Dopo l’anno più bello, Affini riparte sulle stradine del Nord

04.12.2024
6 min
Salva

Edoardo Affini risponde dalla sua auto mentre si trova in Olanda ed è in viaggio verso il magazzino della Visma Lease a Bike. E’ arrivato il tempo delle visite mediche per ottenere l’idoneità sportiva. Il ragazzone che ha stupito tutti nel finale di stagione con due prove superbe a cronometro all’europeo e poi al mondiale riallaccia il filo in vista della nuova stagione. I ricordi di questa seconda parte di anno, però, rimangono vivi. D’altronde le due maglie di campione europeo nelle prove contro il tempo non si scordano facilmente. Se a questo poi ci aggiungi un terzo posto al mondiale di Zurigo, sempre a cronometro, allora è facile capire che il morale sia già alto. 

Cambio di vita

Il mantovano da pochi mesi si è trasferito definitivamente in Olanda, trovando casa a pochi metri dalla cittadina dove viveva la sua compagna. Una vita diversa, lassù non troppo lontano dalla sede centrale del team. 

«Ufficialmente – dice – viviamo nella nuova casa da fine maggio. Solamente che da quel periodo a fine stagione me la sono goduta poco. Ho fatto spesso avanti e indietro, ma ci sarò rimasto un mesetto scarso in totale. Ora, con le vacanze di fine anno, me la sono goduta di più. La decisione di venire a vivere in Olanda deriva dal fatto che la mia ragazza lavora qui e dal punto di vista sociale e culturale chiederle di venire in Italia non mi sembrava una grande idea. Ne abbiamo parlato tanto e alla fine siamo arrivati alla conclusione che trasferirmi qui avrebbe fatto al caso nostro».

Dieci giorni dopo l’europeo, a Zurigo è arrivata anche la medaglia di bronzo dietro Evenepoel e Ganna
Dieci giorni dopo l’europeo, a Zurigo è arrivata anche la medaglia di bronzo dietro Evenepoel e Ganna

Ritrovare la condizione

Fermarsi in un momento del genere sembra sempre un peccato, ma la stagione termina e il riposo è necessario per ripartire. Affini questo lo sa bene quindi, nonostante la gamba fosse una delle migliori della carriera, ha riposato e ora pensa già ai primi impegni. 

«Come tutti gli anni – spiega – sono ripartito con un po’ di movimento vario: palestra, corsa a piedi e poi bici. Con il passare dei giorni i lavori sono diventati sempre più seri, anche se è ancora presto per caricare, quello lo faremo al primo ritiro del team, settimana prossima. Per il momento ho fatto poca roba, qualche sprint e accelerazione, ma mai al massimo. Ho messo insieme sempre più ore, magari prima del ritiro farò un’uscita lunga giusto per finire di gettare le basi».

«Fermarsi – riprende Affini – dopo l’ultimo periodo è stato quasi un peccato, anche perché per ritrovare la stessa condizione ci sarà da dannarsi. Però questo stacco da un lato è servito per consolidare le emozioni. Devo ammettere che ho trovato una certa carica nel ripartire, non ne ho mai avuto bisogno ma dà uno stimolo in più. Nonostante mi dispiacesse fermarmi, mi sono comunque concentrato sul riposo e il recupero. Ho chiuso la bici a chiave e non l’ho toccata».

Gioie consolidate

Il ventottenne, che dal 2021 veste la maglia della Visma Lease a Bike, ha conquistato due risultati di grande prestigio. La maglia di campione europeo, che potrà indossare con orgoglio nel 2025, è un risultato che premia una carriera lunga e ancora da vivere. Se a questo poi si aggiunge il terzo posto di Zurigo è facile capire che il 2024 di Affini è culminato in una gioia immensa. 

«Quello che mi è rimasto dall’ultimo periodo – riflette – sono sicuramente i risultati. A questi però si affianca la gioia di averli condivisi con la mia famiglia, con la mia compagna e anche i suoi genitori. E’ bello fare una cosa del genere, come all’europeo, e averli lì per condividere il tutto nella vita reale. Dal telefono di certo non manca l’entusiasmo, ma viverlo è un’altra cosa. Anche al mondiale erano presenti i miei genitori. Salire sul podio e vederli in mezzo alla folla è stato un orgoglio e un piacere immensi».

Di nuovo insieme

Nei giorni scorsi i ragazzi della Visma hanno pedalato di nuovo insieme, sulle strade del Belgio. Tra strappi e pavé si sono rivisti tanti corridori, tra loro è spuntato anche Wout Van Aert. Il belga rimasto coinvolto in una caduta alla Vuelta è risalito in sella da poco. La domanda che tutti si pongono è se riuscirà a tornare in forma in vista dell’inizio del 2025

«Il nostro – ci racconta Affini – è un ritrovo che facciamo ogni anno. Partecipa il gruppo delle classiche, una rosa allargata. Facciamo dei test sui materiali e i ragazzi nuovi prendono confidenza con mezzi e attrezzature. Le strade su cui abbiamo pedalato sono quelle della Roubaix e del Fiandre. Il tutto fatto a ritmi tranquilli, ma è sempre un bene rinfrescarsi la memoria.

«Wout (Van Aert, ndr) – conclude Affini – dopo la Vuelta si è ripreso abbastanza bene. Sembra sia in pieno recupero, non ci sono stati problemi troppo grandi o permanenti. Certamente un infortunio al ginocchio chiede tempo per essere assorbito al meglio. Ora vedrà che fare con il ciclocross, è chiaro che nella corsa qualche dolorino in più lo abbia sentito. Le vibrazioni dovute all’impatto con il terreno sono diverse dalla sollecitazione della bici. Ma so che ha ripreso anche a correre, costruendo il tutto dalla base con l’obiettivo di tornare ai ritmi usuali. Personalmente l’ho visto come sempre, senza pensieri particolari».

TurboPaolo, l’arte di raccontare il ciclismo con ironia

03.12.2024
6 min
Salva

Un nuovo aspirante pro’ si aggira per il web. Non arriva dalla Zwift Academy, né da qualche development di squadre World Tour. Si chiama Paolo Sarmenghi, in arte TurboPaolo, è nato nel ’90 e arriva dai social. Ha un canale Instagram con quasi 300 mila follower, che raccoglie centinaia di brevi sketch ironici un po’ su tutto. Da qualche mese, anche a tema bici.

In questa stagione lo abbiamo visto fare i suoi primi passi nel ciclismo che conta alla Lidl-Trek, al fianco di corridori come Jonathan Milan, Simone Consonni e Juan Pedro López. Qualche giorno fa è apparso in un video di GCN Italia mentre, al fianco di Alan Marangoni, affrontava le rampe della mitica salita di Oropa. 

Qui a bici.PRO siamo da sempre attenti alla nascita di nuovi talenti, quindi l’abbiamo contattato per farci raccontare del suo modo di parlare di ciclismo senza prendersi troppo sul serio. Un modo di cui questo sport ha, secondo noi, molto bisogno. Lo raggiungiamo al telefono mentre è impegnato ad organizzare il suo tour (“t” minuscola, in questo caso) 2025 di stand-up comedy.

«Dovrebbe partire a fine febbraio – dice – abbiamo fissato cinque date in Italia e poi stiamo cercando di fare anche qualcosa per gli italiani all’estero. Avrei voluto andare anche nelle isole, Sardegna e Sicilia, ma ci siamo accorti che diventa troppo costoso. Anche perché voglio tenere i prezzi il più possibile popolari».

L’influencer ci ricorda che si può sorridere anche durante la fatica (immagine Instagram)
L’influencer ci ricorda che si può sorridere anche durante la fatica (immagine Instagram)
TurboPaolo, sul tuo profilo abbiamo visto (e apprezzato) i video che hai fatto con la Lidl-Trek. Com’è nata questa collaborazione?

L’anno scorso ho fatto dei contenuti con Lidl e sono andati bene. Quindi quest’anno abbiamo continuato, e mi hanno buttato lì lo spunto di fare qualcosa con la squadra di ciclismo. Gli ho proposto l’idea del nuovo uomo squadra e si sono fidati, anche perché il marketing della Lidl non aveva tanta familiarità con il ciclismo.

E com’è stato essere lì in mezzo, sul pullman, tra gli atleti?

I ragazzi sono stati tutti molto disponibili. Avevo paura fossero tesi anche perché quei contenuti li abbiamo girati pochi giorni prima della partenza del Giro. Invece no, forse era un modo anche per loro di staccare alla vigilia di un appuntamento importante.

Quanti giorni siete stati assieme?

Due, il primo alla presentazione della squadra, al velodromo di Torino, quando hanno fatto le foto ufficiali. Il secondo invece in hotel, dove mi hanno fatto provare la divisa della squadra e un bici. Il gioco era che anch’io mi allenassi con loro. E’ finita che mi hanno dato la maglia troppo piccola e la bici troppo grande.

Un deliberato tentativo di sabotaggio? 

Potrebbe essere. Ma devo dire che mi sono interfacciato soprattutto con Paolo Barbieri (addetto stampa della Lidl-Trek, ndr) con cui devo dire che mi sono trovato molto bene. In generale sono contento di come sono venuti quei contenuti: mi hanno pagato, ma l’avrei fatto anche gratis. Anche se forse è meglio che quelli della Lidl non lo sappiano. E’ stato tutto molto facile, mi è venuto naturale, anche perché sono appassionato di ciclismo.

Il santuario di Oropa, teatro delle gesta di molti campioni (immagine Instagram)
Il santuario di Oropa, teatro delle gesta di molti campioni (immagine Instagram)
Infatti TurboPaolo, parlaci di questa passione.

Non mi ricordo come sia nata, a dire la verità, ma ora lo seguo spesso. Mi piace tanto guardare le gare, specie negli ultimi anni, le ultime due-tre stagioni in particolare. Credo c’entrino anche i personaggi incredibili che ci sono in questo periodo. Anche mia moglie si è appassionata, soprattutto dopo la serie Netflix sul Tour. Quindi sì lo guardo, ma purtroppo non vado tanto, un po’ per il tempo e anche, diciamo la verità, per questioni di fisico.

Tra poco arriviamo anche al tuo ciclismo pedalato. Qual è la tua corsa preferita?

Direi la Milano-Sanremo. Sarò che io sono di Novara quindi la sento un po’ come la gara di casa. Poi secondo me è la più difficile mentalmente, tutte quelle ore di pianura da affrontare restando comunque concentrati per il gran finale. Mi sembra sia molto più dura di quanto si veda in tv. La tua invece qual è?

Il Giro delle Fiandre, ma le domande dovrei farle io.

Scusa.

Niente figurati. Andiamo avanti. Dopo quella con la Lidl-Trek sei arrivato alla collaborazione con GCN

Mi ha scritto Alan Marangoni, dovevamo vederci a Torino al Giro, ma non c’è stata occasione. Poi ci siamo risentiti e abbiamo partorito l’idea. Io pensavo subito a qualcosa di faraonico, tipo allenarmi per una gara grossa, come i mondiali… Parto sempre così, poi invece la realtà mi riporta a più miti consigli. Quindi abbiamo deciso di provare la salita di Oropa, e confrontare il mio tempo con quello di Pantani e Pogacar.

Subito dopa la fine della salita, TurboPaolo si rilassa sul prato di Oropa
Subito dopa la fine della salita, TurboPaolo si rilassa sul prato di Oropa
Diciamo che hai deciso di iniziare col botto. E com’è andata?

Ovviamente non volevamo provare ad avvicinare i loro tempi, anzi. La sfida era quella di non prendere più di un’ora di distacco negli ultimi 6,7 km finali, che loro hanno percorso in circa 17 minuti. All’inizio mi sentivo bene, salivo a 11-12 all’ora, mi sembrava di volare. Poi male, molto male, sempre peggio. Vedevo i numeri del Garmin calare come in un countdown: 9,8,7… Dopo il Giro ho controllato i dati e nel segmento “Hardest Oropa”, 600 metri al 10,5% di pendenza, ho tenuto la media di 5,2 km orari. Per fare un paragone il KOM ce l’ha Nans Peters, ad oltre 19 all’ora di media.

Alan e Giorgio, i due volti di GCN, ti hanno dato una mano? Nel video abbiamo visto un bel “bidon collé”…

Sì dai, mi hanno supportato alla grande. E mi hanno assicurato che quel “bidon collé” rientrava pienamente nel regolamento UCI. Ad un certo punto andavo a zig-zag e Alan mi ha chiesto, giustamente, se almeno potevo non andare in contromano. Salendo poi non avevo il cardiofrequenzimetro, prendevo la frequenza cardiaca dall’orologio, che quindi era in bella vista. Giorgio, che era in ammiraglia, quando ha visto il valore mi ha chiesto se era tarato male. Era a 180 battiti, mi ha detto che non potevo stare in Z5 per due ore. Gli ho detto che l’orologio era sbagliato, ma in realtà ho mentito. Ho fatto la salita fisso sui 200 battiti, o giù di lì.

TurboPaolo con il team di GCN ad Oropa, subito dopo l’impresa
TurboPaolo con il team di GCN ad Oropa, subito dopo l’impresa
Comunque sia la sfida alla fine è stata vinta

Ci ho impiegato un’ora ora e 2 minuti. Un quarto d’ora entro il tempo limite. Quindi da gente come Pantani e Pogacar ho preso solo 45 minuti in 6,7 km. Mi ritengo pienamente soddisfatto.

L’impressione è che il tuo stile funzioni perché esce dai normali canoni dell’agonista. Ti ritrovi in quest’idea?

Può essere. L’altro giorno parlavo con un amico, mi diceva che non esce più in bici perché non gli sembra di essere abbastanza performante, di non avere la bici adatta, eccetera. Secondo me invece dovremmo recuperare il piacere di pedalare e basta, liberandoci da queste pressioni  indotte dall’esterno.

Prossimi progetti a tema bici?

Quest’inverno vorrei continuare ad allenarmi sui rulli per avere un po’ di continuità. Poi in futuro mi piacerebbe anche fare qualcosa con il ciclismo femminile. Mi sembra ci sia più incertezza che tra gli uomini, più imprevedibilità. Mi intriga anche il fatto che, almeno così mi sembra, tra le donne non sia tutto tecnicamente così esasperato e conti ancora il fattore umano. Se poi GCN e la Lidl-Trek mi vorranno ancora, sono disponibile. Oppure anche un’altra squadra World Tour va bene, non dico di no a niente, sia chiaro.

Grazie TurboPaolo. Ultima domanda secca. Milano-Sanremo 2025: chi vince?

Direi Pogacar, anche se forse è scontato. Con il cuore invece dico Jonas Abrahamsen. Lo so, è pura utopia. Ma lo dico lo stesso. 

Northwave Revolution, molto di più di una media gamma

03.12.2024
5 min
Salva

Se dovessimo considerare il posizionamento della Northwave Revolution nel mercato attuale, sarebbe da collocare in una fascia medio alta, sicuramente ambiziosa, ma un paio di gradini sotto la Veloce Extreme.

Quanto le considerazioni si concentrano sulla resa tecnica le voci da argomentare, da approfondire e da tenere ben presente sono diverse. La Revolution è una scarpa performance senza molti compromessi, una sorta di evoluzione/rivisitazione della “vecchia” Extreme Pro 3. Entriamo nel dettaglio della prova.

Revolution è una calzatura ben fatta che abbina comfort e prestazioni
Revolution è una calzatura ben fatta che abbina comfort e prestazioni

Accostabile alla Extreme Pro

Si, perché la Northwave Veloce Extreme è un’altra tipologia di calzatura, sviluppata in modo differente sotto ogni aspetto. Veloce Extreme ha in comune con le generazioni precedenti di Northwave, il nome dell’azienda, i rotori del sistema di chiusura ed il concetto Powershape della suola. Veloce Extreme ha dato forma ad una nuova generazione di calzature “estreme” per quello che concerne le prestazioni.

Extreme Pro 3 (la precedente top di gamma) è stata un riferimento per ventilazione, comfort e supporto dell’arco plantare, soluzioni che ritroviamo proprio nell’ultima versione della Revolution. Si tratta di una calzatura tecnica, prestazionale e robusta, non estrema, ma comunque bella tosta, con un abbondante volume interno e del fitting come vuole la tradizione NW. Il design, la linguetta, i due rotori ed in parte la suola richiamano fortemente la Extreme Pro 3, ma anche l’integrazione completa (ottima soluzione a favore della longevità e di un po’ di eleganza) della talloniera, nascosta al di sotto della tomaia.

Molto sostenuta

La nuova Revolution è una scarpa che mostra un sostegno non banale, una scarpa tutta d’un pezzo quando si spinge con forza sui pedali. La suola è rigida, lo è dal fronte verso il retro e viceversa, con il valore aggiunto di un arco plantare pronunciato verso l’alto. Si sente, ma non è invasivo e lascia spazio per chi ha l’abitudine di usare dei plantari custom. Al sostegno si aggiunge una tomaia che ha bisogno di qualche ora di utilizzo per “smollarsi e diventare più malleabile”, in modo da adeguarsi al meglio al piede.

Eccellente (come sempre) è l’arcuatura della suola con la sezione della pianta e la punta che tende a curvare leggermente verso l’interno. Questo aspetto (non solo di design) offre dei vantaggi anche in termini di allineamento pedale/ginocchio, a prescindere da come viene montata la tacchetta. E’ uno dei fattori che apprezziamo maggiormente.

Tallone senza costrizioni

Rispetto alla Veloce Extreme ha una talloniera “più aperta”, meno chiusa e blocca meno il tallone ed il tendine. E’ un po’ più comoda e si adatta bene a diverse tipologie di utenza. Ovviamente anche la suola è diversa. Conferma inoltre una certa versatilità della calzatura Northwave che non si rivolge esclusivamente agli agonisti.

Non è una di quelle calzature che fa “male” ai piedi, che stringe troppo e diventa controproducente dopo qualche ora di utilizzo. Non è necessario far abituare il piede. Mostra un buon comfort quando le vibrazioni che arrivano dal basso sono fastidiose, ma è da tenere bene presente che non è una scarpa da gravel. Nella dose di comfort ottimale entra in gioco lo spazio interno che va a vantaggio del piede e delle dita che non risulteranno mai compresse, schiacciate e si possono muovere. Northwave Revolution è perfetta anche per chi vuole fare endurance.

In conclusione

Una bella calzatura che non ha molto da invidiare a prodotti top level in senso assoluto e che è anche più accessibile in termini di prezzo di listino. 225 euro circa non sono pochi, ma di fatto la Revolution è una calzatura adatta a chi spinge forte in ottica competizione, adatta a chi è meno agonista e vuole una scarpa che permette di non perdere watt, forza e affidabile nelle fasi di rilancio a gas aperto.

Northwave

Oldani: «Perché non introdurre la safety car nel ciclismo?»

03.12.2024
5 min
Salva

Che cosa c’entra la safety car con il ciclismo? E’ la prima domanda che molti si sono fatti leggendo le conclusioni della recente riunione dell’Aiocc, l’associazione che mette insieme gli organizzatori e che ha riesaminato tutte le procedure riguardanti la sicurezza, anche in base ai recenti eventi, soprattutto alla tragica morte della svizzera Furrer ai mondiali di Zurigo. Dell’idea ha parlato anche Renzo Oldani, componente del Consiglio direttivo dell’associazione e presidente della Società Ciclistica Alfredo Binda.

La riunione dell’Aiocc a Riva del Garda ha messo gli organizzatori a confronto con il vertice Uci
La riunione dell’Aiocc a Riva del Garda ha messo gli organizzatori a confronto con il vertice Uci

Lo stop della Tre Valli

Oldani è l’organizzatore della Tre Valli Varesine, primo evento sospeso in via definitiva quest’anno dopo che i corridori si sono fermati per il maltempo. Una vicenda che lo ha messo in grande difficoltà, ma proprio per questo Oldani è in prima linea nella ricerca di giuste contromisure.

«Premesso che la decisione dei corridori era condivisibile perché la sicurezza dei corridori è la cosa più importante – dice – quel giorno non sono state seguite le misure del protocollo UCI previsto per queste situazioni. Era una decisione che andava presa collegialmente, invece i corridori hanno deciso in autonomia.  Ma venivamo dai tragici eventi di Zurigo e quindi è comprensibile».

Renzo Oldani, il doloroso annuncio della sospensione definitiva della Tre Valli Varesine 2024
Renzo Oldani, il doloroso annuncio della sospensione definitiva della Tre Valli Varesine 2024
Che funzione avrebbe una safety car?

Prendiamo proprio il caso della mia corsa. Bardet e Mas erano in fuga e avevano superato indenni la discesa, ma la pioggia era tanta e i corridori erano comprensibilmente spaventati. Una safety car che avesse sospeso la corsa dal punto di vista agonistico e fatto superare il tratto pericoloso a velocità controllata avrebbe permesso di andare avanti, facendo trascorrere quei 10 minuti di pioggia più intensa.

Nella Formula 1 però quando interviene la safety car tutti i distacchi vengono azzerati. Nel ciclismo una cosa del genere sarebbe inaccettabile da parte dei corridori in fuga…

E’ chiaro che non possiamo introdurre l’idea tout court, va valutata e adattata alle nostre esigenze. E’ un fattore da studiare, noi ad esempio abbiamo già un protocollo da seguire in caso di passaggi a livello che consente di stabilizzare i distacchi, possiamo fare allo stesso modo. Sarebbe una formula che accontenterebbe tutti, ma bisogna parlarne con tutti gli operatori, dall’UCI alle squadre e alla stessa associazione corridori.

Le safety car potrebbero risolvere molti problemi, ma con regole diverse da quelle automobilistiche (foto Motorsport Images)
Le safety car potrebbero risolvere molti problemi, ma con regole diverse da quelle automobilistiche (foto Motorsport Images)
L’idea seguirà ora un suo iter?

Sicuramente. Ne abbiamo già parlato con i rappresentanti della sicurezza dell’UCI e dell’Associazione corridori. Nel corso della riunione abbiamo spiegato le nostre esigenze. Spesso si legge che noi organizzatori dovremmo fare di più, mettere più protezioni. Ma come si fa a coprire completamente percorsi di oltre 200 chilometri? Transennare tutto è oggettivamente impossibile. Chi stabilisce che quella data curva è più pericolosa di altre? Chi vive di ciclismo sa che la caduta può avvenire dappertutto. Noi possiamo adoperarci, ma non possiamo essere lasciati soli.

Pogacar sotto il traguardo della Tre Valli si fa portavoce della volontà di non proseguire visto il maltempo
Pogacar sotto il traguardo della Tre Valli si fa portavoce della volontà di non proseguire visto il maltempo
Che cosa intendi dire?

Il ciclismo di oggi non è quello degli inizi di questo secolo, eppure sono passati pochi anni – sottolinea Oldani – i materiali però sono più performanti e hanno fatto aumentare a dismisura le velocità. Recenti studi hanno stabilito che si va mediamente più veloci del 10 per cento: vent’anni fa era raro vedere ciclisti in discesa toccare i 100 chilometri l’ora, ora vanno tutti a 110… Mettiamoci anche che le ruote sono molto più rigide, ogni buca ti fa praticamente togliere la mano dal manubrio, le bici diventano incontrollabili. Lo stesso dicasi per l’abbigliamento: non dico che bisogna prevedere le protezioni che utilizzano i motociclisti, ma le aziende non dovrebbero guardare solo aspetti quali l’aerodinamica. Perché non utilizzare prodotti testati come il kevlar o il teflon a protezione delle parti più esposte del corpo?

Si discute molto in questo periodo sull’uso delle radioline. Voi siete favorevoli?

Dovrebbero tornare a essere usate per le loro funzioni primarie che sono quelle della sicurezza. La comunicazione distrae, tra auricolari, strumenti elettronici, lo stesso controllo dei valori sulla bici. Proviamo a mettere le radioline sulla stessa frequenza per tutti, comunicando quel che serve a proposito del percorso, di impedimenti e quant’altro. Il ciclismo ha sempre saputo adeguarsi al progresso, ricordate quante storie si facevano per l’uso del casco? Oggi è imprescindibile. Io sono convinto che si possono trovare i giusti correttivi, basta volerlo

Il famigerato punto della caduta di Evenepoel al Lombardia 2020, che poteva costargli la carriera e soprattutto la vita
Il famigerato punto della caduta di Evenepoel al Lombardia 2020, che poteva costargli la carriera e soprattutto la vita
Qual è il futuro della tua gara?

L’annullamento è stato un brutto colpo, mi sono sentito cadere il mondo addosso. Diretta Tv cancellata, danno d’immagine, investimenti perduti a fronte di spese da sostenere, gli ingaggi delle squadre, anche se hanno cercato di venirci incontro. Noi non siamo un’organizzazione che lo fa per lavoro, non ricaviamo utili dalla nostra corsa. Devo dire che gli altri organizzatori ci hanno sostenuto, anche quelli dei Grandi Giri e le squadre ci hanno spronato ad andare avanti garantendo la loro presenza nel 2025. Lo stesso Pogacar ha detto che tornerà. Questo ci ha spinto a insistere: d’altronde la Tre Valli Varesine è in calendario da un secolo…

Tonelli cambia casacca. Il racconto di un salto inaspettato

03.12.2024
4 min
Salva

Dopo dieci anni di militanza con il gruppo dei Reverberi, Alessandro Tonelli lascia la VF Group-Bardiani per intraprendere una nuova avventura con la Polti-Kometa che dal prossimo anno si chiamerà Polti-VisitMalta. Il corridore lombardo, noto per il suo spirito battagliero e la capacità di leggere le corse, è stato uno dei pilastri del team che lo ha lanciato. Era un riferimento per i più giovani e persino per le tattiche sul bus. Ne parlammo proprio qualche mese fa… Ma il rinnovamento della squadra di Roberto Reverberi verso un organico più giovane lo ha portato a cercare nuove opportunità.

Dopo Ulissi, si chiude un altro capitolo di permanenza totale nello stesso team: Tonelli era in quel gruppo sin da quando era passato pro’ nel 2015. Resiste solo Puccio (Ineos Grenadiers) in questa particolare statistica.

Alla corte di Ivan Basso, Tonelli ritrova il direttore sportivo Stefano Zanatta e compagni come Samuele Zoccarato e Mirko Maestri, in una formazione che punta sulla sua esperienza per mantenersi tra i primi 30 team del ranking UCI. Archiviato il periodo delle vacanze e con gli allenamenti già ripresi, “Tone” ci racconta come è andata…

Tonelli (classe 1992) ha corso fino al 20 ottobre, alla Veneto Classic. Qualche giorno di vacanza in Egitto. e al ritorno, la bella news della Polti (foto Instagram)
Tonelli (classe 1992) ha corso fino al 20 ottobre, alla Veneto Classic. Qualche giorno di vacanza in Egitto. e al ritorno, la bella news della Polti (foto Instagram)
Alessandro, come mai questo cambiamento? Eri una colonna portante di quel team…

Non è stata una mia decisione, ma della squadra. Hanno scelto di rinnovarsi con un organico più giovane. Io non rientravo nei loro piani, anche se ero una colonna portante. Ed eccomi qui…

Avevi contatti con altri team?

Sì, e sembrava fatta, ma poi in quel team sono arrivati nuovi sponsor e le priorità sono cambiate. Hanno puntato su corridori da classifica, lasciando poco spazio a chi lavora per gli altri.

Come hai vissuto questo periodo? E come è andata la trattativa?

Non è stato facile. Il 2024 è stata la mia miglior stagione: quella in cui ho vinto, ho fatto più punti, sono sempre stato nel vivo… ma da settembre ho rischiato di smettere. Ho trovato la soluzione con Polti solo a novembre, davvero tardi. Tutto si è concretizzato quando sono tornato dalle vacanze. Avevo corso fino alla fine… All’inizio mi avevano detto che erano al completo. Poi, tramite il mio procuratore, si sono rifatti vivi, chiedendomi un sacrificio sullo stipendio. Ho accettato perché è una squadra professional di qualità, e io voglio restare competitivo.

Prima tappa della Valenciana. Tarozzi e Tonelli scappano. Il team opta per la vittoria di capitan Tonelli
Prima tappa della Valenciana. Tarozzi e Tonelli scappano. Il team opta per la vittoria di capitan Tonelli
Quali saranno i tuoi obiettivi?

Non conosco ancora il mio calendario, ma sicuramente correrò meno rispetto alla VF Group-Bardiani, che aveva un organico più numeroso. La priorità sarà accumulare punti nelle corse di un giorno per mantenere il team tra i primi 30 del ranking.

È fondamentale, come abbiamo visto. Con i tuoi ormai ex compagni ve la giocate: Polti ventinovesima e VF Group ventisettesima…

Esatto, però a ben guardare non siamo messi male. Abbiamo una squadra con punte come Piganzoli, velocisti come Lonardi e molti attaccanti. E la Bardiani, invece, perde atleti che portano molti punti come Pellizzari e Pozzovivo. Inoltre, correndo di meno, avrò più possibilità di programmare e allenarmi meglio, visto che oggi devi arrivare alle corse al massimo.

Questo è un punto interessante: oggi è vitale per correre ad alto livello.

Infatti sono fiducioso e ho grandi stimoli. In più quest’anno ho cambiato preparatore dopo dieci anni. Sin qui mi ha seguito Claudio Cucinotta, ora lavoro con Carlos Barredo, un coach interno al team. La tendenza è questa ormai, anche in Bardiani si stava andando in quella direzione. Con Barredo stiamo cercando un equilibrio tra il mio metodo e le sue idee. Non sono un novellino e non poteva stravolgermi tutto di punto in bianco. Sono curioso di vedere come reagirò.

Tonelli sa prendere le fughe e sa starci… eccolo al Giro all’attacco, guarda caso, con Maestri
Tonelli sa prendere le fughe e sa starci… eccolo al Giro all’attacco, guarda caso, con Maestri
Ritroverai vecchi compagni come Zoccarato e Maestri.

Sì, è bello rivederli. Conosco già molti corridori della squadra, qualcuno anche dello staff, quindi non sarà un salto nel buio. È un ambiente familiare, ma professionale al tempo stesso. Senza contare che, oltre a loro, ci sarà anche Zanatta, il direttore sportivo, e Lonardi.

Alessandro, hai firmato un contratto annuale: è una sfida?

Sì, ma sono fiducioso. Se tutto andrà bene, il rinnovo potrebbe arrivare anche prima della fine della stagione. Io sto bene e ho voglia di mettermi a disposizione del team e tornare a fare bene.

Bisacce piene, morale alto: Volpi rilancia la corsa all’oro

03.12.2024
7 min
Salva

Con Carboni, Malucelli e Pesenti che hanno cambiato squadra, il JCL Team Ukyo riparte per la nuova stagione forte dei risultati del 2024 e la sensazione di aver trovato la chiave per farlo ancora. Alberto Volpi racconta e attraverso le sue parole la nuova squadra prende forma. Il comunicato diffuso ieri ha reso noti i nomi dei quattro italiani selezionati per la prossima stagione. D’Amato, Fancellu, Garibbo e Raccani saranno la spina dorsale italiana della continental giapponese, che nel 2024 ha conquistato 16 corse.

Alberto Volpi, classe 1962, all’inizio del secondo anno da team manager del JCL Ukyo
Alberto Volpi, classe 1962, all’inizio del secondo anno da team manager del JCL Ukyo
La squadra ha fatto la sua parte, anche abbondantemente…

Sì, anche io sono contento, con tutta onestà. Quando ti aspetti delle cose belle che poi non arrivano, dici di essere moderatamente insoddisfatto. Mentre io devo dire il contrario. Avevo previsto di fare bene, ma siamo andati meglio delle previsioni. E’ la legge della compensazione, a volte i corridori ti stupiscono. Però quello che è stato è stato, adesso dobbiamo guardare avanti e cercare di fare ancora bene. E’ la nostra condanna (sorride, ndr).

Ti aspettavi che l’anima europea e quella giapponese si integrassero così bene?

Lo staff e i corridori sono veramente di buona qualità umana. Quando hai questo ingrediente, è solo questione di tempo, aspettare che si conoscano e si mettano insieme. Poi è chiaro che avevo anche tre italiani – due su tre molto esperti – che ci hanno messo del loro. Hanno trovato terreno molto fertile nei ragazzi giapponesi, quindi non è stato difficile che si integrassero. In realtà non mi ero neanche posto il problema dell’integrazione, è venuto tutto naturale.

Volpi aveva visto giusto: Carboni aveva solo bisogno di pazienza e di rispolverare le sue doti (foto JCL Team Ukyo)
Volpi aveva visto giusto: Carboni aveva solo bisogno di pazienza e di rispolverare le sue doti (foto JCL Team Ukyo)
Avevi tre italiani, hanno ottenuto i migliori risultati, ma sono andati via…

Abbiamo cominciato una trattativa dall’inizio di luglio. Avevano delle richieste importanti da altre squadre che io non potevo soddisfare in termini economici. Come in tutte le aziende, ho dovuto fare i conti con il budget e mi è molto dispiaciuto non poterli riconfermare. Credo sia stato giusto che abbiano colto le occasioni. Sono venuti da noi con la voglia di rivalutarsi e rilanciarsi e ci sono riusciti in pieno. Hanno dato tanto, noi gli siamo stati vicini ed era giusto che proseguissero la loro strada. Quando inizialmente in Giappone ho detto che sarebbero andati via, anche Malucelli che aveva vinto tanto, è certamente dispiaciuto, ma hanno riconosciuto che avessimo fatto delle scelte giuste. Anche questo è un motivo di orgoglio. Perdere delle persone di valore non è così sempre negativo, vuol dire che hai dato loro qualcosa di importante.

Che cosa ha rappresentato per la squadra giapponese aver vinto il Giro del Giappone con Carboni?

E’ stato un ottimo risultato. Subito prima, abbiamo vinto con Atsushi il Tour de Kumanu, la gara di preparazione. Vincere con un ragazzo giapponese a me fa super piacere, perché la matrice della squadra è chiara. Per cui i ragazzi europei servono per dare più qualità e questo l’hanno fatto. La mission sarebbe quella di portare fuori l’Arashiro del futuro. C’è da lavorare, però quando vince un corridore giapponese puoi essere davvero soddisfatto.

Malucelli ha vinto dieci corse: il miglior biglietto da visita per approdare all’Astana. Per Volpi impossibile trattenerlo
Malucelli ha vinto dieci corse: il miglior biglietto da visita per approdare all’Astana. Per Volpi impossibile trattenerlo
Come si rimpiazzano gli europei che sono partiti?

Adesso è complicato. Vivo in questo ambiente da tantissimi anni. Le cose sono cambiate per via delle varie categorie e degli sviluppi che ci sono stati nelle squadre WorldTour, che hanno integrato nella loro galassia anche i team di sviluppo. Noi siamo una continental un po’ anomala, ci vedono quasi come una professional perché riusciamo a partecipare a gare di livello. Per questo ci dicono che abbiamo un buon appeal, ma nonostante ciò è sempre più difficile trovare corridori giovani di un certo livello, perché se li accaparrano tutti i devo team, a partire da Redbull e Visma.

Quindi come si fa?

E’ un lavoro lungo, hai le amicizie, qualche valutazione fatta con dei test che permettono di individuare se il motore ha una certa portata, ma non sono tutto. Basarsi solo sui numeri non è la ricetta gusta. Possono pure avere un buon motore, ma se li porti su strada e non sanno stare in gruppo e far fruttare le loro doti oppure usare la testa, non vanno lontano. I numeri devono coincidere con la vera identità del corridore, altrimenti rischi che ti aspetti tanto e non ti danno niente.

Volpi soddisfatto: Pesenti si è messo in luce in gare dure come l’Abruzzo e il Romagna
Volpi soddisfatto: Pesenti si è messo in luce in gare dure come l’Abruzzo e il Romagna
Su cosa avete puntato per fare le vostre scelte?

Abbiamo deciso di avere fiducia nei giovani, sapendo che hanno bisogno del loro tempo. Aleotti, per fare l’esempio di un corridore che cresce in uno squadrone, sta venendo fuori gradualmente e con sostanza: non sono tutti come Evenepoel. Ne abbiamo cercati alcuni che per caratteristiche e voglia di dimostrare, possono fare il salto di qualità. Devi lavorare solo su quello, perché il giovane fenomeno ha addosso gli occhi dei procuratori. I ragazzi che sono andati via avevano le loro motivazioni forti e quelle fanno la differenza. Pesenti ad esempio…

Cosa avete visto in lui?

Thomas veniva dalla Beltrami, me ne avevano parlato bene, però non aveva ancora fatto corse di alto livello tecnico. Qui si è integrato bene anche nelle gare più toste e si è guadagnato un posto nel devo team della Soudal. Malucelli ha sempre vinto, era il più affidabile sotto il profilo del rendimento e sapevamo che in certi contesti poteva fare egregiamente la sua parte. Carboni veniva da un periodo difficile, ma si vedeva che avesse dentro qualcosa. Bisognava avere un po’ più di pazienza e fortuna e sperare che tirasse nuovamente fuori le sue qualità, cosa che ha puntualmente fatto. Si è sempre fatto trovare pronto nelle gare in cui era leader e ha lavorato molto bene con il gruppo giapponese.

La carriera di Fancellu non è stata lineare: il team giapponese è una sorta di ultima chance? Volpi ci crede
La carriera di Fancellu non è stata lineare: il team giapponese è una sorta di ultima chance? Volpi ci crede
Ci sono quattro nuovi italiani. 

Simone Raccani viene dalla Zalf. Due anni fa era stato preso dalla Quick Step come stagista a Burgos, ma è caduto e si è rotto un gomito. E’ andato alla Eolo-Kometa, invece l’anno scorso è tornato dilettante. Non tutti sono pronti per il salto a vent’anni, ma resta che ha fatto dei buoni risultati in salita. D’Amato viene dalla Biesse-Carrera, è un buon corridore, anche molto veloce. Non quanto Malucelli: si avvicina di più alle qualità di un Colbrelli, fatte tutte le distinzioni possibili. Poi abbiamo Garibbo, che arriva dalla Technipes, la squadra di Cassani, e quanto ai punteggi è stato uno dei più bravi dilettanti del 2024. Infine Fancellu, che arriva dalla Q36.5.

Una scommessa come quella su Carboni?

La squadra non lo ha confermato, ma resta un ragazzo che da junior si piazzò terzo al mondiale vinto da Evenepoel, è stato quinto a un Tour de l’Avenir, per cui un po’ di qualità le ha, vediamo se riusciamo noi a regolare la centralina. Ne ho parlato con Zanatta per un mese e mezzo, dato che ho cominciato a pensare a lui ad agosto. Ci sentiamo spesso e Stefano ci ha lavorato tanto. Mi ha detto che gli darebbe ancora una chance, per cui alla fine abbiamo deciso di crederci.

Al JCL Team Ukyo di Alberto Volpi arriva anche Garibbo, qui primo al Matteotti di Marcialla (foto Fruzzetti)
Al JCL Team Ukyo di Alberto Volpi arriva anche Garibbo, qui primo al Matteotti di Marcialla (foto Fruzzetti)
Questo è il quadro?

Ci sono altri nomi in arrivo, ma li sveleremo nei prossimi giorni. Il ciclismo è cambiato anche in questo, non è come prima che si diceva tutto subito, anche la comunicazione ha i suoi tempi. Per il resto i materiali restano gli stessi, le bici Factor, le ruote Shimano e le gomme Vittoria. Iniziamo fiduciosi, perché abbiamo visto che il nostro metodo di lavoro funziona. Gli anni non sono mai tutti uguali, lavoreremo perché anche questa sia un’ottima stagione.

L’occasione mancata: Donati e quel pasticcio in Slovenia

02.12.2024
5 min
Salva

Ripercorrendo le corse della stagione 2024 che non sono andate come sperato, oggi ci concentriamo sul Giro di Slovenia, dove la VF Group-Bardiani ha vissuto una giornata cruciale. Alessandro Donati, direttore sportivo della squadra emiliana, ci racconta il dietro le quinte di quella terza tappa che avrebbe potuto cambiare l’esito dell’intero giro.

Domenico Pozzovivo, Giulio Pellizzari e Luca Covili, forti di una situazione di superiorità numerica, si sono visti sfuggire Giovanni Aleotti in discesa, complice una serie di errori tattici. E’ questo il momento “X” di cui ci parla Donati, che riavvolge il nastro e ci porta in ammiraglia con lui in quel 14 giugno.

Alessandro Donati (classe 1979) è uno dei diesse della VF Group-Bardiani (immagine Instagram)
Donati (classe 1979) è uno dei diesse della VF Group-Bardiani (immagine Instagram)
Alessandro, qual è stata la tua occasione persa di questo 2024?

Il Giro di Slovenia e in particolare quel che è successo durante la terza tappa, quella di Nova Gorica. Era una giornata in cui avevamo tutto per fare bene: Martin Marcellusi aveva lavorato molto bene nel circuito iniziale. Nelle due salite finali eravamo rimasti in 12 con Pellizzari, Pozzovivo e Covili dentro. Eravamo dunque in superiorità numerica.

E cosa è successo?

Abbiamo commesso un errore: ci siamo fatti scappare Aleotti in discesa. Ed è stato un errore soprattutto perché era una discesa pedalabile e non tecnica. Eravamo i più forti in salita, ma non abbiamo saputo gestire il momento. Non siamo riusciti a sfruttarlo. Aleotti non ha fatto neanche un vero e proprio scatto, la sua è stata quasi una “fagianata”.

Ti sei accorto subito dell’errore?

Sì, immediatamente. Non si può lasciare andare un corridore in discesa, soprattutto quando sei in superiorità numerica. Devi chiudere i buchi e giocartela, anche se poi arrivi in volata, almeno la classifica resta aperta. Questo errore ci ha penalizzato anche nella tappa successiva con arrivo in salita, dove un’incomprensione tra Pozzovivo e Pellizzari ci ha messo ulteriormente in difficoltà.

Cosa è successo il giorno successivo?

Il problema è stato figlio del giorno prima. Se Pellizzari o Pozzovivo fossero rimasti con Aleotti, il finale sarebbe cambiato anche quel giorno. Nella salita finale verso Krvavec Aleotti ha stretto i denti e ha difeso la maglia di leader. Era lì, lì… per staccarsi. Pozzo non ha visto che Pellizzari era anche un po’ al gancio e ha tirato forte per seguire Pello Bilbao.

Nova Gorica, Aleotti dopo aver guadagnato spazio in discesa si prende tappa e maglia. Dietro il drappello con i tre atleti della VF Group-Bardiani
Nova Gorica, Aleotti dopo aver guadagnato spazio in discesa si prende tappa e maglia. Dietro il drappello con i tre atleti della VF Group-Bardiani
Insomma non hanno gestito bene quella fase concitata. E addio Slovenia…

Esatto, noi avevamo tre corridori in classifica, ma una situazione diversa avrebbe potuto darci la vittoria generale. Anche psicologicamente, avere la maglia addosso cambia tutto: Aleotti, senza maglia, forse avrebbe sofferto di più. E noi avremmo corso in altro modo con gerarchie più definite sin dal giorno prima.

Come avete gestito la squadra dopo la terza tappa? Avete parlato subito?

Di solito aspettiamo prima di parlare con i ragazzi, non lo facciamo a caldo. Il giorno successivo, nella riunione pre-gara, abbiamo analizzato la situazione ed è stato chiarito come l’errore principale fosse stato lasciare andare Aleotti in discesa. Quel giorno abbiamo provato a recuperare con Covili, mandandolo in fuga, ma ormai il danno era fatto. Quei 18 secondi che abbiamo concesso ad Aleotti gli hanno permesso di vincere lo Slovenia, con Bilbao secondo e Pellizzari terzo.

Come ti sei sentito in ammiraglia quando hai capito la situazione?

È stato frustrante. Dalla macchina vediamo tutto con qualche secondo di ritardo, ma abbiamo capito subito che Aleotti stava guadagnando. Abbiamo cercato di chiudere, ma la discesa era pedalabile e Aleotti è un corridore molto forte sul passo. I nostri ragazzi si guardavano per cercare cambi, ma gli altri non collaboravano e lui si è allontanato.

Anche il giorno successivo non una tattica perfetta: prima Povvovivo va avanti, poi nonostante la fatica Pellizzari e Aleotti sopraggiungono da dietro
Anche il giorno successivo non una tattica perfetta: prima Povvovivo va avanti, poi nonostante la fatica Pellizzari e Aleotti sopraggiungono da dietro
E i ragazzi, come hanno reagito?

Si sono resi conto dell’errore. Per Pellizzari, che ha solo 20 anni, ci sta sbagliare: serve per crescere. Gli altri due erano più esperti e sapevano cosa fare, ma anche loro hanno ammesso l’errore. La cosa più assurda è che Giulio aveva attaccato poco prima che partisse Aleotti…

Beh, in effetti dovevano stare più attenti. Anche se poi è facile giudicare a posteriori e “dal divano” come si suol dire

Sono cose che succedono e, come ho detto prima, noi direttori quando vediamo le cose dalla tv in ammiraglia, sentiamo radio corsa o addirittura scorgiamo parte del percorso è sempre tardi quando poi diamo le indicazioni. Quel giorno poi la salita era stretta e non è che fossimo proprio subito dietro alla testa del gruppo. In gara ci sono i corridori e una situazione tattica come quella che avevamo era piuttosto chiara.

Nonostante tutto, siete soddisfatti della prestazione?

Sì, alla fine Pellizzari ha chiuso terzo in classifica generale e ha vinto la maglia dei giovani. È una soddisfazione vedere un ragazzo così giovane emergere, ma resta il rammarico per una corsa che potevamo vincere. Eravamo al Giro di Slovenia per questo, lo possiamo dire apertamente.

NEGLI ARTICOLI PRECEDENTI

Cozzi, la Tudor e il Giro d’Abruzzo

Zanatta e la fuga di Pietrobon a Lucca

Quando Zanini ha fermato l’ammiraglia

Baldato e la rincorsa al Giro del Veneto

I 50 metri di Dainese a Padova, parla Tosatto

Piva e la Sanremo 2024 di Matthews

Giro a Rapolano, Alaphilippe Beffato

La Coppa in Sardegna, per Pontoni è un ritorno al passato

02.12.2024
5 min
Salva

Non è stata certo foriera di grandi soddisfazioni, la tappa di Dublino della Coppa del Mondo di ciclocross. Partita con una formazione ridotta a soli 3 elementi (quelli che avevano conquistato la medaglia agli europei), la nazionale italiana ha colto buoni piazzamenti ma nulla più con il cittì Pontoni che ha onestamente definito la prestazione generale «un po’ zoppicante, ma ne eravamo consapevoli. Filippo Agostinacchio era alla sua prima gara dopo la prova continentale, suo fratello Mattia aveva subìto uno stop nelle ultime due settimane ed era un po’ arrugginito, mentre mi è piaciuta la Pellizotti che era poco a suo agio sul percorso ma ha chiuso in crescendo».

Per il campione europeo Mattia Agostinacchio una trasferta complicata in Irlanda
Per il campione europeo Mattia Agostinacchio una trasferta complicata in Irlanda

Agostinacchio, mal di schiena e niente Sardegna

C’erano grandi aspettative sul campione europeo Mattia Agostinacchio, ma lo junior subito dopo la gara ammetteva le difficoltà: «Sono partito bene, affacciandomi anche in prima posizione ma poi ho sentito le gambe vuote ed è tornato il mal di schiena che mi aveva afflitto in settimana. Comincia a essere un problema, infatti domenica in Sardegna non ci sarò perché voglio affrontarlo e risolverlo prima possibile. Gli avversari non mi preoccupano più di tanto, lo stesso francese che ha vinto (Soren Bruyere Joumard, nella foto di apertura, ndr) , all’europeo aveva chiuso 17° e anche i belgi dietro di lui sono corridori con i quali posso giocarmela alla pari».

Nella sua disamina, Agostinacchio ha anche sottolineato le difficoltà della trasferta, logisticamente molto onerosa e lo stesso Pontoni aveva sottolineato questo aspetto alla vigilia, ma a parti invertite sarà lo stesso per chi ora dovrà spostarsi verso la Sardegna: «Sono trasferte onerose per i team che hanno un budget definito. Ho parlato con un po’ di responsabili in Irlanda e molti mi hanno detto che sono stati costretti a fare delle scelte: o lì o qui, d’altronde ci sono 2.500 chilometri di distanza, spostare il materiale sarebbe un costo esorbitante. Infatti in Irlanda non c’erano la Casasola, la Alvarado tanto per dire due nomi e so che anche in Sardegna soprattutto al femminile ci sarà qualche defezione».

Un percorso veloce e ordinario

Considerando la località di gara, c’era da aspettarsi un percorso molto vicino ai canoni del nord Europa, vicino alla spiaggia e quindi con molti passaggi su sabbia, ma dalle informazioni che il cittì ha non sarà così: «Non ho ancora visto il percorso di persona, mi baso sui link inviatimi dagli organizzatori. Presumo che sarà un percorso veloce, con ostacoli artificiali. So che hanno impedito il passaggio sulla sabbia di Sa Ruda, quindi ci sarà un breve passaggio su spiaggia e un paio di gobbe di terra e sabbia riportata che metteranno alla prova la guida dei corridori».

E’ una tipologia che si adatta ai corridori nostrani? «Diciamo che è nell’ordinario del nostro calendario, dove l’unica vera eccezione quest’anno è stata il weekend di Brugherio e Salvirola. Ormai la tipologia del nostro ciclocrossista medio è portata più verso i tracciati veloci piuttosto che fangosi. Poi molto influirà chi sarà della partita».

Vermiglio ha ospitato la Coppa fino al 2023. La rinuncia alla neve non aiuta la candidatura olimpica
Vermiglio ha ospitato la Coppa fino al 2023. La rinuncia alla neve non aiuta la candidatura olimpica

La mancanza di gare sulla neve

Fino allo scorso anno la tappa italiana era però quella di Vermiglio, si gareggiava sulla neve, ora c’è stato un ritorno al passato che sotto alcuni aspetti rappresenta anche un passo indietro che stride con le voci sempre più insistenti di un ingresso del ciclocross nel programma olimpico invernale a partire dal 2030: «Qui ci addentriamo in un discorso complesso, del quale non abbiamo neanche tutti gli elementi per giudicare. Alla base ci sono le scelte dell’Uci che redige il calendario in base principalmente alle richieste, tra l’altro c’è stato un cambio di società, le prove italiane hanno una genesi completamente diversa. Le gare sulla neve non sono semplici da allestire e anche in quel caso ci sono da preventivare forti spese, considerando anche le differenze tecniche con il resto del calendario. Almeno da questo punto di vista in Sardegna si rimane su canoni abbastanza comuni».

A Dublino eravamo completamente assenti nelle prove Elite, ma era una scelta da parte dei team abbastanza condivisibile: «Nel weekend c’era il GP Guerciotti che era di classe C1, quindi garantiva tanti punti, non avrebbe avuto senso investire ingenti cifre per spostarsi con un ritorno tecnico di gran lunga inferiore. A maggior ragione per la Fas Airport Services Guerciotti Premac che affrontava la sua gara di casa. Non c’è alcun casus belli».

Daniele Pontoni sempre molto acuto nel giudizio sulla gestione internazionale del ciclocross (foto Luca Giulietti)
Daniele Pontoni, cittì azzurro, sempre molto acuto nel giudizio sulla gestione internazionale del ciclocross

Un movimento depauperato

Parlando di elite però spicca il fatto che, a differenza delle categorie giovanili dove Pontoni spinge fortemente e in questo quadriennio ha comunque raccolto molti risultati, l’Italia (Casasola a parte) è ai margini del movimento, anche prescindendo dalle due nazioni guida Belgio e Olanda: «Parliamoci chiaro, come facciamo ad avere corridori di riferimento nella massima categoria se quando i nostri talenti ci arrivano, vengono tolti dal giro per dedicarli solo alla strada? Toneatti non c’è più, lo stesso dicasi per la Realini, la Persico, vedremo se si riuscirà a recuperare almeno parzialmente Corvi e Venturelli, come anche Masciarelli che ho visto riaffacciarsi. Questa è la realtà, c’è poco da fare. Io spero che le scelte di Casasola e Viezzi, in team che fanno doppia attività, possano portare altri a fare lo stesso. Ma senza un vero cambio di cultura non potremo fare molto».

EDITORIALE / Ciclismo e media, sono sempre rose e fiori?

02.12.2024
4 min
Salva

Un corridore che dal devo team è stato promosso alla WorldTour, ma non si può dire. Un altro che da una continental è approdato al devo team di uno squadrone, ma non si può dire. Un team manager che vorrebbe raccontare i suoi nuovi corridori e lo fa anche, ma prega di non scrivere, perché non si può dire. Volete sapere che cosa succede in qualche angolo del ciclismo professionistico? Le cose accadono, quelli più informati ne sono al corrente, ma non possono scriverlo finché non esce il comunicato della squadra. E i corridori, fra l’incudine e il martello, sono lancinati dalla voglia di dirlo e il divieto che ricevono dal team. I media da parte loro si chiedono se sia opportuno andare dritti sulla strada del mestiere e dare la notizia oppure fermarsi davanti al divieto per non compromettere i rapporti futuri.

Attenzione, non parliamo di corridori in vista che cambiano squadra. Sapevamo da un pezzo che Elisa Longo Borghini sarebbe passata alla UAE e che la Consonni dalla UAE sarebba andata invece alla Canyon. Sapevamo che Marta Cavalli fosse in viaggio verso il Team DSM Firmenich, come che Albanese e Battistella fossero destinati alla Ef Education. Bettiol all’Astana e Garofoli alla Soudal-Quick Step: in quei casi ci sta di reggergli il gioco e uscire col pezzo assieme al comunicato. Se però parliamo di dilettanti che hanno fatto bene, ma per ora non si sono conquistati prime pagine o grandi vittorie, dove sta la logica?

Paolo Barbieri, che ha da poco lasciato la Lidl-Trek, ha spiegato le nuove dinamiche nel lavoro del press officer
Paolo Barbieri, che ha da poco lasciato la Lidl-Trek, ha spiegato le nuove dinamiche nel lavoro del press officer

Il nodo del 10 dicembre

Nel ciclismo che costa sempre più caro, accade anche questo. Con un po’ di ironia e se non ci costringesse a tenere in stand by articoli già pronti, potremmo trovarlo persino divertente. Tuttavia crediamo sia la spia di una chiusura embrionale nei confronti dei media. La causa potrebbe risiedere nella capacità delle squadre di raccontare la propria verità con contenuti social che a loro avviso bastano per il racconto. Lo raccontò anche Paolo Barbieri, press officer appena uscito dalla Lidl-Trek. La nuova ventata di addetti stampa, evidentemente imbeccata dai loro datori di lavoro, non ama il contatto fisico dei media con i corridori. Tende invece a prediligere le interviste online e a ridurre al minimo le altre.

Un’altra dimostrazione viene dalla prossima gestione dei media day (il giorno in cui le squadre aprono il proprio ritiro ai giornalisti). Il 10 dicembre sarà un bel crocevia. Saremo infatti al cospetto di Pogacar e delle due UAE: quella degli uomini e quella delle donne. Nello stesso giorno, si avrà il media day del Team Bahrain Victorious. Alla richiesta di pensare a un’altra data, ci è stato risposto che gli allenatori hanno previsto che il 10 dicembre sia il giorno di riposo in cui i corridori possono fare interviste. Al netto dell’imbarazzo di chi certe risposte deve darle, traspare il disinteresse di chi governa le squadre. Dato che la richiesta è stata fatta un mese prima del giorno in questione, davvero non era possibile modificare il piano? Hanno davvero scelto gli allenatori? E se la soluzione è che anche i media debbano presentarsi in Spagna con 2-3 inviati, siamo certi che tutti possano permetterselo? E che al contrario questo non si trasformi in un boomerang per le stesse squadre?

Il 10 dicembre a Benidorm si svolgerà il media day del UAE Team Emirates e della Bahrain Victorious
Il 10 dicembre a Benidorm si svolgerà il media day del UAE Team Emirates e della Bahrain Victorious

Tutti pazzi per Sinner

L’inverno, si sa, è nemico del ciclismo. C’è chi continua a seguirlo e approfondirlo, ma è evidente la sua scomparsa dalle pagine dei grandi quotidiani. Le redazioni specializzate al loro interno sono sparite. La stessa Gazzetta dello Sport che fino a qualche anno fa aveva un gruppo di 4-5 giornalisti distaccati soltanto sul ciclismo, ora ha una redazione di varie, in cui si muovono i colleghi che si occupano del nostro sport. Siamo certi, stando così le cose, che la testata abbia qualche interesse a investire ancora e non preferisca restare sul calcio e sul fenomeno Sinner?

Forse l’UCI, che spinge sulla mondializzazione e finora ha ottenuto principalmente il risultato di rendere tutto più costoso, potrebbe fermarsi a riflettere su questi dati. In Spagna e anche in Francia, dove L’Equipe resta un vero baluardo, la situazione è simile alla nostra: solo in Belgio sembra che nulla sia cambiato. Ci chiediamo invece quanto aver portato il ciclismo negli angoli più dispersi del mondo lo abbia reso motivo stabile di interesse, quindi anche lontano dai giorni degli eventi. La sensazione, come accade anche con alcune corse in Italia, è che il ciclismo arrivi qualche giorno prima, monti i palchi, mostri i suoi campioni, passi all’incasso e poi smonti le strutture, sparendo fino all’anno successivo. Non sarebbe forse il caso di riconnetterlo con le sue radici, spiegando a chi gestisce i team che l’irraggiungibilità potrebbe diventare motivo di disaffezione?