Anadia ci ridona la Venturelli. Che dice basta alla sfortuna

24.07.2025
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La rassegna europea su pista di Anadia è servita anche per ripresentare ai vertici Federica Venturelli. Della quale si erano un po’ perse le tracce. Considerata – e non solo nel ciclismo – uno dei principali prospetti italiani per il futuro, con un occhio già puntato su Los Angeles 2028, la cremonese, sin da quando è passata di categoria dopo una carriera da junior dove diventava oro tutto quel che toccava, ha attraversato una clamorosa serie di disavventure che di fatto hanno reso quest’anno e mezzo quasi un calvario.

Quest’anno la lombarda del devo team della UAE ha collezionato appena 10 giorni di gara su strada, iniziando praticamente a fine maggio. Pian piano la condizione sta tornando, per un’atleta che, anche in previsione dell’evento portoghese, nell’ultimo mese ha lavorato prevalentemente su pista. Il titolo continentale nell’inseguimento individuale, ma anzi possiamo dire tutta la trasferta lusitana è un po’ lo specchio di quel concentrato di sfortuna che la lombarda si porta appresso.

La vittoria nell’inseguimento U23 ha ridato fiducia alla cremonese Venturelli
La vittoria nell’inseguimento U23 ha ridato fiducia alla cremonese Venturelli

«La cosa che mi sento dire di più? “Perché non fai un salto a Lourdes?” Il bello è che l’ho anche fatto, a giugno al Tour du Pyrenées arrivavamo proprio in prossimità del Santuario, ma a quanto pare non ha funzionato poi molto…».

Anche ad Anadia hai pagato dazio?

Sì, perché non ho neanche fatto a tempo a vincere la medaglia d’oro nell’inseguimento che mi sono ammalata e così ho dovuto rinunciare all’omnium e a qualsiasi altra gara. Speravo che la medaglia d’oro avesse messo la parola fine su questa lunga parentesi, ma magari qualche rimasuglio c’è ancora…

L’azzurra fra Villa e Bragato. Un malanno respiratorio l’ha costretta a chiudere anzitempo la sua rassegna europea (foto FCI)
L’azzurra fra Villa e Bragato. Un malanno respiratorio l’ha costretta a chiudere anzitempo la sua rassegna europea (foto FCI)
Partiamo allora da quanto di buono è arrivato…

Io ho iniziato a lavorare seriamente per gli europei a metà giugno, dopo la trasferta francese, ma partivo proprio dalle basi. A Montichiari mi sono resa progressivamente conto che andavo sempre meglio, che la condizione stava arrivando tanto è vero che nelle ultime due settimane giravo su tempi molto migliori degli inizi ma anche di tanti periodi del passato. Ma le incognite rimanevano, anche perché era la mia prima gara sui 4 chilometri.

Partendo per Anadia avevi timori?

La gara è sempre qualcosa di diverso, poi la prova a squadre non era andata bene. Per questo posso dire che il responso finale, al di là dell’oro, mi ha dato molta fiducia. In qualifica sono partita come mio solito troppo forte, poi Villa mi ha richiamato alla calma e sono rientrata in tabella, finendo con il tempo che avevamo previsto con oltre 6” di vantaggio sulla seconda.

I frutti di una caduta a inizio stagione in Spagna. Infortuni vari l’hanno frenata per ben due anni
I frutti di una caduta a inizio stagione in Spagna. Infortuni vari l’hanno frenata per ben due anni
E in finale?

La finale è qualcosa di diverso, il tempo ha un’importanza relativa perché corri contro l’avversario. Infatti a un certo punto ho iniziato a vedere la britannica Lister davanti a me, Villa mi ha incitato ad andarla a prendere, cosa che ho fatto a due giri dalla fine. Era la mia prima prova sui 4 chilometri, le proiezioni dicono che viaggiavo almeno 3” meglio della qualifica.

Accennavi all’inseguimento a squadre…

Sinceramente è stata una brutta pagina, ma non per il risultato. Il giorno della qualifica avevamo Anita Baima che era caduta nell’eliminazione ed era tutta dolorante ma non poteva essere sostituita. Nonostante ciò abbiamo chiuso terze, quindi ancora in lotta per una medaglia. Il giorno dopo c’era la sfida contro la Germania, ma ci è arrivata la notizia di Samuele (Privitera, ndr). Vittoria Grassi, la sua fidanzata, non era davvero in grado di correre ma anche noi non avevamo la testa sulla gara anche se ci sarebbe piaciuto onorare la sua memoria con una grande prestazione. In gara due di noi sono cadute, non siamo neanche state classificate.

Ai recenti tricolori il primo segnale di ripresa, con il 3° posto nella crono con titolo di categoria annesso
Ai recenti tricolori il primo segnale di ripresa, con il 3° posto nella crono con titolo di categoria annesso
E ora? Di pista non se ne parlerà più fino a ottobre, finalmente puoi concentrati sulla strada…

Di strada ne ho vista poca finora, a questo punto però sono fiduciosa. Proprio perché la pista è un’ottima palestra per ritrovare la forma e abituarsi ai cambi di ritmo. Non è stato certo tempo perso, anche nel team sono contenti di quel che ho fatto, ora ho ancora tre settimane di lavoro perché in contemporanea con il Tour non ci sono gare. Poi inizierà una bella serie d’impegni, un bel blocco con il quale spero di recuperare il tempo perso, sia come numero di prove che come risultati.

Fai un pensierino anche alla maglia azzurra?

Sinceramente no, ma non solo per il fatto che europei e mondiali hanno percorsi duri. In questo momento non mi pongo obiettivi, guardo semplicemente alle opportunità concessemi, dove corro voglio far bene, in qualsiasi situazione sia perché ho troppa fame di competizioni.

Il team è sempre stato vicino alla lombarda. Ora la Venturelli è attesa da un lungo ciclo di gare
Il team è sempre stato vicino alla lombarda. Ora la Venturelli è attesa da un lungo ciclo di gare
Se ti guardi indietro, cosa ti resta di queste due stagioni?

Basta guardare il totale die giorni di gara, 34 in due anni. Nulla. Un po’ dispiace, volevo sfruttare l’occasione data dal devo team, ma posso dire che ho ugualmente imparato tanto, che non sono più la Federica di due anni fa. Non potevo farci niente, di fronte a quel carico di malasorte, ora posso solo guardare al futuro.

Il lutto, il dolore e la forza del gruppo: parola alla psicologa

24.07.2025
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I cinque giorni del recente Giro Ciclistico della Valle d’Aosta non sono stati semplici, per nessuno. La scomparsa di Samuele Privitera, avvenuta a seguito di una caduta durante la prima tappa, ha messo tutti i presenti davanti alla morte. Un qualcosa di crudo per il quale non si è mai abbastanza pronti, soprattutto quando si è giovani e davanti si hanno tanti sogni e una vita intera da affrontare. Samuele Privitera non ci sarà più in gruppo: pensare e realizzare tutto questo non è un passaggio semplice. Un compagno di squadra, un avversario, un amico, o più semplicemente un membro della famiglia del ciclismo che smette di pedalare accanto agli altri e che lo fa nel modo peggiore possibile. 

Abbiamo chiesto alla dottoressa Manuella Crini, psicologa cui ci siamo spesso rivolti per indagare le profondità della mente, di aiutarci a capire cosa abbia rappresentato per questi giovani ciclisti un momento così duro e quali sentimenti ed emozioni si creino nel lutto. 

Il Giro della Valle d’Aosta è sprofondato nel dolore dopo la notizia della morte di Samuele Privitera
Il Giro della Valle d’Aosta è sprofondato nel dolore dopo la notizia della morte di Samuele Privitera
Come ci si rapporta a una perdita così?

Parliamo di ragazzi con età compresa tra i 18 e i 22 anni che probabilmente non hanno mai toccato con mano la morte, soprattutto di un coetaneo. Il lutto è caratterizzato da una serie di fasi che sono comuni per tutti, alle quali ognuno reagisce in maniera diversa. 

Cerchiamo di rompere il ghiaccio con un esempio concreto: chi scrive era presente in corsa, la prima reazione è stata scrivere un messaggio a Privitera…

E’ normale, fa parte dello sconcerto, che è la prima fase alla quale andiamo incontro. Il cervello ha immagazzinato una serie di immagini che fatichiamo a cancellare, non sarete stati gli unici a mandare un messaggio per sincerarvi delle sue condizioni. A primo impatto si fatica a credere che sia successa una cosa del genere.

Poi cosa arriva?

Disperazione, rabbia e alla fine c’è l’accettazione. Non sono sentimenti che si affrontano tutti insieme, ma uno per volta. Quando si è adulti queste fasi appena elencate arrivano con ordine, mentre in giovane età si possono mischiare. Stiamo parlando di under 23, quindi di per sé ragazzi molto giovani. Tuttavia sono degli atleti, quindi mentalmente hanno una maturità diversa rispetto ai loro coetanei. 

L’organizzazione, nella tarda serata del giorno dell’incidente, ha comunicato che la tappa successiva non si sarebbe disputata.

Una decisione corretta. In quelle ore ogni ragazzo ha potuto sviscerare le proprie emozioni. Chi era arrabbiato, chi sotto shock, altri magari sembravano anestetizzati. Non c’è giusto o sbagliato, solo un pacchettino di dolore che ognuno custodisce come crede. 

Le squadre hanno detto di aver passato quella giornata senza corsa con l’obiettivo di restare tutti insieme…

E’ stato giusto, nel lutto il confronto serve. Restare tutti insieme ha permesso di elaborare l’accaduto. Non è necessario però parlare, anche il silenzio fa assorbire la cosa. Si inizia a fare i conti con la realtà, c’è un vuoto e va accettato. Non tutti ci riescono immediatamente, ogni ragazzo ha una storia di vita diversa dall’altro. 

Poi si è ripartiti con la terza tappa neutralizzata nei primi 40 chilometri, decisione corretta?

Quella di ripartire assolutamente. Per il ciclista il gruppo è una cosa sola, un ente a sé stante. Tenerli insieme ha aiutato a far vivere loro altre emozioni. 

Alla fine di quei 40 chilometri per alcuni momenti i ragazzi sembravano intenzionati e interrompere la gara. 

In quell’ora e mezza fatta a velocità controllata il gruppo ha avuto modo di pensare, ognuno per i fatti suoi. E’ stata la loro marcia funebre, il saluto finale a Samuele. Una parte dei ragazzi in quei chilometri avrà avuto modo di pensare e fare i conti con il dolore. Anche in questo caso entrano in gioco tante emozioni diverse. Come la rabbia, che è positiva perché è un sentimento attivo. 

Può essere che i ragazzi con una personalità più forte abbiano fatto emergere i propri sentimenti, qualsiasi essi fossero?

Sì. I capofila di quel gruppo magari erano gli stessi corridori che sono dei leader in corsa. Altri ragazzi magari si sono messi alle loro spalle e si sono fatti trasportare. Il potere del gruppo è immenso. Spesso l’emozione del vicino ci contagia. Quei 40 chilometri forse sono stati un po’ troppi, per alcuni stare da soli in mezzo al gruppo è un modo per isolarsi, per altri è stato un modo per amplificare i sentimenti negativi

Poi la corsa è ripartita, ma c’è chi ci ha messo un giorno in più per riprendersi.

La cosa importante, nel giorno della ripartenza, era salire in bici e arrivare al traguardo. Era il modo giusto per proseguire. Non si deve mettere il dolore in un cassetto, perché poi non sai mai come reagirai una volta riaperto. Interrompere la gara sarebbe stato come negare il legame con il gruppo, che invece c’è. 

La cerimonia di addio a Privitera è stata fatta a casa sua, in Liguria, sabato, mentre la corsa era ancora in fase di svolgimento. 

Se vuoi ricordare un amico o un parente che non c’è più, basta un posto mentale. Non serve per forza un luogo fisico. Ogni corridore avrà dentro di sé un piccolo o grande spazio riservato a Samuele.

Due tappe alpine: la “verde” si decide con i traguardi a punti

24.07.2025
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VALENCE (Francia) – Nonostante la vittoria di ieri, la sfida per la maglia verde è ancora aperta. Certo, ora Jonathan Milan conduce la partita con un po’ di tranquillità in più (i punti di vantaggio sul secondo sono 72), ma dovrà difendere il primato con grinta e concretezza, andando a caccia di ogni traguardo volante. L’uscita di scena di Mathieu Van der Poel ha semplificato le cose per il friulano, almeno in termini di numero di avversari, ma Tadej Pogacar è sempre lì, in agguato.

Il campione del mondo ha nelle gambe due arrivi in salita e soprattutto, si vocifera, voglia provare a fare qualcosa anche in quello di Parigi con Montmartre di mezzo. Tappa che assegna molti punti. I traguardi volanti dunque possono ancora fare la differenza dal punto di vista Milan. E quello di oggi è piazzato dopo appena 23 chilometri e quello di domani addirittura dopo solo 8 chilometri, sono a tutti gli effetti delle micro-gare nella gara.

Di questo tema tattico così specifico abbiamo parlato con Josu Larrazabal, responsabile performance della Lidl-Trek.

Josu Larrazabal ci spiega l’approccio a questi traguardi volanti che saranno decisivi per la maglia verde
Josu Larrazabal ci spiega l’approccio a questi traguardi volanti che saranno decisivi per la maglia verde
Josu, un traguardo volante dopo otto chilometri è quasi come fare un prologo. Al tempo stesso in tanti vorranno andare in fuga. Come si fa?

Ne abbiamo parlato già da qualche giorno, e non solo del traguardo di oggi, ma anche di quello di ieri e dell’altro ieri. Tutti quelli che restano in queste tappe sono importanti. Di certo è più facile da controllare quello di domani rispetto a quello di oggi, che arriva dopo 26 chilometri.

Perché?

Perché c’è una distanza maggiore da controllare, il top (come ieri, ndr) è una avere una fuga con pochi corridori. I ragazzi sanno che in questi giorni devono controllare la corsa fin dall’inizio, perché per loro la tappa “finisce” dopo il traguardo volante. Si tratta di una tappa di montagna: dopo il traguardo intermedio bisogna “solo” portare Jonathan all’arrivo.

In questo ciclismo da Formula 1, immaginiamo che la gamba debba essere bella calda: i ragazzi faranno i rulli prima della partenza?

Non è detto. Oggi la neutralizzazione, cioè la distanza tra la partenza ufficiale e il chilometro zero, è di circa 5 chilometri e potrebbe bastare per un breve riscaldamento. Avete parlato di prologo, ma lo sforzo su questi 8 chilometri non è paragonabile a una crono a tutta. Semmai si tratta di mandare un messaggio…

Con il traguardo volante posto ad appena 8 km dalla partenza, potremmo vedere i ragazzi della Lidl-Trek saltare sui rulli prima del via. Anche il meteo inciderà su questa scelta
Con il traguardo volante posto ad appena 8 km dalla partenza, potremmo vedere i ragazzi della Lidl-Trek saltare sui rulli prima del via. Anche il meteo inciderà su questa scelta
Cioè?

Far vedere agli altri che la fuga non partirà prima del traguardo intermedio. Che non si scappa. E se anche qualcuno dovesse provare, puoi lasciargli anche 20 secondi.

Però 20 secondi su 8 chilometri non sono pochi…

Se il treno fa il treno per davvero e la gamba gira, 20 secondi glieli prendi. E poi quelli che sono davanti non potranno andare a tutta come fosse un finale, perché davanti a loro c’è ancora tanta strada. Per questo dico che quei 20 secondi sono comunque gestibili.

Quindi non è sicuro che si faranno i rulli prima della partenza?

Come dicevo, molto dipende dalla lunghezza del trasferimento fino al chilometro zero. Oggi sono 5 chilometri e potrebbero bastare. Poi certe scelte dipendono anche dal corridore, che conosce il proprio fisico. Se qualcuno vuole farli lì fa tranquillamente. Se la partenza fosse in salita allora sì: farebbero i rulli. Perché anche solo per stare in gruppo o controllare la corsa, l’intensità minima richiesta sarebbe almeno di soglia o sopra la soglia. Mentre partendo in pianura, lo sforzo sarà probabilmente sotto soglia, immagino un medio-alto. E questo non richiede un riscaldamento specifico come per le cronometro. Per me è più importante il modo in cui si approccia questo inizio.

Secondo Larrazzabal anche il posizionamento al via sarà determinante: alle spalle di Milan (e Pogacar ancora di più) si notano gli uomini della Lidl-Trek già schierati
Secondo Larrazzabal anche il posizionamento al via sarà determinante: alle spalle di Milan (e Pogacar ancora di più) si notano gli uomini della Lidl-Trek già schierati
Interessante, ci puoi spiegare meglio?

Bisogna essere concentrati e consapevoli di cosa si sta per fare. Ma tutta la squadra, non solo chi tira, deve esserlo. Bisogna crederci e sapere che in quelle fasi iniziali serve dare tutto. Ci giochiamo la maglia verde.

Quindi tu e i direttori sportivi, dovrete anche parlare in modo diverso ai ragazzi, in vista di questi traguardi volanti, soprattutto considerando che poi c’è la salita?

Certo e anche ieri è stato così. Noi siamo la squadra con più responsabilità nel gestire la corsa nelle fasi iniziali, visto che abbiamo la maglia verde. Per questo dico che la concentrazione è fondamentale. Già dal chilometro zero dobbiamo essere mentalizzati e davanti. Firma e via all’allineamento, perché in 5 chilometri di trasferimento, se sei dietro rischi di non risalire.

Specie con il gruppo che procede a carreggiata piena dietro l’auto del direttore di corsa…

Esatto. I ragazzi devono sapere che il chilometro zero per noi è molto importante, sia per le posizioni che per gestire la fuga: chi ci va? In quanti? Quanti corridori dobbiamo usare per controllare?

Invece da un punto di vista alimentare, cambierà qualcosa per farsi trovare così pronti già all’inizio?

Non tanto, perché ormai ogni dettaglio è curatissimo. Si parte sempre a un ritmo molto alto, spesso c’è più di un’ora di lotta prima che parta la fuga e si “calmino” le acque. Per questo i corridori partono già con il pieno di carboidrati.

La fuga di Albanese e Wegelius gli “regala” un piatto di pasta in più

23.07.2025
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VALENCE (Francia) – Quando sfila sotto il diluvio universale, tra le persone e i bambini che cercano una borraccia, Vincenzo Albanese ha appena la forza per dirci: «Non ora, fa troppo freddo». E scappa verso il bus della EF Education-EasyPost, fermo circa 200 metri più avanti (in apertura foto ASO / Charly Lopez).

Oggi il toscano è stato formidabile: penultimo ad arrendersi, mostrando una grandissima gamba. Non era facile stare così a lungo allo scoperto su un percorso tanto veloce, con i velocisti decisi a non perdere quella che con ogni probabilità era l’ultima occasione per uno sprint generale. E così è stato ci ha mostrato Jonathan Milan.

Pioggia battente a Valence: Albanese sfila tra due ali di folla a caccia di borracce. Per la cronaca una gli finisce anche sotto le ruote e rischia di cadere
Pioggia battente a Valence: Albanese sfila tra due ali di folla a caccia di borracce. Per la cronaca una gli finisce anche sotto le ruote e rischia di cadere

Una tappa sul filo…

Albanese e i suoi tre compagni di fuga si sono involati dopo appena 4 chilometri e sono stati ripresi quando ne mancavano otto. Il che potrebbe anche non sembrare una grande notizia, se non fosse che i fuggitivi hanno pedalato tutto il giorno con il gruppo a un solo minuto. A volte qualcosina di più, molto spesso parecchio di meno. E quando c’è un distacco così ridotto, la fatica si decuplica.

In una situazione del genere, non ti rilassi mai, né con le gambe ovviamente, né con la testa. In più, a complicare le cose, ci si è messa di mezzo la Ineos Grenadiers che, nell’unico tratto duro della giornata, il primo Gpm di quarta categoria, ha cercato di riportare un uomo sulla fuga. E così il gruppo gli era arrivato ad appena 20”, ma l’aggancio è poi sfumato. Ed è sfumato anche grazie al lavoro degli uomini della Lidl-Trek.

Complicazioni finite? Anche no! Sul secondo Gpm di quarta categoria, altro assalto: stavolta a provarci, è un gigante del gruppo: Wout Van Aert. Di nuovo, per i quattro davanti, è stato un “pancia a terra” per difendersi dall’asso belga.

«In effetti – spiega Albanese – stare in fuga con solo un minuto non è bello. Sei sempre in tiro e diventa dura anche mentalmente. Quando la Ineos ha fatto il forcing un po’ davanti ci siamo demoralizzati. Ho pensato: “Ecco adesso ci riprendono ed è tutto finito”. Invece poi dietro hanno mollato un po’ e noi abbiamo ripreso coraggio e a spingere forte.

«Ho provato anche a parlare un po’ con gli altri tre, ma non rispondevano. Forse erano concentrati o forse anche loro erano a tutta».

Fare 148 km di fuga “pancia a terra” ha richiesto un dispendio energetico superiore al previsto (foto Instagram / Getty Sport)
Fare 148 km di fuga “pancia a terra” ha richiesto un dispendio energetico superiore al previsto (foto Instagram / Getty Sport)

Rifornimenti (quasi) impossibili

Come dicevamo, vivere una giornata così, anche se dislivello (poco più di 1.650 metri) e chilometraggio non erano eccessivi, diventa una vera impresa. Il dispendio energetico cresce oltre misura e anche mangiare diventa difficile.

Lo conferma il direttore sportivo della EF, Charlie Wegelius: «In queste situazioni spendi moltissimo. Quale strategia alimentare abbiamo adottato? Vincenzo aveva in tasca ciò che gli serviva a livello energetico, ma non c’è stato solo il ritmo della corsa a complicare le cose. Le temperature infatti si sono abbassate molto e poi è arrivata anche la pioggia. Così abbiamo cercato di dargli più borracce (borracce con carboidrati, ndr) del solito. Anche in questo caso non è stato facile, perché provavamo ogni tanto a “incastrare” la macchina là davanti ma non sempre era possibile».

E qui ritorna in ballo quel famoso, misero, minuto di vantaggio. Con distacchi così ridotti, la giuria ha fermato più volte le ammiraglie al seguito della fuga. E spesso i quattro sono rimasti scoperti.

«Ci siamo aiutati con i rifornimenti a terra e con la seconda ammiraglia che era davanti, per avere accesso alla fuga e non abbiamo fatto tornare indietro», specifica Wegelius.

«Vero – conferma Albanese – non è stato facile ma tutto sommato io sono riuscito a gestirmi bene, anche grazie alla squadra. Più che le scorte il problema era quando mangiare. Cercavo di sfruttare al meglio i tratti in discesa o i momento in cui ero a ruota per farlo».

Come spiegava Wegelius, Albanese in questo Tour si è mostrato anche un grande uomo squadra. Eccolo al fianco di Healy in giallo
Come spiegava Wegelius, Albanese in questo Tour si è mostrato anche un grande uomo squadra. Eccolo al fianco di Healy in giallo

Clima buono in casa EF

Albanese intanto si cambia. Dalla porta dello stesso bus si scorgono i contenitori del cibo per i corridori: sembra un piatto di riso e forse dell’avocado, ma non ci mettiamo la firma. La pioggia battente accelera le operazioni di sgombero. Il bus rosa della EF tira ritrae il tendone estraibile e noi restiamo sotto la pioggia. Si riparte verso Vif, sede di tappa della frazione di domani che porterà in cima al Col de La Loze.

«Vederlo davanti – riprende Wegelius – è stata una bella soddisfazione, perché per tutto questo Tour Vincenzo ha fatto un lavoro fondamentale per la squadra. Un lavoro che forse a casa non si è visto. Davvero una gioia per lui: se lo merita. Peccato che la gara non fosse un po’ più movimentata, perché io sono convinto che sia Vincenzo che altri nostri corridori da classiche avessero gambe e qualità per fare una corsa più dura e andare ancora più avanti. Ma su questo non possiamo farci nulla.

«E – aggiunge il diesse – vedere uno come Van Aert fallire nel tentativo di aggancio significa che quei quattro stavano andando davvero forte. A questo punto mi chiedo: chissà cosa succederà a Parigi?».

Si pedalava tra i paesini della Provenza. Albanese (in testa) era in fuga con: Abrahamsen, Burgaudeau e Pacher
Si pedalava tra i paesini della Provenza. Albanese (in testa) era in fuga con: Abrahamsen, Burgaudeau e Pacher

Buon appetito Alba!

La fiducia di Wegelius e della squadra in questo ragazzo è davvero tanta. Il clima, e lo abbiamo visto anche nel giorno di riposo nel loro hotel, sembra buono.

Quel giorno Vincenzo ci aveva detto: «Mi trovo bene in squadra. Qui al Tour si va forte e non è facile stare davanti. Le tappe per andare in fuga non sono state tantissime e qualche occasione per noi attaccanti è venuta meno nei giorni in cui Ben Healy era in maglia. Giustamente gli siamo stati vicini».

«Dai – riprende Albanese – alla fine in fuga ci sono stato, le sensazioni erano buone e mi sono anche divertito, hanno fatto fatica a riprenderci. Peccato solo che non eravamo di più. Ma al primo Tour va bene così».

Le parole di Wegelius sul lavoro di Albanese tornano quindi prepotenti. Ma oltre alla prepotenza c’è la riconoscenza del diesse inglese. «Cosa dirò stasera ad Albanese? Bravo. Ti sei meritato un piatto di pasta in più!».

Una Lidl-Trek gigantesca per la doppietta di Milan

23.07.2025
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VALENCE (Francia) – Jonathan Milan aveva già vinto, quando sul traguardo sono passati da un lato Thibau Nys, dall’altro Tom Skujins e in mezzo Quinn Simmons. I due lo hanno indicato come fosse stato lui a vincere la tappa. E l’americano, sollevandosi dal manubrio nella sua tenuta da Capitan America, ha ringraziato i compagni e si è preso una parte del merito per la vittoria del compagno, gigantesco e forte come Hulk. Forse è proprio vero che per conquistare questo traguardo servisse essere anche un po’ supereoi.

«E’ stato impressionante – dice Luca Guercilena al riparo del pullman della Lidl-Trek, quando Simmons si infila sotto e lo saluta – perché nonostante i tentativi di fuga e tutto il lavoro fatto oggi, Quinn è riuscito ancora a fare qualcosa di incredibile. Soprattutto dopo la prima salita, quando c’era da chiudere un buco quasi di 40 secondi. Ha veramente fatto un lavoro impressionante, per cui buona parte della tappa di oggi è anche sua».

Jonathan Milan ha vinto la seconda tappa nel primo Tour. Lo ha fatto senza un ultimo uomo a lanciarlo, in uno scenario da Classica del Nord. Jordi Meeus ha provato a rimontarlo, ma è rimasto indietro di mezza bicicletta. Peccato che una caduta abbia tagliato fuori il resto degli sprinter, quando ormai non si aspettava altro che l’ultimo atto della tappa.

Festa Lidl-Trek

Sulla città si è abbattuto un acquazzone di gocce grasse che in meno di mezz’ora hanno infradiciato la carovana e reso la strada di sapone. Sotto il tendone del pullman si scambiano pacche e abbracci, in attesa che arrivi Milan. Stuyven parlotta con lo stesso Simmons, Skujins rilascia interviste. Guercilena li abbraccia tutti, con il sorriso di chi ha raggiunto uno dei traguardi che si era posto. Lo aveva detto dal mattino: oggi bisogna fare tutto il possibile per vincere. E poi ci saranno i traguardi a punti per consacrare la maglia verde e arrivare a Parigi possibilmente con la certezza matematica di averla vinta.

«Siamo venuti qua con l’obiettivo di vincere due tappe – spiega – e provare a prendere la maglia verde. Poi ovviamente avremmo voluto fare qualcosa in montagna con Skjelmose, ma abbiamo visto cosa è successo (il riferimento è alla caduta e al ritiro del danese nella tappa di Superbagneres, ndr). Però abbiamo tenuto la concentrazione e oggi l’idea era quella di correre come fosse una classica di un giorno. Come squadra abbiamo dimostrato di averci creduto, nonostante gli attacchi di vari team sulle salite. E poi nel finale con una lettura ideale dello sprint.

«Se fossimo rimasti con una sola tappa vinta, avrei sentito che mancava qualcosa. Perché comunque siamo ambiziosi, anche se non è facile fare risultato nel Tour del debutto. Con l’idea di squadra che vogliamo essere, sicuramente le due vittorie dovevamo ottenerle. E Jonathan ha dimostrato di essere cresciuto, soprattutto nella sua gestione personale ha ancora grandi margini. Sono fiducioso che continuerà in questo suo processo di crescita con noi, fiduciosi che possa ottenere ancora dei grandissimi risultati».

Un grande lavoro di squadra

Milan indossa un giubbino verde pesante e il berretto di lana della squadra. Il clima fuori è decisamente autunnale e se domani sulle Alpi ci sarà la stessa acqua, per i corridori si prospettano giorni tosti. 

«E’ stato un finale incredibile – dice – un po’ caotico a causa del meteo. Mi aspettavo un po’ di pioggia, ma non come adesso. Penso che ci siamo mossi nel modo migliore, la squadra mi ha supportato fin dall’inizio. Non posso dire di aver fatto tutto da solo. Vorrei descrivere il lavoro fatto oggi dai miei compagni. I ragazzi hanno controllato la corsa dall’inizio della tappa, ovviamente con l’aiuto di altre squadre. Mi hanno riportato in gruppo quando mi sono staccato sulla prima salita. Poi sulla seconda hanno tenuto un buon ritmo, senza mai dare tutto gas. Hanno mantenuto un ritmo costante e alla distanza è stato perfetto per recuperare sugli attaccanti. Hanno sempre cercato di supportarmi, portandomi le borracce e incitandomi, una cosa che mentalmente ha significato tanto. Quindi non si può dire che abbia vinto da solo.

«Nel meeting prima della tappa – prosegue – puoi pianificare tutto. Dire che all’ultima curva dovresti andare con due o tre corridori davanti, ma alla fine è sempre difficile arrivare in quel punto, non è una PlayStation. Per cui alla fine i ragazzi mi hanno semplicemente messo nella posizione migliore, nel miglior modo possibile. Avevamo tutti un grande obiettivo, per cui è la vittoria di tutti: non di uno solo».

La lotta per la verde

La maglia verde che indossa è un po’ più salda. Con il quinto posto, primo dietro i quattro fuggitivi, Milan ha conquistato 11 punti nel traguardo volante di Roche Saint Secret Beconne. Altri 50 sono venuti con la vittoria, per cui ora il vantaggio su Pogacar è di 72 punti.

«Finora – dice – è stato un Tour de France davvero duro. Oggi abbiamo conquistato 61 punti per la maglia verde, quindi sono davvero contento. Era uno dei nostri obiettivi all’inizio della giornata, ma non è mai facile avere un piano veramente specifico e poi raggiungerlo. Anche nei prossimi giorni cercheremo di dare il massimo per conquistare più punti nei traguardi intermedie. Pogacar è una rockstar del ciclismo, quindi vedremo i punti che otterrà. Da parte mia, cercherò solo di dare il massimo per portare questa maglia il più lontano possibile, magari fino a Parigi.

«Lo so che hanno cambiato il percorso, inserendo il circuito di Montmartre, ma non voglio iniziare subito con il dire che ho perso un’occasione. Sappiamo che sarà più dura da controllare e sarà uno scenario diverso rispetto al solito arrivo dei Campi Elisi. Ho parlato con i ragazzi che hanno partecipato alle Olimpiadi l’anno scorso e mi hanno confermato che ci sarà una grande lotta per le prime posizioni prima della salita. Cercheremo di dare il massimo, ma voglio vivere questo Tour tappa dopo tappa».

Da domani inizierà la parte più dura. Per due giorni, il suo orizzonte sarà quello intermedio del traguardo a punti e poi ci sarà soltanto da entrare nel tempo massimo. Dopo gli abbracci e le parole di oggi, siamo certi che la Lidl-Trek sia pronta a dare anche l’anima per portare a casa il terzo obiettivo di questo Tour.

Le Fiumane, gara a tappe per allievi. Un successo ragionato

23.07.2025
6 min
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Quella che è andata in scena la scorsa settimana è stata la seconda edizione de Le Fiumane, prova a tappe in Friuli Venezia Giulia che ha messo insieme qualcosa come 156 ragazzini al via. Già, perché parliamo di allievi, impegnati in una corsa a tappe di 4 giorni. Qualcosa di nuovo, che solamente nelle ultime stagioni attraverso l’impegno del Gc Bannia (e di pochissimi altri esempi in giro per l’Italia) ha iniziato a fare capolino nel nostro calendario.

L’approccio con la categoria allievi è sempre stato delicato: andando avanti in un ciclismo in rapida e profonda trasformazione, ci accorgiamo che trattare questa categoria come ancora “esterna” al ciclismo che conta, come qualcosa dove l’aspetto agonistico ha ancora un peso relativo significa essere rimasti ancorati a vecchi schemi e il racconto della genesi di questo evento ne è un po’ la prova.

Alan Olivo, a destra, organizzatore della quattro giorni a tappe alla sua seconda edizione
Alan Olivo, a destra, organizzatore della quattro giorni a tappe alla sua seconda edizione

A raccontarlo è il suo organizzatore Alan Olivo e il cognome richiama subito alla mente quello di suo fratello Bryan, che per qualche giorno ha messo da parte la sua attività ciclistica e si è messo a completa disposizione: «Si è prestato completamente alla nostra causa, addirittura mettendosi alla guida dei mezzi e gestendo lo stand gastronomico. E’ come se fosse stato un tributo al suo passato, è da questa categoria che ha spiccato il volo verso le porte del professionismo».

Che cosa vi ha spinto ad allestire una prova a tappe per gli allievi?

Principalmente sono stati due fattori. Il primo è scaturito dai ricordi di quando Bryan era in questa categoria. Lui ed altri vennero invitati a gareggiare a una corsa a tappe per la categoria in Slovacchia e quell’esperienza è rimasta nel cuore di tutti tanto è vero che ancora oggi ne parlano con nostalgia, lo stesso Bryan la rammenta spesso. E’ stata un’esperienza importante, anche per chi non gareggia più, soprattutto per il confronto con i coetanei stranieri. La seconda, strettamente legata a questa, è che prima Le Fiumane era un’apprezzata prova in linea con molti tratti sterrati, ma il nuovo regolamento federale non consentiva più un tracciato così vario. Avremmo dovuto cambiare e a quel punto tanto valeva farlo completamente.

Le Fiumane era una classica con tanto sterrato. I nuovi regolamenti hanno spinto al cambio (Fotobolgan)
Le Fiumane era una classica con tanto sterrato. I nuovi regolamenti hanno spinto al cambio (Fotobolgan)
Qual è stata la risposta del movimento?

Lo scorso anno, alla sua prima edizione, la gara era già andata bene, quest’anno però è stata eccezionale e lo abbiamo visto già molto prima del suo inizio, in base alle richieste di partecipazione. Con tutto che i team erano composti da 3 a 5 corridori, abbiamo avuto 156 partenti e a tanti team abbiamo dovuto dire no, anche dall’estero perché avevamo il limite di tre formazioni da oltreconfine, con presenza di belgi, austriaci e rumeni.

Una gara a tappe per un allievo è qualcosa d’inconsueto. I ragazzi come hanno assorbito gli sforzi ripetuti?

Beh, alla domenica coloro che sono arrivati al traguardo erano invero molto stanchi. Dalle squadre abbiamo avuto però molti segnali positivi, i diesse erano molto contenti anche del comportamento generale dei ragazzi e degli effetti che questa manifestazione ha avuto nella gestione dei team. Tanto è vero che molti del secondo anno dicevano che sarebbero voluti rimanere nella categoria per affrontarla un’altra volta nel 2026, sulla base dell’esperienza acquisita.

La gestione della corsa a tappe ha evidenziato la crescita anche tattica di molti ragazzi (Fotobolgan)
La gestione della corsa a tappe ha evidenziato la crescita anche tattica di molti ragazzi (Fotobolgan)
A tal proposito, guardando da fuori che impressione ti sei fatto della gestione di corsa dei ragazzi?

Diciamo che da una parte erano ancora prove per allievi, dove si corre ognun per sé e con team così ristretti nei numeri effettivi è anche normale. Ma dall’altra ho anche notato qualcosa che nelle normali corse di categoria non vedi, ad esempio il compagno di squadra che si sacrifica per il capoclassifica nell’ultima tappa, tirandolo. La tappa finale, che aveva alcuni tratti di sterrato e alcune salite, a un certo punto sembrava più una prova per juniores, con gruppetti che andavano ricomponendosi e poi la corsa che riesplodeva. La gestione tattica era diversa dal solito.

Tu hai esperienza nell’ambiente anche attraverso Bryan. Rispetto ad allora, trovi gli allievi cambiati, generalmente parlando?

Molto. Tecnicamente potrei dire che i ragazzi di ieri sono quelli di oggi, anche con la loro inesperienza, ad esempio il primo giorno si è registrata una maxicaduta che ci ha costretto a un a neutralizzazione della corsa per oltre un’ora e mezza. Fisicamente e come velocità sostenute invece non c’è paragone, è davvero un altro ciclismo, si vede che sono ragazzi che sono già in rampa di lancio, veri esponenti di questo ciclismo che guarda sempre più ai giovanissimi e lo dico non senza un po’ di rammarico perché vedo che già a quell’età c’è troppa pressione.

Andrea Endrizzi, tricolore esordienti 2022-23 e vincitore della prima tappa, sulla quale ha costruito il successo finale (Fotobolgan)
Andrea Endrizzi, tricolore esordienti 2022-23 e vincitore della prima tappa, sulla quale ha costruito il successo finale (Fotobolgan)
Una volta si diceva che a quel livello di età bisogna preservare la parte ludica dell’attività. E’ ancora così?

Purtroppo devo dire che è un buon proposito che ormai rimane sulla carta. Come dicevo i ragazzi sentono già la pressione, il fatto di passare di categoria, di mettersi in mostra, di convincere qualche dirigente a portarli nel proprio team sulla base dei risultati e quindi c’è una corsa sfrenata alla vittoria. Vedi ragazzi con tute col ghiaccio e altri ritrovati di ultima generazione che per me sono esagerati a quell’età. Se vogliamo davvero cercare il talento dobbiamo anche dargli il tempo di emergere, in maniera chiara e semplice…

C’erano procuratori in giro?

Io ero molto impegnato nell’organizzazione, ma sinceramente non ne ho visti e sono contento di questo. Non ce l’ho con loro, fanno il loro lavoro e sono necessari, ma resto dell’idea che gli allievi debbano ancora vivere in maniera più protetta. Bryan a quell’età faceva 8.000 chilometri l’anno, oggi come minimo un allievo ne fa il doppio, secondo me si sta esagerando.

Insieme alla corsa a tappe c’è stato spazio per esordienti, gravel e prove per tandem e handbike (Fotobolgan)
Insieme alla corsa a tappe c’è stato spazio per esordienti, gravel e prove per tandem e handbike (Fotobolgan)

Le Fiumane è già pronta a tornare nel 2026 riproponendo anche quella formula che, attraverso prove per esordienti, per gravel e per atleti paralimpici ha offerto un vero festival ciclistico a 360 gradi. Per la cronaca la classifica alla fine ha premiato Andrea Endrizzi, già due volte campione italiano esordienti e che aveva vinto una tappa anche lo scorso anno.

Europei pista: clima non facile, ma bei segnali dalle giovani azzurre

23.07.2025
6 min
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Quelli del velodromo di Anadia sono stati europei che si sono trasformati in una rassegna non semplice per la spedizione italiana. La morte improvvisa di Samuele Privitera al Giro della Valle d’Aosta ha toccato a distanza le anime soprattutto dei giovani corridori italiani. Tuttavia il raccolto ottenuto dalle donne juniores e under 23 parla di 10 medaglie complessive: tre ori e quattro argenti per le prime, un oro, un argento e un bronzo per le seconde.

Il bilancio della trasferta portoghese l’abbiamo chiesto a Diego Bragato, cittì femminile della pista (ruolo che condivide con Marco Villa) e capo del Team Performance della nazionale. Il tecnico di Motta di Livenza è già sul campo di gara impegnato alla “Tre Sere Internazionale Città di Pordenone”, ma torna indietro di qualche giorno per raccontarci come ha visto le sue atlete, in previsione anche dei mondiali juniores che si disputeranno sull’anello olandese di Apeldoorn dal 20 al 24 agosto.

Il team sprint (composto da Trevisan, Campana, Cenci e Fiscarelli) hanno vinto l’oro migliorando il bronzo del 2024
Il team sprint (composto da Trevisan, Campana, Cenci e Fiscarelli) hanno vinto l’oro migliorando il bronzo del 2024
Diego non possiamo non partire dalla tragedia del Valle d’Aosta che ha colpito da vicino anche Vittoria Grassi, fidanzata di Privitera. Come avete gestito quei momenti?

Sono state giornate molto difficili. Era la prima volta che mi capitava una situazione simile ed essendo genitore anch’io, l’ho vissuta in modo intenso. Per noi era il secondo giorno di gare. Avevamo saputo che Samuele era grave e Vittoria era in contatto con i suoi genitori che erano in ospedale, assieme a quelli del ragazzo. Non appena abbiamo avuto la tragica notizia, il mattino successivo le compagne sono state bravissime a darle conforto.

Lei come ha reagito, se esiste una reazione a queste cose?

Conosco bene Vittoria, è una ragazza solare, tant’è che è voluta restare con noi per ricambiare l’affetto delle sue amiche e colleghe. Aveva già corso le qualifiche col quartetto, però abbiamo deciso di farla rientrare il giorno dopo perché era giusto così. Abbiamo cercato di fare il meglio possibile in generale, ma non so se c’è un modo giusto o meno.

Alcune prestazioni delle U23 possono aver risentito di questa situazione?

Certamente sono notizie che ti condizionano, ma quest’anno sapevamo che con le U23 avremmo fatto un po’ più fatica rispetto al passato. Alcune erano assenti perché stavano recuperando da infortuni. Poco prima degli europei c’era il Giro Women e certe prove vanno preparate. Nonostante questo, Sara Fiorin è riuscita a venire in Portogallo e cogliere un bell’argento nello scratch. Bene anche Baima, bronzo nell’eliminazione. Siamo mancate in due specialità.

Quali?

Sicuramente il rammarico più grande arriva dall’inseguimento a squadre. Ci stavamo giocando il pass per le finali contro la Germania, con cui avevamo tempi molto vicini. Purtroppo la terza e la quarta ragazza si sono toccate in un cambio e sono cadute. E’ stato un errore tecnico, forse dato dal fatto che la pista di Anadia ti porta in uscita dalla curva in maniera molto veloce. Peccato eravamo da medaglia, così come nell’omnium.

Cos’è successo in quel caso?

Nulla di particolare, solo che Venturelli la mattina della gara si è svegliata con la febbre. Abbiamo dovuto dire a Basilico che avrebbe corso lei. E come dicevo prima, certe corse vanno preparate. Siamo certi che per come avevamo visto Venturelli e per come sa interpretare quel tipo di gara, avremmo potuto ambire ad un risultato importante. Sono cose che capitano, però in generale vediamo il bicchiere mezzo pieno con le U23.

Grandi soddisfazioni invece sono arrivate dalle juniores, che si conferma una categoria in costante crescita.

Assolutamente vero, siamo consapevoli di avere un grande potenziale con le juniores, pensando poi anche agli anni futuri. Siamo contenti perché il gruppo è forte, anche con le ragazze del primo anno. Ad esempio Fiscarelli, Rossignoli e Campana si sono integrate subito alla grande e tutte sono andate a podio. Siamo cresciute nella velocità dove abbiamo preso due ori tra team sprint e keirin. Bravissima Pegolo, così come Sanarini, che tuttavia deve affinarsi in corse come madison e omnium.

Rossignoli, Erja Bianchi, Sanarini, Pegolo e Elisa Bianchi si sono alternate nel quartetto, vincendo l’argento dietro la Gran Bretagna
Rossignoli, Erja Bianchi, Sanarini, Pegolo e Elisa Bianchi si sono alternate nel quartetto, vincendo l’argento dietro la Gran Bretagna
Altre note positive?

Siamo migliorate nel quartetto, dove abbiamo conquistato l’argento dietro la Gran Bretagna che ha fatto il record del mondo. Stessa cosa ad esempio con Rapporti nell’inseguimento individuale. E’ stata battuta dalla danese Fialla che ha fatto un tempo strepitoso. Se per batterci devono fare i record del mondo, allora significa che siamo sulla strada giusta. Per contro pecchiamo ancora di inesperienza in certe corse, ma mancano gare in Italia ed è difficile arrivare più preparate.

Che indicazioni ha tratto Diego Bragato per i mondiali di agosto?

Credo che per Apeldoorn siamo in crescita, proprio perché in questi europei abbiamo fatto quella esperienza in generale ed internazionale cui facevo riferimento prima. L’idea è sempre quella di mantenere una rosa allargata tenendo sott’occhio tante ragazze. Per i mondiali vorremmo portare un mix di atlete tra primo e secondo anno, perché abbiamo visto che funziona non solo tecnicamente.

Come sarà l’avvicinamento?

La settimana prossima inizieremo con gli allenamenti a Montichiari. Cercheremo di preparare a dovere le discipline in cui siamo più competitive e chiaramente salire di livello in quelle in cui lo siamo meno. Partiremo per l’Olanda il 17 agosto per prendere confidenza con quel velodromo. Siamo fiduciosi.

Diego Bragato agli europei ha dovuto gestire la tragica notizia della morte di Privitera (foto FCI)
Diego Bragato agli europei ha dovuto gestire la tragica notizia della morte di Privitera (foto FCI)
Guardando ancora più in là, si fanno già ragionamenti per Los Angeles 2028?

Gli europei delle giovani, così gli stessi mondiali, sono passaggi intermedi fondamentali per crescere ed accumulare punti per quelle che saranno poi le qualifiche olimpiche. Dall’anno prossimo riprenderà la caccia ai punteggi attraverso le prove di Nations Cup. Sappiamo che le cosiddette big non potranno farle tutte perché saranno impegnate su strada con le proprie formazioni. Disputarle con queste atlete, che nel frattempo saranno diventate più grandi ed esperte, sarà importantissimo e ci consentirà di lavorare con maggiore serenità o pianificazione.

Mastromarco: caro Balducci, come va con gli juniores?

23.07.2025
5 min
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Il progetto della Mastromarco-Vincit ha subito una modifica importante a partire da questa stagione, infatti chiusa la storica squadra under 23 il team è ripartito dagli juniores. Una novità importante, figlia di un ciclismo che sta cambiando e che ha messo sulla graticola diverse formazioni delle categorie giovanili. Molte società hanno chiuso i battenti, altre lo faranno a fine 2025. La Mastromarco ha avuto la forza di trovare un nuovo equilibrio e ripartire, ma non è stato semplice. La categoria juniores è diventata ormai centrale nello sviluppo e nella crescita umana e sportiva dei ragazzi. Prendere le misure non è facile, e i primi mesi per Gabriele Balducci, diesse del team (in apertura foto Instagram), sono stati fondamentali per capire come muoversi e come gestire diversi aspetti. 

«E’ una categoria, dal mio punto di vista, molto bella – ci racconta proprio Balducci – ma vogliono farcela credere migliore di quel che è. Le realtà con le quali ci si confronta sono particolarmente belle e stimolanti, ma il ciclismo è un’altra cosa. Anche i ragazzi non sono atleti fatti e finiti. Anzi, sia tecnicamente che fisicamente non siamo ai livelli che vogliono farci credere. Una grande fetta del gruppo deve crescere. Ci sono dei ragazzi già maturi, ma non così all’altezza per affrontare il WorldTour».

La Mastromarco-Vincit da quest’anno ha cambiato categoria passando dagli U23 agli juniores (foto Instagram)
La Mastromarco-Vincit da quest’anno ha cambiato categoria passando dagli U23 agli juniores (foto Instagram)
Una considerazione che nasce da dove?

Il ciclismo professionistico fisicamente e mentalmente richiede dei requisiti importanti. Non si può far credere a un ragazzino di 17 o 18 anni che ha vinto tre o quattro corse nazionali o regionali che è pronto per un devo team. Ho esperienza in una squadra WorldTour, da quest’anno lavoro con lo staff performance dell’Astana.

Pensare a un salto da juniores a WorldTour è fattibile?

Solo perché vogliono farcelo credere. Il movimento va in quella direzione, ma non è detto che sia una cosa corretta. A mio modo di vedere da parte dei team WorldTour deve esserci tanta pazienza se si vuole fare un cammino del genere. Molti però non aspettano e dopo due anni ti trovi dei ragazzi che smettono o devono ripartire da capo. 

Cosa ti ha affascinato allora di questa categoria?

Mi piace avere a che fare con ragazzi che stanno crescendo, molti di loro sono intelligenti e svegli. Fanno delle domande interessanti che portano al dibattito e al confronto, sull’allenamento, il metodo di corsa e tanti altri aspetti. E’ una categoria in cui i corridori sono in piena adolescenza, c’è un abisso. Fisicamente si vedono ragazzi sviluppati e altri ancora acerbi.

L’approccio al lavoro è diverso, ma i metodi sono pressoché simili alla categoria U23 (foto Instagram)
L’approccio al lavoro è diverso, ma i metodi sono pressoché simili alla categoria U23 (foto Instagram)
Insomma, arrivare a giudicare se un corridore è pronto o meno diventa molto difficile…

Praticamente impossibile. Non è detto che il ragazzo più emancipato poi diventi un corridore. Guardate Conca, Gaffuri e altri ragazzi che sembravano essere finiti, ora stanno raccogliendo ottimi risultati. 

Com’è stato per voi allestire il lavoro e approcciare la categoria juniores?

La Mastromarco nasce come società juniores, Carlo Franceschi aveva già lavorato in questa categoria. Ai tempi era più facile, adesso ci sono tante cose e altri aspetti da considerare che prima non ci riguardavano. Ci siamo concentrati sul prendere ragazzi al primo anno juniores e ci siamo concentrati sull’approccio e trovare un metodo di lavoro funzionale. Poi per nostra fortuna abbiamo vicini sia Vincenzo Nibali che Alberto Bettiol

Qual è l’aspetto con il quale hai avuto maggiore difficoltà?

La scuola, che chiaramente ha la priorità su tutto. Gestire ciclismo e scuola non è semplice, ho dovuto prendere i calendari scolastici e trovare l’equilibrio tra i vari impegni. 

Con i ragazzi giovani si aprono spesso dialoghi e un confronto continuo dettati dalla loro curiosità (foto Instagram)
Con i ragazzi giovani si aprono spesso dialoghi e un confronto continuo dettati dalla loro curiosità (foto Instagram)
Ore di allenamento a settimana?

Ci sono stati periodi in cui abbiamo fatto a malapena 11 ore in un cinque giorni, soprattutto in inverno. Altri, come adesso in estate, in cui ho messo qualche allenamento in più. Tuttavia non siamo mai andati sopra le 18 ore settimanali. Alcuni ragazzi chiedono di allenarsi di più e di fare le stesse ore in bici di un under 23, ma per me non esiste. Preferisco lasciare un margine di crescita per il futuro. E’ difficile farglielo capire perché con i vari strumenti a disposizione vedono cosa fanno gli altri. Certo che non capisco dove trovano il tempo di allenarsi tutte quelle ore. 

Avete fatto dei ritiri in montagna?

No, per il momento non ne facciamo. Se una famiglia viene da noi a dire che vanno in vacanza in montagna allora sistemo il programma per l’atleta, ma noi ritiri in altura non ne facciamo. 

Come avete formato la squadra?

Tanti primi anni e qualche ragazzo di secondo, ma pochi. Al momento abbiamo otto atleti, non è da escludere che il prossimo anno ne avremo una decina. Ci siamo concentrati su gare regionali e nazionali, con qualche apparizione nelle competizioni internazionali. Sono sempre stato dell’idea che il calendario lo fanno i ragazzi, quindi se sono stanchi o se non si sentono in forma è inutile portarli in determinati appuntamenti. Da questo punto di vista voglio ringraziare tutti gli organizzatori perché ci hanno sempre invitati a tutte le gare. 

Nello staff c’è sempre Carlo Franceschi lo scopritore di Vincenzo Nibali, il quale ha già lavorato con gli juniores
Nello staff c’è sempre Carlo Franceschi lo scopritore di Vincenzo Nibali, il quale ha già lavorato con gli juniores
Si corre tutte le domeniche?

No, assolutamente no. Abbiamo lavorato sul trovare un equilibrio tra gare e recupero. Ora facciamo le ultime corse e poi dal 27 luglio ci prenderemo due settimane di pausa, prima di riprendere per il finale di stagione. 

Materiale?

Siamo super forniti. Abbiamo abbigliamento firmato Q36.5, le biciclette ce le dà Cannondale, casco e occhiali sono di Rudy Project

Come vi rapportate con la categoria allievi?

Mi limito a vedere qualche gara, ma non vado a mettere becco nel lavoro degli altri. Non è facile parlare con i ragazzi perché appena qualcuno fa un paio di risultati ha già attorno tante squadre e qualche procuratore. 

Ora hai molto più a che fare con i genitori?

Per forza di cose. Alcuni dei ragazzi sono minorenni e non hanno l’auto e quindi il genitore diventa una figura centrale, fa parte del percorso. Con alcuni lavori meglio, con altri peggio, ma è normale. Quando un ragazzo vince non è facile nemmeno per loro avere così tanta attenzione intorno al proprio figlio, c’è anche chi si fa dei film che non esistono. 

Non il solito Pogacar, ma quanto basta per arginare Vingegaard

22.07.2025
7 min
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MONT VENTOUX (Francia) – Che sia stato per una crepa o un leggero malessere, la tattica del UAE Team Emirates è parsa subito insolita. Se Pogacar chiede di partire con la bici nera superleggera e poi lascia che la fuga guadagni sei minuti e chiede ai compagni un ritmo regolare, qualcosa forse non va. Abbiamo vissuto l’avvicinamento della corsa alle pendici del monte calvo seduti davanti al maxischermo sulla cima. Un panino comprato nell’ultimo bar, una felpa provvidenziale e lo sguardo fisso sulla corsa. Il vento non era violento come in altre occasioni, mentre tutto intorno lo sguardo si perdeva all’infinito facendo capire perché poeti e campioni abbiano trovato quassù la loro sublimazione.

I tifosi sloveni

La fuga guadagnava, solo il gruppo di Ben Healy alla fine è riuscito ad agganciarsi e dare la svolta al finale. Dietro, se non fosse stato per un’accelerata della Visma-Lease a Bike nell’avvicinamento alla salita, il margine sarebbe continuato a crescere. Pogacar non sta bene, abbiamo pensato, altrimenti sarebbe andato a riprendere tutti i fuggitivi. E così, nella disputa fra colleghi che parteggiano per l’uno o per l’altro, l’eventuale calo dello sloveno avrebbe significato il riaprirsi del Tour in vista delle Alpi. Solo che quando Vingegaard ha attaccato, l’altro gli si è incollato addosso. Pochi scatti, ben altra cosa rispetto a quello che sarebbe stato necessario. Tanto che quando Pogacar è scattato a sua volta, non è parso troppo provato. Non s’è tolto il danese di ruota, ma ha confermato ancora una volta che il suo è un livello a parte.

«E’ stato piuttosto difficile – dice quando tutto è finito e sul traguardo ha rifilato 2 secondi a Vingegaard – perché c’era solo una salita. Considerando che era la tappa dopo il giorno di riposo, sono molto contento di come l’ho affrontata e di aver mantenuto il vantaggio. Ho visto più bandiere slovene che sui Pirenei, penso che d’ora in avanti ce ne saranno tantissimi. Tifano anche Roglic e questo dà a entrambi un’energia in più. Quindi spero che nei prossimi giorni sulle Alpi, anche se il tempo sarà un po’ peggiore, avremo ancora le bandiere slovene alzate e che tiferanno per noi».

Violenti colpi di tosse

Un breve passo indietro. Ieri nell’hotel subito fuori Montpellier, passando casualmente accanto alla tavola in cui stavano mangiando i corridori della UAE, ci siamo accorti che proprio Tadej tossisse in modo violento. La notizia del ritiro mattutino di Van der Poel per problemi respiratori aveva acceso un allarme. Se davvero c’è qualcosa e gli avversari se ne accorgono, sul Ventoux per lui si farà dura.

«Fin dall’inizio della salita – prosegue Pogacar – sapevo che i corridori della Visma stavano bene e che avrebbero provato ad attaccare. Avevano un buon ritmo e noi ne abbiamo tenuto uno altrettanto buono, quindi sicuramente non hanno avuto tante occasioni per attaccare. In alcuni tratti ho sofferto, lo sforzo è stato intenso e le raffiche di vento si sono fatte sentire. Abbiamo lasciato andare la fuga perché non ci interessava vincere. Se avessimo voluto farlo, avremmo attaccato la salita con Adam Yates, invece abbiamo deciso di lasciare spazio. Anche se con gli scatti di Jonas e miei, ho pensato che li avremmo raggiunti. Si meritavano la vittoria. Mentre ci cambiavamo ho visto Paret Peintre, era super felice. Stava chiamando qualcuno ed è stato bello. E’ stata una giornata davvero dura dopo il giorno di riposo, ma ora sono motivato per i giorni successivi».

Vingegaard ha attaccato e ci riproverà: forse manca un po’ di convinzione?
Vingegaard ha attaccato e ci riproverà: forse manca un po’ di convinzione?

Vingegaard ci crede ancora

Il danese non ha vissuto il miglior finale di tappa. Dopo aver attaccato per staccare la maglia gialla e averne subito il ritorno, Vingegaard si è ritrovato anche per terra a causa di uno scontro fortuito con un fotografo. Si spiega perché di colpo gli addetti al servizio d’ordine siano diventati spietati e per muoverci abbiamo dovuto adottare tattiche da… uomo ragno.

«Un fotografo si è ritrovato davanti a me subito dopo il traguardo – racconta Jonas – e sono finito a terra. Credo che chi sta dietro al traguardo dovrebbe stare più attento… Mi sentivo davvero molto bene. Sono molto contento delle mie sensazioni oggi e degli attacchi che sono riuscito a sferrare. Certo, non ho recuperato tempo, ma è una grande motivazione per me. Volevamo mettere dei nostri corridori in fuga, la squadra è stata fantastica. Tutti hanno lavorato, hanno dato quello che avevano e mi hanno sostenuto completamente. Pogacar mi ha seguito in ogni attacco e così ho fatto io. Non credo di aver visto debolezze in lui, ma le mie sensazioni di oggi mi danno la motivazione e mi spingeranno a continuare».

La Visma è parsa unita. Prima il lavoro di Van Aert, poi Kuss (nella foto) infine Benoot e Campenaerts
La Visma è parsa unita. Prima il lavoro di Van Aert, poi Kuss (nella foto) infine Benoot e Campenaerts

La tappa migliore

Sulla stessa linea è il suo tecnico Marc Reef, uno che porta bene alla squadra. Quando c’è, di solto vincono. Lo incontriamo nella coda delle ammiraglie che si avviano lungo la corsia di evacuazione e si ferma per rispondere a qualche domanda.

«Eravamo e siamo ancora pronti per la battaglia – dice – siamo ancora molto fiduciosi. Jonas ha incitato i ragazzi a fare un ritmo molto alto e poi ha fatto un attacco davvero, davvero forte. Benoot era pronto più avanti e dopo di lui anche Victor (Campenaerts, ndr). Penso che continuare ad attaccare sia l’unico modo per creare ancora qualcosa e riguadagnare un po’ di tempo. Vogliamo lottare per ogni occasione che avremo. E’ stata la tappa migliore che abbiamo fatto finora e continueremo a mettergli pressione. Aver visto che oggi non è riuscito a staccarci accresce la nostra fiducia per le giornate che dovremo affrontare».

Dopo l’arrivo, Pogacar ha ringraziato i compagni: qui con Adam Yates
Dopo l’arrivo, Pogacar ha ringraziato i compagni: qui con Adam Yates

Raffreddore e aria condizionata

L’ultima parola è per Matxin, il responsabile tecnico della UAE Emirates, che aspettava proprio Pogacar per affrontare la discesa. Tutti gli altri sono andati in bicicletta, con il classico fischietto al collo, approfittando della strada chiusa con encomiabile zelo dalla Gendarmerie, che per certe cose è inimitabile.

«Non siamo voluti entrare nella lotta per la fuga – dice lo spagnolo – eravamo consapevoli che a un certo punto la Visma avrebbe iniziato a muovere le acque, dato che avevano cinque corridori, fra cui due scalatori. Ma noi abbiamo usato la testa. Potevamo anche controllare e cercare di vincere la tappa, ma avrebbe significato spremere tutti i corridori per un solo giorno. Alla fine abbiamo una priorità che è la maglia gialla, alla tappa si può anche rinunciare. La Visma ci proverà ancora, dovrà provarci ancora, per questo non è nostro interesse essere sempre i primi ad attaccare.

«Il raffreddore di Tadej? Ha avuto qualche fastidio per l’aria condizionata e per tutti questi cambiamenti dovuti al meteo degli ultimi giorni. Arrivi al podio che ci sono 15 gradi, poi il giorno dopo ne trovi 30 e in hotel hai l’aria gelida. Fa parte degli aspetti da tenere sotto controllo».

In sintesi, prima di salutarvi e darvi appuntamento a domani: se Pogacar sta bene, te ne accorgi perché attacca. Se invece non è al meglio, si mette buono in gruppo e lascia fare. Manca una settimana di Tour, mancano le Alpi dove probabilmente pioverà. L’obiettivo della maglia gialla è fisso su Parigi: le azioni plateali per ora sono sospese, in attesa di altre comunicazioni.