Il Valle d’Aosta riparte: Widar vince nel silenzio e nel dolore

18.07.2025
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GRAN SAN BERNARDO – Il Giro Ciclistico della Valle d’Aosta riprende dopo due giorni di dolore profondo, nel quale le parole sono state poche. In cima al Colle del Gran San Bernardo vince Jarno Widar, che come fatto ieri da Tadej Pogacar a Hautacam, indica il cielo (in apertura foto Giro della Valle d’Aosta). Si ferma e il massaggiatore del team Hagens Berman Jayco, presente dopo l’arrivo, gli stringe la mano. Al belga della Lotto Development tremano le labbra per il vento freddo e la commozione, poi parla: «Privitera e io abbiamo condiviso la stessa stanza due anni fa mentre eravamo in altura e siamo diventati amici. Era un ragazzo con un grande spirito da combattente. Volevo correre per lui e così ho fatto, questo successo è per Samuele».

La Hagens Berman Jayco è ripartita insieme a tutto il gruppo, nella mattina le squadre sono andate a fare un saluto e far sentire la loro vicinanza
La Hagens Berman Jayco è ripartita insieme a tutto il gruppo, nella mattina le squadre sono andate a fare un saluto e far sentire la loro vicinanza

Ripartire

Pré-Saint-Didier, sede di partenza della terza tappa, abbraccia il nome di Samuele Privitera e il suo ricordo. La Hagens Berman Jayco ha deciso, anche su richiesta della famiglia, di scendere in strada. Ai mezzi del team australiano si susseguono saluti e abbracci, per dare forza e supporto nel momento più difficile. Rimettere il numero sulla schiena rende ancora più reale il dolore e l’accaduto. La corsa riprende ed è giusto così, non perché si debba dimenticare ma per dare sostegno e ascoltare l’ultima richiesta di una famiglia che ha trovato la forza di non lasciare da soli i ragazzi e lo staff della Hagens.

Ieri la tappa annullata ha messo ognuno dei 125 corridori davanti a tante riflessioni. Le squadre, nel rimanere accanto ai propri ragazzi, si sono date da fare senza farli sentire soli davanti al dolore. C’è chi ha improvvisato una partita a bocce, chi ha pedalato in maniera blanda e chi invece sulla bici ha sfogato la frustrazione nell’aver perso un amico e un compagno di avventura. 

Prima della partenza, con corsa neutralizzata per 40 chilometri, c’è stato un minuto di silenzio in ricordo di Samuele Privitera
Prima della partenza, con corsa neutralizzata per 40 chilometri, c’è stato un minuto di silenzio in ricordo di Samuele Privitera

Il minuto per Samuele

La tappa inizia alle ore 12,25 con i primi 40 chilometri neutralizzati come scelto ieri tra organizzatori e team. Prima del via, in piazza a Pré-Saint-Didier, si è tenuto un minuto di silenzio in onore di Samuele Privitera. Sullo sfondo del palco alla presentazione delle squadre scorrevano le foto che ritraevano Privitera intento nel fare la cosa che più amava, pedalare. Oggi non è stata fatta una presentazione ufficiale ma gli atleti si sono recati liberamente al foglio firma. 

Poi tutti schierati, pronti per il via. I caschi si slacciano, gli occhiali da sole tolti e il silenzio che già regnava diventa ancora più profondo. Si parte, davanti c’è la macchina della giuria, dietro i quattro atleti della Hagens Berman Jayco e alle spalle il gruppo. 

Piede a terra

La corsa arriva, ad andatura controllata, al chilometro quaranta, ovvero il punto concordato tra i team e l’organizzazione nel quale il Giro della Valle d’Aosta avrebbe poi ripreso il suo corso. Negli attimi in cui la direzione corsa aspettava di dare l’inizio ufficiale della tappa, accorciata a 81,7 chilometri, dal gruppo arriva Filippo Agostinacchio. Il leader della corsa si è fatto portavoce degli animi e dei sentimenti dei corridori e sembra che non si voglia ripartire. Due minuti concitati nel quale l’organizzazione e la direzione di corsa mantengono il patto mantenuto: si corre. Se qualcuno non dovesse sentirsela rimane libero di fermarsi.

«Ho parlato con tutte le squadre – dice Agostinacchio ancora vestito di giallo sul traguardo – e c’erano tante voci diverse. Omrzel e Tuckwell volevano ritirarsi dopo il tratto neutralizzato, mentre non erano chiare le idee di altri. La decisione di non correre o di fare qualche richiesta diversa all’organizzazione andava presa ieri. L’organizzazione ha lavorato per mettere comunque in piedi il tutto e ripartire. Io ho deciso di farmi portavoce della maggioranza del gruppo, che alla fine ha voluto correre».

La decisione della Hagens

La notizia che la Hagens Berman Jayco sarebbe ripartita è arrivata nel pomeriggio di ieri. I genitori di Samuele Privitera hanno voluto fare al team quest’ultima richiesta.

«Ieri mattina – ci dice Koos Moerenhout, diesse del team – non abbiamo preso parte alla riunione dei diesse perché avevamo deciso di rispettare qualsiasi decisione presa dal gruppo. I diesse avevano trovato l’accordo per ripartire, insieme all’organizzazione, e per noi andava bene così. Dei nostri atleti solo Fergus Browning aveva deciso che si sarebbe fermato dopo i primi 40 chilometri. Degli altri tre corridori rimasti Rafferty e Moreira hanno poi avuto problemi e non hanno terminato la tappa di oggi».

«Capisco che molti ragazzi – conclude – una volta saliti in bici non se la sentissero di proseguire, quando sei di nuovo in strada tante sensazioni cambiano ed è normale avere qualche dubbio o non sentirsela a livello morale. E’ un momento difficile per tutti».

Domani il Giro della Valle d’Aosta ripartirà con Jarno Widar in maglia gialla, con un vantaggio di 1’ 48” su Aaron Dockx della Alpecin Development e di 1’ 53” su Jean-Loup Fayolle della Arkea B&B Continental.

Virelli, il successo del Giro Women e le nuove date

18.07.2025
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IMOLA – L’area attorno al palco delle premiazioni che va svuotandosi di gente e attrezzatura è il segnale che il Giro d’Italia Women sta andando in archivio e la sua direttrice Giusy Virelli ha il volto rilassato e soddisfatto mentre esce dai saloni dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola.

Il classico momento di abbracci e strette di mano per la buona riuscita del lavoro è assecondato da quello degli argomenti appuntati da trattare una volta tornati in ufficio in vista della prossima edizione. Ne approfittiamo per chiedere un bilancio sulla Corsa Rosa femminile che ha regalato tante emozioni.

Quest’anno abbiamo avuto la percezione di un Giro ancora migliore di quello passato. E’ cosi?

Per noi organizzatori è stata la seconda edizione, ma innanzitutto questo è stato il trentaseiesimo Giro d’Italia femminile, perché non vanno dimenticate le edizioni precedenti e perché è un evento di grande storia e grande tradizione. Lo si è capito dalla voglia delle atlete di fare risultato. E’ stato un Giro molto bello, aperto fino all’ultimo.

Come nel 2024.

Sì, ma con delle diversità più avvincenti. E’ vero che il distacco di quest’anno all’ultima tappa era maggiore (22” contro 1”, ndr), però secondo me la frazione conclusiva di Imola risultava più aperta. Per cui siamo veramente soddisfatti e dal punto di vista sportivo è stato un bellissimo evento.

C’è qualcosa che vi ha colpito in particolare?

Certamente la tantissima gente sulle strade per applaudire le ragazze, addirittura aspettando il loro passaggio per ore. E’ stato bello vedere le città piene di pubblico e di bambini. Tanto colore rosa per le vie. Le atlete si meritano queste coreografie. Questa è la dimostrazione che il movimento femminile sta crescendo e con esso anche l’interesse da parte della gente che segue le atlete allo stesso livello dei colleghi maschi.

Niedermaier che consola Reusser in cima a Monte Nerone è stato uno dei momenti più toccanti del Giro Women
Niedermaier che consola Reusser in cima a Monte Nerone è stato uno dei momenti più toccanti del Giro Women
Possiamo dire che il bis di Longo Borghini avvalora tutto quanto?

Devo dirvi che penso sempre a quello che dice sempre Mauro Vegni (il direttore del Giro d’Italia, ndr), che è il Giro a fare grandi gli atleti. Credo che sia uguale anche al femminile, però certo, noi siamo italiani e vedere un’italiana sul primo gradino del podio come Elisa è sicuramente motivo di orgoglio per noi. E poi c’è stato un altro aspetto più profondo da considerare.

Prego, spiegaci pure.

Il Giro Women è una gara che esiste da tanto tempo, da ben prima che il ciclismo femminile diventasse qualcosa di così importante per cui ora le atlete hanno voglia di portare a casa la maglia rosa. Quindi c’è stata una componente umana che ci ha emozionato oltre il gesto tecnico. Penso alle lacrime di Reusser a fine Giro che ha faticato per arrivare alla vittoria. Oppure penso alla bellissima scena di sorellanza di Antonia Niedermaier che va a consolare la stessa Reusser appena dopo il traguardo di Monte Nerone. Talvolta si guarda sempre ai vincitori, ma dietro in realtà c’è un lato umano che vale la pena di considerare.

Tra i tanti spunti per l’anno prossimo, ci sarà la nuova collocazione del Giro nel calendario. Cosa puoi dirci?

Vedremo cosa cambierà a livello di partecipazione. Con le nuove date (dal 30 maggio al 7 giugno 2026, ndr) il Giro Women si allontana dal Tour Femmes. Quindi cambieranno le preparazioni, però è anche vero che le squadre potranno guardare questa situazione in maniera diversa. Potranno puntare a correre e fare classifica con le loro leader ad entrambe le corse, perché ci sarà un lasso tempo tale da recuperare e prepararsi. E non credo nemmeno che la vicinanza con la Vuelta (che dovrebbe restare ad inizio maggio, ndr) darà problemi alla nostra gara.

Nel 2026 il Giro Women avrà nuove date: dal 30 maggio al 7 giugno
Nel 2026 il Giro Women avrà nuove date: dal 30 maggio al 7 giugno
Le nuove date le avete chieste voi o ve le hanno imposte?

Le abbiamo chieste noi, non solo per una questione organizzativa. Siamo andati in diretta televisiva prima del Tour de France, che chiaramente per noi è stato un grande traino. Tuttavia il Giro Women nasce nelle date immediatamente a ridosso del Giro maschile, quando non esisteva ancora il Tour Femmes, per cui il calendario bisognava rivederlo. Sarà sicuramente un esperimento perché non abbiamo uno storico su cui basarci. Vedremo come andrà, andando a vedere i numeri, che sono poi la cosa fondamentale nella valutazione del successo o meno di un evento.

L’anno prossimo avremo quindi un mese e mezzo di gare contando pure il Giro NextGen?

Non abbiamo ancora le date ufficiali degli U23, però tendenzialmente l’idea è quella. Avere sei weekend di Giri d’Italia e maglie rosa, tenendo conto della sovrapposizione delle ultime due tappe del Giro maschile con le prime due del femminile.

Possiamo dire che ormai il Giro Women ha trovato una sua identità?

Assolutamente sì. Siamo convinti che il ciclismo femminile in generale abbia il suo zoccolo duro di appassionati che lo vogliano seguire a prescindere dal Tour maschile che segue dopo in televisione. Con le nuove date vogliamo sfruttare il Giro maschile, cavalcando l’onda di quella fame di appassionati che appena finita la corsa vogliono ancora ciclismo. E potranno quindi seguire le imprese delle atlete la settimana successiva.

Ufficio stampa e digital-marketing hanno offerto una grande copertura del Giro Women attraverso le varie piattaforme
Ufficio stampa e digital-marketing hanno offerto una grande copertura del Giro Women attraverso le varie piattaforme
Di conseguenza ci saranno anche nuovi orari.

Nelle ultime due edizioni dovevamo arrivare alle 14,30 per esigenze di palinsesti televisivi. Quest’anno abbiamo avuto un clima leggermente più mite rispetto all’anno scorso, però diventa tutto più impegnativo col grande caldo. Poi va considerata che la finestra televisiva che avevamo riduceva l’attenzione su di noi, perché si riduceva ad esempio la presenza dei media sul posto. Ribadisco che il Giro Women sta diventando abbastanza solido per poter stare in piedi da solo e camminare sulle proprie gambe.

Legato a quest’ultimo discorso, conta anche il lavoro crescente dell’ufficio stampa e del comparto digital-marketing.

Sì è vero, i colleghi hanno lavorato davvero bene. Hanno prodotto tantissimi contenuti, offrendo una grande copertura del Giro Women. La gente che non aveva modo di seguire la diretta televisiva ha avuto comunque la possibilità di seguire la corsa dall’inizio alla fine attraverso le nostre tante piattaforme. Abbiamo mostrato i luoghi di partenza, i volti, la fatica, il sacrificio, la felicità delle ragazze e tantissimi altri momenti che hanno descritto la gara in modo completo, sotto ogni punto di vista.

La cura per il ciclismo. Vanotti parte dal suo progetto

18.07.2025
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L’analisi che ha messo a confronto ciclismo e atletica, le ricette che hanno portato la “regina degli sport” a svettare nel panorama sportivo italiano riapplicabili al mondo delle due ruote, hanno destato molto rumore nel sonnacchioso ambiente ciclistico. Nessuno nega più che il ciclismo italiano viva un momento buio, certamente non all’altezza della sua tradizione, ma l’establishment fatica ad aggiornarsi e vede le proposte di ”cura” come un fastidio, un disturbo al normale tran tran. Fra questi sicuramente non c’è Alessandro Vanotti.

Storico aiutante di Vincenzo Nibali in molte delle sue imprese, Vanotti oggi ha lanciato un proprio progetto dedicato al ciclismo giovanile che sembra rispecchiare abbastanza fedelmente quei dettami che nell’atletica sono stati seguiti riportandola in auge dopo molte stagioni di zero assoluto. Le sue idee, dopo aver letto l’articolo, prendono spunto proprio dalla “tesi”, il giudicare la vittoria tricolore di Filippo Conca come un momento negativo.

Alessandro Vanotti, storico gregario di Nibali, ha al suo attivo ben 19 grandi giri
Alessandro Vanotti, storico gregario di Nibali, ha al suo attivo ben 19 grandi giri

«Io non la penso così, credo anzi che sia stata una ventata di novità, il premio a un progetto, quello dello Swatt Club, che dovrebbe solo essere incoraggiato perché propone qualcosa di nuovo. E’ un ciclismo visto dai giovani, che fa i conti con un mondo che sta profondamente cambiando. In completa evoluzione, con una nuova mentalità, un diverso modo di vivere il ciclismo, mettendosi agonisticamente in gioco in maniera diversa. E’ preparazione applicata a un obiettivo e perché questo nuovo modello di vedere il ciclismo non va accettato? E’ vero, siamo a un punto basso, dobbiamo rimboccarci le maniche sapendo che per lunghe stagioni non vinceremo, ma dobbiamo investire sul futuro».

Importante è l’insegnamento del mestiere, di quel che il ciclismo significa al di là dei successi
Importante è l’insegnamento del mestiere, di quel che il ciclismo significa al di là dei successi
Perché allora c’è tanta ritrosia verso nuove idee?

Perché rimaniamo preda di idee vecchie e diatribe che non portano nulla, come quella tra Fci e Lega. Guardiamo avanti, guardiamo a noi, le istituzioni invece di litigare dovrebbero aiutare strutture innovative come quella dello Swatt Club e anche la mia. Perché c’è un tessuto culturale da ricostruire. Io con il mio progetto giovanile sono andato dagli sponsor, Santini in primis, facendo presente che da me non troveranno vittorie, non troveranno titoli sui media, ma troveranno serietà, dedizione, soprattutto un lavoro che porterà frutti. E questi frutti non saranno solo corridori professionisti perché in quest’ambiente emerge solo chi davvero ce la fa, uno su mille come diceva la canzone. Ma per il resto forgeremo tanti uomini che saranno poi i dirigenti delle aziende di domani perché lo sport è scuola di vita. Daremo un futuro, ciclistico e non solo.

Le aziende accettano, si adeguano?

Se sai che il progetto è valido, che porterà risultati ciclistici ma non solo, sì. Ma serve calma, soprattutto non correre dietro ai facili entusiasmi, serve soprattutto insegnare che cos’è il ciclismo, che cosa c’è dietro una vittoria. Io su un foglio bianco ho creato un progetto giovanile come quello dell’atletica, mi sono fatto la squadra da me come volevo io, senza interferenze. Ho creato lo staff con la gente che dico io, siamo in 15 e alla fine si decide collegialmente, non c’è un capo assoluto e soprattutto ci coinvolgiamo tutti ma giriamo tutti, non sono sempre gli stessi a seguire i ragazzi. Ma so già che è un progetto a lungo termine, ci vogliono minimo 10 anni per avere risultati.

I giovani che passano per il suo team acquisiscono anche competenze tecniche, utili per il loro futuro
I giovani che passano per il suo team acquisiscono anche competenze tecniche, utili per il loro futuro
Che cosa bisogna insegnare ai ragazzini?

Bisogna far capire a loro il senso di appartenenza alla squadra. Lo spirito di sacrificio. Soprattutto che ci sono tante cose da imparare prima di andare forte in bici. Fare una squadra significa lavorare 7 giorni su 7. Alzarti alle 5 del mattino per caricare il furgone per la gara.

L’errore che probabilmente molti fanno nel ciclismo giovanile è inseguire subito il risultato per appagare gli sponsor. Questo veniva fatto anche 10 anni fa nell’atletica e si scopriva che poi quei ragazzi che vincevano magari da junior o da under 23, poi sparivano. Come li si accompagna ai massimi livelli, non li si disperde?

E’ un problema di cultura. Di appoggio a un progetto umano prima ancora che sportivo. Quel famoso uno su mille non lo troverai se appunto non ci sono i “mille” che vengono messi in condizione di crescere, di diventare uomini. Ma se sai che fra loro ci sarà, forse, un campione, ci saranno altri che andranno a lavorare nella tua o in altre aziende perché avranno imparato qualcosa d’importante. Partiamo da questo. Dallo spirito, dall’obiettivo, l’abnegazione per la maglia, lo spirito di sacrificio, l’etica. Bisogna trovare il giusto equilibrio e noi formeremo questi ragazzi. Ci sarà un piano B per loro se non passeranno professionisti.

La struttura di Vanotti punta innanzitutto alla crescita valoriale dei ragazzi, per farne uomini, e poi, forse, campioni
La struttura di Vanotti punta innanzitutto alla crescita valoriale dei ragazzi, per farne uomini, e poi, forse, campioni
Ma nell’ambiente secondo te c’è abbastanza pazienza?

Non lo so, certamente siamo in un’epoca dove il ciclismo giovanile è alle soglie dell’abbandono, non lo sponsorizza più nessuno. Quindi a monte deve esserci un progetto. Sapendo di lavorare in un mondo in continua evoluzione. E poi liberiamoci dal troppo stress, ce n’è molto di più di quando correvo io. Sono ragazzini, basta con tutte queste pressioni, anche da parte dei genitori. E’ ovvio che i miei ragazzi li cresco per fare il risultato. La performance. Ma con calma, perché lavorando bene arriva. Bisogna essere più smart, integrare il ciclismo alla semplicità, rendersi conto (come ha fatto la nuova riforma dello sport che io approvo) che il mondo dello sport è una professione, non può più affidarsi al volontariato.

C’è anche un problema secondo te di aggiornamento dei tecnici rispetto a quello che emerge dall’estero?

Sì, per questo serve una nuova generazione, più pronta a raccogliere gli impulsi. Noi abbiamo un buco generazionale enorme anche a livello tecnico, per troppi anni si è andati avanti con gente di generazioni passate ma dietro non arrivava nessuno. Ora paghiamo dazio. Con me sono tutti giovani e tutti si aggiornano di continuo. Perché il ciclismo cambia a vista d’occhio. Anche la multidisciplina, ad esempio, è un bene se la si sa fare, ma far correre i ragazzi sempre, oggi nel ciclocross, domani in mtb, dopodomani su strada non va sempre bene, non si può correre sempre. Usiamo criterio. Bisogna rispettare la crescita muscolo-scheletrica, il suo sviluppo, parliamo di ragazzini.

Vanotti è convinto che per avere risultati servirà molto tempo, come per l’atletica…
Vanotti è convinto che per avere risultati servirà molto tempo, come per l’atletica…
Ci sarà da aspettare per rivivere i tuoi tempi?

Sicuramente, ma se sapremo farlo, il ciclismo italiano tornerà quello che era. Ma è tempo di agire, ora, lavorando in profondità. Oggi comandano i Pogacar e i Van der Poel, noi guardiamo. Facciamo in modo che siano loro a guardarci un domani, perché non possiamo aver dimenticato che cos’è il ciclismo, quel che ha dato al nostro Paese. Ma dobbiamo darci una mossa, ora…

Famiglia e corridori, l’opinione di Martinelli 

18.07.2025
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Ha fatto scalpore l’intervista rilasciata da Trine Hansen, moglie di Jonas Vingegaard, al quotidiano danese Politiken ed uscita in pieno Tour de France. Hansen ha criticato abbastanza duramente la Visma-Lease a Bike per quanto riguarda la gestione del marito, a suo dire troppo spesso lontano da casa, ma anche non abbastanza tutelato in corsa.

Un intervento che a molti è parso non azzeccatissimo, per lo meno nelle tempistiche. Abbiamo contattato Giuseppe Martinelli, uno dei DS più esperti nella storia del ciclismo italiano, per parlare con lui della non sempre facile gestione delle famiglie dei corridori.

Giuseppe Martinelli ha smesso con ciclismo professionistico quest’anno, ma rimane uno dei punti riferimento nel settore
Giuseppe Martinelli ha smesso con ciclismo professionistico quest’anno, ma rimane uno dei punti riferimento nel settore
Giuseppe, cosa ne pensi di questa faccenda?

Come prima cosa vorrei dire che i sacrifici che fanno ora i corridori, non so se siano di più, ma più stressanti forse sì. Se inizi ad andare in ritiro a dicembre, poi a gennaio, poi fai un’altura prima del Giro, una prima del Tour, per una famiglia che non sia avvezza al ciclismo è difficile. Quello che è balzato all’occhio secondo me è che Vingegaard è arrivato al ciclismo di alto livello un po’ per caso, e con lui anche la sua famiglia: cosa che gioca un ruolo importante. La moglie dovrebbe pensare che Vingegaard è una campione che ora deve sfruttare al meglio questi anni e capire i sacrifici suoi e di tutta la famiglia.

Quello che ha colpito molti sono state le critiche a Van Aert, uno che non se le merita proprio…

A Van Aert non si può dire niente, anzi si sta quasi snaturando: secondo me corre troppo per gli altri. Anche mentalmente dopo un po’ diventi uno che corre per gli altri e non per se stesso. Quindi sì, certamente quella è stata un’uscita sbagliata.

Van Aert si è sempre messo a completa disposizione del capitano al Tour, anche a scapito dei suoi obiettivi personali
Van Aert si è sempre messo a completa disposizione del capitano al Tour, anche a scapito dei suoi obiettivi personali
Ti sono mai capitati episodi simili?

Ho trovato gente che faceva fatica a staccare dalla famiglia, ma scontri così no, mai. Magari qualcuno preferiva allenarsi a casa e non andare sul Teide, ma non che la famiglia intervenisse e fosse apertamente contraria.

Nel senso che i corridori potevano decidere se andare in ritiro o no?

No no, alla fine decidevamo sempre noi. Anche perché i ritiri servono anche per fare coesione tra il gruppo, oltre che per allenarsi. Servono per conoscersi meglio, anche perché sennò porteresti solo il leader. Bisogna portare le persone che fanno star bene il capitano, compreso magari il meccanico più simpatico o il massaggiatore preferito, per creare un clima per arrivare all’appuntamento nel modo migliore possibile.

Vingegaard all’arrivo della tappa di ieri, dove ha pagato oltre 2′ su Pogacar. Queste polemiche sono arrivate, forse, nel momento meno indicato
Vingegaard all’arrivo della tappa di ieri, dove ha pagato oltre 2′ su Pogacar. Queste polemiche sono arrivate, forse, nel momento meno indicato
Un’intervista del genere in un momento così delicato potrebbe avere delle conseguenze all’interno della squadra? 

Non ha scelto certamente il momento migliore. Ma siamo ad un livello altissimo, sia il management della Visma che i corridori sono grandi professionisti e avranno trovato le parole giuste per far rientrare quest’uscita sbagliata. La Visma mi sembra una squadra molto coesa, da loro non esce mai niente, sono bravi a gestire le questioni all’interno.

Quindi la tua sensazione è che ora ci sia più stress che in passato…

Una volta questo stress c’era solo nelle grandi squadre ora invece c’è già tra i giovani, quasi da juniores, quindi sarà sempre più pesante. 15 anni fa andavano in altura solo le grandi squadre perché avevano le possibilità economiche. Ora invece quasi non trovi posto, perché ci sono già juniores e se le fai per anni poi diventa pesante a livello psicologico.

I ritiri sono un luogo molto importante per la coesione della squadra. Nella foto un momento per l’Astana del 2017, con Scarponi e Tiralongo
I ritiri sono un luogo molto importante per la coesione della squadra. Nella foto un momento per l’Astana del 2017, con Scarponi e Tiralongo
Quindi c’è del vero in quello che dice Trine Hansen ?

In quel senso sì, purtroppo è il momento attuale che estremizza tutto. Alle fine le squadre di alto livello sono delle aziende. E le aziende vogliono produrre e guadagnare sempre di più, ma alla fine i corridori sono uomini, e quando li hai spremuti troppo poi saltano. Anche i migliori.

Il capitalismo del ciclismo…

L’unica nota positiva è che oggi corrono un po’ meno di una volta. Però per arrivare agli appuntamenti al top devono fare quei sacrifici di cui abbiamo parlato, mentre una volta ti prepararvi nelle corse minori. Ora invece non è più possibile, arrivano già in formissima.

Per i corridori ci sono dinamiche più importanti di quelle economiche?

La famiglia per un atleta è incredibilmente importante. Però la carriera di un corridore dura 8-10 anni, e poi ha davanti altri 50 anni dove può godere di quello che ha raccolto in quel periodo. Quindi penso che la moglie di Vingegaard dovrebbe anche pensare alla fatica che fa il resto del mondo per accontentarsi di molto meno.

Martinelli, in pensione dalla fine del 2024, finalmente può godersi la sua passione senza troppo stress
Martinelli, in pensione dalla fine del 2024, finalmente può godersi la sua passione senza troppo stress
Come si potrebbe fare per alleviare questo stress secondo te?

Credo ci sia poco da correggere. L’unica sarebbe avere un calendario un po’ più soft, ma si sta andando nella direzione opposta, con sempre più gare così l’UCI incassa. Si potrebbe forse fare in modo che le WorldTour facciano solo gare tra loro, ma poi c’è il rischio di avere un ciclismo di serie A e di serie B. Ma ci sono tanti fattori di stress in questo momento. Una volta con il preparatore avevi un rapporto quasi di amicizia, ora invece è tutto più tecnico, basato sulle tabelle. Come anche il nutrizionista, che è fondamentale, ma ogni giorno manda al corridore la scheda con cosa deve mangiare. Il risultato è che i ragazzi sono lasciati tranquilli solo quando vanno a dormire. E se salta la testa poi però non funziona più niente.

Infatti adesso hanno gli psicologi…

Lo psicologo e il mental coach. Il loro “io” non esiste più, non trova più spazio. Io adesso per fortuna sono fuori da tutte queste dinamiche, la passione c’è sempre naturalmente, ma il fatto di poter agire liberamente è impagabile.

Ad Hautacam per Samuele: Pogacar fa la cosa giusta

17.07.2025
6 min
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Il senso di questa giornata al Tour sta probabilmente nelle ultime parole di Tadej Pogacar, mentre sui rulli cercava di mandar via la fatica dalla testa e dalle gambe. La fronte imperlata di sudore e un bottino sin troppo ricco in cima al primo arrivo pirenaico. Hautacam non passa mai inosservato e così è stato anche stavolta.

«Penso che questa tappa sia per Samuele e per tutta la sua famiglia – ha detto il campione del mondo – perché è stato davvero triste. E’ stata la prima notizia che ho letto stamattina e mi sono ritrovato a pensare a lui nell’ultimo chilometro. A quanto può essere duro questo sport e a quanto dolore può causare».

Al via un minuto di raccoglimento e applausi per salutare Samuele Privitera, scomparso nella notte ad Aosta
Al via un minuto di raccoglimento e applausi per salutare Samuele Privitera, scomparso nella notte ad Aosta

Un minuto di applausi

Sarà l’emotività del momento o il ricordo di tutti gli amici che abbiamo salutato in questi anni, le parole di Pogacar hanno dato alla scena un sapore umano, a margine di uno show di potenza e forza che ancora una volta ha annichilito i rivali. Anche il Tour è stato scosso dalla notizia della morte di Samuele Privitera al Giro della Valle d’Aosta. In partenza il gruppo, con il Team Jayco-AlUla in testa, ha osservato un minuto di raccoglimento che si è concluso con l’applauso delle migliaia di persone accorse ad Auch per salutare la partenza del Tour.

«E’ stata una notizia devastante per tutta la famiglia Jayco-GreenEdge – ha dichiarato il direttore sportivo Mathew Hayman – ed è stato emozionante vedere il Tour de France fermarsi per un minuto per onorare la sua memoria. I nostri pensieri sono rivolti alla sua famiglia».

Giornataccia Visma

Ora che si fa la conta dei distacchi sul primo arrivo in salita, ci si rende conto che la classifica scoraggia già ogni volo di fantasia. Prima è naufragato Evenepoel. Poi abbiamo assistito al forcing interrotto della Visma-Lease a Bike, che ha dovuto fermarsi per non perdere Jorgenson. E quando si è arrivati alla salita finale, quelli del UAE Team Emirates si sono messi davanti e hanno stritolato Vingegaard e compagni. Se gli olandesi davvero avevano un piano, forse non avevano fatto i conti con l’oste iridato, che ha dato sul traguardo 2’10” al danese e 2’23” a Lipowitz.

«Penso che oggi Jonas si sentisse bene – ha commentato il direttore sportivo Grischa Niermann – ma sull’ultima salita, Pogacar è stato chiaramente il migliore. Jonas ha sofferto molto, è stata una giornata dura. Matteo (Jorgenson, ndr) non è stato bene, ma non possiamo biasimare i corridori. Avevamo una strategia, ma lui non ce l’ha fatta. Non è successo quello che speravamo, ma comunque Jonas si è dimostrato il migliore di tutti gli altri. Congratulazioni a Tadej e alla UAE Emirates, hanno dimostrato chi è il più forte».

I fantasmi di Hautacam

Non si vive nel passato e forse la Visma lo ha capito tutto in una volta. Se qualcuno credeva di poter ripetere la scena del 2022, quando Hautacam spense definitivamente le velleità di Pogacar, oggi avrà avuto un brusco risveglio. Un senso di positivo stupore che ha coinvolto anche il campione del mondo, che si è ripreso la maglia gialla con 3’31” su Vingegaard e 4’45” su Evenepoel.

«L’ultima volta che eravamo venuti a Hautacam – ha detto Pogacar – fu una storia molto diversa. Già la prima volta che feci la ricognizione di questa salita, pensai che fosse fantastica e non vedevo l’ora di affrontarla in corsa. L’unica cosa è che nel 2022 andai praticamente contro un muro. Stavo cercando di recuperare la maglia gialla, ma in quel periodo la Jumbo era troppo forte. Così ho cercato di dimenticare e non vedevo l’ora che arrivasse oggi. Tanti sono venuti da me a dirmi che sarebbe stata la mia rivincita e quando ci siamo avvicinati all’inizio della salita, la storia è parsa subito diversa rispetto ad allora. C’era di nuovo un corridore belga in testa, ma era Wellens e non Van Aert, e a tirare c’era la nostra squadra. Sono super contento di aver guadagnato tempo e di aver vinto su questa salita».

Healy ha onorato la maglia gialla, ha combattuto per tutto il giorno. Ha chiuso a 13’38”
Healy ha onorato la maglia gialla, ha combattuto per tutto il giorno. Ha chiuso a 13’38”

L’imbattibile Riis

Pogacar e tutta la sua squadra hanno corso utilizzando la Colnago Y1Rs, quella aerodinamica e leggermente più pesante della V5Rs. Il feeling con la bici è andato crescendo di corsa in corsa e probabilmente l’esigenza è sempre più quella di fare velocità, su pendenze mai severe come al Giro d’Italia.

Eppure, nonostante il suo strapotere, Pogacar non ha stabilito il record di Hautacam, che appartiene ancora a Bjarne Riis, per sua stessa ammissione dopato al momento di stabilirlo. Tadej ha percorso i 13,5 chilometri della salita (7,8 per cento di pendenza media) in 35’21” a 41″ dal record del danese che nel 1996 la scalò in 34’40”. Partito a circa 12 chilometri dall’arrivo, lo sloveno è stato nettamente in vantaggio sui tempi intermedi del danese, ma con il passare dei chilometri ha iniziato a calare il ritmo. Non è dato sapere se perché stanco o perché abbia ritenuto che non fosse necessario insistere avendo ancora un Tour intero da correre.

Il suo tempo è stato comunque di prim’ordine. Nel 2022 impiegò 37’39” dietro allo scatenato Vingegaard: due minuti peggio di oggi.

La vittoria più bella

In questa tappa del Tour che si è chiusa nel segno di qualcosa che abbiamo già visto, forse la cosa migliore da fare è accucciarsi nuovamente in un bozzolo silenzioso e dedicare gli ultimi pensieri a Samuele Privitera e al suo sogno spezzato di essere un giorno su queste strade. Non condividiamo la retorica del ciclismo diventato uno sport pericolosissimo, perché scava fosse comuni in cui non si fanno distinzioni.

Di certo, in questa inesorabile metafora della vita che è la strada, può capitare di doversi fermare a piangere un fratello che non c’è più. Per questo a nostro avviso, la vittoria più bella del Pogacar odierno è stata aver pronunciato le parole con cui abbiamo iniziato questo articolo.

Regole UCI: aziende nel caos. Ma ecco le prime reazioni

17.07.2025
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Qualche settimana fa, il 12 giugno per la precisione, l’UCI ha reso pubbliche alcune nuove e importanti regole che entreranno in vigore dal prossimo gennaio. Norme che puntano alla sicurezza, ma che impattano su una cospicua parte dei materiali utilizzati dai professionisti. Le modifiche riguardano manubri, ruote, rapporti, gomme, telai (qui potete rileggere nello specifico il tutto).

Vi avevamo già accennato nell’editoriale di lunedì quale problema enorme rappresenti questa svolta improvvisa per le aziende. Stavolta, quindi diamo voce proprio ad alcune di loro: quelle che per prime hanno avuto il coraggio di farsi sentire.

Decathlon e Van Rysel, ad esempio: un’enorme parte dei manubri già prodotti non sarà più omologata secondo i regolamenti UCI. In teoria, non si potranno nemmeno utilizzare in una gran fondo sotto l’egida della Federazione e di riflesso dell’UCI. Prendiamo anche l’ultima bici Factor, per esempio, vista al Tour, con forcella e carro molto ampi: sarà fuori norma. E la lista dei brand coinvolti è lunga.

Jean Paul Ballard CEO di Swiss Side durante la presentazione delle nuove ruote Ultimate e Classic a Lille alla vigilia del Tour
Jean Paul Ballard CEO di Swiss Side durante la presentazione delle nuove ruote Ultimate e Classic a Lille alla vigilia del Tour

Già a Lille il clima era teso

La querelle è esplosa in pieno giugno. Molte aziende si erano organizzate, anche in vista del Tour de France, per presentare i propri nuovi prodotti, approfittando della visibilità garantita dalla corsa francese.

A una di queste presentazioni eravamo presenti anche noi. Ricordate le ruote Swiss Side? Ebbene, al netto della qualità indiscutibile, una parte delle nuove ruote, tra cui le Ultimate (quelle di fascia più alta), non potrà essere utilizzata da gennaio. Parliamo dei modelli da 85 e da 68 millimetri, quando il nuovo limite imposto è 65. Daniele Cerafogli, del marketing team di Swiss Side, non aveva nascosto il disappunto, specie per le tempistiche con cui l’UCI aveva comunicato i cambiamenti. Oltre allo sviluppo praticamente vanificato, questi modelli erano già entrati in produzione.

Il grafico presente nella lettera che Swiss Side ha inviato all’UCI. In pratica più le linee hanno un valore di yaw basso e più la ruota è stabile. Si nota come quella da 68 mm sia più efficiente
Il grafico presente nella lettera che Swiss Side ha inviato all’UCI. In pratica più le linee hanno un valore di yaw basso e più la ruota è stabile. Si nota come quella da 68 mm sia più efficiente

Le prime lettere

Proprio ieri, Swiss Side ha inviato una lettera all’UCI, firmata dal CEO Jean Paul Ballard. Una lettera lunga, dettagliata, in cui sono elencate le criticità: danni economici, produzione già avviata, impossibilità di essere pronti a inizio 2026.

Secondo Swiss Side, una ruota con profilo più alto ma progettata con un determinato disegno (profondità e larghezza del canale) è più sicura in termini di stabilità e guidabilità rispetto a una ruota con profilo più basso. Nel documento è allegato anche un grafico con dati della galleria del vento, che mostra l’impatto del vento trasversale (fino a 15°) sul cerchio.

Nel finale della lettera, a dimostrazione che qualcosa si muova, si legge: «L’UCI, in quanto organo di governo del ciclismo, dovrebbe sempre essere considerato responsabile, obiettivo e inclusivo. Le azioni attuali non sono coerenti con questi valori. Chiediamo pertanto un’urgente riconsiderazione della recente modifica all’attuazione del regolamento».

Davide Guntri di Deda Elementi (qui a colloquio con Maestri): il rapporto con i team è costante sia in termini di performance che di sicurezza
Davide Guntri di Deda Elementi (qui a colloquio con Maestri): il rapporto con i team è costante sia in termini di performance che di sicurezza

La voce delle aziende

Abbiamo sentito Davide Guntri di Deda Elementi, che rappresenta bene i brand che si erano mossi in base a un regolamento poi modificato improvvisamente. Grazie alla sua disponibilità e chiarezza ci ha aiutato ad approfondire l’argomento. In precedenza, anche Gianluca Cattaneo, responsabile dell’azienda lombarda, aveva espresso la sua contrarietà in un post su Linkedin.

Davide, ci sono aziende che si ritrovano con una parte di prodotti fuori norma, già in produzione. E’ davvero così?

No, non una parte: la maggior parte è già in produzione. Parlo di tutti i prodotti presentati a Eurobike, la fiera più importante in Europa e tra le prime al mondo. Ruote da 70 millimetri, manubri da 38 centimetri. Per esempio, noi di Deda abbiamo dovuto fare una frenata improvvisa e ora ci troviamo in difficoltà con tutte le squadre che sponsorizziamo. Avevamo già dei prodotti pronti per la consegna, tipo i manubri. E adesso cosa facciamo?

Di solito c’era un confronto tra UCI e brand?

Sì, ma stavolta non c’è stato nessun confronto. Loro hanno deciso e noi lo abbiamo saputo dopo.

Chi ha cambiato le carte in tavola? L’associazione SafeR c’entra qualcosa?

Davvero non lo so. Ma l’iter non doveva cambiare, soprattutto a ridosso della fiera più grande dell’anno o quando tutte le squadre hanno i nuovi manubri montati. Anche le aziende di bici hanno già avviato la produzione per il 2026. Canyon, ad esempio, ha un manubrio che non andrà più bene. Peggio ancora Ridley: tutti i loro manubri saranno fuori norma, dalla squadra WorldTour a quella femminile e development. La perdita economica è notevole. Anche perché non tutti i fornitori accettano di fermare la produzione. Cosa facciamo, rottamiamo tutto?

La sicurezza in primis, ma non si può ridurre alla larghezza di un manubrio o di una gomma, quando ancora i piedini delle transenne spuntano nella careggiata
La sicurezza in primis, ma non si può ridurre alla larghezza di un manubrio o di una gomma, quando ancora i piedini delle transenne spuntano nella careggiata
Parliamo di professionisti, ma un cicloamatore potrebbe comunque usare questi componenti?

Certo, ma l’amatore segue le tendenze dei pro’. E non posso quantificare la perdita, ma potrebbe essere pesante per tutte le aziende coinvolte. Persino quelle che fanno i gruppi.

Ti riferisci al pignone da 10 denti di Sram che manderebbe oltre il limite di sviluppo metrico il set con molte delle sue corone?

Esatto. Le loro cassette sono un monoblocco, non basta togliere un ingranaggio.

Volendo essere maliziosi Shimano e UCI sono molto vicini…

Sembra che Shimano abbia detto all’UCI di fare attenzione, che certe regole avrebbero messo in difficoltà anche altri costruttori di gruppi. Hanno avuto una posizione molto corretta.

Il punto è capire se si tratta di sicurezza reale o solo di facciata…

Esatto. Siamo andati all’estremo. E’ giusto: non puoi far correre un ragazzo alto due metri con un manubrio da 36 centimetri. Però se vogliamo parlare di sicurezza vera, dobbiamo uscire dalla questione materiali. Vogliamo parlare di transenne, curve non messe in sicurezza, spartitraffico… E poi fermi le aziende? E indirizzi fortemente il mercato?

Anche i team dicono di aver ricevuto un questionario UCI pochi giorni prima delle nuove norme…

Immagino! Qualche sera fa ero in pista, a Crema, come presidente della FCI della provincia. Parlando con Ivan Quaranta mi ha raccontato che quando tre anni fa svilupparono con Pinarello il manubrio Most, il loro ingegnere suggerì di lavorare su un manubrio da 35, non da 33 centimetri. «Vedrete che il 33 non andrà più bene», gli disse.

Guntri non nega che certe regole servano. In qualche caso si è andati oltre, come questa piega da 28 cm per la pista (dove il limite è stato portato a 35 cm)
Guntri non nega che certe regole servano. In qualche caso si è andati oltre, come questa piega da 28 cm per la pista (dove il limite è stato portato a 35 cm)
A chi giova questa situazione?

Bella domanda. Quando il nostro direttore mi ha mandato l’estratto della normativa, mi si è gelato il sangue. Mi sono chiesto: «Cos’è successo? Ho sbagliato qualcosa nella lettura delle regole?». Ti viene da pensare di aver perso qualcosa. Leggi e rileggi. Poi vedi la realtà dei fatti. E’ difficile orientarsi tra le regole. Quelle della crono, ad esempio, sono complesse da interpretare anche per noi. E a proposito di crono e di precisione da parte dell’UCI, vogliamo parlare delle dime con cui misurano se una bici è a norma?

Parliamone…

Al Giro dItalia, alcune bici di un team con cui abbiamo un buon rapporto anche se non è nostro cliente, andavano bene per la crono in Albania, ma non a quella di Pisa. Stesse bici, identiche. E poi parliamo di sicurezza: vogliamo discutere della quantità di macchine al seguito? Ci sarebbero tante regole da sistemare prima di agire sui materiali. Perché nella crono esistono tre categorie (1, 2, 3) per altezza dell’atleta e misure del mezzo e su strada no? Basterebbe introdurre lo stesso sistema e risolveresti.

Chiaro, senza vietare certi prodotti. E questo automaticamente sistemerebbe anche il settore femminile, che per assurdo in alcuni casi vede ingrandirsi i manubri oltremodo…

Ripeto: la sicurezza viene prima di tutto. Va bene fare regole che spingano in quella direzione. Però affrontiamola per gradi. Troviamo qualcosa che protegga sotto al casco, dico per dire. E facciamolo con le tempistiche giuste e con dialogo.

Ci sarà una reazione delle aziende? L’UCI dovrà dare delle spiegazioni, no?

So che ad Eurobike Adam Hansen (presidente del CPA, ndr) e un ispettore UCI hanno incontrato i produttori. Spero che venga concessa una deroga per il 2026, perché i tempi sono troppo stretti e in molti non riusciranno a rifare tutto in tempo.

Privitera: l’incidente, il sogno spezzato e le voci del gruppo

17.07.2025
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AOSTA – La notizia della morte di Samuele Privitera arriva pochi minuti prima della mezzanotte. Nel silenzio di una sala stampa ormai deserta e buia. Poche righe alle quali segue il messaggio di cordoglio dell’intero staff del Giro Ciclistico della Valle d’Aosta

La sala stampa della prima tappa del Giro della Valle d’Aosta era a poche centinaia di metri dall’arrivo. Nella festa di Filippo Agostinacchio una voce ci dice che Samuele Privitera è stato protagonista di una brutta caduta. La notizia ci accompagna fino al momento in cui ci sediamo per scrivere l’articolo che poi verrà pubblicato alle 19,09. La tappa è finita da qualche ora, ma in gruppo e tra gli addetti ai lavori circola la notizia di un brutto incidente che ha coinvolto il giovane corridore della Hagens Berman Jayco. L’attesa rende tutto straziante, a ogni squillo di telefono si teme che possa arrivare la notizia peggiore. 

Samuele Privitera (il secondo in maglia Hagens Berman da sinistra) durante il foglio firma della prima tappa
Samuele Privitera (al centro) durante il foglio firma della prima tappa

Ore di attesa

La prima comunicazione ufficiale da parte dell’organizzazione arriva intorno alle 19, il ragazzo è stato trasportato all’ospedale Parini di Aosta in gravi condizioni ed è sotto osservazione. All’ingresso del Pronto Soccorso ci viene comunicato che sono in attesa dei familiari di Samuele Privitera. Poi il silenzio. Arrivano anche due atleti dell’U.C. Monaco. A distanza di un’ora anche un diesse della Hagens Berman Jayco insieme a un agente di Polizia, hanno in mano il casco di Privitera che sembra integro. 

Il silenzio fa salire la preoccupazione. E mentre il telefono squilla, la notte arriva senza che dall’ospedale trapelino notizie sullo stato di salute di Samuele Privitera. Gli agenti di Polizia davanti all’ingresso del Pronto Soccorso dicono che una notizia ufficiale verrà rilasciata dall’organizzazione una volta arrivati i genitori. Sono le 23,52 quando viene pubblicato il comunicato ufficiale del Giro Ciclistico della Valle d’Aosta. Privitera non ce l’ha fatta. 

La voce dal gruppo

E’ difficile cercare di capire la dinamica dell’incidente di Samuele Privitera, una prima ricostruzione può arrivare solamente da chi era accanto a lui in corsa. Lorenzo Masciarelli, della MBH Bank-Ballan-Csb, era in gruppo nel momento dell’incidente. 

«Privitera – racconta Masciarelli – era due metri davanti a me. Venivamo da una curva che si affronta senza frenare, ci trovavamo intorno alla ventesima posizione in gruppo. Lui arrivava dall’esterno e ha preso un dosso artificiale di cemento che serve per rallentare le macchine. Non si è capito se non se ne sia accorto, però nel momento in cui è salito sopra ha perso la presa dal manubrio. Di conseguenza il sedere gli è scivolato sul tubo orizzontale del telaio ed è rimasto seduto. I piedi si sono sganciati ma ha cercato di rimanere in equilibrio. In quelle situazioni, spesso, rimetti una mano sul manubrio e rimani in piedi. Invece lui ha sbandato ed è andato contro una barriera di ferro. Un impatto così non l’avevo mai visto. Parlando con i ragazzi che avevo vicini, che come me avevano visto l’accaduto, ci siamo resi subito conto della gravità

«Quando l’ho visto andare verso la barriera mi sono spaventato e ho tirato i freni – continua – e gli sono rimasto dietro. L’impatto è stato bruttissimo, è arrivato contro l’ostacolo con la testa e il petto. Il casco, anche durante lo scontro con la barriera, è sempre rimasto sulla testa. Non ho capito come si sia sfilato. Il fatto però che fosse integro (o così pareva, ndr) mi fa pensare che le prime a colpire la barriera siano state altre parti del corpo».

Marco Milesi, ora diesse della Biesse Carrera, era in gruppo nel 1993 quando sulle strade del Giro della Valle d’Aosta morì Diego Pellegrini
Marco Milesi, ora diesse della Biesse Carrera, era in gruppo nel 1993 quando sulle strade del Giro della Valle d’Aosta morì Diego Pellegrini

Il ricordo di Milesi

La voce che ci ha avvisato dell’incidente di Samuele Privitera, arrivata dopo il traguardo, ce l’ha data Marco Milesi, diesse della Biessa Carrera Premac. Il quale nella mattinata di oggi ci ha raccontato quanto visto dall’ammiraglia durante la tappa. 

«Ho visto Privitera a terra – racconta – mentre passavamo sul punto dell’incidente. Andavamo piano perché c’erano diversi oggetti sparsi sulla carreggiata. L’ho visto fermo a terra, immobile, e subito ho capito che si trattava di un brutto incidente. Erano già presenti i medici intorno al corpo che si agitavano, ho visto anche un meccanico della Hagens (la squadra di Privitera, ndr) parecchio spaventato in volto. 

«Mi è subito tornato in mente – riprende dopo un attimo di silenzio, con voce profonda – la caduta di Diego Pellegrini, sempre qui al Valle d’Aosta nel 1993. Io ero in corsa, così come lo ero al Tour de France 1995 quando venne a mancare Fabio Casartelli, eravamo anche compagni di squadra. Ci sono tanti pensieri nella testa di un ragazzo in un momento del genere, soprattutto nelle gare dilettanti quando chi corre con te è spesso coetaneo e lo conosci fin da bambino. Capire se andare avanti o meno spetta ai ragazzi. Io nel 1995, al Tour, volevo tornare a casa. I miei genitori mi stettero vicini e mi dissero di tenere duro. Quel Tour de France lo finii, ma con una sofferenza enorme».

Samuele Privitera, ciclista ligure nato a Imperia, è venuto a mancare all’età di 19 anni, avrebbe compiuto i 20 il prossimo 4 ottobre. Dal 2024 correva con il team Hagens Berman guidato da Axel Merckx, mentre da juniores aveva vestito la maglia del Team Fratelli Giorgi.

Malcotti, la tenuta psico-fisica per una grande top 10 al Giro

17.07.2025
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IMOLA – Guardando la top 10 della generale del Giro Women c’è solo un’atleta che ha fatto corsa in crescendo e forse strabiliando più del dovuto se stessa, la propria squadra e i propri tifosi. Barbara Malcotti ha saputo risalire dal 103° posto nella crono iniziale fino all’8ª posizione finale, dandole consapevolezze nuove e risultando la migliore italiana dopo Longo Borghini.

Delle donne di classifica, la 25enne trentina della Human Powered Health è quella che aveva pagato il dazio più salato nella prova del “tic-tac” di Bergamo. Due minuti scarsi da recuperare al pronti-via avrebbero potuto demoralizzare chiunque, ma Malcotti non si è abbattuta, sorretta da una condizione psico-fisica mai avuta prima. La rincorsa si è completata giorno dopo giorno grazie ad un team che l’ha supportata in ogni modo.

Malcotti ha seguito le indicazioni di Bronzini e dell’allenatore Pollini per dosare le energie e rientrare in classifica
Malcotti ha seguito le indicazioni di Bronzini e dell’allenatore Pollini per dosare le energie e rientrare in classifica

Felicità Bronzini

Sul traguardo di ogni tappa il personale della squadra attendeva l’arrivo della propria atleta ed ognuno di loro seguiva gli ultimi metri con particolare trasporto. Le tre tappe conclusive sono state quelle in cui Malcotti è rientrata nelle migliori dieci. Abbiamo visto spesso l’osteopata-massaggiatrice Chiara Rozzini incitare la trentina a distanza mentre aveva pronte acqua e bevande post-gara per lei. Anche Giorgia Bronzini è rimasta sulla stessa lunghezza d’onda dall’ammiraglia, per quello che è uno dei migliori risultati della storia del team statunitense.

«Sul Giro che ha fatto Barbara – ci dice la diesse della Human – ho solo note positive. Mi è piaciuto come siamo riusciti ad interpretarlo e lei che ha ascoltato passo per passo i suggerimenti miei e del suo allenatore Mattia Pollini. Con lui già dalla crono avevamo fatto un piano delle giornate successive. Barbara è stata molto brava a seguire queste indicazioni, senza avere quella fretta di dover recuperare subito il distacco accumulato. Le abbiamo detto che il Giro sarebbe stato lungo e lei ha saputo dosare bene le energie, dando tutto nelle ultime due tappe. Eravamo fiduciosi di un suo buon piazzamento, ma forse posso dire che per noi è stata una bella sorpresa. Sono contenta, è un risultato che fa bene a lei e alla squadra».

Tutta lo staff della Human (qui la massaggiatrice-osteopata Rozzini) ha vissuto con enfasi il Giro Women di Malcotti
Tutta lo staff della Human (qui la massaggiatrice-osteopata Rozzini) ha vissuto con enfasi il Giro Women di Malcotti
Barbara ti sei regalata una bella soddisfazione. Qual è la prima sensazione?

Sono felice perché nessuno si aspettava una classifica del genere. Puntavamo ad una top 12, giusto per migliorare il 15° posto dell’anno scorso. Sarebbe stato un bel passo in avanti, però così è stato favoloso. La squadra è super euforica, quindi io la sono altrettanto. Anzi, considerando che il ciclismo femminile ha avuto un netto miglioramento rispetto agli ultimi anni, non pensavo di essere così competitiva con le prime dieci al mondo. Certo, ne mancavano un paio, ma il livello era molto alto.

Nella tappa di Monte Nerone ti abbiamo vista attiva, non hai avuto paura di attaccare.

Sì, in quel momento, una volta partita Gigante all’inseguimento di Longo Borghini, Giorgia alla radio mi ha detto di difendermi e tenere il più possibile. Quando la Movistar durante l’inseguimento ha imboccato la salita, io sentivo di essere in una grande giornata. Non stavo accusando la fatica del ritmo che stavamo facendo. A quel punto ho deciso di prendere in mano la situazione e provare a fare la mia gara e, perché no, provare a rientrare per vincere la tappa. Non ce l’ho fatta, ma non rimpiango nulla in generale. E’ stato un grande Giro.

Nella crono d’apertura a Bergamo, Malcotti chiude 103esima. Non si scoraggia e saprà finire 8a nella generale a 4’44”
Nella crono d’apertura a Bergamo, Malcotti chiude 103esima. Non si scoraggia e saprà finire 8a nella generale a 4’44”
Correrai anche il Tour Femmes?

Sì, vado in supporto di Thalita De Jong. Purtroppo lei nell’ultimo periodo non è stata molto bene, quindi bisognerà vedere come arriverà in Francia. E di conseguenza vedremo se per me si potranno presentare delle occasioni da sfruttare al meglio in qualche tappa. Sicuramente io ho dato dimostrazione di stare molto bene, devo solo capire quanto riuscirò a tenere questa condizione.

Una condizione più mentale che fisica?

Sì, assolutamente. Affrontare il Tour è sempre duro, specie dal punto di vista dello stress. Il Giro Women l’ho vissuto il più serena possibile, pensando giorno per giorno e sempre col sorriso. Credo che questo mi abbia dato un vantaggio in più rispetto alle altre. Direi che tutto l’umore in squadra abbia fatto la differenza

Malcotti al Giro 2024 era arrivata 15ª. Quest’anno ha terminato nella top 10, la migliore italiana dopo Longo Borghini
Malcotti al Giro 2024 era arrivata 15ª. Quest’anno ha terminato nella top 10, la migliore italiana dopo Longo Borghini
Ora Barbara Malcotti che obiettivi si è data?

Sicuramente fare un giusto recupero prima di andare in Francia. Per come stanno andando le cose, un pensiero alla maglia azzurra tra mondiale ed europeo ce lo sto facendo. O meglio, spero in una convocazione. Ecco, mi piacerebbe mettere la ciliegina sulla torta con una vittoria. Ma vediamo come andrà…

Voci da Andorra: Ciccone prenota una ripartenza alla grande

17.07.2025
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L’ultima volta che lo abbiamo incontrato, Roma intorno celebrava le maglie del Giro e Ciccone si era avvicinato per un saluto mentre insieme a sua moglie Annabruna stava cercando di raggiungere il pullman della Lidl-Trek. La corsa del team americano era stata così travolgente, che anche l’abruzzese, ritirato sul più bello per la caduta di Gorizia, aveva voluto essere presente per festeggiare con i compagni (in apertura la sua esultanza dopo aver propiziato la vittoria di Pedersen a Durazzo, ndr). Sorrideva, ma era anche mogio. Poi, sorridendo, aveva raccontato di aver trascorso gli ultimi due giorni a casa di Michele Bartoli (il suo allenatore, ndr) che lo aveva rimpinzato di buon cibo toscano per impedirgli di pensare all’occasione sfumata. Non sapeva se sarebbe andato a Parigi per assistere alla finale del Roland Garros fra il suo amico Sinner e Alcaraz (speriamo non sia andato: l’umore sarebbe peggiorato ulteriormente). Poi “Cicco” è scomparso, dietro alla rieducazione e alla ripresa della preparazione.

Quando finalmente si è riconnesso col mondo, al netto di qualche apparizione sui social per tifare il Sinner (questa volta vittorioso a Wimbledon), lo abbiamo intercettato ad Andorra. Mentre il Tour entra nel vivo, la sua estate ha la forma della ricostruzione della condizione e della fiducia, in attesa del rientro a San Sebastian e poi della Vuelta che partirà da Torino.

Dopo la caduta di Gorizia, che ha provocato la ferita al quadricipite destro, Ciccone ha dovuto lasciare il Giro
Dopo la caduta di Gorizia, che ha provocato la ferita al quadricipite destro, Ciccone ha dovuto lasciare il Giro
Torniamo per un istante al Giro: quanto è stato doloroso doverlo lasciare?

E’ stato molto difficile. In generale lasciare una corsa è sempre difficile, specialmente quando le cose stanno andando bene. Lo è stato ancora di più soprattutto per il clima più che ottimo che c’era nella squadra. E’ stata proprio una bella mazzata. Sono i casi in cui fa più male l’anima del corpo. Alla fine il corpo è abituato a prendere botte, mentre il dolore mentale è un’altra cosa. Tu sei lì che ti fermi e il Giro va avanti. Il dolore di testa non va via tanto facilmente.

Tanto più che le cose stavano andando bene, giusto?

Stavano andando super bene. Avevo passato gli esami più difficili, vale a dire le cronometro e lo sterrato. Secondo me ero in un ottimo stato di forma e dovevano ancora arrivare le tappe più adatte a me. Avrei fatto bene, questa è la mia sensazione. E poi è vero, sono stato da Bartoli nei giorni dopo la caduta: diciamo che è stata una sorta di mini vacanza. Abbiamo cercato di non concentrarci sul Giro, su quello che era andato perso, ma di risollevarci un po’ il morale. Di pensare agli obiettivi più grandi che devono arrivare. Di farci forza pensando a quanto di buono è stato fatto e prenderlo come spunto per i prossimi obiettivi.

Ciccone era arrivato al Giro come meglio non poteva e infatti era nel vivo della corsa
Ciccone era arrivato al Giro come meglio non poteva e infatti era nel vivo della corsa
Quanto tempo sei rimasto fermo?

Completamente fermo per 10 giorni, senza bici. Poi ho iniziato a muovermi, a fare qualche allenamento, ma molto tranquillo, per un’altra decina di giorni. Quindi in totale direi che sono stato fermo una ventina di giorni: 10 senza bici, 10 molto molto easy. Il dolore è sparito del tutto, però comunque c’era una lesione sul quadricipite, quindi sul muscolo principale della gamba. Ancora adesso è rimasta la cicatrice sul tessuto e stiamo continuando a lavorare per recuperare la piena efficienza, ma il dolore nel frattempo è sparito.

Stai lavorando per un obiettivo specifico? Pensi al mondiale?

Per ora obiettivi ne ho tanti, perché mi piace rientrare competitivo, quindi sto lavorando bene in quota qui ad Andorra. Preferisco non pensare a una gara precisa, voglio rientrare forte. Voglio tornare a stare bene come al Giro d’Italia e voglio lasciare il segno da qui a fine anno. Il mondiale è nei radar, ne ho parlato con Marco Villa. Ci siamo sentiti, però dobbiamo ancora definire tutto. Io da parte mia sono disponibile per fare bene, a patto che riesca ad essere competitivo. Non mi andrebbe di fare solo presenza, quello non lo non lo vorrei mai e soprattutto la nazionale non lo meriterebbe.

Lo scorso anno a Zurigo, Ciccone ha corso il primo mondiale da pro’
Lo scorso anno a Zurigo, Ciccone ha corso il primo mondiale da pro’
Quindi il programma sarebbe?

Ora sono ad Andorra con i miei compagni di squadra. Il rientro è previsto a San Sebastian, poi Vuelta Burgos e la Vuelta di Spagna. Poi c’è da capire il discorso del mondiale e le gare di fine anno fino al Lombardia.

Lo spirito è quello giusto. La seccatura di essersi fermato sulla porta del grande risultato ha lasciato una cicatrice sull’anima al pari di quella che la caduta di Gorizia ha lasciato sulla gamba. Il Lombardia dello scorso anno lo vide sul podio dietro Pogacar ed Evenepoel: quella è la sua dimensione. La sensazione che voglia riprendersela si fa parola dopo parola più forte.