Dopo il Giro, Sarah Gigante è la scalatrice più forte del gruppo?

22.07.2025
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Sarah Gigante, la scalatrice più forte del gruppo? E’ una domanda legittima dopo il suo super Giro d’Italia Women. L’atleta della AG Insurance-Soudal Team si è portata a casa le due tappe più dure, Pianezze e il Monte Nerone, salendo anche sul terzo gradino del podio finale. E se non fosse rimasta coinvolta nell’imboscata della tappa pianeggiante di Monselice, chissà dove sarebbe arrivata.

Come mai dunque questo exploit? Ne abbiamo parlato con Stijn Steels, il direttore sportivo che le è stato più vicino in questo periodo e che guidava l’ammiraglia nella corsa rosa. Di certo non è una sorpresa per l’australiana, visto il fisico da scalatrice: 165 centimetri di altezza per 53 chili.

Sarah Gigante (classe 2000) conquista la tappa di Pianezze
Sarah Gigante (classe 2000) conquista la tappa di Pianezze
Congratulazioni Stijn per questo podio al Giro Women: vi aspettavate una prestazione del genere?

In realtà non siamo sorpresi. Quando è stato annunciato il percorso, abbiamo subito pensato che fosse perfetto per la nostra squadra di scalatrici, con Sarah, visto il numero di arrivi in salita. L’anno scorso al Tour de France Femmes Sarah ha dimostrato quanto valeva in salita, restando sempre con le migliori al mondo. Sapevamo che, con il livello che aveva, sarebbe stato davvero difficile batterla in salita, se fosse arrivata ben posizionata ai piedi dell’ultima ascesa.

Sarah Gigante è sempre andata forte in salita, ma stavolta ha fatto un vero salto di qualità. Vincere sulle salite in Australia al Tour Down Under è una cosa, vincere su quelle del Giro è un’altra. Da cosa dipende questo passo in avanti?

Il cambiamento più importante è stato ovviamente l’intervento chirurgico che ha affrontato quest’inverno, risolvendo il problema dell’arteria iliaca ostruita. Prima dell’operazione, aveva test davvero pessimi sul flusso sanguigno nella gamba: sapendo già quanto andasse forte prima, era chiaro che dopo l’intervento avremmo visto una ciclista in grado di lottare con le migliori scalatrici.

E non è poco…

Inoltre, Sarah sta imparando sempre più ad ascoltare il proprio corpo. Fa qualche giorno di recupero in più, e questo rende il suo fisico ancora più forte.

Sarah Gigante ha vinto la maglia blu di miglior scalatrice al Giro Women
Sarah Gigante ha vinto la maglia blu di miglior scalatrice al Giro Women
Quali sono le sue caratteristiche fisiche?

La sua forza principale è probabilmente la capacità di recupero. Sarah riesce a sostenere volumi di allenamento enormi prima di avvertire la fatica. Nelle corse a tappe spesso riesce a produrre gli stessi numeri sia nella prima che nell’ultima tappa: è davvero tagliata per le classifiche generali.

Come si è preparata Sarah per questo Giro Women?

Dopo l’operazione, le abbiamo detto subito che il Giro d’Italia Women sarebbe stato il primo grande obiettivo. E si era messa sotto bene. Era motivata. Poco prima del rientro previsto a fine aprile, però, è caduta e si è lussata una spalla: un colpo durissimo per il suo percorso di recupero. Durante il rientro abbiamo lavorato soprattutto sulla guida in gruppo e sul posizionamento, i suoi punti deboli.

Tipici difetti degli scalatori puri…

Dopo la caduta ha potuto allenarsi solo sui rulli e questo ovviamente ha rallentato i progressi nella guida. Senza quella caduta, avrebbe probabilmente iniziato la stagione nel blocco spagnolo a maggio, invece abbiamo dovuto posticipare al Tour of Norway. Lì ha quasi vinto la prima tappa, è stata ripresa a 50 metri dal traguardo, ma il recupero non era ancora ottimale. Due settimane dopo, al Tour de Suisse Women, abbiamo già visto un grande passo avanti: in quell’occasione andò via insieme a Urska Zigart tra le migliori scalatrici, ma in discesa ha perso tempo. Ha dunque lavorato tantissimo su questo aspetto tra il Suisse e il Giro, e i risultati si sono visti.

Gigante al Tour Femmes 2024: lì un primo salto di qualità
Gigante al Tour Femmes 2024: lì un primo salto di qualità
C’è l’idea di portarla anche al Tour de France Femmes?

In questo momento abbiamo ancora qualche dubbio. Sarah ha lavorato tantissimo per essere al top al Giro e dobbiamo essere sicuri che abbia recuperato del tutto, prima di mandarla in Francia. E’ ancora un’atleta giovane e affrontare due grandi corse a tappe nello stesso mese, dopo un lungo periodo senza gare, può essere rischioso. Prima del Tour faremo dei test per verificare il recupero dal Giro e capire se potrà correre al 100 per cento.

A 24 anni, qual è il suo potenziale?

Questo Giro le ha dato molta fiducia e ha dimostrato che può competere con le migliori scalatrici. Il nostro obiettivo principale resta migliorare in discesa e nel posizionamento in gruppo, dove possiamo ancora crescere. Anche se devo ammettere che stiamo già facendo dei passi avanti. Sarah lavora duramente su questi aspetti, ed è bellissimo vedere che il suo impegno ha dato frutti al Giro.

Secondo te, vedremo una nuova personalità in Sarah dopo questo Giro Women?

Credo di sì. Finalmente ha ricevuto una grande ricompensa per tutti gli sforzi fatti negli ultimi anni. Questo le darà una spinta enorme in termini di fiducia.

Lunigiana: La Corsa dei Futuri Campioni, di ieri e di oggi

22.07.2025
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Il Giro della Lunigiana ha vissuto una delle sue giornate più importanti poco più di una settimana fa, quando un comitato di rappresentanza è andato a presentare la Corsa dei Futuri Campioni alla Sala Stampa della Camera dei Deputati. Un passo enorme per una manifestazione che da sempre raccoglie, e accoglie, i migliori talenti della categoria juniores da tutto il mondo. Sulle strade della Lunigiana e della vicina Liguria sono passati tanti nomi che poi si sono affermati anche ai massimi livelli del ciclismo

Perché prima di diventare campioni, questi corridori che tra poco scopriremo, sono stati ragazzi con un sogno da realizzare. Il talento gli ha permesso di emergere, ognuno in maniera diversa. Siamo però tornati a parlare di loro da una prospettiva diversa, non solo l’atleta ma anche la persona. Abbiamo voluto così raccontarli con gli occhi di chi ha potuto vedere un passaggio chiave della loro crescita, in un’età in cui si ha ancora spazio per essere davvero se stessi. Ricordiamo che la categoria juniores è riservata ai ragazzi di età compresa tra i 17 e i 18 anni.

I “vicini” francesi

Lucio Petacchi è il direttore del Giro della Lunigiana dal 2023, ma vive la corsa da dentro fin dal 2021. Sotto il suo sguardo appassionato e attento sono passati gli ultimi talenti che ora brillano sulle strade di tutto il mondo. Una rapida accelerazione al titolo di “Corsa dei Futuri Campioni” per il Giro della Lunigiana è arrivata proprio negli ultimi anni, quando i giovani campioni usciti da questa gara hanno mosso subito passi importanti anche tra i professionisti

«Il mio primo anno – racconta Lucio Petacchi – è stato quello di Lenny Martinez e Romain Gregoire, due talenti incredibili. In realtà tutte le mie edizioni sono state caratterizzate dai colori della bandiera francese visto che hanno vinto tre delle ultime quattro edizioni. Si vede che c’è qualcosa di diverso nel loro sguardo. Sono concentrati e determinati, sanno di avere gli occhi puntati addosso, questo però vale per tutti i ragazzi. I francesi però si guardano parecchio intorno, sono curiosi sul territorio che li circonda. Qualcuno chiede delle specialità culinarie, degli usi e delle tradizioni della Lunigiana».

Gli azzurri

Il Giro della Lunigiana è per molti il primo banco di prova a livello internazionale, le Rappresentative Regionali portano i loro ragazzi a confrontarsi con atleti da tutto il mondo. Nelle passate edizioni c’è stato spazio anche per un atleta di casa: Lorenzo Mark Finn.

«Finn – dice ancora Lucio Petacchi – è un ragazzo di un’educazione e un talento incredibile. E’ molto disponibile e con lui si è parlato tanto dei percorsi visto che conosce benissimo le strade. Inoltre è un ragazzo molto attento anche ai diversi temi sociali, come Giro della Lunigiana ci siamo impegnati nel portare avanti alcune proposte legate al primo soccorso e non solamente in gara».

«Sono passati tanti ragazzi da noi – prosegue – anche perché per tanti italiani questa gara rappresenta il primo vero appuntamento internazionale della loro carriera. Molti conservano un ricordo indelebile ed è bello vedere come ognuno porti con sé qualcosa di diverso».

Gli anni passati

Una delle figure storiche del Giro della Lunigiana è quella di Alessio Baudone, alla guida della corsa per diversi anni. Il suo ricordo è radicato e profondo, in una corsa internazionale ma che ha visto comunque dei cambiamenti

«Credo ci sia stato un prima e un dopo Evenepoel – ci spiega con una risata – lui mi ha fatto impazzire. Partiva e salutava la compagnia anche in tappe pianeggianti. Era qualcosa di incredibile. Era l’Evenepoel che arrivava dal calcio e aveva quell’atteggiamento tipico, un po’ polemico. Ricordo che nella cronometro a Castelnuovo di Magra perse per un secondo da Matias Vacek. Fece una polemica incredibile, diceva di aver vinto lui. Però era di un altro livello, ho visto tanti campioni ma nessuno straripante come lui».

«Un altro ricordo che conservo è di Matej Mohoric – continua – in discesa andava davvero forte, come ora. Stargli dietro con la macchina era difficilissimo, a volte mi veniva istintivo dirgli di rallentare. Vincenzo Nibali, invece, vinse ma fu dominante in salita. Staccava tutti di ruota. Erano ragazzi diversi da quelli di ora, meno “professionisti”. Vedevi che il ciclismo era la loro passione ma prima che potesse diventare un lavoro c’era ancora tanto da fare. Con Evenepoel, e il fatto che dopo il Lunigiana sia passato subito nel WorldTour, si è aperta una rincorsa ai giovani».

Mont Ventoux, una sola vittoria italiana: 25 anni fa con Pantani

22.07.2025
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MONTPELLIER (Francia) – Solo dieci volte nella lunghissima storia del Tour, la corsa si è conclusa sul Mont Ventoux. E nell’albo d’oro del monte caro al Petrarca figura soltanto un nome italiano: quello di Marco Pantani (anche Marta Cavalli ha vinto lassù nel 2022 nella Mont Ventoux Denivele Challenge).

Accadde il 13 luglio del 2000, venticinque anni fa, ed è uno di quei ricordi da cui speriamo di non separarci mai. C’era un vento che strappava gli striscioni, tanto che quello di arrivo fu messo via per paura che volasse. La sala stampa era sulla cima, in un tendone e non a 17 chilometri come accadrà oggi. C’era l’imbattibile Armstrong che nel 1999 aveva vinto il primo Tour. C’era anche la fiducia irrazionale, che viveva da qualche parte nel nostro petto, che il Pirata sarebbe tornato. E quel giorno infatti, come è vero Dio, Marco tornò.

Chiudiamo gli occhi e rivediamo i flash della giornata. Si parte da Carpentras e al via c’è Robin Williams. L’immenso attore saluta Ilario Biondi, riconoscendo la somiglianza, e gli sussurra ridendo che potrebbero essere fratelli. Poi la corsa parte e Marco, che in classifica viaggia con un ritardo abissale di 10’34”, si stacca ancora una volta. Tuttavia questa volta, anziché sprofondare, resta lì con la sua fatica. Il tempo di inquadrare la fuga e lo vediamo spuntare nell’inquadratura alle spalle della fuga, dove la montagna si espone al vento. A quel punto noi siamo già sulla cima, cercando di seguire la corsa da uno schermo montato al riparo di un furgone. Di colpo da dietro si muove Armstrong che ha visto staccarsi Ullrich e ne approfitta, arrivando a doppia velocità.

A Carpentras, l’incontro fra Robin Williams e Ilario Biondi
A Carpentras, l’incontro fra Robin Williams e Ilario Biondi

Lo prende e fa per staccarlo, ma non lo stacca. Ci riprova e non si capisce se non affondi il colpo o se l’altro piuttosto che lasciarlo andare abbia scelto di morire sulla bici. E quando infine si tratta di fare la volata, Pantani vince e Armstrong dichiara di avergliela regalata. Non dichiara ciò che su quei giorni emergerà dalle indagini, che hanno portato alla cancellazione dei suoi risultati. Forse è stato meglio che quel giorno abbia vinto Pantani, altrimenti il Ventoux avrebbe avuto soltanto nove vincitori su dieci arrivi in cima.

In bici con Siboni

Noi c’eravamo, ma meglio di noi visse la corsa Marcello Siboni, lo storico gregario di Pantani, che quel giorno chiuse la tappa a 11’23” dal suo capitano. Il compagno di allenamenti e zingarate dai tempi della Carrera, era stato schierato in quel Tour perché oltre a uomini forti, sarebbero servite anche persone capaci di stargli accanto. Il giorno di Campiglio aveva ancora strascichi profondi. Il risveglio di fine Giro, quando Marco spianò la strada di Garzelli verso la maglia rosa, aveva riacceso le speranze, ma niente era più splendente come prima.

«La tappa del Ventoux – ricorda – veniva dopo il giorno di riposo. Eravamo partiti per il Tour con Marco al 75-80 per cento della condizione. Poi col passare dei giorni iniziammo a renderci conto che si stava mettendo a posto, ma nulla aveva potuto fare per evitare la batosta di Hautacam (il romagnolo perse 5’10” da Armstrong, ndr)».

Marcello Siboni, classe 1965, è stato pro’ dal 1987 al 2002. Oggi ha la sua officina a Cesena e si occupa di riparazioni
Marcello Siboni, classe 1965, è stato pro’ dal 1987 al 2002. Oggi ha la sua officina a Cesena e si occupa di riparazioni

«Cominciò a guardarlo – prosegue Siboni – e a pensare che fosse un extraterrestre. In più quel giorno aveva anche piovuto, quindi era stata una giornata un po’ particolare e la sera Marco era demoralizzato. Sapeva che la sua condizione non fosse al 100 per cento, ma sperava che il carattere gli bastasse per colmare le differenze.

«Non aspettava altro che battersi con Armstrong – prosegue Siboni – che aveva vinto il Tour dell’anno prima senza che noi ci fossimo per difendere la vittoria del 1998. L’americano era il favorito, ma quando partimmo, l’idea era quella di sfidarlo ancora».

La tigna del Pirata

La tappa ha una serie di salitelle nell’avvicinamento al Mont Ventoux, in quel dedalo di strade, canyon e stradine della campagna provenzale così morbida e poi di colpo pietrosa. Nessuno prova a fare chissà quale selezione, per cui fatta salva la fuga di giornata, il gruppo arriva compatto nella zona di Bedoin.

«Il gruppo era bello nutrito – ammette Siboni – e lui come al solito era indietro. E’ sempre stato il suo modo di essere e del resto nessuno quel giorno si aspettava che potesse succedere qualcosa di bello. Però l’avete conosciuto anche voi: spesso diceva una cosa e ne faceva un’altra. Quindi magari non disse nulla, ma dentro di sé sperava di fare qualcosa. Solo, per come era andato sulle salite precedenti, era difficile crederci. Invece con la tigna che ha sempre avuto, si staccava, si riprendeva e poi tornava sotto. Quella tappa fu l’espressione massima di Marco: cioè di uno che non molla mai, a costo di arrivare morto».

«Finché a un certo punto è andato via e dopo un po’ abbiamo visto andare via anche l’americano. Magari è vero che l’ha lasciato vincere e Marco non era contento, perché lui lo voleva staccare. Ma quando l’altro si è messo a dire di avergli fatto un regalo, Marco si è imbestialito. Cosa dici certe cose? Se anche fosse, tienile per te…».

L’istinto contro il calcolo

Si passa in poco meno di due ore dalla gioia per la vittoria al fastidio per le parole di Armstrong. Marco è contento, sono tutti felici per il ritorno alla vittoria dopo quella maledetta tappa di Madonna di Campiglio che aveva segnato l’inizio della fine. Quando gli dissero che non avrebbe dovuto vincere così tanto: chissà se a Pogacar qualcuno l’ha mai detto. Probabilmente no.

«Dentro di lui covava il malumore per le parole di Armstrong– ricorda Siboni – e la sua voglia di batterlo è letteralmente esplosa. Per questo a Courchevel lo staccò, per quella cattiveria di cui solo lui era capace e che gli è cresciuta dentro. A Courchevel forse non era il vero Marco, ma nemmeno era da buttare via. Due giorni dopo cercò di sbancare tutto con la fuga di Morzine, perché di colpo credevamo di nuovo che si potesse tentare l’impossibile. Quella settimana ci sentivamo tutti galvanizzati per il suo ritorno alla vittoria.

Spaghetti all’astice per Pantani, Fontanelli e la Mercatone Uno: li ha preparati Giovanni Ciccola per la vittoria sul Ventoux
Spaghetti all’astice per Pantani, Fontanelli e la Mercatone Uno: li ha preparati Giovanni Ciccola per la vittoria sul Ventoux

«Devo ammettere che Marco non avesse mai avuto grande simpatia per Armstrong. Si era visto sin da subito, appena passato, che fosse un giovincello un po’ sbruffone. Marco nel 1998 aveva vinto il Tour, ma di colpo era l’altro che spopolava. Evidentemente non gli era tanto simpatico neppure il suo modo di correre così freddo e calcolato, mentre lui era genuino e garibaldino. Armstrong si muoveva come se fosse il padrone, con una squadra che al pari di oggi sembrava composta da atleti telecomandati».

Gli spaghetti all’astice

Le esternazioni di Armstrong non riescono a rovinare la cena della Mercatone Uno del Novotel di Avignone. Qualche giorno prima, Giovanni Ciccola, lo chef che lavora con la Mercatone Uno per conto del Tour de France, ha preso da parte Pantani, chiedendogli che cosa avrebbe voluto mangiare. E quando Marco gli ha risposto «aragosta», l’altro per punzecchiarlo gliel’ha promessa per quando avesse vinto.

Quella sera sulla tavola della squadra approdano così degli spaghetti all’astice. A noi che lo aspettiamo fuori dalla porta, ne tocca una forchettata che vale quanto un calice di champagne per brindare al successo.

Quella sera pensammo nuovamente che tutto fosse possibile, mentre il Mont Ventoux da lassù si sentì felice di essersi consegnato a un campione immenso e pelato come lui. Erano anni di sogni che si avveravano e di campioni con gambe e grinta ultraterrena. Ne servì tanto per lottare contro Armstrong che, impunito, continuò a sovralimentarsi per tutto il tempo della corsa. Tre giorni dopo, in un testa a testa niente affatto casuale, Marco lo piegò dimostrando che forse, senza quel che accadde a Madonna di Campiglio nel 1999, l’era Armstrong non sarebbe mai iniziata. Forse un complotto, se complotto ci fu, servì a spianare la strada all’americano cui il Tour tributò sette anni di onori, prima di cancellarlo senza accennare la minima autocritica.

Chi si rivede: Leo Hayter freme per tornare in gruppo

21.07.2025
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Ci sono vittorie che non arrivano attraverso un traguardo o un responso cronometrico, ma che hanno molto più valore. Guardate la foto di apertura, presa dal suo profilo Instagram: ritrae Leo Hayter in gara, dopo un anno e mezzo e la sua espressione, al di là dello sforzo fisico, è quella di un giovane che ha ritrovato la passione. Ve lo ricordate? Lo avevamo lasciato lo scorso agosto quando a 22 anni aveva deciso di dare un taglio netto con la sua vita di corridore. Chiudendo repentinamente un contratto molto vantaggioso con la Ineos Grenadiers, piegandosi a quello che viene definito il “male oscuro” della depressione. Ora è un uomo nuovo, forse sarà anche un corridore nuovo.

Riavvolgiamo il nastro. Del corridore londinese si comincia a parlare nel 2021, quando raccoglie le sue prime vittorie internazionali. Di spessore, considerando che porta a casa anche la Liegi-Bastogne-Liegi per U23. Poi c’è quel cognome, quello di suo fratello Ethan sempre più in evidenza sia come sprinter di lusso, sia come finisseur, sia anche come pistard colonna della nazionale britannica. Un paragone continuo, soprattutto l’anno successivo quando dimostra di essere uno dei migliori prospetti per le corse a tappe aggiudicandosi una bellissima edizione del Giro NextGen mettendo sotto scacco corridori già molto affermati come il francese Gregoire. I giornalisti lo pressano, vogliono sapere tutto di lui, i paragoni con il fratello sono in ogni intervista.

Leo Hayter ha avuto una splendida carriera da U23, ma il passaggio fra i pro’ ha subito evidenziato i suoi problemi
Leo Hayter ha avuto una splendida carriera da U23, ma il passaggio fra i pro’ ha subito evidenziato i suoi problemi

Troppa pressione e poca pazienza

Nel 2023 approda all’Ineos Grenadiers andando ad affiancare proprio Ethan, anche se i due, per caratteristiche, s’incontrano poco. Il più grande è già affermato specialista delle brevi corse a tappe come pregiato finisseur e poi si divide con la pista. Leo è visto come un ottimo prospetto per i grandi giri, ma bisogna lavorarci sopra lentamente. Già, lentamente, una parola che nel ciclismo attuale non è molto apprezzata, figurarsi per un giovane che vuole tutto e subito. L’anno si chiude con 30 giorni di gara e buone indicazioni alla Settimana Coppi e Bartali, ma lì la sua stagione s’interrompe per 4 mesi e già qualche campanello d’allarme inizia a suonare.

L’anno dopo, corre da gennaio a maggio, ma che sia in Australia o in Europa, è sempre nel fondo del gruppo. Pallida copia di quel che si era visto solo due anni prima. Non è problema di gambe o di condizione, non è il fisico che non risponde. A giugno, prima dei campionati britannici, Leo annuncia che mette in pausa la propria carriera (attenzione a questa frase…) per curarsi da una forte depressione che lo attanaglia sin da quando ha fatto il salto di categoria. La squadra gli è sempre stata vicino, ma si è resa conto di non avere più un proprio effettivo perché da tempo Leo non è più un corridore. Servono tempo, cure, terapie per riprendersi. Il ciclismo non è più un fattore primario, almeno non “quel” ciclismo.

Il britannico, già fermo per mesi nel 2023, ha staccato a metà stagione 2024 per entrare in cura
Il britannico, già fermo per mesi nel 2023, ha staccato a metà stagione 2024 per entrare in cura

La fatica per alzarsi dal letto

«Pensavo che fosse colpa mia – racconta Leo in un suo post sui social, che da sempre sono per lui una sorta di diario di bordo – che mi mancassero le motivazioni. Non c’era sintonia tra mente e fisico. Credevo che sarebbe passato, invece non è così. A maggio 2023 ero completamente bloccato, non riuscivo a lasciare il mio appartamento ad Andorra, a fatica mi alzavo dal letto. Il team ha fatto di tutto, mi ha sottoposto a una valutazione che ha dato il responso temuto: depressione. Mi sono preso una pausa, ho iniziato a prendere dei farmaci, ho iniziato un cammino lungo, molto più lungo di qualsiasi competizione ciclistica. E più duro….

«Sono tornato a fine stagione, al Tour of Guangxi in Cina, sembrava che il ciclismo tornasse a sorridermi, che la voglia riemergesse. L’inverno è andato bene ma non appena sono tornato ad allenarmi, sono tornate le stesse percezioni e gli stessi pensieri negativi, lo stesso panico, la stessa fatica ad alzarmi, ad affrontare la vita. Mi vergognavo di non essere al livello che volevo. Non dormivo, non mi allenavo, mi chiudevo sempre più in me stesso, isolato dal mondo. E mi sfogavo sul cibo».

La ripresa di Hayter è stata lenta, con la bici ritrovata senza pressioni. La Ineos gli è sempre stata vicino
La ripresa di Hayter è stata lenta, con la bici ritrovata senza pressioni. La Ineos gli è sempre stata vicino

Le piccole scosse elettriche dell’ansia

Nel suo articolato racconto, Leo spiega anche la coesistenza con l’ansia, qualcosa che è comune a tante persone: quella macchina che ti sorpassa all’improvviso, quei piccoli normalissimi eventi che su di lui come su altri hanno l’effetto di una scossa elettrica che ti blocca per lunghi istanti. Qualcosa di difficile da sopportare nella vita quotidiana, figuriamoci per un ciclista professionista. Leo ha spiegato nei particolari anche le cause di questo stato.

«Questa pressione viene sempre da me stesso, una pressione interna per essere il migliore, ossessionato dalla perfezione, che nello sport non è qualcosa di realistico o realizzabile giorno per giorno. Le piccole battute d’arresto fanno parte dello sport, ma io non riesco a gestirle in modo positivo. Quando l’anno scorso ho fatto un passo indietro, i miei livelli di testosterone sono aumentati notevolmente, dormivo meglio, ero più socievole e non mi abbuffavo, non ho mai perso peso così rapidamente. Ho sempre ottenuto buoni risultati quando non c’è pressione su di me e mi sento tranquillo. Tutte le mie prestazioni più importanti sono arrivate in questo modo».

Nel suo cammino di rinascita Leo ha riassaporato antichi valori e piaceri come la famiglia (foto Instagram)
Nel suo cammino di rinascita Leo ha riassaporato antichi valori e piaceri come la famiglia (foto Instagram)

La lenta scalata verso la luce

Da allora, Leo è scomparso dall’ambiente, ma a ben guardare proprio in quelle parole c’erano i prodromi della soluzione. Il britannico si è dedicato completamente a se stesso, affrontando un lungo lavoro psicologico che sembra avergli restituito innanzitutto la voglia di correre, di rimettersi in gioco senza chiedere troppo a se stesso. Leo ha detto, sempre sui social, di voler ricominciare e per farlo vuole partire non più dall’alto, ma trovare (con l’aiuto dell’Ineos) un team continental per riprendere l’attività.

«Sono passati 426 giorni dall’ultima volta che ho indossato un numero di gara, ma molti di più da quando ho partecipato a una competizione con desiderio di farlo. Mi “alleno” da pochi mesi e questo è già un grande risultato, frutto di tanta terapia, frequenti telefonate, lavoro su me stesso, nuova mentalità e ritrovata motivazione. Ora sono sicuro di voler essere un ciclista, ma non è tutto ciò che sono. Per molto tempo le prestazioni scadenti e l’aspetto fisico hanno definito la mia immagine di me stesso. Non volevo allenarmi con i miei amici, né tantomeno vederli, per paura che avessero la stessa opinione degradante che avevo di me stesso».

Hayter con l’allenatore John, il preparatore atletico Chris e Nora, la sua ragazza che gli è sempre stata accanto (foto Instagram)
Hayter con l’allenatore John, il preparatore atletico Chris e Nora, la sua ragazza che gli è sempre stata accanto (foto Instagram)

15 chili in più, ma tanta voglia di tornare

Hayter ha già gareggiato al campionato catalano a cronometro: «Peso 15 chili più del mio peso forma, eppure è stata una delle mie migliori prestazioni (…) Per la prima volta dopo tanto tempo sono ottimista per il futuro. Voglio tornare al ciclismo professionistico nel 2025, intanto mi sono posto come obiettivo la Chrono des Nations del prossimo ottobre, voglio salire sul podio, ma per gareggiare devo far parte di una squadra continental. C’è qualche team che è interessato?».

Se raggiungerà quel podio lo sapremo solo con il tempo, ma già il fatto di aver trovato la voglia di esserci è una grande vittoria e un esempio per chi è nelle sue condizioni. Tanti ciclisti ci sono passati, alcuni sconfinando nella tragedia, altri come ad esempio Dumoulin piegandosi al destino. Leo ha combattuto la sua battaglia e anche se non si può dire se abbia vinto, almeno ha lanciato un grande segnale di ottimismo.

Nel giorno di riposo Vingegaard rilancia: «Attaccherò ancora»

21.07.2025
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NARBONNE (Francia) – La Cote du Midi si sveglia con un vento insolitamente fresco. Nella notte ha piovuto e il cielo è ancora coperto da qualche nuvola. Da Montpellier, dove il Tour de France osserva il giorno di riposo e dove ieri sera, tra una birra e un gelato, i mezzi delle squadre già affollavano la piazza, ci siamo spostati a Narbonne. E’ qui, in uno splendido resort tra vigneti pregiatissimi e dolci colline di macchia mediterranea, che è di stanza la Visma-Lease a Bike di Jonas Vingegaard.

La conferenza stampa inizia di buon mattino. E’ all’aperto. Vingegaard si presenta con una tazza fumante, la tuta lunga e i calzini nei sandali. Non il massimo dello stile, ma di certo una tenuta comoda e rilassata, ideale per un giorno pensato per ricaricare le batterie.

Una giornata trascorsa tra riposo assoluto per alcuni, rulli o una sgambata per altri, in uno scenario ancora molto naturale del sud della Francia. Un recupero prezioso prima del Mont Ventoux e della terza settimana.

Jonas Vingegaard arriva nella conferenza stampa di questa mattina. Il danese è parso più che rilassato
Jonas Vingegaard arriva nella conferenza stampa di questa mattina. Il danese è parso più che rilassato
Jonas, pensi che ancora potresti vincere questo Tour de France? E se sì, come lo farai?

Sì, penso ancora di poter vincere. Ovviamente sembra e sarà molto difficile ora. E’ una grande sfida, ma ci credo ancora. Normalmente la mia forza è nella terza settimana. Non ti dirò le tattiche, ma credo ancora di potercela fare.

Quale potrebbe essere la tua possibilità?

Attaccare. Sono più di quattro minuti indietro. Dobbiamo provare a fare qualcosa. Ma non posso dire di più nel dettaglio.

Hai la sensazione di poter crescere ancora, quindi?

Sì, ho questa sensazione. Purtroppo ho avuto due giorni difficili, che non mi capitano quasi mai. Di solito non avevo proprio giornate negative. Ma posso solo guardare avanti e crederci. Di certo se non ci credi, non succede nulla.

Cosa ti aspetti dal Mont Ventoux?

E’ un giorno un po’ diverso. Dovrebbe fare freddo, sarà una giornata particolare con una sola grande salita alla fine. E’ un arrivo iconico, ci sarà una grande battaglia.

Vingegaard ha parlato di due giornate negative: la crono di Caen (in foto) e Hautacam. In queste due frazioni ha perso 3’15”
Vingegaard ha parlato di due giornate negative: la crono di Caen (in foto) e Hautacam. In queste due frazioni ha perso 3’15”
Hai già notato alcuni punti deboli in Pogacar?

Per essere sincero, no. Tadej Pogacar è molto forte, quindi ovviamente non direi che ha delle difficoltà. Penso che sia uno dei corridori più completi in gruppo, se non il più completo. E comunque, anche se ne trovassi uno, non lo direi. Penso che sia lui, come me, che due anni fa abbiamo fatto un vero salto di qualità. Solo che lui, nell’ultimo anno, è migliorato ancora un po’. Alla fine io ho perso la maggior parte del tempo in due giorni (la prima crono e Hautacam, ndr) e penso che la differenza tra me e Pogacar non sia poi così grande. Anzi, secondo me è minore rispetto all’anno scorso.

Però come ti spieghi questa differenza?

Posso dire con certezza che l’incidente dell’anno scorso ha avuto un grande impatto su di me e sulla mia condizione. Non ero due passi indietro, ma dieci passi indietro. Il problema che ho avuto quest’anno alla Parigi-Nizza non è neanche lontanamente paragonabile: dopo una settimana, seppur lentamente, ho ricominciato ad allenarmi. Dal 2020, dopo la pandemia, il gruppo ha alzato mediamente del 10 per cento il proprio livello. E in questo contesto si è visto che avere continuità, allenarsi a lungo senza intoppi è fondamentale. Anche per noi i piani di allenamento erano basati su questa stabilità. Però quest’anno sto crescendo.

Quindi non si molla?

No, il Tour finisce a Parigi. Ovviamente quattro minuti sono tanti, ma penso ancora di poter fare la differenza. Sono disposto a rischiare anche il mio secondo posto pur di provarci. Tadej è forte e mi aspettavo questo suo livello, ma non penso che sia molto migliore dell’anno scorso.

Proprio sul Ventoux per la prima volta, era il 2021, Vingegaard mise quasi in difficoltà Pogacar. Magari il danese sfrutterà questa “cabala”
Proprio sul Ventoux per la prima volta, era il 2021, Vingegaard mise quasi in difficoltà Pogacar. Magari il danese sfrutterà questa “cabala”
Chiaro…

Come ripeto, ho perso gran parte del terreno in due giorni, due giorni in cui non sono stato io all’altezza. E quando sai che puoi andare più forte, non perdi fiducia in te stesso.

Pensi di aver commesso qualche errore durante questo Tour de France?

Ho avuto due giorni difficili e quando succede, ovviamente perdi tempo. Ma chiunque può avere una giornata no. Il perché lo stiamo ancora cercando, ma non abbiamo ancora una risposta: semmai questo è il problema. Per come è andata, potrei avere difficoltà anche oggi nella sgambata… per dire.

In generale, Jonas, sembri più rilassato, scherzi di più… Stai cercando di ricostruire un’altra immagine di te stesso?

No, non mi interessa. Le persone possono pensare ciò che vogliono su di me. Non mi interessa l’immagine, però è vero che in qualche modo mi diverto più di prima e sono più rilassato nel vivere la corsa.

EDITORIALE / Privitera e le strade che ammazzano i ciclisti

21.07.2025
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Non conoscevo Samuele Privitera e non so se renderne grazie. Mi sarebbe piaciuto avere qualche esperienza condivisa con quel ragazzo entusiasta e solare, per contro tuttavia avrei attraversato i giorni della sua caduta e della morte rivivendo storie di ieri di cui porto ancora le cicatrici. Sono stati giorni pesanti, in cui ho toccato con mano lo sgomento di chi era sul posto e si trovava per la prima volta a contatto con la morte. Non ci si fa il callo, ma si impara il modo per tenerla a distanza, mettendo in atto dei meccanismi di autodifesa, che non sempre funzionano, ma di certo alleviano i colpi.

Il Giro della Valle d’Aosta è stato colpito da un’ondata di tristezza
Il Giro della Valle d’Aosta è stato colpito da un’ondata di tristezza

La famiglia del ciclismo

Ricordo come fosse ieri la caduta di Diego Pellegrini, al mio primo Giro della Valle d’Aosta, perché con lui avevo scherzato al via della tappa. Quella di Fabio Casartelli, che giusto prima di avviarsi aveva mostrato la foto del figlio Marco. Ricordo Wouter Weylandt, che non conoscevo tanto bene, ma era lì qualche ora prima e di colpo se ne era andato. La differenza a ben vedere la fa il fatto di conoscerli e aver condiviso il sogno, la rincorsa, il successo e anche il fallimento. Si fa parte della stessa famiglia e nelle famiglie succede anche questo.

Le statistiche della mortalità sulle strade dicono che ogni anno muoiono molti più ciclisti e anche più giovani di Samuele Privitera (in apertura foto @jcz__photos). Ma finché restano confinati nel conteggio e non hanno un nome, una storia e un sogno che ti coinvolgano, riesci a farli scivolare in modo più indolore. Se però nella statistica rimangono coinvolti (fra i tanti) Simone Tomi, Silvia Piccini, Tommaso Cavorso, Giovanni Iannelli, Davide Rebellin, Sara Piffer e mia zia Sandra che viveva a Bologna, allora capisci che è tutto vero.

Nei giorni della morte di Samuele abbiamo sentito parole dettate dallo sgomento, ma anche dalla brutta abitudine di drammatizzare i toni, quasi sentendosi in colpa per essere ancora qui, mentre lui non c’è più. Abbiamo sentito dire che il ciclismo è uno sport pericolosissimo, ma sarà vero?

Il Giro della Valle d’Aosta aveva anche altre ferite: questo il ricordo di Diego Pellgrini
Il Giro della Valle d’Aosta aveva anche altre ferite: questo il ricordo di Diego Pellgrini

A misura di SUV

Sono le strade a esserlo, italiane e non. Viviamo in un mondo a misura di automobile: veicoli sempre più grandi, veloci, violenti e insonorizzati. Un SUV di oggi ha lo stesso ingombro dei furgoni di un tempo, ma le carreggiate sono strette come 50 anni fa. Per farli rallentare non bastano i segnali di pericolo oppure ricordare che potrebbero esserci dei bambini che giocano: cosa gliene frega a un automobilista che ha fretta se travolge qualcuno? La donna che uccise Silvia Piccini proseguì e si presentò al lavoro.

Allora servono i dossi. Oppure si delimitano le corsie con vasi di calcestruzzo, rialzi e cordoli molto alti. Si è creata una geografia di ostacoli, che gentilmente vengono definiti arredi urbani e che dal mio punto di vista sono barriere architettoniche per chi vive la strada su due ruote, con o senza motore. Samuele è morto perché non si è accorto di un dosso del quale si sarebbe potuto fare a meno se la civiltà stradale fosse degna di questa definizione. Mattias Skjelmose è stato costretto a ritirarsi dal Tour perché si è trovato davanti, non segnalato, uno spartitraffico che lo ha fatto volare. Non serve a niente imporre cerchi più bassi e manubri più larghi se le strade sono queste.

Il dosso poco visibile che potrebbe aver provocato la caduta di Privitera
Il dosso poco visibile che potrebbe aver provocato la caduta di Privitera

Campi di battaglia

Il pavone Salvini, che si occupa di sicurezza stradale e infrastrutture e vuole legare a tutti i costi il suo nome a quel dannato ponte, dovrebbe essere più fiero di aver educato gli italiani a vivere civilmente sulle strade. Samuele Privitera è morto su un dosso che rappresenta il fallimento di questo tipo di educazione. Diverso il caso di Iannelli, ad esempio, probabilmente ucciso dall’assenza delle necessarie precauzioni in un rettilineo di arrivo. Diverso forse il caso di Diego Pellegrini, che in piena discesa trovò in traiettoria l’ammiraglia di un direttore sportivo che cercava di soccorrere il proprio corridore caduto. Non si venga a dire che il ciclismo è uno sport pericolosissimo, oppure si contestualizzi la frase.

Il ciclismo è uno sport pericolosissimo perché si svolge su strade come campi di battaglia. Siamo vittime del bullismo delle auto e delle trappole di chi cerca di arginarle. Se nelle vecchie zone di guerra i bambini continuano a morire ed essere mutilati per l’esplosione delle mine antiuomo, la colpa è loro che le hanno calpestate oppure di chi quelle mine le ha sepolte?

Formolo a Livigno: l’altura, la famiglia e l’equilibrio trovato

21.07.2025
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Due settimane in altura a Livigno per Davide Formolo prima di partire per la Spagna e riprendere il ritmo di gara in vista degli impegni di fine stagione. Il veneto correrà al Tour de Pologne e poi alle classiche del calendario italiano di settembre. In programma c’era anche il Deutschland Tour ma il percorso non si addice troppo alle caratteristiche di Formolo e quindi in accordo con la squadra hanno deciso di allenarsi a casa. 

«Sarei dovuto passare anche dal Giro di Germania – ci racconta – ma non avendo tappe adatte a me, si è deciso che sarebbe stato meglio allenarsi a casa per fare ritmo e gestire al meglio i lavori. I quattordici giorni fatti in altura a Livigno sono stati la seconda parte della mia ripresa dopo il Giro d’Italia. Avevo staccato per dieci giorni in modo da recuperare. Da lì, complice anche il caldo, ho deciso di riprendere a ritmo blando, facendo tante ore per fare volume».

«Il ritiro a Livigno – ci racconta mentre è in aeroporto pronto a imbarcarsi per la Spagna – ha permesso di fare un bel blocco di lavoro. Finite le gare in terra iberica, passerò da casa prima di andare in Polonia. Proprio lì qualche anno fa, nel 2019, ho vissuto la stessa situazione che i ragazzi stanno affrontando in questi giorni al Giro della Valle d’Aosta (il riferimento è alla morte del belga Bjorg Lambrecht, che aveva 22 anni, ndr). Per questo voglio esprimere la mia vicinanza e mandare loro un pensiero e un incoraggiamento».

Formolo è stato in ritiro a Livigno per due settimane insieme alla famiglia
Formolo è stato in ritiro a Livigno per due settimane insieme alla famiglia

Tutti insieme in altura

Terminato il periodo di allenamento a casa Davide Formolo è partito per Livigno insieme alla moglie Mirna e i due figli Chloe e Theo. Un bel modo per unire il lavoro e un po’ di tempo da passare con i propri cari prima di ripartire.

«Livigno – spiega Formolo – è davvero costruita a misura di ciclista e della famiglia. C’è tutto quel che serve: strade e salite per allenarsi, mentre chi rimane in paese ha ogni servizio e può fare tantissime attività. Noi professionisti siamo abituati, tra Teide e Sierra Nevada, a fare ritiri in posti in cui sei isolato. Mentre sulle montagne italiane siamo pieni di località in cui si trovano paesi estremamente serviti anche a 1.900 metri di altitudine». 

Dopo una decina di giorni di stop alla fine del Giro ha ripreso gli allenamenti, ricostruendo il fondo
Dopo una decina di giorni di stop alla fine del Giro ha ripreso gli allenamenti, ricostruendo il fondo
Tra tutti i posti come mai Livigno?

Personalmente mi trovo bene a queste altezze, perché è la giusta quota per avere tutti i benefici dell’altura. Inoltre Livigno consente di scendere anche di quota, ottima cosa per gli allenamenti. 

Come ti sei gestito?

Leonardo Piepoli (il preparatore di Formolo alla Movistar, ndr) ha un metodo di lavoro che prevede meno volume e più intensità già a bassa quota. Spesso scendevo a Tirano o Bormio per pedalare e poi la sera risalivo a Livigno per riposare e recuperare. Adesso abbiamo tanti strumenti che ci permettono di capire l’adattamento del nostro fisico in quota. Non ho fatto mai tante ore, così da avere il corretto equilibrio tra intensità e recupero

Avere la famiglia vicina durante l’altura è un modo per passare comunque il tempo insieme tra i vari allenamenti
Avere la famiglia vicina durante l’altura è un modo per passare comunque il tempo insieme tra i vari allenamenti
Sei tornato anche dal sindaco dello Stelvio?

Non sono riuscito, mi piange il cuore ma facendo tanta intensità non ho avuto modo di fare lo Stelvio. Ne parlavo nei giorni scorsi con mia moglie Mirna, devo tornare però. Non solo a salutare il sindaco dello Stelvio, ma anche tutte le famiglie delle attività che ci sono lassù e che negli anni mi hanno visto crescere. 

Sapere poi di avere la famiglia che ti aspetta in hotel è bello però.

La situazione a Livigno in un certo senso è strana. Io ho scelto come hotel l’Alpen Resort e lì trovi il 90 per cento dei clienti che è lì in vacanza, certo pedalano ma per noi professionisti è diverso. Noi siamo su per lavoro. Però avere la famiglia vicina ti dà qualcosa in più, sapere che sei fuori a pedalare e che loro sono lì tranquilli è bello. Torni e riesci a stare con i bambini e giocare con loro prima di cena o stare insieme dopo aver mangiato. 

Formolo oggi riattacca il numero sulle schiena in Spagna alla Classica Terres de l’Ebre
Formolo oggi riattacca il numero sulle schiena in Spagna alla Classica Terres de l’Ebre
Meglio che vederli in una videochiamata.

Certamente, non c’è paragone ovviamente. Nei giorni in cui eravamo a Livigno ha anche nevicato a quota 2.200 metri. Avevamo in programma una gita a Carosello 3.000, ma non avevamo le ciaspole (ride, ndr). A parte gli scherzi, ne parlavo con mia moglie prima del Giro. Il ciclismo, come lo sport in generale, ti fanno stare tanto tempo lontano da casa. Prima della corsa rosa le dicevo: «Rischio di partire che il piccolino, appena nato, ha un dentino e torno che mi sorride con tutti i dentini già messi».

Ora con le tende ipossiche qualcosa è cambiato?

Sì, si riesce a fare qualche giorno in più a casa. Solitamente tra il ritiro prima di un Grande Giro, le gare in preparazione e poi le tre settimane di gara si rischia di stare via due mesi. Con la tenda quei giorni di stacco tra le gare in preparazione e poi l’inizio del Grande Giro riesci a farle a casa insieme alla famiglia.

I duri giorni di Milan, minacciato da Pogacar e Van der Poel

21.07.2025
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CARCASSONNE (Francia) – Il bus della Lidl-Trek è pronto per partire, manca soltanto Jonathan Milan… incastrato dal protocollo previsto per chi indossa le maglie di classifica: la verde nel suo caso. La giornata non è andata come si aspettava. E anche se il traguardo a punti si trovava al chilometro 59,8 in un tratto di saliscendi, il friulano non è riuscito a infilarsi nella fuga che se l’è giocato. Né la squadra è parsa intenzionata a dare fondo a troppe energie per impedire agli attaccanti di prendere il largo, dopo aver lavorato per tenerli nel mirino.

Sta di fatto che il traguardo volante di Saint-Félix-Lauragais se l’è preso Mathieu Van der Poel su De Lie ed Eenkhoorn, mentre Milan lottava nelle retrovie e a 97 chilometri dall’arrivo ha perso contatto col gruppo. Il suo ritardo al traguardo è stato di 22’42”. La classifica a punti lo vede invece primo con 251 punti, a fronte dei 223 di Pogacar e i 210 di Van der Poel.

Steven De Jongh, fermato per pochi minuti davanti al pullman ha allargato le braccia. «Sarà molto difficile lottare per la maglia verde – ha detto il diesse belga – perché Pogacar può giocarsela come vuole. La classifica a punti è uno degli obiettivi che ci siamo dati venendo al Tour, al pari di vincere delle tappe. Una è venuta, due ci sono sfuggite. Lotteremo per i traguardi volanti, ma non snatureremo il nostro modo di correre. Per cui faremo il possibile nelle tappe che restano e cercheremo di vincerne almeno un’altra».

Sabato Milan ha provato la fuga verso Superbagneres, poi la squadra lo ha aiutato per il traguardo a punti
Sabato Milan ha provato la fuga verso Superbagneres, poi la squadra lo ha aiutato per il traguardo a punti

La guerra degli scatti

Lo aveva detto Petacchi prima ancora che il Tour entrasse nel vivo. Aveva consigliato a Milan di concentrarsi sul maggior numero di tappe possibili e poi di considerare la maglia verde una loro conseguenza. Con una vittoria e due secondi posti, il discorso è attuabile, ma di certo non semplice. Sfogliando il libro della corsa, è immediato notare che i traguardi a punti si trovano tutti nella prima metà di tappa e non dopo le montagne che ci aspettano. Milan può cercare di infilarsi nelle fughe, cosa che non gli è mai riuscita troppo agevolmente da quando lo hanno trasformato in un velocista. Oppure potrebbe chiedere alla squadra di tenere cucita la corsa fino allo sprint, pur sapendo che certe partenze sono micidiali e difficili da contrastare.

«La tappa è iniziata con grandi ambizioni – dice lui – e penso che dopo molti attacchi, mi sentissi me stesso, stavo bene. Ho iniziato la giornata e ho corso con l’aspettativa di conquistare più punti possibile. Penso di aver stretto i denti per entrare nei primi attacchi, volevo davvero essere davanti per conquistare lo sprint intermedio. Ma quando ho fatto l’ultimo tentativo, sapendo che sarebbe stato difficile, non sono riuscito a dare quel che mi aspettavo».

Van der Poel ha messo la maglia verde nel mirino? Per come corre, è possibile
Van der Poel ha messo la maglia verde nel mirino? Per come corre, è possibile

L’insidia Van der Poel

Il percorso del Tour per certi versi gli strizza l’occhio, per altri lo mette a confronto con avversari più adatti di lui alle fughe. E se è vero che i punti in palio suoi traguardi di montagna peseranno meno di quelli dei traguardi volanti, la presenza di Van der Poel rende tutto molto difficile. L’olandese, che ha vinto una tappa e vestito la maglia gialla, potrebbe fare della verde il suo ultimo obiettivo del Tour e sarebbe difficile in quel caso contrastarne gli slanci.

«Penso che oggi anche la temperatura abbia inciso sulla mia prestazione – riflette Milan – sono un po’ deluso, ma Mathieu è quello che è. Domani finalmente avremo un bel giorno di riposo, poi vedremo per le prossime tappe. Sarà molto difficile, perché siamo vicini e ci aspettano giornate davvero dure. Sarebbe un finale davvero amaro lottare duramente e dare il massimo per difendere questa maglia e poi doversi dispiacere per non avercela fatta».

Il giorno di riposo servirà per studiare i percorsi. Il solo giorno in apparenza vietato per l’attuale livello di Milan sarà il ventesimo, con il traguardo volante al chilometro 72,3 dopo una serie di notevoli saliscendi, ma per il resto non c’è una tappa fuori portata. Sarà la squadra a decidere, se farsi bastare l’eventuale vittoria di mercoledì a Valence o lottare tutti i giorni per mantenere il simbolo verde del primato.

Wellens un falco: attacca sul falsopiano e piomba su Carcassonne

20.07.2025
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CARCASSONNE (Francia) – «Negli ultimi cinque chilometri era nervoso, cercavo di tranquillizzarlo quando era ormai chiaro che aveva vinto». Simone Pedrazzini è quasi più felice di Tim Wellens quando scende dall’ammiraglia della UAE Emirates. Oggi era il diesse in seconda ed è toccato a lui stare sulla fuga.

Il campione belga ha vinto a Carcassonne con una fuga solitaria di ben 43 chilometri. Ha regalato allo squadrone emiratino la quinta vittoria in questo Tour de France e soprattutto è entrato nel club dei vincitori di tappa in tutti e tre i Grandi Giri. Un club ora forte di 113 corridori. E lo ha fatto in un giorno che, se non è stato da tregenda, poco ci è mancato. La media folle nelle prime due ore, la caduta di Lipowitz e Vingegaard all’inizio. E anche quella di Alaphilippe, che sembrava lì per tirarsi fuori e poi invece è finito terzo. Qui sono sempre emozioni e batticuore.

Pedrazzini gongola

«Questa vittoria, o meglio questa fuga – racconta Pedrazzini mentre si abbraccia con gli altri dello staff – non era prevista. Tutto è nato strada facendo. Avete visto come è andata la tappa? Tanto caos, almeno nelle fasi iniziali. Tra l’altro, davanti la Visma-Lease a Bike aveva piazzato Victor Campenaerts, quindi Tim è andato».

A quel punto, come si dice in gergo, si è fatta la conta. Si è valutata la situazione. Tutto sommato, dietro Pogacar era tranquillo e ben coperto, e allora perché non lasciare spazio a questo corridore che è sempre molto generoso? Tra l’altro, è uno dei più stretti amici proprio di Tadej Pogacar. I due si allenano insieme a Montecarlo. E a volte è lo stesso papà di Wellens a fargli fare dietro motore.

«Quando abbiamo valutato la situazione – riprende Pedrazzini – e visto che tutti stessero bene, ci abbiamo provato. Ma per come è andata, è stato un vero numero di Tim. Quando sono uscito ad arrivare su di lui, gli davo giusto i distacchi e le borracce. Cosa gli dicevano i ragazzi per radio? Purtroppo nulla: erano troppo lontani e non riuscivano a parlargli. Però so che si tenevano informati. E’ stata una grande giornata per noi».

Spesso è Wellens il primo a testare le novità tecniche. La corona grande che ha usato sembra fosse nuova e con una dentatura più grande
Spesso è Wellens il primo a testare le novità tecniche. La corona grande che ha usato sembra fosse nuova e con una dentatura più grande

Bravo Tim

Quando Tim Wellens entra in mixed zone è felice, quasi timido. Ha gli occhi di ghiaccio solo nel colore. In realtà è di una dolcezza unica. Parla quasi a bassa voce.

«Penso di essere la persona più felice sulla Terra in questo momento – ha raccontato Wellens – E’ una bellissima vittoria ed è un grande orgoglio per me, per i miei compagni e credo anche per il Belgio, visto con che maglia ho vinto». Tra l’altro, domani – secondo giorno di riposo – è anche la Festa Nazionale Belga».

Pedrazzini ha ragione quando dice che il numero se lo è inventato del tutto Wellens. E’ sembrato, in parte, di rivedere il campionato nazionale belga di qualche settimana fa, che lui ovviamente aveva vinto. Tanti scatti e controscatti, tanto caos e una lettura di corsa ineccepibile.

«L’obiettivo – ha detto Wellens – non era proprio quello di entrare nella fuga, ma una volta che mi ci sono ritrovato, la squadra mi ha dato il permesso di tentare. Ho pensato proprio di attaccare in quel momento. Avevo visto che c’era quel falsopiano dopo la salita e quindi ho provato ad attaccare lì. Era un buon punto per poter provare a fare la differenza. Mi sentivo davvero bene, non stavamo pedalando a tutta. Ad un certo momento, proprio perché stavo bene, ci ho anche provato prima della salita, però non ero convinto, perché in quel momento mancava davvero tanta, tanta strada. Quindi ho atteso il falsopiano.

«Se era più facile scappare in salita? Forse, ma non volevo dimostrare quanto stessi bene. Notavo che Campenaerts stava pedalando sciolto e forse pensava di fare quel che ho fatto io. Ma sono partito prima io… in cima credevo che rientrasse. Poi c’era anche una curva molto stretta verso destra – un vero e proprio tornante che immetteva su una strada più grande, il falsopiano di cui parla Tim – e loro erano a sinistra. Io a destra l’ho preso più forte. Poi però non è stato facile, perché per diversi chilometri ce li ho avuti a 10”. Solo quando ho superato i 20” le cose sono migliorate».

I racconti dei corridori sono eccezionali. Chilometri, Gpm, salite e poi magari a fare la differenza, su una tappa di 170 chilometri, è l’ingresso in una curva.

Amore, amicizia e vittoria

Ancora Wellens: «Ho parlato un po’ con Victor Campenaerts un paio di minuti fa prima di entrare qui in mix zone. Lui mi ha detto che avevo gambe così buone perché sono innamorato! Forse è vero: anche nella vita privata è un buon momento e questo si riflette anche in gara».

«Cosa mi passava per la testa? Pensavo solo a spingere e a non perdere il ritmo. In squadra c’è un bel feeling, so che i ragazzi e Tadej sono stati molto contenti per me. Scambierei subito la mia vittoria di tappa con la maglia gialla di Tadej a Parigi. Oggi si è creata questa opportunità e va bene, ma siamo tutti qui per Pogacar. Ci sono ancora due giorni molto difficili. L’altro giorno Tadej è caduto e questo ha costruito una situazione molto tesa. Nonostante questo abbiamo continuato ad attaccare, ma abbiamo sofferto molto tutti. Anche oggi, non avevamo intenzione di soffrire, ma ci sono cose che non possiamo controllare. Per questo dico che ci aspettano giorni difficili e che dobbiamo sempre essere vigilanti».

Come accennavamo, Tadej e Tim sono parecchio amici. In corsa Pogacar voleva essere aggiornato sull’azione del compagno e all’arrivo ha gioito.

«Sono davvero felice per lui – ha detto lo sloveno – Tim lavora duramente per mantenere questa maglia gialla. Mi ha aiutato negli ultimi anni nelle classiche, si è sacrificato per me, anche durante gli allenamenti. Ora, che vinca il Tour, è fantastico per la squadra. Ha colto l’occasione. Sono più felice per lui che quando vinco una tappa io».