuno
Evenepoel ha provato qualche scatto, ma non incisivo come quello di Pogacar. Tanto che non ha staccato nessuno

Le gambe di Remco

Vanthourenhout prosegue nella sua disamina e conferma che, al netto del grande lavoro dei belgi, il capitano non sia stato nella sua giornata migliore.

«A un giro dalla fine sono andato accanto a Remco – ha raccontato – e non ho dovuto dire niente. Ho capito subito che era finita. Non penso che avesse le super gambe che voleva. Non c’è niente di sbagliato in questo, ma si è capito che a quel punto la gara fosse chiusa. Sarebbe stato meglio se Remco fosse andato con Pogacar, ma mancavano comunque più di cento chilometri. E comprensibile che non abbia risposto subito. Avevamo una buona squadra, venuta per vincere. Tutti hanno cercato di fare la loro parte, alcuni hanno avuto una giornata migliore di altri. E alla fine siamo finiti quinti. Per vincere, Remco doveva essere al 100 per cento e non credo che sia stato così. Eppure ugualmente, anche con questo scenario alla fine avrebbe potuto vincere il mondiale».

Dopo l’arrivo con Van der Poel, Evenepoel ricorda il momento in cui Pogacar è andato via
Dopo l’arrivo con Van der Poel, Evenepoel ricorda il momento in cui Pogacar è andato via

Un mondiale estenuante

Al netto di definire la percentuale di forma di Evenepoel, quel che resta è lo stupore per il gesto di Pogacar, che ha sorpreso per coraggio e intensità. Va anche bene che nessuno lo abbia seguito sul momento, ma ha colpito che ogni tentativo di inseguimento sia naufragato.

«E’ speciale – ha concluso Evenepoel – davvero unico che sia partito a 100 chilometri dal traguardo. Noi eravamo completamente in fila dietro di lui, ma alla fine ci siamo avvicinati solo un po’. Anch’io avevo buone sensazioni, ma è stato un mondiale massacrante, molto difficile. Questo è tutto quello che potevo fare. A quattro o cinque giri dalla fine abbiamo iniziato a spegnerci, giro dopo giro. Ma non ho niente di cui lamentarmi. De Plus era in fuga ed è stato grandioso. Poi Wellens e Van Gils hanno provato a ridurre le distanze e poi ho iniziato a muovermi anche io. Quindi è iniziata una fase di scatti e momenti di stanca. Solo alla fine c’è stata un po’ di collaborazione e in volata più di così non potevo fare».

Stamattina in una riunione tecnica, la Soudal-Quick Step deciderà se Evenepoel correrà le prossime gare italiane. Lui avrebbe voglia e non a caso dopo il mondiale ha parlato di Emilia, Bernocchi, Tre Valli e Lombardia. Ma ancora i programmi sono sub judice. «E’ stata una stagione lunga e difficile, quindi sono un po’ stanco di allenarmi. E’ meglio correre ancora un po’. E poi concedersi un bel periodo di riposo».

Intanto in Belgio si sfoglia la margherita per trovare il successore di Sven Vanthourenhout. E pare che Philippe Gilbert avrebbe fatto sapere alla Federazione di essere interessato all’incarico.

Dai rulli di notte alla gioia malese. Colpaccio Malucelli

30.09.2024
6 min
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BUTTERWORTH (Malesia) – Manuel Penalver alza le mani. Matteo Malucelli gli arriva appaiato. Alla fine nessuno dei due sprinter è certo della vittoria. Poco dopo, un giudice si avvicina allo spagnolo e gli dice: “You first”. Sei il primo. Penarvel scoppia di gioia e con lui i suoi compagni.

Nella zona d’arrivo le cose sembrano andare diversamente però. I trasponder continuano a dare Malucelli, Penarvel, De Klein. E anche il diesse della Corratec, Francesco Frassi, ce lo conferma: «Alla radio hanno dato subito quest’ordine». E così è. Per il corridore della JCL Team UKYO è l’ottava vittoria stagionale.

Sprint tutto a sinistra: Penarvel esulta, Malucelli lo infila al colpo di reni
Sprint tutto a sinistra: Penarvel esulta, Malucelli lo infila al colpo di reni

Caldo equatoriale

L’umidità che c’è all’equatore è qualcosa d’incredibile. Ci sono 28 gradi ma sembrano 45. Tutti i corridori dopo l’arrivo cercano acqua con cui bagnarsi. A parte Syritsa, vincitore ieri, che invece mangia un coscio di pollo mentre si dirige verso il podio! Sul caldo i corridori hanno scherzato anche in conferenza stampa. E quando Jeff Quenet, responsabile stampa della corsa, ha chiesto a Malucelli se gli piacesse il caldo proprio Syritsa, seduto al suo fianco in quanto leader della corsa, è sbottato in una risata. Come a dire: «Pure il caldo ti va bene!».

Stamattina era emersa subito la proverbiale meticolosità di Malucelli. Dopo aver firmato era tornato ai box per rivedere la ruota posteriore. Qualcosa non gli tornava e alla fine aveva deciso di farsela cambiare.

Boaro gongola

Tappa piattissima e tranquilla tutto sommato. «Ho detto ai miei ragazzi – spiega il diesse della JCL Ukyo, Manuele Boaro – di stare vicini a Malucelli, di portarlo avanti nel finale e lo hanno fatto bene. Non avremo il treno di altre squadre, ma abbiamo un gruppo unito e che crede molto in lui».

E quest’ultima frase detta proprio da Boaro che ha lavorato per grandi capitani conta molto. Un leader che funziona, dà voglia e gambe anche ai suoi compagni.

«Io sono contento per i ragazzi. Si stanno impegnando tutti al massimo e si meritano questi risultati. Sono tutti molto professionali, in particolare Malucelli. Lui davvero è esemplare. E’ un professionista a 360°. Spesso in riunione interviene con spunti interessanti e a me piace anche ascoltare i ragazzi.

«Matteo sta molto bene ed è anche tanto, tanto motivato. Questa è la sua ultima gara della stagione, tra l’altro una delle gare più importanti per noi, pertanto ci teneva molto a fare bene. Correremo anche in Giappone, ma Matteo non ci sarà. Quindi voleva chiudere alla grande».

Boaro è stato in gruppo fino all’altro giorno. Neanche 12 mesi fa era in corsa alla Veneto Classic, per dire quanto sia “fresco di ammiraglia”. E in questo ciclismo che corre veloce un tecnico giovane, che sta sul pezzo, può fare la differenza. Anche solo per il linguaggio adottato.

«Spero che questo aiuti – dice il veneto – io cerco di scherzare molto con loro, visto che sono parecchio sotto pressione. Da parte mia posso dire che i ragazzi mi ascoltano. Seguono ciò che dico, anche se da tecnico ho ancora molto da imparare. Posso solo sperare che una piccola parte di questi successi sia anche mia.

«Stiamo crescendo? Tutti ci impegniamo al massimo. Ma con un general manager come Alberto Volpi, che ha sempre calcato scenari importanti, è normale che sia così e che si voglia sempre migliorare».

I rulli di notte

In effetti davvero Malucelli era, ed è, motivato. Il Langkawi propone tante opportunità per i velocisti e con tre squadre WorldTour al via è una bella vetrina.

Sentite qua cosa ha fatto Matteo prima di venire in Malesia.

«In questo ciclismo nulla va lasciato al caso – ha detto Malucelli – ho curato ogni aspetto, tra cui quello dell’adattamento al fuso orario. Quando veniamo in Asia a correre cominciamo 5-6 giorni prima a sintonizzarci sull’orario che troveremo (qui siamo sei ore avanti rispetto all’Italia, ndr). Quindi tutte le mattine ci svegliamo un’ora prima. Il giorno della nostra partenza, mercoledì, mi sono svegliato alle 3 di notte. Mi svegliavo e facevo i rulli. In questo modo il mio corpo prendeva i ritmi malesi e aveva già iniziato un adattamento. E’ stato un sacrificio… ma ne è valsa la pena. 

«Speravo che questo aspetto potesse fare la differenza, specie nelle prime tappe, quando magari non tutti sono ancora perfettamente in linea con il fuso orario».

«Dire che mi aspettassi questa vittoria no – riprende Malucelli – ma sapevo di stare bene e anche il mio preparatore è rimasto colpito dalla mia voglia di correre e di continuare ad allenarmi a questo punto della stagione e per questo Tour de Langkawi. Il finale di stagione stava andando bene e volevo continuare a stare lì davanti».

Urli strozzati 

E davanti ci è stato. Davanti a tutti: solo che per poter esplodere di gioia Matteo ha dovuto attendere un bel po’. 

«Le volate sono così – va avanti il romagnolo – se questo sprint lo rifacciamo dieci volte, vincono dieci corridori diversi. Io oggi ero al posto giusto, nel momento giusto e ho avuto anche la fortuna che Penalver ha alzato le braccia un attimo prima dell’arrivo. Personalmente, dopo l’esperienza di Pescara al Giro d’Abruzzo, ho imparato che si molla solo un metro dopo la linea d’arrivo. Oggi ho dato il colpo di reni ed è arrivata una vittoria. Chiaramente mi sarebbe piaciuto alzare le mani e festeggiare sul traguardo, ma l’importante è che alla fine sia arrivato primo».

Matteo non è stato il solo a strozzare l’urlo di gioia, ma a conti fatti meglio il suo “non urlo” che quello del giovane spagnolo, caduto poi nella comprensibile delusione. Si potrà consolare col fatto che le occasioni per i velocisti al Langkawi non sono finite a Butterworth. Da dopodomani però… domani si sale.

Le Nimbl per Affini? Leggere, resistenti e su misura

30.09.2024
5 min
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Ai piedi di Edoardo Affini, campione europeo a cronometro e doppio bronzo mondiale nella gara individuale e poi nel mixed team relay, c’è un modello particolare di scarpe Nimbl. Un esemplare unico, ne vengono fatte solamente una cinquantina all’anno.

Proprio prima della prova del team relay, valsa il bronzo agli azzurri, abbiamo avuto modo di farci raccontare da Affini come si trova con queste scarpe marchiate Nimbl

Edoardo Affini durante il riscaldamento del mixed team relay a Zurigo 2024
Edoardo Affini durante il riscaldamento del mixed team relay a Zurigo 2024

Due medaglie ai… piedi

Appoggiato sulla poltrona dell’albergo nel quale alloggia la nazionale per questi mondiali di Zurigo Edoardo Affini appare come un gigante buono. Le scarpe nella sua mano sembrano quasi piccole, poi le posiziona sul tavolino e il 45 del cronoman in forza alla Visma Lease a Bike si manifesta in tutta la sua grandezza. 

«Questo – ci spiega, riprendendo la scarpa e girandola tra le mani – è un modello fatto solo sul mio piede, completamente modellato in base alle caratteristiche fisiche e tecniche. Non c’è la tomaia è tutto carbonio e con un velcro che funge da chiusura. E’ stata creata un’aletta per permettere di infilare e sfilare il piede agevolmente. Ma non c’è un sistema di chiusura che va a stringere, non c’è bisogno. Una volta indossate calzano come un guanto. Dopo diverse prove fatte nei due anni in cui le ho utilizzate ho deciso di indossarle senza usare le calze. Il piede rimane stabile all’interno, non si muove. Poi per avere un’aerodinamica ancora maggiore metto il copri scarpe».

Massima prestazione

Queste scarpe, progettate insieme a Nimbl, hanno alla base la ricerca della massima prestazione a cronometro. Una prova nella quale ogni dettaglio fa la differenza e sprigionare ogni singolo watt sui pedali è fondamentale.

«In accordo con Nimbl – continua – abbiamo sviluppato questo modello proprio per le cronometro. Sono un modello totalmente chiuso, senza fori o aerazione. Perfette per un discorso di aerodinamica. In uno sforzo come quello delle prove contro il tempo, dove si passa da 15-20 minuti a massimo un’ora, sono l’ideale.

«La spinta sui pedali – conferma Affini – è eccellente, questo è dovuto al fatto che la suola è presa dal calco che Nimbl ha fatto direttamente sul mio piede. Di conseguenza prende la forma della pianta e segue la mia fisionomia. Non servono solette, a livello di sensazione è come se fossi direttamente sul pedale. Lo spessore è quello del foglio di carbonio usato nella realizzazione del modello».

Edoardo Affini dopo tante prove e test le usa senza calze
Edoardo Affini dopo tante prove e test le usa senza calze

150 “strati”

La parola passa a Francesco Sergio, co-fondatore di Nimbl e colui che si è rapportato con Affini e tutti i corridori che utilizzano le scarpe prodotte dalla sua azienda.

«Questo modello in particolare – racconta – è costruito utilizzando 150 tipi diversi di carbonio, tutti orientati in maniera differente. Prima di iniziare a costruire la scarpa, che viene in un primo momento modellata sul calco preso all’atleta, dobbiamo fare alcune considerazioni tecniche. Ovvero, il peso del corridore, la potenza espressa e il tipo di pedalata. La squadra, in questo caso la Visma Lease a Bike, ci fornisce tutti i dati e noi partiamo con la realizzazione delle scarpe su misura».

Un mese di lavoro

«Una volta realizzate si spediscono all’atleta – riprende Francesco Sergio –  che farà un primo test. Si tratta di una pedalata di due o tre ore fatta a ritmi e regimi di gara. Chiaramente serve provarle al massimo della performance per avere un riscontro totale e completo. La prima volta non è mai quella giusta, ma è normale vista la qualità del prodotto finale. Si tratta di fare tante prove, test, pedalate, ecc. Una particolarità è che non si possono fare modifiche sul modello realizzato, quindi ogni volta bisogna mandarle al macero e ripartire da zero con le nuove indicazioni del corridore».

«Poi c’è una particolare attenzione al peso – conclude – perché se si va un 20 per cento sopra il limite programmato la scarpa non mantiene le sue performance. Così come se si ha un peso al di sotto, ciò significa che non tutte le parti sono rigide e pronte a sopportare il carico di potenza, rischiando la deformazione o la rottura. Per avere una scarpa al massimo livello possibile serve curare ogni dettaglio alla perfezione. Ma quando è pronta i risultati si vedono»

EDITORIALE / Blackout totale, ma l’Italia vale più di così

30.09.2024
6 min
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ZURIGO (Svizzera) – Francesco De Gregori ha disegnato dell’Italia un ritratto più efficace di tanti editoriali, articoli e approfondimenti. Parla di Italia derubata e colpita al cuore. Assassinata dai giornali e dal cemento. L’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare. L’Italia metà dovere e metà fortuna. E anche L’Italia con le bandiere e nuda come sempre. L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, ma che resiste. Camminando verso il primo espresso del giorno prima di lasciare la Svizzera, che stamattina si è svegliata nuovamente con le strade bagnate, pensiamo che gli stessi versi potrebbero descrivere anche l’Italia del pedale, quella vista ieri e più in genere nei mondiali di Zurigo.

L’Italia derubata dei suoi talenti nel nome dei soldi. Che paga gli errori del passato e le campagne di informazione che ne fanno tuttora un punto debole. L’Italia che si affida all’estro di pochi, coprendo spesso l’incapacità di progettare il futuro. L’Italia con le bandiere quando conviene e con i social quando la vittoria sfugge. E comunque l’Italia che resiste, perché ogni volta che vediamo una maglia azzurra – popolo di tifosi e forse non di sportivi – siamo incapaci di non tifare.

Il primo strappo del circuito preso d’assalto dai tifosi: il percorso di Zurigo era duro e veloce, obbligatorio stare davanti
Il primo strappo del circuito preso d’assalto dai tifosi: il percorso di Zurigo era duro e veloce, obbligatorio stare davanti

Blackout ai meno 65

Il mondiale di ieri ha fotografato un modo di essere e una serie di spiegazioni che non bastano per raccontare come mai i nostri siano spariti dalla corsa negli ultimi 65 chilometri. Forse sono mancate le gambe, come ha detto Bennati. Forse è mancata lucidità, come appare sempre di più ragionandoci sopra. Ma forse è mancata anche la rabbia.

L’obiettivo era correre davanti, restare concentrati per evitare di inseguire. Quando Pogacar ha attaccato, il solo ad accorgersene è stato Bagioli, che è partito seguendo l’istinto, senza rendersi conto di andare incontro a fine sicura. Gliene facciamo una colpa? Andrea arriva da un periodo non facile e avere l’istinto di rispondere a quell’attacco era il segnale di cui forse aveva bisogno. Anche se probabilmente, come tanti gli hanno detto, si è trattato oggettivamente di una mossa suicida.

Non si può puntare più di tanto il dito su Tiberi, portato perché facesse esperienza e non miracoli. Chiaro che le attese fossero elevate almeno quanto il suo distacco al traguardo, ma il primo mondiale e la seconda corsa in linea di stagione sono bocconi da masticare con attenzione. Bennati lo ha portato anche in vista del prossimo mondiale in Rwanda che chiamerà allo scoperto gli uomini dei Giri. Lo stesso Antonio ha ammesso che la Bahrain Victorious vuole fare di lui un uomo da corse a tappe, ma perché escluderlo a priori dalle classiche?

La testa e le gambe

Mathieu Van der Poel ha usato la testa. E al di là dell’aver pensato che Pogacar si stesse suicidando, ha ritenuto più opportuno non seguirlo. Per non finire come lui fuori dai giochi o più in generale per non bruciare le sue chance di centrare una medaglia su un percorso che sembrava escluderlo da ogni gioco. L’olandese è venuto al mondiale con un obiettivo chiaro: conquistare una medaglia. Sapeva che non avrebbe vinto, ma che una medaglia sarebbe stata lo stimolo per prepararsi e stringere i denti. Con quale obiettivo sono venuti gli azzurri a Zurigo?

Bennati ha parlato della volontà di fare una corsa dignitosa per rispetto dei tifosi e dell’Italia. E allora viene da chiedersi se non sarebbe stato più saggio lasciar andare il re del mondo, concedendo ad altri l’onore di inseguirlo e cercando di rimanere nel gruppetto che si è giocato le medaglie alle sue spalle. Ma questo lo fai se davvero stai davanti, concentrato e pronto a entrare nelle azioni. Se sei capace di prendere decisioni, senza che qualcuno te le suggerisca. Perché in una corsa senza radio, non si può aspettare un giro per arrivare al box e avere indicazioni. Per certi versi è davvero sembrato di vedere la corsa degli juniores agli europei di Hasselt, al termine della quale il cittì Salvoldi esplose condannando il loro modo di correre attendista tutto italiano.

Il gruppo alle spalle di Pogacar: il nostro obiettivo poteva essere farne parte?
Il gruppo alle spalle di Pogacar: il nostro obiettivo poteva essere farne parte?

La lezione di Aleotti

Verrebbe da dire, cercando un facile alibi, che i nostri sono talmente poco abituati a correre da leader, che nella prima occasione in cui possono, non sanno come fare. Potrebbe essere una tesi sostenibile, seppure la storia racconti di corridori che nelle rare occasioni di libertà hanno lasciato il segno. Che non significa per forza vincere, ma correre in modo aggressivo, rimarcando la propria presenza.

Ci viene da fare l’esempio dell’unico corridore rimasto fuori dalla selezione azzurra. Non significa necessariamente che avrebbe fatto meglio, il finale non sarebbe cambiato, ma forse ci avrebbe provato. Stiamo parlando di Giovanni Aleotti. La Red Bull-Bora lo ha preso per farne un leader, ma in attesa che diventi grande, lo ha messo accanto ai capitani. Il suo Giro accanto a Martinez e la Vuelta accanto a Roglic sono stati da incorniciare. Eppure in una delle poche corse in cui ha avuto libertà, il Giro di Slovenia, l’emiliano ha vinto. Se vuoi spazio, devi prenderlo quando te lo danno. Altrimenti se lo prende un altro.

Cornegliani, Vitelaru, Mazzone: una foto che sintetizza bene le 14 medaglie di paraciclismo ed handbike a Zurigo
Cornegliani, Vitelaru, Mazzone: una foto che sintetizza bene le 14 medaglie di paraciclismo ed handbike a Zurigo

Un travaso di grinta

Ieri questo non è successo. Sono stati apprezzabili (sia pure tardivi) i tentativi di Ciccone, che forse avrebbe avuto le gambe per restare in quel famoso gruppo alle spalle dell’imprendibile sloveno. Sul percorso così veloce e duro, in cui nessuno è mai riuscito a guadagnare più di pochi spiccioli, i 45 secondi del suo vantaggio erano pesanti come minuti a palate.

Ce ne andiamo da Zurigo con gli occhi pieni di Pogacar e con l’angoscia per la morte di Muriel Furrer. Con le medaglie della crono. L’oro strepitoso di Lorenzo Finn e il bronzo indomito di Elisa Longo Borghini. Con i passaggi a vuoto degli U23 che ricordano quelli dei pro’. E con le belle vittorie e le medaglie del paraciclismo. E forse verrebbe da suggerire alla Federazione di organizzare un ritiro che metta insieme ciclisti, paraciclisti ed handbiker. Forse confrontarsi, ascoltare e capire potrebbe favorire il travaso della grinta che ieri in alcuni potrebbe essere mancata. Perché ne siamo certi: la nostra Italia vale più di così.