Milan mostra i muscoli alla Tirreno, ma con in testa le Classiche

11.03.2025
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Dopo lo spettacolo offerto dalla Strade Bianche e dal duello tra Tadej Pogacar e Thomas Pidcock è arrivato il momento di togliere il velo alla stagione delle Classiche. Se la gara tra gli sterrati delle Crete Senesi ha lasciato poco spazio agli sfidanti del campione del mondo in carica questo non accadrà di certo nei prossimi appuntamenti. I percorsi e il parterre ricco, cosa che è un po’ mancata alla Strade Bianche, metteranno davanti a Pogacar molti più rivali di spessore. Si partirà con la Milano-Sanremo, i cui ultimi preparativi arrivano proprio in questi giorni vista la concomitanza della Tirreno-Adriatico e della Parigi-Nizza.

I riflettori, per quanto riguarda la Corsa dei Due Mari, sono puntati su Jonathan Milan. E’ sulle sue qualità, e su quelle di Filippo Ganna, che si concentra la curiosità degli addetti ai lavori. I due giganti azzurri hanno già lanciato i primi segnali, ieri Ganna ha demolito la concorrenza nella cronometro di Camaiore. Mentre oggi nella volata di Follonica Milan ha messo tutti in fila (foto di apertura). Per il velocista friulano inizia un periodo fondamentale della stagione, con l’avvicinamento alla Milano-Sanremo e poi la stagione delle Classiche. Partendo proprio dalla Classicissima il dubbio riguarda la capacità da parte di Milan di tenere certi ritmi su salite brevi ma esplosive come Cipressa e Poggio

Jonathan Milan durante il riscaldamento della cronometro di Camaiore, inizia un periodo cruciale della stagione
Jonathan Milan durante il riscaldamento della cronometro di Camaiore, inizia un periodo cruciale della stagione

Un mese intenso

Per capire in che modo sta lavorando l’atleta della Lidl-Trek siamo andati a chiedere direttamente e Mattias Reck, suo coach. L’anno scorso Jonathan aveva detto che il suo obiettivo era arrivare sotto la Cipressa per aiutare la squadra

«Non alleno Milan in modo così specifico da concentrarmi sulla Milano-Sanremo – dice Reck – cerco piuttosto di costruire il suo motore e la sua resistenza in modo che sia il più preparato possibile ad affrontare le Grandi Classiche. Questo prevede ovviamente che arrivi pronto alla Sanremo, ma non è l’unico obiettivo. Il mio obiettivo è fargli avere una condizione stabile nel corso delle quattro settimane in cui sono distribuite quelle corse».

Jonathan Milan e Filippo Ganna saranno i due atleti di riferimento per il movimento italiano alla Sanremo
Jonathan Milan e Filippo Ganna saranno i due atleti di riferimento per il movimento italiano alla Sanremo

Le conferme

I primi passi di Milan in questo 2025 hanno mostrato quanto sia migliorato e cresciuto ulteriormente. Nelle volate di inizio anno ha fatto vedere di essere uno dei migliori velocisti al mondo, quello che serve ora è il giusto avvicinamento alla stagione delle Classiche.

«La Tirreno-Adriatico – continua Mattias Reck – svolge un ruolo fondamentale in questo senso, in quanto fornisce un grosso carico di lavoro al suo corpo per fare l’ultimo passo verso la primavera. Milan ha dimostrato già l’anno scorso alla Gent-Wevelgem di avere le carte in regola per diventare un forte concorrente nelle Classiche. Anche la recente Kuurne-Brussel-Kuurne (nella quale Milan ha conquistato il sesto posto finale, ndr) ha fatto vedere cose positive. La forma è buona, stabile e in crescita, quindi siamo fiduciosi per il prossimo periodo».

Quei 28 chilometri in più…

Tornando a parlare della Milano-Sanremo ricordiamo che nella stagione passata Jonathan Milan era arrivato fino ai piedi della Cipressa, fornendo un importante supporto alla squadra e al suo compagno Mads Pedersen. La prima delle due salite finali si trova a 28 chilometri dal traguardo, riuscire ad aggiungere questa distanza sembra facile ma diventa un lavoro difficile dove ogni dettaglio conta. Serve avere una resistenza importante, senza però perdere lo spunto veloce che permetterebbe a Milan di giocarsi la volata. 

«Per combinare allenamenti aerobici e anaerobici – spiega ancora coach Reck – non ci sono veri e propri segreti. Essendo Milan un corridore esplosivo mi concentro soprattutto sulla resistenza e sugli intervalli ad alta intensità, evitando di lavorare troppo nelle zone medie come Z3 e Z4. Con un velocista anaerobico forte bisogna stare attenti a non esagerare, perché può scavare molto in profondità e svuotarsi con una potenza molto elevata in un tempo molto breve. Quindi, anche se lo sprint è uno dei suoi punti di forza, non deve concentrarsi troppo. Direi che l’80-85 per cento, a volte anche il 90, del suo allenamento è costituito da resistenza aerobica di base, mentre il resto è un mix delle altre zone».

Milan dovrà provare a resistere al ritmo di Pogacar su Cipressa e Poggio

L’equilibrio

Le prestazioni del velocista della Lid-Trek sono legate alla costante ricerca di equilibrio tra resistenza e forza. Un lavoro non semplice, aiutato però dalle grandi doti naturali di Milan. 

«Non è un problema allenare forza e resistenza insieme – conclude – sono due cose completamente opposte e non interferiscono più di tanto. Gli sprint brevi e la resistenza si adattano bene. Jonathan (Milan, ndr) ha una combinazione unica di Vo2Max molto elevata, quindi un grande motore aerobico, ma anche una potenza anaerobica e di sprint importante. Quello che stiamo facendo ora è lavorare sulla sua resistenza ed efficienza per essere in grado di usare il suo motore e i suoi picchi ancora di più nelle lunghe gare di un giorno. Con il suo peso, che è intorno ai 90 chilogrammi, non possiamo guardare troppo a Pogacar, Van Aert o Van der Poel e quello che sono in grado di fare loro sul Poggio. Quello su cui possiamo lavorare noi è raggiungere la miglior forma possibile».

La snervante attesa delle wild card. Bellini ne sa qualcosa…

11.03.2025
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Siamo all’11 marzo, eppure delle wild card per la prossima edizione del Giro d’Italia che partirà dall’Albania il prossimo 9 maggio, nessuna traccia. Mai in passato c’era stato così tanto da aspettare, così tanta incertezza sulle scelte degli organizzatori, che stanno spingendo in tutti i modi per poter allargare a 4 il numero di team professional da invitare. Uno “stato dei lavori” che certamente non agevola chi deve programmare non solo la partecipazione, ma l’intera stagione.

Marco Bellini, nei tanti anni trascorsi al fianco di Gianni Savio quando i loro team erano professional italiane, ha affrontato tante volte questa situazione, si può ben dire ad ogni stagione, e sa che cosa significa rimanere in quest’incertezza. Oggi, dopo la dolorosa scomparsa di Gianni, Bellini è a pieno titolo immerso nell’avventura della Petrolike e quindi guarda il tutto da lontano ma si sente, quando affrontiamo il discorso, che il legame con il ciclismo italiano, con quegli ambienti e quelle sensazioni è ancora vivissimo.

Marco Bellini, secondo da sinistra, al tempo dell’Androni Giocattoli: l’attesa per la wild card era sempre tanta…
Marco Bellini, a sinistra, al tempo dell’Androni Giocattoli: l’attesa per la wild card era sempre tanta…

«Una wild card può davvero cambiare tutto per una squadra professional italiana – dice – come anche per una spagnola nel caso della Vuelta. Il Tour è a sé stante, non va considerato neanche viste le caratteristiche del movimento locale, con molte squadre nel WorldTour. La partecipazione al Giro è, per un team italiano, una svolta soprattutto nei rapporti con gli sponsor, ma sono sempre stato dell’avviso che bisogna essere rispettosi di questi e quindi evitare di fare promesse. E’ chiaro però che per un’azienda sapere che la squadra parteciperà o meno alla corsa rosa cambia tutto».

Quanto incide nel budget?

In maniera direi quasi decisiva. Il sistema è questo, se non sei nel WorldTour ti dibatti con una base economica che non consente voli pindarici e trovare fondi è davvero difficile. Sapere che sarai presente alla vetrina più importante dell’anno apre porte importantissime, ma serve anche il tempo per farlo…

Che cosa significa secondo te arrivare all’11 marzo senza sapere ancora quale sarà il proprio destino?

E’ la testimonianza di quanto ho detto, ma io voglio spezzare una lancia a favore della RCS Sport che sta facendo di tutto per ottenere il quarto invito che metterebbe tutto a posto. Abbiamo due squadre italiane, Polti e VF Group che, diciamola tutta, tengono in piedi il ciclismo italiano, facendo correre tanti giovani nostrani e che avrebbero tantissimo bisogno di esserci. Ma dall’altra parte abbiamo due team come Q36.5 e Tudor che hanno budget importanti, che hanno costruito squadre di altissimo spessore ed è difficile tenerle fuori da un Grande Giro. Se non verrà accettata la proposta della quarta wild card, gli organizzatori si troveranno a fare una scelta comunque drammatica. Certamente però il tempo non aiuta chi è ancora in bilico. E parlo dei due team italiani ai quali va tutto il mio apprezzamento e rispetto.

Perdere una delle due squadre italiane sarebbe però un grave, ulteriore smacco per il nostro movimento…

Esatto e questa situazione deve far capire che il ciclismo, così com’è, non va. Bisogna cambiare alcune regole del gioco. L’UCI ormai gestisce un impero nel quale se non hai i soldi, fai un’enorme fatica a galleggiare. Rispetto ai tempi miei e di Gianni, la situazione è diventata molto più difficile.

Il richiamo di Pidcock alla corsa rosa è difficilmente accantonabile da parte di Rcs Sport
Il richiamo di Pidcock alla corsa rosa è difficilmente accantonabile da parte di Rcs Sport
Gli sponsor sono disposti ad aspettare?

Fino a un certo punto. Noi per nostra fortuna non ci siamo mai – e ribadisco mai – sbilanciati. Abbiamo sempre detto alle varie aziende che non potevamo garantire la partecipazione al Giro, perché tutte ce la chiedevano. Noi proponevamo una doppia soluzione economica, con o senza partecipazione alla corsa rosa. Era l’unica cosa da fare per non prendere in giro nessuno ed essere il più possibile trasparenti.

C’è la stessa attenzione, da parte di chi sponsorizza, per altre corse, magari sempre della RCS?

No ed è facile capire il perché. Il Giro d’Italia è una cosa diversa. Secondo me non è neanche un evento sportivo, o almeno lo è solo in parte perché parliamo di qualcosa che riguarda tutta la società italiana. Il Giro d’Italia lo vede il ragazzino come la massaia, lo trovi in tutti i media, non è un evento che riguarda solo chi è appassionato. Io non ho mai visto le scolaresche o gli abitanti di una piccola città scendere in strada per il Giro di Lombardia, ma il Giro d’Italia è un’autentica festa per ogni paese attraversato. Questo lo sa bene chi ti sponsorizza per vendere la propria immagine, per questo è tanto importante.

Alberto Dainese, una delle punte per la Tudor. Anche lui attende di sapere se sarà al via dall’Albania
Alberto Dainese, una delle punte per la Tudor. Anche lui attende di sapere se sarà al via dall’Albania
E’ un discorso che ormai ti vede solo semplice spettatore, almeno per ora. Ma un domani?

Noi con il nostro team abbiamo un progetto diluito nel tempo. Siamo una squadra continental e per ora questi discorsi non ci riguardano né ci interessano più di tanto. L’obiettivo del team è far crescere nuovi talenti sudamericani e arrivare con i passi dovuti a essere una squadra professional. Quando saremo strutturati e ci arriveremo, valuteremo anche la partecipazione a un Grande Giro. La nostra fortuna è non avere pressioni né dover andare a caccia di sponsor. Possiamo lavorare con calma, non invidio chi invece a quest’ora è ancora sulla graticola…

Javier Romo, l’asso nella manica della Movistar venuto dal triathlon

11.03.2025
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Javier Romo è una delle sorprese di questa prima parte del 2025. Lo spagnolo è letteralmente esploso con il Team Movistar. Un colpaccio di Eusebio Unzue che da tempo era sulle sue tracce. E anche il nuovo staff tecnico guidato da Iván Garcia Cortina ha rivisto alcuni metodi, anche nella ricerca degli atleti, come fanno altri team da anni che non pescano solo nel ciclismo giovanile. Pensiamo per esempio a Nordhagen, che la Visma-Lease a Bike ha letteralmente strappato allo sci di fondo.

La sua carriera infatti è iniziata nel triathlon, disciplina in cui ha gareggiato a livello nazionale in Spagna, paese noto per la forte tradizione in questo sport e ha vinto persino un titolo nazionale nelle categorie giovanili. La transizione al ciclismo su strada è avvenuto sotto il periodo del Covid, quando è passato dapprima in una piccola squadra under 23 spagnola, la Baqué Cycling Team, e da lì all’Astana.

Javier Romo è stato un esponente della nazionale spagnola di triathlon (foto Triathlonsp)
Javier Romo è stato un esponente della nazionale spagnola di triathlon (foto Triathlonsp)

Chi è Javier Romo

Nato a Villafranca de los Caballeros, nella provincia di Toledo, il 6 gennaio 1999, nel 2017 Romo ha conquistato la medaglia di bronzo ai campionati Spagnoli Junior di Triathlon, dimostrando fin da giovane le sue doti atletiche. La sua passione per il ciclismo è emersa come accennavamo durante la pandemia, periodo in cui ha intensificato gli allenamenti su strada.

La cosa incredibile è avvenuta proprio nel 2020. Alla prima vera esperienza da ciclista Romo ha vinto subito il campionato Spagnolo su Strada under 23. Quella era solo la sua terza gara. Fu anche settimo nella prova contro il tempo appena dietro Tercero e Pelayo Sanchez, oggi incredibilmente suo compagno di squadra.

Da lì all’Astana il passo è stato breve. E nel 2023 eccolo esordire alla Vuelta. Vuelta che Romo ha affrontato alla grande… almeno all’inizio. Ha mostrato il suo potenziale entrando in una fuga nella seconda tappa e posizionandosi temporaneamente al secondo posto in classifica generale. Tuttavia, una caduta nella nona tappa lo ha costretto al ritiro a causa di una frattura lombare.

Il particolare saluto di Romo a Uraidla in Australia, primo successo nel WT e primo da pro’
Il particolare saluto di Romo a Uraidla in Australia, primo successo nel WT e primo da pro’

Le parole di Sciandri

A dirci qualcosa di più è stato Max Sciandri, uno dei direttori sportivi della Movistar. Secondo Sciandri, l’inclusione di Romo nella squadra è stata una sorpresa positiva. Nonostante la sua limitata esperienza nel ciclismo su strada, dovuta a una carriera dilettantistica relativamente breve, Romo ha mostrato numeri impressionanti e un grande potenziale. «E’ chiaro che gli manca ancora una parte dell’esperienza che si acquisisce nelle categorie inferiori, ma ha evidenziato i suoi margini di miglioramento. E ormai si muove bene in gruppo».

Per come ha vinto in Australia verrebbe da dire che si tratta di un finisseur, ma Sciandri non è del tutto d’accordo. «Direi piuttosto che è un corridore completo: forte in salita, competitivo a cronometro e dotato di una buona velocità in gruppi ristretti. Inoltre la sua esperienza nel triathlon potrebbe arricchire ulteriormente le sue capacità nel ciclismo su strada, considerando la tendenza dei giovani atleti a essere multidisciplinari. Vediamo che ormai atleti di vertice fanno ciclocross o vengono dalla mtb».

Secondo Sciandri Romo ha grandi margini e sta migliorando anche tatticamente
Secondo Sciandri Romo ha grandi margini e sta migliorando anche tatticamente

Vuelta sì, Giro forse

Lo scorso gennaio, Javier Romo ha conquistando la sua prima vittoria da professionista nella terza tappa del Tour Down Under, dove ha attaccato nel finale imponendosi in solitaria. Questo successo gli ha permesso di indossare la maglia di leader della corsa, terminando poi al secondo posto nella classifica generale alle spalle di Narvaez. Ma poi una volta in Europa ha continuato a fare bene. «E infatti – confida Sciandri – mi sarebbe piaciuto moltissimo portarlo sia alla Strade Bianche che alla Tirreno-Adriatico, ma si è ammalato e tutto è saltato. Bisognava tutelarlo per le prossime gare, perché può fare davvero bene».

E quali sono queste gare? Dopo il Catalunya (24-30 marzo) Romo potrebbe fare alcune classiche del Nord e magari esordire sui muri e sulle pietre, vista la sua stazza (180 centimetri per 70 chili e spalle larghe come si nota nella foto di apertura).

«Javier – conclude Sciandri – vuol fare la Vuelta, però non vi nego che il Giro d’Italia potrebbe essere un’opzione. Un’opzione per la quale sto insistendo. Ne stiamo parlando. Vediamo un po’».

Morgado: la UAE, la crescita e la voglia di star bene

11.03.2025
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LAIGUEGLIA – Antonio Morgado ha iniziato la sua seconda stagione tra le fila del UAE Team Emirates-XRG con un altro ritmo rispetto allo scorso anno. Il portoghese che da junior aveva stupito tutti per la sua forza, tanto da saltare subito nel WorldTour dopo un solo anno da under 23, ha già trovato due vittorie in appena quindici giorni di corsa. Un bottino di tutto rispetto se si considera la concorrenza e il livello che c’è all’interno della squadra numero uno al mondo. Classe 2004, fisico strutturato, massiccio e con tanta potenza nelle gambe che sembra possa spaccare il mondo. 

Il lavoro di Morgado al Laigueglia è stato fondamentale per la vittoria del compagno di squadra Ayuso
Il lavoro di Morgado al Laigueglia è stato fondamentale per la vittoria del compagno di squadra Ayuso

Un altro step

Al Trofeo Laigueglia il suo apporto è stato fondamentale a Juan Ayuso per controllare la gara, imprimendo un ritmo che ha fatto male a tanti. Se lo spagnolo, più grande di appena due anni rispetto a Morgado, è riuscito a vincere in Liguria tanto lo deve alle sue capacità quanto a quelle del baffuto portoghese. 

Appena finito il Trofeo Laigueglia, chiuso comunque in venticinquesima posizione a poco più di un minuto da Ayuso, gli chiediamo di parlare e lui acconsente. Dopo una breve rinfrescata sul pullman del team emiratino Morgado scende gli scalini con sguardo languido e un sorriso appena accennato inizia a parlare. 

«Mi sento bene, grazie – ci dice subito – mi sono allenato ottimamente e sono contento della mia forma. Dopo un anno nel WorldTour penso di essere cresciuto molto, mi sento maggiormente a mio agio in gara e molto più motivato. In questa stagione credo di aver fatto un passo di crescita ulteriore».

Hai molti obiettivi per questa stagione?

No, il mio obiettivo è di essere costante e cercare di vincere le gare quando mi viene data libertà, altrimenti mi metterò a disposizione dei miei compagni per aiutarli a vincere. Tutto qui. 

Che passi senti di aver fatto?

Mentali e fisici. Mi sento più forte di testa, l’anno scorso era diverso. Era il primo anno in questo mondo e non si sa mai cosa può succedere. Pensi sempre che gli altri siano più forti o troppo forti, ma poi ti rendi conto che non è così. Correre accanto a dei grandi campioni e professionisti è molto bello, perché ho modo di vedere come vivono, mangiano e recuperano. Quindi penso di essere un privilegiato a far parte di questa squadra.

Nonostante fosse il tuo primo anno nel WorldTour l’anno scorso sei andato al Fiandre e hai trovato un fantastico quinto posto, inizialmente sembrava che queste gare non ti piacessero…

Sono un altro tipo di corse. Nel 2024 sono stato al Nord per la prima volta, anche da junior non avevo mai corso lì. Andare direttamente in appuntamenti di quel livello è diverso, ma mi sono sentito bene e ho iniziato ad apprezzare quel tipo di gare. 

Morgado non ha mai dichiarato un grande amore per le Classiche ma il suo esordio al Fiandre nel 2024 è stato promettente
Morgado non ha mai dichiarato un grande amore per le Classiche ma il suo esordio al Fiandre nel 2024 è stato promettente
Cosa ti piace di questo tipo di gare, le corse sul pavé?

Sono dure e lunghe, quando vai lì è impossibile vincere senza allenamento. Non ci si può nascondere e questo mi piace molto. Però non mi immagino in una sola tipologia di gare, mi piace venire al Laigueglia e provare a vincerlo, così com’è stato in Spagna e in Portogallo a inizio anno. E’ bello potersi giocare una carta quando si viene alle corse.

Cosa vuol dire essere nella formazione migliore al mondo con il ciclista più forte al momento? Vorresti un giorno essere tu al suo posto?

Sì, certo. Mi piace molto questa squadra. Ma credo che dobbiamo rispettare tutti, quando si ha il migliore atleta al mondo si lavora per lui, in me non c’è mai stata la voglia di superarlo nelle gerarchie. Avere in squadra Tadej (Pogacar, ndr) ci spinge tutti a fare del nostro meglio. E’ un piacere correre con questo tipo di atleti. 

Per Morgado la cosa importante è sentirsi bene in corsa, al momento non importa su quale palcoscenico
Per Morgado la cosa importante è sentirsi bene in corsa, al momento non importa su quale palcoscenico
Quali step si possono fare per diventare il più forte al mondo?

Si può solo migliorare la propria forza, diventare sempre più competitivi. Questa è l’unica cosa che si può fare se si hanno grandi numeri. 

Quest’anno proverai a fare delle grandi corse a tappe, pensi siano nelle tue corde?

No, non ne farò ancora. Prima di sapere se posso diventare quel tipo di corridore devo prima partecipare. Al momento non so bene che tipo di atleta sono, davvero. Quando ho buone gambe penso di poter fare un po’ di tutto. Ma quando non sono in condizione non riesco a fare nulla. Mi piace sentirmi bene, è una sensazione che mi dà fiducia nella quale so che posso fare del mio meglio.

La velocità vola. E ora “Bomber” Quaranta vuole battere i grandi

11.03.2025
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«Oggi anche un giovane italiano – dice con orgoglio e una punta di malizia Ivan Quaranta – può dire che da grande vuole fare il velocista. Può dirlo perché esiste un settore con dei tecnici dedicati e i Corpi di Stato che ci danno una mano. Gli atleti più meritevoli vengono assunti, la Federazione ci crede e noi andiamo avanti. A me non basta più vincere il campionato europeo da junior o under 23. Mi piacerebbe arrivare a Los Angeles con qualche velleità in più».

Dopo tre anni da collaboratore di Marco Villa, Ivan Quaranta è stato nominato commissario tecnico della velocità azzurra. Oggi è partito per la Turchia verso la prova di Nations’ Cup. Se fosse il naturale corso nella carriera di un tecnico che tecnico è sempre stato, ci sarebbe poco di cui stupirsi. Ma se l’uomo si fa chiamare Bomber, ha nel palmares un mondiale juniores nella velocità, poi una carriera su strada in cui vinse volate e rifilò cazzotti a Cipollini, quindi si è messo a organizzare eventi prima di diventare tecnico juniores e poi U23, allora la storia ha i tratti del romanzo. Ivan Quaranta cittì azzurro della pista è il capitolo di un romanzo che nel 2028 a Los Angeles potrebbe arricchirsi di qualche pagina indimenticabile.

«E’ il riconoscimento del lavoro che ho fatto – dice Ivan “Bomber” Quaranta – ho affiancato Villa e anche Marco era d’accordo. E’ il coronamento di un sogno, essere commissario tecnico del settore velocità è un grande onore, essendo nato nella velocità. La prima gara di valore che ho vinto fu il campionato del mondo in pista nel torneo della velocità».

Nella serata di Zolder agli ultimi europei, l’oro di Bianchi (qui con Ivan Quaranta) nel km da fermo
Nella serata di Zolder agli ultimi europei, l’oro di Bianchi (qui con Ivan Quaranta) nel km da fermo
Rispetto agli anni in cui vincevi quel mondiale, il mondo è cambiato…

Sono stato tecnico su strada, prima con gli allievi della Cremasca e poi con la Colpack. Sapevo già leggere un test, ero aggiornato. Però era tutto legato alla strada, quindi ricominciare con la velocità ha significato rendersi conto che il mondo era cambiato radicalmente. Anche se la velocità l’ho sempre guardata, mi è sempre piaciuta. Da Theo Bos a Chris Hoy, sono sempre stato appassionato. Capivo che i rapporti erano cambiati, i materiali, le velocità, anche il tipo di volata.

Il tipo di volata?

Da quando hanno tolto la possibilità di fare surplace, è cambiato anche il modello prestativo della specialità. Adesso si mettono in testa e bisogna avere nelle gambe 40-45 secondi di sforzo massimale, con rapportoni molto più lunghi. Mi sono dovuto applicare, inizialmente mi è servito molto l’aiuto di Villa. Poi mi sono appoggiato al nostro Team Performance, a partire da Diego Bragato, che ne è responsabile, e tutti gli altri. Mi sono applicato, ho studiato, ho cercato di rubare il mestiere andando a vedere.

Andando a vedere cosa?

Mi è capitato di andare in pista con i meccanici la mattina molto presto. Il velodromo era vuoto e io andavo a rubare un po’ di foto per vedere i rapporti che usavano, le pedivelle. Se il tecnico è preparato, capisce che tipo di prestazione serve per poter essere competitivi. Inizialmente abbiamo sperimentato, a volte anche sbagliando. A volte, purtroppo è brutto da dire, ho usato questi ragazzi come cavie. Mi sono rimesso anche sui libri di testo, qualcosa mi ha passato Dino Salvoldi. Ho lavorato tre anni cercando di capire che tipo di sforzo servisse.

Mattia Predomo si è affacciato da giovanissimo sulla velocità mondiale
Mattia Predomo si è affacciato da giovanissimo sulla velocità mondiale
E che cosa avete capito?

Che la grande differenza oggi è il lavoro che il velocista fa in palestra. La forza la migliori in palestra. In bicicletta la puoi completare, puoi fare tutti i lavori che vuoi. La partenza da fermo piuttosto che le SFR. Fai tutti i lavori che vuoi, ma la vera forza l’aumenti in palestra. Un buon 65-70% del nostro allenamento si fa con i pesi e lo completiamo in bicicletta, perché comunque il gesto tecnico ci deve essere. Oltre al modello prestativo, c’è anche la componente tecnica. Penso al cambio in un team sprint piuttosto che la tecnica della partenza da fermo o le traiettorie da utilizzare in un lancio su 200 metri. C’è ancora tanta componente tecnica e molta più fisicità rispetto a quando correvo io.

Nel 2020 la velocità italiana quasi non esisteva, oggi è un settore in rampa di lancio…

Abbiamo creato un metodo di lavoro che sta dando i suoi buoni frutti. Sicuramente sbaglieremo ancora, sicuramente non saremo i migliori, però in tre anni abbiamo vinto tre campionati del mondo e 14 titoli europei, battendo anche tedeschi, inglesi e francesi. Nei giovani siamo una delle Nazioni più forti. La cosa importante è sottolineare Il supporto dei corpi di Stato, che per noi è stato fondamentale. Perché grazie a loro e al nostro metodo di lavoro siamo riusciti a raggiungere dei buoni risultati. La qualifica olimpica della Miriam (Vece, ndr). Abbiamo abbassato tutti i record italiani. Abbiamo vinto i campionati europei, i campionati del mondo juniores, ancora l’anno scorso con Del Medico. Questo ha permesso di creare un bel gruppo, perché adesso saremo una ventina.

Parlavi dei corpi militari…

Siamo una ventina e ce l’hanno permesso Fiamme Oro, Fiamme Azzure e l’Esercito, che hanno praticamente assunto quasi tutti i velocisti. La cosa più bella è che una volta li dovevi andare a cercare per convincerli. Speravi che venissero in pista a girare per diventare velocisti. Nessuno voleva avvicinarsi al mondo dello sprint, perché significava abbandonare la strada. Arrivi al punto che fino agli juniores, qualche garetta puoi ancora farla. Ma poi devi abbandonare la strada, perché il lavoro è prettamente palestra-pista a oltranza. La cosa più bella adesso è che ci sono gli allievi e anche gli juniores che ti chiamano e vogliono provare. Un allievo può dire di voler fare il velocista. Questa è la cosa più importante che abbiamo creato in questi anni.

Per Ivan Quaranta, qui con Miriam Vece, gli ultimi tre sono stati anni di studio e lavoro
Per Ivan Quaranta, qui con Miriam Vece, gli ultimi tre sono stati anni di studio e lavoro
Abbiamo un bel gruppo di giovani in rotta su Los Angeles, quindi?

Fra quattro anni, i nostri dovrebbero essere pronti. Poi c’è così tanto divario tra elite, under 23 e juniores, che servono degli anni per imporsi. Per arrivare a tirare certi rapporti, per sollevare certi pesi in palestra e andare a certa velocità, servono anni di lavoro. Predomo è un secondo anno under 23. Bianchi è già un primo anno elite. Moro è già un po’ più grande. E io fra quattro anni voglio cominciare a rompere le scatole anche gli elite. Con questi ragazzi, che ho trovato quando sono arrivato. E con quelli che si stanno inserendo, che oggi sono juniores di primo e secondo anno. Matilde Cenci, che era al primo anno da junior, l’anno scorso è stata terza nel keirin. Quindi se non è Los Angeles, saranno le Olimpiadi successive. Comunque stiamo creando un bel gruppo, prima o poi un Lavreysen lo troveremo anche in italia.

Il valore e le difficoltà della Tirreno: parola al Re dei Due Mari 2010

10.03.2025
6 min
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Con la cronometro individuale di oggi è scattata la Tirreno-Adriatico, una delle gare più attese dell’intera stagione. La Tirreno è ormai un appuntamento che in tanti segnano in rosso e al tempo stesso un viatico per chi insegue il Giro d’Italia, più di rado per chi punta al Tour de France.

Tosta, tortuosa nelle strade, con un parterre di rango elevatissimo, abbiamo chiesto a Stefano Garzelli (nella foto di apertura con Scarponi), uno degli ultimi vincitori italiani della Corsa dei Due Mari che cosa sia appunto la Tirreno. Perché è così difficile da vincere. E il “Garzo” tra aneddoti e spunti tecnici ci ha dato sotto!

Lotta ai traguardi volanti nell’ultima tappa della Tirreno 2010. Sfida fra l’Acqua e Sapone di Garzelli e l’Androni di Scarponi
Lotta ai traguardi volanti nell’ultima tappa della Tirreno 2010. Sfida fra l’Acqua e Sapone di Garzelli e l’Androni di Scarponi
Stefano, sei stato uno degli ultimi vincitori italiani della Tirreno. Che significa vincere questa corsa? Quanto è importante?

Prima di tutto è una grandissima soddisfazione. Io mi ricordo che arrivai terzo nel 1999, secondo nel 2009 dietro a Michele Scarponi e primo nel 2010. Per me la vittoria della Tirreno ha tantissimi significati, sia sportivi che affettivi. E’ una corsa che si svolge in un periodo particolare dell’anno, con le prime vere battaglie tra i grandi campioni. Vincere qui vuol dire avere gamba e astuzia. E per un corridore italiano, avere il nome nell’albo d’oro della Tirreno-Adriatico è qualcosa di speciale.

Quali sono nello specifico questi significati sportivi ed emotivi?

Quelli sportivi mi riportano al 2010: avevo 37 anni e non ero più un ragazzino. L’anno prima l’avevo sfiorata, duellando con Michele (Scarponi, ndr). Lui fu nettamente più forte. Nel 2010 però volevo giocarmela fino in fondo, specie con i tanti ragazzini che arrivavano su forte, anche se poi fu ancora una sfida con Michele. Iniziammo quella edizione scherzando su fatto che sarebbe stato ancora un duello fra di noi e la finimmo con Michele arrabbiatissimo, tanto che non mi parlò per qualche tempo.

A Lido di Camaiore, Ganna ha appena vinto la crono di apertura a 56,174 di media con 22″ su Ayuso
A Lido di Camaiore, Ganna ha appena vinto la crono di apertura a 56,174 di media con 22″ su Ayuso
Perché? Raccontaci…

Al termine dalla penultima tappa, quella di Macerata, ero secondo a 2″ da Scarponi. Quel giorno non riuscii a vincere e ormai davo per persa la corsa. Poi quella sera arrivò in camera Luca Paolini e mi disse: «Stefano, domani ci sono i traguardi volanti con gli abbuoni. Ce la possiamo fare». E così abbiamo deciso di provarci: arrivai terzo nel primo traguardo e andai a -1″, terzo nel secondo traguardo volante e andai pari con Michele. Così la Tirreno si decise sul traguardo finale di San Benedetto: chi fosse arrivato davanti, avrebbe vinto. Fu un thriller. Io arrivai prima di lui e conquistai la Tirreno. Fu incredibile, noi di due “squadrette” italiane battemmo squadroni come Sky o Bmc. Tra l’altro quel 2010 fu il primo anno in cui come premio diedero il tridente. Ce l’ho a casa in bella vista.

E a livello affettivo?

Questa gara mi lega a tanti ricordi. E’ una corsa che si disputa in territori meravigliosi, con tifosi calorosi che ti spingono su ogni salita. Ricordo la folla che ci aspettava a Chieti o sui muri marchigiani, le emozioni che ti dà il passaggio da un versante all’altro d’Italia. Vincere qui ti fa sentire dentro un pezzo importante della storia del ciclismo.

Strade ondulate e poche tappe: la Tirreno non è una corsa attendistica secondo Garzelli
Strade ondulate e poche tappe: la Tirreno non è una corsa attendistica secondo Garzelli
Quanto pesa la Tirreno nel percorso di avvicinamento al Giro?

Quando correvo io, poco o nulla. Oggi è tutto cambiato. Ai miei tempi chi vinceva la Tirreno difficilmente vinceva anche il Giro nello stesso anno. Oggi invece abbiamo fenomeni che possono riuscirci. Però in generale, arrivare al top della forma a marzo e poi esserlo ancora a maggio è complicato. La Tirreno può servire per trovare la condizione, ma deve essere gestita bene. Il mio favorito per il Giro è Ayuso: lui potrebbe anche vincere la Tirreno, ma parliamo di un talento straordinario, e non è detto che ci riesca.

Chiaro…

Negli ultimi anni la Tirreno è diventata sempre più dura e selettiva. Ha frazioni adatte agli scalatori, tappe per velocisti e giornate mosse che strizzano l’occhio ai cacciatori di tappe. Una vera mini-corsa a tappe completa, un banco di prova perfetto per capire a che punto si è della preparazione. Ed è per questo che ormai tanti big non la trascurano più.

Nella storia solo Nibali nel 2013 e Roglic (maglia blu in foto) nel 2023 sono riusciti a vincere Tirreno e Giro nello stesso anno
Nella storia solo Nibali nel 2013 e Roglic (in foto) nel 2023 sono riusciti a vincere Tirreno e Giro nello stesso anno
Se dovessi fare un paragone con la Parigi-Nizza?

Sono sincero: ho fatto 15-16 Tirreno-Adriatico, però mai la Parigi-Nizza. Però la Tirreno ha una caratteristica: non è attendista, in cui puoi “metterti comodo”. No, è sempre tirata. Il percorso è insidioso, attraversa il Centro Italia con strade tecniche e imprevedibili. Devi stare sempre attento, trovare l’attimo giusto, non incappare nei trabocchetti. Oggi poi tutti conoscono ogni dettaglio del percorso, quindi è più difficile inventarsi qualcosa, ma resta una corsa dura. La Parigi-Nizza ha un’altra natura: ha un meteo spesso più rigido, il vento che fa selezione e un percorso che varia molto di anno in anno. La Tirreno ha un’identità ben precisa, con le sue tappe intermedie insidiose e le salite secche che fanno selezione. Se vinci qui, vuol dire che sei pronto per grandi cose.

Quindi la corsa come s’interpreta nelle strade del Centro Italia?

Come sempre direi. Chi deve andare forte deve stare davanti. La verità è che dopo un po’ i corridori capiscono la natura delle strade e si adeguano. Chiaro che poi serve la gamba. Penso alla tappe marchigiane e ai muri che sono durissimi.

Per Garzelli Ayuso è il favorito del Giro e, quasi sicuramente, anche della Tirreno
Per Garzelli Ayuso è il favorito del Giro e, quasi sicuramente, anche della Tirreno
Quanto è difficile da vincere la Tirreno?

Molto. Dopo i tre Grandi Giri e il Giro di Svizzera, è la corsa a tappe più importante. Il livello è sempre stato alto e quando il livello è alto, la corsa diventa più difficile. E questa la prima difficoltà. Anche perché arriva in un momento della stagione in cui tanti sono già in forma: chi punta alle classiche è al 100 per cento, chi mira al Giro è almeno all’80 per cento. Questo alza il livello medio e rende tutto più competitivo.

Che poi rispetto ad un Grande Giro, con un tracciato tanto variegato e la crono iniziale, resta aperta ad un ventaglio di corridori più ampio (togliendo il fenomeno della situazione come Vingagaard l’anno scorso o Pogacar)…

La difficoltà sta anche nella varietà delle tappe. Devi essere completo: forte a cronometro, resistente sulle salite, scaltro nelle tappe miste. Non puoi avere punti deboli, perché chi ce l’ha, qui paga dazio. È una corsa che premia i corridori completi e con grande fondo. Ma anche attaccanti non per forza da grandi Giri.

La Tirreno-Adriatico sarà un bel test anche per Tiberi, oggi 4° a 28″ da Ganna
La Tirreno-Adriatico sarà un bel test anche per Tiberi, oggi 4° a 28″ da Ganna
Cosa ti aspetti da questa edizione?

Vorrei vedere bene Antonio Tiberi, che sta preparando il Giro. E’ un bel banco di prova per lui. E poi sono curiosissimo di vedere Juan Ayuso: lui ha un solo obiettivo in testa ed è vincere il Giro d’Italia, ma sono convinto che vorrà vincere. Alla Valenciana ho incontrato il suo massaggiatore, che fu anche il mio, e mi ha detto che non è mai andato così forte. Mi aspetto che anche Van der Poel ci faccia divertire. Vedremo se giocherà a nascondino come quando vinse poi la Sanremo nel 2023 o se attaccherà. Sarà una settimana spettacolare. E poi occhio agli outsider: la Tirreno è una corsa che ha regalato vittorie inaspettate, come Van Avermaet o Kwiatkowski (e prima ancora Pozzato o Cancellara, ndr), gli attaccanti che dicevo prima.

Le bici per il pavé: l’evoluzione e il punto con Enrico Pengo

10.03.2025
6 min
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La stagione delle gare sul pavé è già cominciata con il weekend di apertura del Belgio, manca poco alla primavere delle grandi classiche che anno dopo anno non smettono mai di regalare emozioni.

Non è più nel circus delle squadre dei professionisti (anche se qualche presenza in nazionale non è mancata), ma Enrico Pengo resta un riferimento quando si vuole raccontare l’enorme cambio tecnico che ha coinvolto il mondo della bici e la tecnica dei componenti. Pengo è il Wikipedia della bici in carne ed ossa. Con lui facciamo il punto sul comfort (o presunto tale) funzionale delle bici con i freni a disco e tutte le soluzioni più moderne, rispetto alle bici di non molto tempo fa.

Contano le gambe, ma anche il mezzo fa una grande differenza

«Le scelte tecniche fanno la differenza da sempre – racconta Pengo – era così in passato e lo sarà anche in futuro. Certo che contano le gambe, le abilità del corridore e la capacità di leggere la corsa, ma se la bicicletta, oppure un componente non funzionano in modo adeguato, si può compromettere la performance e la gara. Talvolta – prosegue Pengo – le scelte sono dettate da alcune convinzioni e abitudini, ma anche questi fattori sono parte integrante della ricerca del massimo risultato possibile.

«Qualche anno fa c’era sempre molto dialogo tra i meccanici, i direttori sportivi ed i corridori – prosegue – ancor di più quando si affrontava la campagna del pavé. Oggi questo scambio continuo di opinioni tecniche e feedback resta più celato perché la valutazione numerica ha un peso maggiore. E’ vero che c’era un grado di personalizzazione maggiore ed era fondamentale confrontarsi costantemente. Ora è tutto standardizzato e c’è una disponibilità di materiali/scelte enorme a disposizione di tutti».

Il pavé? Quello del Nord è molto diverso da quello che vediamo nel centro storico delle nostre città
Il pavé? Quello del Nord è molto diverso da quello che vediamo nel centro storico delle nostre città
In tema di pavé e preparazione alle corse del nord, cosa è cambiato?

La campagna del pavé si preparava da una stagione con l’altra, era quasi un rito. Da un anno a quello successivo noi meccanici, i direttori sportivi ed anche alcuni corridori, annotavamo tutto, per creare una sorta di memoria e cercare di migliorare in vista del futuro. A partire dalla stagionatura dei tubolari con il talco, perché andare sul pavé con le gomme fresche significava forare al 100% al primo tratto di pietre, fino ad arrivare alla preparazione di ruote e bici speciali. I tubolari ormai sono scomparsi a favore dei tubeless.

Cancellara sul pavé ha contribuito allo sviluppo di bici specifiche e molto comode
Cancellara sul pavé ha contribuito allo sviluppo di bici specifiche e molto comode
L’epoca delle bici e delle ruote specifiche sembra terminata

Effettivamente è così. In occasione del pavé c’era la rincorsa anche da parte delle aziende che adottavano soluzioni appositamente dedicate. Anche lo staff dei meccanici forniva delle indicazioni a tal proposito. Carri posteriori allungati, oppure forcelle con un rake maggiorato, in genere biciclette più lunghe in modo da essere più stabili e confortevoli. Ruote a 32 raggi con cerchi bassi in alluminio, fino a quando non sono arrivate le ruote in carbonio. Il paradosso è che le ruote con cerchio in carbonio hanno aperto una nuova era. Ora il pavé si affronta con le bici aero.

Cosa vuoi dire?

Ogni volta che si andava in ricognizione sul pavé, avevo l’abitudine di annotarmi quanta pressione perdeva un tubolare all’uscita di ogni settore. Memorizzavo umidità, condizioni meteo ed eventuali problematiche. Quando abbiamo iniziato ad usare le ruote in carbonio, sempre con i tubolari, la prima cosa che è balzata all’attenzione è che il medesimo tubolare perdeva meno aria con il carbonio, rispetto all’alluminio. Non un dettaglio, considerando che la pressione delle gomme ha da sempre influenzato gli esiti delle corse sul pavé.

La vittoria di Van Der Poel alla Roubaix più veloce di sempre
La vittoria di Van Der Poel alla Roubaix più veloce di sempre
Quindi il comfort funzionale del mezzo meccanico esiste da tempo

Direi che è così, lo era all’epoca dei tubolari, lo è adesso che siamo nell’era delle bici in carbonio con i freni a disco e dei tubeless. Anzi, la comodità è stata uno dei segreti dei successi di diversi corridori che hanno vinto sul pavé negli ultimi chilometri di queste corse durissime, sfruttando il risparmio di energie e quella comodità derivante dal mezzo meccanico. Quando affronto questo argomento mi piace ricordare la vittoria di Sonny Colbrelli, uno dei primissimi a correre e vincere con tubeless dalle pressioni molto basse e gomme larghissime.

I tubolari sono praticamente spariti, così come le sezioni “piccole” da 25
I tubolari sono praticamente spariti, così come le sezioni “piccole” da 25
Dati a parte, le bici di oggi sono più veloci?

Non c’è paragone con le bici rim del passato, soprattutto quando si tratta di fare dei confronti su tratti pianeggianti, pavé. In salita le differenze diminuiscono un po’, ma ci sono ed è innegabile che quelle con i freni a disco siano più performanti. Mi piace dire che con le bici disco di ultima generazione si va a 30 all’ora anche in ciabatte, una bici rim per essere lanciata e mantenuta a certe andature aveva bisogno di un grande dispendio di energie.

C’è un componente che fa la differenza, oppure è il sistema bici nella sua totalità?

Non è solo un componente, è l’insieme delle cose che ha portato al raggiungimento di certe prestazioni. C’è anche il risvolto della medaglia, perché le biciclette di oggi sono anche molto esigenti, sono impegnative, sono rigide e devono essere guidate con attenzione.

Cosa, secondo te, ha fatto realmente la differenza in questa crescita tecnica?

Questa ricerca estremizzata dell’aerodinamica e l’applicazione di essa, non solo sulle bici da crono, ma su tutto. L’aerodinamica è nelle bici, nell’abbigliamento, nei caschi e nelle posizioni in sella, nelle scarpe, nei guantini. Ormai non si tratta solo di un tubo schiacciato/affusolato o di una ruota con il cerchio alto, l’aerodinamica non è solo una questione di sponsorizzazione.

Ti piace ancora mettere le mani sulle bici?

E’ la mia passione, non è solo un lavoro. Chi lavora nel mondo del ciclismo deve avere tanta passione, prima di tutto il resto. Mi rendo conto che essere alle corse adesso è come andare all’Università. Stare a contatto con i giovani corridori è stimolante, molti di loro sono preparatissimi sulla tecnica del mezzo meccanico. Sanno di cosa si parla, sanno cosa vogliono e cosa può rendere migliore la gara. Al loro fianco hanno dei performance staff con delle figure competenti che una volta non esistevano, specializzate nelle valutazioni ed analisi.

EDITORIALE / Quando anche i giganti hanno paura

10.03.2025
4 min
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Dovunque vada, Pogacar vince. Le eccezioni rafforzano la regola. A partire da gennaio 2024, lo sloveno ha… fallito appena due volte. Alla Milano-Sanremo, chiusa al terzo posto. Poi nel Grand Prix Cycliste de Quebec, in cui è arrivato settimo. Tolta la Tre Valli Varesine annullata per avverse condizioni meteo e problemi di sicurezza, le altre le ha vinte tutte. Parliamo di Strade Bianche, Catalunya, Liegi, Giro, Tour, Montreal, mondiale, Giro dell’Emilia, Lombardia, UAE Tour e ancora la Strade Bianche. Si può capire che gli altri ne abbiano paura.

Non si vuole dire che il ciclismo nell’era Pogacar risulti monotono, ma di certo – rischiando le ire dei suoi tantissimi tifosi – sarebbe auspicabile assistere a un minimo contraddittorio, che renderebbe le sue vittorie più emozionanti e lo spettacolo meno prevedibile.

Chiappucci contro Indurain, una sfida impari che però ha dato spesso il sale a Tour e Giro
Chiappucci contro Indurain, una sfida impari che però ha dato spesso il sale a Tour e Giro

I dominatori del passato

L’esperienza personale e diretta di un così grande dominatore, sia pure meno vorace, risale agli anni di Indurain. Era un altro ciclismo, lo spagnolo lasciava le classiche ai corridori più adatti e vinceva in serie il Giro e il Tour. Imbattibile, inattaccabile, educato e spietato. Qualcuno ci provava in Francia, qualcuno in Italia. Bugno, Chiappucci e per un po’ anche Chioccioli andavano all’assalto, ma alla fine neanche ci provavano più, vittime della paura e stanchi d’essere piegati.

Tolta la grande impresa di Chiappucci al Sestriere nel 1992, le corse seguivano lo stesso schema di attacchi spesso spuntati sull’ultima salita. E Indurain intanto dominava e probabilmente ringraziava, fino all’arrivo di Pantani che, sconfiggendolo e piegandolo, conquistò i cuori degli sportivi che dopo un po’ si erano anche stancati di quel dominio.

L’attacco di Pidcock ha acceso la Strade Bianche e messo pressione su Pogacar, vivacizzando il finale
L’attacco di Pidcock ha acceso la Strade Bianche e messo pressione su Pogacar, vivacizzando il finale

Il coraggio di Pidcock

Alla Strade Bianche è successo qualcosa di inatteso: qualcuno ha riposto la paura e ha attaccato Pogacar. Lo ha fatto Pidcock, pur sapendo probabilmente di essere sconfitto nel momento stesso in cui ci ha provato. Eppure la sua presenza e le ammissioni successive di Pogacar hanno dimostrato che in determinate circostanze il solo modo per tenere aperta mezza porta sul risultato a sorpresa sia mettere pressione al campione.

Lo ha detto Tadej, appunto, nella conferenza stampa dopo la vittoria. Avere a ruota uno che è stato campione del mondo e olimpico di mountain bike e campione del mondo di ciclocross lo ha spinto probabilmente a osare di più in discesa, fino all’errore e la caduta. Dinamiche che fanno parte del gioco, come la sua reazione da campione assoluto che si è rialzato e ha rimesso a posto i tasselli del mosaico. Lo stesso Mauro Gianetti, il grande capo del UAE Team Emirates, si è accorto delle novità e si è complimentato con il britannico del Q36.5 Pro Cycling Team.

Van der Poel ha debuttato a Le Samyn, attaccando e poi vincendo. Poteva correre a Strade Bianche? Probabilmente sì
Van der Poel ha debuttato a Le Samyn, attaccando e poi vincendo. Poteva correre a Strade Bianche? Probabilmente sì

La paura di Van der Poel

Non si tratta di fare tifo contro, ma a favore del ciclismo. Affinché la Sanremo si trasformi nella più bella corrida, la Liegi proponga il confronto di alto livello con Evenepoel e magari il Tour mostri un Vingegaard finalmente a posto.

I mancati incroci per motivi di salute sono inevitabili. I mancati incroci per opportunità o paura di rimetterci la faccia sono la piaga di questa fase. Se alle spalle di Pogacar oltre a Pidcock ci fosse stato un altro campione del mondo di ciclocross, dopo la caduta forse lo sloveno non sarebbe rientrato. E Pidock e Van der Poel, collaborando, si sarebbero giocati la corsa. VdP ha avuto paura di fare una figuraccia? E’ possibile, molto possibile. La sua squadra ha preferito risparmiarsela e risparmiargliela? E’ altrettanto possibile. Chissà che fastidio avrà già addosso l’olandese al pensiero che Pogacar possa davvero sfidarlo anche alla Roubaix dopo averne subito la lezione nell’ultimo Fiandre corso insieme.

Lo abbiamo detto in apertura: dovunque vada, Pogacar vince. Gli altri, evitandolo, gli rendono semplicemente la vita meno complicata. Gli organizzatori, disegnando corse sempre più dure remano contro la possibilità di uno spettacolo aperto. Aspettiamo dunque la Sanremo, il primo scontro senza grandi assenti, sul percorso meno scontato di tutti.

Team Bike Sicilia, 2° anno. Parla Tiralongo, maestro di salite

10.03.2025
6 min
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Il Team Bike Sicilia di Paolo Tiralongo, nato lo scorso anno con un grande battesimo, riparte con dieci under 23 e il supporto a un team juniores di Palermo che potrebbe esserne il vivaio. Di facile in questa sua impresa non c’è proprio niente. Se soffrono team strutturati e con una grande storia sulle spalle, immaginate quanto sia difficile per una squadra che cerca di fare attività in Sicilia e nel Sud dimenticato da tutti.

Un tempo, in fase di campagna elettorale, i vari candidati si lanciavano in progetti e dichiarazioni. Questa volta il ciclismo del Meridione non è stato neppure sfiorato. Ne hanno preso i voti, laddove possibile, ma l’attività resta marginale: punto di partenza della desertificazione sportiva da cui tanti mettono in guardia.

«Non c’è il cambio di generazione – ragiona l’avolano che è stato pro’ dal 2000 al 2017 – non ci sono ragazzi invogliati a fare ciclismo. Bisogna andare nelle scuole a promuoverlo, bisogna invogliare le scuole a darci una mano, magari supportando i ragazzi quando mancano per andare alle gare. Invece il ciclismo in Italia è percepito come un fastidio. Perché chiude le strade, perché ci sono gli incidenti. Come li trovi gli sponsor se l’immagine è questa?».

A Melilli, con il sindaco Carta (al centro), a sinistra il vice presidente Aloschi e a destra l’assessore Caruso
A Melilli, con il sindaco Carta (al centro), a sinistra il vice presidente Aloschi e a destra l’assessore Caruso

Sicilia, Toscana e Lombardia

Il Team Bike Sicilia ha una base in Toscana, una in Sicilia e una a Bergamo. Nella regione in cui ha corso a lungo da under 23, Paolo ha ritrovato il vecchio amico Leonardo Giordani, compagno di squadra nella Vellutex e poi nella Fassa Bortolo, che gli dà una mano come direttore sportivo. E il resto è tutto da costruire, meritare, immaginare e concretizzare. Qualcuno direbbe che certe squadre non hanno senso. Ma senza di loro, chi va più a cercare i corridori in zone in cui il ciclismo fa fatica a crescere?

«Noi siamo una squadra piccola – spiega Tiralongo – e mettiamo il massimo impegno per dare un’opportunità ai siciliani. La difficoltà è trovare i corridori che facciano lo stesso e abbiano le motivazioni che servono. Sul fronte degli sponsor, non è che in Italia si vivano momenti belli, però alla fine siamo riusciti a chiudere l’annata in pari ed è già buono».

Quest’anno ci sono anche gli juniores, come mai?

Abbiamo fatto un gemellaggio col Team Madone di Palermo e gli diamo un supporto tecnico e logistico in Toscana, in modo da alleggerire le loro spese. Sono venuti a correre al Trofeo Baronti. Sono stati in fuga, hanno visto come funziona. Loro sono forti nella multidisciplina, hanno ragazzi di qualità che vengono fuori dalla mountain bike.

Ieri Visconti raccontava di quanto sia più difficile oggi per un ragazzo siciliano riuscire a emergere.

Ha ragione Giovanni, perché l’ambiente è cambiato totalmente. Le squadre WorldTour vanno a cercare i giovani migliori con devo team dal budget superiore a quello delle professional. Gli altri si devono accontentare di ciò che rimane. Il problema è che anche fra i cosiddetti migliori, pochi emergono davvero, mentre questa ricerca dal basso sta indebolendo il movimento. Le development fanno le gare con i professionisti e quando gli under 23 vanno alle internazionali, le differenze sono enormi.

Anche perché l’attività degli under 23 in Italia non è più così qualificata.

Abbiamo fatto la Firenze-Empoli e il Memorial Polese. Domenica non corriamo, non mi va di fare i criterium. Servono le gare vere, non circuiti con solo 1.000 metri di dislivello. Un under 23 deve fare corse di 180-190 chilometri con 2.500 metri di dislivello. Invece nel calendario italiano c’è poca sostanza e come fai a garantire che uno che vince ha le qualità per andare avanti? Vincere di per sé non conta, meglio essere sempre protagonisti e presenti degli ordini di arrivo, la qualità la vedi così.

Che calendario farete?

Ho fatto delle richieste all’estero e in alcune gare andremo se ci sarà la qualità per essere protagonisti. Se ci invitassero al Giro Next Gen, sarei il primo a chiedergli di lasciarci a casa. O si ha la qualità per fare le corse oppure meglio lavorare per diventare migliori.

Anche i migliori fanno fatica a emergere?

L’obiettivo dei ragazzi è andare in una development, non passare professionisti. Dovrebbero ambire a passare nella squadra numero uno, invece ne vedo molti che vanno nel devo team e si sentono già arrivati. Quello probabilmente è l’accesso diretto alle grandi squadre, ma come ci arrivi? Sei pronto? Il problema non è diventare professionista, ma durare a lungo e andare forte. Questo si devono mettere in testa, perché se ti ammazzi per passare e poi duri cinque anni, cosa hai concluso?

Come si fa per rimanerci?

Devi creare in primis la mentalità. Devono crescere e capire veramente cosa vuol dire fare il professionista. Poi ovviamente servono anche le qualità. Adesso invece funziona che li prendono dagli juniores in base ai test, vanno all’estero e se non sfondano, alle spalle ce ne sono altri che spingono. Ma se vieni respinto a vent’anni, ce la fai a ripartire oppure smetti senza aver dimostrato chi sei? La testa conta più delle gambe. Se hai degli stimoli mentali, vai avanti. Sennò devi lasciare strada.

Da quest’anno il Team Bike Sicilia collabora con il palermitano Team Madone negli juniores
Da quest’anno il Team Bike Sicilia collabora con il palermitano Team Madone negli juniores
Cosa c’è a livello ciclistico in Sicilia?

C’è la squadra di Angelo Canzonieri. Quella di Giarratana. Ci sono quelli di Monterosso Almo che organizzano il Trofeo Cannarella. C’è la squadra di Mancuso, che ha l’affiliazione col Cene. Il problema è trovare il corridore di qualità. Ci vuole pazienza perché i corridori buoni sono pochissimi e prenderli è difficile perché non possiamo spendere come una development. Questa è la difficoltà di tutte le squadre, non solo la mia.

Dicono che non partono più perché non ce la fanno a stare due anni fuori casa senza prendere soldi.

Ma voi credete che ai nostri tempi tutti prendessero soldi? Sai quanti ce n’erano nella Vellutex che non prendevano una lira? Io avevo il mio stipendio, di certo anche Visconti e Nibali, ma perché eravamo nel giro della nazionale sin da juniores e vincevamo le corse. Prima serve la qualità e poi semmai arrivano i soldi. Devono pagarti solo perché sei siciliano e vai via di casa? Per avere i soldi devi lavorare, diventare migliore e capire se hai quello che serve per farti una carriera.

Come si diventa migliori?

Glielo dico sempre. Vi piace andare in bici e avete scelto di fare i corridori, ma sono due cose molto differenti. Per correre in bicicletta bisogna fare tanti sacrifici, essere motivati. Lo devi desiderare, puoi avere grandi valori fisici, ma se non ci metti la testa non arrivi. E soprattutto gli dico che un corridore si fa per gradi, troppo facile mandarli a correre per ottenere tutto e subito. E se poi non arriva?