Simone Gualdi, la Liegi U23 per fare come Busatto

19.04.2025
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Quando lo abbiamo raggiunto, Simone Gualdi stava ultimando l’ultima distanza in vista della Liegi U23, che si correrà proprio oggi fra Bastogne e Blegny. Era sulle sue salite, tra queste il Selvino: una delle scalate simbolo del Giro di Lombardia, ma soprattutto, almeno in questo caso, una delle sue salite test. Quelle che ti dicono come stai. E a quanto pare le risposte della montagna sono state positive.

Il giovanissimo atleta della Wanty – Nippo – ReUz, devo team della Intermarché, è pronto dunque per una sfida che piace ai ragazzi del team belga, visto che due anni fa a vivere questa corsa fu un suo connazionale e compagno, Francesco Busatto. Le assonanze tra i due non mancano. Speriamo che anche il risulto finale sia lo stesso.

Sin qui Gualdi ha disputato una buona stagione. Ha fatto qualche apparizione con i pro’. Ha sfiorato il successo al Le Tour des 100 Communes, battuto, pensate un po’, da quel Matthew Brennan che avrebbe poi vinto due tappe al Catalunya e si sarebbe messo in luce anche alla Parigi-Roubaix. Ma soprattutto ha mostrato la solidità per cui dal prossimo anno passerà nella prima squadra e quindi nel WorldTour.

La Cube di Gualdi in cima al Selvino: ultime pedalate prima di volare in Belgio
La Cube di Gualdi in cima al Selvino: ultime pedalate prima di volare in Belgio
Innanzitutto, Simone, come stai? Come sta andando la stagione?

Va sicuramente molto bene. Ho iniziato subito forte, anche con i professionisti. Ho avuto qualche occasione, ho raccolto qualche bel piazzamento e diciamo che per avere la ciliegina sulla torta manca la vittoria. Però non posso assolutamente lamentarmi o avere rammarichi. Anzi…

Parteciperai alla Liegi U23. Avete mai parlato di questa corsa con Francesco Busatto, che l’ha vinta due anni fa?

In realtà non troppo, alla fine non ci vediamo così spesso. Però sicuramente ci tengo a far bene. E’ una corsa anche adatta alle mie caratteristiche. So che sto bene e quindi ci terrei a replicare quello che ha fatto Francesco.

Hai già studiato il percorso? Come ti stai preparando?

Sì, ho bene in mente ciò che mi aspetta. La Liegi U23 l’ho fatta già l’anno scorso, quindi mi ricordo i punti chiave. E poi al giorno d’oggi con VeloViewer possiamo vedere un po’ tutti i dettagli della corsa. E posso dirvi che l’ho guardata e riguardata un bel po’ di volte e ho capito dove potrò provare a fare la differenza. Però poi vedremo in gara, in base a come si evolvono le situazioni.

Hai già individuato i rivali più pericolosi?

Sicuramente ci sarà Jarno Vidar, con cui ho corso questa settimana al Circuit des Ardennes e l’ho visto in gran forma. Penso anche che Lorenzo Finn sarà un avversario tosto. Poi vedremo… sono corse grandi, importanti e alla fine qualcuno di forte esce sempre. So che le mie qualità le ho, so che posso far bene…

Gualdi (classe 2005) è stato il miglior giovane all’ultimo Trofeo Laigueglia
Gualdi (classe 2005) è stato il miglior giovane all’ultimo Trofeo Laigueglia
A questa età si cresce molto rapidamente. Dove senti di essere migliorato rispetto al 2023?

Sicuramente ho accumulato tantissima esperienza che mi aiuta a capire meglio certe situazioni di corsa e a sprecare meno in momenti non determinanti. Prima buttavo via qualche energia di troppo che poi mi costava sul finale. Anche i miei numeri sono migliorati. So di essere più forte, non solo mentalmente e tatticamente, ma anche fisicamente.

E in cosa sei cresciuto dal punto di vista fisico?

Ho lavorato tanto sia sulla resistenza che sulle salite lunghe. Ho notato un grosso miglioramento proprio su quelle. Infatti quest’anno mi piacerebbe provare a fare bene in classifica generale nelle corse a tappe.

Ti riferisci anche il Giro Next Gen?

Esatto. Quello è il prossimo obiettivo dopo la Liegi U23. E’ una corsa a cui tengo molto. Ci ho lavorato.

Vieni da un corsa particolare, il Circuit des Ardennes, alla quale i francesi tengono molto ed è sempre molto combattuta? Che impressione hai avuto in queste cinque tappe?

Mi sono trovato bene. Non erano percorsi durissimi, nei quali poter fare una grossa differenza, ma quando c’era qualche salita sono riuscito a essere sempre con i migliori. Ci sono state un paio di occasioni con gli abbuoni in cima a delle cotes e ho anche acciuffato qualche secondo per la generale. Erano cinque tappe nervose (alcune anche del vento, ndr) e siamo sempre stati in gara. Ho ottenuto due top dieci.

Al Circuit des Ardennes il bergamasco è sempre stato nella mischia. Si è mosso bene anche tra i ventagli (foto FG Photos)
Al Circuit des Ardennes il bergamasco è sempre stato nella mischia. Si è mosso bene anche tra i ventagli (foto FG Photos)
Veniamo alla Liegi: anche tra gli U23 la cotes de la Redoute sarà decisiva?

Sì, sicuramente inizierà anche per noi da lì. Però è un po’ diverso rispetto ai professionisti. Secondo me ci sono anche altri punti chiave prima come Wanne o Haute Levée. Alla fine in quelle fasi devi avere le gambe: se hai le gambe sei davanti e il resto poi viene un po’ di conseguenza. Dopo c’è una scrematura.

Simone, per i giovani italiani all’estero spesso non è facile, anche dal punto di vista ambientale: senti la fiducia dei tuoi compagni di squadra?

Sì, parecchia fiducia. Sotto questo punto di vista sono tranquillo. Anche perché mi sono guadagnato il rispetto nella squadra. Quando quel giorno non è un’occasione per me, sono il primo ad aiutare i compagni. E penso che questa sia una delle chiavi per creare un bel gruppo: aiutare quando serve, ma anche essere aiutato quando arriva la tua occasione.

Insomma, Simone Gualdi è pronto: dal Selvino alla Liegi!

Sì, esatto. Mercoledì ho svolto un ultimo allenamento in vista di questa gara. Però è stata più che altro una rifinitura. Quello che bisognava fare era già stato fatto. Ora c’è solo la corsa da affrontare. Sono arrivato in Belgio un paio di giorni prima, così da fare tutto con calma. Abbiamo un hotel, un punto d’appoggio vicino al service course del team, e da lì ci spostiamo direttamente alla partenza della Liegi.

Van Aert, lo sprint è sparito. Invece Remco vola già

19.04.2025
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Uno che sperava di vincere, l’altro che lo ha sognato per settimane, forse mesi. Wout Van Aert ha pedalato verso l’arrivo della Freccia del Brabante restando alla ruota di Evenepoel. Remco ha corso come sempre, senza voltarsi e chiedendo solo una volta il cambio. Uno si è allenato minuziosamente rincorrendo (invano) la condizione perfetta, l’altro ha dovuto arrangiarsi appena gli hanno dato la possibilità di ripartire dopo l’incidente. Quando hanno iniziato la volata, le motivazioni erano per entrambi fortissime. Forse però nella mente di Van Aert c’era già il dubbio che gli ha impedito di sprintare come ha sempre saputo fare. O forse nelle sue gambe non c’è più quel che serve in situazioni simili. D’altra parte il percorso del Brabante strizza gli occhi agli scalatori.

«Certo che speravo di vincere – ha dichiarato Wout subito dopo la sconfitta – soprattutto in questa situazione, con la corsa che si sarebbe risolta con una volata a due. Ma non mi era rimasto più niente. Nell’ultima ora Remco mi ha lentamente sfinito, è stato già duro resistere nell’ultimo giro del percorso.

«E’ incredibile – ha dichiarato Evenepoel dopo la vittoria – pensavo di non avere molte possibilità contro Wout allo sprint. E’ uno che ha vinto volate di gruppo, ma è stata una gara dura e negli ultimi anni sono diventato un po’ più esplosivo anche io».

Van Aert ha ammesso che l’azione di Evenepoel lo ha sfinito
Van Aert ha ammesso che l’azione di Evenepoel lo ha sfinito

Lo sprint di Remco

Il rompicapo è lungi dall’aver trovato una soluzione. Che cosa sta succedendo a Van Aert? Evenepoel ha ragione: allo stesso modo in cui si pensava che avrebbe fatto un sol boccone di Powless alla Dwars door Vlaanderen, il finale della Freccia del Brabante sembrava scritto perché Wout cogliesse finalmente la vittoria che gli manca dal 27 agosto, dalla decima tappa della Vuelta.

«Mi sentivo bene – ha detto Van Aert – e ho contribuito a far esplodere la corsa. Sono rimasto scioccato dal fatto che ci sia stata una selezione così rapida. Per me sarebbe stato meglio se in finale ci fossero stati più corridori, perché non è stato un gran regalo restare a ruota di Remco. Speravo che dopo l’ultima salita calasse un po’ il ritmo, in modo da poter fare uno sprint esplosivo, ma lui ha tirato dritto. Nell’ultimo giro avevo già capito che fosse lui il più forte e lo ha dimostrato in volata».

«Avevo previsto questo scenario – ha detto Evenepoel – ma mi sono comunque sorpreso. Sapevo di stare bene, ma vincere al rientro non è facile. Ho dovuto impegnarmi a fondo. Durante gli allenamenti il mio cardiofrequenzimetro a volte arrivava a 190 battiti, ma oggi è andato verso i 200».

La vittoria di Remco al rientro ha avuto del prodigioso
La vittoria di Remco al rientro ha avuto del prodigioso

Lo sprint di Wout

Fra i due non è mai corso buon sangue. Dopo la vittoria di Evenepoel ai mondiali di Wollongong, Van Aert fece una gran fatica a complimentarsi con lui. Wout sembrava il predestinato, il solo e vero avversario di Van der Poel. Il gigante capace di vincere le volate e le crono, poi di tirare in salita come i migliori scalatori. La Jumbo-Visma di quegli anni era una squadra prodigiosa, poi qualcosa si è inceppato. Andate a rileggere i nomi di quelli che c’erano ai Tour del 2022 e del 2023.

«Non sono troppo deluso – ha detto Van Aert – ma come ho detto, puntavamo a qualcosa di più. Per come si era messa, speravo di batterlo in volata, ma a quanto pare non ho più uno sprint. Vorrei anche una risposta alla domanda sul perché sia accaduto. Non abbiamo lavorato in modo diverso, ma è qualcosa che dobbiamo valutare. Non ho idea del motivo. L’unica spiegazione che vedo per oggi è che ho sofferto negli ultimi chilometri ed ero già oltre il limite quando lo sprint è iniziato».

Una spiegazione andrà cercata. Non è possibile che “quel” Van Aert sia sparito nei meandri di una preparazione sempre più cervellotica e in conflitto con il suo essere un uomo per le battaglie. Ha dovuto arrendersi a Van der Poel, così come a Pogacar e Pedersen. E’ stato battuto in volata da Powless e ora da Evenepoel. Il prossimo esame sarà l’Amstel di domani, poi il focus si sposterà sul Giro d’Italia. Ma quale sarà per allora lo scopo di questo immenso campione che ha smesso di trovare la strada?

Zanini e lo spirito ritrovato tra le pietre del Nord

18.04.2025
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Un anno fa raccontavamo del Giro delle Fiandre concluso con il ritiro dell’ammiraglia da parte dell’Astana Qazaqstan. Qualcosa che rimane dentro e che ha ferito l’animo del team e del suo staff. 365 giorni dopo, più o meno, i ragazzi della XDS Astana Team sono tornati sulle pietre di Fiandre e Roubaix per prendersi la rivincita. Il risultato è stata una campagna del pavé vissuta in prima linea e con il coltello tra i denti, guidati in macchina da uno Stefano Zanini che da queste parti ha lasciato un pezzo di cuore e tante emozioni. Lo sentiamo mentre si trova in macchina e ha appena ritirato l’ammiraglia dal tagliando.

«Anche i veicoli – dice Zanini con un sorriso – devono fare un controllo dopo due settimane nelle Classiche del Nord. Per fortuna tutto a posto. Ora torno a casa e mi godo un periodo di riposo prima di ripartire con le gare nel mese di maggio».

La XDS Astana Team ha corso un Fiandre d’attacco anticipando i favoriti e cogliendo un decimo posto con Ballerini
La XDS Astana Team ha corso un Fiandre d’attacco anticipando i favoriti e cogliendo un decimo posto con Ballerini

L’altra faccia del pavé

Quest’anno la XDS Astana ha un altro spirito, lo si è capito fin dalle prime gare in Spagna e la campagna del Nord ne ha dato conferma. La rincorsa ai punti ha portato tutti a fare un salto a livello mentale e di approccio alle corse. La ciliegina sulla torta è arrivata al Fiandre e alla Roubaix, dove la squadra ha corso da protagonista. 

«Abbiamo avuto l’impressione di un cambio di mentalità fin da dicembre – racconta Zanini – l’ambiente dei corridori era diverso. L’arrivo di ragazzi nuovi ha portato qualcosa in più e lo si è visto. C’era tanta motivazione e il riscontro lo abbiamo avuto fin da subito. Nel 2024 le pietre ci erano rimaste indigeste, un anno dopo posso dire che è andata in maniera totalmente diversa e il grazie va a tutti. Anche ragazzi giovani come Romele e Toneatti si sono dimostrati all’altezza della situazione. Da questo punto di vista siamo contenti perché per loro si prospetta un bel futuro. Con il mix di corridori esperti e giovani sono convinto che in futuro potremo fare delle belle cose».

Dicevi della mentalità che è cambiata, ci spieghi meglio?

Mi riferisco all’approccio a questo tipo di gare. Tatticamente la strategia non cambia, negli anni ci troveremo sempre a competere contro i soliti Pogacar, Van der Poel, Pedersen e Van Aert. Però l’atteggiamento dei ragazzi deve essere quello di dire: «Non vedo l’ora che arrivino queste gare». Solo così ti viene la voglia di soffrire e di provarci fino in fondo. 

Hai rivisto la corsa?

Lunedì, una volta rientrato a casa. Abbiamo corso bene, fin dai primi tratti eravamo davanti. La Roubaix è una corsa nella quale serve fortuna ma anche tanta calma, tra cadute e forature il gruppo esplode ma poi si ricompatta sempre. Bisogna avere una gran dose di fortuna ma la si deve anche cercare. I momenti difficili vanno gestiti e interpretati. Non si può correre solamente quando tutto va bene. 

Mike Teunissen si è dimostrato solido e tenace, per lui un 12° posto al Fiandre e il 16° alla Roubaix
Mike Teunissen si è dimostrato solido e tenace, per lui un 12° posto al Fiandre e il 16° alla Roubaix
Chi è rimasto dall’anno scorso, a partire da voi dello staff, ha cercato di instillare questa voglia di rivincita anche nei nuovi arrivati?

Per quanto mi riguarda no. I corridori sanno che queste sono le mie corse preferite, chi viene qui capisce che è un altro modo di vivere il ciclismo. Forse inconsciamente riesco anche a trasmettere questa mia passione. Le Classiche del pavé le senti maggiormente rispetto alle altre, sarà per l’ambiente o altro, ma non c’è bisogno di tante parole. Chi viene a fare queste gare percepisce nell’aria il ciclismo.

I due punti di riferimento quest’anno per il Nord erano Ballerini e Bettiol…

Sì, poi purtroppo Bettiol ha avuto un’infiammazione ai polmoni e ha saltato tutta la campagna del pavé. Ballerini, invece, ha fatto una buona serie di gare con ottimi risultati: sesto alla Gand, decimo al Fiandre. Peccato per la Roubaix dove è stato messo fuorigioco dalla sfortuna e da un incidente con uno spettatore. 

La forza (ancora grezza) di Fedorov ha impressionato Zanini
La forza (ancora grezza) di Fedorov ha impressionato Zanini
La squadra, nonostante l’assenza di quello che poteva essere il leader, non si è disunita. A testimonianza di quanto dicevi sulla mentalità giusta.

E’ stato un modo per capire quanto valgono anche gli altri, da Ballerini a Bol e passando per Teunissen. Quest’ultimo mi ha sorpreso in positivo, ha dimostrato una grande professionalità ed è stato un perfetto capitano in corsa. Perché a volte c’è il capitano che trascina con la sua personalità, altre invece servono corridori come Teunissen. Dotati di carisma e di una grande gestione dei momenti di gara. 

Fedorov ha fatto degli ottimi passi in avanti rispetto allo scorso anno.

A mio avviso è fortissimo, ha una forza sovrumana. Deve imparare a correre meglio e leggere le fasi di gara. Alla Roubaix fino alla Foresta di Arenberg è rimasto tra i primi, poi ha speso troppo per rientrare su un gruppetto e da lì è mancato. Sono passi naturali da fare, ha comunque venticinque anni. Non voglio dimenticarmi nemmeno di Gazzoli, è stato una pedina importante e di supporto alla squadra.

La cosa più importante che portate a casa?

Che la stagione non finisce con le Classiche del Nord. Quello che abbiamo fatto fino ad ora è solamente l’inizio e dobbiamo proseguire su questa strada.

La “prima” di Villa su strada. Tante idee e un talento cristallino

18.04.2025
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Al Giro della Città Metropolitana di Reggio Calabria vinto da Luca Colnaghi, c’è stato l’esordio di Marco Villa sull’ammiraglia della nazionale italiana. Una prima assoluta? Non proprio, considerando che nel lungo periodo di permanenza del cittì azzurro nel mondo della pista, spesso ha portato i suoi ragazzi a competere nelle gare su strada con la maglia azzurra. Resta però il fatto che la classica italiana era la prima occasione per indossare le “nuove” vesti di responsabile chiamato a rilanciare il mondo della strada, quello guida del ciclismo italiano.

Villa però resta attaccato fortemente alla pista, tanto è vero che in queste ore è a Gand, con la Fidanza e la Baima chiamate a raccogliere punti in una competizione nel velodromo insieme a 6 ragazzi. Sa bene però che tutti guardavano alla prova calabrese con una certa curiosità e il pluripremiato tecnico non si tira indietro.

Gli azzurri alla partenza da Reggio Calabria, alla sinistra Finn, alla destra Viviani (foto Mazzullo)
Gli azzurri alla partenza da Reggio Calabria, alla sinistra Finn, alla destra Viviani (foto Mazzullo)

«Parlare di esordio mi pare un termine eccessivo, non solo per il fatto che sono già stato su un’ammiraglia azzurra, quanto perché un vero e proprio esordio è quando affronti una gara titolata. Questa era una rappresentativa nazionale in una corsa per club e con questo non intendo minimamente sminuirla, anzi credo che esperienze simili, che ho già affrontato, siano utilissime».

Come ti sei regolato nelle convocazioni?

Ho scelto di portare una squadra di giovani insieme a Elia Viviani, che ringrazio sempre per la sua disponibilità e che ha fatto un po’ da “chioccia” per i suoi compagni. Era importante sfruttare quest’occasione per far capire che una nazionale è qualcosa di diverso da una normale corsa vissuta nel proprio team, si ha una responsabilità diversa vestendo quella maglia con tutto il suo carico di storia e devo dire che ho trovato fra i ragazzi uno splendido affiatamento.

L’arrivo vittorioso di Colnaghi. Per Finn il primo podio da pro’ (foto Mazzullo)
L’arrivo vittorioso di Colnaghi. Per Finn il primo podio da pro’ (foto Mazzullo)
Come sei stato ricevuto dagli altri dirigenti delle formazioni italiane, è cambiato qualcosa?

Non direi, paradossalmente era più complesso parlare con loro prima, quando bisognava affrontare la programmazione di un quadriennio. Ora da questo punto di vista è tutto molto più semplice. E’ chiaro che alla base dei mio lavoro c’è sempre il dialogo costruttivo con i manager e i team per quegli atleti che ritengo utili alla causa azzurra e in questo senso ho già avuto segnali molto positivi.

In quale misura?

Io ho già in testa una certa intelaiatura per la nazionale per mondiali di settembre ed europei di ottobre, in base ai percorsi. La gran parte degli atleti che mi interessano, faranno programmi che contemplano Giro e Vuelta e questo ai fini delle prove titolate è un programma che mi va benissimo. Il Tour è lontano, significa chiedere ai ragazzi di avere un terzo picco di forma che non si raggiunge con facilità. Poi ci può essere l’eccezione, ma io devo ragionare su dati reali. Anche perché io avrò bisogno di una nazionale composta da corridori tutti al 100 per cento della forma.

Con Finn e Viviani, Villa ha portato anche D’Amato, Fancellu, Garibbo, Raccani e Belletta
Con Finn e Viviani, Villa ha portato anche D’Amato, Fancellu, Garibbo, Raccani e Belletta
Che impressione hai tratto dalle classiche nella tua nuova veste, le hai viste con occhio nuovo?

Non direi, d’altronde non è che prima la strada non la guardavo, anzi. Ho fatto il professionista per 11 anni, i miei corridori su pista hanno sempre gareggiato su strada, non avrei potuto non avere un occhio interessato oltre che appassionato. La mia esperienza mi dice ad esempio che non bisogna guardare solo ai risultati: il Fiandre con tanti italiani davanti è stato un bellissimo segnale.

Tu hai detto che guardi soprattutto ai giovani, la maggior parte dei quali è all’estero…

Anche su pista ero chiamato a parlare con i team esteri per i vari Ganna, Viviani, Consonni e compagnia. Dobbiamo abituarci a un ciclismo globalizzato, avere rapporti con tutte le squadre del WorldTour, era ed è ancora di più il mio compito. Se quelle squadre investono sui nostri ragazzi, significa che il talento non è minimamente venuto meno.

Podio finale per Colnaghi, Bais e Finn nell’ordine (foto Mazzullo)
Podio finale per Colnaghi, Bais e Finn nell’ordine (foto Mazzullo)
La tua prova calabrese si è chiusa con il podio di Lorenzo Finn, chiaramente sul campione del mondo junior c’è tanta attenzione addosso. Tu come lo hai visto?

Avevo visto il mondiale e quel successo non è stato casuale – afferma Villa – Ho parlato di lui con Gasparotto e mi ha detto che nei ritiri prestagionali ha visto un ragazzo molto talentuoso ma anche maturo, che era già all’altezza di corridori molto più esperti e blasonati. Ha iniziato la stagione in ritardo per colpa della frattura alla clavicola, ma io l’ho visto alla Coppi e Bartali trovandolo già brillante. Sapendo che doveva correre nelle Ardenne gli ho chiesto se voleva mettere dentro un’altra gara, l’ha chiesto al team e mi ha dato la sua adesione.

Che corridore hai trovato?

Ho trovato un gran talento, ma non parlo solo delle sue qualità fisiche. Ha già la testa del professionista, dall’alimentazione alla vita in hotel, anche a come organizzarsi per le trasferte. In gara ha corso da leader: ha attaccato nella prima salita e si è innervosito perché non aveva collaborazione, ha attaccato nella seconda portando con sé il solo Fiorelli con lui e gli ho detto di non spingere troppo ma aspettare la rampa finale. Così ha fatto portando via la fuga decisiva. Per essere all’inizio della sua avventura da pro’, ha fatto vedere belle cose.

Il ligure Finn ha attaccato più volte nel corso della gara, impressionando il suo cittì per la sua autorevolezza
Il ligure Finn ha attaccato più volte nel corso della gara, impressionando il suo cittì per la sua autorevolezza
C’è da attendersi una nazionale imperniata sulla gioventù?

Chi mi conosce sa che sono sempre stato abituato a lavorare con corridori giovani ma anche con gente esperta – sentenzia Villa – Io mi baso su due principi che valevano prima come adesso: un corridore esperto, a prescindere dall’età, che può darmi qualcosa troverà sempre la porta aperta da me, se sarà utile per il team. Dall’altra parte non mi sono mai fatto scrupoli nel gettare nella mischia ragazzi che hanno talento, anche qui a prescindere dalla data di nascita. Il metodo di lavoro non cambia…

Abruzzo, tempo da lupi. La storia e le lacrime di Callejas

18.04.2025
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AREMOGNA – C’è da scommettere che ce lo saremmo trovato accanto sotto la tenda riservata ai giornalisti e ai massaggiatori in cima a questo arrivo d’Abruzzo flagellato dalla pioggia che in certi momenti è diventata neve. Quando c’era un suo corridore in fuga, Gianni Savio non stava mai in mezzo agli invitati dell’hospitality, preferiva stare sulla strada con chi va alle corse per lavorare. Ha sempre fatto così.

Dedica alla nonna scomparsa

Il Giro d’Abruzzo ha appena vissuto la tappa regina, con il traguardo sopra Roccaraso e la vittoria di Alejandro Edison Callejas, che già sentiamo nelle orecchie la voce di Gianni scandirne il nome. Con l’accento sulla jota a renderlo ancora più sudamericano. E ora che Gianni non c’è più, rivedere l’arrivo del ragazzo con il pugno al cielo, potrebbe far pensare che il colombiano abbia appena dedicato a lui la vittoria. Ci piacerebbe pensarlo, non è così, ma tutto nella sua storia parla del manager piemontese. E allora la vittoria gliela dedichiamo noi con questo scritto fradicio e gelato.

«Negli ultimi 50 metri – dice Callejas con le labbra che gli tremano – ho pensato soprattutto alla mia famiglia e alle persone che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui. Sono loro ad essere presenti nei momenti difficili, per questo gli dedico la vittoria. E alla mia nonna, scomparsa un mese fa. Tutto questo oggi è stata un’ulteriore motivazione per essere qui e vincere».

Callejas, classe 2000, è partito a 11,2 chilometri dall’arrivo, tirando dritto fino alla vittoria
Callejas, classe 2000, è partito a 11,2 chilometri dall’arrivo, tirando dritto fino alla vittoria

La giacca di Valerio

Sulla cima non c’è nessuno. I ragazzi arrivano fradici e gelati, perché nessuno si aspettava di trovare 3 gradi a metà aprile, ma il meteo racconta delle inondazioni in Piemonte e di una Pasqua che si annuncia flagellata dal maltempo. Fiorelli, che ha appena perso la maglia, dice che lui di solito con il cattivo tempo si trova bene, ma anche che non riesce a smettere di tremare. Una giacca per alleviare la sua sofferenza gliel’ha passata Valerio Bianco, che lavora per RCS Sport, ma ricorda bene gli anni accanto a questi ragazzi nei panni di addetto stampa.

Sotto la tenda dei massaggiatori, quando mancavano due chilometri all’arrivo ed era ormai chiaro che Callejas avrebbe vinto, Luigino Zanin che fa l’autista del bus e oggi è in alto per aiutare il massaggiatore, ha gli occhi lucidi per l’emozione, mentre intorno lo prendono in giro come fanno tra loro quando uno è vicino alla vittoria.

Il colombiano più piccolo

Callejas si racconta. Le labbra battono, gli occhi sono lucidi. Per la Petrolike di Marco Bellini si tratta di una vittoria importante, in questo percorso che dal prossimo anno dovrebbe vedere il team salire al rango di professional per la spinta dello sponsor Hector Guajardo, che ne ha certo le possibilità e anche l’estro.

«E’ la mia prima vittoria da pro’ – dice Callejas incredulo – spero sia l’inizio di grandi cose e spero che sarà la prima di molte vittorie con questa squadra. Questo gruppo ha una storia molto lunga, ha fatto sempre passare grandi corridori e porta avanti l’eredità di Gianni Savio. E’ una vittoria per tutti loro, che hanno sempre creduto nelle mie possibilità e anche per me. Sono nato a Bogotà, in Colombia, ma credo di essere il colombiano più piccolo, per quello che ho fatto finora in bicicletta. Però il mio sogno è arrivare a correre i tre Grandi Giri, come Nairo Quintana, Rigoberto Uran e ovviamente Egan Bernal. E spero di riuscire a realizzarlo».

L’albergo ristorante Tina

Lo ritroviamo dopo mezz’ora, mentre aspetta il pulmino che venga a prenderlo. Sulla montagna c’è davvero poca gente, visti il giorno feriale e il tempo da lupi. Però non mancano qualche bambino e qualche tifoso che si avvicinano e gli chiedono timidamente una foto.

«All’inizio della salita – aggiunge – avevo gambe molto buone. Ho visto che gli altri erano quasi tutti al limite e mi sono detto che poteva essere il momento buono. Ho voluto provare ed è andata bene. Il freddo non mi piace, ma viviamo a Cossato, nello stesso albergo da Tina, dove ha vissuto per qualche tempo anche Egan Bernal. E’ la nostra casa e lì siamo molto vicini alle montagne. Conosco la neve e quando ho visto che iniziava a piovere, ho pensato solo a pedalare ed è andata bene. La squadra continuerà a correre in Europa e Gran Bretagna, anche nelle gare più importanti per under 23. Io invece torno in Colombia per ricaricare le batterie con la mia famiglia. Mio padre è un grande appassionato di ciclismo, ho un fratello che mi ha sempre supportato in ogni momento, soprattutto quelli difficili. Voglio tornare per condividere con loro questo momento».

La sua (unica) vittoria precedente era venuta alla Vuelta de la Juventud del 2022. Da pro’, è al battesimo
La sua (unica) vittoria precedente era venuta alla Vuelta de la Juventud del 2022. Da pro’, è al battesimo

Fra i lupi d’Abruzzo

Ha vinto una tappa al Giro d’Abruzzo, sappiamo bene che il ciclismo dei giganti solca altre strade e scala altre montagne. Eppure in questo tempo da lupi, Callejas coltiva il suo sogno di diventare grande e per qualche ora si sentirà grande per davvero. Forse l’eredità di Gianni Savio sta proprio in questa capacità di pescarli, condividere il loro sogno e convincerli che è possibile raggiungerlo.

Bellini ne ha raccolto l’eredità, dopo vent’anni al suo fianco. Hanno sempre diviso gli ambiti e per questo sono andati avanti. C’è da scommettere che anche Marco avrà brindato per questa vittoria, tracciando il cammino per far crescere la squadra, fra l’estro del suo sponsor e il solco di quell’eredità così speciale.

Brabante, rientra anche la Longo, 12 giorni dopo la caduta

18.04.2025
5 min
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«Sto bene. Certamente meglio del 6 aprile». Elisa Longo Borghini parla dal lettino dei massaggi. Domani (oggi, ndr) tornerà in gruppo alla Freccia del Brabante. Non ne poteva più di aspettare, vista la fantastica condizione con cui è arrivata al Nord. E alla fine, seguito alla lettera il protocollo per la commozione cerebrale, ha convinto la squadra a tornare in gara. Sono passati 12 giorni dalla caduta. Un altro ritorno importante, al pari di Remco Evenepoel, sia pure con una storia diversa.

Il 6 aprile, in corsa per vincere il Fiandre, dopo soli 35 chilometri, la campionessa italiana è caduta. Vederla immobile per terra è durato un secolo: una di quelle scene da scacciare presto dagli occhi. Poi si è rialzata. Si è scossa la polvere di dosso ed è salita in bici. C’era con lei Silvia Persico e probabilmente anche lei non vede l’ora di dimenticare. Perché dopo un breve tratto di strada, Elisa si è fermata ed è salita in ammiraglia.

«In realtà ricordo poco o niente – sussurra – cose che sono tornate a galla durante la settimana successiva. Ricordo di aver frenato, la ruota davanti è scivolata sul ghiaino del ciglio della strada, sono caduta e ho battuto la testa sul cordolo. Ricordo che mi hanno passato la bici di scorta. So che c’era con me Silvia, poi più nulla».

La Dwars door Vlaandern ha detto che in salita era lei la più forte: da qui la frustrazione di aver… saltato il Fiandre
La Dwars door Vlaandern ha detto che in salita era lei la più forte: da qui la frustrazione di aver… saltato il Fiandre

Due giorni in Belgio

L’ospedale di Gand. Gli esami neurologici e la diagnosi di concussion hanno fatto scattare il protocollo UCI sotto la supervisione di Nele Beeckmans, responsabile medico del UAE Team Adq. Da lì tutto si è svolto secondo uno schema che la piemontese ha potuto solo accettare e applicare, sperando di lasciarsi presto tutto alle spalle.

«E’ difficile da spiegare – ragiona – all’inizio ero piuttosto confusa, non ricordo molto. L’indomani ero abbastanza abbattuta, perché sentivo che fisicamente stavo bene. Sono rimasta per due giorni in Belgio: uno in ospedale e uno in una camera di hotel presa dalla squadra, in cui finalmente ho potuto riposare e ho iniziato a riprendermi. Non mi preoccupavo più di tanto, ma quando sono arrivata a casa, ho iniziato a pensare e non erano pensieri troppo positivi».

La ripresa degli allenamenti di Longo Borghini a casa è stata graduale: prima sui rulli e poi su strada (immagine Instagram)
La ripresa degli allenamenti di Longo Borghini a casa è stata graduale: prima sui rulli e poi su strada (immagine Instagram)

Il mercoledi sui rulli

Aveva vinto la Dwars door Vlaanderen, staccandole tutte di ruota. Visto l’esito del Fiandre, in cui nessuna è riuscita a fare la differenza sul Qwaremont, consentendo a una incredula Kopecky di vincerlo in volata, la frustrazione è cresciuta. Nello scambio di messaggi di quei giorni si coglieva la fatica di restare ferma, mentre il suo mondo andava avanti. Non avrebbe dovuto fare la Roubaix, ma l’esito del Fiandre ha avuto per giorni il senso della beffa.

«Ho seguito il protocollo, d’intesa con la dottoressa della squadra – racconta Elisa, nuovamente allegra – finché il mercoledì ho ricominciato con 45 minuti di rulli. Giovedì ho fatto un’ora e un’ora. Venerdì ho fatto tre ore su strada e ho dovuto fornire dei feedback sui cambi di luce e la risposta alla velocità. Sabato ho fatto tre ore e mezza e ho incontrato anche Sobrero. Nella ripresa non ho avuto problemi, ma è stata graduale. Se picchi la testa, serve attenzione. E’ un problema più subdolo, non te ne accorgi. Gli esami rilevano eventuali sanguinamenti, ma non dicono come reagisce il cervello, per cui non avrebbe senso ripartire con la fretta di tornare. Per fortuna quando la condizione è buona, con due giorni di pausa non perdi molto».

Il ritorno in gara alla Freccia del Brabante è stato concordato con il preparatore Slongo e il medico del UAE Team Adq
Il ritorno in gara alla Freccia del Brabante è stato concordato con il preparatore Slongo e il medico del UAE Team Adq

Test al Brabante

E’ stato suo marito a capire che fosse prossimo il momento del rientro. Al momento della caduta, Jacopo Mosca era in ritiro a Sierra Nevada e mentre risaliva verso il monte ha iniziato a ricevere un quantitativo sospetto di messaggi, diventando il tramite fra il mondo esterno e l’ospedale di Gand.

«Quando ho iniziato nuovamente a lamentarmi di tutto – sorride adesso Longo Borghini – Jacopo ha capito che fossi ormai pronta per tornare. Se scivoli a 50 all’ora e ti gratti tutta, fa male, ma puoi anche ripartire e andare avanti conciata come sei. Con la testa invece non si scherza. Coi giorni però, uscendo su strada, mi sono accorta di stare bene e ho cominciato a spingere. Così ho parlato con Slongo (il suo allenatore, ndr) e Slongo ha parlato con la squadra, facendo l’ipotesi di rientrare alla Freccia del Brabante. La dottoressa ha dato il suo okay, perciò eccomi qua. Non ho grandi attese, se non capire come sto. Non per il risultato e nemmeno per la squadra, sarò focalizzata soltanto su me stessa, per fare il punto in vista delle Ardenne e del seguito della stagione. L’unico modo per saperlo è provarci. Per cui per altri aggiornamenti, bisognerà aspettare che finisca la corsa».

Lo scorso anno, la Freccia del Brabante fu un’altra perla di Longo Borghini dopo la vittoria del Fiandre
Lo scorso anno, la Freccia del Brabante fu un’altra perla di Longo Borghini dopo la vittoria del Fiandre

La Freccia del Brabante Women partirà stamattina alle 11,25 dalla piazza del mercato di Lennik e si concluderà attorno alle 14,35 e 125,7 chilometri a Overijse. Lo scorso anno vinse proprio lei, dieci giorni dopo aver vinto il Fiandre, staccando di 41 secondi Demi Vollering. Ci sono tutti i parametri per poter dare la miglior valutazione di se stessa. Ovviamente Elisa morde il freno, non è fatta per essere malata. Nulla esclude che possa nuovamente giocarsela, però mai come questa volta la prudenza è d’obbligo.

Fermi tutti, adesso tocca a Remco. Il ritorno di Evenepoel…

18.04.2025
5 min
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Ed eccolo l’ultimo grande di questo 2025 che mancava all’appello: Remco Evenepoel. Oggi tornerà finalmente in gara alla Freccia del Brabante, la corsa che più di tutte lo rappresenta. Un po’ fiamminga, un po’ vallone. Una gara che parla a tutto il Belgio e che tocca i luoghi del cuore del campione della Soudal-Quick Step.

«Domani passo ad un chilometro da casa mia e ad un chilometro dalla casa dei miei nonni», ha detto ieri, facendo subito capire quanto questo rientro non sia solo una questione sportiva, ma anche emotiva. Dopo sei mesi lontano dalle corse, il Remco che si presenta al via non è quello esplosivo che conosciamo, ma un atleta che ha vissuto un lungo travaglio fisico ed emotivo. E che sembra uscirne più maturo.

A dicembre, lo ricordiamo, una caduta in allenamento ha messo tutto in bilico: la preparazione per il Tour, i sogni, la stagione delle classiche e forse anche il futuro del Remco corridore. Ed è lì che il ragazzo di Schepdaal ha dovuto scavare dentro di sé per ritrovare motivazione, forza e obiettivi. Adesso riparte dalla gara di casa. E il modo in cui ne parla dice molto su dove voglia di nuovo arrivare.

Remco è tornato ad allenarsi per bene solo a metà febbraio (foto Instagram)
Remco è tornato ad allenarsi per bene solo a metà febbraio (foto Instagram)
Com’è stato affrontare questi mesi lontano dalle corse?

E’ stato il periodo più difficile della mia carriera. Non tanto fisicamente, ma mentalmente. Dopo l’incidente ho passato sei settimane completamente fermo, senza nemmeno poter pedalare sui rulli. Vedevo gli altri correre e allenarsi e io invece dovevo imparare di nuovo a muovere una spalla. Ho avuto paura. Paura di non tornare, paura di dover rivedere i miei obiettivi. Quando sei costretto a stare fermo, ti senti impotente. All’inizio è come se il mondo andasse avanti senza di te.

E’ vero che hai pensato anche di smettere?

Sì, per qualche giorno è stato così. Non perché non volessi più correre, ma perché non sapevo se avrei potuto farlo ancora ad alto livello. Il danno alla spalla era serio: legamenti compromessi, lesione nervosa. Ho iniziato a chiedermi: vale davvero la pena continuare? Poi è scattato qualcosa. Il supporto di mia moglie, della mia famiglia, della squadra. Ho capito che non era finita. Che avevo ancora molto da dare.

Come va con la spalla?

Meglio, anche se non è ancora al 100 per cento. La lesione al nervo ha lasciato qualche strascico. C’è un muscolo che non risponde come prima, ma per fortuna non è uno di quelli fondamentali per pedalare. Uso un tape speciale che aiuta a stabilizzarla, soprattutto quando sono in fuorisella o nelle fasi più concitate. Abbiamo fatto tanti test e finora ha funzionato. Domani sarà un banco di prova vero.

E’ vero, come si dice, che la fede ti ha aiutato in questo percorso?

Moltissimo. E’ una parte della mia vita che ho riscoperto da poco, insieme a Oumi (la moglie, ndr). Non l’avevo mai raccontato pubblicamente, ma la spiritualità oggi ha un ruolo importante per me. Mi aiuta a restare centrato, a non farmi travolgere dalla pressione. Pregare mi ha dato forza nei momenti in cui tutto sembrava buio. E mi aiuta anche ora, a vivere ogni giorno con più autenticità.

La sua ultima gara risale al 12 ottobre scorso, il Giro di Lombardia. Da domani sarà alla Freccia del Brabante
La sua ultima gara risale al 12 ottobre scorso, il Giro di Lombardia. Da domani sarà alla Freccia del Brabante
A che punto sei della preparazione?

Direi che sono a circa il 75-80 per cento. Dopo il via libera dei medici ho ripreso gradualmente: prima i rulli, poi qualche uscita tranquilla, infine il ritiro in Spagna a Sierra Nevada con la squadra. Lì qualcosa è cambiato. Ho potuto lavorare meglio su fondo e intensità. Non ho fatto test ufficiali, ma le sensazioni sono buone. Sento che la gamba c’è, anche se manca ancora qualcosa per essere al livello dei migliori. Questa settimana servirà per capire dove sono davvero.

Cosa ti aspetti dalla Freccia del Brabante?

Innanzitutto emozione. Questa gara passa vicino a casa mia, è quella che vedevo da ragazzino a bordo strada. Quando correrò domani, ogni curva mi ricorderà qualcosa. Spero che le gambe girino, ma non parto con l’ossessione del risultato. Voglio sentire il ritmo gara, vedere come reagisce il corpo. Se starò bene, potrei anche provare qualcosa, ma l’obiettivo vero è la Liegi.

Quali sono i prossimi passi?

Dopo la Freccia farò l’Amstel Gold Race e poi la Liegi-Bastogne-Liegi. E’ una corsa che sento mia, che ho già vinto e dove mi piacerebbe tornare protagonista. Tutto dipenderà da come reagirà il fisico nei prossimi giorni. Poi valuteremo con il team se fare Romandia, ma questo è già in ottica Tour.

Hai seguito le classiche in TV? Cosa pensi delle prestazioni di Pogacar e Van der Poel?

Certo che le ho seguite! Pogacar alla Roubaix è stato impressionante. Mi ha colpito soprattutto il modo in cui ha gestito la corsa. Non sembrava uno alla prima partecipazione, sembrava uno che l’ha fatta per dieci anni. E Van der Poel… che dire? Non ha sbagliato nulla. La sua primavera è da manuale. Quando vedi certi numeri, certi attacchi, capisci che il ciclismo oggi è a un livello incredibile. Per me è anche uno stimolo. Sapere che là davanti ci sono questi mostri mi motiva a lavorare più duro.

Evenepoel ha ringraziato la squadra, gli amici e sua moglie Oumaima Rayane (in foto) per il supporto psicologico che gli hanno dato in questo periodo
Evenepoel ha ringraziato la squadra, gli amici e sua moglie Oumaima Rayane (in foto) per il supporto psicologico che gli hanno dato in questo periodo
C’è un po’ di invidia nel vederli così dominanti?

No, non invidia. Ammirazione. Sono contento quando vedo altri corridori fare cose straordinarie. E mi chiedo: cosa posso imparare da loro? Pogacar è un esempio di completezza, Van der Poel di aggressività. Io cerco di costruirmi il mio stile, ma studiare i grandi fa sempre bene. Se poi un giorno riuscirò a batterli, sarà ancora più bello.

Hai avuto paura che questo stop rovinasse la stagione?

Sì, soprattutto nei primi giorni. Quando salta la preparazione invernale, ti senti perso. Ma ora penso che le cose succedano per un motivo. Magari avevo bisogno di fermarmi, di ricalibrare le energie. Ora mi sento più lucido, più motivato. Se riuscirò a salvare bene la primavera e arrivare al Tour in forma, potrei anche considerarlo un anno di crescita.

E i tifosi? Ti sono mancati?

Tantissimo. In questi mesi ho ricevuto migliaia di messaggi. Persone che mi dicevano di non mollare, di tornare presto. Alcuni bambini mi mandavano disegni con scritto “Forza Remco”. Quando sei a casa, infortunato, questi gesti ti commuovono. Ti ricordano perché fai questo sport. Spero domani di sentire tutto il calore del Belgio. Sarebbe il miglior segnale per dire: sono tornato.

Stili di guida sul pavé: la differenza la fanno i campioni

17.04.2025
5 min
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La caduta di Pogacar ha messo fine al duello testa a testa tra il campione del mondo in carica e quello uscente, Mathieu Van der Poel. Ancor prima che la corsa potesse metterci davanti l’ennesimo duello tra due campioni una curva sbagliata ha messo fine allo spettacolo. L’errore dello sloveno ha aperto una curiosità e qualche dubbio sulla sua posizione in sella. Non che la sua pedalata manchi di efficacia, ma il pavé della Roubaix non sono le salite del Tour de France. 

Tadej Pogacar è stato messo in sella con tutte le accortezze del caso, ma la sua posizione estremamente avanzata lo porta ad usare spesso il manubrio in presa alta. Un fattore che si è notato in maniera particolare durante la Parigi-Roubaix. Nei vari settori di pavé il corridore del UAE Team Emirates-XRG era l’unico dei favoriti a non usare il manubrio in presa bassa. Al contrario Van der Poel con una posizione più compatta in sella ha avuto una guida più fluida

Van der Poel, alla terza Roubaix consecutiva in bacheca, sa sfruttare ogni spazio e questo è un vantaggio enorme
Van der Poel, alla terza Roubaix consecutiva in bacheca, sa sfruttare ogni spazio e questo è un vantaggio enorme

Funamboli

Ci siamo rivolti così a un ex-corridore che di pavé ne ha masticato parecchio: Filippo Pozzato

«Sono due stili di guida e di pedalata – spiega – che evidenziano la differenza di come i due sono stati messi in sella. Pogacar sa guidare molto bene la bicicletta e lo ha dimostrato, ma Van der Poel è di un’altra pasta. Penso che sia il migliore in gruppo. Sia l’anno scorso che quest’anno ha affrontato le curve del Carrefour de l’Arbre con un’agilità incredibile. Faceva il pelo agli spettatori, alle transenne e a tutto ciò che delimitava il percorso. Sicuramente il fatto che arrivi dal ciclocross gli dà quel qualcosa in più a livello di confidenza nell’usare tutta la strada a disposizione e anche qualcosa in più».

La differenza di fuori sella tra Pogacar e Van der Poel è evidente, così come i modi di stare in bici
La differenza di fuori sella tra Pogacar e Van der Poel è evidente, così come i modi di stare in bici
Pensi che la differenza tra gli stili di guida possa aver fatto la differenza sul pavé?

Ne parlavo con i ragazzi con cui ho visto la gara. Io ero uno che guidava allo stesso modo di Pogacar, con le mani alte. Tom Boonen, ad esempio, era molto vicino a Van der Poel, sempre in presa bassa. Fabian Cancellara aveva un altro stile ancora, con le mani appoggiate spesso sulla parte centrale del manubrio. 

Cosa hai notato ancora?

Che Van der Poel è molto basso e compatto sulla bicicletta, ha un’escursione di sella molto limitata e per questo è più facile per lui usare il manubrio in presa bassa. Pogacar invece è più alto e spostato in avanti. 

Un fattore che può aver influenzato la caduta?

Non direi. Può succedere di cadere alla Parigi-Roubaix. Poi in realtà Pogacar non è caduto, ha sbagliato una curva e poi è finito a terra. Quell’errore lo attribuisco più alla traiettoria sbagliata a causa della moto davanti.

L’olandese sul pavè utilizza spesso la presa bassa, al contrario lo sloveno usa le manopole dei freni
L’olandese sul pavè utilizza spesso la presa bassa, al contrario lo sloveno usa le manopole dei freni
Dici?

In quei momenti di gara sei a tutta, inoltre Pogacar stava spingendo per tentare un allungo. La bicicletta sbatte da tutte le parti, la gente ti urla nelle orecchie, hai l’adrenalina a mille, è facile sbagliare. Penso che lui stesse seguendo la moto, a un certo punto ha abbassato lo sguardo sulla strada e quando lo ha alzato ha visto l’altra moto del fotografo parcheggiata in quel punto strano. Non un disturbo concreto, però inganna la prospettiva della curva. 

Quindi la posizione in sella non ha influito?

No. Ogni corridore ha la sua e se pedala in quel modo è perché si trova bene. Io stesso avevo le mie misure e le mie geometrie. Van der Poel e Pogacar ci hanno mostrato due stili tanto diversi, ma l’efficacia della loro azione sul pavé è evidente. Erano comunque loro due davanti a tutti. 

Pogacar è l’unico tra i primi dieci della Roubaix a pesare meno di settanta chili
Pogacar è l’unico tra i primi dieci della Roubaix a pesare meno di settanta chili
Nell’intervista prima del Fiandre ci avevi detto che Pogacar non avrebbe fatto bene alla Roubaix, ora che lo hai visto in azione cosa pensi?

Era l’unico corridore che fisicamente non c’entrava nulla con quelli davanti, tra i primi dieci è l’unico che pesa meno di settanta chili. Mi chiedevo come potesse andare forte e lui ha risposto arrivando secondo. Al Fiandre te lo puoi aspettare, ci sono delle salite e lì può certamente fare la differenza. 

L’evoluzione tecnica dei mezzi può averlo avvantaggiato?

Sicuramente questa cosa di utilizzare copertoni sempre più larghi, si è arrivati a montare il 32 millimetri alla Roubaix, lo aiuta. Le pressioni si abbassano e la maggior larghezza del battistrada crea più comfort in sella. Però poi bisogna pedalare e Pogacar lo fa alla grande. Per il resto credo che l’evoluzione tecnica c’è ma anni fa era la bici ad adattarsi al corridore. Ora è il contrario, le aziende fanno dei telai standard gli atleti vengono messi su giocando con i vari componenti. Pogacar ha fatto vedere di cosa è capace, ed era solo alla sua prima partecipazione alla Roubaix. 

Ridley Noah Fast, provata al Fiandre la bici della Uno-X Mobility

17.04.2025
7 min
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MAARKEDAL (Belgio) – Ridley ha presentato ufficialmente alla stampa internazionale la terza generazione della Noah Fast e noi l’abbiamo provata (anche) sul pavé delle Fiandre. Una bici può rappresentare le fondamenta di una partnership? Sì e la Noah Fast è l’esempio lampante. La nuova bici è stata svelata nel corso dell’inverno, quando in modo altrettanto ufficiale il Team Uno-X Mobility di Hushovd ha dichiarato un accordo di collaborazione decennale proprio con Ridley.

Ridley Noah Fast 3.0, la bici più rappresentativa dell’azienda belga
Ridley Noah Fast 3.0, la bici più rappresentativa dell’azienda belga

Non è solo questione di soldi

«I soldi che arrivano da un contratto sono importanti – ci racconta Thor Hushovd, general manager del team scandinavo – ma non sono tutto. Oggi è importante creare delle connessioni ed allacciare un rapporto che va ben oltre la sponsorizzazione, creare una partnership tecnica su un lungo periodo era il nostro obiettivo.

«Con Ridley – prosegue – abbiamo firmato un contratto di collaborazione di 10 anni, credo che sia il più lungo in essere nel panorama ciclistico mondiale. L’accordo è strategico per entrambi, per noi che ci possiamo affidare ad un player che punta sull’innovazione e tecnologie di altissimo livello, per l’azienda che ha una base solida sulla quale sviluppare le bici del futuro».

Hushovd ha pedalato con noi sul percorso del Fiandre
Hushovd ha pedalato con noi sul percorso del Fiandre

Provata sul pavé

Rispetto a qualche anno addietro tutto è cambiato. In poche parole le bici specifiche per le pietre non esistono più ed i mezzi usati per la Sanremo, per le tappe al Giro e al Tour sono i medesimi che troviamo durante la campagna delle corse del Nord. Le variabili sono legate principalmente alla sezione delle gomme e loro pressioni, talvolta alle ruote e poco altro.

«L’aerodinamica e l’efficienza sono determinanti – ci ha detto Bert Kenens, Product Manager di Ridley – anche a confronto con il risparmio di peso di fronte a dislivelli importanti».

Ad esempio il Fiandre 2025, verrà ricordato come l’edizione con la media oraria più alta di sempre. 45 orari e meno di 6 ore per i primi 4 dell’ordine di arrivo: un record che, come altri, è destinato ad essere frantumato in un futuro non troppo lontano. In bici contano le gambe? Sicuramente, ma chiedete a questi corridori di fare un passo indietro in fatto di dotazione tecnica…

Durante la (nostra) trasferta belga abbiamo usato la Ridley Noah Fast per tre giorni: oltre 220 chilometri, circa 3.000 metri di dislivello e tutti i muri della De Ronde. Bici taglia small, equipaggiata con il nuovo manubrio Nimbus, trasmissione Shimano Ultegra (52-36 e 11-30), ruote DT Swiss ARC1400 da 62 millimetri, tubeless Vittoria Corsa Pro con sezioni differenziate, 28 anteriore e 30 posteriore. Reggisella full carbon Ridley specifico sviluppato in collaborazione con Deda. Peso della bici di poco inferiore ai 7,5 chilogrammi (senza pedali). Prezzo di listino della versione appena descritta: 8.799 euro.

Stabilissima sulle pietre

La Noah Fast è la bici più rappresentativa di Ridley e di fatto è la prima vera bici aerodinamica che dal 2012 ad oggi ha cambiato le carte in tavola. Quindi, la Noah Fast è super veloce? Sì lo è, una considerazione quasi scontata. Quello che lascia di stucco è la stabilità sul pavé (anche quello parecchio scassato) e con il vento laterale, con le ruotone da 62. Tutto facile?

Ridley Noah Fast 3.0 è una bici impegnativa, offre tantissimo, ma chiede molto. E’ una bici aero in tutto e per tutto, che per essere sfruttata al pieno delle potenzialità vuole potenza e watt, pretende concentrazione e una certa propensione a far collimare finezza nella guida e spinta costante. E’ la classica bici che, come si dice, se hai gamba ti aiuta, altrimenti ti picchia in testa.

Geometria super caricata in avanti

Nella taglia small (quella usata nella tre giorni fiamminga) ha un piantone a 75,5° ed un angolo sterzo a 73°. Significa avere un corpo centrantissimo sul verticale e uno sguardo che è perpendicolare al mozzo della ruota davanti. Traducendo: non solo si sfrutta un gesto pieno e potente, ma portando tutto il peso in avanti e sul manubrio, si tende ad avere un avantreno ultra reattivo nei cambi di direzione, davvero sostenuto quando ci si alza in piedi sui pedali.

Altra nota che ci lascia un ricordo positivo è il manubrio. Il Nimbus Aero si sviluppa con tre configurazioni diverse che considerano l’inclinazione dello stem come valore primario da considerare (insieme a reach e stack dell’integrato). Difficoltà di feeling e presa di confidenza? Nessuna. Per essere precisi abbiamo utilizzato quello con il reach intermedio da 75 millimetri (stem leggermente all’insù), larghezza di 360 millimetri ai limiti dei manettini e 400 sotto.

Gratificante da usare sui continui saliscendi del Belgio
Gratificante da usare sui continui saliscendi del Belgio

In conclusione

Ridley Noah Fast 3.0 è una super bicicletta ed è perfettamente contestualizzata all’interno delle richieste attuali degli agonisti che hanno gamba, spingono forte, vogliono andare veloce e si “preoccupano” fino ad un certo punto della planimetria del tracciato. Testa bassa e menare. Rispetto alla Noah Fast della precedente versione, quella provata in Belgio è ancora più cattiva, ma più stabile, più rigida nella sezione frontale e porta a sfruttare maggiormente la posizione tutta caricata in avanti.

Nonostante una geometria compatta e parecchio aggressiva è capace di regalare un buon feeling sin dalle prime pedalate. Le ruote da 62 non fanno altro che amplificare il suo carattere aero e con tutta onestà ci piacerebbe provarla con un setting più versatile. Magari con ruote da 45 oppure 50 millimetri, combinazione che, a nostro parere, non farebbe altro che “migliorare” le fasi di rilancio per gente che esprime wattaggi “normali”, come noi.

Ridley