De Lie fuori squadra, cosa succede alla Lotto?

08.04.2025
4 min
Salva

Quel distacco a oltre 100 chilometri dalla Gand-Wevelgem è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Così Arnaud De Lie è stato di nuovo messo “fuori squadra”, o meglio, fuori gara dalla sua Lotto fino a nuovo ordine. La decisione è stata presa, apparentemente, con grande calma e lucidità dal team manager della formazione belga, Stéphane Heulot.

«E’ sicuramente una delusione – aveva detto Heulot dopo la Gand – ma neanche una sorpresa. De Lie è indietro con la preparazione e le sue condizioni sono tutt’altro che ottimali. Era prevedibile una situazione del genere, anche se lui e tutti noi speravamo in qualcosa di diverso. Ma non siamo nella situazione dell’anno scorso. Ora dobbiamo porci delle domande e ripartire».

Guy Van Den Langenbergh, giornalista di Het Nieuwsblad e Gazet van Antwerpen
Guy Van Den Langenbergh, giornalista di Het Nieuwsblad e Gazet van Antwerpen

Parola a Van Den Langenbergh

Già, ma quali sono queste domande? Qualcosa di più l’abbiamo chiesto a uno dei giornalisti belgi più esperti in materia di ciclismo, Guy Van Den Langenbergh. Grazie a lui abbiamo cercato di capire se i problemi sono “solo” legati all’atleta o anche al ragazzo, all’uomo.

«Cosa è successo a De Lie? La situazione è “semplice” – spiega il giornalista di Het Nieuwsblad – per il momento Arnaud non è in grado di produrre risultati e per questo è stato allontanato dalle corse. De Lie si allena, ma non si prende cura di sé fuori dalla bici. Vive al 90 per cento per il suo lavoro, e questo non è sufficiente. Soprattutto perché ingrassa facilmente. Ha lavorato con un allenatore esterno, Gaetan Bille. Ora ha dovuto interrompere la cooperazione».

Di questa sospensione con Bille aveva parlato anche Heulot, che sotto questo aspetto era stato molto diretto, senza troppi giri di parole: «La cattiva forma di Arnaud non ha più nulla a che fare con la malattia di Lyme (contratta proprio un anno fa, ndr), gli esami medici sono chiari. Ciò di cui ha bisogno è lavoro, disciplina e serietà. Bisogna fare bene il proprio lavoro».

Così, dopo il 126° posto a De Panne, la rinuncia al GP E3 di Harelbeke e il ritiro alla Gand, la Lotto ha deciso di interrompere la collaborazione con Bille in modo netto.

De Lie (classe 2002) per lui anche problemi di peso, secondo il manager Heulot (e non solo)
De Lie (classe 2002) per lui anche problemi di peso, secondo il manager Heulot (e non solo)

Il quadro

Lo scorso anno, vuoi per sfortune, vuoi per errori personali e soprattutto per la malattia di Lyme, De Lie non andava bene e fu messo fuori corsa. Quasi per tutelarlo. Adesso sembra più una punizione. Oltre a rappresentare una necessità reale, visto che non è in grado di tenere le ruote.

Quest’anno il “Toro di Lescheret” era anche partito bene, vincendo una corsa a inizio stagione. Poi due scivolate lo hanno rallentato, ma di certo non giustificano il suo scarso rendimento. La “macchina De Lie” si è inceppata e l’atleta è ripiombato nel suo personalissimo groviglio.

«Io – riprende Van Den Langenbergh – non credo che la vittoria d’inizio stagione a Bessèges lo abbia appagato. De Lie è un ragazzo ambizioso. Finora la stampa belga lo ha trattato con pietà. E’ ancora giovane, ma questa è la seconda “primavera” consecutiva che gli manca. Deve riabilitarsi.
«Riguardo alle voci di un possibile addio alla Lotto, non credo che accadrà: ha ancora un anno di contratto e la squadra vuole trattenerlo».

Ma il ragazzo ha classe e una grinta pazzesca: eccolo vincere nella 3ª tappa di Besseges di quest’anno
Ma il ragazzo ha classe e una grinta pazzesca: eccolo vincere nella 3ª tappa di Besseges di quest’anno

Quale futuro?

La Lotto è senza dubbio una squadra che investe molto sui giovani. Si barcamena tra limiti di budget e risultati, ma ha un ottimo vivaio. Lo stesso De Lie, ma anche Van Eetvelt e Van Gils, che è stato preso dalla Red Bull-Bora proprio per farne un leader da classiche, ne sono l’esempio.
Perdere una pedina tanto importante e simbolica per le corse più rappresentative della stagione è un colpo pesante per il team belga. Pensate, la sua vittoria a Besseges resta ad ora l’unica per la Lotto in questo 2025…

Se magari non poteva competere a un Fiandre, corsa che comunque De Lie aveva detto essere nelle sue corde, di certo poteva fare bene a De Panne, Gand, Brabante… E invece niente di tutto ciò è stato o sarà possibile. «Ad ora non si sa quando rientrerà, ma di certo non sarà presente alla Roubaix», ha concluso Van Den Langenbergh.

Elisa Romele, una giovane nutrizionista al battesimo sul campo

07.04.2025
5 min
Salva

RICCIONE – Il programma scouting della MBH Bank Ballan CSB Colpack è sempre di primissimo ordine e non si limita solo agli atleti. Funziona anche sulle figure che lavorano a stretto contatto o dietro le quinte. Ed è così che conosciamo Elisa Romele al seguito della squadra come nutrizionista alla Settimana Internazionale Coppi e Bartali.

Dopo la linea del traguardo di ogni tappa, la sorella maggiore di Alessandro (pro’ della XDS Astana, che giusto ieri ha debuttato al Giro delle Fiandre) era già posizionata assieme ai massaggiatori del team continental italiano per dare le prime assistenze ai propri corridori.

«Oggi i ragazzi hanno preso pioggia tutto il giorno – ci spiega Elisa prima dell’arrivo mentre ha in mano le bottigliette di integratori – e per loro abbiamo preparato diversi passaggi per recuperare lo sforzo. Berranno subito una di queste, poi quando arriveranno al minivan per una bella doccia calda berranno un altro preparato liquido e poi mangeranno ciò che gli abbiamo già preparato. Se si riesce a sfruttare la finestra metabolica dei tre quarti d’ora dopo lo sforzo è meglio, ma bisognerà vedere se i ragazzi arriveranno molto infreddoliti o meno perché potrebbero metterci più tempo a scaldarsi e quindi mangiare».

Raccogliamo volentieri l’assist delle parole di Elisa e anche quello del diesse Gianluca Valoti che ci aveva anticipato la sua presenza, per conoscerla meglio.

Partiamo con una veloce introduzione di Elisa Romele.

Ho ventiquattro anni, due in più di mio fratello Alessandro. Mi sono laureata lo scorso novembre in dietistica alla facoltà di Medicina all’Università di Brescia. Essendo diabetica da giovanissima, ho sempre avuto interesse nell’alimentazione. Fin da piccola questo tema mi ha appassionata e l’ho unito al ciclismo. Ho corso fino ai G3, poi sempre a causa del diabete mi avevano consigliato di smettere. Adesso mi sto approcciando a questo mondo delle gare, cercando di capire com’è.

Hai preso una sorta di ispirazione ulteriore vedendo Alessandro correre?

Col passare degli anni, seguendo mio fratello alle corse, ho preso spunto per approfondire certi argomenti studiati all’università. Specialmente quando correva in Colpack, guardavo ciò che mangiava e l’ho usato come cavia per sperimentare ciò che ha avevo imparato (dice sorridendo, ndr). Gli avevo aumentato i carboidrati ad esempio.

E com’è andata?

Direi bene. Dopo due gare in cui aveva iniziato a seguire questo nuovo metodo di alimentazione, Alessandro ha vinto la sua prima gara (la Coppa Zappi ad aprile 2023, ndr). Non so se era stata una casualità, però da quando lui aveva iniziato a fare più attenzione alla sua alimentazione, aveva notato miglioramenti sia a livello muscolare che in termini di risultati.

Alessandro Romele vince la Coppa Zappi nel 2023. Dietro la sua prima vittoria con la Colpack, ci sono i consigli di Elisa (foto Rodella)
Alessandro Romele vince la Coppa Zappi nel 2023. Dietro la sua prima vittoria con la Colpack, ci sono i consigli di Elisa (foto Rodella)
Tu sei molto giovane, hai seguito dei quasi coetanei e solitamente la tua figura è ricoperta da persone un po’ più grandi. Com’è stato il rapporto con la squadra? Ti hanno ascoltato i ragazzi?

E’ vero, gli atleti si aspettano gente più esperta. E magari si può pensare che non rispettino il ruolo o la credibilità vista la mia età in questo caso. Sono alla mia primissima esperienza in questo ambito ed è una prova anche per me, ma io ho avuto la fortuna di trovare un gruppo di ragazzi molto disponibili. Mi hanno ascoltato ed anzi, ci siamo confrontati. Mi hanno aiutato a scoprire qualcosa di nuovo.

Cosa ad esempio?

Per l’integrazione in gara ho chiesto pareri ai corridori. Essendo al seguito della squadra, chiedo come sia meglio partire per una tappa, scoprendo una strategia pratica ancora più efficace rispetto alla teoria. Successivamente io poi cerco di perfezionare la teoria con la pratica, proponendola ai ragazzi.

Al mattino si guardano gli ultimi dettagli?

Più o meno. Nelle riunioni pre-gara parliamo di quanti carboidrati all’ora bisogna prendere. Per le tappe della Coppi e Bartali, che sono state quasi tutte mosse ed alcune col brutto tempo, in media siamo stati sui 120 grammi di carboidrati all’ora, ma è molto soggettivo. C’è chi ne mangia anche di più, però dipende da quanto questi ragazzi sono riusciti ad allenare l’intestino a riceverli. Quello è un altro aspetto fondamentale.

Elisa Romele durante la Coppi e Bartali ha preparato l’integrazione post gara anche in base al meteo
Elisa Romele durante la Coppi e Bartali ha preparato l’integrazione post gara anche in base al meteo
Immaginiamo che sia stato importante anche l’apporto del resto della squadra, che si è fidato di te.

Sono giovane ed è difficile trovare chi ti dia spazio. Gianluca (Valoti, ndr) è stato bravissimo, mi ha aiutato nell’inserimento e sa lavorare molto bene con i giovani. Ringrazio lui e tutta la squadra per avermi concesso questa grande opportunità sul campo in cui mi sono messa in gioco provando qualcosa di più.

Rivedremo Elisa Romele alle prossime corse?

Al momento avevamo stabilito solo la Coppi e Bartali, ma ne riparleremo nei prossimi giorni per capire se hanno avuto benefici o meno. E quindi per capire se anche loro hanno bisogno di una figura fissa per tutta la stagione. Attualmente sto finendo il master, poi la mia idea sarebbe quella di aprire uno studio e collaborare con qualcuno. Questo intanto è stato un ottimo inizio.

Altro che raccomandato… Erzen e una vittoria per chi pensa male

07.04.2025
5 min
Salva

Per la seconda volta consecutiva, il VM Adria Mobil che è una delle principali classiche slovene è andata al padrone di casa Zak Erzen. Corridore del devo team Bahrain Victorious, Zak è figlio del general manager della squadra del WorldTour e come in ogni ambiente, questo genera sorrisini e retropensieri. Eppure basterebbe guardare al suo curriculum, su strada ma soprattutto su pista per capire che siamo di fronte a un corridore vero.

Zak a 19 anni non è uno che si nasconde e affronta di petto ogni situazione, come anche la convivenza con il padre in seno al team, d’altronde la sua influenza sul suo destino è stata subito molto forte.

La volata vittoriosa di Erzen alla I Feel Sloevia Adria Mobil, la gara della sua città Novo Mesto
La volata vittoriosa di Erzen alla I Feel Sloevia Adria Mobil, la gara della sua città Novo Mesto

«Penso che sia stata importante, forse è un po’ più difficile per me, ho la sensazione che devo dimostrare di più proprio per andare contro quelli che possono dire: “E’ nella squadra per via di suo padre” o qualcosa del genere. Io non voglio pensarci, preferisco pensare che posso sfruttare tutta la sua esperienza. Anche come diesse e allenatore, mi ha aiutato molto».

Hai visto le sue gare, sei un ciclista simile a lui o diverso?

Non ho visto molte delle sue gare, ma credo che siamo simili o così mi dicono coloro che hanno corso con lui. Sono veloce e forte negli sforzi brevi. Quindi direi che siamo abbastanza simili.

Milan Erzen, papà di Zak, general manager della Bahrain. Ha corso dal ’97 al 2002
Milan Erzen, papà di Zak, general manager della Bahrain. Ha corso dal ’97 al 2002
Il fatto di averlo come general manager del team ti ha mai fatto sentire un privilegiato?

Non proprio. Non guardo tanto gli altri né posso dire di essere stato mai additato per questo. Sono più io che mi metto pressione perché voglio mostrare di più esattamente per questo, così che non debbano dire che sono nella squadra perché raccomandato. E’ per questo che ho la sensazione di dovermi sempre dar da fare, ma altrimenti penso che non sia un grosso problema.

Come ti sei trovato nel devo team (con cui hai corso la classica di casa), quanto è cambiato rispetto al Cycling Team Friuli della passata stagione?

Il mio approccio in Italia è stato super bello. Con la squadra mi sono trovato subito molto bene e mi diverto ogni volta che vengo a correre qui perché anche le gare sono un po’ diverse da quelle ad esempio in Belgio. Nel team rispetto allo scorso anno e all’altra denominazione non credo che sia cambiato molto. Nuova maglia, nuovi colori, ma la gente è la stessa e anche il metodo di lavoro. Io poi, ora che faccio parte della squadra maggiore, vedo che c’è un forte segno di continuità, una bella componente italiana nel team.

Da junior Erzen ha vinto molto, emergendo anche nelle classiche belghe. Al Team Bahrain ha un biennale
Da junior Erzen ha vinto molto, emergendo anche nelle classiche belghe. Al Team Bahrain ha un biennale
Hai vinto l’Adria Mobil per la seconda volta, che cos’ha quella corsa di particolare per te?

Di sicuro, è che è una gara di casa, alla quale tengo molto. Ecco perché sono super felice di averla vinta. Ogni volta è un’emozione diversa, un impegno diverso. Penso che quest’anno sia stato più difficile dell’anno scorso. Fino all’ultimo non si sapeva in quanti ci saremmo giocati la vittoria, alla fine eravamo una dozzina e sono contento di aver potuto battere allo sprint anche gente molto veloce e vincente quest’anno come Cataldo.

Quanto hanno influito i successi di Pogacar e Roglic nella tua scelta di correre in bici e quanto influiscono sui giovani in Slovenia?

E’ difficile da dire. Sicuramente hanno avuto un influsso, ma rappresentano esempi talmente in là con i loro successi che hanno anche un effetto contrario. Perché vedi Pogacar e pensi che non c’è modo di batterlo. Io sono super contento di poter correre con entrambi e anche con tutti gli altri ragazzi del WorldTour che vengono dalla Slovenia. Hanno anche fatto una foto straordinaria per la Slovenia, per promuovere il ciclismo. Credo che in questo senso il loro esempio sia positivo, dobbiamo cercare di trarne il massimo perché vediamo che la nostra gente ci segue e si esalta per ogni vittoria. E’ stato così anche per me.

Da sinistra Mohoric, Polanc, Roglic e Pogacar al Giro di Slovenia 2022
Roglic e Pogacar al Giro di Slovenia 2022. La foto con i migliori sloveni è stata usata per molta pubblicità
Continuerai a correre su pista?

Sì, probabilmente lo farò. Forse non tanto quanto facevo negli juniores, ma penso che farò anche gli europei Under 23 e poi l’anno prossimo di nuovo gli europei elite.

Non pensi che il sogno olimpico di Los Angeles sia più raggiungibile attraverso la pista?

Non credo, penso anzi che, considerando il sistema di qualificazione passato e in attesa di conoscere quello che verrà attuato, sia più difficile. Diverso il discorso sulle chance da potermi giocare, credo che si fossi qualificato avrei più possibilità di vincere una medaglia nell’omnium che su strada. Ma penso che sia solo un sogno. Quindi vedremo come andranno le cose.

Agli ultimi europei su pista ha chiuso 17° nell’omnium: è questa la via migliore per andare alle Olimpiadi?
Agli ultimi europei su pista ha chiuso 17° nell’omnium: è questa la via migliore per andare alle Olimpiadi?
Che cosa ti aspetti quest’anno?

Non mi pongo particolari obiettivi. Voglio solo dimostrare di essere bravo e cercare di ottenere buoni risultati e poi mi aspetto di vincere qualcosa nel WorldTour. Ma potrò arrivarci solo imparando il più possibile e lavorando sodo e poi vedremo dove arriveremo. Se parliamo di sogni, un giorno mi piacerebbe indossare una maglia arcobaleno e con quella vincere un Fiandre o una Roubaix come ha fatto un mio connazionale… Ma fino ad allora la strada è ancora lunga.

EDITORIALE / Lo spettacolo (negato) del Fiandre

07.04.2025
5 min
Salva

BRUGES (Belgio) – La ragazza alle reception dell’hotel di Kortrijk ci ha salutato con il rammarico di non essere sul percorso del Fiandre assieme al gruppo di famiglie e amici con cui lo segue da quando è piccola. Deve lavorare, ma sottolinea che domenica prossima sarà alla Roubaix. Li vedranno in tre punti e poi, quando la corsa sarà nel Carrefour de l’Arbre, si fermeranno in un caffè per assistere al finale. Pensiamo a lei mentre emergiamo dal parcheggio nel centro di Bruges, accanto al parcheggio delle squadre, compiaciuti per il privilegio di avere un posto riservato al centro della scena.

La piazza del mercato è uno stadio rumoroso e variopinto. Le guglie dei palazzi danno un tocco di fiaba gotica ai preliminari della grande battaglia. La strada che vi conduce dal parcheggio è una passerella assordante, in cui i corridori vengono chiamati per nome, applauditi, venerati. Per scortare alla firma i big è stato predisposto un servizio di steward sul monopattino elettrico che indicano loro la via. Alessandro Romele, debuttante al primo anno da pro’, racconta di aver avuto i brividi e immaginiamo sensazioni identiche quando nella prima fuga ha aperto la strada al passaggio del gruppo.

Piccole sbavature: per la conferenza stampa di Pogacar si è dovuto attendere il podio in comune con Kopecky: un tempo eterno…
Piccole sbavature: per la conferenza stampa di Pogacar si è dovuto attendere il podio in comune con Kopecky: un tempo eterno…

La cura del tifoso

Il ciclismo e il Belgio sono tutt’uno. Non c’è un dettaglio che non sia curato al meglio. Una piazza immensa: quest’anno Bruges, l’anno prossimo Anversa. Opportunità di merchandising e consumazioni lungo il percorso. Servizi di navetta. Agenzie che ti portano nei vari punti per vederli passare. Maxi schermi dovunque. La domenica del Fiandre è una festa a parte, ma non c’è corsa WorldTour che non abbia un seguito massiccio. Per la Ronde ci si ferma. Quando si sa che allo spettacolo penseranno Pogacar, Van der Poel, Pedersen, Ganna, Van Aert, la Kopecky, Wiebes, Van der Breggen, Longo Borghini, Niewiadoma e gli altri, c’è da capire che l’afflusso di pubblico si moltiplichi.

Peccato che sulle tavole degli italiani questo banchetto non sia arrivato, se non attraverso immagini televisive a pagamento (ottimo comunque il lavoro di Eurosport) e articoli scritti impastando comunicati da parte di bravi giornalisti tenuti in redazione, come se essere quassù non valesse il costo del biglietto. Si è detto, letto e commentato della RAI che non ha acquistato i diritti, va anche segnalata però l’assenza dei quotidiani. Per il Fiandre di Pogacar su Pedersen e Van der Poel, in Belgio c’erano 5 fotografi italiani e 3 giornalisti. Si potrebbe pensare: meglio, così fate più visite. Invece no: se il sistema si indebolisce, ci indeboliamo tutti, il ciclismo per primo.

Pavia ha accolto la Sanremo con grande calore, ma il suo palcoscenico naturale sarebbe Piazza Duomo a Milano
Pavia ha accolto la Sanremo con grande calore, ma il suo palcoscenico naturale sarebbe Piazza Duomo a Milano

Calcio, nient’altro che il calcio

Se lo sport è specchio della cultura di un Paese, allora in tutto questo si rintracciano le consuetudini di un’Italia dominata dagli interessi di pochi a scapito degli altri. Schiacciata in ambito sportivo dal calcio e dai suoi debiti oceanici per i quali si ricatta il Governo, perché se finisce il calcio, finisce la vita. Ne siete davvero sicuri? L’informazione è monotematica. Parla di due guerre e nasconde le altre cento. Parla dei dazi per distrarre dagli aumenti e i nuovi armamenti. E ti serve un buffet ricchissimo di partite, schiacciando il resto in fondo all’elenco e legittimando quelli che leggono il giornale dalla fine. Il pubblico, al pari dei figli, andrebbe invece educato.

Mandare un inviato al Fiandre non significa danneggiare il calcio, significa accrescere la cultura sportiva che paradossalmente renderebbe più ricco e competente anche il pubblico degli altri sport. Significa avere un piatto forte da offrire e non un semplice artificio di parole. Invece si insiste in direzione unica e il resto non conta. Se poi ci chiediamo il motivo per cui le aziende non investano altrove, magari la risposta ce la siamo appena data.

La prima pagine de L’Equipe di oggi è un tributo alla grandezza di Pogacar e del Fiandre
La prima pagine de L’Equipe di oggi è un tributo alla grandezza di Pogacar e del Fiandre

Le pari opportunità

Il Fiandre propone nello stesso giorno la gara degli uomini e quella delle donne, come la Sanremo. Partenze separate, entrambe trattate con pari enfasi e spiegamento di forze: i primi da Bruges, le seconda da Oudenaarde. Se una sbavatura vogliamo rintracciare, sta nell’averci costretto a iniziare il lavoro alle 19,30 per aspettare l’arrivo delle donne e far parlare solo dopo il vincitore degli uomini. Per il resto, ha prevalso un gigantismo che ha dato del ciclismo un’immagine quasi sacrale. Ben altra cosa rispetto alla miniaturizzazione di casa nostra, fatta di una piazza bella come una bomboniera, ma piccola e soffocata dall’hospitality dei vip. Un palco basso e invisibile dalle retrovie e quel senso di doversi togliere presto dai piedi, per non disturbare. La Milano-Sanremo dovrebbe tornare nel centro di Milano, con il Duomo sullo sfondo e la politica dovrebbe spingere perché accada. Il ciclismo ha una storia da rivendicare, ma si fa dura se i primi a voltarle le spalle sono coloro che dovrebbero raccontarla e magari anche venderla.

Mentre siamo presi da tanto elucubrare, ci assale il dubbio di aver indugiato troppo nel vittimismo. Magari in Belgio va così, ci diciamo, perché hanno Van Aert e Van der Poel è nato appena oltre il confine. Perché forse non hanno altri sport da magnificare. Deve essere per questo, ci diciamo. E mentre ce ne siamo ormai convinti, apriamo L’Equipe e restiamo a bocca spalancata. Prima pagina per Pogacar, da testa a piedi. Le cinque successive per il Fiandre, eppure i francesi non vincono un Fiandre dal 1992 (con Jacky Durand) e non hanno all’orizzonte qualcuno che prometta di farlo. Il grande spettacolo dello sport non ha bandiera e non richiede necessariamente un costo di ingresso. Nessuna tessera del tifoso per assistere alla Ronde, biglietti solo nelle aree vip. Per il resto, bastavano solo qualche birra e tanta voglia di assistere a uno spettacolo pazzesco.

Mohoric, quante difficoltà. «Ma ora sono in ripresa»

07.04.2025
4 min
Salva

Anche se non è stato appariscente in corsa, ieri piano piano si è rivisto. Era nel gruppo di Ganna a giocarsi un buon piazzamento. Stiamo parlando di Matej Mohoric, il grande assente di questo spezzone di stagione. Nelle sette gare prima del Fiandre aveva collezionato tre ritiri, un forfait e due piazzamenti oltre il 100° posto: non certo un rendimento da Mohoric. A Oudenaarde invece qualcosa è cambiato.

Ma come mai? Cosa è successo al bravissimo e sempre aggressivo atleta della Bahrain-Victorious? A dircelo è stato proprio lo sloveno, pizzicato nei giorni del Fiandre, in piena campagna del Nord. Come sempre Mohoric è stato chiaro e ha parlato apertamente.

Matej Mohoric (classe 1994) in questa prima parte di stagione ha avuto qualche difficoltà di salute, ma non ha perso il sorriso (foto Bahrain-Victorious)
Matej Mohoric (classe 1994) in questa prima parte di stagione ha avuto qualche difficoltà di salute, ma non ha perso il sorriso (foto Bahrain-Victorious)
Dunque Matej, cosa succede?

Succede che ho preso un virus durante l’opening weekend di inizio marzo (Omloop Het Nieuwsblad e Kuurne, ndr) e le cose da quel momento si sono complicate. Sembrava stessi meglio, ma poco prima della Strade Bianche ho avuto un altro problema… anche peggio del primo. Ora però mi sto riprendendo.

Che virus hai avuto?

Sono stati due per la precisione: il primo è stata una semplice infezione batterica all’orecchio, un malanno di stagione invernale direi. Virus che però mi ha costretto a prendere degli antibiotici. Il secondo invece è stato molto più forte, un virus gastrointestinale preso per qualcosa di poco pulito che devo aver ingerito. E’ stato davvero fastidioso e lungo.

Questa situazione ti ha portato a modificare qualcosa nel tuo calendario?

Alla fine le mie corse le ho fatte, anche perché già all’opening weekend non sembrava una cosa impossibile o così grande. Ma la seconda volta… Nei giorni della Strade Bianche ero ko. Un morto a letto! Tanto è vero che a Siena non sono partito. Speravo di stare meglio a Sanremo, invece come dicevo è stata più tosta del previsto.

Lo sloveno in azione sui muri e il pavé: è in ripresa e magari alla Roubaix sarà al livello che gli compete
Lo sloveno in azione sui muri e il pavé: è in ripresa e magari alla Roubaix sarà al livello che gli compete
Voi corridori oggi siete come macchine di Formula 1 e quando state male rischiate di portarvi dietro la cosa a lungo. Avete mai pensato con il tuo staff di fermarvi?

Fermarsi per queste corse non è facile però. Significava saltare i miei obiettivi stagionali. Il mio prossimo obiettivo è il Tour. Magari ho sbagliato, magari ho fatto bene… Ma queste sono le mie corse, vivo per queste gare. Non farle sarebbe stato un colpo importante per l’intera stagione. Comunque, come ripeto, ora sento di stare meglio.

Cosa significa, Matej, “sento di stare meglio”? Lo dicono i numeri del computerino o c’è altro?

No, no… Lo sento io, lo sento sul corpo: quando sono sotto sforzo, quando recupero, quando sono in bici. Noi siamo sempre al limite, quando sei magrissimo, quando sei sempre tirato, sei anche più vulnerabile. Ma al tempo stesso senti come reagisce il tuo corpo quando vai bene.

Ora qual è il tuo programma?

Farò la Roubaix e poi credo anche l’Amstel, ma vedremo…

Chi vedi bene per queste gare?

Pogacar e Van der Poel sono più forti, ma poi nel ciclismo ci sono tremila variabili… e questo è il bello, no? Non sai mai come potranno andare davvero le cose.

Saranno i favoriti anche per la Roubaix?

Sì, forse ci sarà qualcuno in più, ma restano i più forti del momento. Poi lì conta un po’ di più anche la fortuna.

La grande villa che funge quartier generale della squadra di Mohoric in Belgio (foto Bahrain-Victorious)
La grande villa che funge quartier generale della squadra di Mohoric in Belgio (foto Bahrain-Victorious)
Sappiamo della tua meticolosità, Matej: come avete lavorato in ottica materiali?

Questo inverno abbiamo fatto parecchio lavoro. Avevamo fatto anche un bel po’ di sopralluoghi in occasione del weekend di apertura. Con i materiali siamo a posto. Ora speriamo di raccogliere qualcosa di più. Noi in Bahrain Victorious ci crediamo, sappiamo che possiamo arrivare dove meritiamo di essere.

Si vociferava che le pietre di Fiandre e Roubaix fossero più sconnesse del solito. E’ vera per te questa cosa?

No, no… Le pietre sono sempre quelle, magari chi l’ha detto doveva sgonfiare le gomme!

Come passi le giornate in questa campagna del Nord?

Noi siamo fortunati. Rispetto agli altri team, da qualche anno prendiamo in affitto una grande casa in campagna e anziché stare ognuno chiuso in stanza, abbiamo una grande sala comune dove ci ritroviamo. Guardiamo i film, le altre corse, che commentiamo insieme, giochiamo a carte… Così è davvero bello!

Longo fuori, Fiandre a Kopecky: finale giocato alla grande

07.04.2025
4 min
Salva

OUDENAARDE (Belgio) – Cominciamo col dire che Longo Borghini sta bene. Sarebbe potuta stare meglio, magari a quest’ora sarebbe da qualche parte a festeggiare il terzo Fiandre, invece ai brindisi si è dedicata Lotte Kopecky. Elisa ha passato la notte in osservazione all’ospedale di Gand. La caduta l’ha sorpresa al chilometro 35, assieme a Lorena Wiebes, Marthe Truyen, Letizia Borghesi e Christina Schweinberger. Lei si è rialzata, come fanno sempre i corridori. Silvia Persico ha provato a riportarla in gruppo, ma a un certo punto si sono fermate di nuovo e la campionessa italiana, grande favorita per il Fiandre, ha abbandonato la corsa. Ed è così nato il terzo successo di Lotte Kopecky.

«Questa è una vittoria che ricorderò a lungo – dice la campionessa del mondo – più ci avvicinavamo e più sognavo di vincerlo con questa maglia indosso. Ero nervosa per lo sprint? Avevo fiducia nel mio spunto. Sapevo che Liane Lippert è veloce, ma non sapevo quasi nulla di Pauline Ferrand-Prévot. Mi aspettavo un attacco da parte di Kasia Niewiadoma, ma non è mai arrivato. Quindi ho creduto nel mio sprint e ci ho dato dentro».

Prima del via. per Longo Borghini il solito rituale di autografi e selfie
Prima del via. per Longo Borghini il solito rituale di autografi e selfie

Vento contro, zero attacchi

La campionessa del mondo del Team SD Worx-Protime ha regolato allo sprint il gruppetto di quattro con cui è sopravvissuta alla serie dei muri, in una corsa dura che ha visto l’arrivo di sole 87 ragazze. Distanza di 168,9 chilometri con 1.324 metri di dislivello, corsi a 38,304 di media.

«In realtà non sono rimasta troppo sorpresa – ha detto dopo l’arrivo – che nessuna abbia provato ad andare da sola sul Paterberg. Il vento non era favorevole, per cui potevi pure attaccare, ma con tre corridori forti che inseguono insieme, non sarebbe stata la mossa più intelligente. Io mi sono sentita bene per tutta la salita, ma affrontare uno sprint del genere è sempre rischioso. Quando Anna Van der Breggen mi ha detto che ero quella con le gambe migliori, ho trovato grande sicurezza. Per cui, si è trattato solo di sopravvivere al Qwaremont e poi al Paterberg».

Con la Longo fuori dai giochi, Borghesi è stata la miglor azzurra: sesta
Con la Longo fuori dai giochi, Borghesi è stata la miglor azzurra: sesta

I dubbi dopo Waregem

Kopecky non era la favorita del Fiandre, perché il ruolo spettava a Elisa Longo Borghini. Scendendo dal pullman per andare alla firma, la piemontese ci aveva detto di essere molto concentrata e di aver ben recuperato lo sforzo di Waregem. Peccato che poi tanta condizione sia finita su quel lembo di asfalto in cui Elisa è rimasta per istanti lunghissimi in posizione fetale.

«Solo sul Berendries – ha detto Kopecky – ho notato che Longo Borghini non c’era. Dall’ammiraglia mi hanno confermato che prima è caduta e poi si è dovuta fermare, spero davvero che stia bene. Mi sembra logico, avendola vista vincere a quel modo, che avessi dei dubbi dopo la Dwars door Vlaanderen. Però ho imparato a non farmi condizionare da certe sensazioni. L’anno scorso il Fiandre non fu la mia gara migliore, ma una settimana dopo vinsi la Roubaix. Avrei potuto farmi prendere dal panico, invece ho semplicemente accettato che non fosse andata bene, magari perché non avevo recuperato bene dagli allenamenti dei giorni precedenti. Quindi era importante riposarmi per essere più fresca possibile alla partenza del Fiandre. E ha funzionato».

Sopravvivere al Qwaremont e al Paterberg per giocarsi il Fiandre: Kopecky c’è riuscita
Sopravvivere al Qwaremont e al Paterberg per giocarsi il Fiandre: Kopecky c’è riuscita

Il podio con Pogacar

Quel gesto col bicipite (foto di apertura) non è passato inosservato e Lotte ha spiegato che risale al team building fatto lo scorso inverno in Lapponia. Era il gesto per quando si spostavano con le motoslitte e dovevano segnalare la necessità di accelerare. Un’espressione scherzosa. Poi ha ammesso di aver molto gradito il podio tutto iridato assieme a Pogacar.

«E’ speciale condividere il podio con Tadej – ha ammesso – soprattutto perché siamo entrambi campioni del mondo. Mi rendo conto di quanto sia stato unico. Di solito non appendo le foto in casa, ma questa volta guarderò le immagini migliori, per vedere se tra loro c’è un bello scatto di questo podio. Tadej è una persona molto rispettosa e mi ha fatto i complimenti. Io invece volevo sapere come ha vinto il suo Fiandre, se allo sprint o da solo. Anche se avevo pochi dubbi che avesse vinto arrivando da solo».

Sarà perché siamo in Belgio, dove il ciclismo è più prossimo a una fede che a uno sport. Sta di fatto che quando Lotte Kopecky ha tagliato il traguardo, il boato del pubblico è stato probabilmente superiore a quello per la vittoria di Pogacar. Entrambi primi al Fiandre, entrambi campioni del mondo. Lei belga, lui no.

Van der Poel e Van Aert, storie diverse, identica resa

06.04.2025
4 min
Salva

OUDENAARDE (Belgio) – I due galli hanno trovato uno più gallo di loro. Quando Van der Poel e Van Aert si ritrovano a inseguire Pogacar, il pensiero è stato proprio questo. Due storie differenti, ne siamo consapevoli. L’olandese è il vincitore di Sanremo e Harelbeke, il belga fa fatica a mettere insieme la testa e le gambe. Però, in questo Fiandre che lo ha mostrato finalmente al livello dei migliori, vederli entrambi inchinati ai piedi di Pogacar fa pensare a equilibri da riscrivere. Soprattutto su queste che erano le loro strade.

«Quella caduta ovviamente non è stata l’ideale – dice Van der Poel – ma tutto sommato siamo riusciti a rientrare bene. Peccato, ma sarebbe potuta andare peggio. Poco prima del secondo passaggio sull’Oude Kwaremont sono stato spinto di lato, quindi sono dovuto rientrare da molto lontano. Alla fine però non ce l’ho più fatta e sono stato costretto a sedermi. Ho sentito subito che ero al limite, non ho mai avuto un super feeling. Il più forte era davanti, di solito è così e anche oggi è stato abbastanza chiaro. Ho lottato per salire sul podio basandomi sull’esperienza e sulla forza di volontà, e ne sono contento. Il Fiandre era programmato, ma non sono stato abbastanza bravo».

In tre alle spalle di Pogacar: Pedersen, Van Aert e Van der Poel
In tre alle spalle di Pogacar: Pedersen, Van Aert e Van der Poel

Un maledetto raffreddore

In realtà Van der Poel tira fuori un malanno che aveva scaltramente nascosto a tutti. Un brutto raffreddore rimediato dopo la vittoria di Harelbeke, che potrebbe spiegare la resa o renderla meno pesante.

«Dopo Il GP E3 sono stato malato per tre giorni – spiega – e ho perso un po’ di forza, soprattutto all’inizio della settimana. Per domenica spero di ritrovare le mie gambe migliori. Questa settimana ho riposato molto per recuperare, ma la prossima voglio allenarmi di nuovo forte per essere completamente pronto per Roubaix. Sarà una gara diversa. E’ meno dura e serve un po’ più di fortuna. Vedremo cosa succede. Penso che ci siano più candidati vincitori a Roubaix che qui al Fiandre. Il quarto successo arriverà? Lo sento spesso. Anche gli altri l’hanno inseguita e aspettata, ma non è arrivata, per cui sono molto orgoglioso di quelle tre tacche accanto al mio nome».

Nella volata, Pedersen ha fatto valere le sue attitudini di velocista ed è arrivato secondo
Nella volata, Pedersen ha fatto valere le sue attitudini di velocista ed è arrivato secondo

La reazione di Van Aert

Va segnalata in questa giornata di festa che è stata selvaggia ed oceanica, l’ottima prestazione di Wout Van Aert e della sua squadra, che aveva qualcosa da farsi perdonare. Il grande belga ha venduto cara la pelle e, anche se è stato presto chiaro che non fosse tra i più forti, non ha mollato per un solo metro. Alla fine dei tanti inseguimenti, è riuscito a giocarsi la volata per il podio, chiudendo non troppo malinconicamente e anzi con fierezza al quarto posto.

«E’ stata una gara molto difficile – dice Van Aert dopo l’arrivo – come tutte le altre da queste parti, naturalmente. Con un uomo nella fuga, la nostra squadra ha fatto lo stretto indispensabile e abbiamo provato a seguire i due favoriti. Sono molto contento che abbia funzionato e sia andata come ho sperato. Ho lavorato duro per costruirmi una buona condizione per oggi e per la settimana che viene e mi piace essere stato qui e combattere per il podio. Questa è l’unica cosa che mi è mancata oggi, arrivare un gradino più in alto, ma per me questo era il mio posto di oggi.

«Era impossibile fare uno sprint migliore di così. I tre che sono arrivati davanti sono stati più forti di me. Vedremo se questa fatica basterà per fare meglio a Roubaix. Contro questo Pogacar c’era poco da fare. Quando alla fine ho attaccato e mi sono voltato, c’era lui a inseguire. E ho pensato che se va forte così sull’asfalto e poi stacca gli altri sul pavè, deve essere davvero speciale. Lo avevo capito già sul primo Qwaremont, il finale lo ha confermato».

Quinto attacco sull’ultimo Qwaremont e Pogacar se ne va

06.04.2025
6 min
Salva

OUDENAARDE (Belgio) – Può sembrare strano come cosa da dire al termine di un Giro delle Fiandre così veloce, il più veloce della storia, eppure Tadej Pogacar ha dovuto sudarsi la vittoria come raramente gli è successo in precedenza. Il campione del mondo non si è potuto accontentare di un solo scatto, ma ha dovuto piazzarne un quantitativo indefinito (cinque quelli davvero incisivi) prima di poter infine staccare tutti i contendenti, che raramente negli ultimi anni sono stati così forti. Basti pensare che a un certo punto al comando del Fiandre si sono ritrovati tre campioni del mondo: Pogacar, Pedersen e Van der Poel, finiti così peraltro sul podio. Van Aert al quarto posto non ha reso certo meno nobile l’ordine di arrivo e anzi si è scrollato dalle spalle come forfora un bel mucchio di negatività. Un Fiandre così bello lo ricorderemo a lungo.

Bisogna dire che la sensazione a un certo punto è stata che Mathieu Van der Poel fosse più brillante dello sloveno, con la solita incognita di quanto gli fosse costato rientrare dalla caduta a 125 chilometri dall’arrivo. L’olandese è sempre parso in controllo e soltanto in occasione di uno degli ultimi scatti di Pogacar è parso rispondere con una insolito attendismo. Era forse la spia della riserva che iniziava a lampeggiare? Sta di fatto che quando lo sloveno ha imboccato per la terza ed ultima volta il Vecchio Qwaremont, la sua accelerazione non ha concesso scampo.

Il via quest’anno da Bruges dal Markt, davanti a un oceano di tifosi
Il via quest’anno da Bruges dal Markt, davanti a un oceano di tifosi

Meglio del meglio

Quando arriva da noi, dopo le telecamere, le premiazioni, le maglie da firmare e chissà a cos’altro lo hanno sottoposto dopo la vittoria, Pogacar ha lo sguardo sfinito e prega di fare presto perché ha un aereo da prendere.

«E’ difficile descrivere quanto sia grande questa vittoria – ammette – e quanto significhi per me. Non potevo immaginare che sarebbero serviti così tanti attacchi, ma ho visto che gli altri ragazzi erano ancora molto forti la prima volta che sono scattato. Ho dovuto davvero tirare fuori il mio meglio per fare rendere gara difficile e ho provato a dare tutto quello che avevo sull’ultimo Qwaremont. Non ero sicuro che sarei arrivato, fino a quando sono arrivato sulla strada principale e ho visto che dietro di me non c’era nessuno. Però ho continuato a spingere. Mathieu (Van der Poel, ndr) era molto forte, quindi non potevo giurare che non sarebbe tornato. Sapevo cosa dovevo fare e ho provato a farlo».

Van der Poel ha inseguito dopo la caduta e forse lo ha pagato. Nel finale è andato spegnendosi
Van der Poel ha inseguito dopo la caduta e forse lo ha pagato. Nel finale è andato spegnendosi

Una generazione di fenomeni

Gli chiediamo se si sia divertito a scattare, farsi riprendere, riscattare chiedendo cambi e tenendo in precedenza la squadra sempre in tiro. Lui osserva per un istante il vuoto, poi torna a guardare fisso e spalanca un sorriso grande così.

«Credo che abbiamo una generazione molto bella di corridori – riflette – un sacco di campioni di livello altissimo. Mi piace correre contro loro, sono grandi campioni e bravi ragazzi. Oggi è stato un giorno fantastico per loro, per i loro fan e per il mio team. E’ stato un giorno perfetto, anche se da un certo punto in poi è stato chiaro che avremmo potuto contare solo su noi stessi. In questo tipo di gara niente va mai alla perfezione. Purtroppo abbiamo perso Johnny e Tim (Narvaez e Wellens, ndr) nella caduta di Van der Poel. Non è andata perfettamente, ma alla fine ciascuno di quelli rimasti ha dato il massimo e il piano ha funzionato. Bjerg ha fatto un lavoro fenomenale oggi, penso che la maggior parte delle persone non riuscirà a capire quanto sia stato ottimo. Anche il giovane Morgado: Antonio è impressionante, sarà un grande campione e oggi ha fatto un lavoro perfetto».

Il piano di Pogacar

Il piano che ha funzionato. La frase incuriosisce. C’era un piano anche alla Sanremo, ma il percorso troppo facile lo aveva vanificato. Attaccare, attaccare, attaccare. Ma come scrivemmo nell’ultimo editoriale, quando il percorso gli offre il dislivello giusto, il piano di Pogacar difficilmente fallisce.

«Il piano era di renderla una gara difficile – spiega – di attaccare al secondo passaggio sul Qwaremont. Le cose come detto non sono andate alla perfezione, ma alla fine sono riuscito a fare la differenza. E l’abbiamo fatta nel modo giusto, senza approfittare dei problemi degli altri. Quando Van der Poel è caduto, stavano tutti lottando per la posizione, ma nessuno ha ritenuto di affondare il colpo, perché non era necessario. Ci sono stati alcuni allunghi, ma niente di incisivo. Mi sarebbe piaciuto che lo avessimo aspettato ancora, perché avrebbe significato far rientrare Wellens e Florian Vermeersch, ma poi la gara ha ripreso il suo passo».

Ganna ottavo e migliore degli italiani: prima la fuga e poi lo sprint per il piazzamento
Ganna ottavo e migliore degli italiani: prima la fuga e poi lo sprint per il piazzamento

L’effetto del Qwaremont

Si capisce che la conferenza sia agli sgoccioli, quando si comincia a parlare del tempo. Dicono che domenica alla Roubaix potrebbe piovere e questo nel clan della UAE Emirates non suona come un presagio felice. Ma in questa giornata scintillante dei colori dell’iride, non c’è nulla che possa turbare Tadej.

«Spero di avere lo stesso clima domenica prossima – dice – e che questa vittoria mi dia la sicurezza che serve. Tutta la settimana passata con i miei compagni è stata davvero fantastica e riuscire a passare da solo sul Qwaremont con così tante persone sulla strada, è stato qualcosa di incredibile. Non avevo vendette da prendermi dopo la Sanremo e anche aver staccato Mathieu in un tratto di pavé in pianura potrebbe significare poco. Oggi però ho capito che ho buone gambe in vista della Roubaix. Abbiamo anche una squadra super forte, con Vermeersch e Politt che sono già stati secondi in quel velodromo e io che sarò al battesimo. Possiamo fare un’ottima gara e non vedo l’ora che arrivi».

Gli chiedono se davvero abbia finito stanco il Fiandre. Lui strabuzza gli occhi e fa un sorriso di circostanza. Ricorda che la corsa è durata più di sei ore e che alla fine di qualsiasi gara è sempre stanco. Poi ringrazia quando gli dicono che di solito sembra più fresco. Prende e se ne va, preceduto dallo steward sul monopattino. Lo rivedremo da queste parti alla fine della prossima settimana. Poi per lui ci saranno ancora l’Amstel Gold Race, la Freccia Vallone e la Liegi. Di certo non bisogna guardare Tadej Pogacar parlando di corridori che hanno occhi soltanto per il Tour.

Turconi al Piva: tra i pro’ impara e tra gli under vince

06.04.2025
5 min
Salva

COL SAN MARTINO – La differenza tra i corridori, in questa 76ª edizione del Trofeo Piva, non la fa solamente il dislivello di un percorso sempre impegnativo ed esigente, ma anche la risposta delle gambe dopo la neutralizzazione avvenuta una cinquantina di chilometri dall’inizio della corsa. Filippo Turconi nonostante la mezzora abbondante fermo sotto la linea di arrivo ritrova il ritmo giusto della pedalata e la lucidità per correre in testa avvantaggiandosi sulla penultima salita di giornata. Pochi giorni dopo la sua prima Classica Monumento il ventenne di Varese si sblocca tra gli under 23 (in apertura foto Alessio Pederiva). 

«La prima vittoria tra gli under – racconta sotto il palco delle premiazioni – porta emozioni diverse rispetto alle esperienze fatte fino a ora, per di più arriva in una gara bellissima. Sicuramente le gare tra i professionisti ti danno una grande gamba, soprattutto nel finale dove mi sono sentito davvero bene. Ti abitui a sforzi differenti e di un livello superiore, poi comunque venire a un appuntamento internazionale e impegnativo come questo non è mai semplice. Era da un anno e mezzo che non vincevo, quando ero junior secondo anno, tenere il feeling con la vittoria è bellissimo». 

Filippo Turconi in mezzo al Marivoet e al messicano Cesar Macias (foto Alessio Pederiva)
Filippo Turconi in mezzo al Marivoet e al messicano Cesar Macias (foto Alessio Pederiva)

Gambe fredde

In una serie di curve sulla lunga discesa che dal paesino di Combai, sede del GPM di giornata, si ricongiunge con la strada principale il gruppo si ritrova con un terzo dei corridori a terra. La confusione nei primi istanti è tanta, la macchina di inizio corsa procede verso l’arrivo a velocità ridotta con alle sue spalle quel che rimane dei 175 partenti. Da dietro piano piano rientrano tutti, uno di quelli che porta maggiormente i segni addosso è Alessandro Borgo. L’atleta di Conegliano, che oggi correva in casa, ha sangue ovunque e un’escoriazione evidente sul fianco sinistro. Dei corridori che riportano anche piccoli segni della caduta si perde il conto. Diesse e massaggiatori camminano avanti e indietro con garze e bende, mentre i meccanici sono alla ricerca di pezzi di ricambio e non negano una mano al vicino di ammiraglia. 

«Non nascondo – continua Turconi – che la neutralizzazione nei primi chilometri può aver fatto male a qualcuno dei favoriti. All’inizio le gambe era un po’ dure ma dopo un attimo si erano già riscaldate. Per me oggi è stata una giornata perfetta, in mattinata mi sentivo bene e partivo puntando al podio. Penso che meglio di così non potesse andare». 

Sempre a tutta

Fare continuamente spola tra le corse dei professionisti e quelle degli under 23 non è facile per i ragazzi della Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè. Se tra i grandi sono chiamati a tirare fuori il meglio solamente per portare a termine le gare, scontrandosi con i migliori atleti al mondo, è quando si passa alle gare under 23 che l’attenzione si rivolge a loro. Tutti si aspettano sempre qualcosa da chi indossa la maglia di un team di riferimento del movimento italiano

«E’ vero – spiega Turconi – che siamo sempre chiamati a competere al massimo dei livelli in tutte e due le categorie, ma questo è il bello. Mi piace correre tra i professionisti ma anche fare gare come queste mi emoziona perché non hanno nulla da invidiare. Questa è stata la prima corsa under 23 della stagione, diciamo che insieme alla categoria bisogna cambiare anche mentalità. Fino ad ora ho attaccato spesso muovendomi subito dall’inizio. D’altronde sono uno a cui piace tentare la fuga e provare sempre qualcosa di nuovo. E’ normale, poi che in situazioni del genere in cui sai di poter fare risultato l’atteggiamento debba essere diverso». 

Cambiare mentalità

Fare esperienze tra i professionisti aiuta a crescere e prendere le misure con quelle che sono le gare che un giorno dovranno essere il pane quotidiano di questi ragazzi. Ma per dei giovani è importante non perdere il morso della vittoria, o almeno cercare di ricordarne il sapore. 

«La differenza – analizza il giovane della Vf Group-Bardiani – non è tanto nelle gambe ma nella testa. La cosa più difficile è la differenza con cui si muove il gruppo, in questi scenari è più un tutto contro tutti. Il vero problema (dice con un sorriso, ndr) è quando passi da una gara di 150 chilometri a fare la Sanremo. Gli obiettivi di stagione sono le gare under, come questa, o il San Vendemiano di domenica prossima. Diciamo che ora è iniziata la parte di stagione più importante per me».