Fidanza-Wiebes, la pista e la strada: cosa abbiamo imparato?

22.02.2025
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Fra le cose belle dei campionati europei di Zolder, il testa a testa nel finale dello scratch fra Martina Fidanza e Lorena Wiebes è quello che più ci ha fatto drizzare i peli sulle braccia. Succede sempre quando Davide batte Golia e Golia sorride, ma capisci che vorrebbe essere altrove. L’azzurra era in testa. L’olandese ha iniziato la rimonta in un finale che sembrava già scritto. Invece, quando forse pensava di averne fatto un sol boccone, Martina ha dato ancora gas e non l’ha lasciata passare.

«Pensavo davvero che rimontasse – sorride d’orgoglio – perché non sono mai riuscita a battere la Wieibes in volata. L’ho vista arrivare. Mi ha affiancato. In più a un giro dall’arrivo, alla campana è riuscita a mettermi anche il manubrio davanti. Perciò quando ho visto che era lei, mi sono detta: “Vabbè, è già andata. Adesso devo solo cercare di tenerle la ruota”».

Martina Fidanza, bergamasca di 25 anni, ha nel palmares 5 titoli mondiali e 11 europei in pista, oltre a 10 vittorie su strada
Martina Fidanza, bergamasca di 25 anni, ha nel palmares 5 titoli mondiali e 11 europei in pista, oltre a 10 vittorie su strada

Nella mente di Villa

Fermo sul bordo della pista, Marco Villa guardava la scena. E anche se prima di partire per lo scratch avevano parlato della possibilità di battere la super Wiebes, in quel momento la possibilità era davvero a portata di mano, senza però la possibilità di comunicare.

«In quel momento, lei sa a cosa sta pensando – dice il tecnico dei record – io sono giù e non lo so. Ho sperato che la tenesse e non la facesse passare a un giro e mezzo dalla fine, per poi provare la rimonta all’esterno. Secondo me in quel caso non sarebbe stata così competitiva. Anche solo rimontare la lunghezza della bicicletta sarebbe stato molto difficile. Ormai doveva tenerla e difendere quel metro e mezzo di vantaggio che aveva e poi giocarsela alla pari. Se la faceva passare, anche sfruttando la scia, non avrebbe avuto il tempo per riattaccarla. Quindi ho sperato solo che non la facesse passare e lo ha fatto bene».

A un giro dalla fine, al suono della campana, Wiebes ha provato ad affiancare Fidanza
A un giro dalla fine, al suono della campana, Wiebes ha provato ad affiancare Fidanza

Tutto quello che è rimasto

E’ il momento in cui la testa rifiuta di arrendersi. Non succede spesso, soprattutto contro gli imbattibili. Ma quando capita, il supplemento di dolore che si accetta può fare la differenza. L’atleta si trasforma in una creatura sovrannaturale e il finale non è più così scontato.

«Il tempo di pensare che mi avrebbe passato – prosegue – e ho cercato di alzarmi sui pedali. Ebbene, ho visto che lei rimaneva lì e poi pian piano indietreggiava. In quel momento ho capito che magari sarei riuscita a batterla, quindi ho cercato di affondare il più possibile e ho visto che rimaneva definitivamente dietro. Sentivo di avere un po’ di margine, però non pensavo che sarebbe stato abbastanza per vincere».

Dopo la delusione di Parigi, Fidanza (qui con il cittì Villa) aveva bisogno di risollevarsi
Dopo la delusione di Parigi, Fidanza (qui con il cittì Villa) aveva bisogno di risollevarsi

Fra resistenza e velocità

Villa adesso va avanti nell’analisi e ci fa capire con evidenza che a questi livelli nulla avviene per caso. E se anche si tratta di fare il numero della vita, la condizione necessaria perché vada in porto è avere nelle gambe il lavoro per sostenerlo.

«Fidanza – riflette Villa – è migliorata molto anche sulla resistenza. Anzi, in questi due o tre anni abbiamo lavorato tanto di più su questo aspetto, per arrivare più avanti possibile nelle tirate del quartetto. Invece avevamo un po’ tralasciato le punte di velocità che per lei erano naturali, perché qualcosa bisogna tralasciare: non si può fare tutto. Ma visto che ora ha un po’ di resistenza in più, si è ricominciato a lavorare sulle partenze sul fermo, sull’esplosività e sul correre di più in pista. Prima dell’europeo, Martina è andata a fare le gare a Grenchen, qualcosa che prima non avevamo fatto, perché ci interessava il quartetto per le Olimpiadi.

«E poi c’è il discorso dei rapporti. Anno dopo anno ci siamo accorti che noi aumentavamo di un dente, ma gli altri ne avevano sempre uno in più. Così quest’anno abbiamo giocato di anticipo e forse eravamo noi quelli con mezzo dente in più. Sapevamo di aver lavorato anche sulla forza, quindi l’abbiamo giocata bene».

Martina Fidanza ha aperto la stagione su strada al UAE Tour
Martina Fidanza ha aperto la stagione su strada al UAE Tour

Dalla pista alla strada

Quanto è lontana la pista dalla strada? Questa volata può essere l’anticipazione di un passo avanti anche su strada? Il discorso è chiaramente teorico, su strada ci sono le salite, le curve e le discese. Si arriva alla volata dopo ben altre fatiche, ma come dice Villa aver capito di poterla battere, fa pensare che forse è possibile farlo ancora.

«Strada e pista sono mondi diversi secondo me – ragiona Fidanza – perché in pista ho più esperienza rispetto a lei, quindi magari anche nei dettagli riesco a guadagnare qualcosa che mi ha permesso di batterla. E’ vero che comunque non l’ho battuta di poco, però su strada penso che sia ancora nettamente superiore. Su strada è una questione di quanti watt riesci a esprimere alla fine della gara, perché ci sono tanti fattori che ti influenzano più che in pista. Basta soltanto prendere una curva 10 posizioni più avanti e sono watt che risparmi. E poi comunque devi anche avere l’occhio di correre su strada e per me questo è il motivo per cui lei riesce ad arrivare nei finali con più forze da spendere.

«Quest’anno con la squadra stiamo lavorando tanto sui treni, sia per me sia per l’altra velocista, e magari affinando questa tecnica riusciremo a fare qualcosa. Penso che anche su strada il modo di batterla sia anticiparla, perché se parte prima, ci prende tanto margine. Lorena ha un picco breve, ma veramente forte con cui ti prende subito quella bicicletta che poi è dura riuscire a rimontare. Per cui, anticipandola, è lei che deve guadagnarla. Però averla battuta mi riempie di orgoglio…».

Su strada Wiebes ha ancora vantaggio, ma quanto vale ora Fidanza? Qui è terza alla Scheldeprijs 2024, dietro Lorena e Kool
Su strada Wiebes ha ancora vantaggio, ma quanto vale ora Fidanza? Qui è terza alla Scheldeprijs 2024, dietro Lorena e Kool

In crisi dopo Parigi

Fidanza, come le ragazze del quartetto, è andata agli europei di Zolder con la voglia di chiudere il ciclo di Parigi con un buon sapore in bocca. Il quarto posto del quartetto ha colpito duro: erano lì, invece sono tornate a casa a mani vuote.

«Sono uscita da Parigi – dice Fidanza – con una grossa delusione addosso. Le altre ragazze sono riuscite a vincere la madison e hanno dato morale a tutta la squadra. Però a livello di quartetto siamo uscite male, perché abbiamo fatto tanto, eppure probabilmente non abbastanza. Onestamente ho sofferto parecchio, ho passato un periodo in cui mi sono sentita anche un po’ persa. Però adesso posso dire che grazie alla nuova squadra nuova e ai tanti stimoli che sto ricevendo, sono riuscita a ritrovare la mia strada. Riprenderò alla Vuelta a Extremadura, con una condizione tutta da scoprire e ricostruire, dopo la pista, in vista delle gare che verranno. Spero di ritrovare presto il colpo di pedale e l’occhio della strada. E poi, chissà quando incontrerà la Wiebes la prossima volta…».

Finalmente Scaroni! Sua la Classic Var e la prima vittoria della XDS

22.02.2025
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«Era ora. Sono appena uscito dall’antidoping e sto rispondendo adesso ai messaggi. Avevo il cellulare scarico. Me lo hanno fatto ricaricare quel poco per rispondere a tutti». E’ come se Christian Scaroni ci avesse portato direttamente con sé dietro l’arrivo del Mur de Fayence, dove termina la Classic Var.
Il sole che allunga le ombre, una corsa meno nervosa del solito e questo finale temuto e temibile.

Un finale che Scaroni e la XDS-Astana avevano studiato alla perfezione. Quel sorpasso violento a 150 metri dal tornante, che a sua volta introduceva nella curva finale e negli ultimi 100 metri, è stato chirurgico, perfetto, “cattivo”. In una parola: vincente (qui il video dell’arrivo). Finalmente, viene da dire. Scaroni non vinceva dal 2022, quando, in maglia azzurra e dopo essere rimasto a piedi per il “caso Gazprom”, aveva alzato le braccia all’Adriatica Ionica Race. Che montagne russe, è proprio il caso di dirlo, da allora…

Strade tortuose, 164 km di gara, oltre 2.200 metri di dislivello e oltre 42 di media oraria
Strade tortuose, 164 km di gara, oltre 2.200 metri di dislivello e oltre 42 di media oraria
Christian, prima di tutto lasciati fare i complimenti. Te lo avevamo detto: “era matura”…

Grazie mille, in effetti ci voleva. Oggi sono contento per me e per la squadra, che era alla prima vittoria!

Come è andata la corsa? Raccontaci brevemente…

E’ andata via la solita fuga. Poi, si sa come sono le strade francesi in quella zona: sempre un po’ strette e insidiose. Noi siamo stati bravissimi: abbiamo corso sempre nelle prime 20-30 posizioni fino al finale. Un finale caotico. Era importantissimo prendere bene lo strappo finale e i ragazzi mi hanno portato nelle prime 10-15 posizioni. Poi Nicola Conci è stato esemplare.

Abbiamo visto…

Ha fatto un gran lavoro. Mi ha tenuto davanti, ha chiuso e ha accelerato. Io ho sempre aspettato che si muovesse qualcuno. Quando poi, ai 400 metri, è scattato Victor Lafay, mi sono messo dietro di lui e, appena ho capito che le gambe erano buone, ai 150 metri più o meno, sono partito io… ed è andata bene.

Le gambe erano buone, vero, ma quante volte quest’anno le tue lo sono state e poi non hai vinto… Cosa c’è stato di diverso stavolta?

Per me era programmato andare forte in questo inizio di stagione e ci sta che fossi sempre arrivato davanti. Oggi (ieri per chi legge, ndr) le cose finalmente sono andate per il verso giusto. Ora voglio gestire bene la situazione fino alla Coppi e Bartali, perché lì si concluderà il mio primo blocco di stagione e staccherò. Andrò poi sul Teide prima del Giro d’Italia. Che dire… I programmi non sempre riescono bene, stavolta sì.

In ammiraglia per la XDS c’era Cenghialta. La squadra ha corso alla grande. Guardate qua: Nicola Conci in testa e a ruota subito Scaroni
In ammiraglia per la XDS c’era Cenghialta. La squadra ha corso alla grande. Guardate qua: Nicola Conci in testa e a ruota subito Scaroni
Christian, questa vittoria era sempre vicina ma non arrivava mai. Stava diventando un cruccio?

Sì, ho fatto quattro gare e tre podi (più un quinto posto, ndr): stava diventando pesante. Mi sembra di rivivere quello che è successo l’anno scorso: ero sempre piazzato, ma la vittoria non arrivava. Oggi sapevo che potevo fare bene. Oggi le gambe giuste le avevo io. Lo strappo finale non era così scontato da prendere bene…

Casualmente, alla vigilia della Classic Var abbiamo sentito il vostro meccanico, Gabriele Tosello, il quale non era con voi in gara ma nel vicino magazzino che la XDS ha a Nizza. Ci ha detto che era passato a trovarvi e anche: «Speriamo che questa vittoria arrivi. Scaroni sta bene e la corsa sembra buona per lui»…

Eh – sorride Christian – anche io avevo detto che mi piaceva questo finale, ma da qui a vincere… Mi preoccupava però il fatto che prima la corsa non era stata dura e arrivare sotto al muro finale in 100 corridori non era una situazione facile da gestire.

E da stamattina si parte un po’ più leggeri?

Esatto, avrò meno pressione. Non che me la mettesse la squadra, ero io a impormela. Da corridore si vuole sempre la vittoria. Okay, questo inizio di stagione per me è stato comunque positivo, ho fatto dei podi e raccolto punti importanti, specie per la squadra, ma io preferirei sempre barattare quei podi con una vittoria. Ora però pensiamo agli altri impegni che verranno qui in Francia: correrò anche domani (oggi, ndr) al Tour des Alpes Maritimes e fra una settimana alla Faun Ardèche e alla Faun Drôme Classic. Sempre concentrati e con i piedi per terra.

Commozione dopo l’arrivo per Scaroni per la dedica al nonno. Quella di Christian era la prima vittoria per la XDS-Astana
Commozione dopo l’arrivo per Scaroni per la dedica al nonno. Quella di Christian era la prima vittoria per la XDS-Astana
E dello Scaroni fuori corsa e anche al di fuori dei training camp, cosa ci dici?

Sapevo di essere preparato bene. Lo pensavo alle corse, in ritiro e a casa. Sapevo di avere davanti la possibilità di fare una buona stagione, perché ho passato un inverno sereno.

E nel quotidiano?

Stando spesso fuori, nei giorni in cui sono a San Marino passo molto tempo con Malucelli e Carboni. La mattina ci si allena, poi il pomeriggio si sta a casa e si riposa. Qualche volta andiamo a cena tutti insieme, anche con le compagne. Magari, quando arriverà il caldo, ci faremo una passeggiata giù a Rimini.

Un dito al cielo sull’arrivo e uno sguardo dopo il traguardo: per chi era questa vittoria, Christian?

Era per mio nonno Rodolfo. E’ lui che mi ha cresciuto e messo in bici da piccolo. E’ morto due anni fa… quindi sono in ritardo di due anni. Ma meglio tardi che mai.

Vi ricordate di Secchiari? Una storia di belle storie…

21.02.2025
7 min
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Chiamatela nostalgia, se volete. Non vi capita mai che un’immagine vi rimandi a qualcuno con cui avete avuto a che fare in passato e che poi col tempo è sparito? Magari ve lo ricorda Instagram, oppure siete passati in un luogo che ha riacceso il ricordo. Allora di colpo le storie si animano, vengono a galla altri episodi e vi assale la voglia matta di risentirlo. A noi è successo giusto ieri con Francesco Secchiari, toscano classe 1972, professionista per dieci anni: prima con Reverberi, poi alla Saeco, alla Mercatone Uno con Pantani e alla fine la Domina Vacanze di Cipollini.

Secchiari era sparito, poi di colpo si è messo a pubblicare foto e storie su Instagram. E guardandole sono venuti alla memoria il primo incontro al Giro dei dilettanti del 1994, quando era leader ma stava per subire l’attacco decisivo di Piepoli. Il padre con il furgone che vendeva panini su tutte le salite in cui suo figlio correva e animava le nottate sui passi alpini. La caduta con Pantani e Dall’Olio nella Milano-Torino che rischiò di chiudere le loro carriere. La tappa vinta al Giro di Svizzera nel 2000 e due anni prima il quarto posto a Montecampione nel giorno in cui Pantani staccò Tonkov e fece la storia del Giro. E poi anche quella volta che capitammo a casa dei suoi genitori in Garfagnana, mangiando come poche altre volte in vita nostra e ridendo per l’episodio di un cinghiale investito non troppo casualmente col fuoristrada e poi finito sulla tavola.

Francesco Secchiari, classe 1972, è stato un pro’ dal 1995 a 2004 (immagine Instagram)
Francesco Secchiari, classe 1972, è stato un pro’ dal 1995 a 2004 (immagine Instagram)

Quando smise di correre nel 2004, fece un passo di lato e sparì, perché la vita gli propose esperienze troppo dure anche per uno che aveva corso cinque Giri d’Italia, due Tour e una Vuelta. Finché qualche tempo fa Secchiari è rispuntato su Instagram con una bicicletta e il mare dei ricordi.

T’è venuta la nostalgia?

No, non mi è venuta la nostalgia (ride, ndr). E’ andata così, è stata una cosa simpatica. E’ cominciato tutto… aspetta, parto da lontano. Quando ho smesso di correre, è morta mia mamma di tumore, c’è stata la separazione da mia moglie, facevo il muratore, ma mi ruppi una gamba. Ero in una situazione di merda, ingessato con la mamma morta e la moglie che andava via. Poi la vita va avanti, ci si riprende da tutto, però la bicicletta era rimasta da una parte perché non c’era più tempo e neanche la voglia. Finché vidi su Instagram una squadra, il Team Vibrata Bike, in Val Vibrata giù in Abruzzo.

Cosa facevano?

Vedevo che si allenavano, correvano, però alla fine non mancava mai la birrata tra amici. Così un giorno mi venne di fargli un commento e scrissi: «Questa sarebbe la mia squadra, con le birre e le passeggiate». Il tempo di farlo e mi chiamò subito il presidente e mi invitò a farne parte. Gli dissi che ero 100 chili, ma lui era gasato. Disse che gli sarebbe piaciuto se fossi andato a correre con loro e avessi partecipato alle serate. «Le serate – gli dissi – non sono un problema, però correre è un parolone!».

Arezzo al Giro del 2003, Cipollini eguaglia il record di 41 tappe vinte da Binda
Arezzo al Giro del 2003, Cipollini eguaglia il record di 41 tappe vinte da Binda
Avevi ripreso a pedalare nel frattempo?

Faccio dei giretti. Da tre anni sto insieme a Vera, una ragazza che faceva camminata a piedi, poi a forza di sentir parlare di bici, si è appassionata. Facciamo passeggiate. Abbiamo fatto la Spoleto-Norcia, tutti i percorsi del Chianti. Giri di 50-60 chilometri con 1.000 metri di dislivello, ma tutti finalizzati al fare una bella mangiata e girare i posti. Le corse si sono fatte prima.

Vivi sempre in Garfagnana?

No, quando mi sposai mi spostai a Pisa e ci sono rimasto, perché le mie figlie Noemi e Nadine sono qui e poi c’è più lavoro. Insomma, quelli della squadra di Teramo non hanno voluto sentire storie e mi hanno mandato il completino. Mi sono sentito quasi obbligato e ho ricominciato ad andare in bici. Siamo andati anche a trovarli, siamo andati a mangiare con loro. Poi quando è venuto fuori che avevo vinto il Giro d’Abruzzo, ci siamo legati anche di più.

La maglia del Vibrata Bike, qualche chilometro e una birra (immagine Instagram)
La maglia del Vibrata Bike, qualche chilometro e una birra (immagine Instagram)
Pesi ancora 100 chili?

No, ora sono a 98, ma ero arrivato a 115. Però mettici che sono più grosso per il lavoro. Faccio i giardini, ho cominciato tre anni fa. Durante il Covid era una delle poche categorie che poteva uscire e un amico mi ha convinto a lavorare nella sua azienda. Andai la prima volta per provare e non sono più venuto via. Si fa fatica, però ero abituato a correre in bicicletta e al confronto questa è nulla. Un giorno sei a Piombino al mare, un giorno sei nelle colline del Chianti. E’ sempre bello, sei fuori.

Come mai non sei rimasto nel ciclismo?

La grande passione mi è sempre rimasta e ho allenato per tre anni gli allievi, sono sincero, con un entusiasmo che la metà bastava. Però a un certo punto mi accorsi che l’impegno e i sacrifici li mettevo soltanto io. Sono sempre stato mezzo matto, però quando dicevo di fare i sacrifici, li facevo. Perciò ho provato a insegnargli le cose. Andavamo a fare la spesa. Li portavo a casa mia e gli facevo vedere come cucinare quel che avrebbero dovuto mangiare. Ci mettevo anima e corpo e poi li trovavo la sera al bar con il Negroni e la sigaretta. E dopo un po’ ho detto basta.

Che cosa ricordi quando pensi al ciclismo dei tuoi anni?

Se devo dire la verità, mi vengono spesso in mente quelli che non ci sono più. Scarponi, Marco (Pantani, ndr), Rebellin (i due sono insieme in apertura in un’immagine da Instagram, ndr). Purtroppo la lista è lunga. Loro sono quelli famosi, però da dilettante mi ricordo Diego Pellegrini: eravamo in ritiro insieme, abbiamo fatto il Valle d’Aosta, cadde e morì. Oppure Amilcare Tronca, ci ho corso insieme. E anche Alessio Galletti. Se mi metto a pensarci, sono almeno 15 persone che non ci sono più. Insomma, io penso a loro e mi mancano. In casa c’è un quadro fatto da Joe Di Batte, con Pantani e me. Per cui parlando di giovani…

Cosa diciamo?

Quelli di 13-14 anni che vengono a trovarmi, magari assieme ai genitori, quando vedono il quadro, chiedono: chi è quello insieme a te? Però se vuoi il primo ricordo, mi ricordo di te che la partenza di Corvara al Giro dei dilettanti, arrivasti e chiedesti: «Chi è Secchiari?». Io ero seduto sul marciapiede a mettere gli scarpini e mi facesti una foto bellissima, che ancora conservo. Fu la mia prima foto da ciclista vero, perché prima erano tutte foto scattate qua e là ed erano anche sfocate…

Secchiari ha chiuso la carriera nel 2004 a 32 anni, con 10 vittorie da pro’
Secchiari ha chiuso la carriera nel 2004 a 32 anni, con 10 vittorie da pro’
E Montecampione?

Quel quarto posto mette un po’ in ombra le vittorie che ho fatto. Quando mi presentano uno che non sa chi sono ed è appassionato del ciclismo, se gli dico che sono stato quarto a Monte Campione, quando Pantani staccò Tonkov, lo vedo che cambia espressione. Magari tutti hanno visto soltanto i primi due, però ogni tanto la telecamera staccava anche su me e Clavero che lottavamo fra noi.

Senti ancora gli amici corridori?

Mi capita di vedere Balducci e Guidi, quando viene qua: Fabrizio e anche suo fratello Leonardo. Oppure il Gobbini, con cui eravamo sempre insieme. Sono molto affezionato anche a Petacchi: non ho lavorato per lui quando vinceva, però siamo amici. E mi capita anche di sentire Mario (Cipollini, ndr), nonostante non ci vediamo, un messaggino ogni tanto ce lo scambiamo.

Cosa sanno le tue figlie del babbo corridore?

Inizialmente non ne se ne parlava e poi non gli interessava neanche. Poi magari una va a portare il curriculum per fare un lavoro e quello che lo riceve dice che una volta con quel nome c’era un corridore. E’ il suo babbo! Ormai sono grandi, hanno 24 e 21 anni, una lavora e l’altra studia lingue perché vuole fare l’insegnante. Ogni tanto vengono a chiedermi qualcosa, perché hanno sentito i racconti di altri. Magari gente adulta che qualche anno fa seguiva le corse.

Rimpatriata fra amici, con Allocchio, Bugno di cui era grande tifoso, Brocci e Lello Ferrara (immagine Instagram)
Rimpatriata fra amici, con Allocchio, Bugno di cui era grande tifoso, Brocci e Lello Ferrara (immagine Instagram)
Come sta tuo padre, va ancora alle corse o da quando hai smesso tu, ha smesso anche lui?

Ha smesso anche lui. E’ in forma, ancora adesso se c’è un cinghiale in giro, qualsiasi arma è buono per portarlo a casa. Sta rinchiuso, quando esce va per legna, per cinghiali o per funghi. Sono stato da lui sabato, è sempre lo stesso. Ha 72 anni e anche se i medici gli dicono di riguardarsi, continua a fumare come al solito. Sai che sono contento di questa telefonata? Dobbiamo assolutamente rivederci…

Organizziamo?

Bisogna, andiamo dal Pieri. L’ho rivisto, ma non sono mai stato a mangiare da lui. Dicono che la carne come la fa lui, non la fa praticamente nessuno…

Perché TrainingPeaks è il sito di riferimento? Cerchiamo di capire

21.02.2025
5 min
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TrainingPeaks ad oggi è il portale più utilizzato per l’analisi dei dati dell’allenamento, quello più usato e comune tra i preparatori atletici (di riflesso lo usano anche tantissimi atleti professionisti).

Dopo il precedente articolo in cui abbiamo snocciolato le peculiarità di Intervals.icu, cerchiamo di capire se TrainingPeaks è migliore oppure no. Perché è così comune tra gli allenatori? Questa volta abbiamo il ricco contributo di due preparatori di eccellenza. Michele Della Piazza che abbiamo già imparato a conoscere e Ian Jenner, preparatore in ambito professionistico di diversi atleti WorldTour, fondatore ed head coach di Rule 5 Cycling Coaching, collaboratore attivo di TrainingPeaks.

Alla base del successo c’è l’allenamento e gli stimoli che arrivano da quest’ultimo
Alla base del successo c’è l’allenamento e gli stimoli che arrivano da quest’ultimo

TrainingPeaks specifico per i coach

Come tutti i portali dedicati all’esplosione dei dati, anche TrainingPeaks ha l’obiettivo principale di tradurre la vita reale (l’allenamento) in numeri. Al contrario degli altri siti web fornisce delle soluzioni mobile app e per desktop, iOs e Android. TrainingPeaks nasce alla fine degli anni Novanta ed è il primo sito ufficiale specifico per le analisi degli allenamenti.

TrainingPeaks offre due livelli di account. Quello a pagamento (121 euro circa all’anno) per atleti (o per chi vuole avere un’interfaccia completa) e per allenatori. L’account gratuito mette invece a disposizione delle analisi basiche, sufficienti per chi non ha cognizione di causa, per chi non ama fare confronti o semplicemente per chi si affida al 101% al suo preparatore.

Il sito offre dei pacchetti già pronti, provenienti da diversi allenatori certificati
Il sito offre dei pacchetti già pronti, provenienti da diversi allenatori certificati

Il vantaggio dei programmi on-line già pronti

E’ una sorta di grande contenitore di allenatori, di diverse discipline (non solo ciclismo), che hanno diversi gradi di preparazione e che offrono differenti pacchetti di allenamento. Ognuno di questi è acquistabile dal portale. Le informazioni sono piuttosto dettagliate e permettono di capire quale tipologia di training si configuri meglio con le proprie esigenze. Un po’ per tutte le necessità e tasche. Si può avere un rapporto diretto con il proprio coach, oppure una sorta di relazione virtuale. In questo secondo caso entrano in gioco anche le conoscenze del preparatore e le abilità di quest’ultimo di tenere sotto controllo un utente con il quale non è mai entrato in contatto in modo effettivo, o in maniera parziale.

Un ulteriore vantaggio della disponibilità di programmi (pronti), è la disponibilità di una serie di allenamenti specifici per un periodo dell’anno. Ad esempio quello invernale dove le sedute indoor sono più numerose e avere una linea guida per usare le potenzialità dell’home training ha dei vantaggi non secondari.

Michele Della Piazza nel suo “bunker” dove studia e analizza
Michele Della Piazza nel suo “bunker” dove studia e analizza

La potenza normalizzata

«TrainingPeaks è un riferimento sotto quasi tutti gli aspetti – spiega Della Piazza – anche se non condivido al 100% il concentrarsi in modo eccessivo sul valore della potenza normalizzata. Talvolta chi lo utilizza tende ad avere come riferimento quasi esclusivamente la normalizzata. Non significa che non vada bene o non debba essere presa in considerazione, ma l’evoluzione dei sistemi permette di considerare molti altri dati. La NP sovrastima gli aspetti metabolici e non distingue il carico metabolico da quello neuromuscolare. Tuttavia grazie ad un pool esperto di sviluppatori e preparatori, TrainingPeaks sta migliorando tantissimo anche in questi termini e in breve arriverà ad essere super preciso nelle sue valutazioni».

TP è alla base di diversi concetti e pubblicazioni alla base della cultura del training moderno
TP è alla base di diversi concetti e pubblicazioni alla base della cultura del training moderno

Il portale dove tutto è iniziato

«TrainingPeaks fonda i suoi successi su un gruppo di esperti che sono stati, lo sono tutt’ora, in grado di tradurre in modo semplice il monitoraggio del training – prosegue Della Piazza – dalla pianificazione fino all’analisi approfondita. TP ha cambiato tutto ed è grazie a questo sito che oggi troviamo l’unità di misurazione per quantificare l’allenamento. Tutti i siti che sono arrivati dopo, i più ed i meno completi, hanno preso ispirazione da TrainingPeaks».

Il futuro è anche un ampliamento ufficiale verso il virtuale
Il futuro è anche un ampliamento ufficiale verso il virtuale

Uno sguardo al prossimo futuro

«Seppur limitato nella customizzazione approfondita, TrainingPeaks è un esempio di semplicità – prosegue Della Piazza – è una guida nelle analisi del training specifico, è dotato di grafici adeguati alla metodologia di lavoro. Tra i valori aggiunti da considerare, c’è anche il fatto che tutti i dispositivi si collegano a TP ed è un sito pronto, già confezionato da qualcuno che lo ha pensato, sviluppato e confezionato per l’allenatore. TrainingPeaks è stata una grande idea, risultato di una cultura che ha cambiato il modo di allenarsi. Penso che in futuro migliorerà ulteriormente, grazie a nuove funzioni, come ad esempio il far corrispondere in maniera precisa i dati del carico interno dell’atleta a quelli forniti dagli strumenti esterni (i power meter, ndr)».

Il super esperto di TP Ian Jenner (foto Ital Cycling Tours)
Il super esperto di TP Ian Jenner (foto Ital Cycling Tours)

TP è inimitabile

Hanno provato a copiare TrainingPeaks, ma con poco successo, racconta Ian Jenner, che della piattaforma è un collaboratore attivo.

«Tuttavia – spiega – rimane il sistema di riferimento per l’allenamento specifico. Quello che è in grado di fare questo portale è far arrivare ogni dettaglio al coach e all’atleta, training e fatica, livello di fitness e forma, tenere traccia del riposo/sonno HRV, relazione con il peso, macronutrienti, naturalmente i profili della potenza, eccetera. Il segreto è comunque capire nel profondo le potenzialità del sistema e riuscire a sfruttarle.

«Inoltre – prosegue Jenner – TrainingPeaks è uno strumento che nasce per gli allenatori, non è un giocattolo. Un altro aspetto da valutare quando si parla di TrainingPeaks è questa sorta di paura del cambiamento. Insieme ai power meter è uno dei principali protagonisti del cambiamento di rotta del ciclismo, dello sport in genere, ma spesso certi passaggi sono difficili da affrontare e non tutti sono disposti a cambiare le vecchie abitudini».

TrainingPeaks

Elisa doppia altura: dopo il UAE Tour, si lavora per le classiche

21.02.2025
4 min
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Elisa Longo Borghini ha da poco conquistato il UAE Tour, ma il suo programma di preparazione non si ferma di certo. L’atleta del UAE Team ADQ sta per affrontare un secondo ritiro in altura al Teide, un aspetto inedito per lei. Mai prima d’ora, infatti, la piemontese aveva effettuato due periodi di preparazione in quota così ravvicinati

Dopo il primo blocco, svolto a gennaio prima della corsa negli Emirati, vinta alla grande, ora torna in altura per un’ulteriore fase di lavoro mirata alle classiche di primavera. Una programmazione che è frutto di una strategia ben precisa, come ci spiega Paolo Slongo, allenatore della piemontese.

Paolo Slongo è lo storico preparatore di Elisa
Slongo è lo storico preparatore di Elisa
Paolo, per Elisa si tratta della seconda altura in inverno. E’ la prima volta che affronta due periodi di quota così ravvicinati?

Sì, normalmente ne facevamo uno solo a febbraio, che è il periodo ideale. Quest’anno, in base al calendario gare, abbiamo deciso di anticipare il primo ritiro a fine gennaio per essere competitivi già al UAE Tour. Poi abbiamo programmato il secondo, un po’ più breve, perché il corpo mantiene memoria dell’altura. Torneremo dal Teide il 4 marzo, pochi giorni prima delle Strade Bianche. Dopo correrà un blocco di gare con Trofeo Oro in Euro, Cittiglio, Sanremo e non ci saranno più ritiri fino al Giro Women. Il secondo ritiro è quindi legato al primo in un unico grande blocco di lavoro.

Si può quindi considerare un unico “blocco di preparazione” altura-UAE Tour-altura?

Sì, quando si programma l’allenamento si ragiona su un piano complessivo. Questo blocco è stato studiato nei dettagli, non è un caso che di mezzo ci sia stata quella gara.

Come ha percepito Elisa questa novità?

Elisa è una professionista, ama lavorare in altura e il Teide le piace molto. E’ un ambiente che le dà serenità, ci torna volentieri e non lo vive come un’imposizione. Anzi, è contenta di affrontare questo secondo ritiro.

Longo Borghini sul Teide: alla piemontese piace molto allenarsi sul vulcano di Tenerife (foto Instagram – @aymeric.lassak)
Longo Borghini sul Teide: alla piemontese piace molto allenarsi sul vulcano di Tenerife (foto Instagram – @aymeric.lassak)
Quanto sono durati i due ritiri?

Il primo è stato di due settimane, mentre questo sarà leggermente più corto, circa 11 notti, va a ridursi il periodo di adattamento. Stavolta sarà sufficiente un solo giorno e già dal secondo potremmo iniziare i lavori, almeno a bassa quota.

Qual è la differenza tra il primo e il secondo ritiro in altura?

Nel primo ci siamo concentrati su un grande volume di lavoro in Z2, quindi un lavoro aerobico. Al Teide si riesce a fare un lavoro molto specifico grazie alle lunghe salite e alle temperature miti: alle 10 di mattino a 2.200 metri ci sono già 17-18 gradi: perfetto per allenarsi. A casa sarebbe difficile replicare certe condizioni, anche per questioni logistiche e climatiche. L’obiettivo era prepararsi bene per il UAE Tour, dove c’era un arrivo in salita di 30 minuti. Al Teide ci sono salite così lunghe e anche molto di più. A casa avrebbe dovuto affrontare salite al massimo di 6 chilometri per non avere poi discese troppo lunghe e prendere troppo freddo.

Chiaro…

Nel secondo ritiro manterremo la base aerobica, che serve sempre ed è alla base in ogni senso della preparazione, ma lavoreremo anche sulla componente esplosiva. Le prossime gare avranno strappi brevi e intensi, quindi ci concentreremo su sforzi massimali e ripetute.

Al Teide farete anche dietro motore?

No, lo abbiamo provato, ma preferisco evitare. Già in altura il carico è elevato. Questa volta saremo in tre: Elisa, appunto, Erica Magnaldi e Karlijn Swinkels. Quindi sarà un lavoro più concentrato e più per scalatrici.

La vittoria, la prima in maglia UAE Team ADQ, di Longo Borghini. Il primo ritiro sul Teide ha portato grandi benefici a quanto pare
La vittoria, la prima in maglia UAE Team ADQ, di Longo Borghini. Il primo ritiro sul Teide ha portato grandi benefici a quanto pare
Come avete gestito la condizione dopo il UAE Tour?

Il piano era arrivare bene negli Emirati, perché una gara WorldTour è sempre importante. Dopo la corsa Elisa ha fatto quasi una settimana di scarico per evitare di anticipare troppo il picco di forma. Nei due giorni dopo la gara proprio non ha toccato la bici, ma era voluto. Ora, con questo secondo ritiro, lavoreremo per tornare al livello del UAE Tour o leggermente sopra, in vista delle Strade Bianche.

Dopo una corsa come il UAE Tour, tornando in altura il recupero sarà più veloce? 

Non si tratta di recuperare prima, ma di adattarsi più in fretta. Nel primo ritiro servivano 3-4 giorni per acclimatarsi, ora basterà uno solo prima di iniziare a lavorare a pieno regime. Questo permette di ottimizzare i tempi e proseguire con il programma senza troppe interruzioni.

Anche il recupero tra una ripetuta ed un altra?

Beh, un po’ sì, ma anche perché farà lavoro intesi, submassimali ed esercizi tipo un minuto di Vo2Max, quindi un po’ migliorerà, ma come ripeto il tutto va inquadrato nel suo insieme.

La ricetta di Quaranta: poche gare e tanto allenamento

21.02.2025
5 min
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Neanche il tempo di disfare le valigie che Ivan Quaranta si è messo subito al lavoro, c’erano gli juniores chiamati alle loro sedute settimanali a Montichiari. Il suo lavoro è questo, senza sosta e non c’è neanche il tempo di assaporare le mille emozioni di Zolder, di un europeo che ha visto il settore velocità protagonista al di là dell’oro di Bianchi nel chilometro da fermo (con lui in apertura).

Per Ivan Quaranta, qui con Miriam Vece, sono stati europei positivi ma con un bilancio in deficit
Per Ivan Quaranta, qui con Miriam Vece, sono stati europei positivi ma con un bilancio in deficit

In quasi ogni torneo, in quasi ogni disciplina la formazione italiana è stata protagonista, anzi alla fine, per quanto fatto vedere, il piatto piange e su questo Quaranta mette l’accento.

«Lo ammetto, i piazzamenti finali mi bruciano, soprattutto il 4° posto di Stefano Moro nel keirin e anche il quinto della Vece. Che aveva solo bisogno di un po’ di fortuna: alla partenza avevamo battezzato la ruota della russa come quella che poteva portarla sul podio, invece la scelta non ha pagato. A proposito dei maschi, bisogna considerare che in gara c’era un certo Lavreysen: ormai quello è un extraterrestre, bisognerebbe vietargli di correre (dice ridendo, ndr)».

Per Stefano Moro medaglia sfuggita di un nonnulla nel keirin
Per Stefano Moro medaglia sfuggita di un nonnulla nel keirin
Una compattezza simile in un torneo titolato non si vedeva però da tanti anni…

E’ vero, anzi solo un paio d’anni fa gare del genere le ammiravamo dalla tribuna, ora invece ci siamo anche noi e con velleità. I ragazzi hanno confermato il loro valore, abbiamo una base sulla quale lavorare per progredire e i margini sono ampi, considerando l’età anagrafica e quella di pratica a questi livelli.

Alla vigilia si parlava tanto della scorrevolezza del nuovissimo impianto belga, eppure non ci sono stati progressi a livello cronometrico, secondo te perché?

I risultati vanno letti. Nello sprint a squadre siamo rimasti un decimo sopra il nostro primato il che significa che eravamo sui nostri limiti, poi clima e umidità possono fare la differenza in bene o in male. L’unico primato mondiale è venuto dall’inseguimento individuale femminile, ma quella è una specialità ancora relativamente nuova, dove ci sono margini. Anche Bianchi è comunque sceso sotto il minuto, i riscontri cronometrici secondo me sono positivi.

Per Bianchi secondo oro continentale nel chilometro. Ormai scendere sotto il minuto è un’abitudine…
Per Bianchi secondo oro continentale nel chilometro. Ormai scendere sotto il minuto è un’abitudine…
Proprio parlando con Bianchi si diceva che i mostri sacri come il suddetto Lavreysen sono davanti, ma la distanza si è un po’ ridotta…

E’ vero, ma l’impressione che ho avuto è che l’olandese sia arrivato a Zolder non proprio al massimo della forma, eppure è un tale fuoriclasse che vince anche così. Quindi siamo noi che siamo progrediti o era lui che era regredito? Io non ho interesse a trovare una risposta, dobbiamo imparare a guardare quel che facciamo in casa nostra, sapendo che prima o poi la ruota girerà e dovremo farci trovare pronti. Il concetto di Bianchi è comunque giusto: un medagliato come Yakovlev è finito dietro, il polacco Rudyk lo avevamo quasi battuto. I segnali ci sono.

Nello sprint la batteria di Predomo contro l’olimpionico è piaciuta molto…

Mattia l’ha onorata al meglio, contro gli altri Lavreysen ha vinto con molto più distacco. Tra l’altro c’è un aneddoto in proposito: quando è finita la loro sfida, mi sono avvicinato ad Harrie per fargli i complimenti e lui mi ha detto: «Mi sono dovuto impegnare per batterlo, per questo alla fine mi sono complimentato con lui». E’ un bell’attestato di stima.

Lavreysen batte Predomo, ma dopo l’arrivo si complimenta con l’azzurro per la sua prova
Lavreysen batte Predomo, ma dopo l’arrivo si complimenta con l’azzurro per la sua prova
Nelle foto la loro differenza fisica è evidente…

Mattia continua a pagare dazio nei 200 metri di qualificazione e questo lo penalizza negli accoppiamenti, ma quello dipende dalla sua stazza fisica, ci sono almeno 15 chili di muscoli di differenza… Quando poi si gareggia uno contro uno, lanciandosi dalla balaustra, lì Predomo diventa pericolosissimo. Sta però crescendo, anche contro il tempo si è attestato su 9”9 basso e questa è una bella base. Quando avrà messo su qualche altro chilo, il discorso cambierà.

Il calendario così scarno vi penalizza?

Io direi di no – risponde Quaranta – e spiego il perché: i nostri sono tutti Under 23, quindi il campionato europeo sarà primario per noi sulla strada dei mondiali di ottobre. In Nations Cup in Turchia vedremo chi portare, potremmo anche scegliere una rappresentativa ridotta. Poi avremo qualche gara S1 e S2, ma neanche troppe perché ho altre idee in testa.

Uno scalpo illustre per la Vece nello sprint: l’olandese Van de Wouw campionessa europea nel chilometro
Uno scalpo illustre per la Vece nello sprint: l’olandese Van de Wouw campionessa europea nel chilometro
Quali?

Noi dobbiamo approfittare di questa stagione così avara di impegni per lavorare tanto in palestra e in pista. Per noi l’allenamento è basilare e lo scorso anno, inseguendo il sogno della qualificazione olimpica mancata per un solo posto, abbiamo trascurato questo aspetto che invece, per i ragazzi, è oggi fondamentale.

Non si rischia la noia?

Sta a me saper variare e tenere sulla corda i ragazzi, farli divertire e saperli motivare. Serve lavorare sul fisico, sulla tecnica, anche sulla mentalità, inculcare in loro un pensiero vincente. Per questo dico che gli europei di categoria saranno importantissimi, perché vincendo s’impara a vincere e si può salire man mano di categoria. In fin dei conti nel quadriennio abbiamo raccolto qualcosa come 15 titoli europei e 3 mondiali, serve solo pazienza per trasformarli a livello superiore perché il materiale c’è…

Viviani alla Lotto e i pensieri di questi mesi difficili

21.02.2025
7 min
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Da ieri, 20 febbraio, Elia Viviani è un nuovo corridore della Lotto. Il matrimonio tra la formazione professional belga e il campione veronese è stato rapido, veloce. A 36 anni, compiuti lo scorso 7 febbraio, è il momento per il velocista azzurro di immergersi in una nuova avventura. Nella giornata dell’ufficializzazione, Elia si è goduto il suo lungo allenamento in bici, che lo ha tenuto occupato per la maggior parte del tempo. Negli anni Viviani ci ha mostrato di essere una persona sincera, che non si tira indietro e si assume le sue responsabilità. L’europeo su pista di Zolder non è andato come previsto, ma la notizia del trovato accordo con la Lotto mette davanti a uno dei volti di riferimento del ciclismo azzurro una pagina bianca tutta da scrivere

«Dopo Zolder – racconta da casa la sera – avevo bisogno di fare chilometri su strada, con oggi ho chiuso un bel blocco di tredici ore divise su tre giorni. Qua in Costa Azzurra il tempo è bello e si pedala con piacere».

Questa il post usato ieri sui social per annunciare l’accordo tra Viviani e la Lotto
Questa il post usato ieri sui social per annunciare l’accordo tra Viviani e la Lotto

Tutto in fretta

La notizia dell’accordo con la Lotto arriva a stagione iniziata e senza troppo preavviso, sia per gli addetti ai lavori che quasi per lo stesso Viviani. 

«E’ stata una cosa che ha preso forma nei giorni scorsi – prosegue – in Belgio durante gli europei ci siamo incontrati faccia a faccia. Si è parlato e a inizio di questa settimana si è concluso tutto. C’era la volontà di trovare una soluzione per il Giro, che non si è concretizzata. Una volta arrivata la Lotto abbiamo colto al volo questa occasione. Ho firmato per un anno, senza il pensiero che possa essere l’ultimo. La squadra è forte, tornerà nel WorldTour ed è tra le prime dieci al mondo, la Lotto non farà il Giro, ma sarà al Tour e alla Vuelta».

L’incontro decisivo tra il velocista azzurro e la Lotto è arrivato durante gli europei su pista di Zolder
L’incontro decisivo tra il velocista azzurro e la Lotto è arrivato durante gli europei su pista di Zolder
I contatti finali sono arrivati quindi quando eri in Belgio?

Già parlavamo ma abbiamo approfittato della vicinanza per vederci. Sono stato a Zolder una settimana esatta, essendo la Lotto una squadra belga veniva facile incontrarsi. 

Com’è stato fare l’europeo con questo pensiero in testa?

Positivo, ma anche di dubbio. Alla fine in questi mesi ci sono stati diversi contatti, ovvio che vederci ha aiutato e mi ha dato maggiore fiducia. Comunque il team manager aveva già un’ottima considerazione di me, quindi tutto era a mio favore. L’europeo in sé è iniziato malino con l’eliminazione, dove partivo per vincere e invece sono uscito quindicesimo per una banalità. Volevo affrontarla in maniera diversa rispetto al mondiale, con l’idea di non voler spendere troppe energie subito. Sono uscito che non ero ancora stanco.

Per Viviani la nazionale è stato un punto di riferimento nell’arco di tutta la carriera
Per Viviani la nazionale è stato un punto di riferimento nell’arco di tutta la carriera
Questione di testa o di gambe?

Gambe, assolutamente. Si è visto anche nell’omnium, so che a febbraio faccio fatica. Sono un “diesel” ho bisogno di avere chilometri e gare nelle gambe per essere al top. Sono partito così così nello scratch, poi bene la tempo race e una bella prova nell’eliminazione. Mi mancava quella componente di forza che si crea con una stagione su strada nelle gambe.

Com’è stato questo periodo nel quale se ne sono tante sul tuo futuro?

La mia forza è stata non ascoltare le cazzate. Se ne sono detti di tutti i colori, da che dovevo andare in una squadra, poi in un’altra, che sarei diventato il cittì della nazionale. Più di quello che viene detto non è stato facile gestire le reazioni. Quando è stato scritto che sarei diventato cittì, ho dovuto gestire tutte le reazioni e i messaggi ricevuti. Sono state queste le situazioni pesanti, per me. Ovviamente ho una scaletta di chi vale rispondere e chi non no, però comunque c’erano delle persone per le quali ho dovuto prendere tempo e rispondere. Alla fine mi sono sorpreso di come ho gestito questi ultimi mesi.

Viviani raggiungerà i compagni di squadra direttamente alle prime gare (immagine Instagram/Lotto)
Viviani raggiungerà i compagni di squadra direttamente alle prime gare (immagine Instagram/Lotto)
Sei riuscito a rimanere sereno?

Sì. La mattina mi svegliavo ed ero sempre concentrato sull’allenamento che avrei dovuto fare. A gennaio ho cercato un programma che mi permettesse di passare bene il tempo: quindi sono andato alla Quattro Giorni di Brema, poi alla Due Giorni di Berlino, il tutto con l’obiettivo degli europei. Insieme alla nazionale abbiamo messo giù un bel programma per tenermi “vivo” in attesa che qualche situazione si sbloccasse. E’ arrivata la Lotto e ne sono felice, perché parlando con il manager ho percepito subito la fiducia in me. In questo momento sento di aver bisogno di una persona che creda in me, che non si faccia troppe domande di quanti anni ho e di cosa posso fare fra due stagioni.

Quanto è stata importante la pista per mantenere concentrazione e focus?

Più che la pista, la nazionale e il famoso gruppo che abbiamo. Devo ringraziare tutti, dal presidente Dagnoni a Marco Villa e tutto lo staff azzurro. Se in questi mesi ho continuato a pensare alla bici e non a tante altre cose è grazie a loro. A partire dal primo gennaio quando non ho più indossato la maglia della Ineos, perché era la mia ex squadra e ho messo quella della nazionale. Per me rappresenta un rifugio, quindi più che la pista devo ringraziare il gruppo che abbiamo creato, che probabilmente mi dà indietro anche tutto quello che ho dato in questi anni.

Gli appuntamenti di gennaio su pista sono serviti per avere un obiettivo a breve termine e per allenarsi al meglio, qui insieme a Consonni a Brema (foto Arne Mill)
Gli appuntamenti di gennaio su pista sono serviti per avere un obiettivo a breve termine e per allenarsi al meglio, qui insieme a Consonni a Brema (foto Arne Mill)
Hai giocato un ruolo importante in vista degli europei…

Non era scontato esserci. Perché nell’anno post olimpico è partito un progetto nuovo per Los Angeles, loro senza alcun dubbio mi hanno supportato fino ad adesso. Come ho sempre detto, alla fine la nazionale è la mia squadra, ogni volta che ho avuto delle situazioni complicate ho sempre trovato una base solida alla quale appoggiarmi. Ci sono stati diversi momenti durante questi anni in cui la nazionale è stato un po’ il mio rifugio.

Il sogno Giro non lo metti nel cassetto…

Penso che sia una cosa corretta nei confronti della squadra che mi ha dato l’opportunità adesso. Loro non vogliono essere la formazione che mi fa smettere e io devo loro tutto il mio impegno. Vedremo come andrà quest’anno, se dimostrerò di poter stare a certi livelli non vedo perché dovrei fermarmi

L’appuntamento con il Giro per Viviani è solo rimandato. Nel 2018 in maglia Quick Step vinse 4 tappe e la classifica a punti
L’appuntamento con il Giro per Viviani è solo rimandato. Nel 2018 in maglia Quick Step vinse 4 tappe e la classifica a punti
La fede un po’ cieca che hai avuto nel continuare è stata anche legata tanto alla nazionale quindi? 

Assolutamente, se non ci fossero stati gli europei a febbraio probabilmente sarebbe stato tutto più difficile. Ho fatto 5.000 e passa chilometri negli ultimi mesi, farli senza avere niente in testa, giusto per portare la bici a spasso, non sarebbe stato semplice. 

A Zolder ti abbiamo visto impegnato tanto accanto ai giovani. 

Mi piace, l’ho sempre fatto, magari con dei giovani amici come è successo con Ganna e Milan. In questa nuova avventura dell’europeo ero insieme a dei ragazzi con cui forse avevo parlato una volta sola: Sierra, Stella, Grimod o Favero. Era una situazione diversa e devo dire che anche lì ho capito che mi piace dare loro dei consigli. Ho passato una settimana in camera con Davide Stella e mi sono trovato bene in quel ruolo. Penso inoltre che i giovani ne abbiano bisogno, l’ho visto dalle domande che facevano, da come venivano a cercarmi.

Uno degli obiettivi a breve termine per Viviani è tornare alla Milano-Sanremo, l’ultima volta che l’ha corsa era il 2022
Uno degli obiettivi a breve termine per Viviani è tornare alla Milano-Sanremo, l’ultima volta che l’ha corsa era il 2022
Trasportando cosa sulla Lotto quale può essere il tuo ruolo?

Innanzitutto voglio conoscere bene la squadra e i miei nuovi compagni. Sul mio ruolo credo che sarà inizialmente quello di capire le potenzialità dei giovani che abbiamo intorno, ovviamente qualcuno è già affermato come Segaert o De Lie. Cercherò di capire subito per chi e come posso essere importante, senza dimenticare che la squadra mi ha preso per sprintare. Avrò questo doppio ruolo, dove probabilmente mi vedrete in qualche occasione accanto ai giovani e in altre in cui avrò il mio momento. 

Quand’è che vai a conoscerli?

Probabilmente i compagni li vedrò direttamente alle gare, la squadra ha 25 corridori (26 con lui, ndr) quindi potrei iniziare abbastanza presto. Domani (oggi per chi legge, ndr) sarò in Belgio al service course del team un po’ per accelerare e capire le parti organizzative, la bici e tutto il resto. Avrò già un primo meeting con coach e team manager per vedere i programmi e dove ci sono delle possibilità di inserirmi subito.

Non vediamo l’ora di vederti in gara allora…

Manca poco, ci vediamo i primi di marzo.

L’inglese e il Tour, la realtà e i sogni: parliamo con Martinez

20.02.2025
5 min
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L’ultima volta lo avevamo incrociato quasi di sfuggita a dicembre mentre assieme a Kreuziger usciva dal garage dell’hotel Cap Negret di Altea, dove si stava svolgendo il ritiro del Team Bahrain Victorious. Ne avevamo approfittato per parlare con tutti i corridori raggiungibili, ma su Lenny Martinez era stato posto un veto irremovibile. Quale che fosse l’accordo o il disaccordo con la Groupama-FDJ, vigeva il divieto assoluto di intervistarlo e fotografarlo fino al nuovo anno. Per cui il saluto era stato fugace e non privo di sguardi.

Lenny Martinez, il figlio di Miguel, ha 21 anni, è alto 1,68 e pesa 52 chili: la quintessenza dello scalatore. E’ entrato nel WorldTour a 19 anni nel 2023 e ha già vinto sei corse, fra cui l’ultimo Trofeo Laigueglia. A distanza di due mesi da quell’incontro fortuito, la stagione del giovane francese è iniziata di buona lena alla Valenciana vinta dal compagno Buitrago (in apertura, eccolo in salita seguito da Piganzoli). E nell’imminenza della Classic Var di domani, stamattina siamo riusciti finalmente a parlarci, prima che uscisse in allenamento.

Lenny ha sempre il suo buon umore coinvolgente, anche se è sensibile l’aumentare delle attese rispetto a quando lo incontrammo per la prima volta in un Giro della Lunigiana che sembra lontano cent’anni, invece era appena quello del 2021.

Il 28 febbraio 2024, ancora a vent’anni, Lenny Martinez vince così il Trofeo Laigueglia
Il 28 febbraio 2024, ancora a vent’anni, Lenny Martinez vince così il Trofeo Laigueglia
Come procede l’integrazione in questo nuovo team in cui si parlano l’inglese e l’italiano, ma quasi per niente il francese?

Sono molto contento. L’integrazione sta andando molto bene. Ora ogni cosa passa per l’inglese, ma sto riuscendo a inserirmi. Ci sono alcuni dello staff che parlano un po’ di francese, come il mio allenatore e un’altra persona: si possono contare su due mani. Ma non credo che parlare inglese sia un problema. Al contrario, è qualcosa che mi arricchisce molto e che mi aiuterà a crescere, anche come uomo. Perché qui non c’è scelta, è così e basta e di certo nei prossimi anni sarò in grado di parlarlo molto bene.

Hai notato altre differenze rispetto a Groupama?

Certo che ci sono, ma sono comunque differenze minime e credo che sarebbe stato così in qualunque squadra fossi andato. Si tratta di piccole percentuali che possono determinare la differenza tra vincere o meno. La Groupama-FDJ è un’ottima squadra e lo è anche il Team Bahrain. Insomma, stiamo facendo più o meno lo stesso lavoro. Direi che per me la differenza principale è che qui sono veramente in un gruppo internazionale, sia in termini di corridori che di staff. La Groupama invece ha un DNA totalmente francese.

Sei in grado di dire a che punto sei della tua crescita?

A 21 anni si può fare un bilancio, ma ho ancora molti anni di professionismo davanti a me e molti anni di progressi da fare, quindi voglio prendermi il mio tempo anche per fare il punto. Serve pazienza, devo continuare a lavorare e progredire.

Martinez ha debuttato nel 2023 nel WorldTour a 19 anni. Ne compirà 22 l’11 luglio
Martinez ha debuttato nel 2023 nel WorldTour a 19 anni. Ne compirà 22 l’11 luglio
A che punto della scorsa stagione ha deciso di cambiare squadra?

Prima che iniziasse. Con la Groupama avevo iniziato a parlare da parecchio, era giusto ovviamente parlare prima con loro. Lo abbiamo fatto a lungo, ma ho preso la mia decisione poco prima della prima gara, diciamo intorno a febbraio (singolare notare che il team francese abbia continuato invece a tenere aperta la possibilità di rinnovo fino all’estate inoltrata, ndr).

Chi è il tuo allenatore ora al Bahrain?

Il mio allenatore è Loic Segart, il fratello di Alec: quello che corre alla Lotto Dstny e va come un treno nelle cronometro, saprete certamente chi sia. La cosa buona è che Loic parla francese ed è stato molto bello scoprire che avrei lavorato con lui perché su certi aspetti molto tecnici è bello poter parlare la mia lingua. In più è un allenatore molto giovane e questo lo trovo positivo. Invece non ho ancora un direttore sportivo di riferimento. Potrei pensare a Roman Kreuziger, perché quando c’è un problema, gli mando un messaggio. E’ presente a quasi tutte le gare, quindi direi che forse è lui.

Come è passato l’inverno?

Molto bene, direi. Siamo stati in ritiro in Spagna come già con la FDJ l’anno scorso. Ho fatto più o meno la stessa preparazione e lo stesso allenamento, forse un po’ diverso per dei dettagli, dato che ogni allenatore ha metodi di allenamento diversi. Nel complesso, ho fatto forse qualche ora in più e abbiamo variato alcuni lavori specifici. Il corpo ha avuto bisogno di un po’ di tempo per adattarsi e ora dobbiamo vedere se tutto questo funziona bene anche su di me, ci vorrà un po’ di tempo.

Lo scorso anno, Martinez ha debuttato al Tour. Nel 2023 aveva corso la Vuelta, vestendo per due giorni la maglia di leader
Lo scorso anno, Martinez ha debuttato al Tour. Nel 2023 aveva corso la Vuelta, vestendo per due giorni la maglia di leader
Nell’intervista fatta ad Altea a dicembre, Rod Ellingworth ci ha parlato di un progetto Tour de France legato a te. Puoi dirci di cosa si tratta?

Credo che per un corridore francese come me, il Tour de France sia importante e penso che nei prossimi anni sarà la corsa più importante del mio calendario. E’ vero, c’è un progetto che coinvolge me, ma anche altri corridori come Santiago Buitrago e Antonio Tiberi, che sono entrambi leader per le classifiche generali. Poi ci sono gli altri corridori. L’obiettivo è migliorare ogni anno e fare in modo che tra qualche anno io sia competitivo al Tour de France.

Come descriveresti oggi il tuo rapporto con Marc Madiot?

Con Marc Madiot vado molto d’accordo, non ho avuto conflitti o altro. Ci siamo scambiati messaggi di auguri per capodanno, quindi non c’è nessun problema. Le nostre strade si sono separate, ma credo che la vita sia così. Però è sempre stato una persona molto buona e lo ringrazio per tutti questi anni.

Che effetto fa pensare che Romain Gregoire sarà di nuovo un rivale come quando eravate juniores?

Non è un problema, è un avversario come ce ne sono tanti altri. Non credo che dovrei concentrarmi su uno solo. Spero che Romain stia bene, è in una buona squadra e farà i suoi risultati. Resta un ottimo amico, ma non voglio passare tutto il tempo a lottare con lui. Ma so che è molto forte e gli auguro di vincere tante corse. Come lo auguro anche a me…

La Technipes al Tour d’Algerie: storia di un viaggio

20.02.2025
7 min
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I ragazzi del team Technipes #InEmiliaRomagna sono tra i pochi atleti delle squadre continental italiane ad aver già messo il numero sulla schiena. Lo hanno fatto nel Nord del continente africano, più precisamente in Algeria. Una scelta fatta per trovare ritmo e mettere chilometri nelle gambe, ma anche per lavorare in maniera diversa rispetto a quello che si fa di solito nei training camp in Spagna. Un viaggio, iniziato l’8 febbraio con una prima corsa in linea e passato attraverso il Tour d’Algerie, ma non ancora terminato. Il tutto finirà sabato con il Grand Prix de la Ville d’Alger. Il diesse di riferimento per i ragazzi del Team Technipes #InEmiliaRomagna è Francesco Chicchi che nel giorno di pausa alla fine del Tour d’Algerie ci racconta le motivazioni di questa avventura (in apertura Luca Bagnara miglior attaccante della corsa, foto Facebook/Tour d’Algerie). 

«Siamo quasi in dirittura d’arrivo – spiega il toscano – mancano due gare e si torna in Italia. Siamo partiti a inizio mese e torniamo quasi venti giorni dopo: un periodo lungo, ma formativo per i ragazzi e anche per me. Vedere, scoprire e respirare un ambiente nuovo e una cultura diversa fa bene a tutti».

A sinistra Francesco Chicchi insieme ai cinque ragazzi che hanno preso parte al Tour d’Algerie (foto Facebook/Tour d’Algerie)
A sinistra Francesco Chicchi insieme ai cinque ragazzi che hanno preso parte al Tour d’Algerie (foto Facebook/Tour d’Algerie)

Viaggi divisi

Per arrivare alla partenza del Tour d’Algerie i ragazzi e il diesse della formazione continental hanno viaggiato in maniera differente. La prima gara, in realtà, è stato il Grand Prix Sakiat Sidi Youcef. Partito poco fuori dal confine algerino, dalla Tunisia. 

«Arrivare in Algeria – racconta ancora Chicchi – ci ha messo davanti a un lungo viaggio. I ragazzi sono venuti in aereo e hanno dovuto fare tre scali. Mentre io e un meccanico siamo partiti da Faenza con un pulmino per arrivare ad Alicante, poi un traghetto ci ha portato ad Algeri e da lì altre sei ore di guida per arrivare alla partenza della prima gara. Al ritorno faremo la stessa cosa. Infatti i ragazzi tornano a casa sabato, io e il meccanico mercoledì».

Come mai avete deciso di andare a correre in Algeria?

La gara ce l’ha consigliata Daniele Nieri, lui era venuto qui a correre con i ragazzi della Q36.5 Continental. Gli organizzatori delle gare in Spagna non avevano accettato la nostra richiesta e così abbiamo fatto domanda per il Tour d’Algerie. Ci hanno detto che potevamo venire, ma avremmo dovuto partecipare a tutte le corse previste, ed eccoci qui.

Il furgone era necessario?

La corsa è organizzata molto bene, ci hanno dato tutto: ammiraglie e tanti altri supporti. Era la prima volta che venivamo qui e per non rischiare abbiamo deciso di prendere un furgone per portare tanto materiale di scorta. Non sapevamo neanche com’erano le strade, invece sono perfette. Abbiamo forato una volta sola in dodici giorni di corsa. 

Cosa vuol dire correre in Algeria?

Che le strade sono dritte e con poche curve. Ci sono rettilinei per chilometri e chilometri, poi una svolta e ancora lingue infinite d’asfalto. Nelle città e nei paesini di partenza e arrivo ci sono tantissimi curiosi, poi lungo il percorso non troviamo tanta gente. Però quando si passa da un centro abitato la gente a bordo strada arriva. 

Paesaggisticamente cosa ti ha colpito?

La bellezza delle città e dei paesini, tanti luoghi sono davvero unici. Poi il deserto è simile a quello del Medio Oriente, dove ho corso anni fa, non c’è tanta vita (ride, ndr)! Però penso che per i ragazzi sia un’esperienza unica, perché stanno via da casa per tre settimane abbondanti in un Paese che non ha nulla di simile a quello che sono abituati a vivere e vedere. 

Cosa vi siete detti?

Prima di partire ho consigliato loro di iniziare questo viaggio con il giusto spirito di adattamento. Non dovevano di certo aspettarsi pasti di primo livello o le solite condizioni. La gara è bella, organizzata bene e anche per il cibo ci siamo trovati bene, però serve essere predisposti e i miei ragazzi da questo punto di vista sono stati bravi. 

Com’è stato per loro vivere così tanto tempo fuori casa?

L’esperienza è particolare, ma formativa. L’organizzazione è super efficiente. Per fare ogni cosa si è sempre scortati dalla polizia, per arrivare alla partenza, per andare in hotel dopo la gara e per allenarsi. Ieri i ragazzi sono usciti per una sgambata e avevano la macchina della polizia e il medico dietro. Anche io se voglio andare a fare benzina vengo scortato. Tanto che ho chiesto loro se fosse così pericoloso muoversi in Algeria. Mi hanno risposto che non lo è, ma l’organizzazione è responsabile per ognuno di noi e hanno voluto fare tutto al meglio

Che ciclismo avete trovato?

Un livello medio, abbastanza buono. Dei novanta corridori alla partenza la metà di loro ha delle belle qualità. Ci sono delle continental forti come China Glory e Team Storck, che è una formazione tedesca. Poi le squadre algerine che sono sei, compresa la nazionale, sono abbastanza forti. Una di queste, la Madar Pro Cycling Team ha fatto il bello e cattivo tempo. L’Algeria mi dà l’impressione di un Paese dove si sta puntando tanto sul ciclismo. Ogni giorno alla partenza delle tappe c’erano il Ministro dello Sport e il presidente della Federazione ciclistica nazionale. 

Compreso il tanto pubblico, caloroso?

Sembrava di essere tra i professionisti. I ragazzi dovevano essere scortati al podio perché venivano presi d’assalto dai tifosi per una foto o un autografo. Luca Bagnara, che ha vinto anche una corsa a tappe in Portogallo e qui è salito sul podio qualche volta, mi ha detto: «Mi sembra di essere al Tour de France». Penso sia bello per i ragazzi vedere che il ciclismo può muovere tanto interesse.

Arrivate alle prime gare del calendario italiano con tanti chilometri nelle gambe…

L’obiettivo era proprio questo. Presentarsi alle corse di fine febbraio e inizio marzo con una condizione importante. Non nascondo che venire qui e portare Bagnara è stata una scelta volta a far crescere la sua condizione in vista della Coppi e Bartali. Se avessimo fatto il solito calendario, sarebbe arrivato con quattro o cinque giorni di corsa, invece ora ne ha messi insieme già tredici. 

Restare per più di tre settimane in Algeria è un’esperienza che permette anche di conoscere un Paese diverso (foto Facebook/Tour d’Algerie)
Restare per più di tre settimane in Algeria è un’esperienza che permette anche di conoscere un Paese diverso (foto Facebook/Tour d’Algerie)
I percorsi erano impegnativi?

Di per sé no. C’era tanto vento che faceva comunque aumentare il tasso tecnico e la fatica in corsa. Le medie poi erano elevate, si parla di 43 chilometri orari mediamente nelle varie tappe. La gara è partita dalla zona nord dell’Algeria per poi scendere a zig zag e arrivare al confine con il deserto. Dal punto di vista altimetrico non era una corsa impegnativa, quello che doveva essere un arrivo in salita si è dimostrato uno strappo di poco meno di un chilometro. 

Tornerete?

Non è da escludere, chiaro che se si vuole fare bene si deve portare una squadra di passisti veloci. Però è un bell’appuntamento anche per mettere tanti chilometri alle spalle. Sono curioso di vedere con quale condizione arriveranno i ragazzi che hanno corso qui alle prime gare in Italia.