Albanese saluta Arkea: «La EF arriva al momento giusto»

02.12.2024
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I passi da gigante fatti nel 2024 da parte di Vincenzo Albanese lo hanno portato al centro delle attenzioni da parte del team EF Education EasyPost. Succede così che durante la pausa di fine stagione il ventottenne di Oliveto Citra, piccolo comune campano, si ritrova proiettato in uno dei migliori team al mondo. Lo fa dopo solamente un anno corso nelle file della Arkéa B&B hotels, team francese sempre di categoria WorldTour. 

Albanese in questo anno all’Arkea ha fatto un notevole passo in avanti (foto Instagram Arkea-B&B Hotels)
Albanese in questo anno all’Arkea ha fatto un notevole passo in avanti (foto Instagram Arkea-B&B Hotels)

Primo approccio

In questi giorni Albanese ha messo alle spalle il primo ritiro con la nuova squadra, nel quale ha preso le misure e ha conosciuto un mondo nuovo. Più grande, ci dice lui, ma non per questo complicato o difficile. 

«Siamo stati insieme una settimana – racconta Albanese – è stata la prima volta che ho visto i nuovi compagni, lo staff e tutta la macchina organizzativa. Sono molto contento di essere arrivato qui, è un bell’ambiente, molto più grande rispetto a quanto sono sempre stato abituato a vivere e vedere. Capire i vari ruoli non è facile. Poi ci sono anche tante cose nuove con le quali prendere le misure: medici, materiali, insomma tutto è curato al massimo. Non che l’Arkea sia un cattivo team, ma si vede il distacco con quelle che sono le prime dieci squadre al mondo, e la EF è una di queste».

Per lui tante top 10: ben 16, delle quali quattro podi. Gli è mancata solo la vittoria
Per lui tante top 10: ben 16, delle quali quattro podi. Gli è mancata solo la vittoria
Che effetto fa entrare in uno dei migliori team al mondo?

Mi aspetto di fare un ennesimo passo avanti. Penso di arrivare qui nel miglior punto della mia carriera, per condizioni fisiche e maturazione. Ci saranno tante cose da fare e da apprendere ma sono sicuro di essere nel posto giusto. 

Il 2024 è stato un anno di grandi progressi.

E’ andato bene, è innegabile. Tuttavia ci sono stati dei momenti nei quali, per colpa mia o per circostanze esterne, mi è mancato il risultato. In alcune gare, dove ho corso bene e sono stato spesso davanti poi non sono riuscito a capitalizzare. 

Albanese ha esordito anche nelle Classiche del Nord, scoprendo un nuovo modo di correre (foto Instagram)
Albanese ha esordito anche nelle Classiche del Nord, scoprendo un nuovo modo di correre (foto Instagram)
Cosa ti è mancato?

Mi è mancata solamente la vittoria. Ne ho parlato anche nei giorni scorsi con la EF, vogliamo trasformare qualche top 10 o top 3 in successi. Dal punto di vista atletico qualcosa sicuramente mi è mancato, in certe situazioni anche un appoggio esterno. 

Che settimana è stata quella del primo ritiro con la EF?

Intensa. Non abbiamo pedalato molto visto che era ancora novembre. Ho incontrato tutti i membri dello staff: dai medici ai nutrizionisti, poi ho parlato con i preparatori e visto tutti i materiali per la stagione 2025. E’ stato tutto un susseguirsi di meeting e riunioni, nelle quali ho conosciuto le persone e i loro ruoli. 

Nelle semi classiche ha raccolto tanti risultati e piazzamenti (foto DirectVelo/Ronan Caroff)
Nelle semi classiche ha raccolto tanti risultati e piazzamenti (foto DirectVelo/Ronan Caroff)
I compagni?

Ho visto anche loro naturalmente. E’ stato bello anche questo, nonostante fossi nuovo mi hanno subito fatto sentire a casa. Ero in stanza con Carapaz, un ragazzo tranquillo con il quale ho stretto subito amicizia. Di italiani, come corridori, ci siamo solamente io e Battistella. All’interno della squadra ci sono diversi connazionali: massaggiatori, meccanici, ecc… Poi anche i diesse sono persone che hanno vissuto il ciclismo degli anni ‘90, quindi l’italiano lo sanno molto bene. Rispetto ad un team in cui si parlava esclusivamente francese mi sento più a mio agio. Non che prima mi trovassi male, comunque parlo diverse lingue e sono uno che è capace di adattarsi. 

Avete parlato anche di programmi?

Fino a giugno so che cosa mi aspetta, a grandi linee. Poi vedremo come va l’annata. Il calendario sarà simile al 2024 con l’inizio a Maiorca e poi le semiclassiche in Belgio, fino ad arrivare alla Sanremo e alla Classiche del Nord. Avrò una maggiore logica nel preparare i vari appuntamenti, con delle pause che mi serviranno per concentrarmi e allenarmi. 

Per tramutare le top 10 in vittorie serve preparare al meglio certi appuntamenti (foto DirectVelo/Micael Gilson)
Per tramutare le top 10 in vittorie serve preparare al meglio certi appuntamenti (foto DirectVelo/Micael Gilson)
Prima non era così?

Non con questo livello di cura nei dettagli. Mi è capitato di arrivare in certe gare all’85 per cento, tornando alla domanda “cosa mi è mancato” direi anche questo: una programmazione dettagliata. Ora so quali sono i miei obiettivi e voglio arrivare al 100 per cento. 

E quali saranno?

Il mese cruciale sarà marzo, con la Parigi-Nizza e le prime gare in Belgio. 

Quando c’è stato il contatto con la EF?

Mi avevano cercato già nel 2023. Poi però si era fatta avanti l’Arkea e avevo accettato la loro proposta, firmando un biennale. In questa stagione mi hanno dato tanto spazio, penso che sia stato il gradino giusto per la mia maturazione. Sapevo non fosse uno dei top team del WorldTour ma mi hanno dato tanto spazio e hanno creduto in me, per questo posso solo ringraziarli. 

L’addio di Bettiol ha aperto le porte ad Albanese, la EF era alla ricerca di un corridore da Nord
L’addio di Bettiol ha aperto le porte ad Albanese, la EF era alla ricerca di un corridore da Nord
I motivi dell’addio?

Diversi, un po’ legati al momento economico dell’Arkea. Non nego che sarei arrivato fino alla fine del contratto, poi però il team mi ha parlato e mi ha chiesto se fossi disposto al trasferimento. Si è rifatta avanti la EF, nel mese di ottobre, e siamo arrivati a un accordo. 

Arrivi alla EF Education Easy Post in un momento di grande cambiamento, forse il periodo giusto?

La squadra ha cambiato tanto, soprattutto con la partenza di Bettiol a metà stagione. Hanno perso l’uomo di riferimento per le Classiche, ma hanno preso Asgren che è uno molto forte. Penso di arrivare nel team e avere la possibilità di giocarmi le mie carte. Non sono un campione, questo lo so e non pretendo di avere la squadra a mia disposizione in certi appuntamenti. Anzi, sono uno che in certe situazioni sa mettersi tranquillamente a disposizione. 

Oltre ad Albanese alla EF è arrivato anche Asgreen, uno in grado di vincere il Fiandre nel 2021 battendo in volata Van Der Poel
Oltre ad Albanese alla EF è arrivato anche Asgreen, uno in grado di vincere il Fiandre nel 2021 battendo in volata Van Der Poel
Quando vi ritroverete per pedalare tutti insieme al primo ritiro?

Gennaio, faremo due settimane a Maiorca. Dicembre non ci troviamo, la squadra ha preferito incontrarci tutti ora. Mi hanno dato il programma di lavoro e starò a casa. Da un lato non è male come cosa perché si evita lo stress del viaggio e dello stare lontani. Questi per me sono i mesi fondamentali, vedremo poi se il meteo mi permetterà di allenarmi con tranquillità dalle mie parti. Altrimenti farò dei giorni al caldo, ma deciderò all’ultimo.

Crescendo D'Amore, Davide Balboni, mondiali San Sebastian 1997

D’Amore, il destino e una foto che resterà per sempre

02.12.2024
6 min
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Questa foto, già usata un’altra volta in queste pagine, continua a girarci per la testa da due giorni, da quando abbiamo saputo che “Kresh” non c’è più. Crescenzo D’Amore era sopravvissuto al linfoma di Hodgkin, invece è morto sabato notte nella sua auto a 45 anni. Se un destino esiste, il suo era stato già scritto, ma lui da gran velocista almeno per una volta era stato in grado di schivarlo.

Il 10 ottobre 1997 era di venerdì e andando alla partenza del mondiale juniores di San Sebastian, il cittì Balboni sbagliò strada. Quando l’ammiraglia degli azzurri raggiunse la transenna, i poliziotti si rifiutarono di farli passare, finché il tecnico gli tirò contro la sua patente e quelli, intuita la necessità, aprirono la transenna. Il mondiale rischiava di cominciare nel modo sbagliato, anche se D’Amore sorrideva sornione. La tensione dei giorni precedenti si era sciolta dopo un dialogo illuminante con lo psicologo Rota e il napoletano era certo di poter fare la sua corsa. Il percorso non sembrava tagliato per un velocista e quando Balboni lo aveva inserito, persino Alfredo Martini era parso perplesso. Contro ragazzini di futuro talento come Alejandro Valverde e Bradley Wiggins, oltre a D’Amore l’Italia schierava Galli, Brugaletta, Claudio Bartoli e Michele Scarponi, che però bucò nel primo giro e il suo mondiale si chiuse lì.

Il 10 ottobre del 1997, Crescenzo D’Amore vinse così il mondiale juniores di San Sebastian
Il 10 ottobre del 1997, Crescenzo D’Amore vinse così il mondiale juniores di San Sebastian

La barca non deve affondare

Davide Balboni ricorda, con la voce comprensibilmente alterata. C’è voglia di tornare a quei giorni lontani per sentirsi ancora una volta giovani e spensierati, con il cappello girato sulla testa e la sensazione di potersi prendere il mondo che di colpo era tornata possibile.

«San Sebastian – dice – è l’esempio che dopo quel giorno ho sempre portato a tutti per far capire la forza del pensiero rispetto a quella fisica. A tre giorni dal mondiale, Crescenzo non muoveva la bicicletta. Poi dopo una chiacchierata fatta con il dottor Rota, lo psicologo della nazionale, venne fuori che il problema ero io, perché lui temeva di deludermi e di compromettere la mia carriera da tecnico appena iniziata. Allora gli dissi che era lì perché meritava di esserci e di non pensare ad altre cose. Bastò una chiacchierata per ribaltare tutto in tre giorni. Si staccava di ruota sui cavalcavia, invece vinse il mondiale. Gli dissi: “Ricordati che siamo sulla stessa barca e io, Davide, quella barca non la faccio affondare”. In quella foto che fu scattata da Pietro Cabras lui sta piangendo e mi sta dicendo: “A ogni giro pensavo a quella barca che non doveva affondare. Ogni santo giro…”. E io lo porto sempre ad esempio, perché lui fu proprio l’emblema di cosa significa la testa nel mondo dello sport, ma anche nella vita normale».

Sul podio con il corridore di Napoli salirono Bolt e Salumets (foto Epa Images)
Sul podio con il corridore di Napoli salirono Bolt e Salumets (foto Epa Images)
Non era un percorso per velocisti…

Crescenzo veniva dalla medaglia d’argento dell’anno precedente nel chilometro da fermo, quindi era comunque un corridore di alto livello, anche se tutti avevano bocciato le sue possibilità su strada. Invece in una prima chiacchierata mi aveva confidato che la pista gli era stretta e su strada in realtà voleva provarci, segno di una grande determinazione. Ricordo che andammo a vedere il percorso di San Sebastian con Alfredo Martini e Antonio Fusi, nel giorno di agosto in cui Davide Rebellin vinse la Clasica. E proprio con Alfredo feci una nota tecnica. Gli dissi: «Io che ero un corridore scarso mi staccavo quando la salita dura finiva e la discesa non iniziava subito. Qui invece la salita dura finisce e la discesa inizia subito. Un corridore intelligente non si stacca». Venni a casa con questa convinzione, nonostante Alfredo e Fusi non fossero d’accordo con me, e me la portai fino alle convocazioni in cui tenni il posto per un velocista e il velocista principe per me era Crescenzo perché era veramente veloce.

Avevi visto giusto.

Per il destino, la fortuna e da ultimo anche il fatto di averci visto giusto, tutti i mondiali, ad eccezione di quello dei pro’ in cui ci fu una tempesta che cambiò le carte in tavola, arrivarono in volata. Solo che mentre negli under 23 non avevamo il velocista, gli juniores ce l’avevano e Crescenzo diventò campione del mondo.

Dopo un anno alla Vellutex e uno alla Grassi, D’Amore approdò alla Mapei giovani
Dopo un anno alla Vellutex e uno alla Grassi, D’Amore approdò alla Mapei giovani
Che tipo era Crescenzo D’Amore a 18 anni?

Bravo ed estroverso e lo dico con un affetto particolare: un vero napoletano. Per me i napoletani sono estrosi, simpatici, ironici, istrionici. Io avevo 32 anni, ero uno dei tecnici più giovani dell’epoca. Il rapporto con lui era particolare, sentivo di essergli veramente entrato nella testa, perché tutti i personaggi estrosi ma vincenti, mi viene in mente anche Pozzato, hanno bisogno di trovare qualcuno che non che gli imponga le cose, ma che li capisca.

Seguisti quel mondiale dai box?

Esatto, ma non avevamo la TV. Per questo eravamo collegati via radio con Roberto Damiani sulla parte alta del circuito. La foratura di Michele Scarponi ci aveva tolto una pedina importante e così cercavamo di arrivare in fondo, seguendo le fughe e con un occhio alla possibile volata. I tedeschi accanto a noi avevano invece la televisione e piano piano, ci infilammo nel loro box per vedere il finale. Ricordo che ai 200 metri Crescenzo venne chiuso. Ma fu bravo, perché con la mano e con la bravura imparata in pista, spostò il corridore davanti senza prendergli il pantaloncino o sbilanciarlo, altrimenti lo avrebbero squalificato. Semplicemente tolse la mano dal manubrio, spostò l’altro che lo chiudeva e lanciò la volata.

Cosa ricordi?

Negli ultimi 20 metri si spense tutto, diciamo così. Non lo vidi alzare le braccia, perché il mio meccanico, che era “Ciccio” Risi e aveva condiviso con me tutto lo stress di quella vigilia così faticosa, mi fece volare. Era decisamente più grosso di me, per la tensione della volata mi prese per il collo e mi spinse nel box dei tedeschi. Di fatto io non ho visto la vittoria, non mi resi conto di niente. Sapevamo tutti che il mondiale fino a quel punto non era andato bene. Gli altri tecnici continuavano a darci il tormento per aver portato un velocista. Nella crono, Daniele Bennati, attuale cittì della nazionale, non era andato oltre il 16° posto. Le cose non stavano andando bene, per cui quella volata fu una vera liberazione.

D’Amore con Nocentini e Soler, sotto la neve al ritiro di inizio 2006 in maglia Acqua& Sapone
D’Amore con Nocentini e Soler, sotto la neve al ritiro di inizio 2006 in maglia Acqua& Sapone
Cosa disse Martini dopo la vittoria?

Mi disse: «Bravo Davide, ci hai visto lungo». Ricordo che prima della gara gli avevo detto che San Sebastiano è anche il patrono di Renazzo, il mio paesino in provincia di Ferrara. E Alfredo che più di tanto non era religioso, mi aveva detto di parlare anche con lui, che se fosse servito per vincere i mondiali, anche il santo poteva fare la sua parte.

Il resto, la sua carriera da professionista, è un racconto successivo che non toglie nulla a quel giorno di San Sebastian. Un mese dopo ci ritrovammo a raccontarlo nella sua casa alla periferia di Napoli, fra l’azienda di confezioni di suo padre e i capannoni di Caivano attorno cui si formavano i corridori di lì. Crescenzo aveva il sorriso stampato sul volto, come se ogni cosa fosse possibile. Eravamo tutti più giovani e convinti di poterci mangiare il mondo. E lui quel giorno a San Sebastian il mondo se lo mangiò davvero, ma poi da buon amico lo divise con i compagni e diede merito a quanti lo avevano portato a giocarsi la chance più grande della carriera. Il resto non lo sapeva. Col resto purtroppo, toccherà a noi farci i conti e poi la pace.

La Gariboldi detta legge, ma che sfida con Borello

01.12.2024
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BREMBATE – La gara riservata alle donne elite si caratterizza per un duello che prima vede un gruppetto di quattro ragazze, poi piano piano la selezione si fa naturale e a spuntarla è Rebecca Gariboldi dell’Ale Cycling Team. Un inizio di stagione 2024/2025 di grande spessore per la lombarda che ha raccolto ottime prestazioni e risultati di rilievo. Il continuo zigzagare del tracciato disegnato al Vittoria Park non le permette di fare tanta differenza, si vede che la condizione c’è ma manca lo spazio per sprigionare tutti i cavalli. Eppure Rebecca Gariboldi ci prova più di una volta, ma alle sue spalle le altre non mollano. 

«E’ stata una corsa in salita fin dal primo giro – commenta Gariboldi – in quanto durante il secondo giro, quando avevo già fatto un pochino di differenza, ho avuto un guaio meccanico. Mi è caduta la catena e nonostante avessi già fatto la differenza i giochi si sono riaperti. Sono stata costretta a rincominciare tutto daccapo, ho riattaccato e ho fatto ancora la differenza ma non è bastata ancora».

Tanta tecnica…

Per fare davvero la differenza sarebbe servito un percorso più impegnativo, o almeno con qualche rettilineo in più. Le tante curve costringevano le ragazze a rallentare e ripartire, perdendo l’inerzia delle azioni. Conveniva, come si è visto poi nella gara maschile, correre di rincorsa. Avere davanti qualcuna che dettasse il ritmo era un vantaggio perché dava un punto di riferimento, sia per la velocità che per le traiettorie

«Pensavo che i miei attacchi potessero farmi fare più differenza – riprende Rebecca Gariboldi – e di riuscire a fare il vuoto. Invece Carlotta Borello riusciva a guidare bene la bici e a rientrare nei tratti più guidati. Effettivamente il mio attacco era partito un po’ troppo presto, quindi sapevo che sarebbe stata dura arrivare in fondo da sola. Ero consapevole, tuttavia, di avere una buona condizione ma il tracciato particolare non permetteva di fare tanta differenza a livello di gamba. Ho capito che avrei dovuto dare tutto all’ultimo giro».

«Dopo la scalinata, nel finale, ho fatto un piccolo errore e Borello è passata in testa. Mi sono trovata costretta a mettere il piede a terra e rincorrere, ma sapevo di poter tornare sotto. Alla fine questo era un tracciato che non permetteva di fare errori ma che era anche facile commetterli. Ho avuto ragione dato perché poi Borello ha fatto un piccolo errore e questo mi ha permesso di ricucire e attaccare ancora per poi vincere». 

…E qualche spallata

Carlotta Borello è stata l’ultima ad arrendersi ai continui attacchi di Rebecca Gariboldi. La piemontese ha spinto davvero tanto ed è arrivata a soli quattro secondi da un successo importante. Il secondo posto però non le toglie il sorriso e nel raccontarsi nel post gara fa trasparire di avere fatto tutto il possibile oggi. 

«Non era semplice in questo percorso fare la differenza – dice – anche perché c’erano parecchi tratti in cui era importante guidare bene. Nonostante ciò non è stato semplice tenere la ruota di Rebecca (Gariboldi, ndr) perchè andava veramente forte. Diciamo che mi sono un po’ sorpresa delle mie abilità tecniche, il percorso non era troppo nelle mie corde però ho cercato di difendermi nel miglior modo possibile. E ci sono riuscita. Alla fine ho cercato di avvantaggiarmi nella parte della scalinata però purtroppo poco dopo sono scivolata e ho perso tutto. Nel testa a testa Gariboldi ha dimostrato di essere più forte, tutto qui. Non resta che farle i complimenti».

Guerciotti, vince Fontana ma alle sue spalle spunta Viezzi

01.12.2024
5 min
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BREMBATE – Lo scenario nel quale si svolge il 45° Trofeo Mamma e Papà Guerciotti è quello del Vittoria Park, la struttura realizzata dall’azienda bergamasca che ospita per la prima volta questa storica gara di ciclocross. Fettucciati e sterrato che costringono gli atleti a guidare bene la bici per poter fare la differenza. Il gelo nella notte ha ghiacciato il terreno e la paura di tutti i ragazzi, durante la prova del tracciato avvenuta in mattinata, era che potesse cedere e diventare sempre più morbido con il passare delle ore. E’ successo invece che le temperature si sono alzate, ma non così tanto da scaldare l’ambiente. Un tracciato che è rimasto compatto dall’inizio alla fine, sul quale contavano più la tattica e le abilità di guida

Filippo Fontana vince il 45° Trofeo Mamma e Papà Guerciotti in maglia tricolore
Filippo Fontana vince il 45° Trofeo Mamma e Papà Guerciotti in maglia tricolore

Gioia inaspettata

Lo sa bene Filippo Fontana, campione italiano in carica che ha giocato d’astuzia per vincere questa gara ambita e sulla quale gli atleti di spicco del nostro movimento del ciclocross puntano sempre. Il duello testa a testa con l’inglese Thomas Mein si risolve agli ultimi metri. Quando era importante farsi trovare davanti il campione del team CS Carabinieri Cicli Olympia non si è fatto attendere. Conquistando una vittoria che gli dona il giusto morale

«Sono molto felice – racconta ai margini del podio Fontana – alla fine era una vittoria che non mi aspettavo neanche. Quando arrivano successi del genere sono molto graditi. Alla fine direi che è stata una giornata perfetta. Non avevo una grandissima gamba, come è normale che sia visto che non ho una buona preparazione al momento. Tuttavia sono riuscito a limare e ho fatto una gara gestita molto bene. Per quello che erano le mie forze ho sparato la cartuccia all’ultimo giro, sapevo che avrei dovuto giocarmela così».

Nervi e tattica

Il ritmo lo ha impostato il britannico Mein fin da subito, cercando di allungare e scremare il gruppo dei 55 partenti. I due sono andati via con forza da metà gara in poi e si è subito capito che il livello fosse pari. Tra gambe e agilità nel muovere la bici tra curve e contropendenze nessuno dei due è riuscito a fare la differenza. 

«L’idea era di limare il più possibile – prosegue Fontana- almeno per vedere come si sarebbe poi svolta la gara. I primi giri ho lasciato tirare Mein, anche perché eravamo in tanti. Dopo metà gara ho provato ad allungare e siamo rimasti io e lui. Ci siamo dati praticamente cambi regolari fino alla fine della gara. All’ultimo giro mi ha lasciato davanti e ho gestito la cosa a mio favore. Nell’unico rettilineo, nel quale Mein avrebbe potuto passarmi, ho accelerato e sono riuscito a rimanere davanti. Nei tratti guidati, dove non era possibile sorpassare, ho respirato e abbassato leggermente il ritmo. Ho preso lo strappo finale in testa, era fondamentale, visto che negli ultimi cento metri la strada era stretta».

Giovani che scalpitano

Nella parte iniziale di gara alla coppia di testa si è accodato un pimpante Samuele Scappini, ragazzo under 23 che mostra di crescere bene e di essere in grande forma. Sull’ora di gara gli è mancato il ritmo per rimanere con i grandi e provare a vincere. Un problema meccanico gli ha tolto anche la soddisfazione del terzo posto, andato al campione del mondo juniores Stefano Viezzi. Tante attenzioni erano rivolte proprio al classe 2006, al primo approccio con il mondo dei grandi. 

«Non sono partito benissimo – analizza Viezzi – ho avuto un piccolo contatto in partenza che mi ha fatto un po’ indietreggiare. Mi sono trovato intorno alla ventesima posizione con l’obbligo di recuperare. Ho approfittato dei momenti morti davanti, quando si guardavano, per tornare sotto. E’ stato un continuo tira e molla perché appena tornavo sotto i primi ripartivano. Alla fine posso dirmi solo contento del piazzamento».

«L’approccio alla categoria – continua Viezzi, che dal 2025 sarà un corridore del devo team della Alpecin Deceuninck – penso sia buono. Correndo con gli elite posso solo crescere. Oggi, ma comunque in generale nell’ultimo periodo, sento che sto crescendo in vista degli appuntamenti importanti della stagione. Quello di massimo prestigio sarà il mondiale, al quale voglio arrivare alla mia massima condizione. Confrontarsi con questi atleti fa piacere, oltre a essere di calibro internazionale sono anche alla massima maturità. Io sono ancora troppo giovane per capire quale possa essere il mio livello, non mi pongo limiti».

Magnaldi gregaria di lusso per la Longo: «Sono pronta»

01.12.2024
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Il ciclismo è un gioco di squadra ed Erica Magnaldi lo sa bene. Dopo una carriera in cui spesso ha avuto la responsabilità del ruolo da leader, nel 2024 si prepara a una nuova sfida: supportare Elisa Longo Borghini, atleta tra le migliori al mondo. L’arrivo della campionessa italiana nella UAE Adq porta con sé aria di rinnovamento e grandi aspettative.

Magnaldi accoglie con entusiasmo questo nuovo ruolo di gregaria di lusso, pronta a lavorare per il successo della squadra e a sfruttare le opportunità che questa dinamica le offrirà per correre in maniera più aggressiva e libera.

Magnaldi (classe 1992) è una scalatrice pura. Nelle corse ondulate si è messa a disposizione delle compagne
Magnaldi (classe 1992) è una scalatrice pura. nelle corse ondulate si è messa a disposizione delle compagne
Che aria tira innanzi tutto, Erica?

Sicuramente tira aria nuova. Ci sono stati dei grandi cambiamenti, non soltanto per l’arrivo di Elisa, ma anche per l’inserimento di altre atlete di valore (arrivano tra le altre anche Brodie Chapman e Sofie Van Rooijen, ndr). Penso che il prossimo anno saremo una squadra molto più forte e si sente già fame, voglia di fare qualcosa di più rispetto agli anni scorsi. Abbiamo fatto un primo camp conoscitivo a ottobre e già in quei pochi giorni si è respirato un grande affiatamento, sia tra le ragazze nuove che con lo staff, che è stato rinnovato in parte anch’esso.

Voi avete i maschietti come metro di paragone… che piano non vanno!

Esatto! La nostra dirigenza non ci nasconde che l’aspirazione è quella di seguire le orme degli uomini della UAE Emirates. Anche senza Pogacar, il prossimo anno penso potremo fare bene e avvicinarci alle aspettative.

Cosa cambierà per te? Detta proprio fuori dai denti sarai chiamata a tirare…

Sono più che consapevole della forza di Elisa e del titolo di leader assoluta che si è guadagnata negli anni. Sono felice di affrontare un cambiamento nel mio ruolo. È anche uno stimolo. Significherà essere lì davanti, essere nel vivo della corsa, avere delle responsabilità…

Sin qui Elisa ed Erica hanno corso insieme solo in nazionale
Sin qui Elisa ed Erica hanno corso insieme solo in nazionale
Che poi è lo specchio del livello del ciclismo femminile che cresce. Un po’ come tra gli uomini. “Di là”, restando in casa UAE, c’è Almeida che tira che Pogacar, qui una scalatrice importante come te…

Esatto. Ma infatti anche per questo sono contenta e fiduciosa. Vero che l’anno scorso ero spesso leader, ma questo comportava una certa pressione e limitava la mia libertà di correre in maniera aggressiva. Il prossimo anno, lavorare per Elisa significherà supportarla nei momenti chiave, ma al tempo stesso mi permetterà di rischiare di più, cercare fughe e giocarmi altre carte, sapendo di avere una leader solida alle spalle.

Piccolo passo indietro: cosa t’è piaciuto della tua stagione e cosa un po’ meno?

Quello che mi è piaciuto di più è stata il mio approccio al Giro Women, dove non ero leader e ho potuto rischiare di più, entrando in fughe buone e ottenendo il mio primo podio. Ho scoperto un’Erica diversa, capace di correre in maniera più aggressiva, e vorrei portare questa mentalità nel 2024. Mi è piaciuto molto anche il Tour Femmes, soprattutto per il livello altissimo della competizione e l’emozione di correre sui grandi passi alpini. Se ripenso all’Alpe d’Huez ancora ho i brividi!

Erica (a destra) crede molto nella squadra e una leader forte come Longo Borghini non potrà che cementare questo spirito
Erica (a destra) crede molto nella squadra e una leader forte come Longo Borghini non potrà che cementare questo spirito
E cosa ti è piaciuto meno?

La prima parte della stagione, invece, è stata sottotono. Ho sofferto mentalmente le aspettative e ho commesso errori, ad esempio nella nutrizione, che ho pagato nelle gare a tappe come la Vuelta.

Mi fai un esempio di errore nella nutrizione?

Semplicemente, durante una tappa stressante come quella dei ventagli, che non sono di certo il mio terreno, sono rimasta concentrata nello stare davanti e ho dimenticato di bere e mangiare a sufficienza. E in quei frangenti una come me spende moltissimo. Questo, nell’economia di una corsa a tappe, lo paghi.

Vi siete già scritte, tu ed Elisa?

Sì, Elisa la conoscevo già, ci siamo incontrate tante volte. Ho sempre desiderato lavorare per una leader come lei, perché la stimo molto, sia come atleta che come persona. Per cui, anche se non ce ne fosse bisogno, lo farò con entusiasmo. Siamo all’inizio, ma sono sicura che ci prenderemo confidenza presto. Sarà importante conoscerci meglio anche su strada, con lei ci siamo sfidate molte volte, ma dal prossimo anno sarà tutto diverso. Quest’anno più che mai ho capito quanto è bello contribuire alla vittoria di squadra. Gioire tutte insieme… anche se non hai vinto tu.

Il vino, gli asini, la bici (poca): tutte le passioni di Marzio Bruseghin  

01.12.2024
8 min
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VITTORIO VENETO – Mentre saliamo per la strada che da Vittorio Veneto porta a casa di Marzio Bruseghin, gli siamo grati per aver declinato l’invito a fare questa intervista in bicicletta. Già in macchina le rampe sono impressionanti, certamente sopra il 20%, con fondo in cemento irregolare, intervallate ogni dieci metri da canalette per l’acqua. Il nome della strada d’altronde non mente: Via Sfadigà.

Ad accoglierci arriva Bruna, la mamma di Marzio, cuoca ufficiale di San Maman, l’agriturismo che gestiscono. Ci fa entrare, il caminetto è acceso. Appoggiate sopra in bella mostra, una fila di statuette di asini di ogni tipo e colore. 

Sopra il caminetto fanno bella mostra molte statuette di asini, arrivate da tutto il mondo
Sopra il caminetto fanno bella mostra molte statuette di asini, arrivate da tutto il mondo

Bruseghin arriva pochi secondi dopo. «Scusa, stavo facendo un lavoro in cucina, ci prepariamo per il fine settimana».

Lo ringraziamo calorosamente per averci evitato quella rampa micidiale. «Adesso vado in bici una volta ogni due anni – dice sorridendo – e questo è l’anno no. E quella salita lì l’ho già fatta abbastanza in vita mia». 

Anche perché tra vigna, animali, agriturismo il tempo per pedalare è oggettivamente poco. Ci sediamo e apre una bottiglia di Amets, il Prosecco che produce. Iniziamo chiedendogli come va il lavoro agricolo in questo periodo dell’anno.

«Adesso non c’è moltissimo da fare in vigna – racconta – quindi approfitto per fare tutti i lavoretti che nelle altre stagioni rimando sempre. Poi ho comunque gli animali a cui star dietro e il fine settimana c’è l’agriturismo. La prossima settimana in ogni caso inizio la potatura, che andrà avanti mesi, di solito finisco poco prima di Pasqua».

Amets, l’etichetta prodotta da Bruseghin, naturalmente a tema asino
Amets, l’etichetta prodotta da Bruseghin, naturalmente a tema asino
Ma fai tutto da solo?

Io e mio papà. Io taglio i tralci, lui li piega e li lega. Abbiamo quasi 20.000 piante da curare una ad una, e quindi ci vuole il suo tempo.

Come hai imparato questo mestiere, i tuoi genitori erano vignaioli?

Loro no, ma i miei nonni erano contadini. Quando avevo circa 28 anni ho iniziato a pensare a cosa avrei voluto fare da grande, così nel 2002 ho comprato questo posto. Nel 2004 abbiamo piantato i primi vigneti poi via sempre di più. Invece l’agriturismo è arrivato molto dopo, nel dicembre del 2019. Forse è brutto dirlo, ma quando smetti di correre non sai fare niente, al futuro bisogna pensarci per tempo. Se non resti nell’ambiente, una volta finita la carriera non serve a tanto saper andare in bicicletta.

Non hai mai pensato di restare nel mondo del ciclismo?

Sinceramente no, la vita da nomade mi pesava e continuare a quel modo sarebbe stato difficile per me. Volevo fare altro, e poi questo lavoro mi piace. All’aria aperta, in mezzo alla natura, con i miei ritmi. Dopotutto il lavoro degli sportivi è uno dei più precari che esista, quindi avere qualcosa di solido mi dà molta tranquillità.

L’azienda agricola di Bruseghin è nata nel 2002
L’azienda agricola di Bruseghin è nata nel 2002
Credi che il mondo del ciclismo sia più difficile ora che ai tuoi tempi?

Credo di sì, perché adesso i posti buoni sono più buoni, ma anche molti meno. Una volta non c’era tutto questo divario tra le squadre, ora se non sei in una World Tour è difficile essere seguiti bene. Poi adesso è diventato proprio un altro sport.

In che senso?

Sei sotto pressione tutto il tempo, occorre pensare a come promuoversi, a come vendersi. Non solo in gara, ma anche e soprattutto a livello di comunicazione. Devi interagire ogni giorno con i social ed essere sempre disponibile, quando invece noi magari potevamo staccare del tutto per settimane volendo. Ora invece quell’aspetto è parte integrante del lavoro.

All’entrata del locale si è accolti dalla sagoma di un asino illuminato
All’entrata del locale si è accolti dalla sagoma di un asino illuminato
Uno sport più ansiogeno?

Per noi forse sì, ma per i ragazzi di oggi magari no, perché in questo mondo ci sono cresciuti. La generazione ansiogena ormai è andata in pensione… Poi c’è anche da dire che adesso il ciclismo è un prodotto venduto meglio, non a caso è più di moda ora che vent’anni fa.

A proposito di ciclismo come prodotto, che idea ti sei fatto sulla vicenda dello slittamento della presentazione del Giro?

La partenza dall’Albania secondo me è una bella idea. Certo però che non si può arrivare a presentare un evento del genere a gennaio, se salta il piano A devi già avere un piano B pronto. Secondo me più generale c’è un problema a monte. Vegni è come uno sceneggiatore o un regista che deve fare il suo film utilizzando ventuno scene, in modo che stiano assieme il meglio possibile. Invece la sensazione che ho è che mettano insieme queste ventuno scene senza un’idea sotto.

Bruseghin indica le sue vigne, in tutto quasi ventimila piante
Bruseghin indica le sue vigne, in tutto quasi ventimila piante
Un esempio?

La tappa con arrivo ad Asolo di quest’anno, che in teoria doveva essere di riposo. Ma non pensano al fatto che se cadi o hai un problema meccanico poco prima dello strappo finale è un attimo perdere anche due minuti, cioè più che in una salita dolomitica. Il fatto è che così i corridori si stancano anche mentalmente, e poi quando è ora non danno spettacolo. Invece servono anche i trasferimenti veri, per arrivare freschi nelle tappe davvero importanti. Come anche secondo me sarebbe fondamentale mettere la neutralizzazione ai – 5 km nelle tappe in pianura. 

Visto che siamo in tema Giro, ci racconti un po’ del tuo anno magico, il 2008, in cui hai fatto terzo in classifica generale?

Quello è stato l’anno in cui ho raccolto i risultati più importanti, ma anche la stagione precedente avevo fatto buone cose. In realtà erano 3-4 anni che stavo bene, in cui avevo raggiunto forse il mio livello massimo. Nel 2008 ci sono state varie combinazioni di eventi, tutto si è incastrato al meglio e il settimo posto del 2007 si è trasformato in terzo. Ma non è che io fossi migliorato chissà che, sono state le situazioni che hanno girato bene. A volte, come in tutto, serve anche la fortuna.

Al momento gli asini sono diciannove, un grande passione e un aiuto per tenere puliti i prati dell’azienda
Al momento gli asini sono diciannove, un grande passione e un aiuto per tenere puliti i prati dell’azienda

Nel frattempo la luce sta calando e prima che sia buio facciamo un giro a vedere tutti gli animali dell’azienda. Bruseghin e famiglia hanno maiali, galline, anatre, conigli. E poi, naturalmente, gli asini, che in questo momento sono diciannove.

Com’è nata questa passione?

Quando ho comprato questo posto c’erano già sei asini del precedente proprietario, e un po’ alla volta mi sono affezionato, molto semplicemente. Anche perché sono utilissimi per tenere pulito il prato. Nel tempo poi sono diventati il simbolo sia del lavoro in vigna che del ciclismo. Adesso sono come i cani, li chiamo e loro arrivano. Al punto che ora mi dicono che sono più famoso come “quello dei mus” che come corridore. E forse non hanno tutti i torti…

Il vino Amets è anche scelto della Liquigas come regalo di Natale
Il vino Amets è anche scelto della Liquigas come regalo di Natale
Gli asini sono anche il simbolo del vino che producete, l’Amets. Ce ne parli?

Facciamo tre tipi di vino, Prosecco DOCG, Extra Dry e Colfondo, circa 40 mila bottiglie l’anno. Tutto biologico. Vendiamo in Italia ma anche all’estero, soprattutto in Norvegia, Croazia e Olanda. Le consegne vicine la faccio direttamente io con il furgone, e mi piace perché è anche un modo per coltivare, oltre alle viti, le amicizie. È questo il bello del vino, si presta a fare due chiacchiere, a stabilire un rapporto umano. Alla fine il contadino è ancora quello che produce qualcosa di tangibile, reale.  Dal niente creiamo un prodotto che magari dura anni, decenni.

Una bella soddisfazione, specie se lo si fa quasi tutto con le proprie mani come in questo caso…

Esattamente. Poi c’è anche un altro aspetto che mi piace, quello spaziale. Come un articolo che può venire letto anche in Giappone da persone che non conosci, così anche il vino può trasmettere un’emozione fino dall’altra parte del mondo. 

Vino e affettati, tutto di produzione propria
Vino e affettati, tutto di produzione propria

Bruseghin va a prendere degli affettati, tutti rigorosamente fatti in casa, e torna con un vassoio pieno di insaccati dall’aspetto molto allettante. Quando torna chiedo se si vede da un’altra parte, magari tra qualche anno.

«Non credo – risponde – qui sto proprio bene. Riesco a fare quello che mi piace senza correre troppo. Poi durante il fine settimana quando il ristorante è aperto lavo i piatti, mia mamma cucina e mia sorella serve ai tavoli. Abbiamo pochi coperti, venticinque massimo, perché vogliamo che le persone si sentano coccolate, dare il miglior servizio possibile. La verdura che si mangia a pranzo la raccolgo la mattina stessa, quindi altro che fresca, quasi ancora si muove… E questa qualità la puoi dare solo se fai numeri piccoli, cosa che mi lascia anche il tempo di stare con i clienti e fare due chiacchiere su vino e sport».

Bruseghin fuori dalla terrazza dell’agriturismo con il suo cane, compagno di mille avventure
Bruseghin fuori dalla terrazza dell’agriturismo con il suo cane, compagno di mille avventure
Quindi la bici scende dal chiodo davvero solo una volta ogni due anni?

Sì sì, proprio così. L’anno scorso degli amici mi hanno portato a fare un giro da Cortina col passo Tre Croci e le Tre Cime: durissimo. Alla fine della giornata ero molto felice di sapere che non l’avrei più toccata per due anni. Perché poi la bici soffre di una strana forma di Alzheimer, non si ricorda chi sei, cosa hai fatto, quante tappe hai vinto. Ti guarda come se non ti conoscesse.

Ultima domanda. Quando correvi tenevi il tempo sulla salita di casa per capire se eri in forma, come molti colleghi?

Tieni conto che quelle rampe hanno punte al 28% e io le facevo con 39×25, massimo 39×27. Quindi no, mai tenuto il tempo una volta in vita mia, mi bastava riuscire ad arrivare a casa in qualche modo. Anzi, se trovavo una macchina o un trattore mi facevo tirare molto volentieri.

Il ciclismo di Simone Boifava: neo presidente della Biesse-Carrera

01.12.2024
5 min
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Il team Biesse-Carrera vede arrivare una nuova figura che prenderà il ruolo di presidente: si tratta di Simone Boifava. Figlio di Davide Boifava, ex ciclista professionista che ha corso dal 1969 al 1978 e che ha scritto pagine indimenticabili di storia del ciclismo italiano. Una volta terminata la carriera sui pedali, Boifava è passato infatti in ammiraglia. Sotto i suoi occhi sono passati alcuni fra i più grandi nomi del ciclismo, da Visentini a Roche, poi Chiappucci e Pantani, Bartoli e Bettini. Il fatto che suo figlio Simone abbia deciso di entrare nel mondo del ciclismo ha aperto una serie di curiosità e domande a riguardo (a destra nella foto di apertura). 

A sinistra Simone Boifava con al suo fianco papà Davide
A sinistra Simone Boifava con al suo fianco papà Davide

Di padre in figlio

Innanzitutto che cosa si ricorda del ciclismo vissuto in prima persona da papà Davide. Per poi capire quali sono le sue ambizioni e i suoi obiettivi come presidente di una delle società italiane maggiormente strutturate. 

«Ho avuto la fortuna – dice Simone Boifava – di aver vissuto quell’epoca dal vivo. Mio padre ci ha sempre portati con sé nelle varie gare, quando la scuola ce lo permetteva. In quegli anni io ero tra il bambino e l’adolescente, un periodo della vita nel quale si costruiscono gran parte dei ricordi. Il primo che mi viene in mente legato al ciclismo sono le vittorie di Pantani e Chiappucci in maglia Carrera. Se penso a quel periodo mi pervade una grande gioia e altrettanta emozione. Ho avuto la fortuna di toccare con mano cosa vuol dire vivere una squadra di ciclismo, ma non mi era mai passato per la mente di poter diventare un giorno presidente di un team».

Chiappucci e Pantani in maglia Carrera Jeans con il team manager Davide Boifava
Chiappucci e Pantani in maglia Carrera Jeans con il team manager Davide Boifava
Delle gare vissute accanto a tuo padre cosa ti ha colpito maggiormente?

L’atmosfera all’interno della squadra: meccanici, massaggiatori, diesse, tutti erano amici e si viveva un clima sereno. E’ un ambiente che mi è sempre piaciuto frequentare e vivere in prima persona. Sicuramente il ruolo svolto da mio padre in un certo senso mi ha stregato e contagiato. Ero in una posizione privilegiata, anche se lui non era uno che amava raccontarsi. Tuttavia assaporare quei momenti mi ha sicuramente aiutato a raccogliere emozioni e conservarle nel cassetto della memoria. 

Per quanti riguarda i successi sportivi hai qualche ricordo?

Quelle che mi sono rimaste più impresse sono le imprese di Chiappucci: la sua vittoria alla Sanremo nel 1991 e le sue galoppate al Giro e al Tour de France. Poi non posso non citare Marco Pantani, di lui ricordo i successi al Giro nel 1994 a Merano e nella tappa del Mortirolo. Anche la Liegi di Bartoli del 1998 è un qualcosa che mi è rimasto dentro

Simone Boifava si è innamorato del ciclismo grazie alle gesta di Marco Pantani quando correva in maglia Carrera
Simone Boifava si è innamorato del ciclismo grazie alle gesta di Marco Pantani
Eppure mai avresti pensato di far parte di questo mondo, cosa ti ha convinto a cambiare idea?

Bella domanda! (ride, ndr). Negli ultimi anni ho sempre lavorato a stretto contatto con il ciclismo essendo parte dell’azienda Carrera, che fornisce le bici al team continental. Tuttavia sono mondi tanto diversi. Poi qualche mese fa la Biesse-Carrera ha cambiato un po’ a livello societario e Bruno Bindoni, presidente della Biesse il principale sponsor del team, mi ha proposto di entrare alla guida della squadra. 

Perché hai accettato?

Le condizioni della sfida sono interessanti e affascinanti. Quello che mi ha spinto è stato il piacere di provare a cimentarmi in una nuova avventura, ma anche la consapevolezza di avere uno staff solido e valido. I diesse del team continental, Milesi e Nicoletti, ma anche Renato Galli, amministratore della società e diesse degli juniores. Un’altra figura di riferimento per me è Gabriele Scalmana, del G.S. Gavardo, squadra storica che nella quale ho corso e che continua a supportarci. Molti degli sponsor di quel team ci hanno poi seguito alla Biesse Carrera. 

Simone Boifava potrà contare sull’apporto di grandi tecnici: qui Nicoletti e Milesi, i diesse della continental
Simone Boifava potrà contare sull’apporto di grandi tecnici: qui Nicoletti e Milesi, i diesse della continental
La vostra è una squadra grande, che prende tutte le categorie giovanili.

In maglia Biesse-Carrera un ragazzo può partire dai giovanissimi e arrivare nella continental. Anche a livello femminile abbiamo una struttura solida e che dona continuità. Il nostro obiettivo è di prendere i ragazzi, fin dai piccoli, e farli crescere. Creare un filo conduttore che li porti a restare da noi. Nel 2025 tre ragazzi del team juniores passeranno nella formazione continental e per noi è un bel traguardo. 

Come si colloca una formazione come la vostra in questo ciclismo giovanile?

Questo sport ha attraversato una fase di grosso cambiamento. I team WorldTour negli anni, con l’avvento dei devo team, hanno svuotato i vivai delle formazioni nazionali. In una rincorsa perversa alla ricerca di giovani fenomeni. 

La Biesse-Carrera ha un vivaio che parte dalle prime categorie giovanili
La Biesse-Carrera ha un vivaio che parte dalle prime categorie giovanili
Anche voi state cercando un approccio legato ai giovani?

A livello del team continental siamo concentrati maggiormente sui ragazzi under 23. Anche se nel 2025 ci saranno due eccezioni: rimarrà con noi Tommaso Dati e dalla Zalf arriva Federico Iacomoni. Loro due saranno gli unici atleti elite. Siamo una squadra che ha un vivaio forte e strutturato, quindi ci puntiamo molto. 

Che obiettivi vi date per il 2025?

Dividerei questa domanda in due. Il primo è crescere dei ragazzi e dare loro una scuola di vita. Lo sport, dopo la scuola, è il secondo luogo dove si forma la personalità di un giovane. Ci si allena insieme, si passa tanto tempo a stretto contatto, tutto questo sviluppa la personalità di ognuno di loro. Sta a noi dare gli insegnamenti giusti. L’altro obiettivo è quello agonistico, siamo un team continental e gli sponsor ci chiedono anche questo. Vorremo riuscire a raccogliere qualche vittoria in più, alla fine lo sport vive anche di competizione.

L’annus horribilis della Vollering, tra inediti e mugugni

30.11.2024
6 min
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Nel ciclismo spesso è questione di tempi. Analizzando a freddo la stagione di Demi Vollering tutto gira intorno alla primavera. Perché l’addio dell’olandese alla Sd Worx e il suo passaggio alla FDJ Suez ha radici antiche. Lo rivela Stephen Delcourt, il diesse del team francese in un’intervista a Velo: «Un anno fa mai avremmo pensato che la numero 1 del ciclismo mondiale sarebbe venuta a correre con noi. Poi in primavera abbiamo iniziato a parlare, abbiamo visto che condividiamo valori e sogni e in un mese abbiamo raggiunto l’accordo».

In primavera. Significa che il disagio della Vollering veniva da lontano, dall’inizio stagione. Non è una storia nella quale ci sono particolari responsabilità a margine di questo divorzio, è solo che gestire due leader come lei e la Kopecky, caratterialmente ma soprattutto come ambizioni, caratteristiche, capacità, voglia di vincere era impresa sempre più difficile. Il fatto però che già in primavera, mentre la belga metteva la sua firma sul prolungamento del contratto, la Vollering fosse già aperta a nuove soluzioni ha scavato un solco.

La Vollering in Tv, al fianco della Kopecky. Difficile descrivere i loro veri rapporti (fDe Meuleneir/Photo News)
La Vollering in Tv, al fianco della Kopecky. Difficile descrivere i loro veri rapporti (fDe Meuleneir/Photo News)

Due leader, due strategie diverse

Demi, che pure è sotto contratto con la SD Worx fino al 31 dicembre, ha un carattere sensibile, profondo. Non è capace di indossare maschere, lo ha ammesso anche la Cecchini per anni sua compagna di squadra e tutt’ora molto amica. Per questo a fine stagione l’olandese non ha nascosto le sue sensazioni, raccontando come il 2024 sia stato un anno difficile a dispetto di un corposo numero di vittorie con la perla della Vuelta.

«Per tutto l’anno abbiamo corso con due strategie – ha raccontato – una legata a Lotte e una a me, ma così è difficile guidare la squadra. Io ho bisogno di un piano chiaro da seguire. Col passare delle settimane ho però cercato di mantenere buoni contatti con tutti in squadra e soprattutto con la Kopecky, ma progressivamente ci siamo allontanate e lei ha chiuso i canali della comunicazione. A quel punto ho capito che era finita».

La vittoria alla Vuelta Espana è stata la principale delle 16 ottenute da Vollering nel 2024
La vittoria alla Vuelta Espana è stata la principale delle 16 ottenute da Vollering nel 2024

I segnali negativi

Un altro segnale è arrivato quando Anne Van Der Breggen ha annunciato il suo ritorno alle corse: «Non discuto le sue scelte, ci mancherebbe, ma mi sono sentita frustrata nel venirlo a sapere dai social e non da lei stessa, quando avevamo costruito un bel rapporto allenatrice-atleta. Lei non mi ha detto nulla. Per me è stato doloroso, nella squadra dove sono cresciuta, io ho cercato di mantenere un atteggiamento positivo ma è stato difficile».

Da qui si è dipanata una stagione difficile che ha avuto due momenti topici, il Tour e i mondiali. Nel primo caso l’amarezza per la sconfitta è stata mitigata dalla prestazione nell’ultima tappa, quella rimonta fantasmagorica che l’ha portata a soli 4” dalla Niewiadoma. Nel secondo invece la debacle è stata totale, una delusione per lei e per i tifosi, che hanno rumoreggiato contro Demi ma anche la gestione della gara, al punto che la selezionatrice Gunneswijk è stata portata alle dimissioni.

Vollering e Niewiadoma: sorrisi di circostanza al Tour
Vollering e Niewiadoma: sorrisi di circostanza al Tour

L’eccessiva brama di vittoria

Molti tifosi hanno rimproverato la Vollering per non essersi sacrificata per le compagne, soprattutto la Vos, che avrebbe potuto giocarsi il titolo allo sprint con cognizione di causa mentre il suo spunto era inferiore alle avversarie. Ma quel mondiale per lei era troppo importante: «Si correva non lontano da dove ho preso casa, conoscevo bene quelle parti e poi, dopo l’epilogo del Tour, volevo vincere a tal punto che mi sono bloccata, non ho ragionato e ho sbagliato tutto. Alla fine mi sono vergognata di come ho corso, le tante emozioni negative mi hanno fatto a pezzi».

D’altro canto quella maglia le sarebbe servita per mandar giù le delusioni, soprattutto quel Tour difficile da interpretare. Nel quale un’azione che poteva diventare epica, nell’ultima tappa è diventata una sconfitta per soli 4”. Anche in questo caso non c’è una verità assoluta, ma molto cambia in base al punto di vista. Ad esempio la Niewiadoma, l’autrice della beffa, ha raccontato l’atmosfera che si respirava negli spogliatoi: «Sono arrivata nel tendone per spogliarmi dopo l’arrivo sull’Alpe d’Huez e ero pronta a far festa. Ho visto intorno Demi e le altre e mi sono complimentata con entusiasmo genuino, ma da lei nessuna risposta, anzi sentivo una brutta atmosfera, carica di risentimento. Mi sono cambiata fuori, poi ho saputo che accusavano me di averla fatta cadere e perdere terreno nella quinta tappa, invece tutti hanno visto che non è così.

Il forcing dell’olandese sull’Alpe d’Huez, a dispetto di lancinanti dolori alla schiena
Il forcing dell’olandese sull’Alpe d’Huez, a dispetto di lancinanti dolori alla schiena

Questione di karma…

«Forse però alla SD Worx – ha detto ancora Niewiadoma – dovrebbero pensare che quel che fai poi il destino te lo rende. Io non dimentico quando alla prima edizione si misero a tirare come forsennate per approfittare della caduta della Van Vleuten. Che poi rientrò e batté tutte. Ma tutto torna indietro».

Vollering non ha risposto direttamente, ma ha raccontato scenari sconosciuti di quel che ha passato che ingigantiscono la sua impresa finale: «Quando sono caduta, la bici mi era accanto, eppure c’è voluto almeno un minuto perché riuscissi a ritrovarmi e recuperarla. Non sentivo la gamba – ha raccontato a NRRC – pensavo di essermi rotta l’anca, invece mi ero fratturata l’osso sacro. Tra l’altro sentivo il pantaloncino bagnato, poi ho saputo dal medico che la frattura del coccige provoca il rilascio involontario di pipì.

L’olandese ai mondiali di Zurigo, chiusi al 4° posto con tanta delusione, per lei e i tifosi
L’olandese ai mondiali di Zurigo, chiusi al 4° posto con tanta delusione, per lei e i tifosi

La storia della… capra

«L’ultimo giorno, i dolori erano fortissimi, sul Glandon già sentivo la schiena darmi problemi e quando ho iniziato l’Alpe d’Huez, pensando a quanto mancava ero disperata. Durante la salita non pensavo altro che al dolore, a quando sarebbe finita. E’ stata un’esperienza terribile».

Ora Demi è pronta per ripartire, per formare una nuova famiglia agonistica, in un team che attraverso lei punta al massimo, nelle classiche come nei Grandi Ggiri. Lei ha sfruttato le vacanze per ritrovare serenità fra gli affetti cari, andando in vacanza con il suo fidanzato Jon e facendo anche incontri curiosi come quello con una capra caduta in un pozzo. Lei non ci ha pensato due volte: ha messo da parte la bici e si è calata nella fossa per riportarla su. Perché Demi è anche questo…

Moro: «Il 2024 come anno zero, ora voglio specializzarmi»

30.11.2024
6 min
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La prima stagione nel mondo del WorldTour, in maglia Movistar Team, per Manlio Moro non è stata facile. Il ventiduenne di Pordenone si è scontrato con il ciclismo dei grandi dopo le tre stagioni corse in maglia Zalf Euromobil. Un fisico imponente per il friulano, alto 190 centimetri e con peso di 81 chilogrammi. Numeri che lo inseriscono di diritto tra gli uomini dotati di grande potenza, ma che devono trovare il loro modo di correre. La giusta dimensione per poter performare al meglio. 

Moro dopo tre anni corsi in maglia Zalf è passato professionista con la Movistar
Moro dopo tre anni corsi in maglia Zalf è passato professionista con la Movistar

Subito nel mezzo

Il team spagnolo in Moro ha creduto fin da subito, nonostante fosse al suo primo anno nella massima categoria non gli è stata preclusa alcuna esperienza. Era partito dall’Australia, con Tour Down Under e Coppa del mondo su pista, per poi volare in Belgio e affrontare le pietre per la prima volta. Manlio Moro infatti ha anche le gambe e il fisico di uno che può fare bene su pista, lo ha dimostrato e Marco Villa punta molto su di lui. Nonostante i pochi giorni di gara messi insieme, appena 31, parlando con il friulano emerge che il 2024 non è stato un anno semplice. 

«Per ora mi sto godendo gli ultimi giorni a casa – racconta Moro – in compagnia della mia ragazza. E’ un periodo un po’ più tranquillo, nel quale ci alleniamo ma riusciamo anche a fare altro e stare insieme prima dell’inizio della stagione. Sono ormai due settimane che ho ripreso ad allenarmi, e pian piano ho iniziato ad aumentare i carichi di lavoro. Ripartire non è mai facile, anche fare due ore di uscita risulta faticoso (dice con una risata, ndr)».

Con il team spagnolo ha siglato un contratto triennale con scadenza nel 2026 (foto Instagram/GettyImages)
Con il team spagnolo ha siglato un contratto triennale con scadenza nel 2026 (foto Instagram/GettyImages)
Hai già avuto modo di parlare con il team?

Sì. Partirò dall’Australia, come fatto lo scorso anno, poi andrò a correre al UAE Tour e infine in Belgio, ma non so ancora bene quali corse farò lassù. Rispetto al 2024 mi è stata aggiunta la corsa a tappe emiratina, la squadra ha deciso così e va benissimo. Sarà un modo per aiutare i compagni e fare esperienza. 

Facciamo un salto indietro al 2024, che anno è stato?

Il salto nel WorldTour si è fatto sentire, è stato impegnativo. Direi che se devo fare un riassunto di questa stagione la etichetterei come un’annata in cui ho fatto esperienza. Mi è servita a capire come funziona il mondo del ciclismo professionistico. E’ stato comunque un anno ricco di appuntamenti, perché oltre alla strada c’erano le Olimpiadi di Parigi su pista. Uno dei miei obiettivi era partecipare e ci sono riuscito.

Al primo anno nel WT Moro ha messo insieme esperienze di alto livello, qui alla Omloop Het Nieuwsblad
Al primo anno nel WT Moro ha messo insieme esperienze di alto livello, qui alla Omloop Het Nieuwsblad
Com’è stato cercare l’equilibrio tra strada e pista al primo anno nel WorldTour?

Non facile. Parigi era un obiettivo molto grande, per raggiungerlo ho fatto diversi cambi di programma e in questo la squadra mi è stata di grande supporto. Ho saltato alcune gare per andare ad allenarmi su pista o fare qualche ritiro con la nazionale e loro non mi hanno mai detto nulla. 

Nelle esperienze che hai fatto su strada hai capito che corridore puoi diventare?

Non ancora in realtà. Il 2025 sarà il primo vero anno da professionista, nel quale riuscirò a concentrarmi al massimo sulla strada. Voglio andare alle corse e scoprire in quale parte del gruppo posso collocarmi. Questa stagione è servita per fare gare e fare esperienza. Dal prossimo anno vorrei specializzarmi. 

Non sono mancate nemmeno le Classiche Monumento, eccolo nella Foresta di Arenberg (foto Instragam/Team Movistar)
Non sono mancate nemmeno le Classiche Monumento, eccolo nella Foresta di Arenberg (foto Instragam/Team Movistar)
Hai però un’idea di cosa ti piace?

Le Classiche sicuramente. Poi per il mio fisico e le mie caratteristiche penso mi serva una stagione solida per costruire e fare un gradino in più. 

Passiamo alla pista, che effetto ha fatto andare a Parigi?

Bellissimo. Era il mio obiettivo e sono felice di averlo raggiunto. Ho dato tutto per arrivare al 100 per cento ed ero consapevole di essere al massimo del mio potenziale. Sono stato selezionato come riserva e non ho corso, ma posso dire con certezza che se fossi stato chiamato in causa sarei stato pronto. 

Moro al suo primo anno da professionista ha messo insieme 31 giorni di corsa, per il resto si è dedicato alla pista
Moro al suo primo anno da professionista ha messo insieme 31 giorni di corsa, per il resto si è dedicato alla pista
Come vedi il rapporto con la pista per il 2025?

Ci sono un po’ di cose da capire. Molta gente la lascerà da parte e anche io farò qualche gara in meno. Sicuramente non sarò agli europei, visto che cadono nello stesso periodo del UAE Tour. Nel prossimo anno voglio concentrarmi sulla strada, anche perché dal 2026 ci sarà da costruire l’appuntamento di Los Angeles 2028

Sembra lontano, ma non lo è affatto.

Non è un appuntamento che si prepara in un mese, ma come minimo in due anni, se non qualcosa in più. Devi abituare il fisico a un determinato sforzo. Quello che ho detto prima non significa che lascerò la pista, anzi. Continuerò comunque a curarla e ad allenarmi. Anche perché determinati lavori in strada non li può fare. Ci sarà da organizzare bene il tutto. 

Il friulano, classe 2002, è uno dei papabili uomini per il quartetto in vista di Los Angeles 2028
Il friulano, classe 2002, è uno dei papabili uomini per il quartetto in vista di Los Angeles 2028
Anche perché sei uno dei più papabili per il quartetto in vista di Los Angeles…

Da qui a quattro anni possono succedere tante cose, non è un periodo di tempo breve, ma passa in fretta. E’ presto per parlare della composizione del prossimo quartetto, è certo che io voglio provare a esserci. 

Intanto tra poco si parte per il primo ritiro, e la macchina ripartirà a girare.

L’8 dicembre andremo in Spagna, fino al 18. Poi si ritorna a casa, si passa il Natale in famiglia e sarà già tempo di volare in Australia. Penso di partire poco dopo il 25, ho degli zii che vivono lì e approfitterò dell’appoggio per andare e allenarmi. Servirà un po’ di tempo per abituarsi alle temperature australiane.