Widar vince ancora: ora la testa va di pari passo con le gambe

20.07.2025
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CERVINIA – Il Giro Ciclistico della Valle d’Aosta, anche nella sua sessantunesima edizione, parla belga. Jarno Widar concede il tris con un’altra vittoria di tappa ai danni degli stessi due atleti battuti ieri allo sprint. Copia e incolla insomma, all’apparenza sembra tutto semplice ma scavando a fondo si capisce che per Widar questi mesi sono stati complicati per diversi motivi. 

«La prima vittoria di tappa – spiega con il solito tono di voce appena accennato che lo contraddistingue – era per Samuele Privitera, così come le altre due arrivate nei giorni scorsi. Non ci sono altre persone a cui dedicare un pensiero al momento, oggi si chiude un Giro della Valle d’Aosta difficile per tutti. In questi giorni non riuscirò a fare un ultimo saluto a Samuele, ma appena finiti gli impegni proverò a passare a Soldano».

Resettare

Scherzando, gli altri giornalisti presenti dicono a Widar che dovrebbe imparare la nostra lingua visti i tanti successi raccolti in Italia. Lui sorride di gusto e dice di aver provato a utilizzare un’applicazione sul telefono che aiuta a studiare le lingue, ma che la nostra è troppo difficile. Sorride e un po’ si scioglie. Il belga della Lotto Development è tornato a correre dopo il ritiro dal Giro Next Gen, quando era in odore di una doppietta importante a conferma delle sue qualità.

«Il Giro Next Gen era il mio grande obiettivo con la Lotto Development – racconta – perché poi il resto della stagione lo correrò con la nazionale visto che sarò al Tour de l’Avenir e poi al mondiale in Rwanda. Volevo lasciare la squadra di sviluppo con un bel ricordo (dal 2026 Widar correrà con la formazione maggiore, ndr). Non è facile accettare che un obiettivo sul quale hai investito tanto tempo, sia nella preparazione che nelle energie mentali, non vada come desideri».

L’Avenir

La stagione di Widar, come lo scorso anno, è stata costruita con in testa due grandi obiettivi: Giro Next Gen e Tour de l’Avenir. Nel 2024 lo scalatore di Hasselt era arrivato scarico alla corsa a tappe francese e la classifica sfumò presto. Le settimane successive furono difficili, si arrivò anche a pensare che il rapporto tra Widar e il team Lotto si fosse incrinato. L’allarme era poi rientrato e il cammino è continuato per la strada prestabilita

«Quest’anno – dice ancora Widar con la maglia gialla addosso – tra il Giro della Valle d’Aosta e il Tour de l’Avenir farò un periodo di altura, di due settimane, per prepararmi. Sono dell’idea che ogni opportunità vada colta e così ho fatto in questi giorni in Val d’Aosta. Abbiamo cercato una via diversa per arrivare pronti in Francia tra un mese (l’Avenir inizierà il 23 agosto, ndr)».

Per Widar inizia la parte finale della stagione nella quale correrà tanto con la nazionale U23 (foto Direct Velo/Hervé Dancerelle)
Per Widar inizia la parte finale della stagione nella quale correrà tanto con la nazionale U23 (foto Direct Velo/Hervé Dancerelle)

Ora è pronto

Nella scorsa stagione si parlava delle grandi qualità atletiche di Widar: fosse stato solamente per quelle, sarebbe già passato fra i più grandi. Ma il ciclismo non è solo gambe, è anche testa. Ce lo ha detto ieri Omrzel, lo hanno capito anche lo stesso Widar e il suo diesse alla Lotto Development Wesley Van Speybroeck

«Il ritiro dal Giro Next Gen – ci racconta proprio il diesse – lo ha messo a dura prova mentalmente. Il giorno stesso ha avuto un brutto calo psicologico ma dopo ventiquattro ore era già focalizzato sui prossimi impegni. Ha capito che nel ciclismo c’è anche la sconfitta

«Con il Giro della Valle d’Aosta si è chiuso il suo percorso nel devo team – prosegue Van Speybroeck – e il prossimo anno lo rivedremo con la maglia della Lotto. Atleticamente è pronto e lo ha dimostrato quando ha corso insieme ai professionisti in questi due anni. Anche a livello mentale ha fatto un bel passo, ha lavorato con un mental coach su tanti aspetti e ora è forte abbastanza anche da questo punto di vista».

Yates come Simoni: storie del Tour 2003, guardando Jonas e Tadej

20.07.2025
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Una somma di cose alla fine ci ha portato a rispolverare una storia del 2003, quando Gilberto Simoni vinse il Giro d’Italia e poi si presentò baldanzoso al Tour de France, vincendo una tappa. Quando qualche giorno fa Simon Yates ha vinto a Le Mont Dore, subito la mente è andata al trentino. Non sono tanti quelli (tolto Pogacar e pochi altri) che hanno vinto il Giro e poi anche una tappa al Tour. Loro due per giunta hanno quel modo simile di andare in salita. Rapportone, bassa cadenza e ritmo che li stronca. E quando ci siamo accorti che la cronoscalata di venerdì è partita da Loudenvielle, abbiamo pensato che non potesse essere solo una coincidenza: proprio lì infatti Gilberto conquistò l’unica tappa al Tour della sua carriera.

In breve. Già vittorioso al Giro del 2001 quando correva con la Lampre, nel 2003 Simoni corre in maglia Saeco e si gioca il Giro con Garzelli e Popovych. Nel gruppo c’è anche l’ultimo Pantani. Gilberto è arrivato al Giro dopo aver vinto il Trentino e il Giro dell’Appennino. Arriva secondo sul Terminillo, battuto da Garzelli. Prende la maglia rosa a Faenza, dove si piazza terzo. Poi vince sullo Zoncolan e all’Alpe di Pampeago. E dopo il secondo posto di Chianale, vince ancora a Cascata del Toce, nella tappa degli ultimi scatti di Pantani. Esce dal Giro il primo giugno in grandissima condizione. Il Tour quell’anno parte il 5 luglio con un prologo a Parigi. Propone una crono di 47 chilometri il dodicesimo giorno a Cap Decouverte e l’indomani affronta i Pirenei.

Simon Yates, vincitore del Giro con l’impresa del Finestre, conquista la tappa di Le Mont-Dore
Simon Yates, vincitore del Giro con l’impresa del Finestre, conquista la tappa di Le Mont-Dore
Andasti al Tour, ma al centro dei pensieri c’era il Giro?

Sì, io ho sempre avuto in testa il Giro. Insomma, non c’era tanto spazio per andare al Tour con le programmazioni di allora. Era difficile prepararsi per due appuntamenti. Però devo dire che negli anni in cui sono andato, mi sono anche impegnato. E quell’anno, dopo aver fatto il Giro d’Italia, ero convinto di fare bene e mi ero preparato a puntino.

Ma non tutto andò come speravi, giusto?

Nella prima settimana stavo veramente benissimo, poi sono andato fuori giri nella crono. Il giorno dopo ci fu una tappaccia, veramente intensa e dura. E da lì in poi non sono più riuscito a recuperare. Ho fatto un fuori giri che non ci voleva, altrimenti non avrei vinto perché non me lo sognavo neanche, però credo che sarei riuscito a entrare nei primi cinque.

Ricordi cosa facesti in quel mese fra Giro e Tour?

Non corsi, ma andai con Miozzo (il suo tecnico, ndr) ad allenarmi sull’altopiano di Asiago. Anche allora si andava in altura, ma non era la mia preparazione preferita. Salimmo ad Asiago perché stavo veramente bene e se non avessi sbagliato quella crono, sarebbe finita diversamente. Le tappe contro il tempo in quel periodo erano lunghe e determinanti. Diedi anche l’anima per non prendere un minuto in più e invece la pagai cara.

Garzelli ha conquistato la maglia rosa sul Terminillo e la perderà a Faenza per mano di Simoni: intervista con Alessandra De Stefano
Garzelli ha conquistato la maglia rosa sul Terminillo e la perderà a Faenza per mano di Simoni: intervista con Alessandra De Stefano
Eri uscito bene dal Giro?

Quando vinci non ti sembra neanche di aver fatto fatica. Ero tranquillo, per quello non andai a cercare l’altura. Cercai solo il fresco, dovevo recuperare. Mi ricordo che le prime tappe furono veramente nervose. Mi è successo di tutto. Sono caduto a 70 all’ora in volata, ma non mi son fatto niente. La prima settimana al Tour de France è sempre un disastro, più emotivamente che fisicamente. Insomma, quello che ha finito col pagare Remco. Serve una squadra forte perché in corsa si creano delle gerarchie e per stare davanti bisogna lavorare di spalle, gridare e tener duro.

Ti sembra che il modo di correre sia cambiato?

Ricordo che Indurain lasciava fare. Quando andava via la fuga, non si interessava troppo, mentre adesso è difficile vedere una situazione del genere. Tutte le squadre sono in corsa per cercare un risultato, quindi devono far vedere che sono lì per lavorare e non per fare vacanza. Mi ricordo che per una settimana era sempre così: un’ora a 50 di media, si formavano gruppi da tutte le parti e poi li trovavi fermi in mezzo alla strada e si andava verso la volata, ma spesso qualcuno arrivava. Non mi spiego come qualche giorno fa ci fosse una fuga di 50 corridori e non siano arrivati.

Che cosa ti ricordi di quella vittoria a Loudenville? 

Per la delusione che avevo addosso, è stata una roba enorme. Ero deluso perché a Parigi avevo fatto veramente un prologo eccezionale, arrivai ventunesimo. Si girava intorno alla Tour Eiffel: arrivai e mi sentii orgoglioso di me, veramente all’altezza della sfida. Persi 13 secondi, sentii di essere nel vivo della corsa. Invece andammo sulle Alpi e provai una delusione dopo l’altra. Riconoscevo anche persone venute per me dall’Italia, ma non c’era modo di rialzarsi. Saltai il giorno dopo Morzine. Nella tappa dell’Alpe d’Huez cercai di tener duro.

Che cosa successe?

Feci la salita dietro al gruppo, a 20 metri. Rientrai in discesa e pensai che forse la bambola mi fosse passata, invece ancora prima che iniziasse l’ultima salita, ero già saltato. Ero confuso e quindi decisi di riposarmi e disinteressarmi della gara. Nel giorno di riposo finii su L’Equipe, perché mi fotografarono al mare con Bertagnolli a prendere il sole. E piano piano iniziai a crescere. Bertagnolli invece si ritirò e Martinelli venne a dirmi che se non me la fossi sentita di continuare, sarei potuto ritornare a casa. Invece gli risposi che ero arrivato alle tappe che volevo e sarei rimasto. Non volevo rinunciare all’occasione di provarci. E infatti il giorno dopo andai in fuga.

Come andò?

Ho avuto solo un pensiero, uno solo, non ne avevo altri: volevo vincere. Non mi lasciai influenzare dal tempo, dall’acqua, né dal caldo, né dalle salite. Volevo solo vincere e alla fine ci riuscii in volata, cosa che per me non era scontata. Era una tappa dura, con sei salite tutte combattute. Mi ritrovai con corridori veloci come Dufaux e Virenque. Sapevo di non essere il più veloce, ma presto anche loro si accorsero che ero io l’uomo da battere e provarono a farmi fuori. Andai all’ammiraglia e mi attaccarono. Però sono stato freddo, sono rientrato e poi ho iniziato a guidare le danze. La volata sarebbe stata una roulette russa, ma con un po’ di fortuna, riuscii a vincere la tappa.

Hai visto il Tour di Armstrong, ora c’è Pogacar: con quale spirito si va alle corse se i rivali sono tanto più forti?

Devi affrontare la realtà. Non mi sono mai illuso, però ho sempre messo in conto di dire: vediamo dove arrivo. Non sono mai partito battuto, insomma. La consapevolezza di non poterli battere arriva strada facendo, perché almeno all’inizio devi partire sapendo che puoi giocartela, no? Non sono mai partito per partecipare, io ero fatto così. Detto questo, si vede che Vingegaard corre su Pogacar, che non gliene frega niente di nessun altro. Ho visto tanti corridore fare così, potrei farvi una lista infinita. Quelli che battezzano un rivale perché sanno che va forte e aspettano che salti per rubargli il posto. Io non sono mai stato così, non ho mai fatto la corsa per aspettare che mi arrivasse qualcosa dal cielo. Insomma non era nel mio carattere.

Si arriva in casa: Simoni vince da solo a Pampeago, intorno a lui l’entusiasmo trentino
Si arriva in casa: Simoni vince da solo a Pampeago, intorno a lui l’entusiasmo trentino
Cosa ti pare di Pogacar?

Non aspetta, non è attendista. A volte sembra che non segua alcuna indicazione. Credo che a volte voglia fare le cose in grande e poi si penta per aver fatto qualcosa di troppo. Secondo me, visto il risultato, a Hautacam ha pensato che gli sarebbe bastato attaccare negli ultimi tre chilometri, anziché dai piedi della salita.

Ha il gusto di stupire?

Attacca spesso da lontano, anche se basterebbe meno. Mi piace l’imprevedibilità, come Van der Poel. Quando puntano una tappa, diventano imprevedibili, ma sono tenaci e ne fanno di tutti i colori. Insomma, la scommessa più grande è capire se vinceranno oppure no. Per il resto diciamo che Tadej è abbastanza infallibile, l’altro gli gira attorno da un po’. Ha già vinto per due volte il Tour, ma continuerà a correre allo stesso modo.

Il ritiro di Evenepoel tra fisico in difficoltà e testa sottosopra

20.07.2025
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A 100 chilometri da Superbagneres, il numero 21 si sposta sulla destra, stacca il piede dal pedale, sfila il computerino dalla sua Specialized e sale in ammiraglia. Quel numero 21 era sulla schiena di Remco Evenepoel in quel momento ancora terzo nella classifica generale, proprietario della maglia bianca… e un atleta che poteva ancora dire molto. Forse.

Forse, perché nelle ultime giornate il campione olimpico ha vissuto momenti affatto semplici, fino allo smacco del sorpasso da parte di Vingegaard nella cronometro di Peyragudes. Però era lì.

Inizio del Tourmalet: Remco si sfila subito. Pascal Eenkhoorn lo scorta. Poco dopo il ritiro
Inizio del Tourmalet: Remco si sfila subito. Pascal Eenkhoorn lo scorta. Poco dopo il ritiro

Cosa è successo

Sarebbe interessante sapere nel dettaglio cosa ha vissuto Remco in queste ultime 72 ore. Il coach Koen Pelgrim ha parlato di problemi alle alte intensità. Sostanzialmente, ha detto il tecnico fiammingo, in questo Tour de France Evenepoel ha pagato il conto dell’incidente che lo ha coinvolto lo scorso autunno. Di fatto non ha potuto costruire una base solida e per questo motivo le sue prestazioni sono risultate altalenanti.

Sempre per ammissione di Pelgrim, problemi simili Evenepoel li aveva vissuti già dopo il Delfinato, solo che allora non era in gara. «Dopo aver lavorato per recuperare la condizione e dopo gli sforzi importanti del Delfinato – ha detto Pelgrim a Sporza – Remco faceva fatica a perfomare quando doveva spingere forte. Questo a causa di una base di lavoro non troppo solida. E’ stato un continuo riadattarsi».

E questa tesi può anche anche starci. Anche Pogacar, quando si ruppe il polso tre anni fa, dopo due settimane di Tour crollò. Sembra quasi che una settimana a tutta la si regga, ma poi si paga dazio. Evidentemente non si riesce a garantire costanza agli alti regimi, si recupera meno.

Di contro, va detto che Remco era risalito in sella a fine gennaio e il tempo per costruire la base in teoria lo aveva avuto. Tadej in quel caso fu costretto a fermarsi (molto meno) tra aprile e maggio. Pertanto è indubbio che c’è anche la componente mentale. E qui il discorso si apre…

A Peyragudes Vingegaard arriva come un treno. Evenepoel, in crisi, non può far altro che vederlo andare via. Forse qui la crepa è diventata una voragine

I blackout di Remco

Il gesto di stizza nei confronti delle telecamere che lo vanno a cercare mentre si sta sfilando sulle primissime rampe del Tourmalet sono un indizio di nervosismo. Anche se poi, per correttezza, bisogna dire che qualche istante dopo ha regalato la borraccia a un bambino. Però non è la prima volta che Remco va in blackout. E crolla.

Giro d’Italia 2023: è in maglia rosa, la crono non va come dovrebbe e si ritira all’improvviso a tarda serata. Non ha neanche dato il tempo ai dirigenti della Soudal-Quick Step di programmare la notizia. Il ritiro fu dovuto al Covid. Legittimo, certo, ma sarebbe stato meglio gestirlo in altro modo. Sei Remco Evenepoel, sei in maglia rosa, hai appena vinto la crono anche se non con il distacco che ipotizzavi e il giorno successivo c’è il riposo. Niente: via dall’Italia come un fulmine.

Vuelta dello stesso anno. Remco è ben messo in classifica generale. E’ stato anche leader, ha vinto una tappa e nella crono è arrivato secondo dietro a Ganna. Alla prima difficoltà cede di schianto, anche quella volta sul Tourmalet. Forse questa montagna è stregata per lui. Poi innesca una serie di alti e bassi clamorosi nel resto della gara spagnola.

Vuelta 2023: a più di 90 km dall’arrivo, Evenepoel molla. Arriverà sul Tourmalet ad oltre 27′. Il giorno dopo vincerà
Vuelta 2023: a più di 90 km dall’arrivo, Evenepoel molla. Arriverà sul Tourmalet ad oltre 27′. Il giorno dopo vincerà

Insistere o mollare?

Quella volta non si ritirò, anzi il giorno dopo vinse con un’impresa delle sue. Il problema è che alla prima crisi non tenne duro, ma si lasciò andare, incassando quasi mezz’ora. E qualche giorno dopo vinse ancora.

Giuseppe Martinelli quella volta (rileggete qui quell’articolo perché ieri è tornato estremamente di attualità) parlò di una crisi di testa e attribuì parte della responsabilità anche alla squadra.

«In un grande Giro può capitare la giornata no, ma un conto è perdere 5′-6′, un altro è crollare di mezz’ora. Si lotta. Si resta aggrappati alla classifica e poi si valuta la sera o nei giorni successivi»: questo più o meno il senso delle sue parole.

Ciò che destabilizzò Martinelli fu proprio la vittoria nel tappone del giorno seguente a Larra-Belagua. Secondo lui, la squadra avrebbe dovuto assecondarlo di meno e farlo insistere. Evenepoel era più acerbo. Certo, da allora le cose sono cambiate e l’atleta è maturato, ma il risultato e le modalità del ritiro restano molto simili. Ieri è stato il direttore sportivo Klaas Lodewyck a consigliargli di finirla lì.

A circa 100 km dall’arrivo Evenepoel, sconsolato, si ritira dal Tour de France (screenshot a video)
A circa 100 km dall’arrivo Evenepoel, sconsolato, si ritira dal Tour de France (screenshot a video)

Le parole del protagonista

La stampa belga, o gran parte di essa, ha preso le sue parti e si è allineata con la tesi, comunque più che legittima, di Pelgrim. Il fatto è che dispiace vedere un campionissimo come lui ritirarsi.

Anche perché, soprattutto in assenza di motivazioni chiare, per non dire ufficiali, esplodono le supposizioni. “Lo ha fatto perché ora prepara la Vuelta”. “Ha mollato perché tanto cambierà squadra”. O addirittura si è già letto che la sua probabile nuova squadra, la Red Bull-Bora, potrebbe non volerlo più e puntare su Florian Lipowitz. Quello stesso Lipowitz che, ironia della sorte, si è preso la sua maglia bianca e il suo terzo posto. Una carambola incredibile e forse anche inopportuna.

Remco ha parlato a fine tappa. Gesto assolutamente da apprezzare soprattutto perché è apparso devastato sotto il profilo morale. Prima di fermarsi ha anche pianto. «Avere una brutta giornata – ha detto – è possibile. Ma tre brutte giornate di fila non sono qualcosa che mi capita di solito, quindi fermarsi era l’opzione migliore. In realtà è stato Lodewyck a dirmi di smettere. Non ho idea di cosa sia successo». E questa è la parte che più lascia sconsolato Remco.

Anche Evenepoel ha parlato della difficoltà dopo il Delfinato, di una stanchezza latente e ha aggiunto: «Non posso ancora dire nulla riguardo al mio ritiro perché non so nulla. Indagheremo e vedremo cosa è successo. Tutti sanno che ho avuto un inverno decisamente brutto. Ma valuteremo. Forse c’è qualcosa che non va nel mio corpo. So che ad un certo punto non ha funzionato più nulla. Magari avrei potuto insistere, ma poi sarebbe stato peggio e non sarei più tornato in gara neanche a settembre».

Sulle Alpi un altro Tour. E Vingegaard troverà la crepa nel muro?

19.07.2025
6 min
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Tre corse nella stessa. E mentre Thymen Arensman corona la sua con la vittoria e stramazza sull’asfalto, alle sue spalle si svolgono le altre due: la corsa di Vingegaard contro Pogacar e quella di Lipowitz verso la maglia bianca. Mesto su un’ammiraglia in qualche posto imprecisato della tappa, Remco Evenepoel ha avuto il tempo per riflettere sul ritiro dal Tour. In attesa di avere notizie su eventuali problemi di salute, annotiamo le osservazioni del suo allenatore sul poco lavoro d’intensità fatto dopo il Delfinato, ma anche la facilità con cui il belga ha scelto di mollare. Si cresce anche lottando per un piazzamento, non esiste soltanto il podio.

«Sono stato male preparando il Tour – dice Arensman – ma penso che nonostante la malattia, mi sia preparato bene. Sono venuto per mettermi alla prova e ho dovuto essere molto paziente nella prima settimana, aspettando fino alle montagne. Alla prima occasione che ho avuto, sono arrivato secondo nella tappa di Le Mont Dore e già mi era parsa un’esperienza incredibile. Ma questa è di più. Penso di avere avuto gambe fantastiche e la forma migliore della mia vita. Ho avuto paura che tre minuti non bastassero per resistere a Tadej e Jonas, non riesco a credere di essere riuscito a tenerli a bada. Tutti gli spettatori mi hanno dato qualche watt in più. Sono venuto in Francia solo per vivere l’esperienza del Tour, vincere una tappa è pazzesco».

Il muro di Pogacar

Vedere Vingegaard che si scaglia contro Pogacar strappa il sorriso. Ma siccome è opinione diffusa che la terza settimana potrebbe capovolgere tutto l’acquisito, vedere Jonas scattare per due volte sulla salita finale fa dire che ne servirebbe di più, ma ben venga la buona volontà. Il Tour ha sempre vissuto dei duelli tra il leader imbattibile e i suoi sfidanti, ma solo uno prima di Pogacar aveva dato il senso dell’inscalfibilità: Lance Armstrong. Tutti, da Ullrich a Basso, contro di lui hanno perso il sonno e le sfide. Hanno continuato a provarci, ma di base come fai a crederci se quello là davanti neppure barcolla e, quando sei convinto di andare molto forte, ti scatta in faccia?

«Io credo che innanzitutto dipenda dallo spirito – dice Ivan Basso, chiamato in causa per la sua esperienza – dal temperamento del corridore. Se sei un attaccante, hai lo spirito di provarci sempre, perché non si sa mai cosa possa succedere. Ovviamente se non ci provi, non puoi sapere se l’altro sia in difficoltà o meno. E se lui ha la giornata storta e tu ne hai una di grazia, non c’è niente di impossibile. Io credo che Vingegaard non abbia nulla da perdere, nel senso che fare secondo non gli cambia nulla, mentre vincere il Tour con un’impresa sarebbe un’altra cosa. E’ chiaro che Tadej ha preparato questa gara come appuntamento clou dopo le classiche, quindi è fortissimo».

Basso ha lottato per anni contro Armstrong, senza riuscire mai a scalfirne l’armatura
Basso ha lottato per anni contro Armstrong, senza riuscire mai a scalfirne l’armatura

I numeri e l’istinto

Vingegaard appare deciso a non mollare e da martedì sul Mont Ventoux, potrebbe farsi nuovamente sotto.

«A questo punto – spiega Basso – ci sono due modi per provare ad attaccare Tadej. Il primo è legato all’analisi dei dati. Nelle squadre c’è qualcuno incaricato di studiarli, studiando se c’è una crepa in cui infilarsi. E poi ovviamente ci sono le doti dell’atleta, l’istinto e il colpo d’occhio. Quindi se l’istinto ti dice di andare in quel momento, tu ci provi e non sai mai quello che succede. Avere i dati è fondamentale. Servono per crescere, anche per andare indietro e vedere perché non vai o perché non vai come ti aspetti.

«Ma oltre a questo c’è quella cosa in più, che solo i campioni hanno e tirano fuori quando ritengono che sia giunto il momento. Infine c’è quello che ti viene dall’ammiraglia. Dall’immagine dell’elicottero si vede molto. Vedi dov’è posizionato l’avversario e se ha perso un metro oppure se ti segue come un’ombra. Io le ho provate in tutti i modi, ma Armstrong mi ha sempre ripreso. Però non avrei saputo correre in modo diverso».

Lipowitz ha tagliato il traguardo con 1’25” di ritardo da Arensman, ma nella scia di Pogacar
Lipowitz ha tagliato il traguardo con 1’25” di ritardo da Arensman, ma nella scia di Pogacar

La nuova maglia bianca

Mentre i primi due della classe se le davano di santa ragione, alle loro spalle Lipowitz ha conquistato il quinto posto a 1’25” da Arensman, ma ad appena 17 secondi da Pogacar. Questo gli ha reso la maglia bianca, che detiene ora con 1’25” su Oscar Onley. La classifica della Red Bull-Bora-Hansgrohe vede a questo punto il tedesco sul terzo gradino del podio, mentre Roglic viaggia in sesta posizione. Scendendo dal traguardo verso l’hotel, il primo direttore sportivo Enrico Gasparotto traccia un bilancio che, sottolinea, non può che essere provvisorio.

«Abbiamo vissuto tre buone giornate – dice il friulano – ma la tenuta alla distanza credo che la misureremo dopo la ventesima tappa. Quello che è venuto fuori in questi giorni è il fatto di aver approcciato la prima parte di Tour con un po’ più di serenità e tranquillità, invece di lottare per ogni secondo. E’ stato il nostro approccio e al momento ha fatto sì che Florian e Primoz abbiano avuto le gambe più fresche di altri. Però credo che si possa tirare una somma solo dopo le Alpi. Credo che a Lipowitz, abbia dato molta fiducia il terzo posto al Delfinato. Per lui è il primo Tour, ma per la seconda volta nell’anno si ritrova a lottare contro gli stessi protagonisti che sono l’apice del ciclismo mondiale.

«La stiamo vivendo serenamente, restando fedeli all’obiettivo del team, che prima di partire per il Tour era centrare il podio. Credo che siamo abbastanza in linea, però preferisco essere molto cauto perché la settimana prossima è molto difficile. Se ne vedranno ancora delle belle. Magari non sul Mont Ventoux, perché è una salita sola, anche se viene dopo il riposo e andrà gestito. Ma ci saranno due giornate da 5.500 e 4.500 metri di dislivello, che messe nell’ultima settimana, faranno male».

Primoz Roglic, terzo nella crono di ieri, viaggia al sesto posto della classifica
Primoz Roglic, terzo nella crono di ieri, viaggia al sesto posto della classifica

Il ruolo di Roglic

Prima di lasciarlo al suo viaggio verso l’hotel, l’ultima annotazione scappa quasi da sé. Roglic che al Giro, fino al ritiro, si è ritrovato a fare da esempio per Pellizzari, ora svolge lo stesso ruolo con Lipowitz. E’ un ruolo che gli piace?

«Primoz è molto partecipe ai discorsi – risponde Gasparotto – sia alle cose più goliardiche che i ragazzi si raccontano, sia agli aspetti più seri riguardanti la corsa. Il suo bagaglio di esperienza è enorme, ce ne sono pochi come lui. Ed è vincente il fatto che ne parliamo assieme sul bus, che discutiamo su tattiche e strategie, su quello che fanno gli altri e quello che dovremmo fare noi. Discutiamo sempre tutti insieme quando partiamo dall’hotel verso la partenza, è una cosa che abbiamo voluto noi direttori qui al Tour de France. Creare una sorta di ambiente rilassato, dove ognuno può dire quello che pensa. Credo che aiuti, no?

«Florian è una bravissima persona, un ragazzo d’oro, molto semplice. Quindi il fatto che Primoz sia così tranquillo, molto più dello scorso anno, per il gruppo è davvero un enorme vantaggio. E il terzo posto di ieri nella crono ha dato morale a tutti. Ora però dobbiamo riposare. Siamo passati dal caldo al freddo. Sono state giornate brevi, perché dopo le tappe, fra cena e massaggi si va a letto a mezzanotte e la mattina alle 9 sei già in giro. Abbiamo bisogno che lunedì sia un vero giorno di riposo, perché dal giorno dopo inizierà un altro Tour».

Omrzel: una lezione di vita dalla famiglia del ciclismo

19.07.2025
4 min
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VALSAVARENCHE – Jarno Widar firma la doppietta con la vittoria della quarta tappa del Giro Ciclistico della Valle d’Aosta. Il giovane belga della Lotto Development rafforza la sua leadership controllando da solo l’ultima parte di corsa. Un successo arrivato con uno scatto secco ai 500 metri dall’arrivo, con il quale si è tolto di ruota gli ultimi corridori rimasti con lui: Jakob Omrzel e Liam O’Brien. Lo sloveno della Bahrain Victorious, vincitore del Giro Next Gen qualche settimana fa, è tornato a correre davanti dopo che ieri ha passato una giornata difficile.

I fantasmi del passato

Tanti sono stati i pensieri che hanno riempito la testa di Omrzel, ce lo aveva detto anche il diesse della Bahrain Victorious Development Alessio Mattiussi ieri alla partenza. Lo sloveno, al primo anno tra gli under 23, è stato protagonista di un brutto incidente al Giro della Lunigiana dello scorso anno. Lo spavento, passato in secondo piano dopo che durante l’inverno era tornato a pedalare e allenarsi, è riemerso

«Più che parlare di una buona giornata a livello di prestazione – ci dice mentre fa girare le gambe sui rulli per il defaticamento – sono felice di essere in sella. Negli ultimi giorni ho avuto tanti pensieri negativi, ieri quando siamo ripartiti ho faticato a trovare il ritmo e onestamente non sono riuscito a fare il mio dovere. Oggi è stato un altro passo verso il ritorno alla normalità e ho fatto il possibile per vincere». 

Scalco, migliore degli italiani al traguardo, sale al quinto posto in classifica generale
Scalco, migliore degli italiani al traguardo, sale al quinto posto in classifica generale
Sono stati giorni complicati per tutti…

Sì, personalmente dico che è stato doloroso. Non conoscevo personalmente Samuele Privitera, ma nove mesi fa sono stato coinvolto anche io in un brutto incidente (al Giro della Lunigiana, ndr) e sono fortunato a essere vivo. Quello che è successo mercoledì mi ha scosso molto e stavo lottando con la mia testa. Volevo tornare a casa, ma ho trovato la forza di rimanere. 

Avete parlato in squadra?

Ci siamo confrontati tutti insieme, anche con il nostro diesse Alessio Mattiussi. Ho trovato la giusta motivazione per superare la giornata di ieri e grazie ho ricollegato la testa e le gambe

Omrzel ieri prima della partenza da Pré-Saint-Didier era ancora molto scosso e pensieroso
Omrzel ieri prima della partenza da Pré-Saint-Didier era ancora molto scosso e pensieroso
Ieri sei uscito di classifica.

Non ero in grado di prendere parte alla lotta per vincere, è stato complicato solamente arrivare alla fine della tappa. Ho parlato con Alessio (Mattiussi, ndr) ed è stato bello, mi ha aiutato a trovare una prospettiva di vita.

Cosa ti ha detto?

Niente di così speciale, ma ci siamo detti che la vita purtroppo è anche questo. Il ciclismo fa parte delle nostre vite e succedono anche delle cose brutte e spiacevoli. Tutto il gruppo, alla fine, è una grande famiglia. Quando capitano situazioni come queste si deve cercare di trovare la forza di proseguire, non possiamo farci nulla. 

Lo sloveno della Bahrain Victorious Development, oggi secondo, è tornato a correre con in testa la vittoria
Lo sloveno della Bahrain Victorious Development, oggi secondo, è tornato a correre con in testa la vittoria
Sei tornato a correre per vincere…

Ho capito che devo stare qui per Privitera e voglio provare a onorare la sua memoria con una vittoria. Jarno (Widar, ndr) è stato più forte, quindi onore a lui. 

Eri vicino alle tue prestazioni al Giro?

No, non sono ancora allo stesso livello, ma ci sto arrivando. Dopo il picco di forma del Giro Next Gen ho bisogno di ricostruire il tutto. Il mio prossimo obiettivo sarà il Tour de l’Avenir, c’è tutto il tempo per migliorare. Andrò in altura e poi mi allenerò a casa. 

Qualcosa è cambiato nel tuo modo di vedere le gare?

Credo di aver imparato più qui al Giro della Valle d’Aosta che al Giro Next Gen. Un mese fa ogni cosa si è svolta alla perfezione, mentre qui tutt’altro. E’ necessario prendere momenti come questi e imparare qualcosa per il futuro.

In quota con Scinto: il ritiro del Team Ballerini sul Maniva

19.07.2025
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Non è consuetudine per le squadre juniores italiane organizzare un ritiro in altura. E’ successo invece al Team Franco Ballerini, che guidato da Luca Scinto ha scelto il Passo Maniva, spartiacque tra la Val Trompia e la Val Sabbia, per un periodo di lavoro intenso ma anche di crescita. La località, a quota 1.800 metri, ha garantito tranquillità e concentrazione.

Con la consueta schiettezza, Scinto spiega perché questo training camp in quota è stato un passaggio necessario per affrontare un ciclismo che viaggia ormai a ritmi alti fin dalla categoria juniores. Anche la squadra toscana pertanto si è (e si sta) evolvendo.

Luca Scinto (classe 1968) con i suoi ragazzi. Da ormai quattro stagioni ha preso in mano il team juniores Franco Ballerini
Luca Scinto (classe 1968) con i suoi ragazzi. Da ormai quattro stagioni ha preso in mano il team juniores Franco Ballerini
Luca, avete portato i ragazzi in ritiro in montagna. E’ la prima volta che lo fate?

Sì, dobbiamo fare un salto di qualità in termini di organizzazione e di squadra, perché volenti o nolenti la categoria juniores ormai va veloce e bisogna essere pronti. Bisogna adeguarsi e credo che il Team Franco Ballerini abbia risposto bene. In Italia ci sono una decina di squadre, tra cui la nostra, che non sono inferiori ad alcune blasonate formazioni straniere.

Come mai avete scelto il Passo Maniva?

Perché ha buone caratteristiche geografiche, siamo sul filo dei 1.900 metri e uno dei nostri sponsor, Lucchini, ha un hotel lì. Per me è il ritiro ideale: non c’è niente. Solo l’albergo. Niente distrazioni. Perfetto anche per rilassarsi. Aria buona e tanta natura.

Rilassarsi…

E’ stata una stagione tirata: abbiamo fatto tre corse a tappe e corso sempre con i soliti sei o sette. Due hanno smesso per via della scuola. In Italia purtroppo studiare e correre ad alti livelli è ancora molto difficile. Io dico sempre che gli studi vengono prima. Ma servirebbero tre anni per questa categoria, aiuterebbe parecchio. Intanto ho rivisto anche il calendario.

In che senso?

Era logico: dopo il Val d’Era erano stanchi. Ho cancellato in pratica tutto il mese di luglio: a partire dalle gare in Toscana nonostante i nostri sponsor, ma anche corse nazionali come l’Arno, la Tre Valli Varesine, il Monte Grappa. Era giusto così.

I ragazzi di Scinto, di stanza sul Passo Maniva, hanno alloggiato presso l’hotel Bonardi di Imerio Lucchini, sponsor del team e grande appassionato di ciclismo
I ragazzi di Scinto, di stanza sul Passo Maniva, hanno alloggiato presso l’hotel Bonardi di Imerio Lucchini, sponsor del team e grande appassionato di ciclismo
Una scelta moderna: periodi di lavoro, corse, recupero…

Il salto di qualità passa anche da questo. Ho deciso: un mese senza gare. Gli sponsor mi hanno seguito. Non è facile farlo in Italia, ma bisogna iniziare.

Come hanno reagito invece i ragazzi?

Loro correrebbero anche mattina e sera, però sono contenti. Stanno insieme, fanno gruppo, imparano a gestirsi da soli, senza genitori. Crescono, diventano uomini.

Come gestisci il lavoro se ognuno ha un preparatore?

Ho cambiato il mio approccio da due anni. Quando un ragazzo arriva, ha già il suo preparatore. Chi va da Michele Bartoli, chi da Pino Toni, chi da Massimiliano Gentili. Quest’anno è entrato anche Matteo Urgu, che correva ai miei tempi e allena da un paio d’anni. E’ preparato, moderno… Lui segue Cerami per ora.

E gli altri?

Pascarella, Sciarra e Proietti sono preparati da Gentili. Fino all’anno scorso li seguivo io, ma quest’anno ho preferito delegare. Rimango in contatto, guardo gli allenamenti, mi interfaccio con i preparatori. Così riesco anche a stare più tranquillo.

Da sinistra: Iacchi, Buti, Proietti, Pascarella e Cerame. Assenti Sciarra e Battistelli per motivi scolastici
Da sinistra: Iacchi Buti, Proietti, Pascarella e Cerame. Assenti Sciarra e Battistelli per motivi scolastici
E in ritiro come li coordini?

Ognuno parte con il suo lavoro: chi deve fare quattro ore, chi deve fare lavori specifici in salita. Poi si ritrovano tutti in cima e ripartono. Il ritiro funziona anche così.

Quante ore di lavoro fanno a settimana?

Circa 20 ore.

Come hanno affrontato l’altura?

I primi quattro-cinque giorni sono serviti per l’ambientamento, da 1.880 a 2.050 metri. Dal Maniva parte una strada che rimane in quota verso il Passo Crocedomini, lunga 12-13 chilometri. Facevano avanti e indietro per due-tre ore. Ci vuole testa, sono stati bravi. Ma era ideale per adattarsi.

Poi il lavoro è aumentato?

Sì, poi sono scesi in basso. E lì abbiamo iniziato con quattro ore, cinque ore, tre ore e mezza. Hanno lavorato parecchio in Z2, sulla forza. In salita hanno fatto anche lavori a intervalli, tipo due minuti in soglia. Alla fine sono i lavori che fanno tutti.

A che quota svolgevano i lavori più intensi?

Fino agli 800-1.000 metri. Il resto anche fino ai 1.700.

Dopo i primi giorni di adattamento per i giovani del Ballerini sono iniziati anche i lavori specifici
Dopo i primi giorni di adattamento per i giovani del Ballerini sono iniziati anche i lavori specifici
E nel pomeriggio?

Lì arriva il bello: facevano palestra con le bottiglie d’acqua! Ne ho portate tante, e con quelle facevano squat ed altri esercizi di potenziamento. Davvero un bello spirito d’adattamento e d’impegno.

Che impressione ti hanno fatto i ragazzi?

Sono contenti. Prima di tutto stanno al fresco. L’appartamento è a 20 metri dall’hotel. Quando arrivano tardi, cucinano loro, oppure cucino io. Comunque hanno un po’ di spesa che gli ho fatto io. Se tornano tardi in bici e il ristorante dell’hotel è chiuso, si fanno la pasta. E’ un po’ come da noi a San Baronto.

Parlano di ciclismo, ti fanno domande?

Mi prendono in giro! Quando racconto di Museeuw, mi chiedono chi era. Non conoscono Tafi, Richard, Sorensen. Al massimo sanno chi è Bugno. Quando mostro un video, mi mandano a Mai Dire Gol… Però hanno ragione: oggi si va più forte. E’ cambiato tutto.

Ma devono ancora mangiarne di pagnotte, come si dice a Roma…

Assolutamente. Io glielo dico sempre: «Non vi sgrido, ma vi faccio capire dove sbagliate». Perché un domani, se diventeranno professionisti, nessuno gli spiegherà più le cose: gli manderanno una mail e li lascieranno a casa. Il ciclismo non è più umano come ai nostri tempi. L’ho detto tante volte.

Velo cittì felice. Ecco cosa gli ha detto il Giro Women

19.07.2025
5 min
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L’ultima gara l’ha vissuta con il duplice ruolo con cui aveva visto le altre classiche femminili di RCS Sport, ma il cittì Marco Velo ha potuto prendere maggiori indicazioni dal Giro d’Italia Women, in cui era uno dei direttori di corsa. D’altronde lo aveva detto fin dal primo giorno del nuovo incarico che in quella settimana avrebbe guardato ancora più a fondo situazioni e atlete.

Nella stagione in cui ci sono un mondiale particolarmente esigente ed un europeo adatto a tante azzurre, la vittoria “rosa” di Longo Borghini e le valide prestazioni di altre italiane sono tanta manna per Velo. Il suo taccuino è pieno di nomi, appunti e considerazioni. A distanza di quasi una settimana dalla fine del Giro Women, abbiamo voluto sentire ciò che si è segnato il tecnico bresciano.

Il blocco italiano della UAE potrebbe essere utile in nazionale, ma Velo è convinto che qualsiasi altra atleta farà un grande lavoro
Il blocco italiano della UAE potrebbe essere utile in nazionale, ma Velo è convinto che qualsiasi altra atleta farà un grande lavoro
Marco qual è la prima analisi che ti sei fatto?

Sono uscito dalle 8 tappe con la consapevolezza di avere a che fare con grandi ragazze. Non che avessi dei dubbi prima, però durante il Giro Women, per quello che ho visto, ho avuto una ulteriore conferma. Ho atlete che possono correre qualsiasi tipo di gara da protagoniste e poi ho apprezzato anche il loro approccio, così come l’atteggiamento delle squadre.

Ti sei appuntato qualche nome in particolare?

Le prove delle atlete sono quelle che abbiamo visto tutti e di cui si è parlato tanto oltre a ciò che sa sempre fare Longo Borghini. Il lavoro di Persico in suo favore non si può dimenticare e per un cittì è sempre bello vedere azioni e dedizioni del genere. Malcotti ha fatto un grande Giro, in crescendo. Ciabocco tra le giovani mi è piaciuta e mi ha dato ottimi segnali. Ma penso anche a Magnaldi e Gasparrini che hanno contribuito tanto per la vittoria di Elisa, oppure Paladin per la Niedermaier giusto per fare degli esempi. Insomma, la lista è lunga e sono contento che sia così, meglio avere problemi di abbondanza.

C’è qualche atleta da cui ti aspettavi qualcosa di più invece?

Chi mi conosce sa che a me non piace citare chi non è andato bene, perché so che dietro ci possono essere delle motivazioni. Posso dirvi che non ho avuto impressioni negative e questo, se mi permettete il gioco di parole, è positivo. Ad esempio ho visto preoccupata Trinca Colonel che non è andata come si aspettava e ha sofferto più del dovuto. Le ho detto che non mi deve dimostrare nulla perché è andata forte durante il resto della stagione e so quello che può fare o dare. Vale quasi lo stesso discorso per Cavalli. Mi è spiaciuto vedere Marta non poter esprimere il suo vero valore, però cercherò di parlare con lei e con chi la gestisce per capire cosa è successo e cosa si può fare di diverso.

Nonostante abbia chiuso il Giro Women sotto tono, Trinca Colonel resta sul taccuino del cittì Velo
Nonostante abbia chiuso il Giro Women sotto tono, Trinca Colonel resta sul taccuino del cittì Velo
Durante il Giro Women si è fatto più di una volta un certo ragionamento. Per la tua nazionale è meglio avere un blocco di una formazione oppure chiamare atlete di tante squadre?

Quando si costruisce una squadra per un evento internazionale devi pensare all’economia e all’equilibrio della stessa. Con una come Longo Borghini devi pensare in funzione sua. Quindi è vero che può essere un vantaggio avere ragazze dello stesso club perché sai già come lavorerebbero per la loro capitana, però è altrettanto vero che chiunque chiamassi si comporterebbe in modo impeccabile. Su questo non ho il minimo dubbio.

Il cittì Marco Velo ha già in mente una sorta di formazione per mondiale ed europeo?

No, al momento è prematuro fare dei nomi. O meglio, abbiamo le ragazze giuste per il mondiale, che è un obiettivo assoluto con la Longo Borghini vista al Giro. Non dico che per lei sia l’occasione della vita perché le auguro di averne altre, ma in Rwanda con un percorso simile si parte per fare risultato. Poi le gare si possono vincere o perdere, però Elisa è una garanzia e sappiamo perfettamente che darà battaglia come sempre. In ogni caso c’è ancora tempo per questi due eventi.

Quindi Longo Borghini capitana unica in entrambe le manifestazioni?

Da corridore sono stato abituato che il leader è sempre e soltanto uno. Era così quando ero con Pantani e poi con Petacchi. E mi è rimasta questa convinzione anche da tecnico. Tuttavia sono consapevole che è meglio avere più alternative, specie in una gara sempre aperta come l’europeo. Si correrà in Ardeche ed è adatto a tante nostre atlete. Bisognerà vedere però come si rientrerà dal Rwanda e come si recupererà dagli sforzi e dal viaggio. C’è solo una settimana di differenza tra mondiale ed europeo (rispettivamente 27 settembre e 4 ottobre, ndr).

Quest’anno l’Avenir Femmes avrà sette tappe dal 23 al 29 agosto. Il cittì Velo pensa a Ciabocco come leader
Quest’anno l’Avenir Femmes avrà sette tappe dal 23 al 29 agosto. Il cittì Velo pensa a Ciabocco come leader
Buttando un occhio alle U23, dal Giro Women hai preso appunti per l’Avenir Femmes?

Sì, certo. Anzichè le quattro del 2024, quest’anno saranno sette tappe in sei giorni (in programma dal 23 al 29 agosto, ndr). Ciabocco sarà la leader come lo scorso anno. Devo ancora sciogliere le riserve su alcune altre ragazze, ma direi che buona parte della squadra è fatta.

Invece in Rwanda si riusciranno a portare le U23?

La situazione del mondiale per loro è ancora in forse, dobbiamo capire bene. La speranza sarebbe quella di portare almeno una giovane, soprattutto se andrà forte e schierarla visto che quest’anno le U23 correranno da sole. Oppure, tenendo conto del nostro contingente, valutare se farla correre con le elite. Come dicevo prima, manca ancora del tempo per alcune decisioni.

Longo Borghini, raccontaci la Colnago della maglia rosa

19.07.2025
3 min
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Elisa Longo Borghini riconferma il gradino più alto del podio al Giro d’Italia Women, dopo la vittoria del 2024. Grinta e forza, ma team differente e bici diversa, con una serie di cambiamenti (non banali) anche per quanto concerne la componentistica.

Abbiamo chiesto alla nostra campionessa Italiana di raccontare la sua Colnago V5Rs, qualche chicca adottata durante la corsa rosa e se ha “patito” il cambio della dotazione tecnica. E’ interessante sottolineare, come succede anche in ambito maschile, il fatto che gli atleti di oggi cambino raramente le scelte durante la stagione: le eventuali variazioni sono (più che altro) relative ad un adeguamento della scala rapporti, in base al tracciato.

Longo Borghini, tanto appassionata della bici e tecnicamente molto preparata
Longo Borghini, tanto appassionata della bici e tecnicamente molto preparata
Ti abbiamo visto sempre con la V5Rs, c’è un motivo dietro questa scelta?

E’ il modello con il quale mi trovo più a mio agio ed a pieno su ogni tipologia di terreno. Veloce quando deve essere veloce, agile e perfetta per la salita.

Ci puoi descrivere le configurazioni che utilizzi?

La scala posteriore dei pignoni resta sempre 11/34, mentre chiedo di apportare delle variazioni sul plateau anteriore, in base alle caratteristiche del percorso. Ad esempio: ho utilizzato la combinazione 54/36 per la maggior parte delle tappe del Giro e solo per la frazione del Monte Nerone ho chiesto il binomio 52/36. Diciamo per avere un margine di sicurezza più ampio e non rischiare di scendere troppo con il numero delle pedalate.

Manubrio Enve integrato, il medesimo in dotazione alle Colnago della compagine maschile
Manubrio Enve integrato, il medesimo in dotazione alle Colnago della compagine maschile
Pedivelle sempre da 170 millimetri?

Rimango fedele alle 170.

Per quanto riguarda ruote e tubeless?

Le ruote che preferisco sono le 4.5, abbiamo le Enve, difficile che vada su un altro modello. Solitamente sono con i tubeless da 30, ma anche in questo caso ho chiesto una variazione in vista della tappa del Monte Nerone. Ho utilizzato la sezione da 28.

Manubrio stretto?

Non troppo, direi giusto per le mie caratteristiche, un Enve integrato largo 37 sopra e 39 sotto.

Una posizione perfettamente centrata sul piantone anche in salita in fase di spinta
Una posizione perfettamente centrata sul piantone anche in salita in fase di spinta
Rispetto all’anno passato, restando in ambito tecnico, è tutto diverso. Hai avuto difficoltà ad adattarti?

Decisamente no ed è un vantaggio non da poco. Salire in bici e trovarsi immediatamente a proprio agio permette di accorciare i naturali tempi di assestamento. Anche per quanto concerne le trasmissioni, da Sram a Shimano, il cambiamento è stato semplice.

Anche per il bike fitting?

Ne ho fatti solo un paio e anche questo aspetto la dice lunga su quanto mi trovi a mio agio con la geometria delle bici.

Vingegaard si mangia Remco. E intanto Tadej continua…

18.07.2025
8 min
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«Devo dire che sono stato sorpreso da chi ha utilizzato la bici da crono», ha detto Domenico Pozzovivo. E’ con lo scalatore lucano che abbiamo sviscerato la cronoscalata di Peyragudes. Una cronometro che ha visto protagonista ancora lui, sempre lui: Tadej Pogacar.

Lo sloveno si porta a casa la frazione, rafforza la sua maglia gialla, mette in cassaforte la quarta vittoria di tappa e si riprende anche la maglia a pois. Ma forse la vera notizia, o meglio, l’immagine del giorno è Jonas Vingegaard che riprende Remco Evenepoel.

Il momento topico della crono di Peyragudes: Vingegaard riprende e sorpassa Evenepoel partito 2′ prima di lui
Il momento topico della crono di Peyragudes: Vingegaard riprende e sorpassa Evenepoel partito 2′ prima di lui

Jonas e Remco: il sorpasso

Eppure Vingegaard non è parso poi così stupito. «Ieri – ha detto il danese – non ero al mio solito livello. Sì, è stata la mia seconda brutta giornata al Tour. Non so come sia possibile. Di solito non mi capitano queste cose. Oggi sono tornato al mio livello di prima. Credo ancora in me stesso e continuerò a provarci. La squadra è incredibilmente forte e dobbiamo dimostrarlo ora; il Tour non è ancora finito».

Mentre Remco, stremato e deluso, non ha risposto a chi gli chiedeva del sorpasso da parte di Vingegaard. Una domanda (legittima sia chiaro), ma che forse in quel momento di frustrazione poteva essere percepita come una provocazione.

«E’ stata una brutta giornata – ha detto il belga – di tutto il resto non mi importa». Come biasimarlo. Questi due giorni sono stati durissimi per lui e stasera andrà a dormire con più preoccupazioni che certezze.

Come diceva Pozzovivo, Tadej ha limato sul peso. Sulla Y1Rs non c’era neanche il nastro. I rapporti: 55-38 all’anteriore e 11-34 al posteriore. Pedivelle da 165 mm (dati UAe Emirates)
Come diceva Pozzovivo, Tadej ha limato sul peso. Sulla Y1Rs non c’era neanche il nastro. I rapporti: 55-38 all’anteriore e 11-34 al posteriore. Pedivelle da 165 mm (dati UAe Emirates)

Tadej senza dubbi

Quanti spunti ha regalato questa frazione contro il tempo sul colle pirenaico. Con il Pozzo si è parlato delle scelte tecniche e delle prestazioni. Ma anche della media oraria stellare. Si ipotizzava una media tra i 26,5 e i 27 all’ora: Tadej ha abbattuto il muro dei 28.

Pogacar stesso si è espresso sulla scelta tecnica fatta in concerto con la sua UAE Team Emirates: «La scelta della bici è stata la decisione più importante di oggi. Gareggiamo quasi sempre con questa bici; la usiamo il 99 per cento delle volte. Abbiamo fatto i nostri calcoli e se su quella da crono non riesci a sfruttare tutta la tua potenza, finisci con lo stesso tempo finale. Mi sento più a mio agio con questa bici, anche in salita. Per me ha funzionato bene. Comunque ho faticato tantissimo anche io. Nel finale pensavo di esplodere, per fortuna che ho visto il cronometro sul tabellone e capendo che avrei vinto mi sono motivato».

Mettete bene da parte le parole di Pogacar, perché vi torneranno molto utili quando adesso leggerete quelle di Pozzovivo.

Per ovvie caratteristiche fisiche Pozzovivo non era un grande cronoman, ma in più di qualche occasione si è ben difeso
Per ovvie caratteristiche fisiche Pozzovivo non era un grande cronoman, ma in più di qualche occasione si è ben difeso
Domenico, una gran bella cronometro con una marea di spunti tecnici, a partire dalla scelta dei materiali. Cosa ti è sembrato in merito?

Devo dire che sono stato abbastanza sorpreso dalla scelta di chi ha utilizzato le bici da crono, però alla fine vista la media oraria era davvero una scelta che ci poteva anche stare. Erano veramente due strategie al limite: poteva andare bene sia una che l’altra.

Ed è quello che ci diceva Pinotti un po’ di tempo fa: bici da crono sì o bici da crono no? Si era al limite…

Se si fosse restati sul classico Peyresourde, avrei detto assolutamente bici da crono. Mentre salendo all’aeroporto, quel finale così ripido metteva un po’ di dubbi dal punto di vista dell’efficacia della bici da crono. Pogacar è stato veramente sicuro di sé, non ha avuto nessun problema a scegliere la sua bici (la Colnago Y1Rs, ndr).

Una cosa che abbiamo notato è che chi aveva la bici da crono non sempre è stato in posizione, a parte Roglic… Forse questo ci dice che era meglio la bici da strada?

Considerando la bici aero che hanno in Visma-Lease a Bike (la Cervélo S5, ndr), per me era meglio. Poi è anche vero che Vingegaard è uno che sulla bici da crono ha la critical power migliore rispetto a quella da strada. Ricordiamoci di quando ha fatto la cronometro devastante a Combloux nel 2023: penso che quelle potenze relative al peso non le abbia mai fatte sulla bici da strada. Però secondo me, forse una decina di secondi li guadagnava con la bici da strada.

Vingegaard è andato molto forte. Quanto ha inciso vedere prima la macchina ferma della Soudal e poi Remco davanti?

In quei casi fa tanto vedere il corridore davanti a te, perché nel finale hai l’acido lattico fin sopra le orecchie. Ogni piccola motivazione, anche per distrarti, ogni appiglio può aiutarti ad andare più a fondo nello sforzo, specie su un muro del genere. Io credo che gli abbia fatto guadagnare tranquillamente 5-10 secondi rispetto a Tadej.

Tobias Foss: ruota anteriore ad alto profilo e posteriore bassa sulla sua Pinarello da strada
Tobias Foss: ruota anteriore ad alto profilo e posteriore bassa sulla sua Pinarello da strada
Restiamo sul setup dei Visma: bici da crono, casco aero e ruote basse. Perché? Questione di peso?

Sì, la coperta era corta: l’hanno tirata da una parte e hanno lasciato scoperto l’aspetto ruote. Io avrei sacrificato il casco aero a vantaggio di quello normale. Piuttosto avrei messo una ruota altissima o comunque una un po’ più alta.

Qualche bel “mischione” in termini di setup c’è stato. Lenny Martinez con bici da strada e lenticolare dietro, Tobias Foss con ruota alta davanti e bassa dietro… Questo fa capire che c’è stato tanto studio?

Ognuno ha cercato a suo modo la prestazione. Sono situazioni in cui magari qualcuno usa la fantasia, però a volte forse bisognerebbe essere più razionali. In soldoni: io la lenticolare non l’avrei messa mai.

E quale sarebbe stato l’assetto di Domenico Pozzovivo?

Avrei assolutamente utilizzato una bici da strada aero, limando su tutte le parti possibili. In questo modo la porti tranquillamente a 7 chili e per me avrebbe fatto la differenza.

Quello che ha fatto Pogacar, sostanzialmente…

Anche perché ultimamente sto usando una bici aero e in salita dice tranquillamente la sua, almeno se non è troppo pesante. Poi conta anche lo stile dei corridori. A me, per esempio, piace una bici molto rigida, e di solito le bici aero lo sono, quindi avrei avuto una risposta elastica molto reattiva.

Che fatica per Remco oggi. Ha pagato ben 2’39” a Tadej Pogacar
Che fatica per Remco oggi. Ha pagato ben 2’39” a Tadej Pogacar
Secondo te si sono fatti interventi piccoli sui manubri, magari allungare l’attacco per stare più bassi, oppure nel mezzo del Tour non si tocca niente?

Sulla bici da strada no, su quella da crono sì. Remco era chiaramente meno aero del solito. Ha alzato le appendici di un bel po’ (si vocifera 2 centimetri, ndr). Il problema della bici da crono è che ti perdona meno quando sei in crisi, come successo proprio a Remco. Era una scelta molto più rischiosa. Se stai bene come Primoz Roglic, che ha vissuto la sua giornata migliore in questo Tour, la sfrutti bene.

Poi devi avere determinate caratteristiche, devi essere abituato a quella bici. Come dicevi prima, Vingegaard ha la critical power più alta sulla crono…

E anche Roglic ci si esprime bene. E pure Florian Lipowitz è uno che ha un core, la parte centrale del corpo, incredibile. Anche quando è sulla bici da strada sembra che stia su quella da crono per come tira il manubrio e per il suo stile così disteso. Ecco, nel suo caso non avrei avuto dubbi a usare la bici da crono. Si vede che ci è a suo agio e riesce ad esprimersi.

Invece a livello di prestazioni cosa ti è sembrato?

Alla luce della prestazione di ieri, oggi mi aspettavo un altro show di Tadej Pogacar. Il tempo che ha sancito la vittoria è veramente incredibile. La media è fuori dal comune. Già andare sopra i 27 all’ora sarebbe stato straordinario, lui ha fatto più di 28 (28,435 km/h, ndr). E’ su un altro pianeta. Già uno fortissimo come Vingegaard, rispetto agli altri campioni, ha fatto una differenza abissale.

Quindi questi 36 secondi sono una differenza abissale o qualcuno si poteva aspettare anche di più?

No, non ci si poteva attendere certi distacchi. Un conto è una tappa lunga e un conto uno sforzo breve. Il discorso è diverso. Bisogna anche capire nella testa come è stata approcciata. Ieri Tadej l’ho visto spingere fino in fondo perché secondo me aveva in testa il best time della salita. Oggi per me non aveva quel doppio fine, quindi quando ha capito che aveva vinto ha spinto, sì, ma senza distruggersi. E’ arrivato molto meno a tutta rispetto a Vingegaard.

Buona prestazione di Roglic. Lo sloveno chiude terzo e ora nella generale è 7° a 1’26” dal podio
Buona prestazione di Roglic. Lo sloveno chiude terzo e ora nella generale è 7° a 1’26” dal podio
Invece qualcuno che ti ha colpito, in positivo o in negativo?

Luke Plapp me lo aspettavo perché è uno che a livello di potenza assoluta sulla salita secca ha quei numeri. In negativo direi Remco: me lo sarei aspettato terzo, invece ha fatto più fatica di ieri. Da lui mi aspetto di tutto. Domani potrebbe anche riprendersi, oppure potrebbe arrivare la giornata che mette la parola fine alla sua classifica.

La tendenza non è a suo favore. Ieri secondo te si è salvato solo perché si sono staccati Matteo Jorgenson e Simon Yates?

Però attenzione, ieri è stata una tattica quella della Visma talmente tirata, talmente al limite per cercare una falla in Tadej, che non sono state delle controprestazioni quelle di Jorgenson o Remco. Loro erano talmente al limite che il rischio di far saltare i compagni c’era, ed è stato così. Jorgenson e Yates sono saltati perché si andava fortissimo. Remco si è difeso davvero bene se pensiamo che si era staccato sulla penultima salita. Insomma, andare più forte di così era impossibile. Ci sarebbe voluto un altro Tadej e un altro Vinge per tirare in quel momento.

La lotta per il podio come la vedi?

E’ aperta. Per l’esperienza e dopo la buona prestazione di oggi direi che se Roglic non ha i suoi soliti problemi, è quello più lanciato verso il podio di Parigi. Però il compagno di squadra Lipowitz è solido. Sono loro due i miei favoriti. Ma manca ancora tanto. La tappa di domani dirà parecchio, perché non è solo un trittico. Bisogna aggiungerci anche la tappa di mercoledì. Diventano quattro giorni molto impegnativi. E in quattro giorni del genere possono verificarsi situazioni impreviste.

Secondo te che rapporti erano montati sui monocorona dei Red Bull e dei Visma? Potrebbero essere stati dei 48?

Non saprei dire con precisione, ma ad occhio sì: potrebbe essere stato un 48. Però la monocorona per me era una scelta azzardata, molto al limite a prescindere dalla dentatura precisa (se fosse un 46, un 48 o un 51, ndr), perché si rischiava di non trovare il rapporto, specie con le scale posteriori di adesso che fanno grandi salti.

Un po’ quello che è successo a Remco?

Molto probabilmente sì, anche se non era in una buona giornata. Sai, quando stai bene riesci sempre a metterci una toppa, ma se stai male ogni problema diventa un calvario.