XDS-Astana: inizio da incorniciare. Sentiamo coach Anastopoulos

21.04.2025
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E’ evidente che quell’aria di rinnovamento percepita già nei ritiri invernali fosse reale. In casa XDS-Astana le cose stanno davvero cambiando. Pensate che, al netto dell’Amstel Gold Race di ieri, se si stilasse la classifica per team dall’inizio della stagione, la squadra di Alexandre Vinokourov sarebbe terza, dietro solo a UAE Emirates e Lidl-Trek. Sei vittorie e la possibilità di riacciuffare il 18° posto, che garantisce il WorldTour, che resta difficile, ma non è più impossibile.

Un cambio di passo netto, che abbiamo voluto approfondire con uno dei coach del team turchese: Vasilis Anastopoulos. Già questo inverno, il capo dei preparatori Maurizio Mazzoleni – figura sempre più centrale nel progetto – ci aveva illustrato il nuovo piano tecnico. Ora il discorso si completa con la voce del tecnico greco.

Anastopoulos con Ballerini durante il training camp in Grecia (foto Instagram)
Anastopoulos con Ballerini durante il training camp in Grecia (foto Instagram)
Vasilis, partiamo da Ballerini, al netto della sfortuna alla Roubaix. E’ stato al training camp ad Atene con te, come Cavendish l’anno scorso. Come avete lavorato? Era la prima volta che veniva da te in Grecia?

Abbiamo notato che negli anni precedenti Ballerini si ammalava spesso dopo la Tirreno-Adriatico o la Parigi-Nizza. Così abbiamo deciso di cambiare qualcosa per portarlo nelle migliori condizioni alle Classiche del Nord. Invece di correre quelle gare a tappe, abbiamo preferito fare un training camp intenso di dieci giorni in Grecia, dove il clima è migliore.

Avete modificato qualcosa anche nella sua preparazione?

L’anno scorso Davide è stato sfortunato, ha avuto un infortunio al ginocchio proprio durante la campagna del Nord e ha saltato tutto. Quest’anno ci siamo concentrati molto sulla sua condizione generale. Abbiamo fatto anche un ritiro in altura al Teide, che si è rivelato perfetto come avvicinamento alla Sanremo e alle corse belghe. Abbiamo replicato scenari di corsa facendo dietro motore sia in salita che in pianura. Abbiamo lavorato tanto sulla resistenza alla fatica, perché oggi è fondamentale saper esprimere potenza non quando sei fresco, ma quando sei stanco. Su questo abbiamo lavorato molto, sia al Teide che in Grecia.

Ti aspettavi che andasse così forte a Gand e al Fiandre? E cosa ti aspettavi dalla Roubaix?

Credo che tutti abbiamo visto che Davide è stato tra i più forti e veloci. In questo momento è in una forma eccellente. Per la Roubaix, ovviamente, serve anche un po’ di fortuna (cosa che non ha avuto, ndr), ma penso che ci è arrivato davvero bene. Dal punto di vista della prestazione, sono pienamente soddisfatto.

Harold Martin Lopez (classe 2000) è il colombiano che ha vinto il Tour of Hellas
Harold Martin Lopez (classe 2000) è il colombiano che ha vinto il Tour of Hellas
Al Tour of Hellas avete vinto con Martin Lopez. In passato l’hai vinto anche tu: in questo caso sono serviti di più i consigli del coach o del corridore greco?

Direi entrambi. Una combinazione. Detengo ancora il record di vittorie di tappa e conosco ogni angolo di quella corsa. Abbiamo costruito la squadra attorno a Lopez e Ulissi, insieme ai nostri giovani della squadra devo. Abbiamo vinto la classifica generale, che era il nostro obiettivo. I bei ricordi da corridore ora si sono completati con quelli da tecnico grazie a questa vittoria con la XDS-Astana.

Lavori spesso con i velocisti: Malucelli ha vinto in Cina. Come avete lavorato con lui? Avete cambiato qualcosa?

“Malu” è seguito da Claudio Cucinotta giorno per giorno, secondo le linee guida che abbiamo stabilito nei training camp di dicembre e gennaio. Ha un piano specifico con sessioni mirate, che in passato hanno già funzionato bene con Cavendish e Ballerini, e ora sembra che diano risultati anche con lui.

In generale, si vede una XDS-Astana più viva e presente. Un bel cambio rispetto all’anno scorso. Come lo spieghi? Cosa è cambiato?

Da agosto 2024 lavoriamo a stretto contatto con il data analyst Morgan Saussine per costruire il miglior calendario possibile in base alle caratteristiche dei corridori. E’ stato necessario cambiare molto. Abbiamo inserito tante gare 1.1 e Pro-series, sempre su misura per ogni atleta. Volevamo partire forti fin dall’inizio. Abbiamo fatto due ritiri molto produttivi a dicembre e gennaio, con il supporto di Maurizio Mazzoleni. Poi sono seguiti i training camp in altura per i leader. Ora abbiamo anche Alex Dowsett come Performance Engineer e in questo momento è qui con noi in Belgio.

Malucelli ha vinto la 1ª tappa del Tour of Hainan, tre giorni dopo è toccato al compagno Aaron Gate
Malucelli ha vinto la 1ª tappa del Tour of Hainan, tre giorni dopo è toccato al compagno Aaron Gate
Chiaro…

I risultati che stiamo ottenendo dimostrano che abbiamo lavorato bene prima. Dobbiamo continuare così. Abbiamo avuto anche un po’ di sfortuna con infortuni e malanni, ma quando torneranno gli assenti ci aspettiamo altri risultati importanti.

C’è un corridore da cui ti aspetti molto o che può esplodere?

Mi aspetto molto da Sergio Higuita, che ha avuto brutte cadute e finora non ha potuto mostrare il suo vero potenziale. Sono dispiaciuto per la malattia di Bettiol, che in Belgio ha già dimostrato di saper vincere, ma spero che rientri forte. Tutti gli altri stanno rendendo al massimo. Scaroni è stata una bella rivelazione a inizio stagione, anche se sapevamo già dall’anno scorso che era forte e poteva ottenere risultati. Non voglio sottovalutare nessuno: tutti stanno dando il massimo per il team.

Romele: un gran debutto al Nord. Cosa puoi dirci di lui?

Alessandro è uno dei nostri progetti migliori. E’ salito dalla devo l’anno scorso e ha già ottenuto buoni risultati. Abbiamo deciso di dargli l’opportunità di correre le Classiche, per questo ha fatto tutta la preparazione con i big al Teide. Ha lavorato sodo e si sono visti i frutti anche qui in Belgio. Anche Davide Toneatti si sta mettendo in luce con prestazioni notevoli in gare così importanti.

Per Christian Scaroni dopo tanti piazzamenti ad inizio stagione è arrivato il successo alla Classic Var 
Per Christian Scaroni dopo tanti piazzamenti ad inizio stagione è arrivato il successo alla Classic Var 
C’è anche uno scambio continuo con il devo team, che ha già 5 vittorie. Chi può emergere da quel gruppo?

Tutto il gruppo sta andando bene ed è molto utile anche per la squadra WorldTour. Abbiamo un programma fitto e ci scambiamo spesso i corridori. Al Tour of Hellas, ad esempio, c’erano solo 2 atleti della WorldTour e 4 della Devo, ma ha funzionato tutto alla perfezione. Devo e WT: noi la consideriamo una squadra unica e siamo contenti di questo.

Per le Ardenne: cosa vi aspettate? E vedremo Scaroni? Come sta Christian?

Ci aspettiamo un buon Scaroni (ieri sfortunato e caduto, ndr), insieme a Champoussin e Velasco, che è andato molto bene al Giro dei Paesi Baschi. Sono curioso di vederli all’opera alla Freccia e alla Liegi.

Per Almeida un ritorno al successo atteso 4 anni

21.04.2025
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«E’ la vittoria più importante della mia carriera». Può sembrare una battuta scontata, ma nel caso di Joao Almeida non lo è, perché il trionfo all’Itzulia Basque Country può rappresentare uno spartiacque per il corridore lusitano, una sorta di porta scorrevole nella sua carriera. Il portoghese è sempre stato visto come un corridore per le corse a tappe, ma erano quattro anni che non ne vinceva una. Non era ancora approdato alla UAE Emirates quando infatti vinse due gare importanti come i Giri di Lussemburgo e Polonia.

Lo sprint su Mas a sancire il trionfo all’Itzulia Basque Country, atteso per 4 anni
Lo sprint su Mas a sancire il trionfo all’Itzulia Basque Country, atteso per 4 anni

Uno specialista delle corse a tappe

Intendiamoci: parliamo sempre di un big del ciclismo, che tra l’altro vanta ben 6 top 10 nei Grandi Giri, tra cui il 3° posto nella corsa rosa del 2023 e il 4° in tutte e tre le prove. Lo scorso anno è stato prezioso aiutante per Pogacar al Tour finendo ai piedi del podio, ma chiaramente il fatto che la vittoria latitasse iniziava ad essere un cruccio nella sua mente.

«Io però non ho mai cambiato mentalità» ha raccontato ai taccuini dei giornalisti presenti in Spagna, prima di prendersi un breve periodo lontano dalla ribalta e preparare come si deve il ritorno al Tour, sempre come spalla dell’iridato sloveno. Almeida è un corridore dalle idee chiare: «E’ tutta questione di gambe – dice – se vanno puoi ripagare il lavoro perfetto della squadra, com’è stato in questo caso. E’ importante, per vincere, che le gambe funzionino, ma anche la testa. Mas andava fortissimo, ho provato a staccarlo ma ho visto subito che non era aria, allora mi sono messo alla sua ruota, era più saggio».

All’ultimo Tour è stato fedele aiutante di Pogacar, chiudendo però con un ottimo 4° posto
All’ultimo Tour è stato fedele aiutante di Pogacar, chiudendo però con un ottimo 4° posto

In Spagna un “nuovo” Almeida

La sensazione, vedendo la sua gara in Spagna, dove ha portato a casa anche due vittorie di tappa, è che ci troviamo di fronte a un Almeida nuovo. Eravamo abituati a conoscerlo come corridore da alcuni definito “conservatore”, che centellina le energie e che rispecchia un canone abbastanza diffuso da sempre fra i corridori da gare a tappe: uno forte a cronometro e che tiene in salita. Spesso lo abbiamo visto lasciarsi sfilare dagli attacchi degli scalatori, proseguire sul suo ritmo e poi recuperare, tenendo sempre d’occhio la classifica.

Nei Paesi Baschi invece si è presentata una nuova versione, più autorevole, pronta anche a prendere l’iniziativa, pronta per certi versi a fare il capitano che era poi ciò che la UAE andava cercando, nelle occasioni quando il “vero capitano” non c’è… Una risposta a chi lo accusava di non essere un vincente, di avere sempre mancante quel centesimo che fa l’euro…

Il portoghese è sempre stato un ottimo cronoman, a cui abbina buona tenuta in salita
Il portoghese è sempre stato un ottimo cronoman, a cui abbina buona tenuta in salita

La fiducia che nasce nei numeri

«Io non ho mai avuto dubbi, so di essere un corridore solido e sono i numeri a dirmelo, a dimostrarmi che cresco ma che ho ancora margini. Non ho raggiunto il mio culmine, non so se quel che manca basterà per vincere ancora, a che cosa mi porterà, ma non me ne preoccupo. Io anzi spero che questa vittoria sia la prima di una serie, anche per ripagare chi fa sacrifici con me, come la mia famiglia, la mia ragazza. Perché essere un professionista è faticoso, in gara ma ancor di più fuori».

Sembra passato un secolo da quando Joao Almeida venne allo scoperto. Avvenne in quel Giro d’Italia completamente sui generis, come tutta la stagione 2020, quella del Covid. Il lusitano visse 15 giorni in maglia rosa, mostrando le sue caratteristiche di passista-scalatore, per finire quarto. Era ancora giovanissimo, ma dimostrò un’astuzia tattica e una maturità di gestione che lasciavano intravedere grandi prospettive.

Almeida al Giro 2020, dove da semisconosciuto veste per 15 giorni la maglia rosa
Almeida al Giro 2020, dove da semisconosciuto veste per 15 giorni la maglia rosa

«Lo faccio perché so di poterlo fare…»

Il portoghese non ha mai smesso di credere nelle sue capacità, accettando nel 2022 l’approdo nella squadra degli Emirati Arabi, dove ci sono equilibri diversi rispetto a qualsiasi altro team, con un campionissimo attorniato da campioni. Altrimenti non arriverebbe il nettissimo primato in fatto di corse vinte, ma Almeida sembrava un po’ latitare in tal senso, anche se il suo rendimento era sempre altissimo. Ora le cose sono state messe al loro giusto posto: «Se non credo di poterlo fare, non lo farò mai – è il suo mantra – ma io sono fiducioso in me e so che posso.

«Seguo in maniera fedele l’evoluzione del ciclismo, guardo i numeri e vedo che anno dopo anno migliorano. Per essere il ciclista che voglio devo essere forte mentalmente e fisicamente, ora sto raggiungendo il livello che mi aspetto».

Joao con la maglia della nazionale. Non ha mai corso per un team di casa, se non da ragazzino
Joao con la maglia della nazionale. Non ha mai corso per un team di casa, se non da ragazzino

Pronto per tornare al Tour da luogotenente

Il portoghese si è costruito una reputazione correndo sempre lontano dalla sua patria: «Grazie al WorldTour la gente mi riconosce, anche se non corro in Portogallo da quando ero nelle categorie giovanili. L’importante è essere un esempio aiutando così i giovani a emergere, per fortuna ce ne sono sempre di più».

Ora lo aspettano altre due importanti corse a tappe come il Romandia e il Giro di Svizzera (lo scorso anno fu secondo dietro Yates, ndr) dove cercare gloria e affinare la condizione in vista del ritorno al Tour de France, ancora al fianco di Pogacar: «Se devo tifare per lui, lo farò con il sorriso sulle labbra. E’ un piacere correre per Tadej», affermò prima dell’edizione dello scorso anno e così è stato. E così sarà…

Tra i due litiganti il terzo gode: Skjelmose!

20.04.2025
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E’ proprio vero: i detti non sbagliano mai e così, tra i due litiganti, il terzo gode ed è Skjelmose. Oggi, alla Amstel Gold Race, Tadej Pogacar pensava di seguire il suo solito copione: squadra che tira, ritmo che cresce e la sua bordata. E più o meno le cose stavano andando così. Il problema, e forse se n’è reso conto abbastanza presto, è che stavolta il largo non lo ha preso ed è rimasto sempre abbastanza a tiro dei suoi avversari. Uno su tutti: Remco Evenepoel.

Remco è stato molto intelligente. Lo ha lasciato sfogare, ha inseguito, ha tirato, si è nascosto a tratti… Forse si è esposto un po’ di più anticipando Mattias Skjelmose, che quando lo ha riacciuffato gli ha fatto cenno con la testa: «Andiamo, vieni dietro a me».

L’epilogo di questa Amstel lo abbiamo visto tutti. I tre erano molto stanchi e alla fine si è risolta in volata. A quel punto era immaginabile che potesse vincere Skjelmose, visto che è veloce di suo. E in più era quello che aveva speso un po’ meno rispetto ai due compagni di fuga.

“Suicidio” Pogacar

Capitolo Tadej: parte, va forte, prende il largo, ma non apre la solita voragine. La sua pedalata è agile ma non ficcante come sempre. Si gira più volte, stira i muscoli, si guarda attorno.

«E’ stata una bella gara – ha detto il corridore della UAE Team Emirates con tono meno squillante del solito – una corsa davvero buona per noi, ma alla fine il traguardo era un po’ troppo lontano: cinque metri di troppo per il primo posto. Ovviamente è stata una grande battaglia, ma io ero da solo, loro erano in due: fa una grande differenza. Quando io e Alaphilippe siamo andati via, speravo che rimanesse con me più a lungo, così da poter collaborare e restare avanti, ma forse eravamo troppo entusiasti nell’attaccare così presto».

«Alla fine ho provato da solo, ma una volta che Remco e Skjelmose sono andati via dal gruppetto tutto è cambiato. Eravamo uno contro due e con quel vento forte negli ultimi 15 chilometri non sono riuscito ad aumentare il distacco. Così ho deciso di aspettarli e giocarmela nel finale. E’ stata un’azione un po’ un azzardata e alla fine è arrivato il secondo posto. Avevo una trentina di secondi, ma sapevo che in salita si sarebbero avvicinati, quindi ho cercato di rilanciare sempre in cima e in discesa, ma come ho detto prima, con 15 chilometri da fare non era facile e ho pagato gli sforzi. Forse sarebbe stato meglio aspettarli prima, restare con loro due e giocarsela nel finale».

E su Remco: «Questa mattina ho detto che non sarei rimasto sorpreso da un grande Evenepoel. E avevo ragione. Mi aspettavo fosse così forte. Ha dimostrato a tutti di essere in forma, ma alla fine Skjelmose è stato il più forte. E adesso ci aspettano due belle battaglie».

Insomma, non è il solito Tadej schiacciasassi. Forse anche per lui le fatiche della Roubaix si sono fatte sentire. E questo, da una parte, ci rende felici: perché il verdetto dice che anche Tadej è umano. E forse piace ancora di più.

Recriminazioni Remco

E poi c’è Remco. Evenepoel arrivava da una delle settimane più particolari della sua carriera: il rientro con vittoria alla Freccia del Brabante, dopo un lungo stop, l’infortunio e tanti dubbi. Magari anche lui oggi si è sentito più forte di quanto non fosse realmente.

Il corridore della Soudal Quick-Step è andato fortissimo. Ci ha messo il cuore, forse anche troppo, e alla fine non aveva più quella gamba esplosiva per fare la differenza. Il fatto che né lui né Pogacar siano scattati sul Cauberg finale la dice lunga: erano tutti e due a corto di energie. Va detto, però, che Remco era stato coinvolto anche nella caduta che ha messo fuori gioco diversi big.

«Stavo bene, mi sentivo forte – ha detto con un po’ di rammarico – ma ho speso tante energie per inseguire dopo la caduta. Narváez è finito giù davanti a me, sono quasi riuscito a rimanere in piedi, ma la sua bici ha rimbalzato contro la mia e sono caduto. Se non fosse successo, forse sarei andato via da solo o con Pogacar. Forse ero il più forte in gara, ma non lo sapremo mai. Ho dato tutto nello sprint, anche se sono partito presto e con vento contrario. Senza contare che prima avevo speso moltissimo per chiudere su Pogacar».

Infine Remco chiude con una bordata che fa salire l’attesa per Freccia Vallone e Liegi: «Ho lavorato tanto per tornare e quindi non ho nulla da rimproverarmi. Oggi in salita mi sentivo il più forte. Peccato solo per la caduta. Ma questo è un segnale positivo per le prossime settimane. Posso solo migliorare».

Skjelmose, non svegliatelo!

Infine parola al vincitore. Mattias Skjelmose era, giustamente, il più felice al traguardo. Non solo per la vittoria, ma anche perché ha messo dietro due nomi non da poco: Evenepoel e Pogacar. Neanche nel migliore dei sogni poteva andare così bene al danese della Lidl-Trek.

«Non so se questa vittoria all’Amstel valga più del Giro di Svizzera – ha detto Skjelmose – ma di certo oggi ho battuto i migliori corridori al mondo. Come ci sono riuscito? Non lo so! Speravo di poter vincere, ma ero al limite da 50 chilometri e più volte ho dovuto chiedere a Remco di tirarci fuori dai guai, sia quando eravamo nel gruppo che poi in due».

Nelle sue parole c’è franchezza, forse anche un po’ di ingenuità. Ma quando racconta la volata, di ingenuo non c’è nulla.

«Allo sprint – spiega – ho cercato di prendere un po’ di spazio e di andare sul lato sinistro, perché il vento veniva da lì ed era più riparato. Solo che Remco ha anticipato e a quel punto sono stato costretto a seguirlo al centro. Quando ho avuto strada libera, sono tornato sul lato sinistro (che però era ormai il centro della carreggiata, ndr). Credo di essere riuscito a superarli perché, con il vento, ho potuto fare uno sprint corto. Di sicuro ho lanciato una volata più breve rispetto a Remco».

«Sarei stato felice anche solo con il podio – ha aggiunto – ero davvero al limite, e contro due corridori così sarebbe andato bene comunque. Credo mi servirà del tempo per capire davvero cosa ho fatto».

Infine la dedica: «Due mesi fa ho perso mio nonno. In questo periodo ho cercato di essere forte per la mia famiglia, perché di solito è mio padre a tenerla unita ed essere forte. Ma ora tocca a me. A lungo non sono riuscito e non ho potuto esprimere i miei sentimenti. Voglio dedicare questa vittoria a mio nonno. Ci penso da quando è iniziata la stagione. Lui ha sempre seguito le mie corse. Questa Amstel è tutta per lui».

Bredewold mette tutte nel sacco. E Persico si mangia le mani

20.04.2025
4 min
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Podio tutto olandese nell’Amstel Gold Race delle ragazze, con la SD Worx-Protime ancora sugli scudi e vincitrice con Mischa Bredewold dell’ennesima classica dopo la Sanremo, la Gand e la Roubaix. Il rendimento delle ragazze di Danny Stam colpisce per la regolarità ad alto livello. E quando non si tratta di Kopecky e Wiebes, ecco l’arrivo solitario di questa olandese classe 2000, già campionessa europea nel 2023, lesta a infilarsi nella grande fuga che ha deciso la corsa.

L’Amstel Gold Race si corre nel Limburgo olandese. Non manca il mulino a vento…
L’Amstel Gold Race si corre nel Limburgo olandese. Non manca il mulino a vento…

L’occasione di Persico

Da italiani ce ne andiamo con il rammarico di Silvia Persico, quinta all’arrivo a soli 9 secondi da Bredewold, che ha davvero creduto di poter vincere. Ma quando è rientrata sul Cauberg all’ultima scalata, ha scoperto di non avere più gambe e anche il podio è andato a farsi benedire. La curiosità è che Silvia fu quinta anche quando nel 2023 l’olandese conquistò il titolo europeo.

«Avrei voluto vincere – dice con franchezza la bergamasca del UAE Team Adq – ma davvero ai 400 metri mi si sono bloccate le gambe. Ho fatto un bel rientro e mi dispiace perché il podio almeno poteva esserci. Guardando le ultime edizioni, era difficile pensare che potesse andare via una fuga così numerosa. Io dovevo correre agressiva, per essere in supporto di Eleonora Gasparrini per la volata ed eventualmente di Longo Borghini in caso di attacco. Poi però, una volta nella fuga, ho corso per vincere. Nell’ultimo giro mi sono resa conto che Puck Pieterse e Juliette Labous andavano più di me, mentre Mischa (Bredewold, ndr) è stata furba, ma per vincere serve anche quello».

Già nell’ultimo giro, Persico si era resa conto delle gambe migliori di Labous e Pieterse
Già nell’ultimo giro, Persico si era resa conto delle gambe migliori di Labous e Pieterse

Fra testa e gambe

Bredewold è al settimo cielo. A parte l’europeo, nel palmares di questa ragazza alta 1,81 c’erano finora una tappa alla Valenciana, una al Baloise Tour e una al Simac. L’Amstel è la perla che dimostra la sua capacità di concretizzare le poche occasioni a sua disposizione.

«Sono molto sorpresa – ha detto subito dopo – ho avuto una settimana difficile mentalmente, ma la squadra mi ha davvero aiutato a superarla. Sono grata e felice. Lo sport di alto livello non è facile, si dubita molto e spesso ci si impegna tanto per ottenere scarsi risultati. Vincere una gara è così difficile. La chiave è stata la fuga. Ci siamo concentrati su Lotte (Kopecky, ndr), ma abbiamo visto questa opportunità e l’abbiamo colta. Io stessa forse avevo troppa paura di attaccare, quindi sono contenta che Ellen (Van Dijk, ndr) l’abbia fatto per tutte. Le altre non mi hanno seguito, quindi mi sono buttata. Odio il Cauberg, ma ho continuato, e poi sono rimasta sola in cima. Significa molto per me. Questa è l’Amstel, una gara importantissima nel mio Paese. E’ un sogno».

Elisa Longo Borghini (che ha portato in corsa la V5Rs) ha coperto l’attacco di Persico. Ora fa rotta di Freccia e Liegi
Elisa Longo Borghini (che ha portato in corsa la V5Rs) ha coperto l’attacco di Persico. Ora fa rotta di Freccia e Liegi

Programmi da riscrivere

Di corsa a livello mentale potrebbe parlare in fondo anche Silvia Persico, caduta al Trofeo Binda e recuperata in extremis per il Fiandre. Il progetto era vincerlo accanto a Elisa Longo Borghini, invece si è trovata a scortarla dalla caduta fino al ritiro. Il programma prevede un periodo di stop, ma la corsa per il team emiratino non è andata come speravano. Alena Amaliusik si è ritirata e adesso anche il programma di Silvia rischia la riscrittura.

«Sto tornando a casa dai miei – dice – e da programma non dovrei fare Freccia e Liegi, ma adesso devo aspettare cosa deciderà la squadra. Quattro settimane fa avevo una costola rotta, per cui la mia campagna del Nord finora è tutta da leggere. La squadra ha avuto diversi infortuni e io non sono ancora al top, perché ho poco allenamento alle spalle, ma è ancora tutto da capire. Arrivo a casa, provo a riposarmi domani e poi vediamo cosa mi diranno».

La caccia al Grande Slam. Papà Van der Poel ci crede…

20.04.2025
6 min
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Il ciclismo non è fatto solo di record. Le vittorie di Pogacar e Van der Poel valgono di per sé, lo spettacolo offerto dai due dominatori delle ultime Classiche Monumento è un concentrato di storie e di immagini che illumina gli occhi. E’ anche vero però che lo sport passa per primati, imprese, numeri: i due campionissimi del nostro tempo possono avvicinarci a quel Grande Slam (la vittoria in tutte e cinque le Monumento della stagione) finora conquistato solo da tre belgi: Van Looy, Merckx, De Vlaeminck.

Entrambi sono a tre vittorie. Van der Poel ha impedito allo sloveno di completare la sua collezione con due prestazioni eccezionali, alla Sanremo e alla Roubaix, ma anche lui ha la possibilità di completare la collezione, se sarà capace di vincere se stesso e i suoi limiti alla Liegi-Bastogne-Liegi e al Lombardia.

Domenica Van der Poel ha colto la terza vittoria consecutiva a Roubaix, come fece Moser
Domenica Van der Poel ha colto la terza vittoria consecutiva a Roubaix, come fece Moser

L’ultima Roubaix, la gioia più grande

D’altronde, il corridore della Alpecin Deceuninck ha in casa chi di queste gare s’intende molto bene perché suo padre Adrie la Liegi la vinse nel lontano 1988, oltre a una lunga serie di altre classiche tra cui anche un Fiandre. E chi più di lui quindi può sapere se il figlio ce la può fare? Intanto però si gode l’ultima impresa.

«Penso che l’ultima Roubaix sia stata davvero speciale. E’ stata una gara davvero emozionante – dice papà Van der Poel – proprio perché l’ultimo capitolo di una sfida fra due grandi campioni, che regala sempre incertezza sul suo esito finale. Penso che sia stata una grande gara e vedere il suo esito finale mi ha riempito d’orgoglio».

Mathieu, in una foto del 2019, con suo padre Adrie: come lui vincitore di classiche su strada e titoli mondiali nel ciclocross
Mathieu, in una foto del 2019, con suo padre Adrie: come lui vincitore di classiche su strada e titoli mondiali nel ciclocross
Secondo te il Mathieu attuale è al suo limite o può ancora crescere?

Io penso che possa ancora migliorare. Certo, ha ormai trent’anni, ma è abituato al duro lavoro e a questo punto serve cambiare qualcosa nella sua preparazione. Penso che possa ancora migliorare un po’, non molto ma deve farlo per continuare a vincere perché il livello sale sempre.

Si parla tanto della ricerca di Pogacar del Grande Slam delle Classiche Monumento. A Mathieu mancano Liegi e Lombardia. Tu la Liegi l’hai vinta, può farlo anche lui e come dovrebbe correrla?

E’ una domanda che molti mi hanno fatto domenica scorsa. Potrebbe vincerla, ne ha tutte le possibilità, ma molto influisce il percorso. Gli organizzatori amano rendere le loro gare sempre più difficili e così facendo restringono sempre di più il lotto dei favoriti, di coloro che possono vincere. Il Lombardia è una gara bellissima, solo che la rendono troppo difficile. Quindi così facendo escludi molti corridori, corridori da classiche, dalla lotta per il successo. Oggi come oggi penso che solo 2-3 corridori possono vincere la classica delle foglie morte. Quando correvo io era il regno dell’incertezza, ce ne potevano essere 50 che partivano con la possibilità di vincere e questo la rendeva più incerta e interessante.

Alla Liegi VDP ha sorpreso tutti lo scorso anni vincendo lo sprint per il 3° posto
Alla Liegi VDP ha sorpreso tutti lo scorso anni vincendo lo sprint per il 3° posto
Escludi quindi Mathieu dal lotto?

No, dico solo che gare come le Monumento dovrebbero essere terreno di battaglia per tutti, non andrebbero rese troppo difficili già nella loro costruzione, andrebbe lasciato più spazio alle strategie delle squadre e alla fantasia dei corridori.

Quale pensi sia più difficile per lui tra Liegi e Lombardia, in base alle sue caratteristiche?

Io credo che Mathieu possa vincere entrambe. Servono una buona giornata e un pizzico di fortuna, ma nelle condizioni in cui è ha tutte le possibilità per farlo, io sono ottimista. E’ chiaro però che le altre tre classiche sono fatte a pennello per lui, si adattano meglio alle sue caratteristiche e le vittorie alla Milano-Sanremo sono davvero un fiore all’occhiello.

Al Lombardia l’olandese ha corso una sola volta, nel 2020, finendo al 10° posto a 6’28” da Fuglsang
Al Lombardia l’olandese ha corso una sola volta, nel 2020, finendo al 10° posto a 6’28” da Fuglsang
Tu dici che al Giro di Lombardia può essere competitivo: come andrebbe preparato?

Il Lombardia l’ha fatto una sola volta, nel 2020. Ed è arrivato decimo. Io dico che con le giuste condizioni potrebbe giocarsela. Deve arrivare con il peso giusto, magari perdere qualcosa come aveva fatto lo scorso anno prima dei mondiali ed è salito sul podio in una corsa durissima. Sa che può farlo, quindi, che il fisico poi risponde. Sarebbe importante per prepararlo andare alla Vuelta e poi affrontare alcune gare collinari, impegnative dal punto di vista altimetrico per abituarsi. E’ chiaro che sul terreno di Pogacar sarebbe durissima, ma ci si può provare.

Tuo figlio può raggiungere un altro traguardo storico: 4 titoli mondiali in 4 diverse specialità. Lo vedi competitivo nella mountain bike attuale?

E’ difficile cambiare bici durante la stagione. Ma penso che in passato abbia già dimostrato di esserne capace. Ha vinto gare di Coppa del mondo, significa che è un vincente anche lì. Io penso che la sua scelta sia giusta, considerando il mondiale su strada troppo duro e impegnativo anche come trasferta. E’ un obiettivo da inseguire quest’anno. Quindi penso che darà il massimo. Ci proverà, senza mettersi troppa pressione addosso, diciamo che è un “plus” nella sua stagione. Fa parte di quei target posti da qui alla fine della sua carriera, come anche conquistare una medaglia olimpica.

Quest’anno VDP ha optato per i mondiali di mtb, correrà il 14 settembre a Crans Montana (SUI)
Quest’anno VDP ha optato per i mondiali di mtb, correrà il 14 settembre a Crans Montana (SUI)
Tu che lo conosci bene, ha per la mountain bike la stessa passione che nutre per ciclocross e strada?

Oh, non credo. Ciclocross e strada sono nel suo DNA, come è un po’ per la nostra famiglia. Mathieu d’altro canto ha un pregio: vivere ogni evento in maniera abbastanza rilassata. Conscio di essere ben preparato, di stare in salute e e di non avere nulla di cui preoccuparsi. Non è spesso nervoso per una gara e questa è un’ottima cosa.

Nel ciclocross ha vinto 7 mondiali. Continuare a competere sui prati è legato solo alla passione o lo ritiene anche fondamentale per preparare la strada?

Io penso che lo faccia perché gli piace proprio. La mountain bike è forse più un vezzo, un divertissement, ma penso che per lui il ciclocross in inverno sia un’ottima preparazione e penso anche che, con le modalità e i tempi come l’ha interpretato negli ultimi due anni, sia un’ottima cosa.  Quindi penso che non debba cambiare molto, fare qualche ciclocross, prendersi una piccola pausa e poi dare il massimo per il mondiale.

Con Pogacar. I due sono in caccia del Grande Slam ciclistico, con 3 successi su 5 per ciascuno
Con Pogacar. I due sono in caccia del Grande Slam ciclistico, con 3 successi su 5 per ciascuo
E’ più probabile che Mathieu vinca le due classiche mancanti o che Pogacar vinca Sanremo e Roubaix?

Penso che per Tadej sia un po’ più facile rispetto a Mathieu, i risultati di quest’anno a Sanremo e Roubaix dicono che è molto vicino al vertice anche in quelle due prove, senza Mathieu le avrebbe vinte, credo. Obiettivamente è quello davvero in grado di fare il Grande Slam.

Tu sei stato campione in bici e sei padre: la gioia per i suoi successi è diversa da quella che provavi per i tuoi?

Sì, è piuttosto diverso e credo sia più emozionante. Vedere le sue corse mi rende più nervoso di quando correvo, è un modo completamente diverso di godersi le gare. Una gioia molto più profonda e intensa.

Cauberg, Muro d’Huy e Redoute, Bartoli spiega (e racconta)

20.04.2025
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Archiviate le corse di pavé e muri, si passa a quelle delle cotes. La Freccia del Brabante ha fatto da ponte, ma da oggi in poi con l’Amstel Gold Race si entra nel regno delle Ardenne. Salite un po’ più lunghe, ma comunque esplosive, di quelle in cui lo spettacolo viene quasi da sé… e in questa era di fenomeni non ne parliamo! Invece delle cotes e di queste strade ardennesi, ne parliamo eccome. E lo facciamo con un campione che lassù non si è solo fatto valere, ma più di qualche volta è stato dominatore: Michele Bartoli.

Con il toscano si parla delle salite simbolo delle tre classiche che mancano per chiudere la campagna del Nord: il Cauberg dell’Amstel, il Muro d’Huy della Freccia Vallone e la Redoute della Liegi-Bastogne-Liegi.

L’imbocco del Cauberg, siamo a Valkenburg, cittadina nel sud dell’Olanda non lontana da Liegi
L’imbocco del Cauberg, siamo a Valkenburg, cittadina nel sud dell’Olanda non lontana da Liegi

Il Cauberg

Il Cauberg è la rampa di lancio quasi sempre decisiva dell’Amstel Gold Race e simbolo, forse, di un’intera terra: Valkenburg. Qui si sono scritte anche pagine iridate e sempre qui andò in scena il famoso “ammutinamento” di Bartali e Coppi che, al mondiale del 1948, per controllarsi a vicenda arrivarono staccatissimi nelle retrovie. I due rimediarono una sonora squalifica da parte dell’allora UVI, antesignana della FCI. Ma torniamo ai nostri tempi e cediamo la parola a Bartoli.

Michele, partiamo dal Cauberg…

In effetti è un simbolo di una zona e non solo di una corsa, come per noi toscani il Monte Serra!

Puoi descriverci la salita?

E’ una salita con buone pendenze ed esplosiva. In realtà non possiamo neanche chiamarla salita, perché le salite vere sono quelle dove serve essere scalatori. No, qui parliamo di un’altra tipologia: strappi, cotes, chiamateli come volete, dove bisogna essere atleti veloci, esplosivi e anche potenti. E’ una salita particolare, più vicina al Fiandre. Per fare un esempio: è più adatta a Van der Poel che a Vingegaard. Non ho detto Pogacar perché per lui vanno bene tutte!

La strada com’è?

E’ molto ampia e la pendenza è abbastanza regolare: nel tratto duro sta attorno al 12 per cento. In tutto dura poco più di un chilometro e poi inizia un lungo falsopiano dove si troverà l’arrivo dell’Amstel. E’ selettiva, perché fatta nel finale riesce a fare la differenza. Tutti tengono duro nel primo tratto per non rimanere staccati, però poi, se inizia a mancarti la gamba, la velocità nel punto dove spiana può essere molto differente tra chi ne ha e chi no.

E a livello di ambiente?

E’ la salita dove c’è più presenza di tifosi all’Amstel: tantissimi. C’è un gran tifo quando si passa dentro Valkenburg e si inizia a salire.

Quando l’hai fatta tu, con che rapporti si affrontava?

Se programmavi un attacco, potevi farla anche con il 53 da sotto: all’epoca 53×19 o 21. Dietro si iniziava già a usare il 23, anche il 25. Adesso con il 54 e le scale posteriori che arrivano al 34 non hai problemi. In una corsa come l’Amstel, il 54 se vuoi non lo togli mai.

Qual è il tuo ricordo del Cauberg?

Che l’aspettavo… molte volte con ansia! Era l’ultimo trampolino di lancio per fare una selezione definitiva. Quindi lo vivevi con uno stato d’animo di attesa vera.

C’era un punto preciso dove attaccare o si seguiva l’andamento della corsa?

Vedevi un po’ gli avversari, come si muovevano. Magari se notavi qualcuno in difficoltà potevi decidere di anticipare. Altrimenti, se c’erano squadre che tiravano, aspettavi il finale. Sono salite brevi in cui devi decidere al momento, in base al comportamento del gruppo, a meno che non si prepari un attacco con tutta la squadra. Ai miei tempi, invece, se avevi un compagno nel primo gruppetto era già un lusso. Cercavi di usarlo in modo diverso, non per una tirata di 200 metri. Invece oggi, se prepari un attacco, puoi farlo in grande stile anche sul Cauberg.

L’azione di Pogacar sul Muro d’Huy nel 2023. Siamo all’uscita dei tornanti, dove si supera per qualche metro il 25 per cento di pendenza
L’azione di Pogacar sul Muro d’Huy nel 2023. Siamo all’uscita dei tornanti, dove si supera per qualche metro il 25 per cento di pendenza

Il Muro d’Huy

Passiamo al Muro d’Huy. Una vera icona. Nella Freccia Vallone si affronta per tre volte e ognuna è una bolgia, uno stadio a cielo aperto. Introdotto nel 1982 (quando vinse Mario Beccia), è diventato il punto d’arrivo della corsa dal 1985. Da allora, gli italiani hanno vinto 11 volte. Bartoli alzò le mani nel 1999.

Michele, eccoci dunque al Muro d’Huy. Ulissi ci ha detto che quando si sale si vive il pubblico, ne puoi sentire l’odore…

In generale devo dire che la Freccia Vallone mi è sempre piaciuta tantissimo. L’ho sempre cercata, in tutti i modi. Sì, Ulissi ha fatto una descrizione giusta. Il Muro d’Huy ti dà sempre i brividi, dalla prima all’ultima volta. E rispetto ad altre salite simbolo, penso al Grammont o al Poggio, è l’unica con l’arrivo in cima.

Come prima: descrivici la salita. Si pensa sempre alla “S” dura, ma anche prima non regala niente…

Inizia a salire sin dall’abitato di Huy e già dal chilometro finale, quando si svolta a destra e si entra nel muro vero e proprio, capisci come andrà a finire. Se senti che la gamba non risponde, è bene cambiare tattica e giocare in difesa.

Lì è importante avere un compagno di squadra che ti porta su, o essere già in posizione giusta ma coperto, giusto?

E’ importante, perché quando svolti a destra, se sei anche solo un po’ indietro, spendi energie per tornare davanti. E se in quel momento accelerano, ti manca quell’attimo per respirare. Avere un compagno è l’ideale, ma se non ce l’hai devi comunque stare davanti. Anche perché nel chilometro finale la strada diventa molto stretta.

Chiaro…

E’ molto ripida, siamo oltre il 20 per cento. Però si gestisce. Io cercavo sempre il feeling giusto, risparmiando fino alla S, perché l’attacco da lì in poi “viene da solo”. A quel punto, se hai la gamba, dai tutto fino a dove spiana. Lì capivi se i pochi rimasti andavano in difficoltà. A me piaceva guardare in faccia l’avversario: capire se stava accusando.

In quel tratto finale (tra il 9 e il 6 per cento) si riesce a mettere la corona grande?

No, è improponibile. Lavori dietro con i rapporti.

La Redoute. Qui termina (oggi) questa cotes. I corridori svoltano a destra con una curva a gomito
La Redoute. Qui termina (oggi) questa cotes. I corridori svoltano a destra con una curva a gomito

La Redoute

E veniamo infine alla Redoute, perla della Liegi-Bastogne-Liegi. Siamo “a casa” di Philippe Gilbert, nell’immenso spiazzo dei camper che si radunano alla base, e qualcuno anche lungo la salita, sin dal giovedì dopo la Freccia per gustarsi le ricognizioni.
La Redoute si affronta una sola volta. Quest’anno arriva al chilometro 218, cioè a 34 dalla fine.

Michele, chiudiamo con la Redoute. Rispetto ai tuoi tempi è cambiata: ora in cima al tratto duro si svolta a destra e si scende. Una volta c’era un falsopiano…

La Redoute aveva perso un po’ d’interesse con l’inserimento della Cote de la Roche aux Faucons. Ma adesso, con questi campioni, è tornata in auge. Di certo è cambiata tatticamente. Resta un trampolino di lancio dove misuri l’avversario o decidi di scatenare qualcosa. Per me la gara iniziava sulla Redoute. Lì capivi chi stava bene e chi no. Se era il caso di fare un attacco decisivo.

Come si prende? All’imbocco la strada è stretta, c’è quel dedalo di curve nel paesino…

E’ un bel problema prenderla bene, perché si viene da una discesa ampia che ti fa organizzare male la squadra. Ti passano da tutte le parti. Io lì usavo molto i compagni per stare davanti e dettare il ritmo.

Della salita vera e propria cosa ci dici?

E’ dura davvero. Ti toglie energie. Man mano che sali senti che le sensazioni cambiano, forse per la tensione accumulata. Non è il Mortirolo, ma quando arrivi in cima sei esausto: è un continuo aumentare della pendenza.

Tu dove attaccavi?

Ai 500-600 metri dal termine del tratto duro. Ma sono metri lunghissimi, non passano mai. Hai la percezione che il tempo rallenti: «Ora ci arrivo, ora ci arrivo»… ma non ci arrivi mai!

Sulla Redoute c’è sempre tanta gente. Che atmosfera si percepisce?

Durante la ricognizione, almeno per me, era sempre un test. Capire se era l’anno giusto, se avevi la gamba. Era quasi come una gara. Il tifo si percepisce, anche se sei concentrato. E’ un tratto talmente particolare che riesci a renderti conto di quanto ti urlano.

E questo contribuisce a rendere il momento importante?

Se sei tu a dettare il ritmo sì. Altrimenti, se subisci, il caos ti dà fastidio. Almeno, per me era così.

Abbiamo detto che non c’è più il falsopiano dopo il tratto duro: ti piace di più la vecchia versione o la nuova?

Tatticamente, la vecchia era meglio. Anch’io la vera differenza la facevo sul falsopiano. Ora, se non riesci a mettere in difficoltà gli avversari nel segmento duro è finita. La Redoute è passata. Prima, invece, avevi un “secondo round”.

Velasco d’Olanda: «L’Amstel mi piace, non sopporto la Freccia»

19.04.2025
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Con tre piazzamenti nei primi dieci, Simone Velasco è uscito dal Giro dei Paesi Baschi con qualche punto e soprattutto tante certezze in più. Ora si fa rotta verso le Ardenne, dove ci saranno altri avversari e altre storie da raccontare. In questi anni di piazzamenti da pesare col bilancino della classifica UCI, la XDS Astana viaggia stabilmente in terza posizione, dietro UAE Team Emirates e Lidl Trek, anche grazie al rendimento costante dei suoi uomini. E gli italiani in questo gioco un po’ necessario e un po’ perverso stanno svolgendo alacremente la loro parte.

Giovedì sera il bolognese è volato in Olanda. Venerdì ha pedalato con i compagni nel finale dell’Amstel che ha finalmente riscoperto l’arrivo sul Cauberg. E da quella sorta di balconata sul Limburgo olandese con vista sul Belgio, ha potuto ragionare sulla settimana delle Ardenne che sin dall’inverno è stata il suo principale obiettivo.

«Ai Baschi comunque – dice – ho dimostrato una bella condizione. Peccato che un malanno avuto a metà febbraio abbia un po’ stravolto i programmi. Per cui ho corso la Coppi e Bartali che non dovevo fare, ho fatto il GP Indurain e i Baschi che non dovevo fare, mentre sarei dovuto andare in altura. Per cui adesso si tratta di sfruttare ancora la condizione costruita in Spagna. Riuscire a fare qualche bel risultato sulle Ardenne sarebbe sicuramente una ciliegina sulla torta di questo inizio stagione, che finora è stato più che positivo».

Velasco, classe 1995, è professionista dal 2016. E’ alto 1,70 per 59 chili
Velasco, classe 1995, è professionista dal 2016. E’ alto 1,70 per 59 chili
Le Ardenne sono l’insieme di tre corse molto diverse fra loro. Amstel, Freccia Vallone e Liegi: qual è la tua preferita?

Per come è fatta, l’Amstel è quella che si adatta di più alle mie caratteristiche. Delle tre, la Freccia Vallone è quella che non amo. E poi la Liegi ha sempre il suo fascino, ma è un po’ troppo dura per me. Però se ci arrivi con una grande condizione, puoi sempre lottare per fare un bel risultato. Per cui ci proviamo, siamo su con una bella squadra e andremo alla ricerca dei punti. Tanto il ciclismo di oggi si basa su questo, come sempre si corre in quest’ottica e anche noi cercheremo di fare il meglio possibile anche a livello di squadra.

Per uno che come te viene dalla mountain bike, la Freccia Vallone non dovrebbe essere un bel banco di prova?

L’arrivo là in cima non mi ha mai entusiasmato, perché alla fine si risolve tutto sull’ultimo strappo. A me piacciono di più le corse a sfinimento, invece a Huy tante volte ci si ritrova ancora con 50, 60 corridori ai piedi del Muro. Alla fine è anche un discorso di posizioni e non solo di gambe. E a me non vanno tanto a genio gli arrivi in cui c’è da prendersi qualche rischio in più ed essere… sfacciati. Se devo dire la verità, non sono neanche mai arrivato a prendere il Muro con il gruppo dei primi, tra cadute, la volta che c’era una fuga e il gelo dell’anno scorso. Magari quest’anno sarà l’anno buono per provare a vedere se si possa invertire la tendenza.

Al Giro dei Paesi Baschi, per Velasco tre top 10 e l’ottavo posto finale a 3’43” da Almeida
Al Giro dei Paesi Baschi, per Velasco tre top 10 e l’ottavo posto finale a 3’43” da Almeida
La ricerca di punti è necessaria, ma si riesce anche a ragionare in termini di risultato assoluto?

Diciamo che si cerca sempre di fare risultato. E’ chiaro però che per una squadra come la nostra, non avendo un leader dichiarato particolarmente forte, è difficile puntare tutto su un corridore. Per questo, dovendo comunque considerare il ranking, saremo aperti su più fronti. Sicuramente la ricerca di un risultato importante è sempre l’obiettivo principale della gara. Anche ai Paesi Baschi abbiamo cercato di vincere e lo stesso al GP Indurain e in tutte le altre gare fatte sin qui.

L’Amstel è la più adatta e il finale è tornato quello di una volta.

Quello prima del 2019, su cui non ho mai corso. Per questo con Scaroni e gli altri compagni abbiamo ritenuto necessario provare il finale. L’anno scorso sbagliai la volata, altrimenti avrei potuto avvicinarmi alla top 10. Ora c’è da capire se e come cambierà lo svolgimento della corsa, ma cercherò di farmi trovare pronto.

Che differenza c’è tra il Velasco che vinse il tricolore due anni fa e quello di oggi?

Oramai sono cinque anni buoni che riesco a esprimermi su un livello medio alto. Il campionato italiano mi ha portato consapevolezza nei miei mezzi e credo di avere dimostrato, anche se non in toto ma comunque in parte, di aver fatto uno step successivo. Se tutto va come deve, riesco a essere competitivo nelle corse WorldTour e, quando mi chiamano all’appello, rispondo quasi sempre presente. E’ chiaro che quando si va a correre con certi campioni, cercare il grande risultato non è mai semplice. Comunque penso che dal 2023 c’è stata una svolta.

Alla Coppi e Bartali, un terzo posto nella tappa di Cesena, dietro Vine e Sheffield
Alla Coppi e Bartali, un terzo posto nella tappa di Cesena, dietro Vine e Sheffield
Di che tipo?

Sono maturato fisicamente e mentalmente. E comunque a quasi trent’anni, anche se sono professionista da dieci, sento di essere ancora abbastanza giovane. Per il periodo in cui sono passato, anche se avevo solo vent’anni, non sono stressato come alcuni giovani che diventano professionisti adesso. Sono ancora pieno di forze e con tanta voglia di far bene. Questo conta quando vai alle gare.

Dopo la Liegi si stacca la spina?

Nel programma c’è che potrei fare il GP Francoforte del primo maggio, però vediamo come starò fra dieci giorni, perché ho fatto un filotto di un mese e mezzo che mi ha messo abbastanza a dura prova. Ho fatto tante tante gare ravvicinate e non ho mai avuto modo di recuperare. Quindi tirerò il fiato, poi andrò in altura nella seconda parte di maggio e dopo proveremo a fare una bella preparazione per il Tour.

Confalonieri e un 6° posto che vale. Nelle pieghe dell’Inferno

19.04.2025
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Ci sono ritorni a casa che hanno un valore particolare. Maria Giulia Confalonieri, rientrata dal “suo” periodo di classiche può finalmente tirare il fiato, ora l’attende solo allenamento e poi si tornerà a correre a maggio. Ha terminato la prima parte di stagione senza vittorie, è vero, ma il fatto di avere chiuso la Roubaix nell’elite del ciclismo ha un forte peso. Tanto è vero che il suo 6° posto finale forse non ha neanche avuto il rilievo che meritava.

Per la ciclista di Giussano sesto posto finale a Roubaix, a 1’01” dalla Ferrand Prevot, lottando per il podio fino alla fine
Per la ciclista di Giussano sesto posto a Roubaix, a 1’01” dalla Ferrand Prevot, lottando per il podio fino alla fine

La scelta di non esserci alle Ardenne era già stata preventivata all’inizio della stagione: «Anche noi della Uno-X facciamo turn over come tante altre squadre del WorldTour. Qualcuno ha tirato avanti e sarà presente all’Amstel ma se guardate la starting list, già lì c’è un forte cambio. A Freccia e Liegi ci saranno molte protagoniste diverse. Io sono contenta di poter staccare un po’ per poi riprendere con vigore dal prossimo mese».

Torniamo alla corsa del pavé, essere stata protagonista fino alla fine ti ha soddisfatto?

Diciamo che ho tenuto fede a quello che era un obiettivo fin dall’inizio. Già lo scorso anno avevo capito che potevo giocare le mie carte, ma allora ho pagato dazio alla sfortuna, con un paio di forature lontano dalla fine dei tratti di pavé e quindi dalla possibilità di cambiare bici. Alla Roubaix è così, devi essere anche fortunato non solo a non forare, ma quando capita dipende molto da dove avviene, se puoi intervenire presto oppure no. E’ questione di attimi, se perdi il treno giusto non hai più possibilità. Quest’anno ero partita con l’idea di centrare una Top 10, ma guardando com’è andata la gara resta sempre quel pizzico di amaro in bocca sapendo che si poteva fare anche di più.

Maria Giulia con Letizia Borghesi. Le due sono state grandi protagoniste sul pavé
Maria Giulia con Letizia Borghesi. Le due sono state grandi protagoniste sul pavé
Probabilmente il tuo 6° posto non è stato sufficientemente valutato anche perché “coperto” dalla piazza d’onore della Borghesi

Lei ha fatto una gran gara, niente da dire. Ha saputo scegliere il momento giusto per attaccare e andarsi a prendere un risultato prestigioso. Come detto, la Roubaix è una questione di attimi, lei è stata brava ad attaccare mentre Vos e Wiebes si stavano guardando, d’altronde Marianne non poteva muoversi avendo la Ferrand Prevot davanti. Io ho perso il momento giusto perché pensavo che Lorena sarebbe stata più attiva nell’inseguimento, dovevo osare di più, ma alla fine è arrivato comunque un risultato importante.

L’azione della Ferrand Prevot ha cambiato un po’ le strategie che avevate messo in cantiere?

Fino al quinto settore di pavé, la corsa era andata avanti in maniera piuttosto lineare. Poi c’è stata la caduta di due ragazze e lì già sono stata costretta a rincorrere, ma la corsa non era ancora esplosa. Che qualcosa doveva succedere si doveva capire quando sono andate in fuga le 6 ragazze, dietro non si è fatto nulla di particolare per inseguirle, eppure c’è stato il ricongiungimento perché molte squadre aspettavano che fosse la Sd Worx a prendere l’iniziativa, sapendo che la Kopecky avrebbe lavorato per la Wiebes. Così, quando la francese ha attaccato, tutte sono rimaste in attesa, si sono appoggiate alla Kopecky, favorendo Pauline.

Un piazzamento buono per la lombarda, trovatasi presto senza compagne lungo il percorso
Un piazzamento buono per la lombarda, trovatasi presto senza compagne lungo il percorso
Tu a quel punto com’eri messa?

Non potevo far molto perché ero sola del mio team lì davanti. C’erano altre squadre più rappresentate, ma non c’è stato accordo nell’inseguimento. Il fatto è anche che della Roubaix si ha sempre un po’ paura, sai che all’improvviso ti si può spegnere la luce e non vai più avanti. Intendiamoci: la francese è stata bravissima, nei tempi come nella condotta di gara, la sua sapienza di guida si è vista tutta.

Nella Roubaix quanto incide?

Molto. Un aspetto sul quale si pone poca attenzione è il fatto che fondamentale è la scelta di “dove” mettere le ruote. Essere davanti è un vantaggio perché vedi il terreno, altrimenti se sei dietro devi fidarti di chi ti sta davanti. Il pavé della Roubaix è diverso da qualsiasi altro, gli spuntoni sono tantissimi e paradossalmente sono maggiori sulle canaline laterali, dove spesso si pedala perché si va più veloci. Al centro è più lineare, almeno nelle belle giornate come quella che abbiamo vissuto. Diciamo che se sei la prima della fila è meno probabile forare perché hai una visuale migliore.

Nella Roubaix è fondamentale la scelta delle traiettorie per ridurre il rischio di forature
Nella Roubaix è fondamentale la scelta delle traiettorie per ridurre il rischio di forature
Quanto incide l’aspetto umano?

Tanto, ma meno che in altre corse. Per me la Roubaix è una corsa da gravel, ma ognuno fa le sue scelte, infatti alla partenza trovi le soluzioni più diverse, chi usa la monocorona e chi no, ad esempio. La Visma adesso adotta questo nuovo sistema del “gonfia e sgonfia”, tanti hanno usato il salsicciotto per prevenire lo sgonfiaggio e arrivare a fine settore anche in caso di foratura. Alla Roubaix è tutto estremizzato, molto più che in qualsiasi altra corsa e bisogna considerare anche un altro fattore: per le donne è una gara nuova, siamo solo alla sesta edizione, ogni anno se ne capisce di più su come interpretarla.

Nel complesso il tuo inizio stagione com’è stato?

Non ci sono stati grandi acuti, ma posso ritenermi soddisfatta. Diciamo che sono abbastanza in credito con i risultati, ma bisogna tenere conto che in molte gare ho corso in aiuto di Linda Zanetti, che è molto veloce e infatti in alcune gare sono stata il suo ultimo elemento nel tirarle la volata. Io credo che sia stato un buon periodo, per me come per il team, ci facciamo vedere di più, continuiamo a crescere.

Nel team norvegese la Confalonieri ha corso da leader, ma anche in aiuto alle compagne
Nel team norvegese la Confalonieri ha corso da leader, ma anche in aiuto alle compagne
Dove ti vedremo ora?

Ora mi attende un periodo di preparazione per poi tornare in gara in Lussemburgo, dove il giro a tappe è stato sostituito da due prove in linea, alla Vuelta a Burgos, che fra le corse a tappe spagnole è quella che più si adatta alle mie caratteristiche e dove voglio affinare la gamba in vista del Tour of Britain. Lì voglio davvero portare a casa qualcosa d’importante…

In viaggio da Parigi a Roubaix: due debuttanti sul pavé

19.04.2025
6 min
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La prima Parigi-Roubaix è come il primo amore, non si scorda mai. L’emozione dell’esordio, la presentazione delle squadre il giorno prima, la ricognizione del percorso, i momenti concitati in gara e, ovviamente, i tratti di pavé. L’inferno del Nord è una corsa unica, come ognuna delle cinque Classiche Monumento, ed esordire non è affatto banale. Sia per i meriti sportivi che per il significato che questa corsa riesce ad avere nei cuori degli spettatori e dei ciclisti stessi. 

Tra i giovani italiani che hanno solcato per la prima volta le pietre della Parigi-Roubaix ci sono Daniel Skerl e Andrea Raccagni Noviero. I due sono arrivati nel velodromo tra gli ultimi, rispettivamente 114­° e 115° ma non per questo la loro cavalcata assume un valore differente. A qualche giorno di distanza andiamo da loro per farci raccontare questo incontro ravvicinato con l’Inferno

SKERL: «Tutto a posto. Poco alla volta io e la mia schiena abbiamo recuperato. Il giorno dopo mi faceva davvero male, anche le gambe ma a quello sono abituato (ride, ndr). Lunedì ho riposato, mentre martedì ho fatto un’uscita di un’oretta».

RACCAGNI: «Ho avuto per qualche giorno dolore al soprasella e alle gambe. Per il resto tutto bene. Mi sono preso un paio di giorni per recuperare, anche se ieri (mercoledì, ndr) sono salito in bici e avevo ancora un po’ di dolore».

Andrea Raccagni Noviero è arrivato sfinito a Roubaix, l’ultima ora e mezza è stata una sofferenza (foto Instagram)
Andrea Raccagni Noviero è arrivato sfinito a Roubaix, l’ultima ora e mezza è stata una sofferenza (foto Instagram)
Com’è andato l’esordio?

SKERL: «La mattina della gara avevo un po’ di ansia perché c’era l’incognita del meteo. Andando alla partenza avevo visto che alcuni tratti erano pieni di fango, non proprio il massimo. Con l’andare delle ore e delle gare che ci hanno preceduto (juniores e U23, ndr) la situazione è migliorata. 

RACCAGNI: «E’ la gara più dura a cui ho preso parte. Si tratta di uno sforzo diverso, non intenso ma a sfinimento. Poi è lunghissima, l’ultima ora e mezza ero devastato. Non so come ho fatto ad arrivare a Roubaix».

Che ruolo avevi in corsa?

SKERL: «Dovevo stare accanto a Fred Wright. All’inizio ho preso i tratti di pavé anche in posizioni decenti, poi mi sono staccato poco prima della Foresta di Arenberg. All’uscita di quel settore mi sono trovato da solo con Declercq, in quel momento ho capito che raggiungere il traguardo sarebbe stato difficile. Per fortuna da dietro è rientrata gente e insieme siamo andati all’arrivo

RACCAGNI: «Fino alla Foresta di Arenberg ero a supporto di Tim Merlier. Siamo entrati un po’ dietro e mi sono dovuto spostare sulla sinistra perché era pieno di corridori fermi a bordo strada. Nello spostarmi ho bucato e lì ho perso una marea di tempo. Sono uscito insieme ad altri quattro corridori, mancavano novanta chilometri all’arrivo e c’era sempre vento contro o laterale. A un certo punto ci ha raggiunto un gruppo grande, ma prendeva i settori a tutta e mi sono staccato. Ho fatto gli ultimi venticinque chilometri da solo. 

Uno dei pochi accorgimenti tecnici della Bahrain Victorious è stato montare copertoni da 35 millimetri
Uno dei pochi accorgimenti tecnici della Bahrain Victorious è stato montare copertoni da 35 millimetri
Emozioni particolari?

SKERL: «Quando ho saputo della convocazione, mi sono detto che sarebbe stata una gara come un’altra. Poi nella settimana prima mi è salita un po’ di tensione, inizi a pensare che sono 270 chilometri, che si corre a 47 di media, nella ricognizione vedi cosa vuol dire pedalare sul pavé. Poi il primo tratto di pietre lo prendi a 160 chilometri dall’arrivo, tra l’altro quei quattro settori all’inizio li ho fatti a ruota di Van Aert. Ammetto che mi ha dato un po’ di energia in più. La cosa impressionante è che mi staccava sui tratti d’asfalto, lima in maniera incredibile. In due pedalate risaliva cinque o sei posizioni. 

RACCAGNI: «In squadra si parlava da un po’ di farmi fare questa corsa. Le carte si erano un attimo rimescolate, poi il mercoledì prima del Fiandre mi hanno detto che sarei andato alla Roubaix. Così quella domenica mi sono fatto un bel lungo di 230 chilometri per prepararmi. L’emozione più grande, oltre ai settori di pavé, l’ho vissuta durante la presentazione delle squadre il giorno prima. Non avevo mai visto così tanta gente». 

Qual è il settore che più ti ha impressionato?

SKERL: «Il Carrefour de l’Arbre. Lì il pubblico è qualcosa di incredibile. A bordo strada era colmo di gente, tutti che urlano e ti incitano, anche a me che sono passato un quarto d’ora dopo i primi. Ero sfinito ma il calore del pubblico ti spinge avanti».

RACCAGNI: «La Foresta di Arenberg. Un po’ perché è la cosa che guardi in tv da bambino e poi perché quando esci realizzi che ti mancano ancora diciotto settori di pavé e sei disperso nelle retrovie che pedali a tutta. Quando ho bucato per fortuna non è andata giù subito la pressione ma è rimasta a un bar, un bar e mezzo. Nel momento in cui entri la corsa esplode, trovi corridori con le ruote distrutte e poi il pubblico batte le mani contro le barriere di plastica e fa un frastuono infernale».

Il sostegno del pubblico è per tutti…

SKERL: «Ti vedono un po’ come un eroe. Nonostante fossi tra gli ultimi il tifo era ugualmente caloroso. C’è una passione così grande per il ciclismo che ti senti parte di qualcosa di grande. Quando ero a ruota di Van Aert sentivi proprio l’amore del pubblico per un campione del suo calibro». 

RACCAGNI: «Tutti quelli che erano lungo la strada urlavano e ti sostenevano. Comunque tra Van der Poel e me saranno passati più di quindici minuti, avrebbero potuto guardare la corsa sul telefono o andare via. Invece erano lì, a bordo strada, ad aspettare gli ultimi e dare loro supporto».

Quando hai capito di aver compiuto la tua impresa personale?

SKERL: «Nel viale alberato di Roubaix. Mancava l’ultimo settore (200 metri proprio in quel viale, ndr) poi sono arrivato nel velodromo. Pensavo che quel giro e mezzo fosse più corto, devo ammetterlo. Con il suono della campana ho capito di aver terminato la mia prima Classica Monumento. Un giorno da non dimenticare, anche perché sono partito alle 11 del mattino da Compiègne e sono arrivato alle 17 a Roubaix». 

RACCAGNI: «Nel velodromo, lì ho pensato a tutta la fatica che ho fatto per finire la gara. Non so con quali forze sono andavo avanti. Ho anche pianto, più per la fatica fatta in bici, non sentivo più nulla. Un’altra cosa che mi ha impressionato è la dimensione del velodromo. E’ piccolo, sembra una pista che abbiamo anche noi vicino a Genova. Dalla tv sembra grande il doppio».

Il sostegno del pubblico è uguale dall’inizio alla fine, anche per l’ultimo del gruppo (foto Instagram)
Il sostegno del pubblico è uguale dall’inizio alla fine, anche per l’ultimo del gruppo (foto Instagram)
Scelte tecniche particolari?

SKERL: «L’unica novità sono stati i copertoni, abbiamo usato quelli da 35 millimetri. Quando sono salito in bici durante la ricognizione mi sembravano quasi ridicoli, invece mi hanno salvato perché sul pavé mi hanno dato una grandissima mano». 

RACCAGNI: «Nessuna. Avevamo gli stessi materiali che utilizziamo nelle altre corse. I copertoni erano da 32 millimetri gonfiati a 3,5 e 3,6 bar».

Ti sei concesso un premio per la tua prima Monumento? 

SKERL: «Nulla di particolare. La cosa che mi ha sorpreso sono stati i messaggi ricevuti a fine gara da amici e conoscenti. Questo è stato il mio regalo più grande, aver dato a tutti quelli che mi vogliono bene un motivo per essere orgogliosi di me mi ha reso felice». 

RACCAGNI: «Festeggiare nel nord delle Francia non è semplice. C’era la mia famiglia, è venuta anche la mia ragazza dalla Repubblica Ceca. La sera ci siamo presi una pizza e l’abbiamo mangiata in hotel. Comunque una cena premio me la sono meritata».